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lavoro pubblicato lunedì 25 settembre 2017
ultima lettura mercoledì 20 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Non so di cosa parli (eppure ti capisco)

di Abarbaricyawp. Letto 427 volte. Dallo scaffale Pensieri

Talvolta ci rendiamo conto tardivamente di quanto amore abbiamo bisogno. Il testo è un breve frammento di vita colto nella sua essenzialità.

Davide credeva da sempre che i suoi genitori fossero angeli. Sin da quando li seppe riconoscere per la prima volta da bambino fino a quando li vide sparire per sempre dalla sua vita senza un saluto. Non riusciva e portare loro rancore, ma gli era difficile comprendere le ragioni di tale abbandono, non aveva un senso. Del resto «un senso non esiste in nessuna situazione», si ripeteva spesso Davide.

Egli viveva da due anni con la nonna materna, una donna cinquantenne col vezzo dell’apparire bella a tutti i costi; donna dall’indubbia bellezza, ma priva di quel senso materno al quale i figli fanno affidamento per una madre. Era profondamente infastidita dalla presenza di Davide, che a suo giudizio avrebbe creato non pochi imbarazzi tra le sue frequentazioni alto-borghesi: i suoi amici avrebbero di certo sorriso, in un primo momento, alla vista della donna col bambino a seguito, per deriderla in seguito, non appena si fosse allontanata.

Marisa aveva sempre vissuto della propria bellezza, del suo sentirsi donna desiderabile, anche quando era sposata, figuriamoci dopo essere rimasta vedova. La presenza di Davide la caricava di una responsabilità alla quale avrebbe fatto volentieri a meno: se sua figlia era stata svezzata da una governante, perché non poteva esserlo anche il nipote? Eppure si rendeva conto che quel bambino le impediva di essere indifferente come era sua abitudine. Non era una donna malvagia, tuttavia era profondamente superficiale da non accorgersi, per esempio, che il proprio nipotino si poneva domande alle quali avrebbe dovuto rispondere lei. Fino a quando qualcosa non intervenne a cambiare le cose.

Un pomeriggio estivo Marisa stava cominciando l’opera di restauro che, ogni qualvolta doveva uscire, si apprestava a compiere: un evento che richiedeva dalle due alle tre ore, caratterizzate da bagno in acqua tiepida, crema antirughe dal costo proibitivo, realizzata con alghe della cui esistenza solo qualche botanico sapeva dare referenze, scelta di trucchi e vestiti. Era appena uscita dalla vasca, infastidita dal caldo torrido che le avrebbe certamente condizionato la serata, quando il suo sguardo si posò sullo specchio del bagno: si osservò a lungo e non emise un suon oche fosse uno. In passato avrebbe certamente sorriso alla visione di se stessa, quasi fosse il neonato che riconosce se stesso nell’immagine che vede oltre lo specchio; questa volta però l’assalì uno stato d’angoscia, di rabbia che a stento non lanciò una delle sue costose creme contro lo specchio. Si era vista finalmente per quello che era: una donna di mezza età, abbruttita dai continui lifting, dall’ansia di essere sempre la prima della classe in quanto a bellezza e dall’odio verso tutto ciò che reputava diverso da ciò che lei riteneva «normale». Sua figlia non era normale, perché aveva scelto di sposare uno squattrinato operaio conosciuto durante una vacanza estiva, suo nipote non era normale, perché era diverso dal suo canone di bellezza, lui che soffriva della Sindrome di Down. Lo guardava con disprezzo a volte, tentando di non irritarsi quando il bambino faticava ad esprimersi; non desiderava averlo con sé durante le sue uscite, ma talvolta era costretta a subirne la scomoda presenza negli ambienti che era solita frequentare e le sembrava di avere gli occhi di tutti puntati addosso. Non sapeva che Davide aveva la medesima sensazione, con la differenza che dal suo punto di vista gli occhi erano puntati sugli eccentrici comportamenti della nonna e non su di lui.

Marisa era ora seduta sul bordo della vasca da bagno, intenta a biasimare il tempo che faceva il suo corso e la rendeva meno desiderabile, quando vide con la coda dell’occhio una figura stazionare in piedi all’ingresso del bagno, le mani in tasca e la testa leggermente inclinata verso destra, quasi a chiedersi cosa avesse da lamentarsi quella donna. Davide osservava la nonna e non proferiva parola: non sapeva cosa dire, aveva paura a parlarle: del resto le aveva parlato troppo poco nel corso della sua breve vita per poterla conoscere sufficientemente. Avanzò di qualche passo all’interno della stanza e la donna lo osservò con aria inquisitoria, preoccupata per l’eventuale scocciatura che il nipote le avrebbe arrecato di lì a poco, a dispetto delle gravi difficoltà nelle quali tergiversava in quegli istanti. Rimase tuttavia in silenzio, incuriosita dal comportamento bizzarro del bambino, quasi a conferma dei suoi sospetti sulle reali capacità di intendere e volere che Madre Natura gli aveva donato: Davide giunse di fronte a Marisa, che, seduta sul bordo della vasca con le ginocchia che si toccavano e le braccia che fungevano da sospensorio per la testa, era ora alta come lui.

Ci fu un lungo silenzio, durante il quale il bambino continuò a restare in silenzio, ma la nonna avvertì un senso di disagio, poiché riteneva che il nipote la stesse giudicando aspramente pur non proferendo parola. Ad un certo punto Davide allungò una mano e con il fazzoletto di stoffa che teneva tra le dita asciugò con delicatezza le lacrime della donna. Lei rimase impietrita e confusa nella posizione che aveva assunto in precedenza, lasciando che il bambino completasse la sua opera. Quando egli ritenne che il suo compito fosse concluso, si rivolse alla nonna sussurrandole all’orecchio: «Non devi piangere nonna, altrimenti non sei più bella poi e la mamma dal cielo si preoccupa e piange anche lei.».

In un attimo che sembrò durare un’eternità Marisa vide di fronte a sé l’immagine di lei che trascurava la figlia per dedicarsi alle sue attività nobili, il litigio con lei per il matrimonio mancato col rampollo della famiglia bene, la corsa col marito al capezzale della madre di Davide dopo l’incidente stradale, il funerale della ragazza e del genero, la morte del marito per infarto. Erano immagini limpide nella sua mente, brevi ma taglienti come le parole con cui era solita apostrofare chiunque: le vedeva accavallarsi continuamente, a velocità sempre maggiore ed ebbe paura, perché in una di queste immagini si vide sola e morente su un letto d’ospedale.

Cosa la spinse ad abbracciare forte il nipote subito dopo non lo seppe spiegare neppure Marisa, ma avvertì che in quel corpo apparentemente imperfetto ai suoi occhi si nascondeva un amore grande come il mondo che solo ora si accingeva ad osservare con gli occhi di un bambino con la sindrome di Down, per nulla diversi dai suoi, ma certamente più sensibili.



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