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lavoro pubblicato lunedì 25 settembre 2017
ultima lettura lunedì 10 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Via dei Titani

di DavidZ. Letto 423 volte. Dallo scaffale Fantasia

dopo anni trascorsi nelle lande più pericolose di un mondo estraneo al suo, ritorna nella terra dove perse qualcosa di importante per compiere la sua promessa, la sua vendetta e la sua ricerca di verità su chi sono coloro che lui cerca, le Furie...........

I

Macerie

Il tempo è relativo e lo si percepisce diversamente in base alle emozioni, le situazione e altri fattori, esso può durare un attimo nei momenti di gioia e invece diventare un eternità nella sofferenza, questa sua caratteristica va contro il proprio volere, come succede spesso nella vita, nulla va sempre per il verso giusto.

Ogni lungo viaggio può durare anche un istante ma sfortunatamente per me non fu così, un’infinita serie di sofferenze che non sembravano mai cessare, non riuscivo a vedere la luce alla fine del tunnel perché esso sembrava chiuso su stesso in un infinito cerchio da cui non si poteva uscire. Passai in quel luogo da cui tutti si tenevano alla larga anni, lì dove i fondatori di un mondo erano stati emarginati ed etichettati come mostri e non come padri, lì dove il dolore di una guerra ormai lontana era rimasto sempre vivo ricordando a quei pochi abitanti ciò che avevano perduto e ciò che avevano ottenuto, una distesa morta che era diventata la loro prigione, il loro monito.

Eppure per loro ciò che li circondava non era sufficiente a far estinguere quel loro attaccamento ad un mondo che lo aveva tradito, non si erano arresi benché non avessero modo di far alcunché, rimasero in attesa per mesi, anni, decenni e secoli ad aspettare la loro opportunità, un modo per poter redimersi e tornare lì da dove erano stati cacciati.

Il colossale cancello si aprì e una luce abbagliante mi travolse, ma ad attendermi oltre non c’erano creature celesti o angeli ma una dura e triste realtà, edifici distrutti e ormai abbandonati, una cupa e oscura aria che avvolgeva tutta la zona insieme ad una forte e incessante puzza di morte sotto un cielo grigio, una scena degna di un apocalisse. Mi sentii strano nel ritornare in quel mondo così libero da quel fardello tanto simile alla terra che era il Tartaro, mi sembrava quasi di galleggiare ma a contrapporsi a quella sensazione di leggerezza ci pensava la pesante atmosfera descritta, presi il mio sacco e mi avviai verso il cuore della città, a guidarmi fu un odore famigliare, un profumo che mi ricordava quasi casa, poiché era l’unica cosa di decente che si poteva annusare in un posto del genere la seguì senza farmi troppi problemi.

Non era rimasto nulla indenne alla furia della distruzione, sembrava l’opera di un mostro che dove passava annientava tutto portando con se distruzione, poche ombre abitavano ancora le vie in miseria di quel posto, sfuggenti e impaurite, continuai a camminare tra le macerie ancora un po’ cercando di capire che cosa fosse successo a una città fino a pochi anni fa così fiorente. Mi inoltrai ancora più in profondità tra i vicoli bui delle strade del centro che ora parevano più oscure e lugubre della notte, delle voci mi arrivarono all’orecchio, sembrava una discussione molto accesa e il rumore di metallo non faceva sperare in nulla di buono, tutto però sembrò tacere per qualche secondo come se quell’oscurità avesse inghiottito anche i rumori.

D’istinto mi spostai di lato, appena in tempo per schivare il massiccio corpo di un uomo scaraventato via alla tenue luce del sole, l’uomo finì contro un cumulo di macerie che fermarono la sua corsa procurandogli qualche seria rottura e numerosi tagli, mi avvicinai a lui per controllare le ferite e accertarmi che fosse ancora vivo, per fortuna sua pellaccia era abbastanza robusto da sopravvivere al colpo.

Dal vicolo scapparono altri due uomini frementi di paura che al vedermi ebbero un sussulto, sembrava stessero scappando da chi sa quale chimera, non persero altro tempo e se ne andarono con la coda fra le gambe lasciando il compagno alla sua sorte, un altro paio di passi, più lenti e decisi si sentirono uscire dal vicolo, sicuramente era l’aggressore e probabilmente qualcuno a cui chiedere cosa fosse successo mentre non c’ero, mi avvicinai al vicolo cercando di vedere chi stesse arrivando. <>

<>, chiese la figura dalla voce femminile avvolta dalla penombra, era tenue ma ben distinta.

<>, risposi stupidamente ad una domanda posta stupidamente male. La figura uscì dall’ombra mostrandosi alla luce, in un istante me la trovai addosso senza neanche accorgermene mentre mi teneva con le braccia avvinghiate al collo e facendomi cadere a terra. <>, disse senza trattenere le lacrime o l’emozione.

<>

A stento la si riconosceva, era ormai una donna fatta e finita e non una piccola anima animale in un corpo da bambina, se non fosse stato per quei tratti che la distinguevano anche nella sua vera forma forse non sarei riuscito a riconoscerla immediatamente, i capelli di neve, su cui spiccava un fiocco nero, gli scivolavano sulla spalla e gli coprivano l’occhio color ebano e la ferita sul lato sinistro del viso arrivandogli fino al petto prosperoso, che sporgeva stretto da un modesto corsetto nero che faceva spiccare il colore chiaro della sua pelle, era accompagnato dal mio cappotto nero che insieme ad una corta gonna con gale e la calzemaglia abbinata ai lunghi stivali a stringhe gli davano uno stile gotico e tenebroso.

<>

<> gli accarezzai il viso confrontandolo col ricordo che avevo di lei e che era rimasto nella mia mente durante il tempo trascorso nel Tartaro. <> Aura affondo la faccia sul mio petto cercando di affondare il più possibile come un gattino in un letto morbido.

<>

<> la strinsi ancora più forte contro il mio petto rassicurandola mentre la guardavo candidamente con sguardo amorevole.

<> scherzai per farla sorridere.

<>

<<…lo credo bene visto quanto sei diventata bella, anche se non mi dispiace la tua vera natura.>> Aura ringraziò animatamente del complimento regalandomi un bacio sulla guancia. <>

<>

Mi prese per un braccio facendoselo suo e mi trascinò attraverso la città in macerie tutta presa dall’eccitazione mentre io la guardavo ricordando quanto era piccola e indifesa un tempo e come fosse cresciuta, mi domandavo cosa avesse passato in mia assenza e a quanto deve essersi sentita sola, tutti questi pensieri alimentavano un rimorso interno che mascheravo sotto una espressione mite.

Ci fermammo di fronte ad una modesta casa in periferia di tre piani ancora in piedi, nonostante l’aspetto esterno poco rassicurante si capiva che ci abitava qualcuno, le enormi piante rampicanti che avevano coperto la staccionata e alcuni muri erano ben curate e dal colore acceso. <>

Una volta dentro l’aspetto fatiscente dell’esterno lasciava posto ad una pulita e ordinata atmosfera famigliare, quadri, foto, libri e una gran quantità di mobili arredavano l’interno ben illuminato da vecchie lampade a combustibile. Due signori dalla grossa corporatura ci vennero incontro calorosamente andando ad abbracciare Aura che non si fece pregare. <>, disse l’uomo più barbuto e abbronzato con gran sollievo.

<> Aura mi indicò facendomi segno di venire avanti.

<>, mi presentai con un lieve inchino del capo.

<> Aura negò tutto imbarazzata e passò subito alle presentazioni.

<> i due uomini avevano una stretta niente male, sembravano fabbri o muratori. <>

<>, disse a gran voce l’omone mettendo ancora una volta Aura in imbarazzo, per me invece fu un piacere essere di nuovo con delle persone dopo tanto tempo e un'occasione del genere non me la sarei fatta scappare.

<>

Il loro bagno era più grande di quel che mi aspettassi, un enorme vasca occupava quasi metà di esso e dal leggero vapore che ne usciva l’acqua doveva essere stupenda. Mi levai quei vestiti che mi avevano accompagnato per tutto quel tempo, logori, sporchi e quasi a pezzi e mi immersi in acqua provando una calda e dolce sensazione di rilassamento che mi avvolse il corpo, a sfregarlo lo sporco, il sangue e la pelle morta si disperdevano nell’acqua, una volta finito lasciai sgorgare tutto e rimasi qualche minuto sotto l’acqua battente finché tutto il mio corpo non ritorno allo stato precedente al viaggio, per quello che si poteva.

Per fortuna nel bagno non c’era uno specchio o qualcosa su cui riflettersi altrimenti chissà quale reazione avrei avuto nel vedermi, mi cambiai il bendaggio e presi degli abiti che qualcuno aveva appoggiato portandosi via quelli stracciati, mi cambiai e mi lasciai guidare dalle voci chiassose dei due padroni.

Arrivai alla sala da pranzo che era già stata allestita e trovai tutti pronti per mangiare. <> tutti i ragazzi mi salutarono insieme calorosamente poi senza altri convenevoli si iniziò la cena, Aura come c’era da aspettarselo mangiava più di chiunque altro a tavola ma nessuno glielo rinfacciava nonostante la scarsa quantità di cibo, al contrario sembravano tutti molto contenti che gli piacesse così tanto quello che avevano preparato.

<>, mi disse Marko avendo notato la mia espressione preoccupata. <> Aura si fermò un attimo sentendo le mie parole. <>, disse seriamente sentendosi in colpa.

<<…per questo voglio darvi qualcosa per ripagarvi.>> diedi l’oggetto a Marko tra le mani e lui sembrò accendersi dalla felicità, si alzò e andò dall’altra parte del tavolo e mostrò l’oggetto anche al amico che partì dall’euforia con decine di ringraziamenti, sapevo che quella pietra era preziosa ma non quanto e dal comportamento dei due doveva essere molto elevato.

<>

<>

<> promise Luka.

Dopo la cena mi ritirai nella mia stanza, piccola, piena di ogni comodità e dall’atmosfera accogliente. Mi lascia cadere sul letto e la sensazione di morbidezza fu un dolce piacere ritrovato che mi mancava di quel mondo, la tranquillità del non essere braccato o in pericolo faceva da perfetto accompagnamento, era una scena del tutto comune per una persona normale ma per me fu come rinascere.

Qualcuno bussò alla mia porta e senza neanche darmi il tempo per rispondere la porta venne aperta di scatto così come venne chiusa da chi era entrato che si lanciò sul letto e più precisamente addosso a me, d’istinto la schivai rotolando di lato sul letto di riflesso per poi cadere sdraiato a pancia in giù accanto al letto, il tutto non durò che qualche secondo. Aura finì con la faccia sul cuscino dopo aver fallito miseramente il suo attacco, non accennò nessun movimento mentre contemplava la non riuscita del suo piano. <>, disse lamentandosi con la faccia immersa nel cuscino. <>, gli risposi con tono colpevole.

<>, sbraitò scattando di nuovo per azzannarmi al collo, la accolsi a braccia aperte così che lei riuscì a mordermi al collo ma, allo stesso tempo la presi e la ribaltai sul letto trovandomi sopra a bloccargli ogni movimento.

<>

<>

<> la lasciai andare e mi buttai affianco a lei sprofondando la testa nel cuscino. <>

<>

<> Aura non disse altro, strisciò fino a me e appoggiò la testa al mio petto avvolgendo un mio braccio attorno al suo bacino. <>, sussurrò più a se stessa che a me.

Le lacrime gli bagnavano gli occhi mentre brillavano riflettendo la luce delle lingue di fuoco che ci circondavano, il suo viso era macchiato di sangue, freddo e sempre più pallido, la sua voce fievole ripeteva poche e sole parole, le stesse che gli ripetevo anch’io. <>

La sua mano si avvinò al mio viso accarezzandolo col tocco del sangue prima di cadere senza vita, la mano scivolò passando sul braccio macchiandomi la benda e terminando sul parchè nella pozza del suo sangue, la strinsi a me in un ultimo bacio che siglava la mia promessa. La scena si oscurò e il corpo di Pam insieme a tutto quello che ci circondava svanì e mi ritrovai in una antica città in macerie sepolte dalla natura e corrosa dal tempo, da dietro di esse si fecero vedere gli ultimi Titani ancora in vita, i cinque Continentali. Ognuno di quei colossi teneva in mano una possente chiave di forma diversa l’una dall’altra, la loro presenza possente era tanto forte quanto spaventosa, i loro occhi scrutatori mi trapassarono analizzandomi fin dentro il profondo prima di dare il loro giudizio unanime, tutti e cinque alzarono le loro chiavi al cielo da cui un raggio di luce attraversò la volta notturna risvegliando gli astri che come meteore caddero sulle macerie della città travolgendo tutto.

Il forte calore quasi bruciante del corpo di Aura mi risvegliò dal sogno, lei stava dormendo profondamente attaccata come una sanguisuga innocente priva di difese, in quei momenti il suo aspetto naturale si mischiava a quello umano in modo più accentuato, con le pesanti coperte la avvolsi dolcemente cercando di non svegliarla, cogliendo una fascia di luce lunare entrata dalla finestra mi vidi nel enorme specchio davanti al letto, fermai la mia attenzione sulla fascia che mi copriva la fronte, la stessa bagnata dal sangue di Pandora che disegnava una strana figura quasi come fosse un’antica parola, un ideogramma il cui significato mi era oscuro. Uscì dalla stanza e in silenziò attraversai la città in rovina seguendo solo le briciole di una presenza che mi pareva aver riconosciuto, tali briciole mi portarono i bordi della città nella parte più abbandonata e riconquistata dalla natura, un enorme parco antico, una volta splendore della città, ora era divenuto casa di numerosi Nativi selvatici. Mi sedetti in una delle panchine ad osservare tutti gli esseri notturni variopinti e variformi che come se nulla fosse, trascorrevano la notte in compagnia, qualche istante dopo un gruppo poco numeroso di Cervi di Cerinea apparve, sulle loro gigantesche e maestose corna piccoli insetti luminosi si facevano trasportare comodamente contraccambiandoli con ipnotizzanti sfumature di colori caldi e sfumati, uno di loro si avvicinò più degli altri a me arrivandomi ad un metro di distanza, il manto delicato, liscio e bronzeo risplendeva alla luce della luna come la lama di una spada, le corna di un dorato intenso venivano in parte ignorate dallo stemma sulla fronte che ardeva di un bianco quasi trasparente che dava alle corna una sfumatura argentea come gli zoccoli del possente animale.

Mi inchinai in segno di rispetto a capo chino e senza dare nessun segno di ostilità, bensì mostrai tutta la mia vulnerabilità dinanzi a tale personaggio, lui fece lo stesso chinando l’enorme testa e piegandosi leggermente in avanti.

<>

> colsi l’occasione del incontro per raccogliere anche delle informazioni su ciò che si era abbattuto su quelle terre. << se non vi spiace vorrei sapere che cos’è successo in questi cinque anni, chi è stato a fare tutto ciò?>> l’espressione degli interlocutori faceva intuire che era un tasto alquanto dolente ma non rifiutarono di parlarmene.

>

La giovane notte lasciò posto al caldo risveglio del giorno coronato dalle ultime parole delle leggendarie creature della foresta, ogni singola parola spesa mi rimase in testa come stampata a fuoco, immagini descritte nei minimi particolari si formarono nel mio immaginario e un dolore nascosto nelle loro parole mi raggiunse. Si allontanarono poco dopo che il sole raggiunse i bordi della città scomparendo nella foresta con l’augurio di rincontrarci un giorno sperando che per tale data l’ombra che avvolgeva tutto si fosse dissolta lasciando posto ad un limpido panorama solare.

Anch’io imboccai la strada di ritorno alla casa dov’ero ospitato, a quell’ora l’intera città era calma, ancora addormentata, l’aria oppressiva che l’avvolgeva al mio arrivo sembrava essersi attenuata durante la notte ma lentamente quella sensazione di pericolo saturava l’aria insieme alle prime ombre nei vicoli, riuscì ad arrivare alla residenza senza alcun intoppo, il silenzio coronava anche quel posto finché le urla dei due uomini in collera contro i figli dispettosi non riecheggiarono anche all’esterno.

Entrai in casa trovandomi in mezzo ad una lite tra Luka e le figlie che vedendomi entrare si ripararono alle mie spalle come fossi uno scudo. <>, suggerì cercando di calmare il padre furibondo che però accolse le mie parole di buon grado e si riprese. <>

<<è uscita prima del sorgere del sole, aveva uno strano comportamento, ci ha chiesto di dirti che ti raggiungerà appena potrà e ci ha detto di darti anche questa lettera.>> Mariana mi porse la lettera, la presi e la lessi mentre andai nella mia stanza, era una lettera dei cittadini del villaggio ai piedi del monte dove sorgeva il tempo del maestro Mono, al ripensare a quel posto centinaia di immagini mi si affollarono nella testa insieme alle sensazioni provate e al viso della persona con cui avevo condiviso gran parte di quei momenti. Gli abitanti aspettavano con ansia il ritorno dei loro bambini dopo tanto tempo per poter di nuovo vivere un attimo di felicità in mezzo alla disperazione, gli unici riusciti a salvarsi da quella catastrofe che gli aveva investiti, ripiegai la lettera e me la misi in tasca prima di prendere le mie cose, dall’armadio tirai fuori il borsone con cui ero arrivato e mi cambiai prima di scendere di sotto.

Marko e Luka insieme ai loro figli erano in fila accanto alla porta per salutarmi prima che partissi. <<è stato un piacere conoscervi e vi ringrazio ancora per tutto quel che avete fatto per me e per Aura.>>

<> salutai tutti quanti e lasciai la casa avviandomi verso quello che tanto tempo fa era la mia casa.

Mi ritrovai di nuovo da solo a percorrere una strada che mi avrebbe portato dolore e sofferenza nonché al compimento di una promessa, una vendetta che sicuramente avrebbe solo allargato il vuoto che albergava in me, ma alla fine non mi importava più di tanto, ero arrivato fin qui e non mi sarei fermato per nessun motivo al mondo anche se dovessi compiere chissà quali atrocità avrei compiuto la mia missione prima di cercare la strada per tornare a casa, forse lì avrei trovato finalmente pace. Tirai su il cappuccio del giaccone nero che indossavo nascondendo del tutto il mio volto e mi avviai verso la città più vicina da cui avrei fatto ritorno al tempio nonché la città in cui ritrovai Soul, Iris.

Sorvolavo le lande deserte e dall’aria morta del luogo di cui tanto si parlava nelle leggende e dove avrei trovato coloro che stavo cercando, il Tartaro. Mi affacciai appena per vedere meglio la distesa morta priva di forme di vita e dal colore grigio cenere quando la bestia che mi aveva portato per tanti chilometri sulla sua groppa si mise sottosopra facendomi precipitare da un’altezza vertiginosa, senza un appiglio e totalmente incredulo caddi come un meteorite frangendo la tetra manta di nuvole che oscurava il terreno con lo sguardo fisso su quella creatura mentre si allontanava nel cielo incurante del mio destino.

L’aria così tetra e il cielo costantemente coperto da uno strato nuvoloso più simile ad una coltre di denso fumo che altro, attraverso cui filtravano i raggi e la luce soffocata che illuminavano di un rossiccio leggermente accentuato le enormi distese desertiche su cui vagavano coloro che una volta furono adorati sui due mondi e che sconfitti caddero nella loro prigione.

In tutta quella aspra landa morta come qualunque posto abitato da coloro cui sono stati toccati dalla civiltà sorgevano degli agglomerati come città, contee o addirittura piccoli regni, ai margini di uno di questi sorgeva un accampamento tra relitti e rovine antiche assediate da rottami, sporcizia e morte che offriva un valido riparo a coloro che troppo orgogliosi non desideravano stare sotto nessuno.

Una errante del deserto sgattaiolava agilmente tra le rovine alla ricerca del mezzo per poter liberarsi da quella situazione che ormai l’opprimeva da secoli, coperta da cima a fondo pe resistere alla forza incessante del vento tanto improvviso quanto furente. Ritornò ai margini della città al fine di scambiare ciò che aveva trovato con qualcosa che potesse essergli utile quando rivolse lo sguardo verso la collina che sovrastava come un grattacielo la cittadella e su cui sorgeva un piccolo palazzo diroccato e rattoppato con rottami, in quello stesso edificio dimorava il creatore di quella cittadella insieme ad una donna dalle vesti di sacerdotessa dell’antico Argo, su cui schiena era inciso il segno della dea a cui era dedicato il tempio a cui appartenevano le vesti.

La donna dopo aver inutilmente ripulito il piccolo castello malmesso uscì sulla balconata da dove si godeva della vista della cittadella e del piccolo giardino di lei ben protetto dalla muraglia che circondava tutto il castello, era l’unica macchia di colore e di vita dell’intera zona ed era molto ambito da coloro che abitavano nella sottostante città. La giovane donna alzò lo sguardo dal suo giardino facendo per ritornare dentro quando dal buio sconfinato oltre il confine della cittadella comparvero giganti neri come la notte e dalla pelle lucida come il petrolio ma dura come l’acciaio, erano privi di armature e avevano la fisionomia degli Oni con armi bianche dalle dimensioni mastodontiche. La loro origine era sconosciuta così come il loro vero nome o la loro vera natura, da quelle parti li chiamavano solo con un soprannome che faceva capire al volo il loro scopo, Tritamassi.

Essi erano decisamente diretti alla cittadella attirati dalle centinaia di fiaccole disposte per l’illuminazione dell’area e sicuramente avrebbero massacrato e distrutto tutto quello che avrebbero trovato davanti a se, la donna corse subito dentro ad avvisare tutti i protettori dell’arrivo del nemico, subito una schiera di sette guerrieri di varia natura partirono dai piedi del castello per affrontare i nemici appena arrivati.

L’eremita del deserto si voltò sentendo una presenza minacciosa alle spalle e riuscì a scansarsi giusto in tempo rotolando lateralmente evitando il grosso martello a spuntoni che finì per distruggere una colonna abbattendola di netto, gli altri pochi abitanti del luogo scapparono terrorizzati lasciando tutti i loro averi a terra, l’eremita non indietreggiò di un passo, ciò che aveva con tanta fatica raccolto non l’avrebbe lasciato per la comparsa di soli due Tritamassi benché fossero tre volte più grandi e in aggiunta alle spalle dei due giunsero altri tre, erano decisamente più piccoli, alti non più di due metri ma erano anche più forti, veloci e intelligenti degli altri due, a quel punto l’eremita scelse di cogliere l’occasione della confusione per riprendersi le sue cose e andare in un posto sicuro. I cinque mostri dopo un veloce scambio di grugniti si misero a razziare la zona, l’eremita non si lasciò sfuggire l’occasione di prendere qualche rarità da coloro che avevano lasciato tutto per scappare ma anche per cercare per lo meno di rallentare la loro avanzata, si arrampicò sulle colonne che ancora stavano in pedi e che sorreggevano delle specie di case sollevate, con una piccola pressione nei punti giusti ne fece cadere qualcuno dritto sui mostri ferendone uno gravemente e bloccando la via principale che portava al centro della cittadella, sfruttando il momento ritornò alla sua baracca e prese le poche cose che aveva, il suo borsello e la sua arma divina prima che la sua abitazione fosse distrutta da un gigantesco masso lanciato dall’altro gigante infuriato per la sorte del compagno.

I protettori arrivarono sul luogo dello scontro seguiti da una piccola schiera di abitanti del luogo pronti a difendere quel poco che avevano, ma appena si trovarono davanti ai quattro mostri rimasti a scansare i detriti tutti i loro buoni propositi svanirono, il capo dei protettori si fece avanti insieme ai suoi uomini intimando agli altri di farsi indietro. <>, disse notando l’eremita appena arrivata sul luogo dopo essere sfuggita dall’altro mostro, si fermò sopra un’altra colonna inclinata sul punto di cadere e si mise in posizione sfoderando il suo arco dorato e una freccia rossa rubino puntandola contro i giganti.

<> la sacerdotessa arrivata insieme ai protettori rimase poco dietro ad osservare lo scontro, i cinque mostri riunitosi insieme e schierati contro una manciata di guerrieri si stavano per dare battaglia sotto gli occhi timorosi degli abitanti spaventati.

Dalla tenda nuvolosa che nascondeva il cielo un enorme varco circolare si aprì proprio sopra le loro teste, al centro di esse un misterioso oggetto precipitava come pioggia nera accompagnata da uno strano rumore simile ad un sibilo penetrante ce riempì le loro orecchie. Come un meteorite cadde poco distante dal luogo dello scontro creando una voragine di diversi metri di diametro, una folata di vento come un uragano travolse tutti quanti spostando le masse di detriti e facendone crollare altre, il buco nel cielo nuvoloso si richiuse come se nulla fosse successo. Uno dei giganti si diresse verso il buco ma in un batter d’occhio si ritrovò contro un muro posto lateralmente ai protettori con due lunghe sbarre di ferro di quattro metri conficcate nello sterno che lo trapassavano da parte a parte a metà della loro lunghezza, tutti i guerrieri come automi videro la scena senza poter far nulla, i loro sguardi in automatico ritornarono sul buco timorosi di ciò che nascondeva.

Lanciai per prima cosa l’enorme bagaglio che mi portavo sulle spalle oltre il bordo del buco dopo essermi liberato delle due sbarre che avevano attutito l’atterraggio, appena riuscì a sedermi senti il dolore percorrermi tutto il corpo, sentì una forte mancanza d’aria, una inspiegabile resistenza dei movimenti come quasi fossi in acqua e una forza schiacciante che mi trascinava a terra più forte della gravità della terra, solo sentendo tutti quei cambiamenti tanto schiaccianti capii che ero davvero arrivato nella tomba delle divinità, il posto che cercavo, lì dove gli dei erano poco più che uomini. Una sensazione di fremente eccitazione mi pervase il corpo, era come se mi fossi risvegliato dopo tanto tempo, la mia vera essenza era uscita.

La città alle mie spalle era scomparsa già da qualche ora in quella luna e tortuosa strada di cemento in mezzo agli sconfinati prati sulle colline che componevano il paesaggio fresco e primaverile ma ancora adatto per indossare il cappotto, per fortuna sulla mia strada mi imbattei in un gruppo di viandanti a bordo del loro gigantesco camion di scorte offrendomi gentilmente un passaggio fino alla prossima città da cui avrei trovato i mezzi per arrivare più velocemente a Yusuf. All’interno del retro del camion oltre a numerose scorte di armi, divise e quant’altro del ormai a me conosciuto esercito marittimo nerò Màtia c’erano altre persone anche loro in cerca di un posto migliore, un posto più sicuro dove abitare visto che la campagna era divenuto un luogo pericoloso e facilmente soggetto a saccheggi.

Rimasi in un angolo isolato ad aspettare l’arrivo alla destinazione mentre ripensavo alla mia vera casa, a coloro che avevo lasciato lungo questo interminabile viaggio e ai ricordi che iniziavano ad emergere dal cambiamento del paesaggio che prevedeva l’arrivo alla destinazione.

Il profumo di mare e pesce mi era inconfondibile, le urla dei negozianti e l’enorme folla che commerciava tra gli enormi palazzoni ei numerosi negozi all’aria aperta, le gigantesche navi d’acciaio o di pregiato legno albergavano sulla baia pronti ad imbarcare o scaricare il proprio carico, una leggera malinconia mi prese per qualche istante ma passo velocemente visto che non avevo tempo per perdermi nei ricordi, mi allontani dal camion addentrandomi nella famosa città portuale che vide nascere il cacciatore e tutto quello che ne consegui, la città di Alath.

Per curiosità ritornai dopo cinque anni nella zona hangar nel vecchio molo, lì dove è nata la mia adorata nave. Con mia grande sorpresa trovai che era tutto rimasto com’era una volta, il tempo non aveva toccato quel posto lasciandolo immacolato, già che c’ero andai a cercare quei operai che mi avevano aiutato a costruire la nave e che mi avevano preso in gran simpatia nonostante li avessi fatti sgobbare per più di due settimane senza sosta.

Andai nel unico luogo in cui a quell’ora del giorno li avrei potuto trovare, alla locanda più frequentata e più ben fornita di Alath che come il molo non era cambiata di una virgola, il posto era come al suo solito rumoroso oltre ogni tolleranza, gente che urlava e beveva, mangiava e discuteva animatamente in un atmosfera di festa coronata dall’aggiunta di una piccola orchestra di pochi e modesti strumenti, i quali facevano il proprio mestiere impeccabilmente.

Presi il mio solito tavolo in fondo che si vedeva non essere usato da tanto tempo, sopra di esso c’era una piccola targhetta su cui era scritto “riservato al gentile cacciatore di Alath”, mi sembrava un gentile invito che non potevo certo rifiutare, presi posto aspettando che una delle cameriere mi venisse a servire. Non ci volle molto che un gruppo di grossi e robusti uomini accerchio il tavolo con aria alquanto infastidita. <> Alzai lo sguardo scontrandomi con quello dell’uomo rasato dalla sottile e ben curata barba castana, il suo sguardo mutò appena mi riconobbe. <>, Urlò estasiato insieme ai compagni prendendomi sotto braccio in preda alla felicità. <> Le sue urla arrivarono ad ogni angolo del locale e se per caso ci fosse stato qualche soldato sicuramente sarei andato incontro a qualche problema, ma per fortuna non fu così.

La padrona uscì dal suo ufficio al piano di sopra sporgendosi nel soppalco per vedere se era vero. <> Tutti i presenti fecero un boato assurdo per le parole della anziana donna, quando tutti ebbero un boccale in mano la donna fece un brindisi in mio onore. <> Il soprannome venne ripetuto ad alta voce da tutti i presenti come fosse un ruggito prima che il liquore venisse tracannato in pochi attimi silenziosi che sfociarono in urla di feste adornate dalla musica gioiosa, non potei non esserne lusingato anche se sapevo non era tutto merito mio ma di chi mi ha aiutato.

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<>

<< Non molto bene, ultimamente con le nuove scoperte che hanno fatto quello dell’esercito insieme agli altri stati il nostro lavoro è stato sostituito da macchine e quei mostri che abitano in natura, quei Amomongo credo si chiamino, l’ho letto su un libro che ha spopolato da quando te ne sei andato.>> No mi ci volle molto per capire che era il libro che avevo lasciato sull’Andromeda per le ragazze, un ricordo d’addio che loro hanno condiviso con tutti. <>

<>, disse l’uomo prendendo un'altra lunga boccata del liquore.

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La locanda a nostra completa insaputa venne circondata dalle forze dell’esercito di Nerò Zafeiri, la voce che il cacciatore era arrivato in città era circolata velocemente e non tardò ad arrivare alle loro orecchie. Un piccolo plotone venne dispiegato ad ogni possibile uscita dall’edificio per non aver la minima possibilità di farsi sfuggire un ricercato di tale livello, il comandante della missione si dibatteva tra l’eccitazione della fama che avrebbe avuto se fosse riuscito nel suo intento e la professionalità che doveva mostrare davanti ai suoi soldati ma senza però avere buoni risultati, l’uomo si piantò davanti all’entrata principale della locanda insieme ad un gruppo dei suoi migliori uomini pronto a fare irruzione e a prendersi il meritato premio.

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Eravamo tutti infatuato dall’alcol che scorreva, tra canti, balli e gare di bevute in un atmosfera di festa sembrava non esserci niente che potesse rovinare quel momento ma come ogni bella cosa non durò allungo. Dalla porta principale facendo calare un silenzio tombale entrò una squadra dell’esercito marittimo, erano ben armati e dai loro volti pronti anche a dar battaglia, tutti i presenti si alzarono in piedi tagliando di netto quell’atmosfera di festa, con sguardi di sfida squadrarono i nuovi arrivati che in posti come quelli non erano per niente benvenuti.

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I presenti si scambiarono una veloce serie di sguardi prima di rispondere al comandante. <>, rispose la padrona della locanda.

<> i soldati sfoderarono i loro fucili più simili a tozze spade corte color petrolio da cui impugnatura nasceva un piccolo calcio leggermente ricurvo e in lungo grilletto a fori per le dita, il filo superiore della lama che costituiva la schiena dell’arma nascondeva al suo interno un liquido verde foglia in cui erano in immersioni dei sottili e lunghi proiettili appuntiti posti su tamburi a rotazione che ne costituivano le ricariche.

I presenti indietreggiarono di qualche passo al vedere quelle armi ma non si fecero spaventare più di tanto, presero anche loro ciò che avevano a portata di mano per fronteggiare i nuovi arrivati.

Non potevo coinvolgere coloro che non c’entravano nella mia battaglia, mi feci strada tra i presenti presentando dinanzi ai miei cercatori.

<> il capo cantiere mi fermò appoggiandomi una mano sulla spalla per dirmi qualcosa all’orecchio, le sue parole mi fecero venire un leggero sorriso sulle labbra e una grande sensazione di gratitudine nei confronti di tutti loro.

Mi feci mettere delle enormi manette che mi bloccavano metà dell’avambraccio, i soldati abbassarono le armi e si misero in fila per uscire dal locale, io fui messo a metà affiancato da due soldati mentre il comandante guidava la fila, nessuno si mosse come fossero statue finché il comandante non si avvicinò alla porta, un grosso uomo di colore alto più di due metri si mise in mezzo bloccando la porta nonché via di fuga.

<> tutti gli uomini dentro al locale assalirono come un’enorme onda i soldati mentre le urla risuonavano insieme alle sedie e alle bottiglie che volavano in aria. <> ringraziai e mi avviai verso la porta sul retro ma in quel momento irruppero anche da lì i soldati, sfuggì a qualche proiettile scivolando sotto un tavolo che lanciai subito dopo contro di loro.

Salì le scale e andai sul tetto dove sicuramente non avrei trovato alcuna resistenza. Saltai fuori dall’enorme finestra salendo sul tetto e scivolando lentamente lungo la facciata cercando di non dare troppo nell’occhio, giunsi di fronte ad un altro palazzo, era a meno di due metri di distanza perciò mi preparai a saltare ma da sotto qualcuno mi avvistò e nel momento del salto mi colpì ad una gamba facendomi cadere nello stretto e ingombrante vicolo. Mi rialzai con fatica visto che mi si era conficcato su un fianco un lungo coccio di bottiglia, che fece fatica anche ad uscire portandosi con sé qualche striscia di pelle e sangue lasciando una vistosa ferita, tre soldati insieme al tiratore che mi aveva abbattuto entrarono nel oscuro e fatiscente vicolo, la luce verdastra delle loro armi riuscì ad illuminare quasi ad un metro di distanza ma non abbastanza da riuscire ad individuarmi. Mi infilai in un altro vicolo perpendicolare a quello in cui stavo e decisamente più stretto, mi arrampicai sfruttando la vicinanza delle due pareti in mattoni riuscendo ad arrivare a delle malconce scale di emergenza cui ferro arrugginito sembrava sul punto di cedere. Velocemente e dolorante le percorsi ritrovandomi di fronte ad una vasta distesa di tetti confinanti pochi metri l’uno dal altro, la strada era spianata e si districava fino alla stazione delle bestie di fumo.

Mi riposai un attimo soprattutto per la ferita che non smetteva di sanguinare, mi appoggiai ad un grosso sbocco di un camino cui aria bollente mi sarebbe servito, presi una piccola sbarra di ferro trovata dai resti di un cantiere di ristrutturazione e la misi sul camino, mi levai i vestiti sopra la ferita scoprendola all’aria, era un taglio di qualche centimetro sul fianco destro da cui premuto con forza uscì una gran quantità di pus gialla e densa insieme al sangue, dai bordi della ferita come fossero radici piccole ramificazioni nerastre mi si presentarono sulla pelle pulsando come fossero vive. Presi il ferro ormai bollente e di un colore rosso arancio e seguendo il tagli lo applica per coprirlo in una sola volta, dal rumore e dall’aspetto sembrava che la pelle stesse per staccarsi o sciogliersi ma il dolore non lo faceva per nulla presumere, le mani e il fianco mi tremavano incontrollabilmente, stretti i denti e premei più forte quasi fino a far inglobare il ferro dalla ferita, non riuscì più a tenere il ferro e lo lasciai cadere a terra oltre il cornicione, caddi sulle gambe appoggiandomi al camino per qualche secondo sperando che mi passassero le convulsioni mentre la ferita cauterizzata pulsava ancora, la vista per qualche secondo mi si annebbio e quasi persi i sensi dal dolore, furono le urla dei soldati che salivano dalle scale interne a tenermi sveglio.

Mi rialzai in piedi ancora una volta e mi rivestì velocemente prima del loro arrivo, quando sfondarono la porta uscirono in massa dispiegandosi a semicerchio per coprire l’aria del tetto, sfrecciai davanti a uno di loro che partì con una raffica di fuoco interminabile insieme ad altri tre mentre saltai al tetto successivo sbattendo goffamente sulle tegole rossicce, mi rimisi in piedi prima che i soldati potessero di nuovo mettermi sotto tiro e scattai a zig zag utilizzando a mio favore le diverse forme e le numerose protuberanze sui vari tetti.

Dopo qualche palazzo la presenza dei soldati era totalmente scomparsa ma non il loro tentativo di catturarmi, oltre il muro di palazzi alla mia destra come un mostro Marino che sbuca dall’acqua una piccola navetta dall’aspetto minaccioso simile alla testa di un serpente iniziò a sparare a raffica incurante dei danni che avrebbe provocato, la navetta si spostò in aria con gran velocità quasi imitando i movimenti di un colibrì arrivandomi davanti a bloccarmi la strada, due grossi occhi luminosi di un verde acceso si posarono su di me fermando del tutto la mia corsa. <>

Non potevo fermarmi proprio a quel punto, ero quasi arrivato alla gigantesca stazione a cupola da cui partivano i bestie di fumo. Mi misi in ginocchio con le mani appoggiate a terra stremato dalla fatica e dal dolore, mi venne in mente quando arrivai ad Iris alla ricerca di Soul, anche quella volta mi ritrovai a diversi metri da terra con un obbiettivo oltre un grosso ostacolo.

Scattai all’improvviso cogliendo la loro sorpresa per superare il loro velivolo in salto quasi sfondando il tetto in legno del palazzo usato come base di lancio. Le nuvole di fumo si alzarono come colonne di vapore dei geyser, i giganteschi mostri di ferro dalle insormontabili ruote dentate e bronzee sostavano in fila l’uno accanto all’altro divisi tra loro da spaziose banchine pronti a ripartire sulle ferrate strade costruite appositamente per loro.

Caddi come pioggia in mezzo alla piazza quasi investendo qualche passante ma rialzandomi subito, sfruttai il fatto che fosse stracolma di gente per far perdere le mie tracce, con passo svelto e cercando di mantenere un atteggiamento il più normale possibile entrai nell’enorme cupola che costituiva la stazione, al suo interno lunghe code di persone che si dirigevano verso le bestie di fumo verso le varie direzioni e mete dei quattro grandi stati, su grossi tabelloni di ferro con delle targhette di legno vennero mostrate le varie mete e tra di esse spiccava la città di Iris, un’altra importante stazione nonché fulcro di uno stato, mi avviai verso il binario da cui sarebbe partito l’enorme mostro.

Sembrava che le acque si fossero calmate ma come era solito succedere era tutto troppo bello, dai possenti altoparlanti distribuiti su ogni angolo della stazione la voce di un ufficiale dell’esercito blocco il trafficare irrefrenabile di quel luogo. <> all’improvviso su tutta la cupola di vetro che ricopriva la stazione apparve proiettato un avviso di ricerca di un colore rosso acceso in cui spiccava una foto scattatami sul tetto del palazzo dal loro velivolo, tutti in quel momento poterono finalmente vedere il volto del cacciatore.

<<è solo un ragazzino!>>, disse sorpresa una signora sconcertata e quasi schifata, distolsi lo sguardo dalla cupola e coprendomi il viso il più che potevo col cappuccio andai verso il binario prima di perdere l’unica occasione di uscire da quello stato senza dover combattere. <>, urlò un impiegato della stazione accompagnato da quattro soldati armati e pronti a sparare. La gente si voltò verso di me e si allontanò velocemente lasciando un ampio ellisse cui fuochi eravamo io e i miei inseguitori. <>

Feci come mi ordinarono, mi voltai lentamente verso di loro con le mani alzate, uno dei soldati fece rapporto dal suo dispositivo auricolare della mia cattura mentre gli altri mi tenevano ben sotto tiro. <> abbassai lentamente le mani per levarmi il cappuccio quando il rumore che pareva un ruggito della bestia di fumo riecheggiò nella stazione, le ruote dentate cigolarono mentre iniziava il suo moto, non avevo molto tempo per agire perciò accelerai le cose, con una mano stretti l’impugnatura che sbucava dal mio sacco facendola leggermente ruotare, un sibilo assordante sovrastò il suono della macchina in movimento facendo tremare le enormi vetrate della stazione e straziando l’udito dei presenti che caddero il ginocchio coprendosi le orecchie per il rumore martellante.

Mollai la presa e corsi verso la macchina in moto facendomi strada fra i malcapitati viaggiatori, nuovi soldati irruppero nella stazione iniziando a sparare sulla folla ma senza riuscire a centrare il bersaglio, il gigante di ferro dalla testa affusolata di squalo e dal lungo corpo di anguilla sputò lunghe colonne di fumo dagli sfiatatoi sulla schiena, i profondi occhi rossi risplendettero come fuoco accelerando sempre più, i colpi di proiettile dei soldati non lo scalfirono minimamente, mi affiancai a lui poco prima di lasciare la stazione, trovai uno spiraglio in quell’armatura a scaglie che lo ricopriva, una delle porte da cui entravano i passeggeri, con un balzò riuscì ad proiettarmi contro di essa e ad aprirla di forza infortunandomi la spalla ma riuscendo ad entrare, richiusi la porta appena rialzato lasciandomi ad un attimo di tranquillità in quello spazio tra i due vani passeggeri.

Entrai in uno dei lunghi e accoglienti vagoni dai sedili rinfoderati di color rosso cremisi schierati l’uno di fronte all’altro, andai in fondo al vagone dov’era molto meno affollato e mi sedetti vicino alla sottile e lunga vetrata da cui si poté osservare il paesaggio marittimo che lentamente lasciava posto alle lussureggianti pianure fiorite di un blu celeste, mi lasciai andare dopo lo sforzo compiuto e il dolore sopportato che insieme alla fatica stavano ritornando velocemente, appoggiai il mio borsone alla finestra e lo usai come cuscino per la testa sperando di non dover scappare in mezzo ad un viaggio così lungo e di arrivare a destinazione il giorno seguente. Lo splendore di quei campi incontaminati che si facevano trasportare dal vento mi fecero immergere in attimi del passato creando la tela per un disegno di un attimo di vita:

Alla sua sola vista Aura scappava di corsa anche solo a vederlo in una foto, il blu sconfinato del acqua di mare era un immagine che la terrorizzava poiché odiava farsi il bagno e per me era un’impresa farglielo fare anche se amavo le sfide e con lei c’è ne era sempre una. Quel giorno il sole picchiava forte e in una giornata così calda e assolata non c’era niente di meglio di un buon bagno e visto che erano giorni che Aura non si faceva il bagno era tutto fin troppo perfetto, ovviamente lei aveva capito che quel giorno l’avrei lavata perciò era fuggita costringendomi a rincorrerla per tutto il tempio.

Gli studenti stavano pulendo le stanze dopo giorni di pioggia ma per loro sfortuna la candida bestiolina non ne voleva sapere di lasciarsi prendere, i rumori di schianti e oggetti caduti incuriosì un po’ tutti facendogli allungare le orecchie, quello che sentirono furono le mie solite minacce. <> lei però non ne voleva sapere, se ne stava dall’altra parte del tavolo sulla difensiva lanciandomi ruggiti di sfida. <>, gli urlai saltando dall’altra parte ma facendomela sfuggire all’ultimo sbattendo contro il mobile. Lei se ne uscì dalla stanza sfrecciando nel corridoio esterno che si affacciava al giardino sporcando tutto il parchè, dopo essermi ripreso dalla brutta botta in testa gli corsi dietro alquanto in collera, seguì le sue traccia a tutta velocità quando all’ultimo, dietro l’angolo sbucò bella come il sole Pam, il suo sguardo mi pietrifico le gambe facendomi cadere a terra, ai suoi piedi.

<>, mi chiese in ginocchio aiutandomi ad alzarmi, mi si blocco la lingua al solo guardarla in quella sua tunica bianca dai dettagli floreali. <>, chiese più preoccupata visto che non rispondevo.

<> lei mi aiutò ad alzarmi ma al tocco tra le nostre mani sentimmo entrambi un certo imbarazzo. <>, dissi di riflesso ritraendo la mano. <>

<>

<>

<>

<> la ringraziai e ripartì all’inseguimento.

Feci il giro intero del giardino e una veloce ronda interna del tempio più il magazzino ma non riuscì lo stesso a trovarla, chiesi anche agli altri studenti ma nessuna l’aveva vista dopo il gran trambusto, a quel punto dovevo ampliare la mia ricerca, dovevo andare nei dintorni del bosco anche se non mi sembrava che lei potesse andarsene senza di me. Andai a cercare Pam per dirle che avrei tardato un po’ per il nostro appuntamento ma neanche lei si fece trovare perciò andai subito a cercare la piccola ribelle. Mi inoltrai nel bosco sperando di non incontrare qualche creatura ostile come mi era successo quasi ogni volta, seguì la strada che portava alla fonte dopo aver notato le tracce di zampe nel terreno ancora bagnato dai giorni di piaggia costante che si erano appena conclusi, continuai a camminare cercando di stare attento ad ogni rumore, odore o presenza inusuale che abitasse quel posto.

Arrivai nelle vicinanze del laghetto dimora delle spoglie della madre di Aura e pensai in quel momento, che era il luogo più naturale in cui potesse nascondersi e che con difficoltà avrei mai pensato di trovarla, sbucai dalle alte siepi che facevano da recinto al piccolo angolo di tranquillità, appena focalizzai la scena provai un misto di vergogna e sorpresa che mi fecero inciampare con una radice sbattendo di nuovo la testa a terra. Appena sentì il mio rumoroso colpo Pam si voltò verso di me quasi spaventata da quel rumore, stringeva tra le braccia l’evasa inzuppata e pulita come non mai. Mi rialzai in piedi e mi coprì subito gli occhi poiché com’era normale quando si è in acqua a fare il bagno, erano totalmente nude. <>, dissi subito per evitare una discussione per cui sarei passato per quello giustamente in torto. Pam si immerse fino al collo insieme ad Aura paonazza in viso. <>

Mi voltai dall’altra parte al sentire quell’ordine dato tanto istericamente. <>

<> Aura sfruttò il momento di distrazione di Pam per sfuggirgli dalle braccia nuotando verso di me.

La accolsi tra le mie braccia come una preda scampata al suo cacciatore. <>

<>, disse più divertita che infastidita.

<> mi levai la maglietta e la usai per asciugarla.

<> Aura si strusciò contro il mio petto in segno di ringraziamento e con una pelliccia così morbida era una piacevolissima sensazione, alzai lo sguardo verso l’enorme albero quando rimasi a fissare la lapide che avevo costruito alla madre, in cuor mio risentì quelle emozioni che mi avevano attanagliato nei suoi ultimi attimi di vita.

<>, chiese Pam nuotando verso di noi vedendomi assorto nei miei pensieri.

<>

<> non presi la cosa alquanto bene e me ne stavo per andare deluso ma mi fermò subito. <>

II

Yusuf

Il ruggito del mostro e la sua improvvisa frenata mi risvegliarono in modo alquanto brusco dal sonno di piacevoli ricordi, presi il mio borsone e con la testa coperta dal cappuccio mi avviai verso una delle uscite, confondermi tra la gente non fu difficile e dopo qualche minuto potei sentirmi più libero una volta uscito dalla stazione, ma l’aria che si respirava non era per nulla quella di Alath, una pesante atmosfera di tensione avvolgeva la città fortificata e ben rifornita di truppe pronte ad ogni eventuale problema, quell’atmosfera di gioia e dal tono settecentesco era quasi del tutta svanita se non fosse per la presenza di qualche palazzo non distrutto o gravemente danneggiato dalle ripetute battaglie, la gente per strada sembrava restia ai soldati e agli stranieri come non mai, la regalità del popolo che ci abitava era stata spazzata e ogni ceto sociale non era più distinguibile dal atteggiamento e dal vestire, era evidente che tutta la grande ricchezza di quella città simbolo del potere e della nobiltà dello stato era stata strappata via e portata da qualche altra parte, e la cosa era evidente dalle pessime condizioni in cui versava la fortezza dell’esercito.

Non rimasi a guardare oltre e passai attraverso l’antico mercato della città ormai privo quasi totalmente della sua merce variopinta che ammagliava gli occhi e provocava curiosità, ma per quel che riguardava la quantità di gente che ci andava non era inferiore ai tempi della mia ultima visita, le pattuglie piazzate ad ogni angolo delle strade controllavano con sguardi penetranti tutti i viandanti che passavano in città, dall’alto dei palazzi i cecchini non erano da meno, se fossi stato ricercato anche in questo stato sicuramente non sarei passato inosservato ma non c’era comunque da stare tranquilli visto che non ci avrebbero messo molto a inviare i mandati di ricerca anche agli altri stati, perciò muoversi di giorno non era sicuramente la scelta migliore ma il tempo non era dalla mia parte.

Senza essere individuato o fermato dalle forze ufficiali riuscì a raggiungere le porte della capitale trovandomi non più davanti le grandi distese di verde che si estendevano per chilometri ma i semplici resti di quello che c’era una volta, una terra coperta da uno spesso strato di cenere e tronchi ragliati e riversati a terra era quello che ne era rimasto, per proteggere la loro casa avevano fatto tabula rasa della zona circostante per evitare attacchi a sorpresa e per fortificare le loro difesa eliminando la vita che gli circondava, enormi mostri ricoperti da una pelle simile a pietra incatenati portavano i possenti tronchi in città sotto lo sguardo vigile dei soldati, una visione che martoriava il cuore e distruggeva il ricordo di quello che era una volta quella terra.

Col favore della notte che scendeva velocemente oltre gli alti tetti dei palazzi della città, mi allontanai senza curarmi di essere fermato da anima viva, seguì la strada che cinque anni prima percorsi per andare a cercare mio fratello e che mi portò a tutto quello che ne conseguì.

Il fuggitivo era scappato a numerosi arresti e trappole con gran abilità dando filo da torcere ai reparti scelti che ne seguivano gli spostamenti, era un ladro qualsiasi, un truffatore e uno a cui piacevano cose più grandi di sé per quelli che lo conoscevano ma per quelli dei quattro stati era uno delle poche persone ad essere entrato in contatto con coloro, che da cinque anni, hanno iniziato la distruzione dei quattro grandi stati. In ogni stato almeno uno dei grandi ufficiali venne incaricato di occuparsi di persona della sua cattura visto l’importanza che ricopriva, un ordine impartito direttamente dai grandi generali, l’incaricata dell’esercito della fiamma vermiglia non si tirò di certo indietro ed insieme alla sua fidata squadra partì subito cimentandosi all’inseguimento del soggetto, per settimane, attraverso decine di città e incontrando altrettanti informatori era finalmente arrivato il nome del luogo dove si era nascosto, una cittadella ai piedi di una montagna con una tragica storia alle spalle nascosta tra i colori della natura più paradisiaca.

Dalla distesa incolmabile come il mare, dai forti colori primaverili finalmente riemersi in quella strada che molti anni prima avevo percorso, ero tornato in quel luogo fermatosi nel tempo, identico a come lo era una volta, un piccolo villaggio in legno dalle fantastiche persone, Yusuf. Emozioni forti e contrastanti mi avvolsero ad ogni passo, lì in quel luogo non avevo motivo né desiderio di mascherare il mio viso, la dolce brezza che fin dal mattino accarezzava ogni cosa in quel luogo donando una freschezza che sapeva di vita, l’atmosfera calda e famigliare che si respirava mi riportava a ciò che ero prima di partire. Una signora mi fermò prendendomi per una piega del cappotto. <>, domando con occhi lucidi e voce ronca. Mi voltai verso di lei riconoscendola nonostante il tempo l’avesse toccata. <> la fruttivendola non riuscì a trattenere le lacrime e a gran voce chiamò a rapporto tutti quelli del villaggio.

Molti di quelli che accorsero all’appello erano gli stessi abitanti, commercianti, agricoltori e braccianti di una volta, gli stessi che frequentavano abitualmente il tempio e che conoscevo bene, in loro sembrò risplendere una luce che per anni era rimasta lieve nella speranza di questo giorno, vidi anche facce nuove, donne, uomini e bambini trasferitisi in un luogo più pacifico per ovvie causa. Tra i nuovi acquisti del villaggio ad accogliermi giunse un uomo sulla cinquantina, robusto dai bassi capelli bruni e dal vestire da monaco accompagnato da quattro ragazzi nelle stesse vesti. <> contraccambiai il suo benvenuto con un leggero inchino del capo seguita da una dovuta stretta di mano amichevole.

<>, domandò la fruttivendola.

<<è in giro a dar fastidio a qualcun altro per quanto ne so, non è venuta perché gli sarebbero tornati i bei momenti e il come gli ha persi ma vi saluta tutti quanti e si aspetta che gli porti molte cose da mangiare.>> tutti risero concordando che era una gran golosona. <>, dissi con amarezza.

Tutti quelli che lo avevano vissuto capirono subito a cosa mi riferissi e per un momento divennero tutti cupi e il silenzio risuonò nell’aria ma non allungo. <>, disse il grosso fabbro uscendo dall’officina sporco di cenere e sudore.

Fui subito condotto con gran entusiasmo da parte del monaco e dei suoi allievi al tempio, alla compagnia si unì anche qualche abitante del villaggio, nel breve tragitto di strada che separava il villaggio dal tempio ognuno di loro con proprie parole mi raccontò uno per uno ciò che era successo: i monaci che erano partiti alcuni giorni prima della tragedia che ci colpì appena seppero quel che era successo decisero di viaggiare per i quattro angoli delle terre di Raicos per radunare fondi, il loro fu un lavoro arduo che però si concluse positivamente un anno dopo, tornarono alle rovine del vecchio tempio e lo ricostruirono in memoria dei caduti e per continuare il lavoro del maestro Mono, in poco tempo la loro impresa divenne nota e molti viaggiarono tra gli stati per vedere o far istruire i propri figli al tempio risorto.

Quando lo vidi ci trovai alla prima impressione ben poco di famigliare, era decisamente più grande dall’aria possente e a prova di ogni calamità ma soffermandomi di più sulla sua anima ritrovai quella sensazione che provai la prima volta che lo vidi, quell’aria di pace e armonia che l’avvolgeva come un manto. <>, chiese dolce la figlia della vecchia fruttivendola ora divenuta una donna a tutti gli effetti, mi accarezzo i capelli come farebbe una madre al figlio. <> detto ciò si avviò per la strada del ritorno insieme agli altri, più per far sì di non abbandonarsi alla nostalgia e al dolore che per delle faccende in sospeso. Sora mi invitò a seguirlo così che potesse mostrarmi più da vicino la struttura del nuovo tempio, non ebbi nulla da ridire e lo seguì come un cane fa col suo padrone.

Mentre passavamo tra i corridoi, nelle stanze e nelle sale le immagini di frammenti di passato si sovrapponevano al presente così come le sensazioni, le emozioni che provai a quel tempo, bastava un piccolo dettaglio, qualcosa rimasta viva da quel incendio a far riaffiorare tali momenti che si concludevano con un triste senso di nostalgia. <>

Gli studenti di Sora ci seguivano come ombre attenti come volpi ad ogni parola che ci scambiavano e ad ogni mia reazione nel visitare le varie parti del tempio sembravano voler sapere di più su quello strano ragazzo che diceva essere stato uno studente del antico e famoso tempio. L’intero giro fu decisamente più lungo di quello che feci la prima volta arrivato lì poiché era più grande con altre due strutture aggiunte, una di queste mi incuriosì per le sue dimensioni anomali. <>, chiesi indicando lo strano magazzino che dalle dimensione sembrava troppo grande e ben isolato nonché ben strutturato per uno scopo così banale. <> il tono della sua voce non mi sembrò del tutto convincente. << mi pare troppo grande e troppo ben curato persino per un magazzino ma se lo dite voi deve essere veritiero.>>

<>

Dietro il tempio in un luogo circondato dai tre edifici come a proteggerlo da sguardi indiscreti era stato costruito un enorme altare di quasi tre metri in una bellissima e lucente pietra bianca al cui centro riposava una enorme lastra nera adornata da bellissime composizioni floreali e da numerose candele accese da fiamme dei colori dell’arcobaleno, mi avvicinai ad essa e toccai con mano le iscrizioni in altorilievo che ci erano state incise a mano, riportava il nome e uno schizzo del volto di ognuna delle ventuno vittime della tragedia. <>, disse Sora capendo a grandi linee come mi dovessi sentirmi, lui e gli studenti ritornarono dentro al edificio principale lasciandomi avvolto in un silenzio tombale. Le gambe mi cedettero e caddi in ginocchio mentre il cuore mi parve rallentare mentre si spezzava lentamente, mentre una ferita di vecchia data si riapriva lentamente e le lacrime rosse come l’oscurità che ci avvolse quel giorno sgorgarono spezzando il pallido colore del mio viso, le immagini dolorose dei corpi zuppi di sangue privi di vita mi accecò gli occhi, le mani mi tremarono come a quel tempo e l’impotenza di non esser riuscito a far nulla per impedire che succedesse mi perseguitava senza tregua, ed erano passati già degli anni e non avevo ancora combinato nulla e quella promessa che gli feci non era stata ancora compiuta, toccai l’incisione del suo nome mentre lo sguardo fu rapito da quel suo sorriso innocente raffigurato in quella lastra oscura che risplendeva come una perla alla luce, così come raggiante e forte era ancora il mio amore per lei. <> accarezzai quel volto su pietra come se fosse davvero lei prima di rialzarmi in piedi. <>

Lasciai il santuario e mi addentrai nel bosco tra le sue impervie, quella zona negli anni si era fatta più irta e selvaggia e diverse altre forme di vita ne avevano preso abitazione, si era riempita di nuovi colori e suoni ma il sentiero percorso centinaia di volte era rimasto lì sotto tutto quel verde mi ci volle solo un po’ più di tempo per ritrovarlo e per ritrovare quel posto: l’acqua era splendida come sempre, dai colori dell’aurora che si riflettevano anche sull’aria densa di vapore che la copriva, cristallina e calma lasciava vedere la vita che ci zampillava dentro nelle sue diverse forme, piccole piante o animaletti dai corpi fluorescenti, il suo calore riscaldava anche i cuori più freddi sotto la possente ombra del maestoso e elevato albero rigoglioso dai mille colori.

Arrivai sotto la sua ombra notando con immenso piacere che ciò che avevo costruito per lei era ancora immacolato, l’omaggio alla madre che aveva protetto la figlia a costo della sua vita, la madre di Aura e l'essere per cui nutrivo un sentimento che non capivo ancora bene. Mi sedetti al suo fianco appoggiandomi all’albero come ad un incontro con un’amica nel solito posto.

<>

Quelle immagini ritornarono ancora, tinte di sangue e oscurità tra le fiamme, la distruzione incontrollabile ardente, le maschere impassibili, i corpi a terra in pozze di sangue privi di vita e Pam tra le mie braccia fredda, sporca di sangue, nei suoi occhi il dolore e la paura, le sue labbra ormai prive di colore al tocco gelide furono l’ultima cosa che sentì prima di essere avvolto dalla distruzione di quella tragedia.

Il tocco morbido e caldo delle vita sul viso mi fece scattare come una molla tirandolo verso di me, le braccia gli scivolarono come serpenti sulle spalle stringendogli la testa in una morsa degna di un serpente, il gracile e squillante urlo tipico di un bambino mi fece lasciar la presa ancora prima di rendermi conto di cosa succedesse, la piccola creatura scappò spaventata da altri suoi amici nascosti nella sterpaglia.

Mi rialzai in piedi sgranchendomi per il lungo riposo ancor prima di preoccuparmi di chi fossero quei bambini e come fossero spariti così in fretta nella boscaglia, pensai che chiunque fossero stati non avevo dato una bella impressione. <>

La mia impressione si rivelò veritiera, l’esercito Vermiglio era già arrivato al tempio composto da una squadra di otto uomini equipaggiati con le stesse armi da fuoco dei miei inseguitori dello stato marittimo, chiunque sarebbe arrivato alla conclusione che fossero lì per me anche se erano arrivati fin troppo velocemente e l’efficienza non era uno dei tanti pregi dell’esercito. Sora stava parlando con loro animatamente, soprattutto con uno che aveva l’aria di essere il capo del plotone, l’uomo era sul punto di perdere la pazienza mentre il monaco dinanzi a lui bloccandogli la strada provava a farli desistere dal loro intento nonostante l’evidente paura che provava per quella divisa.

Il soldato diede l’ordine di irrompere dentro ma alcuni studenti, quelli più grandi uscirono a bloccarli dando prova di quel che avevano imparato, diedero filo da torcere ai soldati che trovandoseli di fronte non poterono usare le loro armi ma dovettero ricorrere alla forza fisica per sovrastarli, per quanto quei ragazzi fossero ben allenati non durarono molto e finirono a terra con non pochi lividi. Mi intromisi nella questione per cercare di capire se potevo almeno non coinvolgere quelli del tempio. <>

<>, rispose facendo la voce grossa l’uomo affiancato dai compagni d’armi. <>

<> i soldati presero i fucili da terra e mettendosi in linea puntarono le loro armi contro di me. <>, urlò con forza il loro capitano ma ciò che seguì quelle parole non fu che lo schiocco secco e solitario del grilletto, riprovarono un altro paio di volte prima di rendersi conto che le munizioni gliele avevano tolte i ragazzi quando erano caduti a terra dopo il loro scontro a mani nude. <> gli studenti anche se feriti se la risero di gusto mentre tornavano dentro dietro ordine di Sora fiero e allo stesso tempo preoccupato di quel gesto avventato e sciocco. <> benché non mi conoscesse l’uomo non fu così sciocco da sottovalutare un nemico che si mostra così sicuro di se nonostante la inferiorità numerica dell’avversario e il fatto che avessi in quel lungo borsone sicuramente un arma. <> era decisamente uno che voleva avere l’ultima parola ad ogni costo e gliela lasciai volentieri, i soldati si ritirarono in un attimo e l’atmosfera di pace ritorno come prima, gli studenti esultarono vittoriosi come se avessero vinto una dura battaglia e infatti non avevano torto anche se i guai non erano finiti.

Sora e alcuni studenti mi si avvicinarono per condividere la gioia del momento e il pericolo scampato. <>

<> Sora ebbe un leggero sussulto ma lo mascherò molto bene come se fosse sorpreso di quella strana frase. <>

<> venni trascinato tra le acclamazioni dentro al tempio mentre Sora rimase quasi avvolto da forti dubbi davanti all’entrata. <>, invitò una studentessa prendendolo per una mano. <>

La notte in quel posto era splendida come sempre, la leggera brezza, i profumi che portava con se e la limpidità di quel cielo ricolmo di luci e della sua luna era straordinaria. <>

<>

<>

<> feci una breve pausa e poi continuai il discorso. <> Sora rimase in silenzio meditando su quelle parole come se ci fosse un significato nascosto poi diede la sua risposta. <> mi voltai verso di lui accennando un sorriso d’intesa poi mi alzai per andare nella mia stanza a riposare. <>, chiese prima che entrassi.

<> il monaco rimase solo sotto la luminosa volta celeste per qualche istante prima di dar retta alle mie ultime parole quindi tornò dentro. <>, sussurrò lui come se il vento potesse portare tali parole all’orecchio del suo interlocutore.

La mattina tanto fatidica non tardò nell’arrivare e con le prime luci dell’alba su per la scalinata si sentivano possenti i passi a ritmo di marcia dei soldati venuti a compiere ciò che era stato lasciato in sospeso il giorno prima, ad attenderli seduto sugli scalini ammirando il panorama mentre si risvegliava fui io e un manipolo di studenti che stringevano tra le mani le loro lance e bastoni da allenamento, cercavano di non lasciarsi andare alla paura ma i loro corpi non condividevano i loro intenti, benché non eccessivamente tremavano come rami tra il vento di autunno. Quando finalmente i loro elmi color rame accesso coronati da una vistosa piuma rossa sangue sbucarono, gli studenti si irrigidirono come alberi puntando lo sguardo contro i nemici che emergevano dalla linea dell’orizzonte, mi coprì il capo con il cappuccio pensando di essere così alla pari, poiché non conoscevo i loro volti, mi feci strada tra gli studenti arrivando davanti a loro ad accogliere il loro capitano, la sua armatura parziale che copriva solo il petto, gli avambracci e gli stinchi, differiva dal colore uniforme delle divise del suo plotone in un crema tendente al bianco e dai dettagli raffinati, la sua fisionomia e il resto del abbigliamento facevano decisamente capire che sotto la maschera d’argento c’era un viso femminile.

Fu la prima volta che ne vidi una dopo il mio ritorno, qualcuno che indossava una maschera per celare il volto, al primo impatto sentì una fitta al cuore che si espanse in tutto il corpo finendo in una tempesta di fulmini che mi trafissero il cervello, per un solo istante una voglia animale e irrazionale di morte mi pervase. Tutto il dolore, l’odio, la frustrazione e la rabbia primordiale coltivata negli anni sopportando ogni evento che mi avesse avvolto come fosse un manto in quel istante si concretizzò e una voce dolce e fredda mi risvegliò distruggendo quello che parve una maschera sotto la quale mi occultavo, ciò che era impresso sulla mia schiena. Mi strinsi il viso con la mano destra come a voler strappare quella sensazione dalla mia testa e gettarla a terra, il tocco gelido delle mie dita sul viso fino a fermarsi al toccare quella fascia che mi copriva la fronte fu sufficiente a non lasciarmi andare a quell’impulso.

<> minacciò la donna senza mostrar alcuna emozione o titubanza.

<>, dissi incamminandomi. Gli studenti mi guardarono sorpresi delle mie parole quanto del fatto che li stavo lasciando soli a combattere contro mostri che non avrebbero sicuramente battuto, passai affianco al capitano che non mosse un dito come se fosse del tutto indifferente alla mia presenza, superai anche gli altri soldati e arrivai ai piedi delle scale. <>, disse un suo subordinato ma lei non rispose, stavo già incamminandomi quando a bloccarmi la strada ci trovai un altro soldato che mi puntava una pistola nera dalle modeste dimensioni. <> alzai le mani in segno di resa camminando al ritroso mentre quel soldato avanzava, alla fine mi ritrovai davanti agli studenti e lui affianco al suo capitano.

<>, disse tra i denti uno degli studenti esprimendo quello che provavano tutti loro, mi limitai a non rispondere e a capire le intenzioni dei soldati.

<>, rimproverò il soldato con molta scioltezza e famigliarità, il capitano non rispose ma doveva provare un certo imbarazzo come gli altri soldati alle parole del loro commilitone dette con tono quasi amorevole.

<>, disse per provocarli il primo studente e il più grande tra gli allievi di Sora e la cosa per quanto infantile funzionò.

<> fu la risposta del soldato cambiando improvvisamente il tono di voce. <>

<> sorrisi a quelle parole. All’ultimo che aveva ridotto in cenere il tempio avevo promesso di ucciderlo facendolo soffrire come mai prima ed eccone un altro che si credeva più forte degli altri. <>, risposi secco parandomi davanti a loro con aria minacciosa.

<> i tre tirarono fuori degli strani basto composti da tre parti cilindriche che ruotavano velocemente l’una opposta all’altra ottimizzando la forza d’impatto, delle vere armi fatte per il solo gusto di picchiare a sangue.

I loro movimenti erano precisi e essenziali, fini solo allo scopo di colpire per infliggere il maggiore danno possibile e con la forza maggiore che si poteva liberare, i loro fendenti per questo motivo avevano lunghe traiettorie semicircolari e facili da capire, una piuma mossa dallo spostamento d’aria di chi cerca con velocità di prenderla senza riuscirci, così sembrai agli occhi di chi ci guardava.

<>, si domandò a denti stretti il secondo in comando mentre il capitano rimase impassibile e silenziosa ad osservare i suoi soldati fallire ogni colpo che veniva schivato con apparente semplicità e compostezza.

<<è sorprendente! Non riescono a colpirlo, via così!>>, urlarono in coro gli studenti estasiati e incantati.

<>, sbraitò il soldato puntando l’arma contro di loro, dalla cintura prese una specie di scatola rossa brillante che infilò al posto del tamburo della pistola, una fiammata come respiro di drago esplose in linea retta contro i ragazzi, gli altri soldati si buttarono a terra per schivare il colpo dal ampio raggio che prendeva un’aria cunicolare di diversi metri quasi ad arrivare alle porte del tempio. <> il suo sorriso di soddisfazione mentre impugnava l'arma era quello di un omicida più che di un soldato. <>, le urlò contro il capitano alterata. <> lui la guardò stranito, non era un comportamento tipico della donna ma lui non fermò il fuoco e ignorò le parole del capitano che lo intimavano a fermarsi, neanche il trovarsi puntare una pistola servì a farlo desistere dal dare una lezione a quei ragazzi.

L’abito scuro parve assorbire il fuoco e ignorare il calore infernale, esso non mi toccava né mi scuoteva l’animo, le lingue di fuoco si scissero in due al tocco passando ai lati e mancando del tutto gli indifesi studenti che si videro quella sagoma aprir loro una strada dove il respiro dell’arma non toccava. Presi l’arma dalla bocca stringendogliela fino a chiuderla definitivamente, il viso di soddisfazione svanì coperto dalla paura e dalla rabbia, lo spinsi via colpendolo al petto col palmo della mano facendolo vacillare e cadere a terra a qualche metro di distanza.

<>

<> la domanda fu interrotta dalla superbia presunzione del suo secondo. <> puntò la pistola contro di me ma la sua capitana si mise in mezzo intimandolo di fermarsi ma lui non l’ascoltò, la rabbia lo aveva accecato, premette il grilletto con l’intento di uccidere me anche a costo di sparare al suo capitano, presi la donna per un braccio tirandola verso me e stringendola al petto dando le spalle al suo secondo, che si trovò in una bolla di fuoco che esplose travolgendolo e scaraventandolo contro le rocce che delimitavano il perimetro del tempio finendo per svenire, l’esplosione travolse anche noi ma rimanemmo illesi.

<> lasciai la donna e mi pulì il cappotto dai residui dell’esplosione. <>, rimuginai dando un occhiata a quei soldati atterrati con tanta semplicità. <>

<>, Veronica si tolse la maschera e si buttò su di me abbracciandomi calorosamente con tutte le forze presa dall’emozione.

<>, lamentò uno degli studenti buttandosi seduto a terra insieme agli amici.

<>, le chiesi sorpreso cercando di inquadrarla un secondo. <> lei arrossì ma non declinò il mio complimento.

<>, disse con voce spezzata rifocillandosi nuovamente tra le mie braccia, era alta quasi quanto me e a vederla era davvero un’adulta ma in alcune cose ricordava la ragazza che aveva rapito mio fratello e che voleva uccidermi a tutti i costi, testarda, dura ma che si lasciava prendere dai sentimentalismi.

<> i soldati si rialzarono e senza dire una parola fecero come detto dal capitano alzando le mani in segno di arresa, alcune studentesse uscirono dal tempio a medicare i ragazzi e anche un po’ controvoglia anche i soldati poiché aiutare tutti era uno degli insegnamenti fondamentali del tempio, anche i nemici o coloro che ti fanno un torto erano compresi.

<>

<>, disse con profonda sofferenza, lo si notava dallo sguardo e dal tono traviato della voce.

Ci sedemmo poco distante ma abbastanza appartati da avere un po’ di privacy e di intimità. <<è successo l’anno scorso mentre sgominavamo un gruppo di terroristi che appoggiava la distruzione di massa che coinvolgeva i grandi quattro stati, si facevano chiamare primi, avevamo trovato il loro covo principale e avevamo fatto piazza pulita quando all’ultimo lo vedemmo arrivare, portava sul viso una strana maschera e quando capimmo che era una delle furie fu troppo tardi, come se fermasse il tempo arrivò davanti ad ognuno dei miei uomini e li uccise trapassandoli con le mani e strappando loro il cuore, mi salvai solo perché all’ultimo uno di loro fece scoppiare una riserva di granate lì vicino e l’onda d’urto mi fece volare fuori dal secondo piano di quel magazzino, ciò che mi è rimasto di quel giorno è questa bruciatura sul lato destro del viso che taglia l’occhio perpendicolarmente, tutti quelli che mi guardavano da allora non facevano che distogliere lo sguardo per questo la maschera anche se l’idea di indossarla mi disgusta.>> la strinsi forte rassicurandola del fatto che non era colpa sua ma delle furie ed era su di loro che dovevo sapere di più.

<>

<>, disse ridendo per la battuta. <>

<>

<>

<>

<> mi avvicinai al suo volto toccando dolcemente le sue morbide labbra con le mie in un leggero bacio. <> Veronica si tocco le labbra rimanendo in silenzio poiché non sapeva che dire ed era proprio ciò che volevo, non essere fermato da nessuno come disse Ju ciò che stavo per fare avrebbe portato a morte e distruzione ma non mi sarei fermato prima di compiere la mia vendetta anche a costo di non rivedere la mia regina, la mia Kim. Passai davanti al tempio e salutai gli studenti che però mi fermarono per sapere che fine avesse fatto Sora. <<è andato a portare dei piccoli amici in un posto al sicuro, tornerà domani e vi porterà qualche regalo. Voi dell’esercito lo cercavate perché aveva visto una delle furie non è vero?>> uno dei soldati fece cenno di sì con la testa confermando le mie su posizioni. <> me ne andai lasciando tale quesito a cui nessuno seppe rispondere con sincerità, essere impotenti dinanzi a qualcosa che ti aveva strappato tutto senza riuscire a far nulla era una sensazione che anch’io conoscevo bene.

Il panorama era leggermente cambiato e le vaste zone ricoperte di rigogliosi alberi avevano lasciato il posto a lunghe pianure sinuose ricoperte dal verdeggiante manto erboso sotto un cielo bianco di nuvole accese. Di Aura non avevo notizie da tempo e il fatto di non averla incontrata al villaggio o verso la mia meta un po’ mi preoccupava, dopotutto ero il suo compagno e custode. <> superai una collina alquanto ripida giungendo ai bordi di un fiume, profondo non più di un metro dalla bellissima acqua cristallina e fresca al tatto, era un buon posto dove fermarsi e dormire un po’ visto che per cercare di incontrare Aura non avevo chiuso occhi per tutto il viaggio.

Mi levai i vestiti rimanendo solo in boxer e mi tuffai in acqua rimanendoci in immersione quasi un minuto prima di risalire, l’acqua era davvero deliziosa, mi sentì rinvigorire e la dolce carezza del vento coronava in gran bellezza, mi lasciai andare alla corrente ma finì un centinaio di metri più a valle nel rilassarmi troppo perciò prima di prendermela ancora più comoda, dando fastidio agli animali che non aspettavano altro che me ne andassi per bere, uscì dall’acqua e mentre aspettai di asciugarmi lavai i vestiti sporchi di terra, cenere, sangue e altro ancora. Subito dopo le faccende tirai fuori dal borsone della frutta dalle forme contorte e bizzarre quanto i colori sgargianti che mostravano e le feci diventare il mio pranzo, erano molto buone nonostante l’aspetto poco rassicurante, dopo mi sdraiai usando il borsone come cuscino per cercare di riposarmi qualche minuto prima di ripartire.

Un urlo atroce e pieno di paura arrivò come uno sparo alle mie orecchio facendomi balzare sull’attenti, attorno a me non vidi nulla, era tutto calmo regnato dalla voce del vento leggero, sentì un altro urlo e subito individuai da dove proveniva, oltre la collina dove stavo riposando. Mi alzai di scatto prendendo le mie cose e vestendomi mentre accorrevo al luogo, benché fosse più ripida rispetto alle altre del paesaggio non ci mise troppo ad arrivarvi in cima alla collina ma un altro ostacolo mi si parò davanti, come apparsa dal nulla una rigogliosa foresta di possenti alberi millenari si librava tra la bassa vegetazione ricoprendo un area non grande da attraversare ma fastidiosa se dovevo trovare il luogo esatto da dove proveniva l’urlo.

Non ci pensai su due volte e superai la discesa della collina a tutta velocità tracciando una lunga striscia come fossi un serpente nell’erba alta, arrivai in un soffio ai piedi della foresta, con la velocità che mi ritrovai feci un balzo su uno degli alberi risalendolo facendomi leva sulle gambe e sui rami come fossero i pioli di una scala, a qualche metro da terra saltai su un altro albero seguendo la linea di quei rami più stabili cecando di sfruttare la vista da quell’altezza per trovare la persona a cui apparteneva la voce sentita, pareva un Amomongo che sfrecciava tanto agilmente sugli alberi quanto a terra.

Era mostruoso, dalle dimensione quadruple rispetto ad una persona normale e a vederlo si capiva al volo perché le urla, era come un uomo ma lì dove normalmente si estendono due braccia esso ne aveva cinquanta per lato e lì dove doveva esserci una di testa c’è ne erano cinquanta, il suo grido fece tremare gli alberi e cader migliaia di fiori. Era un Ecatonchiri mentre stava combattendo, all’improvviso mi trovai una delle sue mostruose mannaie a meno di un metro da me mentre falcia come grano alcuni alberi che ostacolavano la traiettoria del suo fendente.

Feci a malapena in tempo a saltare facendola passare sotto i miei piedi mentre tranciò con estrema facilità anche l’albero su cui stavo, facendolo cadere da più di sei metri d’altezza. Caddi in mezzo alla piazzetta, dove stava il gigante, che era stata completamente privata di alberi, i quali giacevano sradicati attorno allo spazio libero come fossero una barriera. Davanti al mostro c’era un soldato in una vecchia armatura di ferro totalmente ammaccata dai colpi, lì vicino agli alberi-barriera c’erano delle ragazze che indirizzavano le loro urla contro il soldato che però non volle scappar o peggio ancora non riusciva, la cosa sicura e che se non si levava dalla sua traiettoria quelle cento braccia lo avrebbero affettato in un attimo, il gigante con gran agilità e una velocità irrazionale vista la sua statura, si voltò verso il soldato con sguardo omicida, le sue braccia si allargarono verso l’esterno fino alla massima distensione per poi chiudersi a molla facendo risplendere il filo delle sue armi.

Il suono secco del colpo sul metallo fu tanto forte da scuotere gli stessi alberi fin le radici, zittire il vento incessante e spazzar in aria una spessa coltre di terra.

Il soldato si trovò scaraventato dall’impatto verso la barriera sbattendoci contro la schiena, i muscoli del Ecatonchiri erano tesi come corde, le vene pulsavano e il metallo delle sue mannaie producevano scintille rosso giallognole mentre sfregava contro quel ostacolo che non si divise dinanzi alla sua forza.

Le sue lame si erano concentrate su un solo punto del soldato prima di colpire, all’altezza del collo per tagliarlo in un colpo netto che avrebbe visto le cento lame toccarsi a metà strada spazzando via tutto in un impressionante dimostrazione di abilità guerriera, lo avevo visto mentre si libravano in aria prima di colpirlo e lo avevo buttato nella direzione opposta a quella in cui stavo andando.

Avevo le braccia che si incrociavano all’altezza del petto mentre stringevo come se avessi artigli impedendo di avanzare a quelle lame smussate e reduci di migliaia di battaglie, come lui tutto il mio corpo era teso, i piedi sprofondavano nel terreno morbido, le gambe si piegavano e le braccia fremevano allo sforzo ma nonostante ciò le lame non si spostavano oltre un certo punto mentre i nostri sguardi si davano battaglia. Il mostruoso guerriero ritirò le armi velocemente all’indietro retrocedendo anch’esso di qualche passo, si fermò ad analizzarmi ma rimasi fermo, dritto davanti a lui, impassibile a ogni sua smorfia. Fece un passo avanti poggiandoci tutto il suo peso per caricare i fendenti delle braccia destre che si mossero all’unisono, mi piegai all’indietro alzando allo stesso tempo le gambe mentre le lame mi passavano sotto, le sue braccia sinistre partirono in un attacco verticale ad incontrale le lame destre, per ogni lama che si mosse orizzontalmente una verticale fermò la sua corsa conficcandosi a terra ma nessuna di esse si trovò ad assaggiare del sangue o alcuna parte di un corpo, come fossero scalini distanti una mano l’una dall’altra scalai le lame con le mani sembrando un motore ad elica in veloce acceleramento fino ad arrivargli sulla spalla con quel moto vertiginoso, il guerriero se ne accorse e lasciò cadere metà delle sue lame per cercar di schiacciarmi come un insetto tra le sue pesanti mani. Atterrai davanti a lui rotolando per ammortizzare il colpo rialzandomi subito, pronto al suo attacco che non tardò nel svolgersi, con ira funesta tra urla di rabbia sferrò con le restanti mani armate fendenti di varie altezze e direzioni, veloci come lampi e potenti come proiettili, fin troppo per poterli vedere e ancora meno seguire le loro traiettorie eppure non raggiunsero mai il loro obbiettivo, rimbalzavano come palline di gomma tornando indietro scheggiate sempre più.

Era una scena che non sarebbe stata creduta a meno di esser stati lì a vederla coi propri occhi, il gigante pareva una piovra instancabile e ogni colpi era un tentacolo tagliente sbattuto a velocità impercettibile che si abbatteva su un minuscolo scoglio che non cedeva ai colpi come se anch’esso avesse gli stessi tentacoli a contrastare quelli della mostruosa creatura, continuo così per qualche istante finché il piccolo scoglio non venne issato all’aria lì dove non si sarebbe mosso a suo piacimento, per un ultimo attacco ma anch’esso sembrò vano, come piuma li scansai di una ciglia come a danzar tra le mortali armi con destrezza fino a giunger dinanzi al volto del guerriero in un balzo.

Gli arrivai davanti al viso mentre le sue lame si estendevano verso il basso in un fendente mancato che lo lasciò privo di difese, strinsi una ciocca dei suoi capelli per aver presa con la mano destra e colpì il suo viso con forza, tanto da scacciarmi da solo lontano alcuni metri da lui, cadendo a terra come un falco sulla preda rimando con una sua ciocca in mano, il guerriero cadde all’indietro tra gli alberi ancora in piedi mentre le sue armi venivano lasciate dalle sue mani, il tonfo alzò una leggera cappa di polvere che si diradò da lì a poco, la torre era caduta e non accennava a muoversi, l’Ecatonchiri era stato atterrato. Mi voltai a vedere se quelle persone fossero ferite ma non le trovai, probabilmente scappati da poco.

Qualche minuto più tardi il gigantesco guerriero si riprese anche dalla furia cieca che lo governava, si sedette cercando di individuare le sue armi, le quali riposavano al suo fianco l’una accanto l’altra. <>, le chiesi senza mezzi termini, lui mi squadrò un attimo prima di rispondere.

<>, furono le uniche parole che disse in quel momento, con voce possente e intimidatorie.>

<> dal borsone tirai fuori qualcosa che avrebbe riconosciuto, al vedere tale oggetto sembrò riprendere vigore. <>, chiese speranzoso.

<> prima che mi avviassi il gigante mi fermo ponendomi un’altra domanda. <>

<>, risposi dirigendomi fuori da quel piccolo angolo isolato dal testo della zona.

La testa mi scoppiava mentre sentivo tutto il mio corpo contrarsi in preda a spasmi che sembravano infiniti, il dolore che fino a poco prima era rimasto nei limiti tollerabili schizzò alle stelle, sentivo così tanto male da non riuscire nemmeno ad urlare da quanto fosse doloroso, mi rigirai come un pesce fuor d’acqua per qualche istante prima di collassare a terra così come mi ero schiantato. Il dolore cessò, il mal di testa si fermò e tutto così schiacciante e opprimente divenne una motrice di azione, così com’era successo da piccolo a scuola quando mi avevano aggredito. Mi rialzai in piedi e mi guardai attorno

Orientandomi come più potevo, anche se non avevo assistito alla scena nell’aria si sentiva odore di guerra e una forte tensione, presi il mio bagaglio stazionato poco distante dai giganteschi mostri color pece, mi voltai attirato da una strana colonna luminosa a qualche centinaio di chilometro di distanza.

<>, urlò una voce femminile ma appena mi voltai fui colpito in pieno dalla clava del gigante nero, che mi scaravento contro una colonna di marmo a una decina di metri di distanza come fossi una palla da baseball diventando parte delle incisioni della struttura antica, il mostro si sfogò in un urlo animalesco come a rafforzare la sua azione di vendetta per il compagno ucciso.

<>, si disse il capo dei cavalieri come quasi ad incolparsi dell’accaduto, la stessa reazione la ebbe la sacerdotessa che chinò lo sguardo in preda al rimorso. L’eremita scese dalla colonna e si levò il copricapo scoprendo la sua vera identità, venerata per secoli da una delle più antiche civiltà nordafricane come dea della sensualità e fertilità ma poi sconfitta dai titani come tutti gli Dei, Bastet si mise in prima linea per eliminare gli intrusi, ma non era la sola. Sulla sua schiena il simbolo dorato del animale a lei sacro brillò più intenso del sole. Era, la vera dominatrice e l’ultima dea dell’olimpo ancora in vita, affiancò la dea egizia dinanzi agli abitanti di quello squarcio di mondo.

<>, disse la dea della guerra con tono superiore che innervosì non poco l'altra divinità.

Mi rialzai furente, con uno scatto veloce schizzi dalle macerie contro cui fui sbattuto verso il colosso arrivandogli all'altezza della test con leggero balzo, con un pugno secco e deciso lo colpì alla testa mandandolo in knock-out, il mostro crollò cadendo davanti ai protettori di quella cittadella riempiendo l'aria con un tonfo che fece fermare tutti.

La bava gli usciva dalla bocca come miele e gli occhi erano assenti, bianchi come il latte, mi rialzai da terra notando per la prima volta in quel mondo il dolore di colpire qualcosa di duro, sorrisi all'idea poiché era quasi come tornare a casa, al mio mondo, tutto non troppo facile.

Quelli che restavano, vedendo il compagno atterrato con tanta facilità pensarono bene di ritirarsi ma senza scomporsi, brontolando e scuotendo le enormi armi mentre si avviavano verso l'oscuro orizzonte fino a che anche la loro presenza non scomparve facendo ritornare la calma apparente.

Andai verso la colonna contro cui fui sbattuto, mentre gli altri guardavano con diffidenza i mostri allontanarsi presi il mio borsone ricoperto di polvere e detriti, dopo una veloce pulita me lo caricai in spalla, rivolsi lo sguardo verso la colonna di luce sicuro che la mia destinazione fosse quella, e con quella convinzione iniziai ad incamminarmi, fui però fermato subito appena prima di superare il limite massimo a cui arrivavano le luci di quella baraccopoli.

<>, chiedendo la dea egizi con suprema arroganza. Subito la regina dell'olimpo gli lanciò una occhiataccia poi si rivolse a me con sguardo fiero e sincero. <>

<>, disse facendo un vistoso inchino che la dea ricambio. <<è bello sapere che ancora le nostre leggende raggiungono le nuove generazioni, grazie per il complimento, come già sai il mio nome è Era, e coloro che devi dinanzi a te sono alcuni dei pochi sopravvissuti a quelle battaglie che ci hanno portato qui. Quindi sei alla ricerca dei nostri procreatori, sei nel giusto percorso, segui quella luce e lì troverai lì. Spero che le nostre strade possano intrecciarsi ancora giovane umano.>> senza aggiungere altro fece una leggero inchino e si precinse a ritornare al suo possedimento col resto della cavalleria.

<>, esigette Bastet. Mi guardai attorno come a cercare la persona con cui stava parlando non trovandoci nessuno a parte me. <>, chiesi con fare sorpreso, l'irritazione della dea in questione e il mio fare il finto tonto divertirono il resto dei presenti che si fecero scappare una leggera risata.

<> dai un'ultima occhiata alla cittadella prima di rivolgere di nuovo lo sguardo alla mia metà. Era in quel momento si voltò per racchiudere un ultima immagine di quel umano che si avvia a verso l'oscurità quando d'impulso grido con forza. << Bastet ferma!>>, disse contro la dea che impugnava il suo arco mentre scoccava una delle sue frecce devastanti contro colui che l'aveva ignorata e derisa. Il suono secco della freccia che trafiggeva l'aria sibilò al mio orecchio mentre mi abbassai passandogli sotto scattando di contropiede contro colei che l'aveva scagliata, la presi per il collo tirandola su di qualche centimetro mentre si dimenò cercando di liberarsi gettando a terra anche l'arco, il suo sguardo si riempì di un improvvisa e possente paura mentre cercava con ogni mezzo di liberarsi dalla presa. <>, pregò Era quasi ad inginocchiarsi.

Allontanai lo sguardo dalla signora dell'olimpo e lo posai indifferente e freddo sull'altra dea, dai cui occhi sgorgavano lacrime argentee che tagliavano le sue guance mentre gli occhi chiedevano pietà come fossi il mostro che gli aveva portato via tutto. Lasciai la presa riprendendomi da quel gesto rivolto contro una donna. “Che stavo facendo, se Perla lo venisse a saperlo mi riprenderebbe con i contro fiocchi. Ah… quanto mi manca, anche Kyle dopotutto.”

Mi avvicinai alla dea egizia e con il ginocchio a terra e testa china gli chiesi umilmente scusa porgendogli il suo arco. <> Bastet priva della parola e singhiozzando acconsentì, mi rialzai ancora una volta passando sotto lo sguardo clemente dell'altra divinità, un veloce scambio di sguardi prima di allontanarmi avvolto dall' oscura.

Dopo qualche chilometro, attraversando una valle tra due pareti rocciose il dall’altezza di quaranta metri levigate in moto quasi innaturale, dalle cime luci simili a occhi si muovevano sinuose in una fremito rumoroso che aumentava più mi addentravo. Continuai ad andare avanti ignorando ciò che mi circondava seguendo l'unica via davanti a me, mi fermai solo quando qualcosa di più grande di me non bloccò il percorso, le macerie di una frana stazionavano come un muro fusi assieme da una massa densa e liquida che scorreva tra i giganteschi massi caduti come miele bollente e fumante, dalle cime come un onda gigantesca le orde nere dalle luci rosse coprirono il cielo come a voler inghiottirmi, velocemente cercai una via di fuga ma l'orda stava per riempire la strada che avevo percorso chiudendomi in una morsa.

Una freccia Vermiglia attraversò l'orda liberando la strada che mi ero lasciato alle spalle, continuò la sua corsa mentre ad ogni tocco pietrificava ciò che era nel suo raggio, come una trivella accelerò poco prima di toccare la frana infrangendola con tanta forza che l'onda d'urto frantumò ogni cosa e mi catapultò ad un paio di metri di distanza concludendo la sua corsa a qualche chilometro di distanza.

Mi rialzai ripulendomi ancora una volta dai detriti cercando di intravedere attraverso la coltre di polvere sulfurea ciò che era rimasto dopo quel colpo. <>, proclamò con superiorità e autocompiacendosi per il suo colpo divino, la guardai con profonda indifferenza prima di voltarmi dall'altra parte e me ne andai. <>

III

Kara

Superai la collina, dopo qualche ora di camminata lungo vaste praterie celesti e dorate, arrivai a vedere una modesta locanda a quattro piani, alta e stretta alla base color avorio avvolta da una spirale di piante dorate rampicanti. Era come un faro in mezzo alla natura che risplendeva alla luce del sole, verso di esso arrivavano e se ne andavano viaggiatori e mercanti diretti alle più disparate mete, proprio come me.

Alcuni ragazzi stavano portando dentro dei bagagli alquanto grossi e di alta classe quando arrivai dandogli una mano a sistemarli sul carrello apposito. <>

<> Il ragazzo indicò un vecchio signore alla reception molto minimalista, il quale ci notò e fece segno di avvicinarmi.

<> ringraziai il ragazzo e andai verso il signore che con far gentile e parole cordiali mi diede una camera più che soddisfacente, ringraziai ancora e me ne andai su al secondo piano.

Dopo un lungo corridoio di porte scorrevoli in intelaiatura di legno e stoffa bianca arrivai davanti alla mia stanza. Era composta da due parti, una saletta con due mobiletti bassi e un tavolino della stessa altezza e due cuscini al posto delle sedie, nell'altra parte c'era la camera da letto con letto basso, un enorme armadio liscio a parete opposto alla finestra che vada sulle vaste pianure.

Mi levai i vestiti più pesanti rimanendo in soli pantaloni, il tocco freddo dei piedi sul pavimento in legno mi fu una dolce sensazione, qualche istante dopo bussarono alla mia porta con una certa insistenza. <> alla domanda rivolsi lo sguardo verso la finestra vedendo che stava calando già la notte.

<<è già quasi notte, non mi ci abituerò mai>>, sussurrai tra me. <> Il facchino ringraziò e si avviò velocemente gioioso della mancia, richiusi la porta e mi sedetti sul letto a leggere e a scrivere delle lettere che avrai mandato dalla prossima città.

Un'altra bussata alla porta e mi precipitai alla porta a prendere la cena, il profumino era delizioso e il colore dorato misto ad un verde smeraldo del piatto era molto invitante, presi il vassoio con tutte le portate, ringraziai e con il piede chiusi la porta alle mie spalle prima di addentrarmi nel mangiare. <>

Alla mia finestra in quel momento giunse un uccellino di nebbia, occhi dorati che spiccavano sul corpo nuvoloso grigio biancastro, le quattro ali simili a rami dalle lunghe e cotonate foglie sbatterono come quelle di un colibrì mentre il becco legnoso puntellava il vetro della finestra suonando il suo avviso a ritmo martellante, gli aprì la finestre e lui si posò sul mio dito, gli dai un po' d'acqua e lui sembrò rinvigorirsi, scattò velocemente a mezz'aria ripartendo verso casa sua, lasciai tutto lì dov'era e mi rivestì per andarmene anche se mi dispiaceva lasciar quel buon cibo lì a freddarsi.

<> uscì chiedendomi la porta alle spalle e scesi al piano inferiore fino alla reception dove ancora c'era l'anziano signore mentre parlava con un ragazzo dalla mezz'armatura ammaccata. <>, disse il signore mortificato al giovane cliente.

<> l'uomo posò la sua attenzione su di me e con fare mortificato si oppose alla mia richiesta. <>

<> Il ragazzo mi guardò qualche istante prima di riconoscere in me la persona che si è messa in mezzo nello scontro l'Ecatonchiri.

<>, disse sorpreso. <>, domandò in apprensione.

<>

<>

<> col mio sacco in spalla me ne uscì dal edificio seguendo la strada che mi avrebbe portato dentro ad un'altra piccola foresta, con la notte che avvolgeva l’orizzonte e la brezza fredda che scendeva dai cieli col suo manto.

Enormi agglomerati di radici e terra che fuoriuscivano come tentacoli massicci, casa di innumerevoli creature, stavano alla base di possenti e floreali alberi dalla superficie setosa, lucida color ambra su un prato sottilissimo di erba rosata brillante. I numerosi volatili fiammeggianti e dai colori pacchiani, piumaggio dalle bizzarre forme e dai versi melodici e profondi, a terra colossali e pelosi ruminanti insieme ad agili creature che trovano la propria storia in antichi testi di miti antichi, un piccolo gruppo di queste creature si nascose appena sentì una presenza in avvicinamento.

Superai una piccola barriera cespugliosa oltre il quale una lunga strada sinuosa tra le enormi e altissime basi della copertura fogliare intrecciata in una trama regolare da cui filtravano lunghe scie perpendicolari di luce che baciavano a romboidali piccole zone del sottobosco creando giochi di riflessi sui tronchi lucenti.

Continuando ad addentrarmi arrivai in una zona più fitta ricolma di alberi da frutto ed erbe da cui si potevano estrare medicinali ed essenze dai molteplici usi, poggiai il mio borsone vicino ad un albero e ne tirai fuori della carne secca per mangiarla prima di iniziare la ricerca delle erbe, l’odore delicato della carne insieme alle erbe in cui era avvolto si sparsero nella zona catturando l’attenzione di un piccolo abitante delle tane alla base dei maestosi alberi.

Dopo la quinta striscia di carne iniziavo già a sentirmi pieno ma era fin troppo buona, ad un certo punto sentii qualcosa di umido strusciare contro la mia mano che era appoggiata sul borsone, di riflesso la tolsi alzandomi subito mettendomi in guardia.

<>, dissi vedendo il cucciolo rosso arancio di Kitsune, gli allungai un pezzo di carne e mi sedetti a mangiare con lui ma subito dopo mi arrivò sulle gambe e iniziò a saltellare per cercare di prendere il cibo che avevo nella mano. <>, sollevai leggermente la liscia pelliccia notando un lungo e seghettato taglio orizzontale di qualche giorno che si era ad iniziato ad infettare, continuai a ispezionarlo mentre si sbranava dell’altro cibo notando un altro particolare. <>, la cucciola mi guardò e fece un guaito con un forte slancio, solo che non ne usciva nessun rumore dalle sue fauci e sembrò anche provare un acuto dolore al provarci, quel taglio sul collo l’aveva privata della voce a quanto sembrava.

<> la nativa allungò la zampetta color avorio mettendola nella mia mano. <>

Le erbe che mi servivano furono più presenti di quel che pensassi visto che nella maggior parte dei posto dov’ero stato erano considerate una costosa rarità, insieme ad esse anche piante cui nettare dei frutti davano un profumo dolce, talvolta deciso e afrodisiaco che si comparavano ai colori e sapori degli stessi. Ritornai con una modesta scorta e trovai la Nativa ritta seduta a fare la guardia con gran impegno e serietà. Appena mi vide fece salti di gioia e si mise a fare cerchi attorno al borsone per avere la sua ricompensa.

<> gli allungai la carne pattuita e nel mentre preparai con qualcuna delle erbe raccolte un intruglio speciale, pestai per bene facendo uscire quasi tutto il succo che ne contenevano e lo spalmai in un pezzo di stoffa ricavato dalle mie bende, era di un bel bianco perla, gli bendai delicatamente il collo terminando con un grande e bel fiocco.

<> la presi tra le mani stringendola a me e accarezzando la sua pelliccia con il viso sentendo una bellissima sensazione di morbidezza, la piccola mi lasciò fare mentre mi leccava il viso teneramente. <>

Presi le mie cose e con la vecchia mappa che mi ritrovavo tracciai una rotta verso quella che sembrava una villa di un signore della zona poco dopo la foresta, era a quasi metà strada per la città di Palem e sicuramente un posto dove dormire tranquillamente.

Continuai il mio cammino verso la colonna di luce ma a frapporsi a me e il mio obbiettivo, irte cime di enormi monti dall’aspetto temibile e avvolgenti, ed ai piedi di essi una tenebrosa città avvolta dal fumo dei fuochi che risplendevano di un bronzo vecchio e sporco tra il labirinto dei alti e fatiscenti stecchi traballanti che volevano fare da palazzi. <>, dissi ad alta voce facendomene una ragione.

<>, disse con arroganza la Dea gatta.

<>

<>

<>

<>, disse imbarazzata e alterata. <>

<>, risposi senza fare una piega mantenendo lo sguardo sulla città a valle.

<>

<>

<> alle sue minacce non diedi alcun peso, le sue erano parole al vento, rumore alle mie orecchie.

<> mi voltai verso di lei accattivato dalla sua proposta. <>

Tirai un lungo sospiro di arresa e parlai. <> la Dea capì subito guardandomi negli occhi che quel che dicevo era ben più serio e oscuro di quanto volessi ammettere. <>

<>

<>

<>

<>

<>

<>

<>, disse con tono provocatorio facendo strada verso il sentiero scosceso che portava alla cittadella.

Arrivai ai bordi della foresta finalmente, trovandomi davanti ad un sentiero calpestato tra due alte pareti rocciose che diminuivano man mano ci si allontanava, notai che dalle cime delle rocce spiccavano alberi simili a palme che pendevano verso il basso mentre reggevano rami simili a corde contenenti bozzoli muschiati penzolanti come decorazioni di natale.

<> la piccola Kitsune batté le zampine anteriori sulla mia spalla in segno di conferma. <> poiché la piccola mi aveva seguito da quando ci saremmo dovuti lasciare graffiandomi nel tentativo di farsi portare non avevo resistito e mettendomi il borsone come zaino a braccio singolo gli avevo creato una tasca per lei, visto le sue dimensioni ridotte. <>

Non passarono che alcuni minuti che il cielo all’improvviso si schiarì proprio quando giungemmo nei pressi dell’enorme villa vittoriana che regnava sovrana sulla pianura di fronte alla grande strada in granito che si perdeva nell’orizzonte, a guardia dei regali cancelli due coppie di guardie in armature leggere e raffinate che impugnavano le loro lance puntandocele prontamente contro quando giungemmo di fronte ad essi. <>

<> fui interrotto dalla voce di una donna che urlava a gran voce verso di noi.

<>, disse con rabbia alle guardie che obbedirono subito come cagnolini spaventati.

<>, domandò una delle guardie scegliendo bene quali parole usare con la donna che sembrava godere di un gran potere in quella villa.

<> la guardai un po’ stranito poiché non sapevo davvero chi fosse o come mi conoscesse. <>, disse alle guardie poi rivolgendomi uno sguardo umile mi parlò. <>

<<è un onore essere al servizio di una famiglia tanto lodevole, per me sarà un immenso piacere usare le mie abilità al servizio dei vostri signori>>, dissi cercando di rimanere sul vago ma non troppo.

<>, disse per adularmi ed farsi ingraziare.

<>

<>

<>

<> la donna fece un leggero inchino prima di avviarsi gaia in volto, io mi voltai e attraversai il passo cespuglio di fiori gialli immergendomi tra le statue vegetali dell’enorme giardino degno di una villa di sovrani.

Quando fui totalmente nascosto dalla vista di tutti gli occhi della villa mi potei rilassare e mettere insieme le idee. <>, dissi ridacchiando della situazione assurda e inaspettata. <> Kara mi guardò stranita dalle mie parole ed era comprensibile.

Arrivai davanti dalle porte della lussuosa villa dove mi aspettavano la capo cameriera, alcuni servitori e un anziano signore sulla sedia a rotelle, era vestito con abiti nobili e sfarzosi, fiero e ben curato mi accolse con un sorriso e un caloroso benvenuto. <> non feci complimenti ed entrai attraverso l’ampio atrio adornato da quadri della famiglia nella loro completezza, si capiva che erano persone che andavano fiere di essere tanto ricche.

Dalla sala principale, piena di antiquariato e statue di gran valore, passammo alla stanza dei ricevimenti, più accogliente e dai toni rossicci data dalla tappezzeria di gran pregio. <>, dissi tra me senza accorgermi di aver parlato ad alta voce.

<>, disse la capo cameriera elogiandomi dinanzi agli altri presenti.

<>, pensai dirigendomi a prendere posto su una delle poltrone dal telaio dorato.

<>

<> la donna non perse altro tempo e uscì dalla stanza mentre il suo collega fece come il padrone di casa aveva chiesto e ci versò, nei calici di cristallo, un po’ del liquore verdastro che tanto amavano bere in quella regione.

Mentre l’anziano raccontava aneddoti sul suo passato da grande commerciante io non pensavo ad altro che a quel dannato nome sotto cui mi avevano identificato, Siemens. Mi chiesi se fosse il figlio o un suo vicino parente mentre una fastidiosa sensazione mi rovinava la dolce bevanda.

<> rivolsi la mia attenzione al anziano signore cercando di trovare una giustificazione al non avergli dato l’attenzione che doveva.

<>

<>

Prima che l’anziano signore continuasse a parlare la porta si aprì di scatto e nuovi personaggi fecero la loro entrata nella stanza.

Due giovani ragazze dagli sfarzosi vestiti nobiliari spiccavano per i candidi colori primaverili, un azzurro celeste adornato da rose biancastre e l’altra un verde smeraldo acceso con particolari simili a piume attorno al collo dandone un aspetto cotonato e leggero, portavano entrambe un trucco leggero accentuato solo nell’area degli occhi poiché erano belle già di loro, pelle rosea e liscia tipico delle donne del loro ceto, una castana e l’altra bruna erano i loro capelli voluminosi adornati da cerchietti di gemme preziose. Dietro di loro giunse come risputato dal resto della casa un ragazzo più giovane delle due in vesti decisamente meno pregiate, il classico completo nero che ogni ragazzo di media nobiltà possiede, non sembrava molto voluto soprattutto dalle sorelle che gli diedero una occhiata di quasi disprezzo, lui alzò lo sguardo verso di me abbassandolo subito come vergognandosene.

<> le ragazze fecero un solenne inchino così come il ragazzo, io contraccambiai aggiungendo un leggero sorriso.

<>, disse il l’anziano agitandosi un po’ troppo.

<>, dissero stringendo forte l’uomo in un amorevole abbraccio che lui gradì fin troppo.

<>

<> il ragazzo non fece una piega, era inespressivo e senza dire una sola parola uscì dalla stanza sotto lo sguardo struggente di Marlia.

<>

<>

Fui condotto al secondo piano, in fondo al largo corridoio tempestato di foto dei proprietari con apparenti celebrità e personalità di ogni ambito sociale e politico, lì si trovava la mia stanza, lussuosa come il resto della casa, piena di argenteria, mobili antichi e costosi, tappezzeria pregiata tutto di una tinta dorata e bordò accentuata dalla luce che entrava dalle alte vetrate poste sull’unico lato che vada verso l’esterno, affianco al letto a baldacchino.

Posai il mio borsone su una poltrona, Kara balzò con gran agilità e disinvoltura fino al letto atterrandoci a palla per poi distendersi a riposare, dalle vetrate vidi il ragazzo schernito dirigersi verso il labirinto verde che era il giardino scomparendoci dentro. La capo cameriera stava per andare quando la fermai prendendola per una mano. <>

<>, disse nervosa ma allo stesso tempo al settimo cielo. Mi avvicinai alla porta chiedendola a chiave e mi voltai subito verso la donna offrendogli un sorriso di rassicurazione.

<> mi avvicinai a lei facendola retrocedere fino al letto dove cadde disturbando la rilassata Kara. <>, domandò con voce rauca e quasi assente.

<>

Marlia si rivestì all’ombra delle enormi tende mettendosi ben in piega mentre io stavo seduto sul letto a gambe incrociate insieme a Kara circondato da lenzuola di tessuto, di colori e materiali dei più pregiati. <> la donna arrossì e accettò volentieri le mie scuse.

<>

<> Marlia aprì la porta con la chiave e uscì chiudendosela bene alle spalle ma subito fu accerchiata dalle padroncine e presa di mira da alcuni servitori.

<>, chiese una delle signorine.

<>, disse schivando le due donzelle e gli sguardi dei colleghi senza mai scambiare un’occhiata che avrebbe potuto far capire qualcosa agli altri.

<> strisciai sul letto fino a Kara accarezzandola dolcemente mentre dormiva profondamente. <>, mi suggerì guardando fuori dalle vetrate il cielo in procinto di oscurarsi, in una maniera o nell’altra.

Le donzelle stavano a prendere il tè nel terrazzo accerchiate dai loro domestici pieni di dolcetti e varietà del liquido in questione, una di loro affacciandosi di sotto mi notò avviarmi a passo di camminata sotto il loro sguardo e mi salutò marcatamente. <>

<>

<>, aggiunse la sorella di Luria. <>

<> salutai con un leggero inchino del capo e mi allontanai addentrandomi nella giungla di quel gigantesco giardino.

<>, accusò il giovane Darién con sguardo diffidente e posa difensiva.

<>

<>

<

Conosci il cacciatore?>>

<> interruppi il suo parlare facendogli un’altra domanda. <>

<> gli feci un ultima domanda.

<> il giovane si sbiancò in viso prima di professare parola. <>

<> gli posai una mano sulla testa facendolo sussultare prima di avviarmi verso la residenza a passo calmo, il ragazzo rimase di pietra, non sapeva se credermi o meno ma una cosa gli fu certa, stavano correndo un grande pericolo.

<>

La notte scendeva veloce accompagnata da dense e oscure nuvole che preannunciavano una notte turbolenta, nell’aria si sentiva il leggero suono delle prime gocce contro il metallo mentre lampi di fuoco irradiavano per pochi istanti il paesaggio in una cupa atmosfera. I signori di casa sedevano nella sala principale a mangiare avvolti dal calore del enorme camino alle spalle del posto di capotavola da dove il signor Regnar raccontava qualche aneddoto alle nipoti che fingevano grande interesse, nelle cucine i servitori facevano una pausa tra una chiacchiera e l’altra compatendo le guardie fuori dal portone che stavano subendo la furia dell’intemperie. <>, commentò Gregor, uno dei domestici più giovani e bellocci, tra un morso e l’altro. <>, disse un altro terminando un grande sorso dal boccale di distillato.

<>, intervenne Darién appena entrato nella cucina.

<>, domandò un cuoco porgendogli un bicchiere di quello che stava bevendo, il ragazzo lo prese e lo tirò giù in un sol colpo. <> i presenti lo compatirono e allo stesso tempo lo spinsero con gentilezza a ritornare nel salone.

<>, urlò l’anziano sputando qualche pezzo di carne sul tavolo. <> ridacchiò l’anziano, sputando altro cibo ormai ubriaco mentre Darién lo guardava con rabbia stringendo forte il coltello e rivolgendogli una tacita occhiata rabbiosa. <> la nipote dopo aver resistito all’ondata di fetore dovuta alla puzza di alcol si accinse a rispondere.

<>, disse ridacchiando fra se rivolgendo lo sguardo verso Darién sapendo quello che il fratellastro provava per quella donna, lui le lanciò un occhiataccia e si rimise a mangiare.

<>

La donna in questione cercava di rimanere immobile mente perlustravo, toccavo e controllavo ogni centimetro del suo corpo mentre dalle sue labbra uscivano ansime e piccoli guaiti come un cucciolo in pericolo. <<è proprio necessario tutto questo>>, chiese imbarazzata.

<>, dissi ugualmente imbarazzato. <>

La toccai poco sotto il seno prendendole le misure quando fece un altro verso mettendomi ancora più in soggezione. <> sotto lo sguardo curioso e attento di Kara passammo così un paio di ore tra palpeggio e disegno, tagli e cuciture, alla fine la donna poté riposarsi e avvolta dalle lenzuola si sedette sul letto. <<è stato alquanto stancante, certo che le donne che voi usate per creare i vostri abiti hanno una vita difficile.>>

<>, risposi sorridendo. <

Qualche ora più tardi, quando la tempesta fu al culmine massino il suono secco di un tuono svegliò Marlia dal suo piacevole sonno, il suo sguardo vagò per la stanza fino ad imbattersi in una figura bagnata dalla debole luce di una lampada seduta sulla scrivania, con fare furtivo si alzò dal letto pian piano trascinandosi le lenzuola come fossero una vestaglia stringendo tra le braccia la piccola Nativa come un pupazzo arrivando fino a dove stavo lavorando.

<>, disse lei sporgendosi per mettere bene a fuoco gli schizzi.

<>

<>

<> presi le due vesti che avevo appena finito e li mostrai alla donna che ne rimase incantata.>

La donna stava per darmi un abbraccio quando il suono inconfondibile di un arma da fuoco sovrastò il rumore incessante della pioggia, mancavano poche ore al sorgere del sole e allo scadere di una nottata difficile eppure non era ancora finita.

<> se la risero per bene i quattro banditi, uno di loro si avvicinò alle figlie del padrone di casa gustandosi da molto vicino il buon profumo delle due che cercarono di resistere e rimanere il più possibile impassibili, ma non riuscendoci alquanto bene.

<> l’anziano provò a ribattere ma appena aprì bocca se la ritrovò piena dalla canna del fucile di uno dei compagni. <> il compagno si avvicinò di corsa all’anziano saltellando per poi colpirlo alle gambe con una lunga e pesante mazza chiodata che all’impatto pezzo le gambe all’anziano, il sangue schizzò sulle figlie e su alcuni dipendenti, pezzi di pelle e vestiti tappezzarono il pavimento mentre lui urlava dal dolore, l’uomo ridendo continuo a colpirlo mentre Regnar si dimenava in balia del suo aggressore, solo quando le gambe ebbero un angolo abbastanza marcato cessò il massacro, maciullate in un disgustoso ammasso informe di carne, sangue e ossa.

Le figlie si buttarono ai piedi del nonno tra le lacrime non sapendo che fare, una scena raccapricciante che fece rigettare qualche presente, il vecchio Regnar svenne dal dolore mentre la bava gli colava dalla bocca unita alle lacrime e al muco, il suo intero corpo era sotto leggere convulsioni mentre zampilli di sangue uscivano dalle gambe maciullate del vecchio. Le urla di dolore arrivarono fino alla mia stanza raggiungendo Marlia che scattò subito per andare a soccorrere i padroni, non feci in tempo a fermarla poiché non si rendeva conto che cosa stesse succedendo e che cosa le potrebbero fare.

Non gli corsi dietro, mi avvicinai al armadio e ne tirai fuori il mio capotto nero, aprì la finestra facendomi travolgere dalla poggia torrenziale portata dal vento feroce, Kara mi saltò in spalla appoggiandosi dentro al cappuccio.

<> saltai dalla finestra nel buio avvolgente scomparendo dentro ad esso.

<>, disse euforico come se avesse ricevuto un bel regalo, uno dei banditi tirò fuori Darién da sotto il tavolo dandogli un calcio buttandolo contro l’orologio a pendolo frantumando il vetro e ferendo il ragazzo al viso.

<>, urlò dimenandosi con le mani sul viso, bagnate dal sangue. Il ragazzo si trascinò per terra mentre due dei malviventi lo deridevano, un altro di loro prese Marlia bloccandola col braccio al collo con l’altra mano scrutando il suo corpo coperto dal sottile tessuto delle lenzuola, lei urlò ma non c’era nessuno che avesse potuto aiutarla al sentire la sua invocazione.

Il suono secco di qualcuno che bussava alla porta di casa si espanse in ogni stanza, sala e angolo dell’intero edificio come se ci fosse un gigante alla porta, come fosse quasi sul punto di rompere la porta con un altro tocco. Tutti si fermarono per qualche istante, quel tocco possente che sommerse persino il rombo di un tuono blocco tutti quanti, uno di quelli che stava molestando le nipoti del padrone lasciò la preda in mano al compagno e andò a vedere chi era. <>, disse aggiungendo una risata malata al suo folle discorso.

Rimasti i tre continuarono ad abusare delle donzelle che urlavano e si dimenavano, Darién riuscì a rimettersi in piedi e si lanciò contro la voce di uno dei malviventi ancora accecato dalle ferite e dal sangue, dalla tasca tirò fuori il coltello che aveva stretto nella mano durante tutta la cena e colpì con un affondo, sfortunatamente il vile soldato usò la sorellastra come scudo.

La ragazza cadde a terra urlando ancor di più dal dolore che il nonno ferito tenendosi il fianco destro dove si era conficcato il coltello, l’uomo se la rise di gusto mentre la ragazza sbraitava contro il fratellastro ormai stravolto dalla situazione, l’uomo colpì in ragazzo con una ginocchiata allo stomaco atterrandolo, poi si avvicinò alla ragazza a terra e infierì sulla ferita calpestando la ragazza con rabbia e disprezzo.

<> Marlia urlò di fermarsi ma colui che la teneva non aveva intenzione di farla parlare ancora, la buttò a terra e la immobilizzò mentre ti calava le braghe scoprendo il sesso pronto a stuprarla.

Un fischio leggiadro e allegro riecheggiò arrivando nella stanza dove stava accadendo tutto, un rumore di passi ben scandito simile ad un balletto precedettero il suono di una voce. <> i presenti si guardarono straniti e un po’ confusi, quella voce non la conoscevano, aveva qualcosa di sinistro e minaccioso anche se il tono era quello dei più gai e felici come se avesse trovato il tesoro di una vita.

<>, chiese quello mezzo nudo che voleva stuprare Marlia, tenendo lo sguardo fisso sulla modesta porta che dava all’enorme salone di ingresso da dove il loro compagno era uscito per ammazzare chiunque fosse stato a suonare.

<> tutti fissarono quel oggetto come se fossero ipnotizzati, lì oltre la porta videro un braccio intero essere gettato a terra schizzando qua e là prima di fermare la sua corsa sull’orlo della porta, il terrore che li avvolse crebbe rapido e silenzioso bloccandoli.

<>, urlarono più di uno imbracciando i fucili pronti a sparare a qualunque cosa fosse apparso davanti a quella porta.

Il rumore di passi si fece più intenso come se fosse proprio lì affianco a loro, padroneggiava su ogni altro suono, era assoluto.

<>

Dalla penombra irruppi nella stanza da quella porta tenuta così intensamente sotto tiro, con una mano tenevo il fucile che puntai subito su quello che teneva le due ragazze e nell’altra schegge di legno, sembrò tutto troppo veloce ma per coloro che vivevano quella scena durò tutto un’eternità.

Premetti il grilletto colpendo l’uomo fracassandogli in cranio in una esplosione che ne disperse i pezzi in un raggio di un metro, nello stesso istante le schegge di legno raggiunsero l’uomo semi nudo alla gola aprendo una serie di piccoli getti che inutilmente si potevano fermare, Kara usò il mio braccio teso come rampa saltandogli addossi strappandogli il sesso con un possente morso sputandolo poi a terra affianco al suo proprietario che ci cadde sopra dolorante mentre si contorceva, l’ultimo dei soldati prese il vecchio come ostaggio mentre mi puntò il fucile.

<>, continuò a dire visibilmente agitato e allo stremo della paura, mi avvicinai a lui ma subito cambiò bersaglio puntando alla nipote non ferita fisicamente del signor Regnar sparando un colpo.

Il colpo non raggiunse mai il bersaglio poiché una interferenza parò i colpi, la ragazza lo strinse come uno scudo poiché era quello che gli era stato, Darién si ritrovò col provare un dolore ancora maggiore a quello sul viso, le mani, le braccia, parte del torace e spalla sinistra erano stati scavati o sparati via dai minuscoli e numerosi proiettili del colpo, l’unico per quel tipo di arma, l’ultima spiaggia. Il ragazzo non urlò, cadde in ginocchio mentre gli spasmi e il sangue la facevano da padroni, la ragazza alle sue spalle aveva occhi terrorizzati e completamente stravolti.

Mi guardai tutta la scena come fosse un film non credendo al finale tanto assurdo, battei le mani e me le misi tra i capelli completamente incredulo. <>, dissi rivolgendo lo sguardo a tutti i presenti terrorizzati, attoniti e disgustati, poi rivolsi le mie parola alla ragazza che mi guardò con occhi spalancati. <>, dissi sorpreso e divertito dallo svolgersi della scena. <> il soldato confuso quanto gli altri mi guardo e sporse un sorriso che chiedeva pietà per la sua vita, contraccambiai il suo gesto, lui buttò a terra il fucile e io lo trapassai col fucile che avevo avuto in mano come fosse lui una mela e il fucile una freccia. Tutto all’improvviso era finito, la volenza, le urla, la pioggia, la notte, lasciando posto alla disperazione tinta di rosso, sotto il faro luminoso di un nuovo giorno.

Qualche ora più darti qualcosa si era riusciti a sistemare, domestici stavano sistemando mentre un comando di medici e soldati arrivati dalla capitale insieme al famoso Siemens parlavano con il signor Regnar medicato prontamente, le nipoti e i domestici tra cui Marlia, per ciò che riguardava Darién la cosa fu più seria, girava nel giardino da solo fasciato e forgiato con strani strumenti metallici nelle parti mancanti, un paio di infermieri lo seguivano da distanza su sua richiesta, voleva stare da solo.

Ansimava vistosamente e nonostante i sedativi e antidolorifici, soffriva come un cane morente ma ciò che più provava era semplice odio, odio per tutti quelli che lo circondavano e odio per se stesso poiché in fondo al cuore credeva in essi.

<> lui si voltò trovandomi seduto su un cespuglio come fosse una poltrona regale. <>

<>

<> mi alzai dal cespuglio andandogli faccia a faccia, fronte contro fronte. <> gli dieti un foglio stropicciato in cui avevo disegnato qualcosa insieme ad un altro foglio in bella scrittura.

<>

<>, disse cercando di autoconvincersi della cosa. Sorrisi alle sue parole, benché il suo discorso si reggesse sul filo di una ragnatela lo avrebbe fatto andare avanti.

<> mi levai un guanto e mi morsi una mano fino a farla sanguinare, le poche gocce nere che caddero le misi in una piccola fiaschetta cilindrica cristallina fatta a collana e gliela porsi. <>

Il ragazzo prese l’oggetto e lo fissò intensamente pensando alle mie parole e a quelle che aveva pronunciato, appena alzò lo sguardo non ci fu più.

Percorsi il lungo vialone fino al cancello senza essere considerato dalla moltitudine di persone nascondendo il mio aspetto dal pesante cappuccio ma non senza essere un ultima volta oggetto dello sguardo dei signori della villa e dei servitori che avevano vissuto quella notte, di Marlia avvolta dalle braccia dell’uomo che lei amava ma che non aveva mosso un dito per salvarla bloccato dalla paura ma che come i colleghi aspettava nascosto che tutto finisse.

Darién vide la sua amata rivolgere lo sguardo verso un’altra persona che non era lui, stringersi tra le sue braccia e rivolgergli il suo amore, poi lo sguardo della sorellastra che lo aveva usato e di coloro che lo avevano insultato e deriso per anni, che si erano presi gioco di lui, e qualcosa in lui cambiò, prese la piccola boccetta cristallina e la ruppe bevendone il contenuto di un fiato.

Mentre varcavo il cancello sentì le urla di dolore del ragazzo e capì ciò che aveva fatto. <>

Dalla cima della collana fino ai piedi della città di metallo furono tanti i fantomatici guerrieri che si misero in mezzo al nostro cammino, inutilmente.

<> guardai la Dea gatta con tenerezza e gli accarezzai la testa come si farebbe con un gatto. <>, gli dissi guardandola poi con occhi dolci e comprensivi.

<>

<>, gli dissi abbracciandola e facendole le coccole mettendola in serio imbarazzo.

<>

<>

<> la fulminai con uno sguardo e lei non disse altro.

Davanti all’alta arcata d’entrata, fatta di rottami arrugginiti incollati dal filo spinato, ci trovammo un piccolo squadrone che sembrava alquanto preparato.

<>, disse la mia compagna facendosi strada disinvolta con fare da vera signora di mondi.

Mi sedetti sul ridosso della piccola collina a guardare in lontananza la Dea trattare quei emarginati per farci passare, il suo linguaggio del corpo e il modo di fare erano veramente intenti ad ammagliare quei undici tra cui qualche donna, e sembrava riuscirci.

Bastet poi si voltò verso di me e mi lanciò un occhiolino provocatorio come una bambina che ha ottenuto quello che voleva, quasi mi faceva tenerezza, mi ricordava una mia cara conoscenza, Perla. <>, pensai tra me prima di alzarmi da terra e andare verso la Dea.

<>

<>

<>, rispose con aria soddisfatta e felice facendomi strada tra gli alti palazzi arrugginiti, l’odore di fumo e la moltitudine di eroi del passato nascosti nei vicoli bui che ci guardavano come prede.

<>, domandai fermandomi di colpo sentendo la pressione degli sguardi addosso, e insieme ad essa una sensazione che non sentivo da tempo.

La Dea si fermò stranita dalla domanda, vedendo il mio sguardo sembrò presa dalla stessa domanda. <>, rispose più per tranquillizzare se stessa che me.

Le ombre coprirono il cielo e decine di sguardi si tramutarono in movimenti di morte, il silenzio lugubre si animò in urla, negli occhi della Dea il cielo tinto di rosso gli venne coperto da una cappa di oscurità travolta da decine di lancette di morte, bianche come schegge di stelle.

Dagli alti tetti gli sguardi dei capi sulla distesa scintillante erano freddi e silenziosi, leggeri ghigni apparvero subito dopo. I loro soldati, guerrieri di antiche tribù maestri della natura e della guerra, sembravano restii a quel gesto tanto vile e privo di alcun onore.

Dalla lastra di terra bagnata da cadaveri e frecce, un ombra nera si alzò scagliando verso il mittente tre frecce bagnate di nero, rivolsi lo sguardo su coloro che avevano ordito l’attacco stazionati dall’alto delle loro posizioni, col corpo coperto di schegge di stelle su tutta la schiena e il sangue che scivolava verso terra memorizzavo i loro volti poiché sarebbero stati gli ultimi a cadere ei primi a capire la loro fragilità in quel mondo di crudeltà. Bastet rimase a terra bagnata da gocce quasi nerastre del mio sangue sia in viso che nelle vesti, coperta dalla cappa che l’aveva protetta insieme al mio corpo dalle saette dei nemici.

<>

<>

<>, disse il messaggero prima di balzar in volo in direzione della colonna di luce.

La Dea osservò con attenzione benché la lunga distanza che la separava dal luogo del evento, una scintilla di curiosità era ciò che la fermava dal suo cammino e posare lo sguardo sulla città che avrebbe dovuto radere al suolo, sguainò la lunga spada conosciuta come la spada del paradiso o falciatrice d’erba e la puntò verso quella città in rovina, il filo dell’arma si tinse di nero per un frangente quasi impercettibile.

<>

III

Grotta e Città

Kara intonava quello che pareva una canzoncina molto carina anche se sembrava come se miagolasse, io l’accompagnavo come potevo dando delle parole ai suoi versi mentre camminavamo a passo di danza guancia contro guancia. Sembrava molto felice e come biasimarla dopo quello che deve aver passato, la giornata era splendida e si stava d’incanto nella penombra della gola che stavamo attraversando, mancava qualche decina di metri e avrei scoperto il significato di quello strano disegno sulla mappa che non capivo cosa rappresentasse. <>

Mi fermai all’improvviso una volta arrivato alla fine della gola, che non fece altro che allargarsi a formare una circonferenza nella cui parte opposta si trovava la strada per Palem e nel mezzo un percorso non facile, il paesaggio che si dispiegava dinnanzi a noi non era per niente rassicurante, un dedalo di fragili e strette lingue di terra che si elevavano e poi si abbassavano, avvicinandosi, allontanandosi e sovrastandosi l’una sull’altra sorrette da altrettante fragili colonne di rocce corrose dal tempo e dalle intemperie che scomparivano nelle oscure profondità da cui arrivavano deboli pallori di luce e un rumore forte di acqua che si abbatteva su rocce o scogli nascosti nell’oscurità, anche se avevo la sensazione che facessero troppo rumore per essere tanto in profondità.

Saltai su una delle strisce pericolante percorrendola cautamente e a passo moderato, nonostante l’aspetto fragile sembrava reggere il peso di una persona tranquillamente.

Man mano che ci addentravamo ci sentimmo più fiduciosi verso quella strada, non riuscivamo quasi a parlarci visto il rumore dell’acqua sotto di noi ma a segni mantenemmo una semplice conversazione, osservammo con occhi da bambino le pareti incise e l’enorme articolato di quel luogo tanto affascinante quanto pericolante, era anche la casa di diversi Nativi dalle corazze luminose che tappezzavano ogni angolo di quel luogo e che apparivano come lucciole ad intermittenza colorando le parti che il sole non raggiungeva con una colorazione ogni volta diversa.

Dopo un po’ raggiungemmo quello che pareva il centro poiché non riuscivo più a vedere le pareti laterali della gola probabilmente alla massima ampiezza, e fu allora che ci imbattemmo in altri viaggiatori provenienti dalla direzione opposta, ci fu un attimo di silenzio prima che qualcuno proferisse parola.

<>, domandò uno del gruppo composto da più di una decina di Persone.

<>

Tutti loro si allarmarono e cercando di non farlo notare stavano per sguainare le armi ad un mio minimo movimento sospetto. <>, disse un’altra pronta ad estrarre la pistola dal fodero.

<>, dissi passandogli affianco tenendo le mani ben in vista. Uno di quelli nelle retrovie mi guardò intensamente mentre passavo, poi dopo un colpo di fulmine andò da quelli davanti a riferire, passai affianco al carro sentendo poco prima di allontanarmi un rumore che mi bloccò, il suono di un pianto sordo.

<>, chiesi senza mezzi termini pronto a ricorrere alle mani se fosse stato necessario.

Tutti quelli della compagnia estrassero le armi puntandomele prontamente contro.

<>, disse il capo scoprendo il telone e mostrando quello che c’era sotto, due Nativi dalle lunghe e arricciate corna e dai corpi ridotti a pelle ed ossa pieni di lividi, al collo un collare dorato col simbolo del esercito del Nord. <>, aggiunse buttandoli fuori per terra da cui non si potevano alzare poiché legati col fil di ferro, dal cappuccio sentì Kara agitarsi animatamente come in preda alla rabbia o alla paura, l’accarezzai per tranquillizzarla e la cosa funzionò.

<>, dissi indicando la striscia di cielo su cui apparve un enorme corazzata volante dell’esercito.

<> dalla nave maestra altre più piccole ne uscirono entrando nella gola, erano simili a quella che mi aveva inseguito ad Alath anche se più armate.

<<fuggitivi dell’esercito, avete qualcosa che appartiene al vostro supremo comandante, per avervi macchiati del crimine di furto verrete giustiziati sul posto, scappare è inutile>>, annunciarono dalla nave madre facendo tremare l’intero paesaggio.

Gli imputati si guardavano attorno tenendo gli occhi fissi sulle due navette che continuavano a fare cerchi sempre più stretti nel buio che si era creato dal eclisse compiuta dalla nave madre, e non avrebbero tardato ad arrivare lì dove ci trovavamo. <>, domandai ad uno dei due prigionieri sfruttando il panico dei loro rapitori.

<> sorrisi alle sue parole, gli angeli li avevo già trovati e trovarne la controparte era una scarica di adrenalina alla mia curiosità.

Una delle navette ci trovò puntandoci come un toro in corsa passandoci rasente alzando una folata di vento che quasi rovesciò il carro e stava per far cadere qualcuno nel burrone sottostante, ci abbassammo tutti per attutire il colpo e sfruttai il momento per preparare un piano. <>

<>

> mi strappai qualche capelli e lo dai in mano ad uno dei fratelli. <>

La navetta ritornò, questa volta più bassa e sparando a raffica, presi il carro per l’asse e la lanciai contro il mezzo nemico che al impatto fu sbalzato su un’altra piattaforma sgretolandola e inabissandosi, l’intera gola sembrò collassasse e iniziò a sgretolarsi sotto i nostri piedi.

<>, urlai indicando la strada opposta a quella in cui ero diretto scuotendo i presenti a muoversi.

L’altra navetta notando la collega essere abbattuta si diresse verso di me sparando a raffica, iniziai a correre in avanti scacciando l’attenzione dai veri ricercati che scappavano in direzione opposta alla mia.

Saltai su un’altra striscia di strada poco prima che l’altra collassasse continuando a correre a zig zag per non farmi colpire dagli spari, le strade ai lati crollavano come muri di carta sbarrando le altre vie distruggendole o facendole cadere velocemente nel baratro. Mi buttai su un lato andando rasente alla parete nerastra della gola, altre due navette si affacciarono all’inseguimento, una di esse si parò ad un centinaio di metri davanti a me ed un'altra dall’alto veniva in picchiata.

<> sfruttando una sporgenza sulla parete balzai di qualche metro in alto superando la navetta che mi stava dietro, conficcai la mano sullo scafo aggrappando ad essa mentre con l’altra tenevo la lunga arma che mi portavo ben salda nel suo fodero. La navetta in alto rallento di colpo ritornando in quota per evitare lo scontro mentre quella di fronte si alzò ma non abbastanza da evitare di andarci rasente, la colpì con l’arma facendola andare fuori asse e volteggiare ad alta velocità prima di schiantarsi alle nostre spalle in una esplosione verdastra che accecò l’intero ambiente.

In un frangete di secondo dall’esplosione una lancia di ferro nera come la notte e veloce come un arpione trapassò la navetta, intera arma prese a luccicare in modo sempre più intenso mentre un calore sempre maggiore ne usciva, d’istinto saltai giù ma troppo tardi per evitare l’esplosione, migliaia di schegge portare da una possente onda d’urto ci travolsero fiondandoci contro le piattaforme durastre ai bordi della cola trapassandole come foglie senza che potessero fermare la corsa verso gli abissi.

L’intera gola non riuscì a sopportare anche quel duro e forte colpo, le alte pareti iniziarono a crollare su se stesse, valanghe di detriti scesero come cascare riempiendone l’interno, un rumore assordante di morte si espanse accompagnato da una nuvola nera di polvere.

<>, urlò uno dei disertori ai compagni rimasti indietro.

<>, urlò ancora ma essi non ce la facevano più, i due demoni li presero come se fossero sacchi di cemento accelerando il passo e portandosi davanti a tutti mentre tutto alle loro spalle crollava nell’abisso oscuro.

L’enorme sbuffata nera sputò dalle viscere di quell’inferno i malcapitati ormai ricoperti di polvere e cenere eppure, salvi. Qualcuno di loro aveva qualche graffio o abrasione ma nulla di serio, erano anche riusciti a seminare gli inseguitori dell’esercito.

<>

<>, disse uno dei fratelli col fiatone.

<>

I due presero fiato prima di rispondere, lo sforzo era stato titanico poiché da giorni non mangiavano ed erano stati fermi altrettanto rinchiusi su quel carro legati come merce da contrabbando. <>

<>

<>

<>

La tenera e preoccupata voce del anima di Kara mi chiamava con forte e gran insistenza, invocava il mio risveglio mentre un dolore lancinante alla testa mista a fitte su tutte le ossa ed a un formicolio bruciante nei muscoli mi bloccavano a terra.

Mi risvegliai avvolto da una fievole luce tenue e giallastra in un luogo cavernoso dal profumo pungente di chiuso e stagnante in un aria umida e asfissiante.

La testolina morbida della piccola Nativa la sentii strusciarmisi al volto come a voler cercare di alleviare i dolore di cui ero preda. <>

Aprì gli occhi di scatto come se avessi dell’acido in essi, mi piegai su me stesso dolorante come mai prima, rigettai tutto quello che avevo in corpo piegandomi su un lato, sull’orlo del baratro senza fine al cui bordo eravamo precipitati.

Il dolore non accennava a diminuire e la testa doleva come se qualche insetto me la trapanasse cercando di entrarci a forza, me la toccai macchiandomi la mano di sangue, una quantità che mi fece rigettare un’altra volta, ma non era la sola cosa.

Abbassai lo sguardo morente e rimasi ghiacciato al vedere una lunga e sottile sbarra di ferro a spirale trapassarmi il fianco destro coprendosi di filamenti di carne, sangue e della pus giallastra che gli scivolava lentamente, guardai Kara per cercare di rassicurarla ma il suo sguardo di terrore si era parato sul mio braccio destro, che non sentivo quasi più dai dolori.

<>, mi domandai atterrito vedendone le condizioni pietose.

La manica dei vestiti era completamente bruciata e quasi assente sennò che per qualche stappo di tessuto, la pelle era piena di croste e bolle giallognole di liquido denso che scoppiavano lentamente, i legamenti sbucavano insieme a qualche pezzo d’osso bagnato di sangue tra una vena e l’altra che a stento riuscivano a tenerlo dentro, le dita erano tutte storte e piene di abrasioni ma in condizioni migliori rispetto al resto, grazie anche al guanto. Mi trattenni dal rigettare e provai a muovere le dita, vidi i legamenti muoversi sbucando dalla pelle mentre schizzi di sangue e liquidi neri mi esplosero in faccia, mentre il dolore mi trapassava ad ogni movimento. <>, gli dissi con voce quasi assente.

La piccola Nativa si volto e provò a coprirsi le orecchie mentre le mie urla di dolore si issavano come il canto di disperazione e dolore di un morente mentre viene smembrato, il sangue schizzava, mentre col braccio buono battevo a forza di pugni sull’altro mentre con i denti, tra il sangue che mi usciva dalla bocca per lo sforzo, tenevo la corda che usai per tenere insieme i pezzi. Con occhi schizzati, il sudore che mi bagnava la pelle e spasmi incontrollabili mentre cercavo di non svenire ne lasciare il lavoro a metà. Mi fermai tre o quattro volte per i dolori e per rigettare nonché per prendere fiato, ci vollero tra una cosa e l’altra quasi un’ora prima che riuscissi a finire, circondato da macchie e pozze nere rossastre sui vestiti bollenti e sporchi mi eclissai dal mondo avvolto dal dolore, immobile e con lo sguardo fermo nell’oscurità, con ì occhi sbarrati per il troppo dolore, un dolore che da anni non sentivo.

<> svenni ancor prima di finire di parlarle, la mente mi si annebbiò e il corpo cadde come un sacco.

Una piccola sagoma bagnata da una debole luce biancastra mi riempiva la visuale, il tocco dolce delle sue mani sulle ferite mi parvero come una pomata sulle bruciature, fredda ma benefica, alle sue spalle altre tre sottili e lunghe sagome simili a lunghe alghe mosse dall’acque, leggere e sinuose guidate dalla debole corrente che attraversava quel luogo, richiusi gli occhi ancora troppo stanco e dolorante riaddormentarmi.

Mi risvegliai di colpo dopo aver avuto un terribile incubo, ero ancora bagnato di sudore e avevo ancora qualche piccola compulsione ma per il resto era tutto più o meno “normale”, la testa mi scoppiava e i dolori che non mi lasciavano mai erano sempre lì. Controllai il braccio, fasciato con corde da traino e pezzi di stoffa zuppi di sangue e sudore, la mobilità era tornata parzialmente, per il resto ci pensò Kara che, appena mi vide rinvenire, mi saltò addosso facendomi le feste.

<>, dissi accarezzandogli la testa mentre mi soffermai con lo sguardo per un attimo alle altre due code che gli erano spuntate, lucide e di un colore brillante.

Mi rialzai in piedi e mi avvicinai alla bocca della grotta in cui eravamo capitati, dai deboli raggi di sole che filtravano dalla cappa di detriti notai altre entrate di altre innumerevoli grotte disperse su tutte le pareti scoscese della gola, tutte finivano o iniziavano nello strapiombo davanti a me da cui spuntavano alcune delle colonne portanti delle piattaforme che erano scappate al crollo.

<> nonostante le mie parole poco rassicuranti lo sguardo e forse anche il pensiero di Kara erano verso le mie pessime condizioni, anche se buio le minuscole pozzette di sangue riflettevano quel poco di luce, e anche se fosse stato totalmente buio l’olfatto di lei sicuramente avrebbe notato lo stesso notato l’odore pungente del mio sangue marcio.

<>

Ci trascinammo con le poche forze che avevamo, lei barcollava a destra e a sinistra mentre lasciava impronte impregnate di sangue guidata dal suo udito ed olfatto mentre strisciavo contro il muro seguendola nel buio freddo e ventoso di quel complesso labirinto sotterraneo dalla fredda temperatura. Man mano che ci addentravamo notammo, anche se era quasi impercettibile un odore metallico e la superficie scavata delle pareti opera delle Persone, probabilmente un tunnel di collegamento mai finito o qualche miniera o simili, in quel momento non ebbi neanche le forze per formulare un’ipotesi, mi affidavo a intuizioni, avevo freddo, mi sentivo debole travolto dagli spasmi irrefrenabili e dai dolori martellanti, era come se nelle vene mi scorresse lava e che bruciasse tutto quanto, continuai così e non ci volle molto che cadessi, bastò un semplice sasso sulla strada ad abbattermi.

Kara si volto e mi venne subito incontro appena sentì il tonfo, mi colpì con la testa sul viso, mi morse un braccio e mi carico all’altezza del costato ma non sembravo reagire, a quel punto si mise ad urlare, un urlo che straziava le orecchie e trafiggeva l’animo come se una creatura celeste fosse consumata dalle fiamme dell’inferno. Mi ripresi come se mi avessero riportato in vita, a lunghe respiri affannati e colpi di tosse acuti, a tentoni trovai la morbida pelliccia della piccola Nativa e la accarezzai rassicurandola.

<> mi rialzai appoggiandomi alla parete da cui notai sporgere qualcosa di cubico e metallico, prontamente tirai fuori dal borsone una piccola sacca con decime di pietre al suo interno e a tatto ne scelsi due che sbattei sul cubo, ci fu un lampo tremendo che illuminò come un sole prima di affievolirsi fino a rimanere dell’intensità di una lampada ad olio.

<>

Presi la cosa più grossa e profumata che trovai e la dai a Kara, il dolce profumo affumicato misto alle erbe dentro cui era stata avvolta la carne rapirono in tutto e per tutto la mia compagna. <>, dissi aprendo una scatoletta con del cibo filettante di un viola pallido adornato da fogliette arance di qualche pianta dolce.>> ne assaggiai un pezzo con diffidenza per poi scoprirne l’immensa bontà e la grande carica che vada.

Kara terminata la cena mi saltò sulle gambe accucciandosi e guardandomi con una ovvia domanda sortagli dalle mie precedenti parole. <> Kara mi guardò male dubitando sul fatto che mi fossi ripreso. <

Feci di tutto per essere degno di tutto quello che facevano per me ma anche se mi lodavano e mi davano meriti sentivo sempre che non era abbastanza, volevo dimostrare definitivamente a tutti quanti, anche a coloro che parlavano nell’ombra che ero degno di far parte di quella famiglia e che sarei stato capace di sopportare il peso che comportava.

Qualche mese dopo ci fu una grande festa ad un palazzo regale in Europa, è considerato un grande posto da dove vengo. Era una festa in stile nobiliare, belli abiti, gente potente e incontri cordiali, balli e banchetti, tutto per il compleanno della figlia di un’altra famiglia potente, i Verne. Era una ragazzina poco più piccola di me, i genitori volevano farla entrare nel mondo dei potenti, aveva un futuro promettente e insieme alla sorella maggiore avrebbe detenuto l’impero dei genitori, purtroppo qualcosa andò storto, ci fu un attentato e dei rapitori irruppero nella villa, uccisero solo le guardie lasciando gli altri in preda al terrore, impotenti. In seguito si ipotizzò che fossero sicari di qualche organizzazione che aveva interessi contro i Verne ma questo non cambiò il fatto che la figlia più piccola, Maia, era il loro obbiettivo. Il capofamiglia degli Hanzo, l’anziano Hann ordinò a quei pochi ospiti di riprendersi e cercare la piccola, ogni membro della famiglia come un soldato fedele, donna o uomo si armò e privo di ogni esitazione andò a compiere l’ordine andando a contrastare i rapitori, il sangue e gli spari da lì a poco iniziarono ad avvolgere l’intero edificio, io tra gli spari e il tumulto finì separato da tutti gli altri, avevo paura e volevo solo scappare, far sparire tutto quel orrore, i corpi morti, il sangue, gli sguardi di orrore in quei volti ma poi la vidi, rannicchiata in un angolo, lo sguardo stravolto, il vestito celeste bagnato del sangue di altri mentre si copriva le orecchie, anche lei nelle mie condizioni, in me in quel momento il forte desiderio di proteggerla fu l’unica cosa che provai.

In quel istante, mentre mi avvicinai a lei due dei rapitori la individuarono e si lanciarono come belve sulla preda, dall’altra parte gli Hanzo erano arrivati ma erano bloccati dagli altri rapitori richiamati dai compagni, io che ero il più vicino alla ragazza la presi a me e feci l’unica cosa che mi venne in mente, con la cravatta feci un cappio e lo misi al collo della ragazza legandole infine al braccio. Sembrerà una cosa stupida ma in quel momento era l’unica cosa che mi venne in mente, pensai che se non avevano sparato appena l’hanno vista voleva dire che la volevano viva. Anche loro rimasero spiazzati ma non avevano il tempo né i mezzi per tagliare via il loro problema, spararono a raffica prendendoci entrambi, le ultime parole che sentii furono quelle del vecchio Hanzo, diceva o più specificamente, mi ordinava di proteggerla a qualunque costo finché non ci avrebbero salvato.>>

Accarezzai Kara che sembrava alquanto interessata e presa dalla mia storia nonostante la stanchezza. <> Kara però non fu d’accordo e mi saltò al collo cercando di mordermi ma finendo per farmi soltanto il solletico. <>, dissi mostrando tutto il braccio destro e le cicatrici. Mi rannicchiai coprendomi con quello che rimaneva del mio cappotto di pece, Kara si infilò come un serpente fino ad avere la sua testa sotto in mio mento avvolta da caldo. <> ci strinsi e coprì il cubo luminoso facendoci piombare di nuovo nel buio e nel sottile silenzio della grotta.

Forti passi di sentirono ad un certo punto crescere di intensità e una voce parlare come se stesse in un posto del tutto indifferente, una nobile luce color arancio avvolse il nostro cammino che era stato ripreso già da qualche ora. <

A quel punto iniziò una trattativa ma non riuscì a seguirla poiché ero malnutrito e il dolore della mia malattia non attenuava a placarsi da quando avevo lasciato la villa e lì anche la mia medicina, ad un certo punto uno dei due batté sul tavolo infuriato mostrando il ferro che aveva in mano, poi fece uno strano segno con la mano prima di strapparmi i vestiti lasciandomi a petto nudo e legandomi le mani dietro la sedia , nella stanza irruppe un'altra persona, sembrava quasi un professore, ben vestito, con gli occhiali e un atteggiamento superiore ma con in mano un altro di quei ferri, rovente e di un giallo cremisi. Terrorizzato rivolsi lo sguardo allo schermo come a chiedere il perché, ma nessuno di loro ebbe il coraggio di guardarmi in volto, nessuno tranne il vecchio Hanzo, i suoi occhi sembravano dirmi di resistere, di essere forte.

Il colpo arrivò all’improvviso ma si fece sentire, la pelle che si squagliava, il calore che mi trapassava mentre mi dimenavo come un dannato ei denti che digrignavano, la saliva che mi usciva come spruzzi di onde sugli scogli e il respiro furente che trattenevano le urla, dopo sentii solo l’odore della carne bruciata, alzai gli occhi allo schermo vedendo nel riflesso il marchio che mi era stato inflitto, il mon della famiglia Hanzo, ero stato marchiato come una bestia da macello, come un animale.

Alzai lo sguardo ancora una volta vedendo il viso dolente dei genitori di Maia, della sorella e di tutti i presenti, con le ultime forze urlai le sole parole che mi vennero in mente. <> poi svenni per lo stress.

Quando mi risvegliai mi ritrovai di nuovo nella cella, Maia in un angolo, lo sguardo vuoto e il corpo sempre più debole, sembrava non voler più mangiare, voleva lasciarsi morire e non potevo dire di non capirla ma lei non poteva farlo, avevo fatto una promessa e anche se avessi dovuto costringerla la avrei tenuta in vita, e così feci. Presi il cibo che c’era e la obbligai a mangiare obbligandola a forza a ingoiare il cibo e quando si rifiutò di aprir bocca l’obbligai a forza di farla soffocare ma poi arrivò di nuovo quello strano uomo, il dottore lo chiamavano gli altri, portò con se ogni genere di strumento medico e non ci voleva molto per capire cosa volesse fare, mi misi in mezzo tra lui e Maia.

Chiunque avrebbe detto che sarebbe stato inutile nelle mie condizioni ma la cosa funzionò, quello psicopatico prese il mio gesto come un affronto e mi prese al posto di lei, mi legò ad una sedia e sotto una forte luce in quella che sembrava una sala operatoria iniziò il suo teatrino, iniziò a parlare della sua vita e del suo hobby di torturare poi iniziò a inveire contro le parole che avevo detto durante la trasmissione e su come cercavo di mantenere in vita la ragazza, poi mi dissi parole cui significato era nascosto. <> Non capì subito quello che disse e ci pensai mentre ero in cella, passarono dei giorni e sembrava tutto troppo calmo, Maia si era in parte ripresa ma poi lui ritornò, con uno strano sorriso in volto, in mano stringeva un pestello da macellaio nuovo, e nell’altra delle tenaglie, appena la cella venne aperta e Maia lo vide cominciò ad urlare cercando di scappare attraverso le sbarre in preda al terrore e alle urla.

<>, chiese e allora capì le sue parole, voleva vedere se avrei tenuto fede alle mie parole o se avrei ceduto come un animale impaurito marchiato come tale, mi alzai traballante di fronte a lui offrendomi.

Quando fui ributtato in cella c’era ancora Maia rannicchiata in un angolo impaurita, occhi spalancati e respiro accelerato, il cibo freddo era davanti a lei ma nonostante la fame non voleva mangiare, era tornata allo stato precedente, io mi avvicinai a lei mentre mi fissava con occhi di terrore, mi piegai dinanzi alla ciotola prendendo un boccone come una bestia, mi sporsi a lei dandogli il boccone che avevo in bocca obbligandola a mandarlo giù a forza, spingendoglielo giù per la gola fino a fargliela andare di traverso, lo feci ancora e ancora finché la ciotola non fu vuota, mi buttai sull’angolo opposto al suo guardandola dritto in faccia, ma i suoi occhi erano fissi sulle mie mani completamente spezzate e sulle dita prive di unghie e scarnate coperte dal sangue nerastro e marcio che scorreva nelle mie vene. <>

Da quel giorno ogni tre notti lui ritornava alla cella e io mi alzavo e gli andavo incontro anche contro la volontà di Maia, la cosa si protrasse per giorni, settimane e addirittura mesi.

Alla fine successe qualcosa che non credevo possibile, ci feci l’abitudine al dolore, era diventata una cosa che si era legata a me, ad un certo punto iniziai a fingere che mi facesse così tanto male quanto bastava perché lui ci credesse, continuai la farsa fino al giorno che Maia si ammalò gravemente. Poche settimane dopo l’ultima diretta, nel modo di fare del vecchio Hanzo avevo letto che erano vicini a trovare il luogo dove eravamo detenuti, ma era passato troppo tempo e di loro non c’era stata traccia, in una crisi di Maia una delle guardie entro a vedere ed allora feci la mia mossa.

Cinque giorni dopo finalmente una squadra d’élite in cui erano inclusi la sorella di Maia e un ragazzo dei Xanders irruppero nello stabilimento ormai completamente distrutto, morti ovunque, sangue, resti di piccoli incendi, apparecchiature distrutte, fu questo che trovarono. La squadra alla fine giunse alle prigioni, io gli stavo per attaccare ma riconobbi una delle guardie del vecchio Hanzo tra loro e mi fermai, buttai a terra le due sbarre di rame che stringevo come fossero spade, mi voltai verso la cella e portai Maia in braccio fino alla sorella, la guardia mi aiutò a tenermi in piedi mentre ripetevo se avevano ricevuto il segnale che avevo mandato, non sentii neanche la risposta da quando ero stordito dopo giorni a dare la caccia a quelli che erano rimasti nella struttura.>>

Settimane dopo mi risvegliai in ospedale dove tutta la famiglia si era riunita per me, Kim era la prima, rimasta giorno e notte lì a vegliare su di me. Appena mi risvegliai la bellissima donna mi saltò al collo riempiendomi di baci e abbracci ripetendo quanto gli ero mancato.

L’anziano a quel punto disse le parole che avevo tanto agognato. <>

Da quel giorno mi sono allenato e preparato per ogni tipo di situazione, entrai a par parte della squadra delle tre grandi famiglie insieme a Perla Verne, la sorella di Maia e Kyle Xanders, il ragazzo che aveva partecipato all’operazione di salvataggio.

Nonostante fossero tutti e due più grandi mi trattarono come un fratello e legammo sempre più, ci spedirono in ogni parte del mondo sfruttando il fatto che come eredi di famiglie potenti eravamo potenziali futuri soci per ogni compagnia o industria, facevano ogni cosa ci chiedessero e diventammo i più bravi in ciò che facevamo, tanto da essere famosi nelle malavita, i segni che ricoprono il mio corpo sono ciò che quelle esperienze mi hanno lasciato, ormai non so più se è questo che volevo essere ma non ha più importanza, questo è il mio mondo ora e vivrò così per il tempo che mi resta.

Questa è la storia di come sono diventato il cupo ragazzo che ti ha trascinato in questo casino, come hai sentito non è niente di che, ci sono racconti più interessanti, ora però muoviamoci lì in fondo vedo quella che sembra un’uscita.>> Kara mi saltò in spalla strofinandosi contro il mio viso teneramente.

<>, dissi scherzoso. Seguimmo le deboli scie di luce che filtravano da una parete rocciosa a fine del tunnel, oltre ad esso le voci della natura riecheggiavano nell’aria e tra la flora rigogliosa caratteristica della regione.

Sfondai la parete facendola crollare giù come fosse un muro di cartongesso riempiendoci di polvere, terra e rampicanti ma vivi anche se malconci, caddi a terra per il troppo slancio inciampando su una grossa radice, Kara agile com’era saltò in tempo per evitare di seguire la mia fine per poi atterrarmi sulla schiena appena mi ritrovai con la faccia sul manto erboso.

<>, mi lamentai rimanendo con la faccia immersa nell’erba mentre la Kitsune mi camminava sulla schiena per farmi rialzare, notò subito che alla luce del sole bianco le mie condizioni erano anche peggiori di quelle che credevo, ero letteralmente a pezzi, il sangue aveva sporcato tutto e i vestiti che avevo erano a pezzi, in parte bruciati e in parte rovinati dall’attrito con la parete rocciosa prima dello schianto nella grotta. <> la Nativa saltò giù dalla mia schiena e dopo un latrato di conferma corse alla ricerca della fonte d’acqua.

Mi rivoltai dall’altra parte trovandomi i raggi filtranti del sole attraverso il tetto fogliare accarezzarmi il viso, le fugaci ombre di volatili sfrecciarmi come stelle cadenti davanti agli occhi in armonici e dolci cinguettii accompagnati dal fruscio dei rami provocato dai Nativi che affamati vagavano in cerca di pasto o in una passeggiata con la prole al seguito, come ad esempio un branco di Kjroi dal manto muschiato terroso che incuranti della mia presenza passarono come nulla fosse a qualche decina di centimetri dalla mia testa, ad ogni loro passo tra la fitta vegetazione centinaia di fiori di cotone volavano via verso il cielo in un turbine lento e ordinato che poi si disperse in nove direzioni diverse come fossero delle autostrade, ogni gruppo con lo stemma di color diverso, pensai subito che si trattasse di una specie di migrazione, un ritorno alle proprie regioni d’appartenenza.

Mi tirai su mettendomi seduto appoggiato ad un albero caduto cui tronco rimaneva però ben saldo al terreno, appena mi ci appoggiai sentii qualche serie di sibili prima che apparisse un enorme e pesante Anfesibena, mastodontico serpente a due teste, una per estremità. Il Nativo si fermò dalla sua lenta passeggiata e rivolse le enormi teste nella mia direzione, la colorazione verde smeraldo brillo di striature giallognole al tocco del sole che si contrapponevano agli occhi blu elettrico di entrambe le teste, una delle quali si avvicinò fino a strofinarsi contro il mio petto in modo amichevole mentre l’altra testa osservava vigile ciò che gli circondava prima di richiamare l’altra testa ad andare via.

<<è stato un piacere, buon viaggio>>, dissi sorridente felice per l’incontro fortuito con un’altra mitologica creatura, il Nativo sorpreso di capire le mie parole rimase qualche secondo fermo, poi mi circondarono contorcendosi e strofinandosi su se stesso produsse un suono sibilante che sovrastò ogni altro suono nella zona, si fermò all’improvviso srotolandosi e andando via. Distolsi lo sguardo dal tratto di vegetazione da dov’era scomparso l’essere per poi posarlo sul manto platino cristallino a squame che l’Anfesibena mi aveva lasciato. <>

Kara tornò qualche minuto dopo saltellando tra le radici e gli arbusti arrivandomi addosso come un falco sulla preda cadendomi tra le braccia strofinandosi anche lei contro di me. <>, chiesi scherzoso accarezzando la Kitsune. <> La presi come un peluche tra le braccia e mi feci indicare la strada.

Arrivammo alle sponde di un grande e limpido acquitrino, acqua era fredda e piacevole al tocco della pelle, mi levai gran parte dei vestiti e feci voltare Kara perché non mi vedesse. <>, gli dissi gentile.

Buttai a terra il cappotto ormai ridotto a straccio sporco e bruciato, mi tolsi la canottiera che tinta di rosso e dalla forte puzza di sangue e sudore sembrava aver passato la guerra, i pantaloni impolverati e infangati gli appallottolai e li buttai dentro al borsone, le uniche cose che erano rimaste ancora intere furono le scarpe polacchine, un po’ sporche ma intere. La brezza leggera che filtrava dagli alberi e albergava attorno a quell’acqua magnifica mi avvolsero il corpo in un freddo e piacevo abbraccio di qualche secondo, anche se volevo non potei entrare in acqua altrimenti l’avrei sporcata e inquinata, perciò con un po’ delle bende che avevo mi lavai il corpo bagnandole con l’acqua. Le ferite si erano quasi del tutto cicatrizzate, il gonfiore dei punti delle rotture ossee erano quasi svaniti, solo un leggero colorito viola oscuro colorava le leggere protuberanze, per quel che riguardava il petto la cosa era tanto peggio quanto mi aspettassi, premetti con forza e dai bordi delle bende come lacrime dense e oscure, scie larghe di sangue e pelle morta scivolarono su di esse in una poltiglia puzzolente e viscida, dopo l’operazione cambiai la fasciatura. <>

Restai sulla riva a controllare le mappe e a scrivere delle lettere che avrei mandato da Palem, Kara nel frattempo era entrata in acqua e nuotava con estrema scioltezza mentre inseguiva i piccoli frutti galleggianti che navigavano in quelle limpide acque. Attorno a noi una decina di Nativi dagli stemmi rame pallido si nascondevano tra gli alberi scrutandoci con occhi curiosi e al contempo timorosi, benché fossero pratici delle foreste i loro zoccoli non poterono non far rumore al toccare il suolo.

Kara drizzò le orecchie al sentire tale rumore ma non si spaventò, si limitò ad uscire dall’acqua, scrollarsi su di me e buttarmisi in grembo sotto la mia ombra a riposarsi. <>, la accarezzai controllando, in modo che non se ne accorgessi, le ferite sul collo e sulle zampe. Notai con mia grande gioia che erano quasi del tutto scomparse e che il pelo attorno ad esse cresceva lucido e setoso, infine dopo l’accertamento mentre lei era in sonno veglia li canticchiai il motivetto di una melodia che mi aveva sempre accompagnato e cui parole raccontavano di due amanti tormentati dal destino.

<>, domandò uno di quei Nativi che si erano nascosti, un Fauno.

Le piccole e biancastre corna sbucavano dalla folta capigliatura di ognuno di essi, il petto nudo e muscolo che sfociava nella parte inferiore simile a quello di capra, un corpo bilanciato e muscoloso. <>

<<è un onore conoscervi, io mi chiamo Ray. Non sono di queste parti, appena ci saremmo ripresi lasceremo questo luogo.>>

<>

<>

<>

<> i fauni salutarono prima di scattare saltando tra gli ostacoli a terra scomparendo tra la folta vegetazione, Kara si svegliò un attimo dopo la scomparsa dei Fauni e mi guardò con aria incuriosita.

<> accarezzai la piccolina sulla testa, lei rivolse lo sguardo verso di me e notai qualcosa di particolare, il suo stemma brillante di un viola oscuro era nel suo occhio destro, una stranezza che la contraddistingueva ancora di più. <>, gli dissi indicandomi la fronte coperta dalla bandana bianca sporga di sangue.

<> mi voltai al sentire la voce dolce e timida che pronunciò tali parole e come mi aveva detto un presentimento, quasi fosse una visione, mi trovai faccia a faccia con una delle ricercate Driadi, il corpo femminile nudo, perfetto sotto ogni punto, una lunga chioma castana raccolta da un cerchietto legnoso adornato da frutto rosei che contornava il viso leggermente pallido e da cui spiccavano occhi dorati, essa si coprì il seno d’istinto e si strinse a se poiché non molto a suo aggio nell’essere guardata, io distolsi subito lo sguardo rivolgendolo all’acqua.

<> la ninfa ringraziò dell’informazione ma invece di andare via fu attratta dallo strano personaggio dai capelli tanto particolari che gli aveva appena parlato, si avvicinò cautamente mentre a qualche metro di distanza le amiche osservavano sperando che non succedesse nulla di male alla compagna.

A fermare l’avanzata della Nativa ci fu Kara che balzò davanti a lei ringhiandogli contro, la ninfa in un primo momento sembrò terrorizzata a morte, si calmò solo quando presi la piccola tra le braccia e lei si placò. <>, chiese a voler toccare la piccola Kitsune, Kara mi diede uno sguardo interrogatorio.

<> la piccola allora smise il suo atteggiamento minaccioso e si lasciò toccare, la sua pelliccia morbida e fresca su lodata anche dalla ninfa e si affezionò subito alla piccola che non disdegnò un po’ di coccole. All’improvviso fummo circondate dalle altre Driadi, tutte interessate alla piccola Kara che sembrò felice come non mai. <>

<>

Mentre parlavamo le altre Driadi fecero addormentare la piccola e ne levarono il bendaggio al collo mostrando la terribile ferita riportata. <>, riferì alla ninfa con cui avevo appena parlato, le altre avvicinarono le mani alla ferita poggiandole una sull’altra, dai loro palmi i loro stemmi color ciliegio aumentarono d’intensità avvolgendole in una luce rosacea, le lasciai fare e mi cambiai d’abiti intanto che finivano.

<<è stata molto fortunata ad incontrare qualcuno come te, non è facile trovare chi sappia parlare ai nativi, anzi è quasi impossibile, l’unica persona che noi tutti Nativi conosciamo in grado di farlo è nella foresta bianca, da decenni l’unico che sappia come parlarci tranne te, sei il secondo.>>

<> la ninfa rimase in silenzio colpita dalle mie parole, ma sembrava preoccupata per qualcosa. <>

<>

Le ninfe finirono il loro rituale curativo e rifasciarono il collo della piccola Kara che mi corse incontro saltandomi tra le braccia. <>

<>

<> presi le nostre cose e seguì un sottile e disastrato sentiero quasi del tutto scomparso che ci avrebbe portato nel giro di un’ora sulla strada per la città.

<>, domandò l’amica alla ninfa ancora pensierosa.

<>

<> la ninfa baciò la fronte dell’amica condividendo l’informazione del volto della ragazza in questione. <>, disse con le lacrime agli occhi mentre una morsa gli spremeva il cuore come ad ognuna delle presenti una volta condivisa tale informazione. <>

I vecchi palazzi arrugginiti caddero come tasselli di domino l’uno sull’altro mentre anime vaganti precipitavano come grandine frantumandosi al suolo, mentre altri scappavano come topi, i pochi temerari che cercavano di contrastare la causa di tanta distruzione cadevano uno dopo l’altro trafitti dalla forza delle frecce della dea felina, i suoi movimenti veloci come schiocchi di frusta, lì dove il suo sguardo si fermava lì colpiva con i suoi colpi colmi dalla furia e potenza di fulmini dorati, il suo corpo risplendeva della stessa luce del suo stemma, che come un faro, l’illuminò tra la distruzione che lei stessa stava producendo, pochi minuti e l’intera città di macerie venne sterminata.

La voce che la dea felina fece tale impresa in solitaria viaggiò veloce nelle terre dei Titani, ma nell’istante che tale misfatto venne compiuto lei non aveva altro in mente che vendicarsi di coloro che l’avevano ingannata per cercare di ucciderla, dalle sue labbra gocce di sangue gli scorrevano sulle guance, sangue non suo ma di colui che gli si era offerto come scudo alla pioggia di frecce che erano scese sulle loro teste.

La mano corazzata gli toccò la spalla scoperta facendogli prendere un colpò, lei puntò subito l’arma pronta a scagliare il colpo. <> la guerriera si rilassò e abbassò l’arma sorridendo alla battuta, anche se fatta in un momento alquanto critico.

<>

<> si guardò attorno quasi non credendo di essere stata davvero lei. << il tuo sangue è stupendo! Ha un sapore così dolce e… quasi non riesco ad esprimermi, è come se il mio corpo stesse ardendo dal potere, è come se fossi tornata alla mia piena potenza, ai miei tempi d’oro...>>

<>

<>

<>, minacciai puntandogli l’arma che possedevo dritta al collo.

<<è ancora nel suo fodero, credi che riusciresti ad estrarla prima che ti colpisca, è addirittura sigillata dalle catene del giudice.>>

<> la donna sconsolata dalla mia ignoranza fece un gran respiro e rinfoderò l’arma. <>

<> lo sguardo della Dea sembrava più infastidito che sorpreso. <>

<>

<>, disse scossa e agitata distogliendo lo sguardo. <>

<> la Dea fece una smorfia di fastidio prima di saltare giù dalla pila di macerie scivolando sulla collinetta di terra fermandosi davanti agli organizzatori della trappola, che doloranti e feriti, cercavano di strisciare via dalle macerie.

<>, disse pavoneggiandosi e indicandomi come fossi il suo giocattolo.

Mi avvicinai anch’io agli imputati guardandogli con i miei stessi occhi, il loro aspetto non era per nulla regale e sgargiante come gli dei egizi o greci ma più terreni, ricoperti di pelli di animali, muschi e rami, il viso e il corpo dipinti da disegno tribali richiamanti motivi sciamanistici. <>

<>

<> alle parole pronunciate Bastet reagì incoccando una freccia per mettere a tacere le loro bocche, nei suoi occhi una luce di rabbia mista a frustrazione emerse al sentire quella domanda, come se brutti ricordi gli fossero affiorati alla mente. Bloccai l’angelo caduto prendendogli l’arco dalle mani lanciandogli una occhiata che la fece rinsavire.

<>

<>

Finito di ascoltare guardai l’imputata per avere una qualche conferma di quello che avevano detto, lei distolse lo sguardo nascondendo il viso nel velo che portava attorno al collo. <>

Non disse nulla e si chiuse ancor di più tra le spalle mentre cercava d non far uscire il dolore per tali perdite, cari amici e abili guerrieri che sarebbero ancora in vita se non si fosse illusa di poter vincere lì dove decine di loro erano falliti insieme.

La presi con una mano per il bacino stringendola a me mentre con l’altra tenevo il suo arco, indicai la colonna di luce dove si supponeva ci fossero i Titani prima di rivolgere parola. <> ridai l’arma alla proprietaria lasciandola andare dalla mia presa. <> lei si limitò ad annuire nascosta da quel sottile strato di tessuto che mascherava il viso. <> lascia Bastet discutere con i suoi colleghi e mi allontanai di qualche decina di metri.

<>

L’aria si era fatta più respirabile mentre un dolce profumo primaverile mi arrivò al naso trasportandomi per qualche istante nei ricordi, momenti passati insieme alla mia famiglia, insieme a Kim sotto gli alberi durante le nostre scampagnate, ai momenti con Soul, con Perla e Kyle e ai momenti insieme a Pam e Aura, giorni spensierati come raggi di luce che filtrano da spesse nuvole nere che erano state la mia vita da quando ne avevo ricordo, attimi di gioia che illuminavano il mio breve cammino di vita e che lo avrebbero fatto per il tempo che mi restava. Tra quei attimi intravidi un ricordo antico, di memorie scomparse, un viso raggiante ma sfuocato, il suo sorriso di neve come i capelli, la pelle morbida come seta e una voce soave da non smettere mai di ascoltare, particolari tanto forti da rimescolare ciò che da tempo tenevo nascosto, sciolto da quella sensazione di affetto che avevo provato per Kim, la donna che mi ha salvato e soprattutto per Pam, colei che avevo amato. Una sensazione tanto simile a queste che mi sembrava si sommasse a queste moltiplicandosi risvegliando altro dentro di me.

<>, chiese la dea gatta sedendosi al mio fianco, io come risvegliandomi da un dolce sonno dovetti lasciare andare quei frammenti, quelle sensazioni e sentimenti ritornare nel profondo del mio essere e riaprire gli occhi alla realtà, dura e cruda che mi si manifestava dinnanzi.

<>, dissi dandomi qualche colpetto sulla testa. <>

<>

<>

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<>, mi alzai in piedi e presi il mio borsone portandomi avanti. <>

<>, urlò poiché mi ero allontanato non poco.

<>

<> risi al suo modo così umano di mostrare il suo risentimento verso una rivale. << tranquilla, non sono qui certo per fare conquiste, allora chi è il prossimo? Ho capito che i Titani non sono tipi che si persuadono con le parole, hai bisogno di un esercito per farti sentire quindi ti aiuterò, dov’è sono gli altri angeli caduti.>>

<>

<>

<>, chiese con occhi brillanti di attesa.

IV

Inseguimenti

La città era ciò che ci si aspettava, era l’evoluzione di un mondo simile alla terra, era in tutto e per tutto una metropoli moderna provvista di ogni confort, enormi palazzi di vetro che si affiancavano ad antiche strutture dallo stile rinascimentale e datato eppure senza creare contrasti sgradevoli, enormi schermate navigavano nel cielo piene di volti e voci che parlavano ai cittadini rapiti dai loro affari, luci e colori adornavano ogni angolo, profumi dal sentore primaverile e una costante presenza della flora davano un aria di pace e grande serenità, provvista di tutte le comodità di una vita agiata, dalle vetrine numerose e colorate, dalla moltitudine di persone soprattutto giovani ragazzi si capiva che era una città ben protetta e il numero di guardie e soldati andava a confermare la tesi, una citta commerciale al centro del mondo aristocratico che era estraneo alla devastazione del resto di quel mondo.

Uscì da uno di quei negozi e ci trovai Kara ad aspettarmi, visto che non poteva entrare poiché era una Nativa selvatica e non uno di quelli addomesticati che si portavano appresso ricchi e nobili. <>

Avevo un abbigliamento in stile Dandy, una giacca grigia con i lembi arrotondati, aperta sulle gambe, pantaloni gessato nero, un gilè anch’esso grigio e infine un cappello a cilindro grigio perla, il borsone con tutte le mie cose lo misi dentro ad un enorme valigia nera da viaggio, per quanto riguarda l’arma, il fodero ricamato e pieno di dettagli si abbinavano bene con il resto perciò la tenni in mano come accessorio. <> mi inchinai verso di lei e gli legai il fiocco che avevo appena preso e un minuscolo appello a cilindro nero, la piccola ringraziò e colse il momento per saltarmi in spalla, io presi la valigia e insieme ci avviammo verso le strade del centro città.

Arrivati al centro passammo per vie secondarie tra i labirinti di strade formate dagli alti palazzi nella penombra brulicante di traffici e commerci lontano da occhi vigili dell’esercito che tempestavano le strade principali, decine di commercianti si affiancavano sui bordi di quelle viuzze mostrando merce assai particolare e rara nonché in alcuni casi vietata, era un commercio fruttuoso al primo sguardo poiché non solo individui dal fare losco ne beneficiavano ma anche ricchi personaggi che parevano clienti abituali, molti di quei individui posarono su di me i loro sguardi incuriositi.

Raggiungemmo il retro del locale dall’aspetto trasandato che era la meta del mio viaggio fino a Palem, bussai alla porta quasi completamente arrugginita e dopo pochi istanti venne aperta, dall’oscurità due occhi scrutatori mi squadrarono per qualche istante, a quel punto mi levai il cappello facendomi vedere in faccia, non passarono due secondi che la figura dalla penombra uscì verso di me abbracciandomi calorosamente. <> il giovane ragazzo ben vestito mi abbraccio affettuosamente e mi strinse la mano prima di lasciarmi. <> lo guardai non capendo cosa volesse dire ma non feci domande, quelle me le risparmiavo per colui che ero venuto a cercare in tal posto.

Entrammo da quello che era una porta secondaria trovandoci davanti quello che era in tutto e per tutto un bar per viaggiatori, enormi tavoli di legno e ferro ricoprivano gran parte del pavimento, un lungo bancone bar stava dall’altra parte con la solita fila di sgabelli e la parete illuminata con decine di bevande e liquori, la barista, una bella e giovane ragazza dai capelli riccioluti di un dorato profondo ci scambiò un sorriso amichevole dopo aver salutato la nostra guida, nonostante i tavoli pieni di bicchieri e brocche, di persone all’interno c’è n’erano ben poche, d’altro canto all’esterno del locale si sentivano urla animalesche riecheggiare come ringhi di cani rabbiosi.

<>, domandò il ragazzo un po’ preoccupato. La barista si passo una mano sui capelli sistemandosi un ciuffo di capelli che gli taglia il viso portandoselo dietro l’orecchio mettendo in gran evidenza il sottile e appuntito orecchio tipico dei Nativi mutaforma. <<è il capo, un tipo è venuto per delle informazioni ma non aveva abbastanza soldi. Il capo gli ha detto di andarsene ma lui ha insistito e alla fine lo ha sfidato a pugni, i ragazzi sono intervenuti.>>

<> il giovane si sistemò il gilet e tirò su le maniche prima di uscire fuori probabilmente a terminare la cosa con le sue stesse mani.

<> mi voltai verso la barista che con fare gentile mi indicò di sedermi, io feci come voleva e presi posto così come fece Kara, sedendosi sullo sgabello accanto al mio. <>

<>, disse senza mai togliersi quella espressione amichevole e quel tono famigliare.

<>

La ragazza si sbiancò in volto, appoggiò la bottiglia al bancone poiché le mani gli iniziarono a tremare freneticamente, dal suo occhio destro rosaceo acceso, poiché l’altro era coperto da una fasciatura, vidi una paura che quasi spaventava me. <>, disse con voce mortificata e impaurita chinando il capo in segno di perdono.

<>

Lei accolse le mie parole con grande gioia cambiando repentinamente atteggiamento, sentii una profonda aria di ammirazione fuoriuscire dal suo sguardo e una irrefrenabile voglia di sapere.

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<>

<>

La ragazza si sporse oltre il bancone dandomi un bacio sulla guancia lasciandomi il segno del rossetto, Kara ne volle anche lei uno e lo ottenne. <>

<>

La calma rilassante del locale lasciò posto alle urla animalesche di uomini divenute bestie che istigavano alla violenza in un ring di carne, ossa e stupida ira. Mi avvicinai all’ammasso di gente pronto a farmi strada quando un ragazzo venne lanciato verso la mia direzione abbattendo qualche spettatore, era pieno di lividi, abrasione, taglie e gocce di sangue, nella sua direzione si stavano avvicinando due enormi bestie dalla pelle rocciosa simili ai Tritamassi ma dalle sembianze umanoidi, le urla crebbero, l’odore di sangue e sudore raggiunse ogni naso facendo scattare istinti bestiali in ognuno degli spettatori, in tutta quella rapsodia di violenza brutale ascoltai cercando il momento, l’istante del silenzio dove la voce riecheggia come un tuono, un minuscolo lasso di tempo in cui l’udito troppo sottoposto a stress dal ambiente esterno ferma il lavoro di soppressione del rumore esterno per riprendersi, un istante che cambia tutto.

<>, urlai con tutta la forza, la voce e volontà che avevo in corpo, e come un tuono che ruggisce zittendo ogni cosa con la potenza della sua violenza zittii ognuna di quelle voci, frenando quegli istinti e riportando alla ragione quelle menti annebbiate.

Camminai tra i corpi immobili, seguito da sguardi di sorpresa fino ad arrivare davanti alla forza motrice di quella disputa, colui che Karina aveva chiamato il capo. Un uomo di mezz’età dalla barba ben curata di un nero corvino così come lo erano i capelli portati all’indietro, altro un metro e ottanta indossava un abito elegante grigio, un lungo cappotto nero sulle spalle e un portamento degno di un sovrano. <>, la sua voce piena e fiera era come il parlare di una divinità, ti trapassava l’anima scuotendoti il cuore. Mi torsi il cilindro e ne feci uscire una piccola sacca che lanciai all’uomo, non la aprì nemmeno, capì cosa c’era dal rumore e dal peso. Bene, ragazzi lo spettacolo è finito, torniamo tutti dentro. Levatemi quel bambino dalla vista.>>

Due commercianti presero il ragazzo sbattuto a terra e andarono diretti all’ospedale, lasciai ad uno dei soccorritori qualcosa per pagare le cure prima di seguire il capo all’interno del locale.

Pochi minuti e si riempì di nuova vita, musica, risate e alcool scorrevano in allegria, io, Kara e Karina ci facemmo quel goccio mentre attendevo di essere ricevuto dal capo nella sua stanza privata, Halso se ne stava davanti alla porta squadrando alcuni individui agli angoli del locale, probabilmente sicari dell’esercito.

>, chiese Karina notando che ero alquanto distratto, lasciai stare quegli uomini poiché sembravano non rappresentare un problema, per il momento.

<<bianco? Questa mi è nuova. Sono passato da eroe intoccabile ad amico da prendere in giro?>>, chiesi scherzoso provocando la risata della ragazza e di Kara. <>

>

Un paio di minuti e finalmente Halso si spostò dalla porta indicandomi di entrare, lasciai Kara insieme alla nuova amica e andai a fare quello per cui ero arrivato in città. Halso chiuse la pesante porta alle sue spalle lasciandomi solo con il vecchio in una stanza quasi spoglia se non fosse per un tavolo di metallo e un paio di sedie, il tutto bagnato da una forte luce bianca simile a quella dei neon, nessuna finestra, nessuna fessura oltre alla porta da cui ero entrato.

<> nonostante la sua presenza possente incutesse disagio e tremito, le sue parole d'affetto soverchiarono tutto quanto coronato da un abbraccio, come quello di un padre ad un figlio mancato da molto tempo.

<>

<>

<

Ti pregherei di non dire a nessuno che mi hai visto o almeno non per qualche tempo, cambiando discorso penso tu sappia per quale motivo sono qui.>>

>

La folla dentro al bar si era enormemente dispersa, l’ora di punta era passata da un bel po’, Karina e Halso stavano pulendo e sistemando mentre Kara rimasta seduta lì dove l’avevo lasciata si stava annoiando a morte. La porta sul retro si aprì provocando uno sgradevole quanto penetrante rumore che distrasse i presenti dalle loro faccende, uscì dalla stanza seguito da Proteo che mi raccontava una storia successagli quando giunse per la prima volta sulle rive di Alath. <<… non avevo mai visto qualcosa di simile, era un posto bizzarro e con una puzza tremenda per lo più, mi chiesi se tutte le terre fossero così>>, disse prendendola sul ridere.

<> Proteo si avvicinò al figlio dandogli una vivace pacca sulla spalla quasi lussandogliela, il rumore secco fu sufficiente a far capire il dolore che il giovane provò. <> il ragazzo cercando di non far uscire le lacrime o far capire il dolore che provava diede ragione al padre e si avvicinò ad una sedia per sedersi e collassare in silenzio.

<>

<>

<>, disse Karina con forza e grand’emozione. <>

Per quel che mi riguardava andava bene ma era Proteo che aveva l’ultima parola visto che il palazzo era suo, lui si limitò ad annuire prima di andare al bancone a prendersi un bicchiere di un qualche distillato.

<> la ragazza mi prese per un braccio quasi trascinandomi fuori, Kara fece a malapena in tempo a saltarmi in braccio prima di lasciare il locale.

<>, disse Proteo al figlio che arrossì visibilmente e balbettando provò a negare inutilmente.

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<> il vecchio fece un lungo sorso prima i rispondere al figlio rimasto col fiato sospeso. <>

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Non andammo al classico mercato o in qualche centro commerciale, nel cuore pulsante della città nella sua parte meno turistica e più popolare sorgeva un gigantesco, colorito e ben rifornito Bazar, persone da tutte le regioni, stati e mete più sconosciute mostravano e commerciavano le loro merci di vario genere. Ci tuffammo in quel mare di colori e odori seguendo la corrente riaffiorando davanti a qualche bancarella prima di ritornare in quel oblio di voci che immergeva la lunga e diramata via principale, nonostante fosse un posto in cui i militari non erano ben accetti la cosa non fermò l’esercito nel mettere qualche soldato qua e là affiancato da una bacheca con notizie militari, lista di arruolamento e la cosa che più interessava in un posto simile, la lista dei ricercati: come c’era da aspettarselo ai primi posti c’erano sempre loro, i Titani, ma era più una formalità che altro poiché non se ne vedeva uno da secoli, subito dopo le temibili 9 furie, una taglia quasi con cui chiunque sarebbe potuto diventare un re stava scritta sopra il disegno delle nove maschere di tali entità, non fui l’unico a fermare lo sguardo su quella parte della bacheca ma l’unico ad essersi fermato al mandato di quei mostri perché subito sotto c’era il mandato di ricerca per il cacciatore, la taglia era sostituita dalla scritta “in elaborazione”, per fortuna non c’era il mio viso ma la fisionomia di un volto nascosto da un pesante cappuccio da cui brillavano due occhi di luce.

<<Bianco cosa ci fai lì? Guarda che ho già preso tutto il necessario, possiamo andare a casa.>>

<> strappai dalla bacheca il mandato di ricerca delle furie e me lo infilai in una tasca rimmergendomi nella folla, Karina mi prese sotto braccio facendomi strada fino alla zona dove sorgeva il palazzo dove abitava.

Era una zona tranquilla con un parco poco lontano, le viuzze che ci accingevano ad essere bagnate dai raggi iridescenti del tramonto erano quasi del tutto deserte se non fosse per qualche coppietta che voleva un po’ di intimità, ricordava quasi dove abitavo con la mia famiglia.

<>, domandò vedendomi assorto nei ricordi.

<>

<>, la ragazza mi si avvicinò e prese in spalla Kara. <> ringraziai e mi avviai verso il parchetto.

Non era un posto enorme, c’era una piazzetta con quattro panchine avvolte da alti alberi rigogliosi che sovrastavano enormi cespugli pieni di fiori e che emanavano una dolce fragranza, in mezzo alla piazza una grande fontana bianca marmo, sullo specchio d’acqua si notavano piccoli Nativi acquatici lunghi come anguille ma dai colori chiari e accesi, un rosso fuoco tagliato a metà da un blu elettrico che pareva risplendere nel buio che stava calando.

Mi sedetti su una delle panchine a guardare i tre Nativi rincorrersi vivacemente e a ricordare i pomeriggi passati nel parco vicino a casa, dopo la scuola, dopo il mio lavoro part-time e quando Leona voleva incontrarmi per chiedermi qualche favore o andare a casa mia a farsi preparare da mangiare. <> purtroppo non fu l’unica persona a cui pensai seduto in quel posto solitario, c’era colei che pensavo ininterrottamente e per cui avevo intrapreso il mio viaggio ma anche qualcun’altra, la donna che era…

<> rivolsi lo sguardo verso il cielo notando che era già notte inoltrata e stava tirando una fredda brezza fra le vie solitarie. <> presi la valigia e il cappello e mi avviai verso casa di Karina.

Appena entrai il fumo e l’odore di bruciato mi travolsero come un treno in corsa quasi soffocandomi, attraversai la sala a tentoni fino ad arrivare alla cucina a vista, trovai le finestre e le spalancai il più possibile, con l’aiuto della giacca come fosse un ventaglio feci uscire tutto il fumo possibile.

<> Karina e Kara, tutte e due impastocchiate e tossenti mi ripresero accusandomi di aver fatto una scenata per un po’ di fumo, soprattutto la padrona di casa poiché l’altra era rimasta muta per l’offesa.

<>

<> non volevo sentir ragioni, presi la ragazza per i fianchi e sollevandola come una bambola la portai in spalla fino alla porta che dava su una stanza. <>, diedi in mano la Kitsune imbrattata. <>

La tavola era già imbandita e le portate pronte ad essere consumate quando le due femmine tornarono in sala, nonostante la grande confusione e l’enorme spreco di cibo ero riuscito senza fatica a preparare qualcosa che piacesse senza essere troppo semplicistico. <>

Kara precedette la diavolessa saltando sulla sedia più vicina e sporgendosi sul tavolo trovandosi davanti il piatto carico come piaceva a lei. <>

<>

<>, disse prendendo un grosso boccone dal piatto di Kara con grande rapidità e precisione. <>

<>

<>, chiese prendendo un altro boccone, questa volta dal mio piatto.

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<> non potei rispondere perché ne me ero già andato via lasciando quelle due da sole. <>

Mi affacciai sullo squarcio di città che mi circondava, i vecchi e densi palazzi della periferia che si contrastavano a quelli moderni, luminosi e alti che sovrastavano sull’orizzonte delineato da centinaia di sfumature luminose in lontananza. Tra i vicoli uomini e donne passeggiavano bagnati dalle deboli luci dei lampioni ancora funzionanti mentre si dirigeva alcuni al parco e altri verso i locali e le attrazioni che la parte più turistica della città offriva.

<> Karina uscì dall’ombra in cui si era nascosta e mi si affiancò appoggiandosi alla balaustra. <>

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Segui le indicazioni ed arrivai ad una stanza ben arredata anche se lo stile era molto semplice, un enorme letto occupava gran parte dello spazio, poi una scrivania, una piccola libreria a muro e un armadio vuoto. Appoggiai a terra la valigia, buttai sul letto il cappello e mi levai quei vestiti tanto eleganti quanto impedenti al movimento, mi misi una canottiera e dei pantaloni più leggeri lasciandomi scalzo, la dolce sensazione di freddo era un gran sollievo da quelle scarpe scomode, seduto sul letto rimisi a posto delle carte, appunti, mappe e altri fogli in modo da trovare quello che cercavo al momento giusto. Kara arrivò di corsa salendo sulla sedia girevole della scrivania lasciandosi andare alle piroette, poco dopo arrivò anche Karina che si lanciò sul letto arrivandomi accanto, indossava corti pantaloncini neri che venivano nascosti quasi del tutto dalla lunga maglietta grigia che gli scopriva gran parte delle spalle e che gli stava stretta all’altezza del petto. <>

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<<è che volevo un ricordo di questo grande incontro e mentre ci pensavo mi sono ricordata di questa, sorridi>>, disse abbracciandomi a se mentre teneva una vecchia macchina fotografica pronta a scattare la foto, Kara non mancò e si mise tra noi prima che il flash partisse per lo scatto.

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>

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<>, disse scherzosa rotolandosi nel letto.

<<è così che la pensi e io che volevo raccontarti qualche avventura sulla mia nave.>>

<>, disse scuotendomi con insistenza.

<>

Qualche luce era ancora accesa lungo le vie oramai deserte, solo il rumore del vento contro le persiane e il sibilo degli alberi si facevano sentire, avevamo lasciato casa di Karina che lei stava ancora dormendo, gli lasciai un biglietto e un degno compenso per il disturbo nonché i miei più sentiti ringraziamenti.

Proteo se ne stava appoggiato al bancone fumandosi un grosso sigaro dal pesante e denso fumo mentre qualche anima solitaria sedeva in disparte ai bordi del locale.

<> il vecchio si verso un bicchiere di qualche forte e profumato distillato dal colore rosso vivo e prese posto in uno dei tavoli vuoti. <> presi l’astuccio con le iniezioni e le misi nella valigia. <>

<>

<> in quelle parole sentì tutto il peso della conoscenza che Proteo si portava addosso, sapere cosa succederà e non poter far nulla.

<>

Uscito dal locale entrai nel vicolo più vicino che trovai per attraversare il labirinto di strade fino ad una delle porte della città, purtroppo la mia presenza era stata notata da qualcuno in più che l’esercito, mi seguirono rimanendo a debita distanza ma abbastanza da far sentire la loro presenza, il forte rumore di metallo, l’odore pungente di sangue e ruggine nonché il passo pesante furono informazioni sufficienti a capire la loro natura, quella di cacciatori di taglie e mercenari che agognavano alla taglia sulla mia testa, continuai a camminare cercando di ignorarli continuando a passare come un’ombra tra quelle gole di palazzi immersi nella penombra di una città che lentamente si stava risvegliando, camminai fino a giungere al confine orientale della città, mi bastava solo attraversare la piazza di transito dei carri di trasporto, mi voltai verso i miei inseguitori i quali si fermarono di colpo mettendosi in guardia sapendo che era il momento di prendersi quella grossa taglia, estrassero ogni sorta di arma, la ruggine e il sangue spiccavano sulle loro lame, le bruciature e l’odore di polvere nei loro fucili. <>

Si sentirono una decina di spari provenire da quel vicolo, forti lampi li accompagnarono attirando l’attenzione di alcuni mercanti che stavano per partire, uno di essi si avvicinò al vicolo in modo cauto impugnando una piccola pistola dirigendosi verso quel buio tenebroso, all’improvviso si vide balzare fuori qualcosa e sparò d’istinto mancando però l’obbiettivo e cadendo a terra di sedere, l’arma scivolò via a qualche passo da lui mentre l’uomo tremante rimase con lo sguardo fisso sulla piccola Nativa che l’aveva spaventato a morte. Kara passò accanto all’uomo ignorandolo e dirigendosi alla porta della città, il mercante seguì con lo sguardo la piccola finché un’ombra lo sovrastò. <>, chiesi a quella Persona seduta a terra tremante porgendogli un aiuto.

<> aiutai l’uomo ad alzarsi e mi incamminai dietro Kara che si fece raggiungere, l’uomo rasserenato distolse lo sguardo da noi facendo per alzarsi ma venne di nuovo bloccato dall’orrore quando davanti a lui, da quel vicolo oscuro intravide le figure massacrate di quattro uomini e una ragazzina mentre il loro sangue si faceva strada nelle scanalature dei blocchi di pietra della strada fino a bagnare le sue scarpe di un rosso spento, le urla di quel signore fecero accorrere tutti i presenti creando una moltitudine tra cui scomparire senza lasciar traccia.

Qualche ora dopo l’intera zona fu messa sotto la giurisdizione dell’esercito, non fu difficile trovare subito chi fosse il colpevole, qualcuno mi aveva visto e mi aveva riconosciuto come il cacciatore. <>, chiese la donna all’uomo dai lunghi capelli rossi, lui si guardò attorno vedendo i passanti inorriditi che guardavano la scena.

<>, rispose andando verso la sua auto mentre i soldati che incontrava si mettevano sull’attenti visto il suo grado. <>

L’uomo prima di chiudere la porta dell’auto si fermò un attimo prima di rispondere. <>, disse con un sorriso amaro sulle labbra chiudendo la porta e partendo a tutta velocità.

Seguendo le mappe recuperate in città seguimmo la vecchia strada commerciale che si districava lungo la boscaglia in cui pochi osavano avventurarsi, era il regno dei Nativi. Nelle ore successive alla partenza percorremmo la vecchia strada in pietra tra antichi edifici e monumenti abbandonati lasciati alla dolce cura della vegetazione e dei suoi servitori, ibridi fra flora e fauna che me proteggevano le superfici da ogni agente nocivo. Decine di chilometri dopo, all’arrivo del tramonto dai toni arancio-violacei ci fermammo in un antico tempio in pietra abbandonato, rampicanti e enormi alberi dai fusti snodati e contorti ricoprivano angoli scomodi e statue che toccavano il soffitto alto cinque metri a formare un manto viola oscuro su cui minuscoli puntini luminosi vagavano come stelle cadenti su una volta celeste in cui sfumature di colori accessi provenivano dal debole fuoco che accessi ai piedi delle enormi statue, la piccola Kara incuriosita dagli altri piccoli edifici collegati alla struttura principale se ne andò in perlustrazione non prima di aver divorato le scorte di carne.

Nel mentre me ne stai all’uscio del tempio sull’alta scalinata a guardare il cielo incupirsi mentre in lontananza vedevo la pioggia riversarsi sulle zone vicine a formare un semicerchio intorno a noi. <>

La piccola Kitsune se ne stava passeggiando in un vecchio magazzino come se nulla fosse mentre occhi nell’oscurità la guardavano con gran curiosità, lo stemma gli brillava come mai prima, la sua fiamma arancio illuminava la zona e la sua pelliccia rendendola come fiamme di un fuoco che non avrebbe mai visto la sua fine, la sua ombra si estendeva sulle alte pareti di pietra grigia mostrando una figura quasi regale e divina, lunghe ombre si accingevano a cercare di prendere quella piccola fiaccola in mezzo all’aspra natura a qualunque costo, un tocco leggero e deciso le fece svanire come fumo. <>

La piccola mi venne incontro traballante e stanca per una giornata fin troppo piena e faticosa per la sua giovane età, la presi in braccio e la portai nella sala del tempio vicino al fuoco per tenerla al caldo in vista della pioggia che già si faceva sentire tra le foglie e nelle voci della boscaglia, come una bambina piccola la cullai finché quei suoi occhi arancio ramati non si chiusero sotto il peso della stanchezza, mettendosi appoggiato con la schiena contro il tronco ramificato degli alberi e con le gambe distese feci sdraiare la piccola all’altezza del bacino avvolgendola con il capotto caldo e morbido, mentre aspettavo che il sonno mi raggiungesse, sotto il suono battente e dolce della pioggia e la morbida sensazione della pelliccia di Kara rivolsi il pensiero al passato per tenere sempre presente come monito quello che già nei miei incubi notturni mi perseguitava continuamente, la mia ricerca e le persone che mi stavano aspettando, quelle che avevo lasciato e quelle contro cui sicuramente mi sarei dovuto confrontare. <>

Piccole fitte iniziavano a perforarmi il petto, le braccia e la testa quando mi ricordai della medicina che Proteo mi aveva dato, me ne iniettai una e con gran sorpresa quel liquido nerastro al entrare in circolo assunse un colore bianco acceso tanto forte da farne intravedere il percorso lungo tutto il corpo come una scia luminosa che si spense velocemente dopo qualche istante. <> proteo era sicuramente il più informato e sicuramente intendeva quello ma non era il solo, qualcun altro sicuramente sapeva e poteva dirmi qualcosa in più su quello che stava succedendo. <>

La sensazione di bagnato sulla guancia e il tocco ruvido della lingua di Kara furono sufficienti a svegliarmi ma per lei no e continuò strofinando il muso alla mia faccia facendomi il solletico con i lunghi baffi. <>, dissi cercando di persuaderla mentre trattenevo senza riuscirci le risate. La presi tra le braccia staccandomela di dosso rendendola improvvisamente mansueta mentre i suoi grandi occhi mi guardavano con fare gaio e amorevole. <>

Una sera quando solcavo le acque sull’Andromeda, solitario e in balia del vento mentre tutte dormivano Ju si fece vedere per farmi compagnia, secondo lui.

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<> lui mi guardò come se avessi fatto colpo. <>

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<>, disse svanendo tra le risate divertite. Ripresi il comando ma restando con un occhio vigile ad ogni movimento sospetto. <>

Con le zampine Kara cercava di liberarsi dalla mia presa dimenandosi in modo molto buffo. <> come se stessi maneggiando una bomba appoggiai la piccola a terra allontanandomi da lei di un passo, rimase ferma per un istante mentre i nostri sguardi si incrociavano, appena mosse una zampa in avanti io feci un passo indietro, lei ne fece un altro e anch’io rimanendo alla stessa distanza. <>

Balzai fuori dal tempio come sputato fuori saltando la scalinata e atterrando goffamente sulla strada di pietra bagnata e ricoperta di foglie, Kara balzò agilmente arrivandomi appena dietro di me, mi rialzai in piedi e cercai di correre via ma lei era troppo veloce e ci vollero che pochi secondi perché mi saltasse azzannandomi al collo abbattendomi come una preda. <> la piccola rendendosi conto di aver vinto fece salti di gioia prima di attaccarsi alla mia spalla continuando a strusciare la sua testolina al mio viso per tutto il viaggio.

Infine quando il sole era alto nel cielo arrivammo nei pressi di una alta parete ricoperta di rampicanti a cui fianco si districava a perdita d’occhio il resto della strada tra alte colline e praterie, strappai un po’ di rampicanti scoprendo il buio, umido e puzzolente tunnel in disuso ma Kara non ne sembrava entusiasta, ne aveva quasi paura. <> la piccola anche se non molto convinta accetto il patto, per ringraziarla gli dai un bacetto sul muso prima di entrare in quella cavità buia chiudendo il portellone alle nostre spalle.

Per essere un posto abbandonato sembrava abbastanza pulito nonostante la puzza orrenda di cui era impregnato l’intero posto, decine di piccole infiltrazioni facevano cadere piccoli rigagnoli di acqua producendo una melodia tintinnante sulle pozzanghere a terra. <>, mi chiesi avanzando.

Come c’era d’aspettarselo nonostante fosse la strada più corta ci volle molto per intravede la luce alla fine del tunnel eppure Kara pareva sempre più agitata, insospettito dal suo comportamento mi soffermai di più sull’ambiente quando arrivammo sotto quello che sembrava una botola di ferro, il suo meccanismo di chiusura nonché la posizione sopra le nostre teste mi fece scattare qualcosa. <>, urlai scattando verso l’uscita, il tunnel iniziò a tremare mentre qualcosa si dirigeva verso di noi a gran velocità, non era che una cosa, una massa enorme di acqua nerastra, davanti a noi i detriti ci rallentarono la corsa facendoci quasi raggiungere dall’acqua, saltai sfondai e superai ogni ostacolo ma qualcosa mi diceva che se era come pensavo non avrei trovato una strada. Da terra raccolsi una sbarra di ferro e slegando la fasciatura la legai ad essa, a un metro dalla fine del tunnel conficcai la sbarra ad uno dei lati quando venni travolto e inghiottito da quella massa d’acqua cadendo in un precipizio di decine di metri in fondo ad un burrone, quando la fascia si tese fummo lanciati lateralmente in una traiettoria semicircolare e buttati al lato del tunnel tra la folta vegetazione rigogliosa deturpata dal tunnel di scolo delle città dello stato.

Kara svenuta era a pochi centimetri da me, io mi rialzai faticosamente in piedi, il braccio di nuovo in frantumi e non solo, presi la piccola sottobraccio e barcollando cercai di andare avanti ma mi sentii debole e il respiro mancava, caddi dopo poco in ginocchio ma continuai a gattonare finché non caddi tra convulsioni, sentì suoni ovattati e confusionari mentre la vista si annebbiava in folte sfere bianche in rapido avvicinamento. <>, riuscì solo a dire prima di chiudere gli occhi.

Il vento sferzava come lame taglienti dal filo minuscolo trascinandosi nel suo andare i granelli di quella sabbia color rame che parevano montagne da scalare in una valle senza fine, privo degli occhiali dalla luce penetrante solo cocci di vetro grezzo incastonati in una folta maschera di tela mi permisero di vedere l’orizzonte da quella collina di sabbia tanto ripida da aver chiesto quasi due ore per essere scalata sotto la morsa di quei nefasti elementi.

Davanti a noi una distesa liscia e incava come seta arrivava ai piedi di enormi sculture di pietra erose tanto da sembrar dei colabrodo, tra quelle enormi sculture modellate dalla natura due figure stavano in attesa, riparate dall’unico punto intatto delle strutture, in attesa che la tempesta che già si stava allontanando andarsene definitivamente.

Da lontano il beduino del deserto si allertò ma non mostrò l’arma che nascondeva sotto la superficie della sabbia che l’aveva coperta, ci vide arrivare incuriosito, Bastet prese l’arco e lo puntò verso quella figura riconoscendola.

<> nella sua voce si sentiva ardere tutta la sua rabbia e il dolore esplodere verso quella figura dalla presenza tanto innocua.

A fermare la dea dal suo proposito furono i semidei che come ombre sbucarono da oltre i macigni impugnando arcaiche armi da taglio. <>, urlò ancora pronta a saltargli addosso, la bloccai stringendogli un braccio attorno al collo e levandogli l’arco. <>

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Gremory si levò la cappa mostrando il suo aspetto, lunghe corna nere arricciate spuntavano da lisci capelli come la notte, occhi violacei brillanti su una belle chiara come la luna, un corpo perfetto si intravedeva sotto i lunghi vestiti da nomade che l’avvolgevano in un aria di mistero. <> lasciai andare la dea che subito prese in mano una freccia pronta a scoccarla eppure non lo fece, rivolse lo sguardo verso di me come a cercare la mia approvazione che però non arrivò, a quel punto rimise la freccia nel fodero e mise via l’arco.

<> la presi per il bacino stringendola affettuosamente a me avvicinando il viso al suo orecchio. <> lei anche se un po’ controvoglia acconsentì e senza dire più una parola iniziò ad avviarsi ignorando il demone.

Feci distanziare Bastet di qualche decina di metri quando il demone rimasto fino a quell’istante insolitamente silenziosa proferì parola. <> fece per avvicinarsi ma la fulminai con lo sguardo, in un solo istante sentì il corpo bloccarsi, il respiro accelerare e sentire una orrida sensazione percorrergli l’intero corpo, qualcosa che un demone non dovrebbe provare.

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<> mi avvicinai a lei provocando la reazione dei suoi sottoposti ma troppo lenta, accarezzai il suo dolce viso sentendo il profumo afrodisiaco che l’avvolgeva. <> le lasciai il viso e mi allontanai aspettando la sua reazione. Isterica e rossa in viso tra la collera e l’imbarazzo ordinò a gran voce la mia morte, li accolsi a braccia aperte come fossero gioiosi amici che si ritrovano dopo tanto tempo. <>, risposi quasi divertito dalla sua reazione.

Bastet dopo alcuni minuti si voltò non sentendo la mia presenza, qualche istante dopo sbucai dal l’angolo dietro un enorme masso inclinato. <> appena vide cosa mi ero portato addietro il suo sguardo mutò in un misto tra l’ammirazione e il desiderio, mi saltò addosso come una gattina al suo padrone facendomi le teste.

<>, continuò a dire senza staccarmisi di dosso, poi rivolse lo sguardo alla prigioniera legata e imbavagliata che giaceva a terra con lo sguardo pieno di rabbia che rivolse interamente a me, Bastet mi lasciò finalmente chiedendomi che cos’era successo. <>

<> con fare gaio saltellò via non vedendo l’ora di averla tutta per sé.

Mi voltai verso la prigioniera perenne nella sua irrefrenabile collera. <>

Arrivati sul promontorio che dava sulla piana distesa di terra secca e priva di ogni squarcio o protuberanza come quasi fosse una secca, la nostra attenzione fu del tutto catturata dal colossale essere che sovrastava sull’intero panorama, alto decine di metri, avvolto da una nube nera come un vulcano in eruzione, schiantava gli enormi arti, la testa completamente nascosta da quella coltre densa da cui si intravedevano solo occhi di fuoco che bruciavano come gli inferi, dalla schiena enormi ali ricoperte di cicatrici e pelle morta emanavano un tanto tanto forte quanto lo era il vento che producevano, le orride gambe squamose come la pelle di serpenti sembravano essere una corazza impenetrabile da cui cima occhi spenti e scrutatori simulavano nel l’insieme l’aspetto di temibili draghi così come minacciosi erano le decine di mostruosi serpenti dalla stazza titanica che sbucavano da quel manto di cenere come se nascessero dalle sue spalle.

Negli occhi di Bastet non vidi mai tanta paura, tremava tanto da non reggersi in piedi, il suo respiro si fece accelerato mentre il sudore sgorgava senza sosta.

<<è quello che credo?>>, domandai a Gremory levandogli lo straccio dalla bocca.

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<>, chiesi notando delle figure ai piedi del mostro mitologico intenti con ogni mezzo cercando di abbatterlo.

<> la sua sembrava più una scusa che una vera necessità ma feci in modo che non c’è ne fosse alcun dubbio, con mano in cui la ferita era ancora aperta tappai la bocca del demone tenendola ben stretta. <>

Così come era accaduto ad Bastet successe a Gremory eppure senti come migliaia di scariche fuoriuscire dal suo corpo, vidi l’ombra di quel che era un tempo risvegliarsi dalla sua figura per qualche istante. <>

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    L’onda d’urto dello scatto e poi del salto risuonò come il sibilo di una spada sull’aria trascinando con se fili di vento innalzando una nube di polvere, Bastet e Gremory ne furono accecate nonché scaraventate a terra.

    <>, riferì il fratello appoggiandosi ormai stanco alla sua enorme spada celeste. <>

    <>, disse la Dea presa dal rimorso nel ricordare tali morti.

    <> le parole di Susanoo furono fermate dal rumore sibilante che all’improvviso, dalla cima del promontorio si estese fino alle loro orecchie.

    Mi abbattei sulla testa del mostro superando la coltre schiantandomici con tale forza da spazzare per qualche istante la nube diradandola.

    Bastet si riprese dopo il duro scossone rendendosi conto della situazione disperata. <>, urlò alterata e impaurita.

    <> le parole di Gremory ripescarono ricordi custoditi con dolore e rimpianti i cui era stata anche partecipe. <>

    <> benché contraria alla scelta del dio non poté non pensare alle conseguenze negative, a quel punto decise di seguire il consiglio del fratello. <> l’intero squadrone di divinità batté in ritirata stanca e ferita ma rimpiangendo di non aver completato il compito. Dalla cima del promontorio frecce vermiglie come saette si scagliarono sul mostro sbilanciando Tifone che tra urla rabbiose cercava di rimanere in piedi, Bastet avvolta dalla luce divina scagliava ogni freccia con precisione e forza superiori ad ogni altra divinità, silenziosa e calma come il mare in bonaccia, tra un colpo e l’altro per lei quegli istanti erano quasi fin troppo lunghi.

    Alle sue spalle il demone, duca degli inferi richiamò orde di anime nere dalle urla strazianti e spiriti di guerrieri che come un fiume di petrolio si riversò ai piedi del mostro titanico, il gigante ripresosi leggermente dai forti colpi scagliò massi incandescenti lì dove le due nemiche era appostate, ma i colpi dell’arciera li distrussero in minuscoli frantumi arrivando perfino a colpire il mostro con ancor più forza, sembrava che dopo ore di combattere il mostro stesse per cedere quando cadde in ginocchio, ma la sua furia esplose e ogni parte di sé iniziò a distruggere indistintamente tutto quello che gli era attorno, all’improvviso i demoni richiamati si dissolsero al vento e le frecce di Bastet si fermarono, il gigante si dimenò ancor di più quasi a voler distruggere il paesaggio quando i suoi spasmi distruttivi cessarono e la sua testa schizzò via schiantandosi a terra rotolando per decine di metri e trovando fremo per mano di Mitra, il resto del corpo cadde a terra consumandosi in quella nube che l’avvolgeva.

    Lo squadrone si riposava analizzando con sguardi fieri la testa del mostro priva di vita, riprendendo le forze, mangiando quanto rimasto quando due figure dai bordi indefiniti si avvicinarono a loro tutti si misero in guardia a protezione del loro capitano. <>

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    <>, chiese senza mezzi termini il rude dio Susanoo ripreso subito dalla sorella che lo colpì dolcemente al petto facendolo scusare immediatamente per i modi rudi.

    <>, disse indicandomi dalla cima delle spalle da dove stavo scendendo ricoperto di sangue fumante e viscido.

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    <>, disse Bastet indicando Gremory non molto fiera della cosa.

    <>, chiesi levandomi il viscidume dai vestiti notando la moltitudine di personaggi di spicco che accerchiavano le mie due conoscenze, Bastet mi salutò ignorando tutti quanti mentre il demone fece una smorfia di fastidio.

    <>, esortò El, altezzoso tra i suoi compagni che non erano da meno, Bastet e Gremory scoppiarono a ridere per quella richiesta assurda.

    <> nessuno dei presenti prese bene quelle parole tanto dure quanto vere, e ancora meno avevano intenzione di ringraziare tranne il loro comandante che mi venne incontro per ringraziarmi, ma si sorprese del mio gesto che ne seguì.

    Mi inchinai ai suoi piedi toccando terra con la fronte e le braccia unite oltre la testa in posizione quasi di supplica. <> tutti ne rimasero sorpresi ma mai quanto lo erano le due che mi avevano conosciuto ancor prima degli altri dei.

    Mi risvegliai di soprassalto ma il gesto troppo brusco mi procuro fitte di tutto il corpo e violenti colpi di tosse, le mie mani si sporcarono di sangue ma il dolore non durò a lungo. Mi alzai lentamente onde evitare altri dolori spiacevoli, ci misi qualche istante ad abituarmi alla penombra prima di potermi rialzare, non mi chiesi neanche dove fossi mai, quel profumo nell’aria, l’aspetto antico e monastico del luogo furono ben più che sufficienti a ritrovare la memoria di quel posto. Presi una tunica bianca piegata affianco al letto messa lì per me, dopo essermela messa uscì dalla stanza e seguì il lungo corridoio appoggiandomi alla parete sentendomi ancora un po’ debole.

    Dopo anni rientrai in quell’enorme sala ritrovandola com’era l’ultima volta che c’ero stato, non era cambiata di una virgola nonostante gli anni, le pergamene sempre appese alle pareti, le piccole candele in decine a illuminare la sala, il piccolo altare sempre ben curato sotto l’elemento a ricordo dei due Gèvaudan bianchi protettori della foresta, in quel istante osservando bene mi resi conto di quanto fossero stati maestosi nella loro vita. <>, mi lasciai sfuggire quasi non rendendomi conto di averlo detto ad alta voce in quella stanza che pareva del tutto deserta.

    <>, disse una voce rocca ma accogliente caricando le sue parole con tutto il sentimento che provava per loro, mi girai verso quella Persona riconoscendo in lui il vecchio saggio della foresta bianca. <>

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    <>, domandai in forte apprensione per la sorte della piccola Kara, l’anziano si avvicinò alle porte poste oppostamente a quella dove ero entrato e le fece scorrere aprendole e mostrando il giardino interno dove Kara e i quattro Gèvaudan ormai divenuti enormi si divertivano felicemente.

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    Il gruppetto di giocherelloni appena ci vide corsero verso di noi per poi saltarmi addosso facendomi le feste nonché per farsi accarezzare come fossero ancora cuccioli in tenera età. <>

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    <>

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    <>, dissi indicando la piccola Kitsune avvolta teneramente tra due dei Gèvaudan Bianchi.

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    <> l’uomo ammise che non era stato molto esplicativo su questo argomento. <>

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    <>, disse tra le risate ma smise vedendo che ero serio. <>

    V

    Furia

    Mi alzai prima di tutti, appena prima che i lievi raggi del sole potessero sfiorare i rami più alti dei maestosi alberi della foresta fantasma, fui già sulla soglia del tempio silenzioso pronto ad incamminarmi quando rivolsi un’ultima volta lo sguardo verso la piccola kitsune, ora avvolta tra le amorevoli grinfie dei Gèvaudan, cullata dal sonno. <>

    <> distolsi lo sguardo da quella scena, mi coprì il capo col pesante cappuccio e mi allontanai silenzioso nella coltre boscosa immergendomi nel grigio della nebbia, scomparendoci qualche istante dopo.

    Le grosse carcasse dei Nativi vennero ammassate nel massiccio carro di ferro ricoperto di interiora e sangue, la puzza che ne fuoriusciva fece allontanare ogni piccola creatura annidata in quei pressi anche se non erano delle prede appetibili, i cacciatori ripulirono le lame da scuoio e le canne dei lunghi fucili, non mascheravano lo stemma dell’esercito che alpeggiava tra lo sporco e il sangue che li ricopriva. <> l’uomo con cui il soldato stava parlando gli fece segno di far silenzio.

    Una voragine si aprì tra gli alberi trascinandosi con se una coltre folta di quella spessa nebbia d’acciaio sferzando il capitano tagliandolo a metà senza nessuno sforzo, nessuno tranne il soldato lì accanto riuscì a vedere l’intera azione, i suoi occhi mi videro uscire come uno squalo dall’acqua dissolvendo quella nebbia che mi fu da veste in quell’omicidio tanto veloce quanto privo di rimorso, gocce di quel sangue mi tagliarono il viso mentre fissai negli occhi di quel soldato che non ero riuscito a raggiungere con quel colpo.

    Fermai il mio moto puntando i piedi a terra tenendo il baricentro basso toccando quasi il terreno con il ginocchio creando un semicerchio sul terreno con i piedi e la mano destra mentre la sinistra sferzava il vento tingendolo del sangue dell’uomo morto. Il soldato prese l’arma in mano con una rapidità e una freddezza degna di un sicario mirando alla mia testa, nei suoi occhi nemmeno un’esitazione fece tremare le mani, eppure il colpo mancò di partire, ma altro sangue bagno il pallido terreno. Alle spalle dell’uomo impallidito e immobile occhi di sangue trafiggevano un orrida maschera di stoffe cucita da fili di rame e tessuti sfatti di un marrone sporco, il suo respiro pesante come fumo avvolse la testa del soldato corrodendola lentamente mentre le sue urla si alzavano al vento prima di cadere a terra tra le compulsioni in una pozza del suo stesso sangue, che fluiva dal ventre insieme alle interiora esposte a quell’aria corrotta, il mostro si guardò attorno prima di dissolversi nell’aria in un battito di ciglia, così com’era apparso, un battito di ciglia e riapparse dietro ognuno di quei uomini trapassandoli come fece con il primo di loro, le suppliche furono inutili verso quel mostro, estrasse le decine di piccole lame seghettate dal corpo dell’ultimo di loro sferzando la carne ed i vestiti facendo zampillare altro sangue, pulì le lame sui vestiti del soldato sistemandole poi dentro il lungo e pesante cappotto nero notte in cui il suo corpo pareva essere messo insieme da decine di cinture legate l’un l’altra in un districato e complesso labirinto tempestato da giganteschi chiodi arrugginiti accoppiati, che si estendevano dalle spalle alle cosce che ne facevano da perni e fermagli.

    In pochi istanti un plotone di soldati esperti venne eliminato da una sola figura, senza nemmeno avere un graffio, senza fatica, un massacro orrido e spaventoso.

    La Furia, ferma in mezzo ai corpi massacrati cui sangue bagnava il terreno tingendolo di morte, rinfoderò le lame prima di rivolgere l’attenzione ad altro, come se nulla e nessuno fosse all’altezza di poter minimamente darli pensiero, mentre la sua testa ruotava verso di me sentì il cuore rallentare mentre il suono dei battiti mi trapanava i timpani come tuoni di tamburo, ciò che provai in quell’istante fu qualcosa di nuovo eppure mi sembrava famigliare, una rabbia, un dolore che si mescolavano in un torrente nero che annegava l’anima trasformandola in qualcosa di completamente diverso.

    La Furia rivolse lo sguardo verso di me quando si trovo il palmo della mia mano a schiantarsi al suo viso scaraventandola via come una palla da tennis contro una racchetta, colpì qualche albero spezzandone il fusto mentre roteava su se stessa prima di fermare la sua corsa contro un possente masso, che all’impatto si incrinò fino a che le insenature non sembrarono la diramazione di radici sul punto di spezzarsi in migliaia di frammenti, mi ripresi un istante dopo quel gesto, quasi come se fossi stato in apnea, il respiro accelerato, il cuore che scalpitava irrefrenabile, tremori su tutto il corpo e infine il sudore, cercai con lo sguardo il punto dove si era schiantata e appena la vidi rialzarsi nuovamente sentì di nuovo quella sensazione, quella fame di sangue. Scattai verso di lei il più velocemente possibile ma non fu abbastanza per prenderla, svanì nell’aria come nebbia davanti ai miei occhi, sfuggendomi dalle mani come acqua, uno stiletto sottile e argentato mi trafisse alla schiena, sentì il freddo della sua lama mentre veniva rigirata tra due costole, mi girai velocemente per provare a prenderla ma non ci fu storia, scomparve di nuovo, schizzi di sangue mi sporcarono il cappotto mentre scie di sangue mi bagnavano la schiena.

    <>, urlai preso dalla frustrazione di non riuscire a prenderla ma fu uno sbaglio, in un attimo venni tempestato da decine di coltellate e tagli come avvolto da un tornado di vetri, fu come cercare di prendere l’aria, la furia spariva e riappariva senza lasciare traccia, nessuna scia da seguire, nessun indizio di come funzionasse il suo potere, solo e inerme venivo massacrato, l’aria si riempì di sangue mischiandosi alla debole nebbia creandone una leggera atmosfera rossiccia.

    La furia apparì di fronte al suo primo cadavere, in mano una decina di stiletti d’argento bagnati di sangue che avvicinò alla maschera di fili di metalli come ad annusarne l’odore inebriante, io ansimavo mentre a stento riuscivo a non cadere a terra, caddi sulle ginocchia appoggiandomi al fodero della mia arma, la furia si avvicinò senza una minima preoccupazione, mi si parò davanti guardandomi dall’alto in basso mentre a testa bassa ansimavo vistosamente, lei si appoggiò sulle gambe abbassandosi fino alla mia altezza per poi prendermi il viso tra le gelide dita dei suoi guanti metallici per guardarlo meglio, lo alzò di scatto portandolo a qualche centimetro dal suo prima di lasciarmelo scattando all’indietro quasi cadendo a terra, si rialzò subito goffamente dissolvendosi di nuovo nell’aria, mi rialzai a fatica ma appena lo feci sentì di nuovo quella gelida armatura attorno al collo, quel braccio ben protetto stringermi mentre con l’altra mano impugnava le sottili armi puntandole contro il mio fianco.

    <>, dissi tra i denti stringendogli quella mano armata e infilzandomi con i coltelli da solo, il dolore lancinante mi diede anche l’impulso di colpirla con una gomitata atterrandola ma non abbastanza efficace da fermarla dallo scappare, lasciai le lame conficcate nella carne per evitare di perdere sangue troppo velocemente e per evitare di darle troppe armi.

    <>, dissi faticosamente sentendo i polmoni riempirsi e non di aria. <> la furia riapparì alle mie spalle colpendomi e affondando i suoi stiletti nella carne, prima sulle cosce, poi scomparendo e ritornando colpendo i polpacci, poi le spalle e infine per terminare la serie di attacchi veloci mi riapparì di fronte, barcollavo visibilmente e faticavo anche solo a stare in piedi senza riuscire neanche a muovere le braccia, mi guardò dritto negli occhi e avvicinò il suo viso al mio quasi a toccarci l’un l’altro prima di conficcare lentamente la lama nel mio ventre, non riuscì a bloccare il suo gesto poiché le parole che udì dalla sua bocca mi bloccarono da ogni intento, quella voce rocca e sottile mi penetrò più della lama che lasciò lì indietreggiando lentamente sapendo che ormai lo scontro era concluso.

    Morsi il suo collo come fossi un serpente, stringendo i denti con tutta la forza che mi venne, tanto da sentire i denti sul punto di frantumarsi, le gengive sanguinare e la lingua essere avvolta dal sapore di ruggine dell’armatura più sottile in quel punto, la Furia cadde a terra e io gli caddi addosso, provò inutilmente a dissolversi ma senza aver successo, ogni volta che ci provò strinsi di più la presa finché, qualche decina di minuti dopo, non si arrese all’idea di essere in trappola, mollai la presa bagnandomi le labbra e tutta la bocca del suo sangue che iniziò a sgorgare velocemente dalla ferita come un piccolo ruscello rosso rubino, smise di muoversi e si lasciò andare, ripresi leggermente la sensibilità alla braccia appoggiandole a terra oltre le sue spalle arrivando a guardarla faccia a faccia, il sangue dei numerosi tagli gli gocciolò sulla maschera illuminandosi di quel rosso di quei occhi di luce oltre la maglia di metallo che ne costituiva la maschera di ruggine.

    <> la furia all’improvviso prese a tossire compulsivamente mentre il suo respiro si fece sempre più affannato, d’impulso presi la maschera tra le mani strappandogliela per consentirgli di respirare per quel poco che gli restava, la maschera mi scivolò dalle mani mentre rimasi impietrito nel vedere il suo viso, trattenni a stento un conato di vomito mentre una forte sensazione di disgusto mi assalì per quello gesto animale che gli avevo fatto.

    << che… ho fatto?>>, balbettai tremante, la furia avvicinò una mano e con fare gentile scattò all’improvviso, il sangue che uscì dalla ferita inzuppò i miei vestiti, gli schizzi mi sporcarono il viso mentre il mio sguardo rimase bloccato sul suo volto così solare nonostante il gesto, lo stiletto mi cadde dalle mani mentre le sue, con cui si era volontariamente aiutata a colpirsi lasciarono la presa mentre la vita lasciava il suo corpo, d’impulso mi allontanai dal corpo però cadendo subito a terra , la paura mescolata ad un profondo e pesante senso di colpevolezza mi caddero come un macigno, incatenandomi ad esso e trascinandomi in un baratro senza fine, quella sensazione non l’avevo mai provata, qualcosa di così simile non mi era famigliare nonostante non fosse la prima volta che compivo quel gesto eppure ero certo di cosa fosse, ciò che le persone provavano nel uccidere e che io non avevo mai provato prima, i volti di quelle persone mi si affacciarono alla memoria, quei corpi privi di vita, massacrati e lasciati nel loro stesso sangue.

    Mi affacciai di lato rigettando ricordando quei momenti che si accavallavano al viso morto della furia, gli spasmi ripresero e il dolore delle decine di coltellate e tagli si amplificarono dal risveglio della malattia, mi trascinai verso il suo corpo rivolgendogli una sola domanda, come se potesse rispondermi, continuai a fargli la domanda quasi arrivando ad urlare ma non rispondeva, il suo viso che fino a pochi istanti prima sembrava pieno di vita venne sovrapposto a quello di Pam poco prima che anche lei morisse, a quel suo stesso sguardo, rivolsi di nuovo quella domanda che mi sembrava la più importante del mondo urlandogliela ancora e ancora finché la voce non mi mancò mentre tutte quelle immagini passate premevano come i coltelli sulle mie ferite, la testa mi pareva scoppiare mentre la stringevo con forza tra le mani cercando di spremere via quel dolore, quella confusione svuotante, poi lo sguardo mi cadde sulla mano fredda della furia, avvicinai la mano alla sua fino a quasi toccarla ma essa si tramutò in qualcosa di simile a cenere, tutto il corpo della furia divenne cenere, l’ultima cosa a scomparire su il suo viso, sentì un vuoto ancora maggiore sfondarmi dentro, tutte quelle emozioni irrazionali per qualcuno che aveva ucciso la mia Pam erano per me spaesanti e un fardello che non aveva una risposta a me chiara, della furia non rimase che un anello color rame che aveva indosso, esso era protetto da una corona a piccoli denti, l’incisione su una specie di ambra la figura della sua maschera, presi il piccolo oggetto in mano e rialzandomi a fatica, lentamente e con fare incerto cominciai ad allontanarmi da quel posto, da quelle morti, da quelle emozioni, da quella figura svanita nel nulla.

    L’odore salino del mare mi penetrò nelle narici e sulle ferite come tizzoni ardenti, zoppicai trascinandomi all’entrata del porto ricolmo tanto di navi quanto di Persone, attorno alle banchine e lungo le strette vie di negozi decine di navigatori, turisti e militari si riversavano sulle strade e sulle navi in un via vai incessante, ben coperto da strati di tessuto mi mimetizzai tra la popolazione passando per un mendicante.

    Arrivai ad un vecchio e malandato palazzo dispiegato in altezza, posto tra due fiorenti locali che risaltavano l’enorme margine tra le due situazioni, era alto quattro piani, le finestre erano sporche e alcune rotte, la vernice e l’intonaco quasi del tutto scrostata e in più una vecchia insegna, che lampeggiava a intervalli dichiarava che in quel posto praticava un dottore.

    <> se la risero alcuni turisti che passavano di lì, tra me e me risposi a quella domanda condividendo in parte il loro pensiero, “uno come me ci andrebbe”.

    Entrai spingendo a fatica la porta che si trascinava sul pavimento impolverato, nell’aria l’odore di umido e muffa era la cosa che subito saltava al naso, agli occhi invece una ventina di ospiti, seduti, sdraiati a terra, appoggiati ai muri, tutti aspettavano in quello che sembrava una specie di sala d’attesa che si estendeva su tutto il piccolo piano terra che terminava ai piedi di una scala che portava al piano superiore.

    Aspettammo qualche decina di minuti prima che qualcuno scendesse e ci desse indicazioni o iniziassi a portare qualche paziente a medicare, un grosso omone vestito di bianco entrò nella stanza accompagnato da quella che si presentò come l’assistente del dottore e che era senza dubbio figlia di una Anguana, uno spirito della natura affine alle ninfe, il suo aspetto così limpido e pulito, i modi gentili e amorevoli nonché la sua fisionomia ne furono la prova certa, ma nessuno ne sembrò sorpreso soprattutto perché la maggior parte dei presenti era un Nativo mutaforma o figlio di essi.

    I due arrivati diedero una veloce occhiata ai pazienti scrivendo quello che sembrava un listino, poi indicando alcuni di loro chiesero di mostrarsi in faccia, essi titubanti acconsentirono anche se visibilmente spaventati dai presenti, si mostrarono in volto svelando di essere delle Persone. <>, disse l’assistente con fare gentile, nessuno osò dire il contrario nonostante era evidente l’enorme ostilità tra i due grandi popoli di Raicos.

    Il grosso omone mi si parò davanti intimandomi di levarmi la sciarpa ed il cappuccio che mi nascondevano il viso, tutti i presenti rivolsero la loro attenzione a qualcuno che di attenzione non ne voleva, io. L’uomo me lo chiese ancora in modo più brusco mettendo in agitazione un po’ tutti presenti, a quel punto alcuni dei pazienti si alzarono in piedi pronti ad aiutare l’infermiere se ne fosse stato bisogno, l’assistente si mise in mezzo a calmare gli animi. <>

    Rimasi qualche istante in silenzio prima di rispondergli. <> tirai fuori dal mio sacco una piccola busta di seta con un gran quantitativo di gemme che fecero brillare gli occhi a tutti i pazienti.

    <> il collega l’esortò ad accettare l’enorme somma di gemme ma inutilmente. <>, dissi levandomi la maschera di tessuti. <>

    <>, sussurrò la donna ma venne sentita dall’intera clinica che rimase in totale e innaturale silenzio.

    <<è un piacere per me conoscervi, ed è un piacere ancora maggiore sapere che voi mi conoscete e che avete tanta considerazione nei miei confronti>>, disse la Dea umilmente inchinando leggermente il capo in segno di gratitudine. <>

    <>

    <>, disse con una sincerità raggiante, si intuiva che qualcosa la legava profondamente a loro.

    <>, domandò tutto gaio il fratello della dea del sole, Susanoo, ignorai le parole del dio tornando a parlare con Amaterasu.

    <>

    Mi inchinai nuovamente ai piedi della divinità a capo chino per farle una richiesta, che per secoli gli Hanzo aspettavano di fare. <> furono queste le parole di un vecchio giuramento che ogni membro della famiglia conosceva fin da piccolo, ginocchia a terra, testa china mentre si offriva l’arma a colei che sarebbe divenuta la mia signora.

    Nessuno dei presenti mise bocca o fece alcun movimento mentre si eseguiva quel rituale, tutti rimasero fermi e in silenzio rispettando quel sacro rito, la dea prese la spada ben custodita nel suo fodero incatenato, con un lungo e sottile pugnale rituale nascosto sotto le vesti bianche si fece un taglio sul palmo della mano destra, impugnò l’arma facendo scorrere il sangue sull’impugnatura, sul fodero e facendone filtrare fino a bagnare anche la lama.

    <> la dea si chinò verso di me prendendomi il viso tra le mani e poggiando le sue labbra alle mie mi fece bere gocce del suo sangue come pegno di reciproca appartenenza, tale gesto tanto eclatante all’esterno era l’atto che contraddistingueva quel rito dagli altri giuramenti tramandati nelle altre casate.

    Susanoo, che era molto protettivo verso la sorella fu molto infastidito da quel rito così spinto per i suoi gusti, ma nonostante ciò non si intromise cosa che Bastet e Gremory fecero senza remore trascinandomi via dalla dea. <>, sbraitò Bastet contro di me. <> Gremory fu d’accordo con l’opinione della divinità anche se non lo disse con lo stesso modo isterico.

    <>

    <>, disse Susano con parole gentili.

    <>, dissi duro parandomi dinnanzi a tutti loro. <>

    <>, chiese con tono superiore la dea egizia.

    <>

    <>

    Mi risvegliai che la nave era già partita, stavano ancora tutti dormendo, il sole stava sorgendo all’orizzonte oltre le montagne alle spalle della città nostra meta, Azelle. Mi sporsi appoggiandomi alla balaustra sentendo il vento freddo del mattino avvolgermi nella sua morsa portando con sé quell’odore salino e un moderato rollio, solo quando il sole fu ben visibile sopra la città arrivammo nei pressi del porto, tutti i passeggeri si prepararono per scendere ei marinai a caricare la loro merce, mi coprì bene per non essere riconosciuto visto che non avrei potuto fuggire nel caso fossi stato riconosciuto, nonostante le cure avute in ospedale e il ricovero di quattro giorni le ferite non erano minimamente guarite anzi, esse erano solo peggiorate.

    Lasciai quella zona così affollata arrivando a quello che sembrava una zona pressoché residenziale nonostante la grande quantità di negozi, d’improvviso un orda immane di giovani ragazzi e ragazze in uniformi si riversò sulle strade in direzione del porto, in pochi istanti l'intera zona e le decine di negozi si riempirono dei nuovi arrivati, tutto sembrò prendere vita all'improvviso, a quel punto mi fu chiaro il motivo della prematura apertura dei negozi di quella città, mi feci da parte per non essere travolto dalla folla finendo di fronte ad un negozio di alimentari che finì in pochi minuti quasi tutto l'arsenale.

    <> ignaro che si rivolge se a me continuai a stare in disparte e in silenzio finché non sentì la sua mano sulla mia spalla. <>, chiese preoccupato.

    <>

    <>

    <>

    <> nonostante il tono enfatico la cosa non mi disse niente, l'uomo mi guardò come se venissi da un altro pianeta.

    <> la mia vaga e scarsa giustificazione sembrò bastare.

    <<è l'istituto più grande e il migliore dei cinque stati, si trova nel regno centrale, nella capitale, la città più bella, ricca, colorata, amorevole di tutte le terre di Raicos, da quell'accademia sono usciti alti ufficiali dei quattro eserciti ed è dove la famiglia reale forma i loro discendenti.>>

    <>

    <>

    <>

    <> Il rumore delle navi in partenza raggiunse anche quel angolo di città e come una sveglia mi avvisava che dovevo andare sfruttando gli ultimi sprazzi di folla, nel negozio arrivarono gli ultimi ritardatari che di corsa comprarono il pranzo prima di correre verso il porto, l'uomo appena finito si affacciò fuori sperando che il suo interlocutore fosse ancora lì ma non ci rimase troppo deluso nel vedere che non c'era nessuno.

    <>, disse tra se con un sorriso leggero sulle labbra e con l'animo sereno e rallegrato per la breve ma piacevole chiacchierata.

    Gli sguardi erano tutti puntati su di lei, i ragazzi ne erano ammaliati e le ragazze provavano un po’ di gelosia, lei assorta dai suoi pensieri non badava a questo, stava completamente immersa nella sua missione, una macchia nera in mezzo ad una mare di divise bianche e azzurre. Due mani fredde gli si appoggiarono sulle spalle fermandola, lei se le scrollò di dosso infastidita girandosi verso i due, i quali si dimostrarono essere soldati dell'esercito.

    <>, chiesero con arroganza e con fare appiccicoso.

    <> i militari presero le loro armi dalle fondine pronti a sparare ma a frapporsi a loro giunse una insolita figura che era rimasta ad osservare la scena. <>, disse strusciandosi ad uno dei soldati fissando i suoi occhi felini a quelli dell'uomo ammagliandolo.

    <>

    Salvata da una estranea la Nativa si lasciò portare dalla ragazza appena conosciuta che appena giunse nei pressi della sua zona si aprì apertamente. <> la ragazze venne squadrata per bene, il fisico snello stretto nel qipao nero così come i lunghi capelli corvini che si scontravano agli occhi rossi e dai tratti leggermente felini, se non fosse per le orecchie da gatto che spiccavano sulla testa e la coda liscia e sinuosa che gli sbucava dall'abito.

    <>, chiese diffidente verso quella Nativa tanto bella quanto misteriosa.

    <> Le sue parole così sincere e naturali bastavano a far abbassare leggermente la guardia ad Aura.

    <>

    <>

    Aura non seppe dare una risposta visto che era stata lei ad allontanarsi per prima. <> Aura si guardò attorno come a cercare una ragione per rifiutare ma quello che trovò fu solo Nativi sfruttati e maltrattati nascosti dalla bella facciata di una città che pareva non badare a quell'orrore, come se loro fossero nati al solo fine di servirli.

    Quello che trovò all'apparenza non fu niente di diverso da quello che succedeva in città, il maestoso palazzo dallo stile sfarzoso e orientale catturata l'attenzione in una città dai toni modesti, appena entrarono alla vista di quel che succedeva dentro non potei che provare disgusto, decine di Native e Nativi dalle sembianze semi umane se ne stavano alla stregua delle Persone che si facevano coccolare come re, allungando le mani senza trovare nessuna resistenza ma una totale disponibilità, l'odore di profumi afrodisiaci nell'aria e l'arredamento degno dei palazzi di sultani, così come era il numero di individui che componeva il gigantesco Harem a totale disponibilità di tutti quelli che avevano abbastanza soldi per permetterselo, Aura davanti a sé non vide che un bordello qualunque arricchito solo con qualche mobile in più, vedere la sua specie ridotta in quello stato fece solo aumentare un odio per le Persone che da tempo covava tacitamente dopo la partenza di Ray.

    Da dietro le due Native un gruppo di quattro forestieri entrò nel locale facendosi strada tra le due facendo per spingerle a terra in modo rude, Aura vista la sua natura quasi non sentì il colpo, fu come se un uccellino gli si fosse posato sulla spalla, d’altro canto l’altro sentì fortemente il muro che fermò il suo intento quasi lussandogli la spalla, l’uomo perse l’equilibrio e si ritrovò a terra.

    <>

    Aura lo stava per sbranare, letteralmente ma Miri si mise in mezzo a impedirglielo cercando anche di sistemare la questione.

    <>, disse la Nekomusume facendo per aiutare il forestiero ad alzarsi, questi colpì la mano della felina e la spintonò via con fare schifato e rabbioso. <>, disse sistemandosi il cavallo dei pantaloni e squadrando Aura.

    Attorno a loro tutto si fermò ad osservare la scena che si stava svolgendo, sia Nativi che Persone osservavano attentamente, ognuno con sentimenti avversi o favorevoli alle due fazioni protagoniste della scena, il forestiero alzatosi in piedi con fare disinvolto si avvicinò alla ragazza allungando le mani dritto sul petto di lei ma essa gliela piegò stritolandogli la mano e riducendolo in ginocchio dolorante sul punto di spezzargli tutte le dita, i compagni dell’uomo sguainarono le daghe, uniche armi da difesa concesse di portare in città ai civili, pronti ad intervenire.

    Un rintocco secco e penetrante di legno contro legno si diffuse nel bordello catturando l’attenzione dei presenti. <> la voce che disse quelle parole uscì da oltre la soglia della stanza al piano superiore, la figura a cui apparteneva uscì dalla stanza affacciandosi sulla balconata del piano da cui si vedeva tutto il locale.

    Sei lunghe e folti code simili a solide lingue di fuoco a sfumature arancioni facevano capolino oltre le spalle, lunghe orecchie sbucavano dai rigogliosi capelli dorati, una lunga veste degna di una regina, adornata con gemme e ogni sorta di preziosità di quel mondo, risaltandone la bellezza del suo corpo cui gambe si mostravano dallo spacco laterale di tale veste mostrando la chiara pelle adornata da tatuaggi tribali color rubino, per quelli che ce l’avevano davanti non c’era dubbio sulla sua Natura, la più famosa razza mutaforma e una delle più pericolose, una Kitsune.

    La donna volpe fece le scale con fare regale e maestoso mentre gli occhi erano tutti per lei, attraversò la sala ammagliando tutti coloro su cui posava lo sguardo, Nativi o Persone che fossero, uomini o donne, nessuno di loro parve resistere alla sua bellezza, arrivò davanti ad Aura che nel frattempo aveva lasciato libero il suo aggressore, Miri si alzò subito da terra andando verso la Kitsune. <> le sue parole vennero fermato dal morbido tocco delle dita della padrona sulle rosse e morbide labbra della Nativa che si sciolse davanti al suo gesto affettuoso.

    <>, disse rasserenandola prima di volgere lo sguardo ai quattro forestieri, lo sguardo, il portamento, il linguaggio e il vestire erano da regina e la presenza che emanava rafforzavano tale impressione, eppure con gran umiltà chiese scusa a quei uomini a capo chino, senza la minima vergogna o frustrazione di fronte a quella moltitudine. <>, disse con voce calma e serena.

    <> quei uomini nascosero le vesti sporche di sangue alla vista sotto le lunghe mantelle, ma non poterono nasconderlo a quei occhi di ametista, sembrò che scrutasse nelle loro anime e nel loro passato trovandone le colpe.

    <>, balbettò uno dei compagni già con una gamba fuori, gli altri tre confermarono senza battere ciglio e corsero via.

    Il locale ripartì nella solita aria di festa, musiche e balli tra bellezze di ogni clan Nativo a dar spettacoli in afrodisiache fragranze e inebrianti sfumate di erbe dal fumo iridescente. La Kitsune prese per mano Miri e Aura invitandole nella sua stanza a sorseggiare del thè in santa pace, la proposta venne accolta dalla nuova arrivata con diffidenza visto la natura di colei che l’aveva proposta ma le sue parola la convinsero. <>

    Isolate nella stanza della padrona in un’atmosfera di calma e tranquillità aspettavano l’ospitante mentre si guardavano attorno, come fecero intuire gli abiti regali dai toni orientali della Kitsune, lo stile di arredamento ne rispecchiava e ne esaltava tale caratteristica, mobili, cimeli e opere di ogni genere di un antico passato erano raccolte in quella spaziosa stanza senza però farla diventare esageratamente sfarzosa.

    Aura e Miri si sedettero sui cuscinetti attorno al tavolo basso mentre la padrona entrò nella stanza portando il suo pregiato tè che offrì alle due. <>

    <>

    <figlia delle prima.>> al sentire quell’appellativo la espressione di sfida di Aura mutò, ogni volta che aveva sentito essere chiamata così non riusciva a non sentirsi una nullità confrontata alla portatrice di tale titolo, Sua madre la più forte, bella, onesta e intelligente Nativa mai nata, la prima ad imparare a cambiare forma e a interagire con le Persone. <>

    <>, urlò rabbiosa alzandosi in piedi mostrando le lunghe e affilate zanne istintivamente.

    <>, disse con profonda delusione.

    <padroni!>>, concluse alzandosi in piedi per andarsene ma Miri la fermò prendendola per un braccio.

    <> Aura si scrollò il braccio di dosso rudemente non volendo saperne nulla già pensando, mentre si avviava fuori, al fatto di non tornare più in quella città.

    <>, urlò la kitsune alzandosi in piedi. <>

    <>, aggiunse Miri ripensando al loro più grande sbaglio, il loro peggior rimpianto.

    <>

    Senza voler sentire altro spalancò la porta uscendo dalla stanza diretta all’ingresso per lasciare definitivamente per dannato posto, ma a bloccarla si presentò un plotone di soldati che accompagnavano i quattro forestieri cacciati minuti prima e un anziano signore che si professò il proprietario del bordello, a quanto disse aveva lasciato la custodia del locale alla kitsune, la sua schiava più fidata dopo la ninfa che lo accompagnava.

    <>

    A quel punto intervenne il comandante del plotone: <>, lesse dal manifesto che portava in mano, la paura della kitsune trasalì dal suo sguardo, il suo corpo tremante, l’odore pungente della paura arrivò subito al naso di Aura, alcuni dei soldati si avviarono a prendere in custodia la kitsune ma i suoi simili si frapposero fra loro, i clienti spaventati dall’atmosfera che si era creata scapparono via temendo di essere coinvolti nello scontro.

    L’aria era tesa e da un momento all’altro sarebbe scoppiata la battaglia, Aura ritrovatasi in mezzo a tale discussione fu catturata da un profumo alquanto famigliare. <>, disse con un leggero sorriso sulle labbra.

    Arrivai in quello che sembrava il posto più famoso della città e della zona, ci andavano ricchi e poveri, criminali e uomini di ogni risma e ceto sociale, tutti quanti indifferenti alla vita dei Nativi schiavizzati e usati come animali di piacere, giunto alle porte due soldati di guardia mi impedirono di entrare per una retata in corso, presi la testa di uno di loro usandola come ariete sfondando la porta e tramortendo l’uomo che cadde a terra mentre il compagno impaurito scappò via. Mi trovai un plotone di soldati a schiera a bloccare l’ingresso mentre i loro sguardi mi scrutavano incuriositi.

    <>, ringhiai aprendo la schiera come l’acqua in due fronti laterali, a passo lento e caduco le superai ponendomi davanti ai Nativi, alzai lo sguardo verso la sgargiante balconata riconoscendo Aura, spostai subito lo sguardo su quello che sembrava il comandante. <>, chiesi all’anziano che dopo il primo spavento confermò, mi avvicinai a lui sussurrandogli all’orecchio.

    L’anziano dopo aver ascoltato le mie parole congedò il plotone ringraziando e chiedendo scusa per il disturbo. <> i soldati che a combattere contro bestie carnivore praticamente senza armi si trovarono l’opportunità di svagarsi senza dover pagare nulla non ci pensarono due volte, se ne andarono via lasciando i forestieri da soli che a quel punto se la diedero a gambe.

    Tutti i Nativi presero un respiro di sollievo mentre l’anziano mi fece strada fino allo sfarzoso ufficio al piano superiore, passammo di fronte ad Aura, alla Kitsune incriminata e ad una nekomusume che non conoscevo ma dal suo sguardo luminoso e dalla allegria che spruzzava dai pori pareva conoscere me, entrammo dentro la stanza che venne chiusa dalla ninfa.

    Minuti dopo il vecchio se ne uscì con le sue valigie regalando un sorrido d’addio alla sua numero tredici.

    La ninfa aprì la porta e fece entrare la nekomusume e la kitsune sotto mia richiesta, stavo finendo di compilare dei documenti quando esse si avvicinarono a me. <>

    <>, disse non trattenendosi più la nekomusume. <>

    <> porsi i documenti che avevo appena compilato alle due. <cacciatore ma di un certo signor Hanzo.>>

    <>

    <>

    <>, disse subito Miri più felice che mai.

    <> da un’ultima occhiata al mio sacco pieno di gemme riflettendo sul fatto che nonostante la vita non facile il denaro non mi era mai mancato, una amara consolazione visto che la cosa non mi toccava affatto. <> le due Native non ci pensarono su due volte e uscirono di corsa urlando ai quattro venti di essere divenuti di nuovo liberi mentre sventolavano il cilindro argentato che conteneva il tanto agognato documento.

    Aura felice di tale fatto osservava i suoi compatrioti darsi ai festeggiamenti e alle danze, mentre da ogni angolo della città Nativi facevano pellegrinaggio per sapere come divenire anch’essi liberi ma benché quell’aria di euforia l’avvolgesse si sentì una estranea visto che non aveva mai vissuto in schiavitù e non sapeva che cosa significasse, si voltò verso la porta dove le due native erano uscite poc’anzi e vedendola socchiusa pensò di entrare a vedere.

    Appena le due Native uscirono dalla stanza feci un bel respiro di sollievo lasciandomi un attimo andare sulla poltrona, la trattativa con il vecchio e l’essere riuscito a convincerlo a darmi informazioni contenendo i costi fu una ardua sfida, dopo un’accesa discussione e qualche escamotage non proprio pulito riuscì ad averla vinta, grazie anche a qualche esperienza in conferenze della famiglia.

    <>, chiese la ninfa che era rimasta silenziosa quasi a mimetizzarsi con l’ambiente.

    <<è stata un po’ dura ma sto bene, non dovresti andare anche tu, ora sei libera, io mi sdraio un attimo sul divano.>> feci per alzarmi ma le gambe mi cedettero come stuzzichini e caddi a terra impossibilitato a muovermi, il dolore mi percorse tutto il corpo eppure non riuscivo a fare nulla, il petto mi bruciava quasi a sciogliersi, sordi rumori arrivavano alle mie orecchie indistinguibili e sempre più lontani mentre figure sfuocate mi si affacciavano davanti, la bocca impastata mi impedì di esprimermi con chiarezza finendo per fare versi come un animale ferito che per l’ennesima volta perse conoscenza, come un condannato dopo ore di torture.

    Riaprì gli occhi ritrovandomi ancora un altro giorno in quel luogo privo di un cielo sereno ma sommerso in oscure ombre tagliate da sprazzi scintillanti che con fatica si facevano strada fino a toccare quella terra martoriata da una guerra infinita. Ero rimasto tutta la notte fuori dall’enorme tenda da campo ai bordi dell’accampamento, vicino ad un miraggio di acqua termale che fuoriusciva dal sottosuolo nascosto da spuntoni di rocche che creavano una barriera naturale, il solo vapore che ne scaturiva mi bastava per sentire i muscoli rilassarsi e l’animo rasserenarsi mentre allontanavo i pensieri e mi lasciavo al momento di pace. <>

    Rivolsi lo sguardo alla figura che proferì tali parole con tanta dolcezza e disinvoltura chinando il capo appena incrociato il suo sguardo. <> lei si avvicinò chinandosi sulle gambe arrivandomi a qualche centimetro di distanza. <>, disse sorridendo quasi illuminava da una luce divina.

    <>

    <> piccole linee di lacrime le tagliarono il viso piene di emozioni rinchiuse nel suo animo, appena si rese conto di star piangendo si strofinò sulla larga manica della tunica ad asciugarsi senza riuscire a impedirmi di notare il suo stato d’animo.

    <>

    <>

    Rimasi qualche istante a contemplare le sue parole e la sua figura mentre osservava l’enorme colonna di luce all’orizzonte con occhi pieni di emozioni, in quei istanti sentì di capire in parte per quale motivo un’intera nazione ha creduto in lei e ne ha esaltato la figura, capì sentendo con forza ciò che lei rappresentava per la mia famiglia. <>, disse rammaricata per le parole dette nella mia prima domanda.

    <>

    <>

    <>

    Amaterasu si avvicinò all’acqua facendo scivolare la nobile tunica sul suo corpo mentre entrava dolcemente nella calda e morbida presa delle acque laviche, una volta rimasta del tutto nuda a metà del corpo avvolta dall’acqua si guardò un attimo alle spalle vendendomi sulla riva seduto sulle ginocchia rivolto verso l’accampamento, immobile come una roccia tagliata da una debole brezza sulfurea, il suono dell’acqua mossa dalle mani della dea mentre si lavava sovrastavano quella del vento come a isolarsi su se stessa in una melodia senza ritmo, come se ci fosse solo lei e nient’altro. <>

    <

    Da quel giorno volli rendere omaggio ancor di più a quella poesia e a colui che la scrisse. Mi isolati quasi completamente nella mia stanza e nella biblioteca, passai giorni nel mio progetto, forse settimane o addirittura più di un mese ma, alla fine ce la feci e ne fui assolutamente entusiasta, subito andai a mostrare la mia opera a Kimiko che però era in compagnia di suo nonno, suo padre ei fratelli. Vedendo tanta gente esitai un po’ ma Kim mi fece forza e con il cuore in gola mostrai a tutti il dipinto su tela e cui didascalia era riportata la poesia originale integrata:

    Una donna dalle divine origini si spogliava del fardello dei lunghi e pesanti abiti lasciandosi avvolgere dalle acque calde di un lago, immerso dalla natura sotto un cielo dalla luna sua padrona indiscussa, lievi scie di vapore ne mascheravano leggermente i tratti mentre la sua figura perfetta regnava sulla calma fonte calda, lungo la sua dolce schiena lo stigma sacro della sua vera natura brillava di un rosso scarlatto al suo tocco delicato, con calma e delicatezza si liberava dalle innumerevoli fatiche libera da ogni preoccupazione, sulla riva dove riposavano le sue vesti a guardia della divina figura si distingueva come una statua seduto sulle gambe il suo protettore, guerriero dall’armatura intaccata da innumerevoli battaglie, in essa sui numerosi fori e spaccature piccoli ruscelli cremisi scivolavano fino a terra a nutrirla col suo sangue, il respiro affannato che come il fumo d’inverno sbuffava dalla griglia dell’elmo avvolgendolo in una leggera cappa biancastra, la spada d’innanzi a lui si ergeva dritta conficcata a terra mentre la leggera brezza danzava insieme al sageo, di fronte a lui la distesa di corpi dei numerosi nemici ricoperti da un leggero strato di neve ormai divenuto il loro velo di morte, oltre gli alberi numerosi pericoli si nascondevano ma la figura di quel guerriero tanto stanca quanto infusa della volontà di adempiete al suo dovere sovrastava ogni intento, ogni azione. Nella sua figura quasi al limite della vita, pareva ad un passo dal baratro della morte eppure era ancora lì, nel suo cuore e nella sua mente una solida fermezza e una convinzione ultraterrena poiché non c’era onore più grande che dare la propria anima, il proprio corpo e la propria coscienza per proteggere colei che era il suo cuore, la sua via, la sua padrona e la sua casa.>>

    Lasciammo scorrere il silenzio avvolto dal debole sibilo del vento come a rafforzare e imprimere ancora più a fondo quell’immagine, quel ideale.

    <>, domandò spezzando il silenzio con dolcezza e profonda serietà.

    <>

    <<è una strada difficile e dolorosa che ti priva di molte cose della vita ma…>> la Dea si avvicinò alla riva riprendendo i vestiti. <<…allo stesso tempo ti riempie e ti forgia rendendoti la lama a difesa di ciò a cui tieni, questo è proprio tipico della vostra famiglia ed è il motivo per cui non dubiterei a mettere la mia vita nelle tue mani>>, disse stringendo le braccia dolcemente attorno al mio collo appoggiando la testa sulla mia spalla mentre la tunica ci coprì entrambi come un telo d’avorio.

    <>

    <>

    <>

    <> Amaterasu si lasciò a dolci lacrime di felicità tanto silenziose quanto brillanti alla luce mentre si addormentava dopo giorni di battaglia senza fine contro un mostro che gli aveva portato via tanto.

    Appena si lasciò al più profondo dei sogni la presi avvolgendola nella sua tunica e la portai nell’accampamento, erano tutti nelle loro corrispettive tende, alcuni stavano bevendo e festeggiando, altri elaborando piani e strategie, c’era chi affilava le armi e chi mangiava a sazietà e poi chi osservava il cielo immerso nei pensieri e questo era uno dei due fratelli della Dea, Tsukiyomi dio della luna. Appena arrivammo nei pressi della sua tenda si voltò verso di me notando il particolare bagaglio che portavo, mi fece strada per la sua tenda facendomi entrare. <>

    <>

    <>, disse lasciandosi scappare una leggera risata. <> feci come disse e poi mi avviai ma una fitta al petto mi fece perdere la sensibilità alle gambe facendomi cadere a terra travolto da fitte incessanti.

    <>, chiese saltandomi subito addosso togliendomi le mani dal petto levandomi i vestiti, Susanoo entrò in quel momento rimanendo sorpreso dalla scena. <>, urlò Tsukiyomi al fratello che mi tenne fermo mentre lui svestendomi guardò con orrore quello che mi affliggeva. <>, esclamò inorridito.

    <>, chiese sorpreso quanto il fratello vedendo le cicatrici profonde, i tagli, le abrasioni, le bruciature, l’enorme buco marcescente e il nero sangue della malattia che dilaniava in mio corpo, tutto in un miscuglio orrido e surreale da voltastomaco.

    VI

    COMPAGNA

    La morbida sensazione di un letto fu la prima cosa che sentì, a fatica riaprì gli occhi accecato dall’enorme luce proveniente dalla finestra che mi stava di fronte. Ero finito in una stanza d’ospedale come c’era da aspettarselo, tutto aveva quei toni bianchi e puri, pulito e con quello strano odore che li contraddistingueva, mi guardai attorno e notai un bellissimo vaso di fiori che sicuramente facevano capire che non ero a casa, rose blu zaffiro sul comò affianco al letto insieme a tutto il mio bagaglio, appena mi rimisi in forze mi alzai dal letto e mi diressi alla finestra, la aprì affacciandomi fuori ad ammirare l’enorme giardino ei pochi pazienti al passeggio sotto l’attenta cura degli infermieri e infermiere, la voglia di farci un giro non mi mancò di certo, presi i miei vestiti appoggiati su una sedia vicina al letto e scesi giù.

    L’aria pulita e fresca mi riempì i malati polmoni di nuova vita così come gli incontri con i pazienti gentili e amichevoli, arrivai ai piedi di un modesto albero dalla larga chioma e sotto la sua ombra mi sedetti a ricordare ciò che successe al locale e ciò che successe dopo nella mia testa, ma senza avere grandi risultati, ripresomi del tutto ritornai su in camera prendendo il resto delle mie cose avviandomi all’uscita dell’ospedale. “Certo che quello non mi sembrava un sogno, quella Furia… quella caverna sotto il vulcano, era tutto così… vero eppure…” posai gli occhi sull’anello della furia cui occhi brillavano di una fiamma rossa per la prima volta, come se si fosse svegliato o avesse avvertito qualcosa da qualche parte.

    Alla reception ci misero qualche minuto ma alla fine mi lasciano andare rinunciando a farmi gli esami dopo una forte insistenza.

    <<dove pensi di andare senza di me?!>>, domandò con voce autoritaria e per nulla felice, un brivido mi percorse tutto il corpo bloccandomi come una colonna di marmo, ebbi quasi paura nel voltarmi perché sapevo quel che mi aspettava.

    <<ciao Aura, ti trovo davvero bene dal nostro ultimo incontro.>> la sua reazione non fu quella delle migliori.

    <<mi trovi bene?! Ti sembra una affermazione da fare? Ero preoccupata per te stupido!>>, disse lasciandosi alle parole, stretta tra rabbia e allegria mi corse incontro abbracciandomi con tanta forza da farmi male.

    <<aspetta, così mi fai male tigrotta! Non mi sono ancora ripreso del tutto.>> Con non poca fatica le feci allentare la micidiale presa riprendendo anche un po’ di fiato, guardandola in volto notai subito gli occhi lucidi pronti a sciogliersi in una cascata di lacrime da un momento all’altro.

    Presi il viso della Nativa tra le mani accarezzandoglielo dolcemente e, sfiorandogli gli occhi richiusi quelle cascate per qualche tempo, facendo di nuovo brillare quel unico occhio scoperto del loro intenso colore. <<sono così felice di poterti stringere ancora tra le mie braccia cucciola mia.>> l’avvolsi nel più dolce e caloroso abbraccio che qualcuno così freddo potesse dare, lei appoggiò la testa al mio petto lasciandosi coccolare come una bambina mentre nascose il viso affondando la faccia nel mio cappotto.

    <<non sai quanto lo sia io ma ora dobbiamo andare… ci stanno guardando tutti>>, disse senza mai mostrare il viso per l’imbarazzo. Distolsi lo sguardo da Aura guardandomi attorno e notando come disse lei di essere al centro dell’attenzione di pazienti, dottori e infermieri, a quel punto mi sentì anch’io a disagio.

    <<mi sa che hai ragione.>> Aura ridacchio tra l’imbarazzo e la felicità e anch’io la presi sul ridere. <<dai andiamo da qualche parte a mangiare qualcosa.>>

    Nel frattempo che trovavamo un posto per mangiare Aura iniziò a raccontarmi dei posti che aveva visitato e di tutto ciò che aveva visto e di coloro che aveva incontrato, senza però rivelare il vero motivo di quel viaggio, non glielo chiesi di certo visto che anch’io ero un po’ restio al parlare del mio dopo la mia separazione da lei, lei che mi era sempre stata accanto e che nonostante tutto mi voleva bene, quella sua allegria, la sua spontaneità mi ammagliavano così come quei suoi occhi rubino che parevano risplendere nella sua sincerità.

    <<Ray mi stai ascoltando? Ray, ci sei?>> come d’incanto mi ripresi dalle mie riflessioni ritrovandomi seduto ad un tavolo con Aura offesasi per la mia disattenzione. <<non mi stavi per nulla ascoltando, sei orribile.>>

    <<scusami è solo che… sei diventata davvero così bella e matura… e in così pochi anni… ma rimani lo stesso la mia piccolina.>> presa di contropiede non seppe che rispondere se non ringraziare per il complimento poi tuffandosi sul cibo come a sfogare la tensione.

    Tra una cosa e l’altra mi raccontò che aveva scoperto informazioni sui quattro eserciti e su delle squadre speciali create per dare la caccia alle Furie, tra queste spiccava quella comandata dall’erede di una imponente casata militare, un giovane uomo dai capelli di fuoco e dalle abilità meccaniche sorprendenti, da quel che aveva sentito dire in giro, una vera popolarità ovunque andasse, Soul Cremisi era l’idolo del decennio. <<sai dicono che sia molto carino e poi con una famiglia così non sarebbe male come fidanzato…>> nonostante mi trattenni Aura notò lo stesso il mio disappunto a quella sua affermazione, lei significava molto per me e sentirle fare tali discorsi non poteva non toccarmi visto che l’avevo cresciuta io, visto che eravamo cresciuti insieme e avevamo condiviso tanto tempo.

    <<dai non offenderti, stavo solo scherzando. Parlando di cose serie, dove si va adesso? Ho sentito voci dell’avvistamento di una delle Furie nella zona orientale.

    <<No. Non vieni con me, tu hai una vita, ti sei fatto degli amici in questo tempo in cui non c’ero e sicuramente hai ritrovato il tuo passato, hai molto da perdere mentre io in questo mondo… non ho praticamente niente tranne questa mia vendetta e… te.>>

    <<se stai scherzando non fai ridere. Guarda che lei era anche mia amica, loro erano miei amici e ciò che gli hanno fatto mi tormenta ancora oggi come il primo giorno, anch’io voglio vendicarli e voglio assisterti per quanto mi sia possibile, io ti devo la mia vita e già una volta ti abbandonai, non lo farò di nuovo.>> mi sentì insolitamente sollevato al sentire le sue parole, il suo volermi essere accanto mi riempiva il cuore.

    Gli presi le mani tra le mie guardandola negli occhi con affetto. <<ti voglio bene Aura, grazie.>> lei arrossì ancor di più ritraendo le mani balbettando nervosamente su cosa intendessi. <<va bene, verrai con me ma non mi impedirai di proteggerti, sei preziosa per me e non voglio perdere anche te.>>

    <<non succederà e io non ti lascerò morire visto che c’è qualcuno che ti aspetta in questa… Terra o come si chiama.>>

    <<grazie tigrotta.>>

    Lasciammo il locale dopo un bel po’, ritornando in strada che era quasi il tramonto, Aura con gran insistenza volle andare a cercare un posto per la notte ignorando il mio suggerimento di passarla al locale delle Native visto che di fatto era nostro. <<non voglio che tu stia troppo con loro, sono io la sola di cui hai bisogno, fidati di me>>, mi disse con gran convinzione ma con scarsi risultati, girammo per ore in città a cercare un posto che soddisfacesse i suoi criteri e visto che non se ne trovavano decisi io.

    Appena entrati nella stanza Aura si lanciò sul letto rivoltandosi dalla felicità in quella morbida presa di lenzuola profumate e dal tocco dolce. <<che morbido! Stasera sì che si dorme bene!>>

    La lasciai crogiolarsi nel letto e andai a farmi una doccia dopo tanto tempo, come da richiesta era spazioso, luminoso e con un’enorme vasca in cui mi sciolsi completamente ritrovando una famigliare sensazione di pace dopo una giornata non proprio tranquilla. Riflettendomi nell’acqua non si poteva non notare quelle enormi e appariscenti cicatrici che passavano anche in secondo piano a confronto dei tribali ottenuti anni prima in un viaggio con la mia Aura, prima di tornare da lei presi la medicina datami da Proteo appena iniziai a sentire i sintomi della mia malattia. Quando uscì dal bagno Aura si era già addormentata occupando tutto il letto nella sua vera e selvaggia forma Nativa, mi avvicinai e l’accarezzai dolcemente prima di andare sul balconcino dove una mite e silenziosa atmosfera si mischiava ad una notte illuminata da una gamma iridescenti di stelle a sostituire la padrona bianca assente, l’attenzione che rivolsi ai ricordi della vita con Kim mi cadde sull’anello della furia, enigmatico quando il padrone e sul passato che condividevano, e osservandolo anche altro mi saltò all’occhio insieme alla forte e battente sensazione delle altre furie che mi sembravano gridare silenziosamente nella mia testa.

    Aura si risvegliò che era notte fonda e non vedendomi andò a controllare nell’unico posto in cui potevo essere, si alzò e andò al balcone vedendomi subito, ero appoggiato alla balaustra con sguardo preoccupato e assorto.

    Due braccia sbucano da entrambi i lati abbracciandomi ad altezza del collo come una morbida e chiara sciarpa che venne seguito dalla calda sensazione del tocco di un corpo su tutta la schiena, lentamente mi girai su me stesso arrivando faccia a faccia a colei che mi prese nel suo abbraccio affettuoso.

    <<che ci fai qui fuori tutto solo? Vieni dentro a dormire con me, lo sai che se sono sola è difficile che mi addormenti bene.>> lo sguardo mi cadde sul suo corpo, era coperto solo da una leggera vestaglia crema attraverso cui, anche con la debole luce notturna si intravedevano le sensuali curve del corpo e il brillante stemma sul petto che faceva ancor di più risaltare il seno.

    <<dove stai guardando>>, disse riprendendomi dolcemente guidando con la mano il mio sguardo sui suoi bellissimi occhi rubino che risplendevano ipnotizzandomi nella sua bellezza, lei mi buttò sul letto mentre rivolta verso la portafinestra si levò la veste assumendo al contempo la sua vera forma accompagnandomi in quel morbido giaciglio. Presi una dell’enormi zampe e me la misi attorno al bacino poi rivolgendomi verso di lei, appena fummo abbastanza vicino mi diede un improvvisa carezza con la possente testa facendomi il solletico con l’enorme criniera ei piccoli baffi. <<ti voglio bene Ray. Buonanotte.>>

    Mi risvegliai di colpo ritrovandomi in una tenda vagamente famigliare eppure non del tutto, con fatica mi misi seduto focalizzando meglio il luogo e le figure che stavano attorno a me, lentamente riconobbi Susano, Tsukiyomi, Amaterasu, Gremory e Bastet, tutti loro con sguardi gravosi e preoccupati, feci due più due trovando dubito la risposta a quei visi. <<quindi l’avete visto tutti? Speravo davvero di non vedere visi simili rivolti a me ancora una volta>>, dissi alzandomi traballante in piedi. <<ebbene Sì signori, questa è la risposta alla domanda del come fossi riuscito ad arrivare fin qui, non puoi dire di conoscere l’umanità se non hai sperimentato in prima persona le atrocità di cui è capace.>> stai lì in piedi davanti a loro mostrando il corpo martoriato, ricolmo tanto di cicatrici, abrasione, bruciature, mutilazioni e quant’altro da ridurre al vomito gli stomaci più forti, non lo mascherai poiché ognuno dei presenti aveva visto o partecipato a cose che potevano assomigliarsi a ciò che ho patito eppure i loro sguardi erano uguali a tutti quelli che l’avevano visto, presi i miei vestiti e li misi subito.

    <<che diavolo ti hanno fatto? Che cosa porta un ragazzo a…>> interruppi subito il dio della luna indovinando cosa pensasse.

    <<mi hanno solo fatto tutto quello che umanamente era possibile fare a qualcuno portando alla soglia della vita, mi hanno bruciato, marchiato, sfregiato, assiderato, mi hanno strappato unghie e capelli finché il sangue o le urla disturbavano gli spettatori, mi hanno accecato e reso privo del uso degli arti, mi hanno tenuto sveglio finché non impazzivo, mi hanno picchiato finché non sputavo sanguinando quel poco che mi davano da mangiare, mi hanno pezzato ogni osso possibile solo per scoprire che suono facesse, mi hanno stuprato più e più volte solo per passare il tempo…>>

    <<BASTA COSI’!>>, urlò Amaterasu sbattendo il pugno sul tavolo massiccio della sua tenda quasi a romperlo. <<che razza di uomini farebbe ciò ad un ragazzino, che uomo abuserebbe!!... È forse dovuto a ciò il tuo attaccamento a servire noi donne?>>

    Sorrisi a quella domanda che chiunque ragionandoci affondo avrebbe posto notando il mio atteggiamento. <<si sbaglia, i miei carcerieri erano i peggiori, nessun uomo gli si avvicinava, nemmeno gli assassini assoldati per proteggere quel posto poiché ne avevano paura pure loro, erano tutte donne quelle che mi torturavano, gli uomini guardavano solo mentre loro si divertivano come fossi il loro maledetto giocattolino, erano sadiche, psicopatiche serial killer figlie di coloro che ci rapirono, loro si divertivano ritenendo che tutti gli uomini dovevano servirle e che eravamo tutti loro giocattoli.>> Bastet uscì di corsa dalla tenda andando a vomitare fuori, nessuno criticò la sua fragilità a quelle parole, sapevano l’orrore di ciò che stavo raccontando e a malapena riuscivano a trattenersi.

    <<dopo quando siete stati salvati? Non eri da solo o sbaglio?>>, chiese Susano serio.

    <<ero con una ragazza figlia di una grande famiglia alleata degli Hanzo, è per lei che fui rapito anch’io. Non siamo stati salvati, furono nove mesi in quel inferno avvolto da un manto infinito di gelo e neve, lei si era ammalata gravemente e sarebbe morta da lì a breve perciò...>> Gremory trasalì avvertendo la mia espressione e le emozioni che provai nel dire le seguenti parole. <<gli uccisi tutti quanti poi passai alle mie carceriere, una dopo l’altra, le ho legato con i cavi elettrici mentre la corrente le trapassava e le loro urla si alzavano al cielo, gli feci ciò che mi avevano fatto ma nessuna di loro durò più di una o due torture, mi chiesero di perdonarle, di lasciarle in vita, mi offrirono i loro soldi, il potere dei genitori, si offrirono di essere le mie schiave, le torturai nel frattempo che i soccorsi accorrevano al mi segnale, per due settimane, le tenni in vita quanto bastava perché rimassero consce di ciò che le facevo ma non abbastanza per ribellarsi.>> Gremory sentendo l’eccitazione nella mia voce e un sorriso raccapricciante nascosto tra le braccia quasi ne ebbe paura ma poiché la sua natura era di demone sentì anche lei l’eccitazione salire mentre sentiva parlare un mostro nato dal tormento disumano era ciò che gli stava davanti.

    <<quindi le hai uccise…?>>, chiese il demone con un po’ di spavento mascherando ciò che veramente provava.

    <<No, ho ucciso la loro superiorità, quel senso di onnipotenza insita in loro, le ho fatte diventare le mie cagnoline e le ho fatte uccidere tutti i soldati mentre massacravo tutti quelli che ci avevano fatti rapire, le ho fatte uccidere i propri genitori e... loro godevano nel farlo. Quando ci portarono in salvo e dopo il recupero… ebbi notizie di loro, dissero che avevano subito un trauma tale che provavano piacere nel essere torturate e che altrimenti partivano in attacchi di schizofrenia omicida, dissero che erano solo vittime dei trattamenti dei genitori, non avevano colpa del loro comportamento.>>

    <<che ne è stato di loro? Le hanno rilasciate?>>

    <<No, le ritrovarono morte con le budella esposte mentre le se mangiavano a vicenda travolte da un attacco di eccitazione frenetica, nessuno capì come fecero ad uscire dalle celle e chi le avesse obbligate a fare ciò, la cosa si concluse nel mistero.>>

    <<sei stato tu vero?>>, accusò Susano con voce dura e autoritaria venendomi addosso. <<rispondimi!>>, disse più duro.

    Alzai lo sguardo incrociando il suo con aria di sfida. <<chi può saperlo, neanch’io ricordo molto di allora>>, risposi con un sorriso lunatico ed estasiato. <<ero comunque una vittima, no?>>

    Tutti i presenti lasciarono la tenda per lasciarmi riposare un altro po’ riunendosi appena fuori. <<Gremory tu che ne pensi? Sei tu il demone, avrai capito che tipo di persona è?>>

    <<non so se l’ho capito ma una cosa è certa, ciò che ci ha mostrato finora è tutto veritiero, quel suo fare gentile, affettuoso e cavalleresco sono parte della sua personalità ma… d’altro canto se questi valori tanto nobili e ideali sono parte di lui sono assolutamente sicura che la peggiore parte dell’umanità, la più infima forma di malvagità che si possa vedere sia anch’essa parte di lui, più di quanto si possa immaginare, è un miracolo che non sia già uscita visto quanto ha sofferto.>>

    <<che cosa vorresti dire con ciò? Che dobbiamo averne paura e allontanarlo o ucciderlo?>>

    <<No Amaterasu, dico solo che semmai arrivasse il momento in cui si rendesse conto di nuovo di quanto disgustoso, orribile e malato sia il mondo e coloro che lo abitano… tutto quello che porta dentro si riverserà in un fiume di pece e ne uscirà qualcosa di ancora peggiore, parola di demone.>>

    Il caldo tocco luminoso del sole si insinuò tra le tende toccandomi dolcemente la nuca svegliandomi lentamente nell'abbraccio di un nuovo giorno, il dolce e soave respiro di Aura mi soffia leggero tra i capelli come una soave brezza d'estate, colto da un risveglio sereno mi accinsi ad alzarmi ma quando lo sguardo si soffermò su un particolare divenni di pietra, poco lontano dal letto, sul pavimento della camera noto la vestaglia di Aura, l'unica cosa che avrebbe indossato dormendo non nella sua vera forma, eppure attorno al mio bacino vidi la mano delicata ed esile di una ragazza dalle sembianze di una Persona e sicuramente non vestita.

    Senza girarmi verso di lei, lentamente mi libero dal braccio mentre con fare da ladro provai a sgattaiolare dal letto senza svegliarla, ma appena mi piegai quasi uscito dal letto le sue braccia si avvinghiano attorno al mio collo mentre il morbido tocco del suo petto fece partire il mio cuore in una corsa senza fine.

    <<buongiorno Ray, ma... hai il cuore che va a mille>>, disse toccandomi il petto amplificando l'effetto. <<non mi dirai che sei imbarazzato?>>, chiese divertita e fiera della cosa. <<quindi mi trovi... carina! mi consideri una donna!>>, disse ancora più estasiata.

    Con un gesto atletico degno di una gazzella tra due leoni, sgusciai dalla sua presa rimettendomi in piedi nascondendo la mia faccia imbarazzata. <<ovvio che sia così, dopo tutto sei... molto carina, secondo me.>>

    Prima che la mia compagna potesse fare o dire qualsiasi cosa alla porta qualcuno bussò, senza pensarci due volte andai ad aprire uscendo da quella situazione di disagio. <<servizio in camera, ecco a voi la vostra colazione.>>

    Ringraziai del pasto e lo portai sul tavolo intimando Aura a mangiare mentre mi facevo una doccia prima di andarcene da quel posto, lei molto servile fece come chiesto e fece colazione in totale silenzio.

    Il dolce rumore dell'acqua e la sua calda sensazione sulla pelle mi isolarono da quel mondo avvolgendomi in una calma assoluta, nulla filtrava attraverso quel rumore tintinnante, in quella calma che calmava ogni pensiero cercai di ripassare ciò che avrei dovuto fare da lì in poi, dopo lo scontro con la Furia e ciò che era successo dopo, i miei pensieri erano divenuti confusi e l'animo turbolento, chiunque fosse per qualche ragione sentivo di conoscerla così come fu la prima volta che incontrai Ju, l'unica cosa che però non capivo era il motivo, ciò che li portò a compiere la strage al tempio, qualcosa non mi convinceva e il non essere ancora stato in grado di capirlo mi faceva impazzire, benché avessero distrutto e ucciso ciò che tenevo a quel mondo non riuscivo, così come non sono riuscito ad odiare quella Furia che si fece uccidere così facilmente, è per questo mi odiavo ancor di più di loro stessi.

    Uscì dalla doccia con ancora i pensieri confusi quando davanti mi trovai Aura con indosso solo la camicetta e l'intimo che si sistemava i capelli davanti allo specchio. <<ci stavi mettendo troppo tempo ad uscire perciò sono entra...>> il suo sguardo si fissò sulle braccia e gambe dove nessuna benda nascondeva le profonde abrasioni nella carne a spirale che convergevano verso mani e piedi, sopra di esse numerose cicatrici sovrastate dai tribali.

    <<sto bene non ti preoccupare, ho solo avuto qualche piccolo problema, niente che non sapessi già affrontare, ora muoviti a sistemarti.>> detto ciò uscì dal bagno con far sereno chiudendomi la porta alle spalle prendendo un grasso sospiro.

    <<non dovevi scoprirlo così, non dovevi proprio scoprire questa cosa, dannazione!>>, mi ripetei tra me riprendendomi per la mia sbadataggine. <<sono sicuro che non se ne darà la colpa, dopotutto sono io che sono voluto andare in quel posto.>> convinto da questa vana scusa mi rimettei i vestiti quando Aura uscì dal bagno ancora semi nuda. <<ehi tigrotta, mettiti qualcosa!>>, la ripresi voltandomi dall'altra parte.

    <<dimmi la verità! non voglio altre false speranze, niente più bugie. Voglio sapere davvero in che condizioni sei!>>, pretese con una serietà che non l'avevo mai vista.

    <<questo... non posso. è.... complicato, lo capisci tigrotta no?>>

    <<sai solo dire questo, mi tieni sempre all'oscuro di tutto, io voglio stare al tuo fianco ma non mi dici nulla, né ciò che è successo da quando ci siamo separati ne ciò che provi. Sei un meschino, ti odio!>>, urlò prendendosi le sue cose e uscendosene dalla stanza presa dalla collera, a nulla servirono le mie stupide parole di scuse. <<non mi seguire!>>, disse prima di sparire lasciandomi solo nel silenzio della stanza.

    Qualche istante dopo uscì dalla stanza e dopo aver lasciato un messaggio alla reception in caso Aura tornasse andai in città.

    Da solo ancora una volta e con un pessimo umore andai dritto nel posto indicato da Proteo, un bar malfamato nella zona lugubre della città, secondo quel che capì avrei trovato qualcosa di utile a rintracciare un'altra furia nascosta nella zona.

    Nonostante le cattive premesse non mi feci certo condizionare dall’atmosfera e dalla gente che tra le vie oscure trafficava con far sospetto, e più mi addentravo più pericoloso sembrava diventare il tutto e più minacciosi gli sguardi finché non arrivai di fronte all’enorme porta di ferro del luogo che mi era stato descritto, due enormi guardie bloccavano l’ingresso lanciando sguardi minatori.

    <<che cosa vuoi straniero, ti sei perso o cerchi rogne?>>, chiese il più grosso dei due squadrandomi dall’alto in basso.

    <<sono qui per lo stesso motivo per cui vengono tutti, perciò vi pregherei di saltare le minacce e lasciarmi passare, il denaro di certo non mi manca.>> il collega della guardi sogghignò.

    <<guarda damerino che qui i soldi non comprano il biglietto d’entrata ma solo lo spettacolo principale, e per accedervi dovrai…>> l’altro tipo lo fermò per non rovinarmi la sorpresa, entrambi spalancarono le porte catapultandomi all’interno del locale, l’odore di alcool, fumo e di molto altro riempiva l’aria pesante e carica di urla, voci e animate conversazioni come una qualsiasi taverna nei giorni di festa, il posto era abbastanza illuminato da enormi lampade giallognole che irradiavano l’intero locale in una calda luce, enormi vetrate ricoperte da un sottile strato di polvere impediva di vedere fuori e viceversa, i tavoli in legno segnati da numero incontri di visitatori su cui enormi boccali di alcool regnavano come colonne in una piana insieme a fumosi sigari appoggiati a sottobicchieri bruciacchiati, qualche ubriaco vinto dagli spiriti stava chino o sdraiato in un angolo del locale svenuto o sul punto di esserlo.

    Al centro del locale, delimitato da una spessa striscia quadrangolare di gesso, stava uno spiazzo spoglio di ogni arredamento ma macchiato da scie quasi svanite di quel che sembrava del sangue, oltre lo spiazzo dall’altra parte del locale la classica postazione da barista con il muro ricolmo di alcolici e un uomo di mezz’età, robusto e uno sguardo guardingo e annoiato su un volto dalla fine barba ben curata serviva un paio di donne sedute al bancone.

    Appena entrai tutti lanciarono uno sguardo verso di me poi voltandosi a continuare a fare quel che dovevano, come se non fossi degno di attenzione, fu una delle poche volte in cui non mi sentì sott’occhio, come se fossi uno qualunque, una bella sensazione. <<che bello non essere considerato>>, dissi tra me e me dirigendomi verso il bancone.

    <<ragazzo che vuoi da bere?>>, chiese l’uomo mostrandomi le numerose bevande, con lo sguardo andai a leggere tutti i nomi fermandomi verso metà bottigliera attirato da un nome famigliare.

    <<mi dia un bicchiere di bacio di Gremory, grazie.>>

    <<hai scelto roba di classe, ho faticato non poco a trovarlo e di più ad averlo a buon prezzo.>> l’uomo prese un bicchiere basso, lo riempì quasi del tutto di ghiaccio e ci versò il denso e rosso fuoco liquore dal profumo inebriante che ammaliò anche le due donne sedute dall’altra parte del bancone attirandone l’attenzione. <<assaggia e dimmi.>>

    Feci come disse l’uomo rimanendo ben più che sottomesso da quel sapore dolce e allo stesso tempo decisamente forte quasi come un montante ben assestato. <<è davvero degno del suo nome, ne dia un altro bicchiere, non mi piace bere da solo.>> il barista capì quel che intendevo dopo aver dato una fugace occhiata alle due signore che avevano finito i loro bicchieri, preso il liquore lo versò come prima in un bicchiere analogo mentre con l’altra mano prese la spillatrice con cui riempì due boccali di birra che fece scivolare sul bancone fino alle donne, io e lui dopo un brindisi rivolto alle due donne, rimaste sorprese di non star impugnando due bicchieri del prezioso liquore, ci gustammo approfonditamente il drink fino all’ultima goccia.

    <<allora come mai qui, non credo che fosse solo per la mia raccolta speciale di liquori>>, scherzò lui.

    <<Già, in effetti sono qui per delle informazioni, ho saputo da un amico che gestisce un bar che qui avrei trovato qualcosa di “particolare”.>> il barista alzò leggermente lo sguardo indicando un uomo seduto in fondo al locale circondato dalle sue guardie del corpo.

    <<ragazzo, quello che cerchi qua puoi ottenerlo solo dando spettacolo>>, esordì l’uomo indicato alzandosi in piedi insieme ai suoi. <<…e che spettacolo migliore può esserci sennò un bel combattimento!>> la folla urlò con entusiasmo ed euforia alle parole dell’uomo.

    Stavo per andare del rettangolo che delimitava il ring quando fui battuto sul tempo da un nuovo arrivato. <<sono pronto, fatevi sotto ragazzi!>>, disse spavaldo entrando nel rettangolo mettendosi in guardia; non ci misi molto a riconoscerlo nel ragazzo che salvai dal Ecatonchire e che rincontrai da Proteo, Eric: capelli castani, occhi neri, corporatura massiccia, fin troppa per la sua età, coperta da un’armatura rudimentale e barbara.

    <<sono qui con i miei compagni per delle informazioni, non me ne andrò senza di esse>>, enunciò con insormontabile fermezza e spavalderia, tipica di chi crede il mondo nelle sue mani; atteggiamento da ragazzini. Dal tavolo affianco a quello del padrone di casa, una bellissima e giovane donna si alzò in piedi accettando la sfida di Eric, i lunghi capelli rossi sciolti scendevano fin poco oltre le spalle, da quel punto in poi lo sguardo si spostava sui vestiti di pelle attillati e dalle numerose rifiniture, aperture, cinturini tipici degli abiti di cacciatori e mercenari.

    La donna si tolse la giacchetta appoggiandola sul tavolo mostrando la camicia scollata a tal punto da far intravedere il corsetto nero che faceva risaltare l’abbondante seno; Eric come altri presenti rimasero ammagliati dalla bellezza della donna che non aveva certo problemi ad usare tutte le sue carte. <<e tu vorresti delle informazioni>>, disse con fare altezzoso esaminandolo da vicino senza trovare resistenza. <<sei grosso ma a poco ti servirà in uno scontro contro di me, fatti sotto ragazzino>>, disse infine lanciandogli l’occhiolino una volta di fronte a lui.

    Spostai il bicchiere con un tempismo perfetto salvandolo dal volo che Eric fece contro il bancone del bar, scosse i bicchieri impilati dal barista che continuò a pulirne altri mentre lo scontro ormai finito aveva perso l’attenzione dei presenti, la donna prese in mano una frusta su un tavolo lì vicino e facendola scattare avvolse la gamba di Eric riportandolo sul ring mentre lui cercava di trascinarsi via inutilmente, bastò un leggero calcio ben assestato a farlo svenire sotto lo stivale.

    <<su ragazzi, non ho neanche dovuto sudare. Avanti! Chi si fa avanti con una bella signorina, non mordo mica.>>

    <<ragazzo mi sa che tocca a te, va e fatti onore, io punto su di te>>, disse fiducioso l’uomo sorridendo leggermente e dandomi una leggera spinta che bastò a farmi notare dalla fiera guerriera.

    <<ma che bel ragazzo, quasi quasi mi dispiace farti del male. Avanti fammi divertire un po' di più di questo qui.>> la donna fece uno scatto che in pochi, solo quelli non del tutto ubriachi, videro; il suo scatto la portò fin troppo vicino per sferrare il suo calcio migliore col quale avrebbe steso anche me, ma il suo sguardo mi perse di vista poiché gli ero arrivato proprio alle spalle, la presi per il collo e bloccandola col corpo gli impedì ogni movimento, lei resistette per un po' mentre cercava di liberarsi ma alla fine dovette desistere e darsi per vinta.

    Rialzandomi aiutai anche lei assicurandomi di non averle fatto nulla. <<stai bene? spero di non aver esagerato.>> lei sedutasi in un tavolo vicino prese un boccale di liquore da uno dei presenti.

    <<sto bene, solo il mio orgoglio è rimasto intaccato.>>

    Il barista uscì dalla sua postazione per decretare la conclusione dello scontro e delle lotte di quella giornata. <<bene bene, per quanto siano state fiacche, le lotte di oggi sono finite. Il ragazzino perde mentre quello che sa bere vince perciò… avrai quel che vuoi.>> l’uomo prese una chiave che aveva appesa al collo e aprì una porta in fondo al locale che non avevo per nulla notato.

    <<Ehi capo, di questo tipo qui che ne facciamo, lo buttiamo fuori o gli diamo un’altra possibilità?>>, chiese la donna ripresasi dalla dura sconfitta.

    <<lasciatelo stare, lui… è con me, fatelo passare.>> Eric, che fino a quel momento era rimasto in un angolo a autocommiserarsi, si rialzò e mi venne incontro facendo strada, il barista sorpreso quanto me stava per dire qualcosa ma si fermò con un grasso sospiro.

    <<non ti preoccupare, facciamo da noi. Se non ti dispiace offro da bere a quella donna, glielo devo.>>

    <<che cosa le porto, dopotutto paghi tu, no?>>

    <<fai tu, sei tu il barista, sono sicuro che non ne rimarrà insoddisfatta.>>

    <<adoro queste parole. Va bene ragazzo, ci penso io ma fate in fretta altrimenti altri vorranno bere a gratis.>>

    La stanza era del tutto spoglia tranne per un tavolo in ferro grigio e tre sedie, l’illuminazione era rappresentata da una bianca luce al neon dalla forte intensità, appena abbassiamo lo sguardo accecati dalla luce, sulla sedia opposta al tavolo, troviamo in tizio incappucciato totalmente anonimo. <<avanti sedetevi e ditemi che cosa vorreste sapere? Quali domande urgenti sono sorte nelle vostre menti?>> la sua voce come il resto di lui era modificata per non far trapelare nulla di se ma non abbastanza da farmi desistere dal farle la mia domanda. <<dimmi tutto quello che sai sulla storia delle Furie.>>

    <<questa signori… questa è una signor domanda, ti dirò quello che il mondo conosce sulle Furie, prestatemi le vostre orecchie perché sarà un racconto davvero… interessante.>>

    Dopo il lungo racconto l’individuo soffermò lo sguardo su un particolare che non aveva mai notato in nessuno e per cui parve brillare di curiosità. <<oh, ma vedo che tu ne hai già incontrato una, com’è riuscire ad uccidere uno di quei disgustosi mostri ammazza-Persone?>> la sua domanda così carica di risentimento e disgusto mi infastidì come poche cose riuscivano a farlo, lo presi per il collo del lungo e nero Pastrano arrivando faccia a faccia.

    <<forse non hai gradito la domanda? Se così fosse chiedo scusa, dopotutto siete qui per risposte e non per essere interrogati. Avanti ragazzo, altre domande, o hai forse intenzione di picchiare una povera Persona che non fa altro che il suo lavoro?>> Lasciai la presa infastidito dal suo comportamento e mi avviai verso la porta aprendola di malo modo.

    <<Eric fai le domande che devi, io ho finito con questo qua.>>

    Uscì dalla stanza ritrovandomi nel chiassoso bar dove una gran massa stava al bancone a chiedere da bere gratis, il barista con far minaccioso stava per tirare fuori le armi da sotto il bancone. <<offro un giro a tutti capo!>>, dissi fermandolo dal suo intento accontentando un po' tutti, da quel momento un fiume di alcol venne versato su enormi boccali che riempirono prima i tavolo, e poi gli stomaci di uomini e donne tra risate e grida, dal bancone presi qualcosa che sembra fatto apposta per me e mi diressi in uno specifico tavolo, uno appartato da dove uno sguardo incuriosito seguiva i miei movimenti; arrivato al tavolo feci scivolare la bevanda fino alla mano della Persona lì seduta che prese un leggero sorso.

    <<mi spiace per prima ma sei stata tu a voler combattere, a me sarebbe bastato una chiacchierata e qualcosa di buono da bere per risolvere la cosa.>> lei a risposta tirò su le gambe incrociandole sul tavolo mettendosi comoda mentre in un lungo sorso finì il liquore.

    <<mi batti con facilità e ti scusi pure, non credo di essere stata mai umiliata tanto, almeno questa roba era buona. Io sono Mariane Avallar ma qui mi chiamano Mary, carini i tuoi tatuaggi.>> la sua acuta vista in quel momento notò sul mio collo uno dei numerosi marchi che velavano la mia pelle.

    <<mai quanto il tuo stemma>>, risposi indicando con lo sguardo il marchio giallo oro che gli pulsava la mano e che velava con disprezzo, in quel istante alla mia mente una voce chiara mi parlò.

    <<ehi, stai bene? Per qualche istante mi sei sembrato assente.>>

    <<no sto bene, è solo un po' un giramento di testa ma grazie dell’interessamento.>> mi alzai in piedi e dopo averla salutata lasciai il bar entrando nel vicolo sulla svolta.

    <<quindi davvero ci senti, questo sì che è interessante. Inoltre, non sei solo.>> mi voltai verso l’entrata del vicolo vedendoci Mary che veniva verso di noi incuriosita dalla mia uscita di scena alquanto frettolosa. <<lasciamo stare. Guarda questo e rispondimi…>>, iniziò a dire scoprendosi il braccio destro mostrando l’avambraccio e l’enorme stemma solare che illuminava quanto il giorno stesso poi nascondendolo subito. <<sei tu, vero? I Titani, gli Dei… sei stato tu a ...>>

    <<Sì, sono stato io e lo rifarei senza alcun esitazione. Io gli avevo detto fin da subito ciò che sarebbe successo e come mi sarei comportato, sei qui forse per...>>

    <<ero solo curioso di sapere com’era colui che ha posto fine alle sofferenze degli Dei, liberandoli dai loro tiranni, chi era colui che aveva salvato i nostri genitori.>> l’incappucciato si ricoprì del tutto scomparendo dentro al vicolo tra le innumerevoli svolte e le strettoie.

    La mano di Mary contro il muro mi chiuse le vie di uscita mentre avvicinò il viso al mio con uno sguardo che non riuscivo a decifrare. <<che diavolo hai fatto? Tu nascondi davvero molto segreti che potrebbero valere davvero un bel po' di soldi, mi piacerebbe approfondire la nostra… conoscenza.>> la distanza si ridusse di molto quasi ad aderire l’uno sull’altra, quasi volesse succhiarmele via quelle informazioni dalla bocca. <<ma adesso ho da fare perciò lasciamolo ad un’altra occasione, ci vediamo caro mio Ray.>> portandosi via tutta la mia attenzione se ne andò ritornando dentro al bar, come avevo pianificato lasciai la zona subito ritornando in centro città dove, dopo le ricerche di vendetta mi, lasciai andare allo svago tra cibi e divertimenti vari che straripavano nella parte opposta della città, decine di giovani coppie, genitori insieme ai figli riempivano le strade affollate di venditori, girovaghi, sedicenti maghi e prestigiatori come se quel giorno ci fosse una qualche festività.

    Solo quando ci fui immerso, in quella gioia di colori, profumi, risate mi risentì come se fossi ritornato al mio mondo, a quei istanti passati nella gioia insieme ai miei amici, ai miei parenti; mi riaffiorò alla mente uno dei tanti giorni in cui insieme a sua sorella Kyoto e suo fratello Jin, Kimiko mi portò al parco giochi alcuni giorni dopo che mi avevano rimesso dal ospedale a seguito del lungo rapimento. Fu una giornata stupenda, passata come una qualunque famiglia nella più totale e spensierata gioia, una delle migliori che ricordassi e rievocarne il pensiero mi faceva sentire leggero e stranamente positivo, tanto che non mi accorsi quasi che stava diventando sera mentre nuove luci e colori trasformavano quelle strade di festa.

    Dovetti andarmene nonostante la cosa mi dispiacesse visto che la fame e la mia compagna scappa via cominciavano ad essere i miei unici pensieri, seguendo la prassi di tenermi lontano dalle strade militarmente controllate ripercorsi al ritroso la via dell’andata, fino a raggiungere l’albergo dove fino alla sera prima avevo ospitato, entrai e chiesi se Aura fosse tornata e fortunatamente così parve.

    <<Sì, la sua amica è tornata poco fa ma… ha detto che se lei fosse arrivato non avrei dovuto farla salire e ha pagato una gran somma per questo, mi spiace signore>>, rispose la receptionist sentendosi al quanto a disagio della situazione.

    <<va bene, non causerò problemi. Le dica, se la incontra, che starò in città fino a domattina e che parto dopo mezzo giorno, grazie.>> lasciai di nuovo l’edificio e questa volta grazie all’enorme folla che si riversava sulle strade e alla minor sorveglianza potei alleggerire il mio abbigliamento rimanendo in una modesta giacca e camicia dai toni grigiastri e una leggera sciarpa a coprir in parte il viso, per non essere del tutto riconoscibile.

    Percorrendo le vive vie della strada principale tra odori, suoni e voci di divertimento, in una rapsodia di sfumature di luci e colori la conversazione di una coppia su un ristorante dai toni semplici e famigliari attirò molto la mia attenzione, i posto del genere mi piacevano troppo. <<scusate l’intromissione ma… potreste indicarmi la via per questo ristorante?>> i due sorpresi sul momento titubarono, soprattutto il ragazzo che non pareva molto felice della mia domanda o del mio atteggiamento gentile verso la sua compagna, lei dal canto suo fu ben propensa ad indicarmi la via ignorando completamente il suo fidanzato. <<certamente, guarda devi seguire la via principale fino alla seconda svolta a destra, da lì vasta che segui la strada delle lanterne e arriverai proprio davanti.>> ben lieto delle dettagliate informazioni ringraziai la ragazza e augurando a loro una buona serata mi avviai seguendo la strada da lei descritta.

    Un viale di luci sfumavano le entrate in legno antico dei locali che si affacciavano su quella strada in mosaico di pietra, donne e uomini dai abiti tradizionali e dal fare gentile di altri tempi invitavano i pochi passanti a fermarsi e ad usufruire dei loro servizi, cibo, bevande, musica e qualsivoglia divertimento per trascorrere la serata in compagnia, io non fui da meno e avrei voluto fermarmi in ognuno di essi ma il posto che cercavo era in fondo alla via, mascherato da una dolce nebbia di vapore e profumi dai toni primaverili e rosati, una volta superata mi trovai davanti l’entrata, adornata da brillanti rampicanti dai colori di farfalle, un uomo in una specie di kimono più elaborato venne ad accogliermi, accompagnandomi poi ad un tavolo non poco lontano da quello che pareva un piccolo palco dove una bellissima Kitsune trasformata suonava una sorta di liuto dal tono più soave e ed echeggiante. Coloro che stavano ad ascoltarla non erano rapiti dalla sua bellezza bensì dal suo dolce tocco e dalla sua espressione felice nel condividere la sua musica.

    <<è mia figlia>>, disse l’uomo che mi aveva accompagnato al tavolo, lo guardai bene e per nulla sembrava un Nativo. <<sua madre è… una Nativa o come li chiamano ora. Già pensandoci bene è un ottimo termine, l’ho incontrata vent’anni fa mentre tornavo da un viaggio d’affari, era una schiava e io che ero nato al regno centrale non potevo non aiutarla, lei volle ripagarmi aiutandomi qui ma alla fine ci siamo innamorati ed è nata la mia piccola Lux.>>

    <<ancora a raccontare questa storia, sei proprio un vecchio chiacchierone>>, esortò la Nativa dai lunghi capelli e code dorate. <<così mi metti in imbarazzo.>> lei diede un bacio al marito stringendo poi il braccio di lui al petto come una felice coppietta.

    <<suppongo sia lei la protagonista della storia, molto piacere.>>

    <<il piacere è nostro, spero che mio marito non ti abbia annoiato. Caro, adesso è ora di lavorare, non credo sia venuto qui per sentirti parlare>>, scherzò lei.

    <<hai ragione tesoro, come sempre d’altro canto. Ci pensi tu a lui, io vado ad aiutare in cucina, sarò sulla mezz’età ma me la so ancora cavare, buona serata ragazzo.>> l’uomo si avviò lasciandomi con la moglie accompagnati dalla melodia della figlia.

    <<sei tu vero? Quello che ha scritto quel libro su di noi. Un’amica mi ha detto com’era l’aspetto dell’autore e perciò...>>

    <<è strano essere famosi per qualcosa che daresti per scontato ma chissà, forse sono io.>>

    <<Già forse, che cosa ti posso portare caro?>>, chiese gentile e sorridente.

    <<il piatto della casa, sono nuovo e vorrei provare qualcosa di queste parti.>>

    <<bene, arriverà tra qualche minuto intanto puoi goderti la musica di mia figlia, sai, lei è ancora single>>; disse facendomi l’occhiolino prima di andare via, non li potei mascherare l’imbarazzo sul viso a quelle parole, lei ne rise innocentemente.

    Abbassai lo sguardo sulla candela a bicchiere e sulla sua fiammella blu elettrica che pareva come uno spiritello danzante al suono incantevole della melodia, la vidi muoversi mentre ne sembrava trarre energia crescendo sempre più fino a espandersi come un’onda, alzai lo sguardo e vide quello stesso spiritello di fuoco diventare sempre più maestoso su ogni tavolo che danzava mentre nessuno pareva accorgersi di quella apparizione maestosa tranne colei che gli dava il ritmo, il suo corpo si delineò mentre un vestito di piume di zaffiro e blu cielo roteavano e volteggiavano alla sua danza, essa si librava attorno alla musicista in una classica danza che risaltava ad ogni picco della melodia, che come un’esplosione di un aurora travolgeva il locale. Non riuscì a distogliere lo sguardo da quel magnifico spettacolo nemmeno quando la dolce melodia raggiunse lenta e soave la sua fine, quando l’enorme spirito di fuoco azzurro si divise in quelle piccole fiammelle ritornando ognuna in quelle piccole candele.

    L’intero pubblico applaude la magnifica musicista che con timidezza accolse la gratitudine per il suo talento, il suo piccolo stemma sul collo passò da un blu celeste ad un rosa pallido per poi ritornare normale a mostrare il suo stato d’animo, la ragazza si alzò e scomparse dal palco dietro ad una nera tenda da teatro.

    <<davvero molto brava non pensi?>>, disse una voce che aggiunse un nuovo personaggio alla scena.

    <<Mary, che piacere vederti. Che bell’abito, bordò con spacco laterale e spalle scoperte, sei audace.>>

    <<che posso dire, mi piace rischiare ma… tu come mai sei qui? Questo posto non si trova tanto facilmente da un turista.>>

    <<ho solo chiesto gentilmente e mi hanno detto dove trovarlo, cambiando argomento… Dove hai lasciato il tuo accompagnatore?>>

    <<abbiamo avuto un piccolo diverbio e me ne sono andata, e vedo che ho fatto bene a venire qui se ti ho incontrato, ragazzino.>>

    <<così mi offendi, non sono così piccolo come sembro ma si accomodi pure.>> poco prima che Mary si accomodasse arrivò la donna Kitsune che la squadrò male rivolgendosi poi con fare gentile verso di me porgendomi la bellissima e abbondante portata.

    <<ti sta dando disturbo? Vuoi che la faccia andare via caro?>> la donna continuava a mettermi in imbarazzo con la sua indiscriminata bontà.

    <<no, la ringrazio molto e la ringrazio per il piatto, sarà di sicuro buonissimo.>> lei sorrise e dopo un leggero inchino andò via, non prima di lanciare un’occhiataccia minatoria a Mary.

    <<non sembra che andiate d’accordo, forse sarà perché tutti stanno guardando te. Avanti, siediti pure, io ne prendo un altro.>>

    Dopo quasi un’ora Mary sembrava molto a suo agio mentre sguardi sfuggenti la osservavano da ogni parte del locale e lei non ne sembrava per nulla turbata e la cosa un po' mi infastidiva, essere al centro dell’attenzione anche solo marginalmente lo odiavo, ma ad aiutare la mia situazione ci pensò un grosso omone che come una vera furia entrò nel locale, e sbraitando un nome si diresse verso di noi prendendomi per il collo e alzandomi di peso.

    <<ora te la fai con questo ragazzino, ci siamo lasciati solo un’ora fa! Mary vieni con me, torniamo a casa mia, ora!>>

    <<Henshi che ci fai qui, vattene! Lascialo andare!>>, urlò alzandosi in piedi cercando di liberarmi dalla presa ma non ci fu nulla da fare visto la sua forza e stazza, alcuni degli uomini presenti nel locale vennero in soccorso più della povera donna che del mal capitato ragazzo sul punto di essere menato, arrivò anche il proprietario che ci intimò di andare fuori e non causare problemi nel suo locale e così il gigante fece, cosa di nota visto il temperamento che aveva dimostrato.

    Nonostante il suo fare civile qualcosa mi diceva che non sarebbe finita in una chiacchierata, ci allontanammo uscendo dalla porta sul retro sotto gli occhi degli altri clienti pronti ad intervenire ad ogni gesto sconsiderato, appena usciti nel buio vicolo fu Mary ad avere la prima parola ma non per molto.

    <<Henshi vattene altri->> l’uomo senza alcun preavviso colpì al viso Mary buttandola contro i grossi bidoni di ferro facendola sbattere, con tanta violenza da stordirla e procurargli un taglio alla testa finendo a terra tra i rifiuti.

    <<zitta tu, ora non ho voglia di sentire le tue lagne, in quanto a te ragazzino...>> il suo destro fu qualcosa di potente che mi sposto qualche organo da suo posto ma non reagì, cadì in ginocchio sputando l’anima, l’uomo mi prese per le spalle lanciandomi contro un altro gruppo di bidoni vuoti spaccandomi quasi la schiena all’impatto, un dolore lancinante mi trapassò lungo tutta la schiena quasi faticai a respirare, l’uomo caricò una ginocchiata dritto sullo stomaco che ebbe l’effetto di farmi piegare nuovamente in due a sputar sangue e molto altro.

    <<quindi è con questa mezza sega che volevi spassartela, non ci posso credere. Io e te siamo colleghi da anni e non mi hai mai degnato di appuntamento ma a questo bamboccio dal bel visino si!>> con una raffica di pugni dritti sul mio viso scaricò tutta la sua frustrazione senza trovare alcuna resistenza.

    Schizzi di sangue e altro coprirono a sprazzi la strada cementata del vicolo così come alcuni bidoni, ed i miei vestiti del tutto fradici e macchiati di sangue e sudore, l’uomo dopo quasi un’ora ansimava vistosamente mentre i suoi pugni ormai quasi privi di forza e bagnati di sangue si fermavano contro il mio viso tagliato e insanguinato dal suo maledetto tirapugni.

    Mary sdraiata contro il muro poco lontano, ancora provata dal colpo che le aveva procurato la ferita, la quale faceva sgorgare una lunga scia di sangue sul suo viso dalla folta chioma, mi guardava con sguardo quasi assente, sul punto di piangere ma che chiedeva con ardore ciò che fino a quel momento avevo continuato a fare, Henshi mi lasciò cadere sui bidoni rovesciati mentre prese fiato asciugandosi il viso sudato che pareva brillare sotto la luce del debole lampione sopra la sua testa. <<penso che tu abbia capito, bamboccio. Io me ne vado, sono stanco>>, disse non prima di sputarmi in faccia compiacendosi del bel lavoro svolto. <<di te non voglio più saperne, zoccola. Con me hai chiuso, non ti parerò più le spalle, una come te non se lo merita.>> dettò ciò finalmente se ne andò percorrendo tutto il vicolo con passo pesante e stanco finché anche la sua presenza non scomparve tra la folla che si intravedeva dall’orlo della svolta.

    Mary si trascinò faticosamente fino a dove giacevo con sguardo basso, nascosto dalla penombra creata dalla testa china, provò ad rialzarsi e con fatica fece qualche passo barcollante prima di cadere di nuovo, proprio al mio fianco, tra qualche sacco di immondizia. <<Ray… stai… bene? R...Ray?>> alzai lo sguardo lasciandomi bagnare dalla bianca luce del lampione, i tagli sul viso si notavano più delle percosse su tutto il corpo per colpa del sangue che ne usciva come un pennello zuppo su una tela bianca e malconcia, sentivo ad ogni respiro una fitta bella forte trapassarmi lo sterno ed i polmoni, era come se fossi tornato al mio rapimento e ai pestaggi giornalieri. <<p… perché non hai reagito, avresti potuto… scappare.>>

    <<non farmi ridere… che mi fanno male i polmoni, ho fatto quello che volevi, quello che i tuoi occhi mi pregavano di non fare ed io non ho reagito… non so che debito di vita tu abbia con il tuo collega ma… il non dargli attenzioni o una chance, il fatto che ti piaccia essere a...al centro dell’attenzione, non deve essere stata per lui una bella… sensazione, prima o poi sarebbe capitato e lo, lo sapevi ma hai voluto far finta di nulla, vero? Dannazione, che male!>> mi rimisi dritto sputando quel po' di sangue che avevo in bocca e pulendomi sui vestiti ormai rovinati. <<tu volevi succedesse in cuor tuo, non… volevi sentire quel debito ancora sulle tue spalle, volevi liberartene e hai, hai scelto il modo peggiore, dannazione.>>

    <<per… perdonami ma non sapevo che, che altro fare, scusami Ray>>, disse in lacrime trascinandosi ancora verso di me. <<io… gli devo la vita ma, io non lo amo e non sapevo che fare, scusami se ti ho coinvolto, non dovevo… sono una stronza! Lo so ma non sapevo davvero che altra strada usare, io non lo sapevo proprio!>>, urlò tra la disperazione e il pentimento mentre le lacrime portavano con se il proprio urlo disperato, la propria voce sommessa e singhiozzante.

    <<alla fine ce l’hai fatta, hai il suo odio e il tuo debito è scomparso, complimenti a te, questo sì che è… efficienza.>> mi rialzai respirando dolorosamente e con passo incerto mi avviai. <<cerca solo di chiarire la cosa prima di provare ancora a toglierti la vita, i sensi di colpa non se ne vanno così facilmente, e nemmeno i segni sui tuoi polsi ex soldato, io non sarò lì di nuovo a farmi pestare per i tuoi dannati errori, ne ho abbastanza per accollarmi anche quello degli altri.>>

    <<scu...sami, scusami, scusami!>>, disse sempre più forte e disperata mentre mi allontanavo barcollante, la sua voce sempre più distrutta si sfuocò alle mie orecchie mentre venivo avvolto dalle ombre oscure dei palazzi del labirinto in cui mi addentrai.

    Mi buttai sull’erba sulla collinetta che svettava sul laghetto del enorme parco, e che dava una perfetta visuale sullo spettacolo pirotecnico ed elettronico del centro città, tutto ciò a coronare la fine della giornata di festa della città, una festività che non riuscì a scoprire a cosa fosse dovuto.

    Feci un grasso sospiro sentendo di nuovo i polmoni riprendersi come tutto il corpo, lentamente e dolorosamente ogni male stava tornando al normale dolore, costante e lieve. Qualche coppietta passeggiava o si rincorreva gaiamente sui sentieri illuminati da nostalgici lampade giallognole dalla calda luce; in una notte di luna e immense stelle come quella, dalle note ancora di festa e gioia nessuno si sarebbe potuto astenere dall’atmosfera romantica di un posto come quello, io che solitario stavo nell’ombra dopo una serata orribile, dovermi sorbire anche le romanticherie degli innamorati era un fastidio fin troppo grande.

    <<Ray, sei qui>>, disse una voce delusa poco distante. Mi voltai verso il sentiero da cui ero arrivato vedendo Aura venirmi in contro, nonostante ne fossi felice qualcosa in lei non mi convinceva, sembrava adirata.

    <<ciao tigrotta, è tutto il giorno che non ci vediamo; sai oggi mi sono successe un sacco di cose ma volevo chiederti scu->>

    <<stai zitto! Non voglio inutili scuse o finti interessamenti! Ti ho visto con quella donna, hai subito trovato una sostituta, cos’era non ti andava bene una che ti rispondesse male perciò ne hai cercata una più carina e facile da domare?!>> mi alzai andandogli incontro cercando di spiegargli la situazione ma, come dice il detto: non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire, e lei decisamente non voleva sentire ragioni, a farmelo capire fu lo schiaffo che arrivò subito dopo.

    <<tornatene pure dalla tua sgualdrina, io me ne vado!>> questa volta la sua espressione di delusione e odio mi fece più male di qualsiasi pugno o insulto avessi ricevuto quella sera, lei che mi era sempre stata accanto e per cui provavo un amore sincero, mi aveva colpito in pieno, atterrandomi come nessuno.

    Rivolsi lo sguardo al cielo allargando le braccia verso l’esterno in segno di totale vulnerabilità. <<che cosa ho fatto di così terribile per questa straordinaria giornata?!>>, chiesi al cielo, più in tono ironico che per avere un chiarimento. <<Ah già, forse una vita intera… meglio andare a bere qualcosa, spero che lì almeno non finisca menato.>> Presi il cappotto e la scomoda valigia in pelle per andarmene in qualche posto poco frequentato dove passare magari tutta la notte in stupide riflessioni, in un angolo semibuio con un bicchiere di qualcosa di forte davanti.

    Ebbi ciò che desideravo, ritornato in quella via dai locali attraenti e misteriosi entrai in una sorta di taverna moderna, dove in un angolo poco illuminato mi aspettava un lungo e scomodo divano in legno, coperto da una sottile stoffa imbottita che dava su un tavolo della stessa lunghezza. Appena entrato ordinai subito alla barista qualcosa di forte e mi diressi al mio desiderato posto, appena a tiro mi ci buttai sdraiandomi in lungo appoggiando la testa sul muro a cui era attaccato il divano. <<così va decisamente meglio.>>

    Il locale era del tutto vuoto sennò per tre persone a cui non avevo per nulla fatto caso nel entrare, e come doveva essere, una di loro mi venne incontro nel mezzo del mio sontuoso relax.

    <<Oh ma chi si vede, è un vero piacere rincontrarvi… ma voi siete ferito>>, disse lei con voce preoccupata. Alzai lo sguardo poggiandolo sulla figura riconoscendo la bella Kitsune del locale dove ore prima avevo mangiato e dietro il quale mi avevano pesantemente pestato, eppure bastò la sua figura, quella espressione di semplice bontà ad allontanare i brutti momenti di quella serata.

    <<buona sera mia signora, il piacere è mio nel rivedervi, se posso dirlo... siete un fiore brillante che domina e illumina questo umile locale.>> dissi ammagliato dal suo cheonsam blu cielo con bellissimi crisantemi.

    <<oh ma siete un bravo adulatore e mentirei se non ammettessi che siete riuscito nel vostro intento, se posso… come mai vi trovate in questo umile locale a tarda ora?>>

    <<vede mia signora… sono successe tante cose oggi come può vedere dal mio viso ferito e dai miei vestiti sfatti perciò, come dire, cercavo un posto tranquillo dove rimettere insieme i pensieri e dove passare un po' di tranquillità.>>

    <<vorrei unirmi ben volentieri alle vostre… riflessioni>>, disse con voce seducente e sguardo tutt’altro che inoffensivo. <<ma sono qui con mio marito e nostra figlia, purtroppo dovrei tornare da loro visto che siamo in procinto di tornare a casa. Mi spiace non poter… approfondire la nostra conoscenza, le auguro una buona serata.>>

    <<anche a voi e alla vostra famiglia mia signora>>, risposi con un leggero inchino del capo e un leggero bacio sulla mano setosa.

    La Kitsune con sguardo ammagliatore fece anche lei un leggero inchino del capo allontanandosi verso il marito e la figlia che l’aspettavano all’uscita; l’uomo mi salutò così come la figlia, che timidamente teneva stretto a sé il suo strumento tra le braccia; si allontanarono lasciandomi solo, e di nuovo mi tuffai nel relax e sullo scomodo divano.

    Il boccale della bevanda venne appoggiato sul tavolo e fatto scivolare su di esso fino all’altra parte dove prontamente, ancora con gli occhi chiusi, lo pesi con un perfetto tempismo. <<siamo rimasti da soli, io sto chiudendo, che cosa vuoi fare? Rimani dentro o te ne vai?>>

    <<se non disturbo vorrei rimanere, certo, se disturbo posso anche levare le tende.>>

    <<nessun disturbo, almeno avrò un po' di compagnia. Mi aiuti a chiudere?>>

    <<certamente, aspetta che mi alzò.>>

    Il rumore pesante e frastornante della saracinesca mentre veniva tirata su bastò a svegliarmi e tirarmi su da quel divano dove mi ero parcheggiato.

    <<ben svegliato, vuoi qualcosa da bere?>>, chiese la barista preparandosi quello che in tutto e per tutto sembrava del caffè o qualcosa di molto simile.

    <<no grazie, penso che leverò subito il disturbo. Ecco, prendi questi per il disturbo.>> dai una manciata delle pietre dorate che mi rimanevano appoggiandole sul bancone. <<da che parte è la porta commerciale?>>

    <<con queste tesoro, ti ci posso pure accompagnare quando e come vuoi?>>

    Con non poche difficoltà dovute alla folla smisurata arrivai alla porta est, la zona commerciale di caccia, da lì secondo le mappe che avevo reperito avrei potuto agevolarmi il compito che mi ero prefissato, anche lì però fu pieno di gente, e non normali cittadini dagli abiti sfarzosi o bizzarri né da bande in stile post-apocalittiche ma da cacciatori, predoni, mercenari di secoli fa, pieni di pugnali, veleni, fucili dall’aspetto antiquato e ingombranti, tutti con sguardi di sfida o di chi vuole mostrarsi minaccioso, quasi sembrava un’asta del mercato nero da quanti brutti musi c’erano riuniti in quell’unica piazza circondata da alti edifici di ferro in decadimento, nonché in parte arrugginiti; e come in ogni posto del genere non mancavano i negozi, le fucine e armerie disseminate qua e là pronti a dare sfoggio della migliore mercanzia.

    Attraversai quella giungla di gente ignorando tutti quelli che provavano insistentemente a rifilarmi qualche oggetto pregiato ad un “prezzo quasi regalato” per arrivare infine ad una piccola zona sotto un porticato dove una panchina aspettava solo me. Seduto all’ombra e rinfrescato da una bella brezza posai tutta la mia attenzione sul palco di legno che era stato allestito proprio in mezzo alla piazza e dove un robusto uomo in una scintillante armatura pesante dalle mille finiture, dalle placche ricercate e dalle numerose medaglie sul petto dorato stava per leggere al pubblico lì riunito un comunicato che teneva in mano, un piccolo schermo vitreo dalle cornici rameiche e bluastre.

    <<a voi che siete riuniti qui e che presenziate ed udite queste mie parole do una notizia direttamente dal centro delle comunicazione dell’esercito>>, disse con voce possente e quasi fastidiosa all’orecchio. <<come ben sapete queste terre come quasi tutti gli stati civili di Raicos sono sotto una tetra e disgustosa minaccia che ha decimato città e villaggi, le Furie. Secondo informazioni raccolte da sentinelle stanziate in questa zona, e che il creatore possa avere pietà delle loro anime che hanno dato la vita per questo messaggio, una di queste temibili creature si aggira per questa zona e voi, voi che vi siete riuniti qui siete stati convocati dai quattro grandi eserciti per liberare queste pacifiche terre da questa minaccia, in cambio vi offriamo onore, gratitudine e ricchezza nonché l’immunità assoluta, che molti di voi gradiranno non poco, quindi: a chiunque riesca a portate qui la Furia viva o riesca ad ucciderla mostrandone una prova verrà concesso tutto ciò che vi ho descritto e molto altro! La porta Est verso i boschi verrà aperta allo zenit del sole e la caccia potrà avere inizio, vi ringrazio dell’attenzione.>> il cavaliere sceso dal palco venne raggiunto da un gruppo di servitori insieme ad un altro cavaliere di alto, insieme si diressero nella taverna lì vicino mentre la piazza in subbuglio si preparava alla caccia o per meglio dire al massacro che se sarebbe risultato.

    Alzai lo sguardo al cielo mentre mi sgranchì le braccia ripensando alla Furia che avevo incontrato e a ciò che successe subito dopo, a ciò che mi successe nel vedere il suo vero volto, chiusi subito gli occhi scuotendo la testa a cercare di allontanare questi pensieri e un dolce profumo conosciuto aiutò, anche se non faceva migliorare la qualità dei ricordi. <<che cosa vuoi stavolta?>>

    <<sono passata di qua e ti ho visto… volevo solo scusarmi per ieri e… per tutti i casini che ti ho procurato, scusami>>, disse seriamente pentita inchinando il capo. <<se mi odiassi lo capirei bene e se non volessi accettare le mie scuse anche ma… era una cosa che dovevo fare per me stessa, così da poter ricominciare da capo, tutto quanto.>>

    <<odio quando la gente fa così, alla fine la spuntano sempre. Va bene ma se lo incontro ancora non mi lascerò picchiare, dai muoviti andiamo a bere qualcosa, offro io.>> Mary ringraziò e mi segui alla taverna dove grazie alle sue conoscenze riuscimmo ad avere un tavolo nonostante la folla.

    <<un brindisi alla tua nuova… te, se così vuoi fare. Spero che tu abbia chiuso le “vecchie faccende private”.>>

    <<Sì, l’ho incontrato e gli ho detto quello che dovevo e poi… ho chiuso altre cose in sospeso con la mia vecchia vita, adesso sto con un gruppo di altre ex militari come me, tra poco partiremo ma prima ci serviranno un po’ di soldi perciò…>>

    <<hai intenzione di partecipare a questa caccia vero?>> lei non lo negò, appoggiai sul tavolo abbastanza perché lei e le sue colleghe potessero comprarsi più di una nuova vita a testa. <<prendi questo e vai, lo dico per te. Non devi andare, questa gente non lo capisce ma c’è un motivo se le chiamano Furie, sarà un dannato massacro e non vorrei che una bellezza come te finisse in mezzo a tutta quella gentaglia, non so se mi spiego.>>

    <<No, avanti spiegati meglio ragazzino!>>, disse il cavaliere annunciatore irrompendo nella discussione arrivando perfino a zittire tutto il locale e concentrare l’attenzione su qualcuno che non la voleva, io.

    <<aspetta un attimo, io… ti riconosco>>, iniziò a dire l’altro cavaliere dall’armatura argentea facendosi strada tra i suoi servitori arrivandomi a meno di un metro di distanza. <<non ci posso credere, tu sei… IL CACCIATORE! Sei il cacciatore di Nerò Zafeiri!>>, dichiarò infine con una gioia che non mi spiegai.

    <<come diavolo fate voi a sapere che aspetto ho se nessuno mi ha mai visto in faccia dannazione! Questa cosa non riesco a spiegarmela, qualcuno me lo dica!>>, esplosi non tollerando più quel mistero, avevo fatto molta attenzione nei porti e nelle città in cui ero stato mentre facevo il pirata e mai sono andato a viso scoperto.

    <<come non lo sai?>>, disse sorpresa Mary facendomi ancora più innervosire.

    <<no che non lo so, sono stato un po’ assente negli ultimi anni e se non sbaglio, l’ultima volta che sono stato da qualche parte militarizzata nessuno sapeva neppure se esistessi!>>

    <<calmo calmo, da quel che so è stata una comandante dell’esercito della Fiamma Vermiglia, vedendo un’immagine che catturava te in mezzo ad un combattimento sembra avvia riconosciuto il tipo di vestiario, le sue abilità combattive e un fugace ciuffo di capelli bianchi, da lì ha fatto più o meno un identikit ed ecco cosa ne è uscito.>>

    Più guardai quel manifesto con il disegno vago del mio viso più sentivo rodermi dentro mentre urlavo dentro di me il nome di tale comandante. <<Veronica! Sono sicuro che si stata tu, me la pagherai!>>, digrignai tra i denti.

    <<comunque non sei stato facile da trovare, sei sparito per un bel po’ tanto che pensavamo fossi morto, ma eccoti qua sano e salvo!>>, disse gaia e lieta come se non fossi un ricercato quasi mondiale.

    <<basta con questi discorsi buonisti!>>, urlò il cavaliere che si era intromesso per primo. <<che cosa volevi dire poco fa con che sarà un massacro, penso che solo perché sei famoso puoi considerarci della feccia?>>

    <<No, sto solo dicendo quel che succederà, tutto qua. Fate quel che volete, a me non interessa basta che non vi mettere in mezzo quando me la ritroverò davanti, ho un conto in sospeso con ognuna di loro.>> detto quel che dovevo dire finì di bere il mio bicchiere e insieme a Mary lasciai la taverna.

    Come da lei detto, davanti al locale su un logorato e quasi arrugginito camioncino da trasporto un gruppo di donne e bagagli aspettavano la compagna.

    <<allora Mary che si fa? Andiamo a caccia?>>, chiese l’autista parlando per tutte, Mary a risposta lanciò la sacca tintinnante all’interlocutore così rispondendogli. <<bè, così accorciamo davvero i tempi. Comunque chi è il tuo amichetto? Tesoro se vuoi abbiamo un posto libero per un bocconcino come te.>> l’affermazione della donna suscitò la reazione delle amiche che con moine cercavano di abbindolarmi.

    <<scusale Ray, sono un gruppo di gallinacce. Comunque grazie ancora, di tutto, ti auguro buona fortuna in qualunque cosa tu stia facendo e… ci si vede.>> prima di correre via dalle amiche mi lasciò in mano un piccolo gioiellino zaffiro incastonato in un bellissimo orecchino di platino. <<è un regalo, c’è l’ho da molto perciò abbine cura, ciao!>> con quelle parole salì sul mezzo e se ne andò via a tutta velocità verso la porta opposta della città chissà dove.

    Davanti a noi sovrastava una piana di lava solidificata nera come la notte frastagliata e spezzata da enormi voragini e spaccature rialzate che era l’enorme giardino morto dei Titani, superato quello saremmo arrivati dinnanzi al loro panteon dove sicuramente ci stavano aspettando.

    <<eccoci qua, finalmente potremmo liberarci di quei tiranni e brutti bastardi, niente più stupidi combattimenti a morte per il loro diletto!>>, disse rabbioso Mitra.

    <<hai ragione ma non sarà facile, dovremmo prima scontrarci con le più potenti armi dei Titani, dovremmo dividerci in squadre, per superare questa landa dobbiamo aprire la porta per il cammino dei cieli altrimenti vagheremo in eterno in questo posto senza mai trovare il giusto cammino, la chiave si trova in una delle colonne di luce che vedete, da lontano sembrano un unico fascio ma come potete vedere ce ne sono parecchi. Allora prima squadra sarà Mitra, Charun ed Evan, la seconda sarà composta da mia sorella Amaterasu, Susano e Krishna, la terza- che cosa c’è Amaterasu, perché mi strattoni?>>

    <<non è che ci potrebbero cambiare le squadre? Potresti mettere Gremory o Bastet con Susano e Krishna e io potrei andare con te e Ray…>>

    <<aspetta un attimo Ami, perché non vuoi stare con me, lascia perdere l’umano preferirei piuttosto che tu stia con Eros!>>

    <<la cosa non mi dispiacerebbe per nulla, potremmo approfondire la nostra conoscenza>>, rispose lui facendosi avanti ma trovando lo sguardo freddo della divinità del sole.

    <<preferisco andare da sola, lasciatemi decidere da sola, anzi, ognuno decida con chi vuole stare, con chi si trova più in confidenza e con chi pensa di trovarsi bene in combattimento.>> l’idea fu ben accolta e una volta deciso tutti si schierarono di fronte a Tsukiyomi, il primo fu Ares che chiamò Onuris e Laran, i quali risposero ben volentieri alla sua chiamata, sembravano andare davvero d’accordo poiché tutti loro erano divinità della guerra.

    <<bene voi tre potete andare, la colonna cobalto è vostra. Avanti il prossimo.>> nessuno però si fece avanti ma ci dovevamo dare una mossa, visto che iniziavo ad innervosirmi. <<vado io!>>, dissi facendomi avanti.

    <<allora Ray hai già un idea di con chi vuoi andare a combattere? Sai sono davvero curioso, le tue capacità di lotta ci sono del tutto sconosciute, mi piacerebbe conoscerle.>>

    <<fratello così non vale, stai cercando di andare in squadra con lui!>>, accusò Amaterasu trovando il consenso di Bastet e Gremory ma il dissenso di Susano, stava per dare iniziò ad un’altra discussione se qualcuno non l’avesse fermata.

    <<Freyja! Scelgo Freyja e basta>>, dissi mettendo a tacere i discutenti. L’incredulità di tutti fu ben più che palese, la divinità si fece avanti balzando al mio fianco dinnanzi a Tsukiyomi, poi si avvicinò al mio orecchio sussurrandomi qualcosa.

    <<bene, non mi sarei mai aspettato questa scelta. Se posso sapere come mai?>>

    <<lo so io come mai, dannata->>, Susano blocco la sorella tappandogli la bocca con la mano mentre la teneva ferma così come fecero le Dee con gli altri Dei lì presenti, gesto a cui non dai altra spiegazione che le elevate capacità combattive della mia compagna.

    <<bè l’ho scelta perché me l’ha chiesto prima e perché qualche notte ci alleniamo insieme, tutto qua.>>

    <<va bene, a voi la colonna più a nord, quella nera. Potete andare e divertitevi>>, augurò prima che partissimo.

    <<ce la fai a starmi dietro?>>, chiesi a Freyja prima di partire, lei a risposta spiegò le ali. <<ce la fai tu a starmi dietro.>> partimmo entrambi a pieno regime lasciandoci una scia di polvere e detriti che svanì in pochi secondi così come noi sull’orizzonte irregolare della landa.

    <<che cosa volevi dire prima Amaterasu? Susano lasciala parlare>>, disse Bastet. Prima che lei potesse rispondere fu Gremory, la più informata a dare la risposta.

    <<rispondo io, come hai visto tutti sono andati in subbuglio ed è per colpa della divinità dell’amore.>>

    <<ma Eros era tra uno di quelli agitati e Afrodite non è tra di noi, che vuoi dire?>>

    <<non parlavo di loro ma di Freyja, forse tu come Ray non sapete chi è ma oltre ad essere considerata una divinità della guerra lei è considerata la dea della bellezza, dell’oro, della morte, della fertilità e dell’amore sessuale. Se non sbaglio Loki l’ha definita una…ninfomane, per questo erano tutti in subbuglio e ora Ray è da solo con lei, e ci rimarranno per un po’ visto che il signore della luna li ha mandati nel posto più lontano, e sono sicuro che sapesse delle qualità della nordica.>>

    <<Sì ed è per questo che l’ho fatto, non credi che sarà una cosa estremamente divertente, viste le loro reazioni>>, disse con un sorriso sadico sul volto.

    <<già, sarà estremamente divertente>>, rispose il demone contraccambiando estasiata mostrando lo stesso tipo di atteggiamento.

    <<voi due vi siete davvero trovati>>, aggiunse Susano notando l’estrema affinità fra i due.

    <<ed è per questo che io scelgo Tsukiyomi e te Susano, non sono mai stata con degli orientali, sarà divertente.>> lui ammagliato e onorato dell’invito acconsentì affiancandosi ai due compagni.

    <<noi saremo gli ultimi perciò avanti facciamo in fretta le squadre>>, sentenziò infine il Dio della luna.

    Varcammo una collina dalla morfologia ispida come i denti di uno squalo arrivando in una vasta valle di vecchie mura, edifici e strade ormai distrutte e in rovina, che portavano inevitabilmente alla fonte della luce nera.

    <<perché quel “grazie” di prima?>>, domandai alla nordica catturando la sua attenzione facendola atterrare nei pressi di una vecchia casa in pietra squarciata in due.

    <<quando ti ho scelta, mi hai sussurrato un grazie all’orecchio, mi chiedevo perché una divinità bella e famosa come te ringraziasse Me visto che non sono un Dio o cose simili.>> lei però non rispose scegliendo di rimanere nel silenzio che aveva mostrato dal momento in cui siamo partiti. <<non vuoi rispondere, eh? Va bene ma se fossi in te mi sposterei subito da lì.>> accorgendosene balzò a terra coprendosi con le ali parando la velocissima lancia di metallo che si scalfì al tocco venendo scaraventata lontano. <<non siamo più soli, ci sono dei “cacciatori” in agguato, io vado. Se riesci a sopravvivere poi mi racconti il perché, a dopo uccellino.>> mi avvolsi nel manto grigiastro che portavo buttandomi tra le macerie mimetizzandomi con esse e scomparendo nel nulla, così come il padre di Kyle mi aveva insegnato anni prima.

    Freyja rimasta sola si riparò dentro la casa cercando attraverso degli spiragli ben riparati di capire chi stesse attaccando, in quel momento decine di frecce unite in una nube di fuoco si abbatterono come un falco sulla casa avvolgendola nelle fiamme infernali, sfondando il tetto la norrena riuscì a sfuggire benché le ali avessero subito delle ustioni non poco rilevanti.

    <<dannazione non riesco a capire da dove vengano!>> prendendo fiato appoggiata ad un colonnato, si sporse avvistando delle figure indefinite avvicinarsi all’isolato in rovina con passo deciso e armi dalle miracolanti capacità assassine, essi si mostravano in sottili corazze rinforzate dai colori mimetici e da elmi dalle alte creste rosse, essi rappresentavano il gruppo scelto di eroi e guerrieri scelti dai Titani stessi per difendersi, erano i loro Cacciatori.

    Freyja balzò sulla strada lanciando scariche contro i nemici che si ripararono dietro scudi a torre che maneggiavano come se pesassero quanto una piuma. Uno di solo dalla retroguardia spiccando un salto su uno degli scudi ebbe la visuale libera scagliando con gran abilità una dorata freccia dal suo sommo arco frangendo l’aria e il suono conficcandosi nella gamba della nordica fermando il suo attacco magico.

    La nordica provò a volare via ma le ali danneggiate glielo impedirono mentre i guerrieri la circondavano senza però scagliare il colpo mortale. <<avanti che aspettate bastardi, volete anche voi deridermi come le altre dee, una divinità che adora il sesso e che si vanta di qualità guerresche non solletica il vostro istinto da guerrieri, vi faccio così pena!? Avanti fatevi avanti! Se avete il coraggio affrontatemi, io Freyja dea della guerra, dell’oro, della bellezza e dell’amore vi farò vedere!>>, urlò a squarcia gola.

    Uno dei guerrieri lasciò cadere a terra le armi entrando nel cerchio che i suoi compagni avevano formato attorno alla loro preda, lui si mostrò alla dea facendole notare di non possedere alcuna arma e si mise in guardia.

    <<questo è un affronto, sembrò così debole ai vostri occhi!>> con le ali ruotando su se stessa attaccò con dei veloci fendenti che tagliarono l’aria ma non all’avversario che con gran maestria e il minimo sforzò schivava l’attacco senza lasciare la posizione quasi come fosse tutto a rallentatore per lui, Freyja sempre più furiosa sfruttò un attimo in cui lo sguardo dell’avversario si spostò sulle ali per scagliare degli spuntoni di ghiaccio dalla mano contro di lui che li prese al volo rimandandogli al mittente conficcandoglieli sul ventre e sull’ala destra, poi cogliendo l’attimo colpì la donna con un gancio destro verso l’alto dritto sulla mascella atterrandola e stordendola per qualche istante.

    Il cacciatore indietreggiò di qualche passo con incuranza per poi rimettersi in guardia ma ormai non ce n’era bisogno, Freyja faticava a rialzarsi per le ferite e il tramortimento, e il fatto che il suo orgoglio era stato messo alla prova prima e poi distrutto in quello scontro pietoso non l’aiutavano per nulla. Lei che si era convinta di essere una guerriera, una signora della guerra nonostante tutti la reputassero una donna di piacere, una facile; aveva provato lì in quel mondo isolato a cancellare il passato cercando di cambiare ma il suo passato ritornava, i suoi appellativi risuonavano sempre nelle sue orecchie, più di una volta aveva ceduto incolpando gli altri dei suoi errori, gli altri Dei che la stuzzicavano facendola ritornare a quello che non voleva più essere.

    Con fatica si rialzò da terra e ansimante si mise in guardi davanti all’avversario, le ali scomparirono dalla schiena lasciandola scoperta ma più mobile, nel suo sguardo la determinazione degli eroi, la forza di guerrieri che si erano battuti in vita e che in morte acclamavano il nome della Dea, colei, signora della guerra che li avrebbe portati nel paradiso degli eroi; questo era lei per quei valorosi, e quel sentimento ardeva nel suo sguardo, nella sua presenza che come una bufera di ghiaccio sovrastava ogni cosa.

    Freyja scattò verso il cacciatore prendendolo di contro piedi schivando il colpo arrivandogli all’altezza del petto, ghiacciò la mano destra che chiuse in un pugno impenetrabile quanto la forza e lo spirito di coloro che in lei avevano creduto, quanto la forza che lei stessa poneva in sé, nella sua natura guerresca.

    Come pietre sotto un tritasassi lo stesso rumore si senti nel colpo della nordica che ci mise tutta la forza sprigionando un vento artico fugace che brinò le armi e gli scudi dei cacciatori; eppure quel rumore non erano le costole del guerriero che era colpito dal micidiale destro della nordica ma le ossa della sua mano che insieme al ghiaccio si frantumavano nella stretta della mano sinistra del guerriero che l’aveva parata all’altezza degli addominali bassi, sbilanciando la divinità spostando col piede la gamba perno la proiettò a terra facendole sputare sangue e vanificando il suo faticoso sforzo.

    <<dopotutto… va bene così, è stato inutile dall’inizio cercare di essere ciò che non sono. Questo ne è il risultato, almeno ora lo so>>, si disse mentre veniva sbattuta a terra dal cacciatore, i polmoni si svuotarono mentre un dolore pungente la colpì appena sbattete a terra facendola piegare in due per poi lasciarsi a terra inerme ma cosciente, svuotata e rassegnata aspettò la sua fine segnata dalla lancia che un cacciatore passò al compagno che aveva battuto la divinità.

    Una mano gli venne tesa al posto dell’essere trafitta dalla lancia. <<sei stata degna delle tue lodi e dei meriti dei guerrieri che sono morti invocandoti, Dea della guerra Freyja>>, disse il cacciatore dal viso nascosto dall’elmo spartano. Lei al sentire quelle parole riprese a vivere, fu come rinascere, finalmente riconosciuta per ciò che voleva essere riconosciuta.

    <<grazie guerriero, non sai quanto significhi per me.>>

    <<ora vai e riprendi il tuo viaggio, in segno del mio rispetto per voi tratterrò come possibile i miei compagni dal inseguirti anche se ciò mi costasse la vita, ora vai signora di noi eroi, vai!>>, disse con forza.

    Freyja ringraziò e alzandosi in piedi faticosamente spiegò le ali rinate dalla sua forza di volontà sfrecciando poco sopra gli altri cacciatori silenti che la videro andare via in un volo radente.

    <<che hai fatto cacciatore, rispetto il vostro duello e la sua determinazione ma questo non possiamo permetterlo, dobbiamo uccidere chiunque cerchi i Titani e questo tuo gesto per quanto nobile ci obbliga a combatterti, ora muori con onore!>> tutti i cacciatori puntarono gli archi, le lance, sciabole, spade, alabarde contro quel unico cacciatore, il quale davanti al suo destino si levò l’elmo mostrando il viso ai suoi esecutori.

    <<sapete… anche a me chiamano così, il cacciatore. Ovvio, non per il vostro stesso motivo ma adesso non importa, perché dovrebbe interessare a dei prossimi cadaveri>>, dissi lasciando cadere a terra l’elmo e nello stesso tempo prendere l’arma infoderata nascosta sotto la terra ei detriti. <<provateci cacciatori!>>



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