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lavoro pubblicato domenica 24 settembre 2017
ultima lettura sabato 20 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Terra dei Titani

di DavidZ. Letto 261 volte. Dallo scaffale Fantasia

TERRA DEI TITANI In un mondo una volta in stretto contatto con la terra guerre e tragedie sembrano essersi placate ma il rapimento di un ragazzo all’apparenza normale fa muovere i meccanismi fermatisi secoli prima. Ray svegliatosi in ospedale dopo la s..

II

LA GUERRA DEI NOVE

Nel luogo lontano denominato dagli esseri umani Raicos, terra nativa di dei e demoni veniva traviata da una terribile guerra che dove passava portava con se solo morte e distruzione annientando tutto ciò che trovava. Gli invasori, coloro che venivano per conquistare, distruggendo tutto ciò che trovarono così come fecero contro ogni cosa che si contrapponeva sul loro cammino, gli esseri umani così avidi di conquistare che non trovando nessuna opposizione iniziale si espansero volendo però sempre di più senza pensare a quale danno stavano portando a quella terra così piena di vita e di energia.

Ma loro non stettero ad guardare la loro terra essere consumata, ben presto gli umani si trovarono davanti ad un possente nemico, un nemico più antico degli Dei stessi, i guardiani di quel mondo, i Titani. I sette titani insieme ai dieci clan loro diretti discendenti si opposero a coloro che sopprimevano la loro terra pur accettando tutti coloro che volevano solo conoscere per portare del bene, questo era il caso di uno scienziato biologo e genetista che ammirava ogni creatura vivente su Raicos, con gli anni di conoscenze acquisiti grazie ai Titani e ai dieci clan il dottor Gabriel Maximo insieme a sua moglie Giovanna Volta riuscì a congiungere DNA umano a quello delle creature di quella terra, il risultato fu sbalorditivo, le varie razze si legarono alla perfezione a quella umana. Grazie alla scoperta si poté compiere il primo trapianti di parti e organi da creature di Raicos a bambini mutilati dalla guerra o affetti da gravi degradazione di organi interni. Si ebbe come risultato collaterale l’aumentando le loro capacità fisiche e mentali assimilando le caratteristiche delle creature coinvolte del trapianto. I due scienziati avevano trovato un modo per salvare migliaia di esseri viventi, non solo persone ma anche animali di entrambi i mondi, avevano trovato qualcosa che poteva far cessare una guerra insensata.

I titani furono felici di accogliere dei nuovi arrivati, decisero di farli apprendere ciò che li sarebbe servito a vivere e a far vivere Raicos, venne tramandata ogni conoscenza sperando che questi nuovi figli del creato potessero far cessare il massacro a cui si stava assistendo da troppo tempo. I due scienziati che intanto avevano avuto un figlio allevarono le piccole speranze, come vennero chiamati, come se fossero i propri figli trattandoli come ogni genitore farebbe, con amore.

Osservando nelle successive settimane la dedizione e l’amore che i due umani dimostravano, i guardiani di quel mondo si convinsero sempre di più che forse la fine della guerra era vicina. Affidarono a Gabriele e Giovanna un ragazzino anch'esso da allevare, di lui non si sapeva da dove venisse né come fosse arrivato a Raicos, l’unica cosa certa è che era umano e che portava con se una specie di grosso libro dalle pagine ancora bianche, Il ragazzino venne accolto come un fratellino minore dagli altri e venne trattato come tutti gli altri, viaggiarono per tutto Raicos incontrando clan e apprendendo da loro ogni cosa sotto la guida dei titani. Tutto sembrava andare per il meglio finché gran parte di quel mondo non venne conquistato e furono istituiti dagli umani quattro stati con la conseguente formazione dei grandi eserciti ispirati agli elementi e ai loro custodi, tutti attorno al regno centrale governato da un re e regina che si dichiararono neutri ad ogni guerra o conflitto.

Ben presto i quattro eserciti entrarono a conoscenza delle piccole speranze e vollero averle per usarle nella guerra ormai durata da anni, furono inviate squadre in tutto Raicos alla ricerca degli scienziati e di questi esseri.

I titani entrati a conoscenza del rischio, insieme ai dieci clan decisero che l’unica scelta fosse portare tutti via da Raicos, in un posto che nessuno ci potesse arrivare, sulla terra. Individuato il portale in una sperduta pianura nella regione sotto il dominio dell'esercito della fiamma rossa, in quello che dovevano essere le rovine del laboratorio, partirono il più in fretta possibile. Il viaggio durò alcuni giorni, tra vie disconnesse e innumerevoli pericoli infine riuscirono ad arrivare senza incontrare nessun componente degli eserciti, I titani dando fondo a tutte le loro energie riuscirono ad aprire il portale, ma quello che non si aspettavano era un agguato. Delle spie sparse su tutto il territorio li avevano individuati e avevano preparato l’imboscata.

Il piccolo gruppo venne circondato e intrappolato, i titani benché allo stremo delle forze non si arresero e combatterono contro gli avversari, incuranti delle ferite che avrebbero anche potuto portarli alla morte, in loro aiuto arrivarono anche i re dei clan per proteggere gli umani e i ragazzi. In un estremo atto di amore i due scienziati entrati nel laboratorio sotto la copertura dei titani e dei capi dei clan portando gli undici ragazzi per farli superare il varco, ma i quattro generali supremi aspettavano il loro arrivo. Con assoluta freddezza trafissero Giovanna e Gabriele riducendoli in fin di vita davanti agli occhi dei loro ragazzi, i quali in preda alla furia gli si scagliarono addosso agli aggressori, diedero loro filo da torcere nonostante la giovane età ma non riuscirono ad aver la meglio. Ormai stanchi e pieni di ferite I titani, eliminati i nemici, guardarono con orrore l'enorme quantità di energia materializzatasi attorno al laboratorio che si accingeva a collassare, essi si precipitarono temendo il peggio ma non fecero in tempo, l'energia avvolse il luogo stritolandolo sotto un’enorme pressione per poi finire in un'esplosione di luce cui fulcro si innalzò come una colonna di fuoco che schiarì il cielo.

Nei resti dell’esplosione non venne ritrovato che macerie e corpi di soldati carbonizzati. I titani e i re dei clan, unici sopravvissuti, insieme al loro popolo decisero di contrattaccare per vendicare coloro che avevano perso. Benché provvisti di un gran potere la guerra fu dura e arrecò ingenti vittime in entrambi gli schieramenti. Dopo un anno di guerra due dei titani vennero accusati di favorire gli umani negli anni precedenti, accecati dal dolore ancora vivo e dalla rabbia incessante gli altri titani bandirono i due compagni rinchiudendoli e sigillandoli nella zona più sperduta di Raicos, il monte Otri.

Dopo questo fatto comparvero dei misteriosi guerrieri, la loro forza era paragonabile a quella dei re dei clan sennò addirittura superiore, questi guerrieri senza nome avevano solo una cosa in comune, una maschera sulla cui fronte inciso c'era un numero romano da 1 a 9, essi si allearono con gli umani e con una violenza sopra ogni regola combatterono guadagnandosi il soprannome di furie, figlie del dolore e manifestazione della rabbia. Infine dopo anni dall'inizio della guerra i titani vennero sconfitti e delimitati in una terra poi richiamata Tartaro, la terra oltre i quattro stati, nei meandri di Raicos, mentre i clan vennero fatti rimanere e soggiogati come ostaggi nel caso in cui i titani volessero tornare.

Una volta finita la guerra la vera strage ebbe inizio, le nove furie iniziarono ad attaccare tutte le città e i villaggi in cui capitavano seminando distruzione e morte ma la loro non sembrava solo distruzione ma una sorta di disperata ricerca di qualcosa o qualcuno. Quattro monaci partirono alla ricerca di questi esseri, le loro conoscenze erano tramandate da secoli da quelli che una volta albergavano su Raicos, i figli dei Titani ribellandosi al volere dei genitori e del fondatore, gli Dei. Alla fine nessuno seppe come, le furie dopo l'incontro con i monaci scomparvero. I monaci dopo tale fatto costruirono cinque monasteri nei regni ponendosi come protettori in caso del ritorno delle furie, il più importante venne affidato al regno centrale. Negli anni avvenire mentre le città e i villaggi venivano costruiti, i fatti della guerra venivano visti come miti e leggende, persino l’esistenza di esseri simili a loro venuti da un altro mondo fu presa come storiella per bambini, storie a cui nessuno diede più tanto importanza.

III

IL RAGAZZO DAI CAPELLI BIANCHI

Non ricordo quasi nulla del mio giovane passato se non frammenti, immagini sfuocate di giorni felici con persone di cui non ricordo nemmeno i volti. Mi ritrovo all’età di quasi 19 anni senza sapere chi fossero i miei genitori o se fossero ancora vivi ma sapendo di essere stato trovato ed adottato da persone che mi hanno forgiato facendomi diventare quello che ero, persone che divennero la mia famiglia e la cosa più preziosa che possedevo.

Del mio passato tra le poche cose che ricordavo c’era il mio nome, Ray e il fatto di patire di una eccentrica malattia cui segni erano evidenti nel mio aspetto. Venni adottato dalle persone che mi avevano trovato nelle vicinanze di un vecchio complesso di antichi edifici all’età di 8 anni, l’uomo che mi trovo mi portò a casa sua dove incontrai la moglie e il figlio di poco più grande di me, furono molto buoni con me soprattutto quel gentile signore, era sempre solare e mi trasmetteva una serenità che non pensavo che qualcuno potesse trasmettere, purtroppo qualche mese dopo lui sparì nel nulla, la moglie disse che se n’era andato di casa per colpa mia, disse che ero io la causa della loro rottura. Da quella donna venni sempre visto come un estraneo così come lo ero per tutti quelli che avevo incontrato, non solo in casa ma anche a scuola, soprattutto per colpa del mio aspetto fisico, “lo strano ragazzo dai capelli bianchi” solevano chiamarmi con disprezzo e avversione. Ignoravo il motivo per cui il mio aspetto incutesse negli altri queste emozioni e non ne volevo conoscere la causa, in quel ambiente tanto duro non avevo nessuno tranne il mio fratello Soul, l’unico che capisse davvero chi fossi.

Quando tutto sembrò migliorare la tragedia ci colpì di nuovo, dei minacciosi uomini in una divisa e dall’aria imperturbabile irruppero in casa nostra portarono via la madre di Soul, inutile fu il nostro tentativo di chiamare aiuto o di fermarli, sembrava come se non ci considerassero minimamente. La donna nonostante le suppliche del figlio non oppose resistenza, si limitò a distogliere lo sguardo da Soul, come se sapesse che sarebbero arrivati per lei. Soul non si arrese e spinto dalla disperazione si fece strada tra due di loro fino alla madre che a quel punto non poté più ignorarlo, lei gli sussurrò qualcosa all’orecchio, qualcosa che lo fece desistere e che lui non mi disse mai. Lo sguardo della donna verso di me fu carico di odio e disprezzo, fu qualcosa che non potei scordare né capire, il motivo di quel suo odio verso di me. Se ne andarono come il padre di Soul, varcando la porta di casa e non tornando mai più.

Fummo affidati ad un orfanotrofio dove le prese in giro e l’essere malmenato divennero fatti di quotidianità benché Soul cercasse di proteggermi.

Fu così che un giorno dopo l’ennesima aggressione subita, sporco di sangue e rannicchiato in un angolo dell’enorme dormitorio, una donna mi si avvicinò chiamandomi per nome, era bella come un fiore, gentile e sorridente mi si accostò mostrandosi affettuosa come non lo aveva fatto nessuno tranne colui che mi aveva trovato, come farebbe una madre mi strinse al petto cercando con parole dolci di sciogliere il blocco di dolore che annidava nel mio cuore, per quella donna in quel momento iniziò a nascere un forte sentimento nei suoi confronti, puro e intaccabile.

Passarono i giorni e io ancora ammagliato da quella giovane donna aspettavo incessantemente di ricontrarla, non passò giorno che non mi affacciassi alle finestre del dormitorio per ore aspettando di vederla varcare le porte di quel luogo ma non successe fino al giorno in cui arrivò una coppia per l’adozione, il direttore disse che mentre stavamo giocando in cortile, la coppia si era interessata ad uno di noi e che erano venuti ad adottarlo, quello fu il giorno in cui vidi Soul, l’unica persona che mi volesse bene venirmi portato via.

I giorni che seguirono li passai rintanato sul mio letto o a lasciarmi picchiare dagli altri ragazzi, mi sentivo vuoto e senza un motivo per vivere, pensavo che uno strano come me non avesse il diritto di essere felice né di essere amato finché la dolce voce di quella donna non invocò di nuovo il mio nome, mi sentii rinascere al rivederla, quello fu l’ultimo giorno che passai in quell’orfanotrofio e il primo di una nuova vita. Inseguito venni a sapere che era stato il suo marito a adottare Soul e che vivevano poco distanti dall’orfanotrofio, noi due invece partimmo per il paese del sol levante, la sua patria, dove incontrai la sua famiglia e dove venni accolto con favore, quegli anni mi hanno cambiato e mi hanno dato una prospettiva diversa soprattutto di cosa significasse amare e voler proteggere qualcuno nonché del valore dell’amicizia e dei compagni.

Dopo dieci anni dall’ultima volta che avevo visto Soul, io e Kimiko tornammo nella città dove fui adottati rincontrandoci dopo tanto tempo, benché fossimo cresciuti tanto ci sentimmo ragazzini, come se tutti quegli anni non fossero mai passati e il nostro legame fosse forte come allora. Riuniti tutti potemmo vivere una vita all’apparenza normale, io mi iscrissi all’istituto che Soul frequentava, Kimiko continuò il suo lavoro viaggiando per il mondo e tornando a casa appena poteva così come il marito Marco impegnato nel mondo delle gare, per fortuna io e Soul eravamo abituati a badare a noi stessi e che la cavammo in loro assenza sotto lo sguardo vigile di un’amica di Kim.

Non ci misi troppo tempo ad abituarmi ai ritmi della vita tranquilla che trascorreva Soul anche se i primi tempi sono stati un po’ difficili, soprattutto per riuscire a nascondere i segni della malattia visto che in oriente quasi mai dormivo a casa mettendo a nudo il mio corpo. Nella nuova casa, con Soul che girava notte e giorno nascondere tutto ciò fu un’impresa notevole finché per un incidente dovetti rivelargli tutto a lui e a Marco facendogli promettere di non dire nulla a Kimiko. Le giornate passavano serene e tranquille nell’attesa del ritorno dei due giovani genitori, tra scuola e hobby vari.

Il sole era appena sorto e da lì a poco avremmo dovuto essere pronti per andare a scuola ma come era il suo solito Soul non ne voleva sapere di alzarsi.

Entrai nella sua stanza disordinata e dal pungente odore di chiuso per intimarlo di alzarsi e prepararsi. <>, lui apri gli occhi lanciandomi una veloce occhiata scrutativa, quindi si girò dall’altra parte ignorando ciò che gli avevo appena detto tornandosene a dormire.

<>, borbotto nascondendosi sotto le coperte.

Non mi lasciai persuadere e visto che di tempo da perdere non ne avevo e sicuramente non ne avrei voluto sprecare perciò passai alle maniere forti, lo presi avvolto nelle coperte e lo buttai di peso a terra, il suo rumoroso lamento che seguì al gesto mi sembrò soddisfacentemente sveglio così me ne tornai di sotto a fare colazione, in quel momento il telefono di casa iniziò a squillare spezzando il dolce silenzio del mattino. <>

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Qualche minuto dopo Soul esordì borbottando le solite lamentele e vaghe ragioni per non andare a scuola o alzarsi dal letto.

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Io avevo già quasi finito quando Soul scese dalle scale come un forsennato fiondandosi sul tavolo arraffando tutto quello di commestibile che aveva a portata di mano ingozzandosi come un maiale.

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Soul si illuminò di gioia al sentire la bella notizia, nei suoi occhi irrazionalmente azzurri si leggeva il forte sentimento che lo legava a Marco.

<>, disse fieramente portandosi i rossi e lunghi capelli all’indietro come se fosse una celebrità sotto i riflettori.

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­<>

Era inutile discutere perciò lasciai stare il discorso e terminai di prepararmi, presi le medicine e la terapia, raccolsi le mie cose e come al solito finimmo per uscire di casa in ritardo.

Con la macchina riuscimmo a guadagnare il tempo perso anche se la velocità e il modo di guidare di Soul facevano alquanto discutere. <> mi tenni stretto a qualunque parte della macchina con una sporgenza cercando di non farmi risalire su la colazione mentre lui si divertiva come un matto a fare slalom tra le poche macchine che percorrevano quella strada.

<< dai che ci siamo quasi, tieniti forte fratellino!>>, disse col sorriso in faccia mentre i capelli li svolazzavano tirati dal vento che entrava dal finestrino.

Il suo modo di vedere le cose era quello tipico di uno che vive la vita appieno godendosi ogni momento, lo invidiavo un po’ per questo ma in fondo era tipico di lui, era sempre stato così perciò feci come sempre, lo assecondai sperando di non metterci in altri guai.

Arrivammo alle porte dell’accademia giusto in tempo anzi… nella norma, tutti li studenti stavano entrando quando ci fermammo davanti alle porte dell’istituto lasciando una bella sgommata prima di parcheggiare a casaccio e correre lungo il grande vialone che finiva davanti alle porte dell’accademia per arrivare in tempo alle lezioni.

Attraversammo l’enorme complesso d’ingresso composto da un enorme e alta sala ricavata come tutto l’istituto da una antica residenza di nobili utilizzata per eventi di grande importanza per la borghesia del tempo e che cinquant’anni prima fu trasformata in uno degli istituti più prestigiosi del paese, composto da decine di classi, un’enorme sala con mensa, una ricca biblioteca, un’infermeria e una grande quantità di laboratori per le specializzazioni dei corsi.

Salimmo su per le scale fino al secondo piano dove erano le classi di livello avanzato cui Soul partecipava. <>, disse ironizzando un po’.

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<> Soul corse dentro in classe tra l’acclamazione dei compagni che non avevano dubbi che Soul arrivasse in ritardo come al suo solito, visto che oramai ero già in ritardo andai nell’infermeria dell’istituto per la terapia diaria.

I corridoi erano semi vuoti se non fosse per qualche professore che andava in giro godendosi qualche minuto di pace prima di andare in classe a fare lezione.

Arrivai all’infermeria nello stesso istante della dottoressa che mi accolse con un sorriso solare e sincero. << ciao Ray, strano vederti così presto, come mai?>>

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<> la dottoressa fece strada fino al uno dei lettini dove mi avrebbe assistito. Mi sedetti sul lettino vicino alla sua scrivania mentre lei preparò la siringa con la medicina, un liquido nerastro e denso che non pareva per nulla qualcosa che mi avrebbe fatto sentire meglio.

L’ago attraverso la pelle conficcandosi nella vena più grossa disperdendo il liquido nettamente distinguibile oltre la pelle mentre si espandeva raggiungendo le altre vene ed entrando in circolo ad una velocità sorprendente.

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<> mi limitai a rispondere ricoprendomi il braccio e alzandomi dal lettino. Dopo aver terminato di compilare dei fogli accompagnai la dottoressa fino al bar dell’istituto a prendere un caffè, nel frattempo che aspettavo il suono della campana per entrare in classe.

<>, domando tra un sorso e l’altro di caffè facendo un’espressione incuriosita.

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<< sei un ragazzo dal cuore puro, non credo che le ragazze di questa scuola possano rientrai nell’idea che hai di persona per cui dare la vita, mi spiace.>> uno dei professori seduti ai tavolini del bar si alzò dirigendosi con fare disinvolto verso la dottoressa, dal suo atteggiamento si poteva intuire le sue intenzioni ma volli fare una scommessa tanto per passare il tempo.

<> la freddezza con cui dichiarai la scommessa la insospettì ma sicuramente non si sarebbe tirata indietro.

<>, chiese poco prima che l’insegnante ci raggiungesse. << che lui ci proverà con lei>>, risposi allontanandomi verso la direzione d’arrivo dell’uomo che mi fece l’occhiolino credendo che mi fossi allontanato per agevolargli la questione.

<>, mi disse quando gli passai affianco ma lo ignorai completamente, arrivai ad un tavolino e mi sedetti ad aspettare la fine del triste spettacolo.

Non ci volle molto che la sedia davanti a me venisse occupata dalla dottoressa che dal fare silenzioso intuì cos’era successo.

<> la buttai lì per scherzare.

<< altro che anatomia, sono tutti uguali dopotutto pensano solo a quello>>, disse scorbuticamente prima di cimentarsi con un altro caffè.

<< non siamo tutti così, almeno quelli che conosco io non lo sono. Comunque ho vinto la scommessa.>>

<< hai ragione, cosa vuoi che faccia?>> in quel momento la campanella suonò decretando la fine della prima lezione mattutina.

<> presi il mio zaino e andai di corsa in classe, non volevo fare ancora più ritardo.

La mia classe era nell’ala opposta a quella di Soul, che una delle classi più conosciute nell’accademia per la bravura dei suoi studenti, la mia invece era frequentata da ricconi che si vantavano del successo dei genitori dandosi arie a parte pochi di loro che preferivano non dare troppo nell’occhio. Entra nell’aula dritto verso il mio posto, vicino alla lunga fila di finestre scorrevoli in fondo alla classe, io come in tutte le scuole che frequentavo non ero ben visto dai ragazzi della mia classe e in passato fui spesso vittima di bullismo tra cui l’episodio che segnò la mia vita scolastica, perciò preferivo starmene per conto mio anche se i casi di tentato bullismo non erano mancati benché palesemente falliti, gli anni in oriente mi avevano cambiato, soprattutto la famiglia di Kim.

Dal mio posto si godeva di un ottima vista sul giardino posteriore della scuola rigoglioso di fiori curati da alcuni ragazzi che nei rientri pomeridiani si occupavano di quello. Sul mio banco notai con piacere che il disegno che avevo iniziato non era stato cancellato purtroppo non era ancora finito, ero solo a metà ma di tempo per finirlo ce n’era ancora.

Il professore entro poco dopo di me, lo stesso che era stato rifiutato dalla dottoressa, dal modo scorbutico e polemico con cui fece lezioni si notava che non l’aveva presa bene e nessuno fu attento soprattutto per l’euforia delle vacanze che si stavano avvicinando.

Le lezioni continuarono noiose come il solito tranne con Il professore dell’ultima ora mattutina che incuriosito ci chiese dove saremmo andati per le vacanze. Molti furono quelli che andavano in montagna, chi al mare, dai parenti e cose così.

<>, chiese e tutti si zittirono per ascoltare e successivamente denigrare quello che avrei detto.

<<­che vuole che faccia uno come lui e a chi interessa cosa fa, non so neanche perché è nella nostra classe, siamo tutta gente di famiglie che contano tranne quell’anonimo!>>, protesto uno dei bellocci della classe seguito in coro dai suoi quattro amici. << Jonathan se dici ancora un’altra idiozia dovrò chiamare i tuoi genitori>>, minacciò il professore ma senza essere preso tanto sul serio.

Feci finta di non aver sentito nulla, ormai ero abituato a cose del genere da anni.

<>

La mia risposta non sembrò esaudire appieno la domanda del professore che con l’amaro in bocca passò al prossimo. Non ascoltai quello che gli altri avevano da dire perché sapevo già che tipo di persone erano e più o meno dove sarebbero andati, nessuna delle mie previsioni risultò errata il che faceva intuire la omogeneità di pensiero della gente che si reputa superiore agli altri per il proprio reddito.

Suonata la fine delle lezioni mattutine si poté uscire dalla classe e prendersi una veloce pausa di mezz’ora prima delle lezioni pomeridiane. Mi feci strada lungo il corridoio che portava all’altra ala dove Soul mi stava sicuramente aspettando. Lo vidi davanti alla porta della sua classe insieme ad un gruppo di suoi compagni, Soul si guardava attorno nervosamente come se temesse che io non arrivassi, era palesemente ansioso visto che tardavo nell’arrivare.

<> Al vedermi si calmo e prese un gran respiro. <> seguì Soul fin dentro la classe dov’erano riuniti pressoché tutti.

Erano tutti in giro per la classe, le ragazze da un lato appartate e i ragazzi in gruppetti, alcuni di loro fissavano le ragazze che non li degnavano del minimo sguardo.

<>, annunciò gaiamente.

I ragazzi e le ragazze smisero di fare ciò che facevano e ci vennero incontro con aria incuriosita.

Feci per primo le presentazioni, per rompere il ghiaccio: < Hanzo, è un piacere fare la vostra conoscenza.>> feci un lieve inchino com’era usanza quando ci si presenta a qualcuno, un’usanza tipica orientale che mi risultava spontanea.

Tutti mi accolsero con gran entusiasmo presentandosi ben volentieri soprattutto le amiche stretti di Soul, mi parve anomalo il loro grande interesse visto che di solito non ero ben visto da nessuno, Soul sorpreso quanto me cerco di calmare gli animi. <> scherzo lui anche se davvero erano un po’ assillanti, iniziarono a fare domande a raffica non lasciandomi neanche il tempo per rispondere o capire cosa chiedessero, se fossi rimasto lì sarei impazzito.

<>, intervenne la dottoressa salvandomi in tempo, Soul non ebbe nulla in contrario e si fece da parte.

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Salutai i suoi compagni e mi avviai insieme alla dottoressa il più in fretta e lontano possibile.

Ritornammo al bar dell’istituto che si era riempito completamente da studenti affamati e vogliosi di spendere i propri soldi, prendemmo qualcosa da portar via e ci avviammo in infermeria.

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Lasciai stare la questione di prima e mi lasciai catturare dai colori accesi dei fiori del giardino posteriore, dall’infermeria la vista era eccellente e visto che quasi nessuno ci andava era anche un posto alquanto tranquillo dove stare.

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<< non si preoccupi per me, mi piace stare qui con lei. Non mi trovo molto a mio agio con gli altri come avrà ben visto.>>

La dottoressa fece un bel respiro come ad arrendersi alle mie parole. <>

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Tornai in classe e presi posto ignorando il gruppetto dei miei compagni che stava sparlando di quelli che passavano. Stavo sistemando le mie cose quando mi si avvicino una ragazza che mi prese per il collo amichevolmente, le sue morbide e forti braccia coperte dalle maniche di una giacca di pelle le riconobbi subito.

<< Leona sei tu, te l’ho detto di non venirmi così alle spalle. Cosa vuoi?>>, domandai conoscendo bene il suo modo di agire e sicuramente era venuta per chiedere un favore o qualcosa di simile.

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Il mio sguardo inespressivo bastò a fargli capire che non mi toccava quello che aveva detto. <>

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<> Leona mi abbracciò forte ringraziandomi prima di avviarsi allegramente in classe sua. <>.

IV

INCONTRI

Terminate le lezioni potei finalmente tornare a casa in santa pace, Soul non si fece vivo, forse rimasto a parlare con i suoi amici e visto che sicuramente ce ne avrebbe messo di tempo me ne andai da solo.

Arrivato al cancello ci trovai una macchina alquanto famigliare, era una lussuosa sportiva nera dai vetri oscurati, affianco alla quale aspettava una ragazza dai capelli lisci e castani in vesti decisamente estive mentre giocherellava con un paio di occhiali da sole. << Perla, è bello rivederti.>>

<> benché non fossi un tipo da baci e abbracci non potei astenermi, lei lo era decisamente e non avrebbe gradito il non essere salutata a modo.

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Misi a posto le mie cose della scuola e preparai qualcosa per Perla in tanto che si dava una rinfrescata veloce. Poco dopo ci sedemmo nella stanza della musica, una stanza della casa appositamente creata per ascoltare o suonare i vari strumenti del nostro repertorio, dove potemmo parlare tranquillamente.

<> gli porsi una tazzina di caffè espresso, il suo preferito, prima di sedermi di fronte a lei.

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<< vai sempre al punto tu, è uno dei motivi per cui mi piaci tanto. Avevo finito un lavoro in una città vicina e sono passata a salutare e a controllare mia sorella, dopo quella storia con Soul e il casino che ne era uscito cerco di evitare che faccia altri guai.>>

<< penso che starà attenta ma dovresti avere più fiducia in lei, sono sicuro che in fondo voleva solo la tua attenzione o quella di qualcuno di voi, non è che la tua famiglia si una delle più unite.>>

<> Accompagnai Perla fino alla macchina e gli augurai buon viaggio.

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Misi in forno a scaldare il mio piatto preferito, la pizza e intanto controllai cosa mancava per la cena. << devo prendere le cose per questa sera, Sasha non è riuscita a passare, deve essere piena di lavoro per colpa di Kim, dovrò davvero offrirgli una cena.>> presi un foglio e feci la lista per poi andare a fare la spesa. Poco dopo mi arrivò un messaggio di Soul che avvertiva che sarebbe tornato verso sera poiché era andato a mangiare con degli amici, e come sempre avvertiva all’ultimo.

Aspettai che il sole scendesse un po’ e andai a prendere le cose al supermercato, come al solito non c’era molta gente il che mi facilitava la cosa, stranamente intravidi una mia compagna, era una ragazza molto timida e riservata ma sembrava a parer mio una brava ragazza. Non la disturbai visto che dal suo comportamento a scuola sembrava avere una tremenda paura nei miei confronti, continuai a fare la mia spesa cercando di non farmi notare da lei. Dopo aver preso tutto quello che mi serviva andai a pagare, una modesta fila mi aspettava ma dopo neanche cinque minuti mi trovai fuori in cammino verso casa.

Era già quasi sera e sullo sfondo del tramonto oltre gli alti palazzi nell’orizzonte incontrai ancora la ragazza che a fatica portava le borse della spesa, dalla lentezza con sui si muoveva si capiva che erano oltre la sua portata, non c’era altro da fare che aiutarla.

<>, chiesi con gentilezza sperando che non scappasse via come era già successo qualche volta.

La ragazza si volto non capendo chi fosse e appena mi vide ebbe un attimo di esitazione, sembrava interdetta tra accettare l’aiuto o scappare via ma visto il macigno che si portava la seconda scelta gli era difficile da attuare.

<> Dopo qualche esitazione iniziale lascio poi che la aiutassi.

Tutto il tragitto fino a casa sua lo passo in un silenzio imbarazzante e non la biasimai visto che neanche a scuola avevo avuto occasione di intraprendere una conversazione con lei in cui non fosse subito evasa.

Ci fermammo davanti a casa sua, una modesta villetta poco distante dalla nostra casa da cui si godeva di un bel tramonto, ridai le sue cose e feci per andarmene a casa quanto per la prima volta sentii la sua voce parlare a me. <>.

Al sentire quelle parole una strana sensazione di compiacimento e realizzazione mi fecero apprezzare di più quel ringraziamento che gli era costato tanto. <> ma prima che potessi fare un passo verso casa sentii di nuovo la sua delicata voce parlarmi: <>, chiese con vergogna come se quella fosse una domanda proibita. << lo chiedo perché ho notato delle bruciature nelle mani.>>

<> la risposta provocò un sorriso di approvazione da parte di Betty, il primo che gli vedevo fare. << hai ragione, a cucinare ci si diverte e si impara molto, soprattutto dai propri errori e ci si migliora sempre di più.>>

<>, proposi ma rendendomi subito conto che mi ero lasciato prendere troppo facendo il passo più lungo della gamba, la richiesta l’aveva messa un po’ in difficolta. << scusami mi sono lasciato prendere. Comunque pensaci su, buona serata.>>

Me ne andai prima di fare ulteriori casini pentendomi di aver sprecato l’opportunità di fare amicizia con Betty.

Tornato a casa, nel frattempo che arrivava Leona mi feci una doccia e iniziai a cucinare, visto che ero da solo misi un po’ di musica in sotto fondo che animò un po’ l’atmosfera. Qualche minuto dopo mentre tagliavo e pulivo il pesce sentii il telefono di casa squillare, pensai fosse Soul o Leona ma non era nessuno dei due.

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<< ciao tesoro, come stai?>> riconobbi la dolce e leggiadra voce della donna che mi aveva amato e cresciuto, la donna che amavo più di ogni altra persona.

<> quasi non ci credevo. <>

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<>, disse lei con tono nostalgico. <>

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La telefonata di Kim mi lascio di buon umore anche se era stata breve. Ritornai in cucina e continuai a preparare la cena sperando di finire prima dell’arrivo di Leona e della sua inestinguibile fame.

Dopo un’ora sentii il campanello suonare e la porta aprirsi.

<>, annunciò Leona mentre si dirigeva in sala seguendo l’odore del cibo. <>

<>, domandai lasciando la cucina e andandogli incontro, la mia domanda ebbe una risposta quando vidi insieme a Leona anche Betty che seguiva incerta Leona.

<>

Era tutto pronto e ben disposto sulla lunga tavolata della sala da pranzo a vista sulla cucina, i forti colori delle pietanze e i deliziosi profumi catturarono completamente l’attenzione di Leona che cercò di trattenersi il più possibile dal buttarsi a capofitto sul cibo. Feci accomodare le due ragazze vicine su richiesta di Betty mentre io non ancora pronto e con una tremenda puzza di pesce mi avviai a fare una doccia veloce.

<> lasciai le ragazze a degustare e mi precipitai in bagno a levarmi quell’odoraccio di dosso.

Leona non si fece scrupoli nell’arraffare tutto quello che gli sembrava buono e azzannandolo per poi passare subito a qualcos’altro, nonostante il mix di sapori per lei fu tutto delizioso, Betty che era più contenuta ed elegante nel mangiare prese solo piccole porzioni, assaggiandole volta per volta gustandole lentamente. << sono davvero buoni questi piatti, è tutto delizioso e ben bilanciato, è davvero bravo.>>

<>, rispose Leona prima di addentare un bel trancio di salmone dal colore rosa pallido. <>

Qualche minuto più tardi, dopo la doccia e il cambio d’abito andai anch’io a mangiare ciò che avevo preparato. Leona come sempre aveva il piatto pieno di cibo e controllava meticolosamente di aver provato tutte le combinazioni di pietanze in tavola, Betty invece aveva modi più eleganti che facevano capire che le due ragazze venivano da due mondi diversi.

<>, chiesi prendendo posto a capotavola.

<<è tutto delizioso come sempre, tu sì che sai come rendere felice una donna>>, rispose Leona con la bocca ancora piena e arraffando altro cibo.

Betty condivise l’opinione di Leona con tono basso e timido. << sì, è tutto buonissimo, non avrei saputo fare di meglio.>>

<< chi lo sa, potresti essere più brava di quello che credi, Abbi più fiducia in te.>>

Qualche istante dopo sentimmo suonare al campanello di casa, pensai subito che fosse Soul visto che non avevo più sue notizie dal tardo pomeriggio.

<> andai a vedere chi era e come mi aspettavo era Soul in compagnia di tre suoi amici. << ciao fratellino, scusa il ritardo ma abbiamo avuto dei contrattempi. Ho sentito un buon profumino non è che ce n’è anche per noi?>>

<>, dissi con un lieve tono di minaccia.

<> non troppo convinto delle parole di Soul li lascio entrare sperando di non pentirmene.

<> Soul fu il primo a presentarsi a Betty visto che già conosceva Leona, fece anche le presentazioni dei suoi amici prima di risederci tutti a tavola per continuare la cena.

Alla fine della cena, dopo che tutti si sono goduti abbastanza le pietanze fino a riempirsi, Soul adempì alla sua promessa e congedò i suoi amici affettuosamente, li ringraziai per essere venuti e per la loro compagnia.

In casa rimanemmo io, Soul, Betty e Leona, le ragazze si offrirono gentilmente di aiutarci a sistemare prima che tornassero a casa.

Io e Betty ci occupammo dei coperti e dei piatti mentre Soul e Leona di tutto il resto tra una risata e l’altra.

<>, chiese Betty rompendo il silenzio.

<>

<< mi ha aiutata quando venivo presa in giro dalle altre ragazze della scuola, è stata gentile con me.>>

Finito di sistemare anche le ragazze si prepararono per tornare a casa visto che ormai era abbastanza tardi e l’indomani c’era da andare a scuola.

<>, chiese Soul stranamente gentile. <>

<>

<> Le due ragazze al chiaro di luna e dei luminosi lampioni presero la via del ritorno mentre Soul ancora molto attivo torno di corsa dentro.

Erano già le undici e mezza quando il silenzio ritorno in casa dopo l’addio alle ultime ospiti e mi chiedevo cosa fare visto che il sonno era ben lontano, soul era pronto con una soluzione, seduto sulle scale che mi aspettava.

<> lo chiese con una gentilezza a cui non potevo dire di no.

<> Scendemmo le scale andando nel seminterrato dove c’erano gli strumenti per allenarsi, una specie di piccola palestra allestita da Marco per tenersi in forma quando era a casa di riposo, Soul si preparò i pesi e si mise subito all’opera.

<> suggerì mostrando i muscoli scolpiti da anni di allenamento in quella piccola palestra fatta in casa.

<>

<>, disse in tono ironico e cercando di non ridere.

<>

A un certo punto dopo qualche decina di minuti sentimmo qualcuno suonare il campanello e da come insisteva doveva avere una certa fretta.

<>, ci chiedemmo a vicenda ma nessuno dei due ebbe una minima idea di chi fosse.

<>, disse Soul salendo di corsa su per le scale.

Incuriosito lasciai anch’io stare l’allenamento e andai a dare un’occhiata. Mentre salivo le scale sentii una voce femminile parlare con gran disinvoltura a Soul, arrivato in cima lo vidi parlare con una bellissima ragazza dai capelli castani raccolti attorno alla spalla destra più o meno della mostra età, con se portava anche delle grosse valigie colorate.

<>, domandai cercando di non essere troppo scortese né troppo strano nel parlare.

Soul si volto verso di me presentandomela. <>.

Era davvero molto bella, i suoi occhi castani, la pelle così chiara e pulita, un fisico stupendo che avrebbero fatto invidia a qualunque ragazza.

<> mi limitai a porgerli la mano per non essere troppo invadente, lei invece si lasciò andare in un abbraccio come se ci conoscessimo da una vita. <>

Finito l’abbraccio si allontano di poco per squadrarmi per bene. <> Lui non apprezzo certo la battuta anche se non fece una piega ma sicuramente non gliela l’avrebbe fatta passare liscia. << Almeno io non ho paura di rimanere da sola la notte come una bambina di cinque anni>>, controbatte appena Veronica abbassò la guardia, la ragazza arrossì e riprese il cugino.

Io rimasi lì a guardarli aspettando che il loro battibecco terminasse, per un’istante mi ricordarono due persone con cui avevo passato questi dieci anni che si comportavano allo stesso modo, proprio come una coppia, Perla e Kyle.

Soul resosi conto che li stavo osservando ignorò per un attimo la rumorosa cugina per dare qualche spiegazione. <>.

Veronica zittì soul e prese lei la parola. <> i suoi occhi si accesero di passione mentre parlava e descriveva ciò che l’appassionava delle macchine. <>

Da quanto e da come Veronica aveva raccontato quegli anni si capiva il loro profondo legame benché Soul non me ne avesse mai parlato.

<>, domandò Soul cambiando discorso indicando una grande borsa e una valigia bianca di modeste dimensioni.

<>

L’idea non entusiasmava Soul che rifiuto seduta stante senza battere ciglio, Veronica cercò di non far capire di esserci rimasta male e mascherò tale sentimento sotto un finto sorriso. <>, risposi io ignorando completamente le parole dure di Soul. << lei è una della famiglia e ti vuole bene Soul perciò Veronica fai come se fosse casa tua>>.

Lei si riprese in un urlo di gioia abbracciandomi e ringraziandomi per l’ospitalità, Soul rimase lo stesso contrariato ma sapendo che ero a favore della sua permanenza fu clemente e non disse altro.

Sistemai le cose di veronica nella stanza degli ospiti, una delle più comode e attrezzate, lei intanto si andò a fare una doccia, Soul girò per tutta la casa sbuffando e lamentandosi della sua presenza ma in fondo era felice che lei fosse lì.

<> lui non lo negò nonostante si lamentasse tanto.

<> il tono della sua voce divenne cupo e triste. Di quel episodio non servavo quasi nessun ricordo a parte ovviamente i segni sul mio corpo che dimostravano che era davvero successo, ricordavo solo qualche scena offuscata di me che cercavo di divincolarmi dalle loro prese mentre un dolore lancinante mi percorreva la schiena.

<>

Veronica era rimasta nascosta sulle scale ad ascoltare la conversazione in silenzio poi scese di sotto avvolta dall’asciugamano, Soul la invitò a mettersi qualcosa di più adatto come si farebbe con una bambina. <>, le disse riprendendola duramente.

<> alzai le spalle in segno di indifferenza prima ancora di essere coinvolto nella faccenda, cambiai totalmente discorso precedendo il battibecco che stava per sfociare. <> li dai una fetta di una torta fredda alle fragole che avevo fatto per la colazione per il giorno seguente.

<> si sedette a mangiarla lasciando stare il discorso di prima che era ciò che speravo.

<<è buonissima, sei molto bravo. Sai anch’io so fare le torte, ho imparato da mia madre se vuoi domani possiamo farne una insieme.>> l’offerta la fece non solo per approcciarsi a me ma anche per fare un torto a Soul, secondo il suo ragionamento.

<> finì la sua fetta e se ne andò dritta al letto, soul la seguì a ruota borbottando qualcosa sul fare la torta.

Rimasi da solo ma non passo molto prima che anch’io andassi a letto, a farmi fermare a pochi passi dalla mia stanza trovai soul lì davanti alla porta che borbottava.

<>, gli domandai sotto voce. Lui mi indico col dito il mio letto, lì c’era veronica sdraiata che dormiva tranquillamente.

<< te lo avevo detto che non riesce a dormire da sola, cos’hai intenzione di fare, la lascerai dormire sul tuo letto?>>

Ci pensai qualche secondo su ma non mi dannai troppo a cercare una soluzione. <>,

<>

<> Soul non disse altro e fece come detto mentre io me ne tornai di sotto.

Dopo qualche ora mi risvegliai di soprassalto, avevo avuto un altro dei miei soliti incubi e in più un dolore lancinante mi percorreva tutto il corpo, andai su nella mia stanza dove avevo le mie medicine ben nascoste. Veronica era rannicchiata tra le braccia di soul in un profondo sonno, sembravano davvero molto legati, il che mi fece un po’ di invidia, rispetto a quello che avevo passato, la vita di Soul per me era un sogno, presi le medicine e tornai giù silenziosamente.

Fui svegliato il giorno dopo dalle lamentele di Soul su Veronica, anche lei non rimaneva a subire e controbatteva alle sue offese. Rimasi ancora un momento sul divano, poi mi alzai provocando il silenzio tra i due litiganti.

<>, disse soul più calmo a nome dei due. Non feci caso alle sue parole per colpa di un mal di testa che mi stava divorando ma non potevo prendere nulla a causa delle mie medicine.

Mentre i due continuavano a litigare preparai velocemente qualcosa per la colazione in modo da farli smettere. <> Soul si sedette a mangiare ringraziando, Veronica un po’ sorpresa della reazione del cugino rimase un po’ di sasso, allora la invitai ad accomodarsi.

<> Con l’incitamento di soul la feci sedere e mangiare insieme a noi in santa pace.

<< Ray oggi e domani a scuola c’è la festa dell’anniversario dell’istituto, vero?>> Confermai con un cenno della testa, veronica incuriosita chiese cosa fosse, Soul le rispose con aria da maestro.

<> Veronica ci pensò su lasciando Soul sulle spine sapendo bene che lui ci teneva a farsi vedere, ciò mi convinse ancor di più sul fatto che lo conoscesse alla perfezione. Il telefono di casa iniziò a squillare e visto che ero il più vicino andai io a rispondere lasciando i due da soli.

<>

<>

<>, dissi cercando di spezzare il suo entusiasmo ma senza successo.

<>, disse cercando di giustificarsi.

<> la risata sdrammatizzante di Marco mi fece capire che avevo un po’ esagerato. <> chiamai Soul e Veronica informandoli che Marco era al telefono, i due si lanciarono in una corsa per rispondere per primi che veronica vinse con un palmo di vantaggio, li lasciai parlare e andai a prepararmi per andare.

Soul e io Lasciammo la casa in mano a Veronica e a piedi ci avviammo verso l’istituto. Qualche minuto dopo nel tragitto Soul incontro suoi compagni e li raggiunse insieme a Veronica lasciandomi indietro da solo raccomandandosi di andare a vedere le gare a cui avrebbe partecipato, continuai il tragitto da solo frastornato dal dolore alla testa ignorando quasi del tutto la gente che mi passava affianco. Non mi accorsi neanche di Betty e Leona che mi stavano aspettando dall’altra parte della strada, che vedendomi assorto nei miei dolori provarono a richiamare la mia attenzione con insistenza finché in un momento di sollievo sentì le loro voci chiamarmi.

<>, si lamentò Leona una volta che le ebbi raggiunte, ma non prestai di nuovo attenzione alle sue parole ritornato il dolore in modo più pungente, Betty lo notò subito che non stavo bene ma non volle essere troppo invadente, al suo posto fu Leona a fare la domanda.

<>

<>

Arrivati all’istituto ci separammo, Leona andò nella sua classe così come Betty a cui chiesi di informare il professore che ero in infermeria. La dottoressa come sempre stava compilando dei moduli della scuola nel silenzio e nella calma di quel posto. << Buongiorno Ray, come mai di prima mattina qui, forse ti serve qualche consiglio con una ragazza?>>

<> la dottoressa si fece subito seria e da come mi guardò sembrava volere spiegazioni. <> questa volta sembrava davvero decisa a sapere qual era il male che mi affliggeva e io stavo troppo male per poter controbattere perciò presi un bel respiro e decisi di parlare. << va bene, gli dirò di che cosa soffro ma lei non deve farne parola con nessuno e deve fare come gli ho chiesto.>>

<>

Una volta che mi ripresi del tutto lasciai l’infermeria facendo un l’ultima raccomandazione alla dottoressa. <> lasciai l’infermeria andando a fare il mio lavoro.

Ora che mi sentivo meglio mi feci un giro tra le varie attività del festival; bancarelle, degustazioni, souvenir, prove di abilità, lotterie, mini giochi e tanto altro. Come membro del consiglio studentesco dovevo controllare che tutto andasse per il meglio e infatti stava andando tutto liscio.

Stavo controllando delle bancarelle quando venni disturbato da alcuni ragazzi della classe di Soul che dovevano riferirmi un messaggio.

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<>

Il loro stand era più grande degli altri visto che avevano una zona per cucinare a cielo aperto e un piccolo spiazzale con dei tavoli per far sedere i clienti, Soul e alcuni altri stavano nella zona cucina preparando i piatti quando arrivai con i loro compagni.

<>, disse tutto agitato appena mi vide arrivare con i suoi compagni, erano evidentemente sotto pressione ma Soul cercava di non darlo a vedere. <>

<< va bene ma solo perché tra poco iniziano le gare e ho finito il mio lavoro.>>

<< grazie mille, ti siamo debitori.>> Soul fece andare ai tavoli uno dei cuochi ed entrai io al posto suo, mi feci spiegare velocemente che cosa avevano in mente di preparare e come erano organizzati per poi mettermi subito al lavoro fianco a fianco con Soul visto che già conoscevo il suo modo di lavorare che a sua volta conosceva il modo di lavorare degli altri cuochi.

Dopo qualche minuto riuscimmo a darci un ritmo abbastanza tranquillo nonostante la gran quantità di gente che affluiva nel ristretto spazio del ristorante a cielo aperto, i piatti erano uno spettacolo per gli occhi, pieni di colore e profumi che rapivano i sensi, delicati al palato ma di intensi sapori, il duro lavoro stava dando i frutti sperati.

<>, esortò Soul dando la carica a tutti sotto gli occhi di quelli che aspettavano in fila il loro turno. << Ray tra poco iniziano le gare perciò dovremmo andare, cerchiamo di finire in fretta così da avere un certo margine per andare e ritornare prima che si crei un altro ingorgo come prima.>>

<> presi un paio di piatti pronti e li portai al tavolo di una coppia che aspettava con ansia.

<> ritornai al bancone e ne presi altri due, se avessimo tenuto quel ritmo avremmo finito in poco tempo.

Di clienti ne erano rimasti ormai pochi e giusto in tempo per la gara di Soul. <>, disse Soul tra la gioia dei suoi compagni.

Servì le ultime portate e finalmente mi levai il grembiule appoggiandolo al bancone dove non c’era più un piatto da servire, il che fu un bel sollievo, Soul era troppo preso dal aver finito tutto con successo perciò non lo disturbai nei loro festeggiamenti e me ne andai a fare il mio lavoro.

<>, disse al megafono alla folla che gli applaudiva.

Nel tragitto verso gli spalti del pubblico per le gare di velocità intravidi poco più avanti Leona e Betty, provai a salutarle ma mi ignorarono palesemente come se gli avessi fatto qualche torto, mi chiesi subito che cosa avessi fatto per provocare quel loro comportamento ma non ebbi troppo tempo per pensarci.

<> sentii dire a qualcuno alle mie spalle, mi voltai e ci trovai una vecchia conoscenza. << Maia sei tu, che cosa ci fai qui e poi vestita a quel modo?>>, domandai cercando di rimanere calmo.

<> Non gli risposi ma la presi da parte in un luogo dove nessuno potesse vederci e dove gli avrei parlato apertamente senza che qualcuno intervenisse.

<>, disse lamentandosi della mia stretta. La lasciai appena raggiungemmo un angolo appartato dietro il magazzino degli attrezzi. <>

<>

<< Già, vedere la ragazza che ti dice di amarti con un altro per un tuo capriccio non è stato piacevole, dov’è lui ora? non eravate mica insieme?>>, domandai furioso ma cercando di passare oltre. <> il suo tono di voce si fece strozzato e il suo sguardo si incupì, l’idea di essere stata lasciata gli faceva molto male così come lo è stato per Soul quando lei li aveva spezzato il cuore.

<>

<>, disse asciugandosi gli occhi con la manica della giacca. Ritornammo verso il circuito di gara che lentamente si stava riempiendo di spettatori, ce la prendemmo con calma, noi del consiglio avevamo i posti riservati per ogni competizione o evento, era uno dei pochi pregi di cui disponevamo, la prima fila.

<>, chiese vedendomi fermo mentre lei prendeva posto. <> Maia però sembrava non volermi lasciare stare e quindi decise di seguirmi. <> acconsentì la sua richiesta sapendo che anche se avessi detto di no mi avrebbe seguito.

<> la mia osservazione venne presa come un complimento anche se doveva essere una critica. <>

<> accelerai il passo sperando che Maia non facesse altre domande sul mio strano comportamento. <> passai dalle parole ai fatti portandola nel posto da cui avrei assistito alla gara in assoluta tranquillità.

Arrivammo sulla linea di partenza dove potevano presenziare solo il direttore di gara e due suoi collaboratori, era un posto d’onore e visto che si era in pochi era perfetto. <>, disse sorpresa della cosa. <>

La gara finale era una staffetta quattro per quattrocento metri, ognuno dei velocisti doveva percorrere l’intero circuito per poi poter passare il testimone, un cilindro arancione, al proprio compagno che doveva fare la stessa cosa, la prima squadra che arrivava prima vinceva il titolo.

Soul era l’ultimo a correre, aspettava insieme agli altri due la partenza per poi posizionarsi, nonostante fossimo a pochi metri non ci fece caso, era troppo concentrato e soprattutto molto teso, si era allenato da giorni per quella gara e non l’avrebbe persa per nulla al mondo. Quando tutti furono sulla linea di partenza il giudice sparò in aria il colpo di partenza, i primi quattro partirono all’unisono per i primi cento metri poi due di loro presero distanza dagli altri due con lunghe falcate, a pochi metri dal compagno allungarono in avanti il braccio con il testimone che passarono al compagno, Soul incitò a gran voce l’amico che con un tempismo perfetto scatto con l’oggetto ben saldo tra le mani portandosi in testa di un paio di metri dagli altri per tutto il percorso senza mai rallentare, il terzo era già in posizione ma quando il compagno arrivò una leggera spinta di un avversario inciampato gli fece perdere qualche secondo avvantaggiando gli altri due.

<>, sbraitò Maia al ragazzo che era inciampato. Il terzo velocista della squadra di Soul si riprese velocemente accelerando ogni metro sempre di più fino a quasi raggiungere gli altri due. Soul era pronto sulla linea di partenza, guardava dritto davanti a se con in braccio destro steso verso la direzione di arrivo del compagno, una tecnica che nessun altro adotto, il compagno arrivò un secondo dopo rispetto agli altri due ma la partenza fulminea di Soul li bruciò sul posto, il suo sguardo era dritto, i muscoli tesi come corde di archi mentre galoppava attraverso la pista, nonostante gli sforzi degli avversari nessuno riuscì ad avvicinarsi, ogni metro che percorreva aumentava il distacco tanto che arrivato al traguardo il suo vantaggio fu di poco meno di sette secondi.

Maia a mia gran sorpresa scoppio in urla di gioia come metà degli spettatori e i compagni di Soul, i quali lo accolsero in un caloroso e sudato abbraccio, solo allora Soul ci notò a pochi metri da lui ma prima che ci venisse incontro la folla di suoi amici lo travolse. Lo lasciai nei suoi festeggiamenti e felice della sua vittoria mi avviai per tornare allo stand del ristorante.

<>, domando Maia alquanto confusa del mio comportamento.

<> Maia solo allora ci pensò su e trovò la risposta da sola. <>

Le premiazioni si tennero subito appena la pista si liberò, su dodici squadre iniziali furono premiate solo le prime quattro, Soul e i suoi amici nel gradino più alto salutavano il pubblico e si congratulavano con le altre tre squadre per il loro risultato. <>, domando uno dei vincitori.

<>

Allo stand c’erano solo alcuni compagni di Soul che finivano di smontare e sistemare il tutto prima della fine della giornata scolastica, ci offrimmo di aiutarli visto che era anche compito nostro.

<>

<>

<>, scherzo lei sistemando le ultime tovaglie in un carello di ferro. <>

<>, rispose Maia mettendosi in mezzo.

Finito tutte le attività del giorno tutti gli stand vennero smontati e fu ripulito tutto per le attività del giorno seguente, l’ultimo di quel anno scolastico, il campione arrivò con il suo seguito per vedere se era tutto sistemato e messo in ordine.

<> Maia se ne andò prima che Soul la vedesse, non si sentiva ancora pronta per parlargli. <>

Il seguito precedette i vincitori che si riunirono con il resto della classe per un ultimo grande festeggiamento per la grande giornata che si era svolta. <

<> la gioia di quei due nel darmi tale notizia mi parve alquanto ingiustificata come se ci fosse qualcosa sotto. <>, chiesi sperando di rivelare il mistero.

<> detto ciò i due pezzi grossi del consiglio se ne andarono a casa tranquillamente. La ragazza, alta, snella e dai capelli ricci e biondi mi porse un cartellino. <>

Non capendo ancora cosa dovevo fare tornai in classe per prendere le mie cose ma ancora una volta vidi mio fratello tornare indietro. << perché sei tornato?>>

<>

L’istituto era ormai vuoto, i raggi del tramonto filtravano dalle enormi vetrate dando uno strano aspetto dorato all’interno dell’edificio.

Passammo nella classe di Soul, prima della mia a prendere le sue cose visto che era di fretta, non c’era più nessuno nei corridoi tranne un’insolita ospite che ci attendeva davanti alla porta della classe, era Veronica ed era visibilmente in collera e sicuramente non con me, Soul rallentò al vederla, era come se solo in quel momento si fosse ricordato di lei.

<>, mi sussurrò prima di fare la sua mossa, fece finta di non vederla e li passo affianco come se lei non ci fosse correndo dentro la classe, dovetti prepararmi per dargli una giustificazione abbastanza plausibile del comportamento di suo cugino.

<> lei sorrise dandomi ragione, dal tono di voce sembrava essersi calmata.

<>

L’interessato uscì qualche secondo dopo, sembrava volersi scusare ma li mancavano le parole.

<> si porto avanti facendo a guida, Soul mi prese al collo tutto contento.

<> le sue parole anche se scontate mi fecero piacere.

<> entrai e presi le mie cose quando sentì un improvviso e acuto mal di testa, dovetti appoggiarmi alla cattedra quando sentii entrare alcune ragazze tra cui Betty e Leona le quali mi ignorarono palesemente, c’è l’avevano ancora con me non so per cosa ma non avevo tempo, dovevo tornare a casa prima che la crisi si facesse più intensa. Salutai il gruppetto e uscì dalla classe un po’ barcollando, una di loro però mi fermo per farmi una domanda.

<>, chiese indicando fuori dall’enorme vetrata una ragazza che salutava nella mia direzione facendomi segno di venire.

>, mi chiesi continuando a camminare. Non mi piaceva essere oggetto di pettegolezzi ma d’altro canto non avevo tempo per pensare ad una risposta evasiva. <<è una vecchia amica che è venuta a trovarmi>> me ne andai prima di ricevere altre domande o dire altre cose sulla mia vita privata.

Riuscì ad arrivare al viale senza crollare, Perla era ancora lì ad aspettare solare e bella come sempre. <>

<>

<<è venuta a trovare me>>, rispose Maia arrivandomi dalle spalle. Le due sorelle si abbracciarono forte dopo mesi di separazione.

<> stavo per avanzare quando le gambe mi cedettero e caddi in ginocchio, Perla si chinò subito per aiutarmi capendo subito che cosa mi fosse successo, mentre Maia non capiva cosa stesse accadendo.

<>, chiese mentre mi aiutò ad alzarmi.

<> Maia mi prese l’altro braccio aiutandomi anche lei ad alzarmi. << vuoi un passaggio fino a casa?>> si vedeva che non sarei arrivato con le mie gambe perciò accettai di buon grado ringraziando della gentilezza.

Perla mi lasciò davanti al vialetto di casa, dal silenzio che c’era si intuiva che ne Soul né Veronica fossero ancora tornati.

<>

<>

<>, disse Maia prima che la sorella ripartisse sgommando davanti al viale lasciando nell’aria un pungente profumo di gomme bruciate.

<> Sentii il telefono vibrare e quando controllai ci trovai un messaggio da parte di Leona, diceva che voleva incontrarmi al parco poco lontano da casa tra un’ora circa, non diceva di che cosa voleva parlarmi ma mi sembrò una buona occasione per cercare di capire perché mi aveva ignorato tutto il giorno, gli risposi con un messaggio confermando che ci sarei stato.

I due coinquilini si fecero vedere quasi un’ora dopo e avevano sicuramente festeggiato troppo, a malapena si reggevano in piedi. Gli aiutai a sedersi sul divano in sala e li intimai di non muoversi troppo, intanto andai nella mia stanza e presi la medicina prima che si manifestasse un’altra crisi come quella a scuola. Scesi giù in salotto e aiutai Veronica ad andare in bagno per farsi una doccia fredda così da riprendersi almeno un po’.

<> gli aprì l’acqua gelata sulla testa sentendo le sue lamentele in dialetto, era divertente sentirla sbiascicare ma non avevo altro tempo da perdere, dovevo portare su Soul.

Con lui fu più difficile visto che non potevo portarlo in braccio ma dovetti trascinarlo su per le scale, una volta su lo appoggiai al muro affianco alla porta del bagno. <>

Ritornai giù una volta cambiato per l’incontro con Leona, non vidi Soul sul corridoio perciò pensai che fosse a farsi una bella doccia fredda, al contrario sentii Veronica che rovistava nel frigo cercando qualcosa da mangiare.

<> Veronica tirò fuori la vaschetta del gelato e si diresse sul divano, accese la televisione e si mise a mangiare il gelato.

<>, chiesi incuriosito dallo stato in cui erano tornati.

<>

<>

<> la sua fu un’osservazione fu alquanto accurata e precisa, si vedeva che mi aveva osservato con attenzione cercando di capire quello che nascondevo.

<> non dissi altro lasciandola nel dubbio della sua ipotesi.

Soul scese giù ormai ripreso dalle conseguenze dei festeggiamenti con i suoi compagni, interruppe la conversazione tra me e Veronica lagnandosi del mal di testa che gli era venuto, Veronica infastidita e ugualmente frastornata dagli stessi dolori se ne andò in camera sua a riposare qualche istante nella speranza che il dolore passasse.

Sfruttai il momento di tranquillità per andare all’incontro con Leona con cui mi sarei dovuto trovare da lì a pochi minuti, Soul dovette rimanere a prendersi cura della cugina e della casa in mia assenza, il compito non lo esaltava troppo ma non disse di no.

V

AMICI

Usci dal cortiletto in strada dove non c’era l’anima di nessuno, era tutto silenzioso e tranquillo, la notte si stava già facendo vedere nel cielo sempre meno colorito e più oscuro su cui una debole luna si faceva notare. Feci la tranquilla stradina che mi portò dritto al parco designato ma Leona non era ancora arrivata, rimasi all’entrata ad aspettarla su una panchina, dopo qualche minuto la vidi arrivare.

<> Lei si avvicinò guardandomi storto prima di sputare il rospo.

<>

<> le mie parole sincere riuscirono a scuoterla ed a fargli accettare le mie più sentite scuse.

<> più che una richiesta la sua fu una specie di ordine.

<> sapeva che un no dalla mia bocca non sarebbe mai uscito e contava su quello per farsi aiutare con ogni tipo di lavoro o commissione che li sembrava fastidiosa, noiosa o pesante.

<>.

Leona mi porto in giro per i negozi, mercati e rivenditori della città facendomi portare tutto quello che prendeva, ero divenuto il suo mulo da soma.

<> mi zittii e ascoltai accuratamente cosa aveva da chiedere. <>, chiese assumendo uno sguardo stranamente serio.

<<è un’amica di infanzia, l’unica che abbia avuto in questi, a dir la tutta è qualcosa di più per me ed è anche la sorella di Maia, per quello ci hai visti insieme.>> la cosa non parve rassicurarla per nulla ma non chiese altro e rimase in silenzio per il resto del tempo, un atteggiamento che non gli apparteneva.

Terminammo le commissioni quasi un’ora dopo l’incontro al parco e la quantità di cose presa da quella ragazza era sorprendente ma visto che le dovetti portare io per lei fu uno scherzo, solo quando arrivammo davanti a casa sua potei finalmente disfarmi di quel malloppo e scaricarlo alla sua legittima proprietaria.

<> Leona prese le borse ed entrò in casa scomparendo dietro la porta che richiuse subito, io mi avviai verso casa sperando di godermi un po’ di calma.

Le mie aspettative si sfumarono appena varcai la soglia di casa, come c’era d’aspettarselo Soul e Veronica stavano litigando, l’argomento dell’ennesima lite era su cosa guardare in televisione.

<>, osservò Soul con un tono un po’ scocciato.

Non mi piaceva che qualcuno mi controllasse soprattutto mio fratello, e quel suo tono mi infastidì alquanto.

<>, borbottai tra me e me. <> anche se la descrizione era alquanto scarsa di dettagli capì al volo di chi si trattava. <> presi il cellulare e andai in camera a chiamare così da non essere disturbato.

Il telefono squillò un paio di volte prima che una voce maschile prorompente rispondesse. <>

<> dall’altra parte sentii una grassa risata prima della sua risposta. <>

<>

<>

<>

<> la chiamata si concluse così senza un “ci vediamo” o “a presto”, d’altronde Kyle non era tanto sentimentale in queste cose, l’essere cresciuto in una famiglia volta alla propria patria e nell’essersi distinta in ambito militare aveva dei lati negativi.

Prima di essere disturbato da altro andai a farmi una doccia, mi chiusi a chiave e andai sotto l’acqua, lì sotto sentivo sparire tutti i rumori e tutto ciò che mi stava intorno dandomi un senso di distacco che purtroppo era destinato a finire, il dolce calore che mi penetrava rilassava i muscoli e allentava lo stress trasmettendo un senso di calma che ti avvolgeva isolandoti sempre di più da un mondo caotico e duro.

Uscito da sotto l’acqua venni raggiunto dalle voci di Soul e Veronica ma stranamente non sembravano litigare forse, pensai tra me, si erano finalmente calmati e stufati di darsi battaglia.

Mi misi qualcosa di adatto e anche un po’ elegante, dei jeans, una maglietta bianca e una giacca nera. Quando scesi giù dalle scale trovai i due sdraiati sul divano, erano buttati una sull’altro a guardare un film, erano così concentrati che non mi fecero caso quando li avvertì della mia uscita. <>

Arrivai davanti a casa di Perla qualche decina di minuti dopo, forse in anticipo o forse in ritardo, Kyle non aveva specificato l’ora, iniziava a fare un po’ freddo ed una leggera brezza notturna vagava tra le strade, suonai al campanello annunciandomi. Perla uscì poco indossando un lungo abito nero con uno spacco laterale che partiva poco sotto l’altezza del bacino, per l’occasione si era anche messa un filo di trucco anche se non li piaceva farlo.

<> Perla accennò un leggero sorriso per il complimento. <>

<> lei mi prese il braccio stringendolo a se. <>.

Andammo in centro dove era pieno di posti dove mangiare e molti negozi, era un’esplosione di luci e colori che avvolgevano i passanti in innumerevoli sfumature vivaci come fosse un’aurora, il ristorante era poco lontano da dove ci trovavamo, appena lo vide assunse un’espressione incuriosita, era un ristorante modesto da un esterno sobrio e colorito, grandi vetrate che vadano sui tavoli adornate da leggere tende dorate.

<<è questo il famoso ristorante di cui mi ha parlato Kyle? Sembra un posto molto tranquillo.>> Perla entrò per prima e scelse il tavolo, uno dei pochi che dava sull’arcobaleno di luci che era diventata la strada. Il cameriere che già mi conosceva da molto ci venne incontro, appena seduti prese i nostri ordini, feci scegliere a Perla che non aveva mai provato nessuno dei piatti del menù, dopo l’ordinazione ci godemmo l’atmosfera.

<>, elogio lei sorpresa da tutto quello che li era attorno, << già è quello che mi piace di questo posto. Kimiko e Marco sono sempre in viaggio di lavoro e stanno poco in casa, le poche volte che siamo venuti qui a mangiare sono gli unici momenti che abbiamo passato tutti insieme, questo locale mi significa molto.>> Perla provo una certa amarezza al sentire quelle parole ma non lo diede a vedere.

La nostra portata arrivo subito, mentre mangiavamo osservai senza farmi notare Perla gustarsi la sua portata, vederla così mi fece tornare alla mente quando io, Kyle e lei andavamo al ristorante di suo padre, mangiava allo stesso modo.

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<>, chiese con aria seria e preoccupata. <>

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<> chiese il baffuto cuoco, uno dei proprietari del locale venendoci incontro.

<> risposi sorridendo. <>, disse l’uomo andando via tornandosene in cucina. Ritornai su Perla che mi guardava con un certo interesse. <<è un vecchio amico di famiglia, per lui sono come un nipote.>>

Uscimmo dal ristorante prendendo la strada verso casa, ormai era tardi e sicuramente sua sorella avrebbe fatto storie.

Prendemmo una strada alquanto appartata che però ci avrebbe fatto guadagnare molto più tempo, era semi buia e fredda ma Perla non obbiettò, mi prese per un braccio e si strinse per tutto il viaggio. <>

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<> uscimmo dalla strada buia finendo poco distante dalla casa di Perla su una strada più che ben illuminata.

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Ci lasciammo davanti a casa sua sotto la tenue luce del vialetto avvolti da una leggera brezza. <> da dentro casa sentimmo Maia lamentarsi di qualcosa, segno che dovevamo lasciarci. <<è ora di lasciarci, buonanotte.>>

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Mentre tornavo a casa non riuscivo a non sentirmi osservato, era come se sentissi delle presenze seguire i miei passi, vicini e asfissianti ma allo stesso tempo ben nascosti nelle ombre e nei silenzi della strada. Man mano che camminavo le presenze si facevano più forti e intense come se le avessi alle mie spalle, una strana sensazione come una scarica elettrica mi attraversò il corpo dalla testa ai piedi, una sensazione che avevo già provato una volta.

Raccolsi da terra una scheggia di vetro sempre continuando a camminare senza rallentare il passo come se nulla fosse. Mi voltai di scatto lanciando la scheggia lì dove sentivo più forte quella presenza, il suono di vetro rotto non arrivò mai alle mie orecchie né a quelle di chiunque fosse passato in quel momento. Dall’ombra del vicolo lì dove avevo lanciato la scheggia una figura simile ad un uomo si svelò alla luce dei lampioni, l’intero corpo coperto da strazi di vestiti oscuri fusi assieme in una specie di lungo abito da cui collo sbucava un enorme cappuccio che copriva il viso di quella figura. La scheggia cadde dalla sua mano destra guantata che portò lentamente alla testa.

<>, domandai in tono di minaccia ma l’essere non rispose, l’unico suono che sentì uscire era una specie di respiro affannato. La figura si levò il cappuccio rivelando una maschera anch’essa nera priva di insenature o fessure tranne una piccola x sulla fronte, di un dorato lucido, abbassai la guardia riconoscendolo subito.

<> come c’era d’aspettarselo la risposta non arrivò. << se sei qui vuol dire che sta per succedere qualcosa di grave a qualcuno di vicino a me, a Perla o a Kyle.>> lo strano tipo confermò con la testa, allungò la mano sinistra porgendomi una busta rossa.

<>, mi chiesi prendendo la busta che aprì subito, dentro trovai un piccolo biglietto da visita ed una chiave con un’etichetta legata da una cordicella bianca. << che cosa significa tutto questo?>> volli sapere ma appena alzai lo sguardo lui era già scomparso nel nulla, non persi tempo e chiamai Perla e la informai dell’accaduto. <>

Arrivato a casa trovai Soul e Veronica addormentati, lui seduto sul divano e lei sdraiata appoggiata con la testa sulle sue gambe, svegliai Soul cercando di non farlo con Veronica. <> soul mezzo addormentato la prese di peso portandosela su per le scale, io rimasi a pulire quello che avevano lasciato per terra.

Finito di sistemare e privo di sonno mi sedetti in cucina a pensare, l’incontro con Ju era un cattivo presagio, nessuno sapeva nulla di lui, era apparso dal nulla qualche anno prima presentandosi alle tre famiglie come informatore dando prova delle sue affermazioni, io, Perla e Kyle ci eravamo incontrati varie volte con lui visto che parlava solo con noi quando doveva dare delle informazioni.

In tanti si erano chiesti cosa nascondesse dietro la maschera tranne noi tre, pensavamo che avesse le sue ragioni e perciò non facevamo domande, appariva e scompariva come un fantasma senza nome tranne quello datogli, “Ju” derivato dalla somiglianza di quel segno sulla maschera simile al dieci romano.

Allontanai i cattivi pensieri e mi andai a letto nella speranza che quella sensazione di inquietudine che mi stava attanagliando dall’incontro con Ju potesse scomparire.

Durante la notte non fu solo quella sensazione a tenermi svegli ma anche le fitte su tutto il corpo provocati dalla malattia, accompagnati da atroci incubi che mi frastornavano ininterrottamente per tutta la nottata, una delle notti peggiori che avevo mai fatto e sicuramente non l’ultima.

Il mattino seguente fu Soul il primo ad alzarsi svegliando sicuramente Veronica grazie a tutto il rumore che aveva fatto, per me invece che non avevo quasi dormito non fu così traumatico quel rumore di pentole. In corridoio incontrai Veronica in pantaloncini e canottiera ancora mezza addormentata che si lamentava sottovoce dei modi di Soul, scendemmo insieme e trovammo la colazione già preparata.

Anche se era una delle poche volte in cui Soul aveva preparato la colazione non avevo fame ma un assoluto bisogno di riposare, lasciai i due a mangiare e me ne andai in bagno a farmi una doccia per riprendermi un attimo, sotto l’acqua il bruciore della notte prima si affievolì quasi scomparendo mentre non lo erano le immagini di quei incubi che avevano contribuito a tenermi sveglio. Uscito dalla doccia qualcuno bussò alla porta insistentemente, pensai fosse Soul ma a mia sorpresa fu Veronica che mi spinse dentro entrando anche lei e chiudendo la porta. <>, chiesi di riflesso non del tutto lucido.

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Finito di prepararmi precedetti gli altri due e mi incamminai verso l’istituto ancora pensando alla visita di Ju la notte prima.

<> mi voltai notando la lussuosa macchina di Perla che mi si era affiancata. <>

<>, esorto la sorella più piccola.

Sulla strada verso l’istituto vedemmo l’enorme folla di gente che si incamminava per assistere al festival, erano molti di più del giorno precedente e tutto per il concorso che si sarebbe svolto prima dei festeggiamenti, io scesi poco prima di raggiungerlo, non volevo che qualcuno ci vedesse insieme.

Sulla strada incontrai Leona e Betty che sembravano di buon umore come d’altronde lo erano tutti tranne me. <>

<>, mi limitai a rispondere prima di essere fermato dall’arrivo di Soul e Veronica in moto.

<>, chiese Soul smontando dalla moto. <>

<>, disse porgendo la mano che incontro quella di Leona e più timidamente quella di Betty.

Fummo raggiunti da un gruppo di quattro ragazze della scuola, le stesse che mi avevano fermato per propormi di fare il giudice. <> Betty e Leona seguirono la ragazza mentre Soul scomparve nel nulla.

Io e Veronica fummo portati nei camerini per il cambio d’abito dei giudici, in totale eravamo in quattro, io, Veronica, il direttore e la dottoressa.

Ci cambiammo prima di essere affidati ai truccatori, dall’impegno che ci stavano mettendo tutti si capiva che ci tenevano molto a che tutto andasse per il meglio. Finito di vestirci e preparati come delle stelle del cinema lasciammo le quinte per prendere posto davanti al palco.

L’auditorio era ricolmo di gente, erano tutti venuti allo spettacolo che avrebbe dato fine al festival dell’istituto, arrivati in sala fummo accolti dalle acclamazioni degli spettatori rimasti all’oscuro fino a quel momento dell’identità dei giudici. <> la meraviglia di Veronica era pari alla quantità di gente che c’era. <>

Guidati da uno dei tecnici organizzatori arrivammo al banco dei giudici dove prendemmo finalmente posto e fummo annunciati ufficialmente al pubblico. <> il ragazzo prese una lieve pausa per creare suspense. <>, disse con enfasi indicando il basso e torchiato uomo di mezz’età che si alzò salutando la platea, il ragazzo aspettò un attimo prima di annunciare il secondo giudice. <> Veronica senza vergogna si alzò accogliendo con un gran sorriso gli applausi e le acclamazioni del pubblico maschile e in minor parte quello femminile.

<> a quel punto il boato divenne assordante, l’intera sala sembrava sul punto di scoppiare dalle urla animalesche ma la stessa dottoressa fece calmare le acque con la sua solita gentilezza ammagliante. << grazie per il vostro affetto, sono felice di essere qui, grazie ancora e spero che vi piaccia lo spettacolo>>, disse prima di prendere posto.

<> l’applauso fu più forte e carico di quello che mi sarei aspettato, mi alzai ringraziando e presi posto subito per far continuare al presentatore.

<> il presentatore si levò dal palco nascosto dal buio improvviso che precedeva la prima esibizione.

<< sono un po’ nervosa, non ho mai fatto il giudice in vita mia>>, mi rivelò la dottoressa sottovoce. <>

Dopo quasi un minuto di buio e silenzio il sipario venne aperto mostrando i concorrenti della prima esibizione, una band di cinque ragazzi dal look decisamente tenebroso, l’esibizione fu alquanto veloce ma intensa, lo si poteva capire dalle smorfie di sofferenza che il presentatore aveva manifestato per tutta l’esibizione, appena finito le luci vennero riaccese e furono puntati i riflettori su di noi, il direttore, veronica e la dottoressa erano rimasti un po’ sconvolti e si vedeva che non sapevano cosa dire, si guardarono l’un l’altro ma senza trovare un viso che fosse sicuro di quel che dire.

<> nessuno ebbe nulla in contrario e mi venne lasciato con un po’ di sollievo. <>, annuncio il presentatore dopo essersi ripreso.

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La sala cadde nel silenzio più totale ma il presentatore non si lasciò influenzare e fece andare avanti. << bene, se un altro giudice vuole dire la sua si faccia avanti.>> nessuno degli altri volle aggiungere altro perciò fu costretto a Congedare la band. << bene ragazzi sarà per la prossima volta, avanti con un altro.>>

<< sei stato molto schietto, pensavo ci andassi piano>>

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Le esibizioni andarono avanti per un un’ora e mezza circa prima della pausa, per fortuna quelli che si erano esibiti dopo erano stati più bravi dei primi e non fu richiesto tanto il mio intervento, la dottoressa aveva preso confidenza mentre Veronica sembrava un’esperta insieme al direttore.

Mentre gli altri giudici si confrontavano tra di loro fui preso da parte dal presentatore che mi porto dietro le quinte dove lo staff lavorava ininterrottamente.

<> a rispondere alla domanda arrivò Soul. <> le sue parole benché semplici non riuscivo a capirle.

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<> ritornai nella mia postazione cercando di rimanere calmo e concentrarmi sul lavoro da fare.

Per sfortuna mia i concorrenti che mancavano furono pochi e finirono tutti di esibirsi in meno di tre quarti d’ora portandoci a fare la classifica dei più bravi dopo poco, e neanche ci mettemmo molto, eravamo tutti d’accordo sui migliori, i quali vennero portati sul palco per la premiazione. I primi quattro erano direttamente premiati da un giudice, io ebbi l’onore di premiare il secondo posto ad una ragazza del mio stesso anno mentre il vincitore, un ragazzo della classe di Soul, fu premiato dalla dottoressa. Tutti e dieci vennero applauditi per il loro talento così come fummo applauditi noi giudici per il nostro lavoro.

<> mentre tutti si chiedevano chi fossero io mi avviai verso le quinte dove Soul già mi aspettava irrequieto. <>

Il sipario si aprì di nuovo e nell’oscurità della sala una luce cadde su di Soul che partì con il suo classico assolo di chitarra, le sue dita scorrevano tra le corde come acqua producendo suoni dolci ma decisi, in una melodia crescente per poi interrompersi al culmine in un silenzio secco, da tale silenzio emergeva in una lenta salita il suono cupo delle note del piano che si innalzavano fino ai tono della chitarra, per poi unirsi in un duetto in cui i suoni dei due strumenti si intrecciavano come due ballerini in un lento, una composizione scritta da Soul per Maia ma che si era trasformata in una amara e triste melodia che scioglieva il cuore e lasciava andare i sentimenti sulla cornice del piano e la malinconia della chitarra, una melodia scritta per evocare il ricordo di ciò che si è perso, un ballo a cui si era rimasti da soli. Avvolti dalla malinconia ci lasciammo guidare in quel mare di suoni che voleva il cuore per esprimersi, i due strumenti si incontravano, si lasciavamo e si riprendevano dando la massima espressione per finire con lunghe e solitarie note d’addio.

La melodia ebbe successo, appena alzammo li sguardi dagli strumenti il pubblico si alzò in piedi applaudendo, il sipario venne calato riportandoci dietro le quinte, i nostri compagni ci vennero a ringraziare. Il tutto fu un vero e proprio successo. <<è stato davvero un successo, nessuno si dimenticherà del festival di quest’anno, poco ma sicuro, grazie a tutti voi>>, ringraziai lo staff.

<<è merito tuo, dopo tutto ci hai riunito tu qui a fare di questa festa qualcosa di indimenticabile>>, risposero loro soddisfatti del risultato. << voi due siete stupenti, non pensavamo che foste così bravi, se aveste partecipato forse avreste vinto.>> Soul si prese tutti i complimenti ribadendo che non gli sembrava giusto nei confronti degli altri.

Ci separammo visto che dovevo cambiarmi, l’abito da giudice per quanto elegante era un po’ scomodo, andai in spogliatoio per cambiarmi. Con i miei vestiti mi sentì più a mio agio e molto più comodo, gli altri giudici mi vennero incontro seguiti da una discreta folla tra cui qualche concorrente.

<>, disse la dottoressa con una certa soddisfazione. <> lasciai la folla allontanandomi velocemente per andare da Soul, uscì dall’auditorio dove non si riusciva quasi a parlare dal casino che c’era e andai verso il cancello d’ingresso dove Soul mi doveva aspettare ma una chiamata sul cellulare smentì le mie speranze di trovarlo lì ad aspettarmi, diceva di tornare urgentemente a casa e dal tono sembrava una cosa seria.

Tornai a casa di corsa preparandomi al peggio, mi venne in mente la visita di Ju e di cosa sarebbe potuto succedere.

Arrivato finalmente accorsi dentro trovando Soul e Veronica seduti in salotto, <>, disse soul con un aria triste. <>, domandai preoccupato. << i miei mi vogliono a casa, ho il volo per domani pomeriggio, purtroppo vi dovrò lasciare>>, rispose Veronica dispiaciuta. Il dispiacere fu tanto ma soprattutto per Soul che sicuramente ne avrebbe risentito di più di me della partenza di lei. << non pensare di andartene così, prima che tu ci lasci voglio organizzarti una bella festa d’addio, almeno avrai un bel ricordo di noi.>>

<< ma io ho già un bel ricordo di voi e di questi giorni fantastici, non voglio disturbarvi tanto.>> a quel punto intervenne Soul a convincerla.

<>, disse con aria da superiore, un atteggiamento che Veronica odiava.

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<< non ti preoccupare, ho invitato Leona, Betty. Saranno qui da noi questa sera verso le otto.>>

<>, disse Soul prendendola per una mano e uscendo di corsa, io lo seguì a ruota. Sapevo dove voleva portarla perché erano gli stessi posti in cui mi aveva portato appena arrivai qui, una vecchia sala giochi ancora attiva, un acquedotto aperto dove di notte facevano le gare, il piccolo parco divertimenti a fine città e infine il suo posto preferito in assoluto, da cui si godeva di un ottima vista.

Arrivammo alla cima di una collina poco fuori città, era un posto abbastanza isolato in cui nessuno andrebbe mai a parte un vecchio signore e il suo carretto che faceva foto ricordo a quei pochi che andavano a godersi quella vista. Osservammo il sole mentre stava tramontando, la vista della città era spettacolare, le sfumature di rosso che l’avvolgevano le davano un’aria così sontuosa e particolare, Veronica ne rimase affascinata come una bambina. La abbracciammo forte tra noi due facendogli sentire quanto la sua visita fosse stata meravigliosa.

<>, disse allontanandosi di corsa, ci fidammo e restammo immobili.

<>, chiese Soul fissando il tramonto con sguardo rattristito.

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<>, disse Veronica abbracciandoci all’improvviso, subito dopo seguì il flash di una fotocamera, l’anziano signore sembrò soddisfatto del risultato, aspettò qualche secondo prima i darci la foto.

<<è venuta benissimo, voi due siete venuti bene mentre io sembro un’assalitrice. Mi mancherete tanto.>>

<>, disse Soul vedendo che il sole era già tramontato e la città stava lentamente oscurandosi, una strana sensazione mi trapassò il corpo come una freccia, era come se fossimo osservati ma svanì subito perciò non ci feci molto caso.

Per tornare indietro dovemmo passare davanti ad un edificio abbandonato, presumibilmente un vecchio centro di ricerca ormai nelle mani della natura, la strana sensazione di prima ritorno ancora più forte come se le presenze fossero molte di più e ci seguissero dalle ombre crescenti della notte crescente.

Soul e Veronica si fermarono improvvisamente, davanti a loro erano apparse tre persone in divise dai toni rossastri, le riconobbi all’istante, le stesse di coloro che avevano portato via la madre di Soul, non c’era tempo da perdere, sicuramente erano venuti per lui. <>, gli urlai mettendomi davanti a loro ma venni colpito alla nuca e caddi a terra, altri due uomini mi bloccarono a terra mentre un terzo mi iniettò qualcosa, venni lasciato subito dopo ormai impossibilitato a muovermi.

Soul venne anche lui bloccato mentre cercava di aiutarmi, solo Veronica era rimasta libera d’agire ma dal suo comportamento era chiaro che quelle persone non erano estranei per lei.

<>, chiesi combattendo per non perdere conoscenza.

<> alcuni degli uomini in divisa si avvicinarono ma sulla loro strada comparì Ju che mi raccolse e mi postò via come un sacco di patate, l’ultima immagine di quella scena fu la vista di Soul che veniva portato via e alcuni di quei uomini che ci inseguivano.

Ripresi conoscenza in ospedale, in una stanza luminosa, sentivo la testa farmi male e appena me la toccai sentì del tessuto avvolgermela. Mi guardai attorno sconvolto, il cuore a mille, le ultime immagini che ricordavo erano mio fratello e Veronica che se ne andavano con il proprio seguito. Mi alzai di scatto volendo andarmene ma venni fermato dalle vellutate e delicate mani di Kimiko, il suo sguardo sembrò pieno di gioia, mi prese per il collo abbracciandomi con tutte le sue forze. <>, disse quasi in lacrime, a pochi passi più indietro Marco guardava la scena rasserenato ma non di certo contento della situazione. << perché sono qui? Perché ci siete anche voi? Quanto tempo sono rimasto svenuto?>>

<>, disse Kim cercando di farmi calmare ma non ci sarebbe riuscita, per la prima volta.

<>, disse Marco rompendo il suo silenzio andando incontro allo sguardo rabbioso di Kimiko. <>

Il mio primo pensiero al rendermi conto del tempo trascorso su quel lettino inerte fu che avevo perso troppo tempo, dovevo agire il prima possibile e senza farmi scoprire da Kim o Marco.

<> Kim non ebbe nulla da obbiettare, mi diede un altro lungo abbraccio e uscì dalla stanza.

Marco si avvicino al lettino mentre io mi rialzai per sgranchirmi. <>

<< non c’è bisogno che tu me lo dica, lui è mio fratello e lo troverò a qualunque costo, abbi cura di lei mentre non ci sono. Portala a casa e non tornate fino a domani.>>

<> il sentire il suo nome mi riportò a quelle ultime immagini, quel suo sguardo di superiorità mentre portava via Soul mi provoco un’ondata di odio che feci fatica a nascondere.

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Mentre la notte scendeva sulla città e dalla finestra osservavo le prime stelle sbucare nella notte, la sua presenza si fece palese all’interno della stanza. <>

Il silenzio di Ju che segui alla mia richiesta quella volta mi fece uscire di me, non avevo tempo da perdere e se non si sarebbe deciso a parlare lo avrei convinto io.

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Non lo sentì parlare ma fare un’altra cosa che sorprese alquanto, per la prima volta lo vidi togliersi la maschera che portava, alla luce tenue che filtrava dalle vetrate della stanza vidi il suo volto per la prima volta in sette anni.

Era giovane, si sarebbe potuto dire che non aveva più di venticinque anni, un viso pulito, da modello, lunghi occhi di un giallo elettrico innaturale che facevano da padroni sulla carnagione chiara del viso, lunghi capelli nero pece gli arrivavano fino alle spalle e un ciuffo gli copriva parte del viso, oltre l’occhio sinistro.

Il suo sguardo mi analizzo per qualche secondo come cercando una mia qualche reazione al suo aspetto ma sembrò alquanto deluso al non vedermi alterato.

<> dal suo viso non traspirava alcuna emozione nel dire quelle parole dal significato oscuro. <>, disse prima di rimettersi la maschera e uscire dalla porta, senza indugio alcuno presi i miei vestiti e lo seguì.

La notte era scesa in fretta e dopo essere scappati dall’ospedale con l’ausilio delle tenebre ci allontanammo per strade poco frequentate coperti dalla poca illuminazione.

<>, domandai per spezzare quel silenzio che mi stava innervosendo.

<Hanzo.>>

<>, lo minacciai rabbioso, Ju si scusò subito sempre con quel suo tono innaturale. << non volevo offenderti, ma non si può negare la verità, è quello che sei diventato, comunque perdona la mia insolenza.>>

Il tempo peggiorò e si mise a piovere all’improvviso, tuoni e fulmini accompagnavano la mia dolorosa marcia, non avevo preso la medicina e stavo iniziando a patirne i sintomi, la pioggia maschero i miei gemiti di dolore lungo il nostro cammino.

Il non aver preso la medicina stava mirando decisamente al mio fisico ma non mi avrebbe sicuramente fermato, continuai a stare dietro Ju come se fossi la sua ombra cercando di sopportare il dolore lancinante che mi divorava da dentro.

Ci fermammo davanti al edificio dove li avevo visti per l’ultima volta, un luogo malandato, ricoperto di rampicanti e in decadimento, un lampo lo illumino per un secondo e il quel piccolo lasso di tempo uno strano e quasi palpabile senso di vuoto mi prese il cuore, qualunque cosa ci fosse lì era come se mi attirasse.

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Come un’ombra gli stai dietro senza perderlo di vista nonostante il folto buio ci avvolgesse, qualche scatto di luce dei lampi ci dava una fugace vista del posto desolato e governato dalla natura in cui ci eravamo imbarcati. Man mano che si addentravamo nel cuore morente di quel edificio, la sensazione divenne sempre più soffocante e il dolore più acuto, tanto da non poterlo nascondere così bene da non farlo notare alla mia guida.

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Lasciammo alle spalle l’enorme giungla che quel posto era diventato per addentrarci tra i corridoi di acciaio dei sotterranei, i nostri passi come fari erano gli unici rumori che spezzavano lo schiacciante silenzio dell’atmosfera. Il mio corpo iniziò a pesare come un macigno, tanto che dovetti appoggiarmi al muro per continuare a camminare cercando di stare dietro a quel uomo mascherato, il suo sguardo per un istante, oltre quella maschera mi attraverso il corpo, come se ancora una volta mi stesse analizzando per capire ciò che albergava in me, cosa provassi e che cosa mi spingesse ad andare avanti. << sei come mi aspettavo.>> si limitò a dire prima di voltarsi e continuare a camminare.

Una luce verdastra avvolgeva e illuminava l’intera stanza, piccoli paletti luminosi messi in cerchio attorno ad un’enorme macigno dalla forma di un enorme blocco rettangolare, davanti a quel colosso il senso di vuoto divenne un vortice che lentamente mi stava travolgendo verso il suo centro, quel macigno.

<> detto ciò fece qualche passo indietro e mi invitò a farmi avanti.

Attraversai il cerchio di luce quasi zoppicando mentre ansimavo visibilmente, arrivato al macigno mi appoggiai un attimo per riposarmi e vederlo meglio. Era qualcosa di impressionante, non era di roccia ma di un metallo molto resistente, sulla superficie decine di incisioni ormai divenute quasi impercettibili se non al tatto e in mezzo un solco che la attraversava verticalmente a cui lati erano incastrati due enormi maniglioni recisi da decine di solcature che gli davano la capacità di tagliarmi le mani, mentre gli tiravo verso di me con tutte le forze che avevo in quel momento.

Il sangue sgorgava come acqua dalle foglie in una giornata di pioggia scendendo lungo le mani fino al polso per poi cadere come sabbia di una clessidra a terra contando i secondi sanguinosi del mio sforzo, un rumore più simile ad un urlo mascherato da uno stridio accompagno quei piccoli passi indietro tanto dolorosi quanto necessari, le due enormi porte iniziarono ad aprirsi nello splendore dell’oscurità che racchiudevano.

Il mio intero corpo fu tanto teso da non accorgersene che il doloroso sforzo era appena cessato, fremeva e palpitava come un cuore voglioso di vivere mentre osservavo le mie mani appoggiate al pavimento avvolte da una piccola pozza di quel sangue dal colore innaturale.

<> mi rimisi in piedi a fatica appoggiando alle gambe finendo per sporcarmi di sangue anche i vestiti, alzai lo sguardo verso Ju il quale mi allungò un lungo borsone nero come la sua maschera.

<< forse ti potrebbe essere utile, c’è tutta la tua roba e in più quel dono che ti ha fatto la famiglia.>> guardai dentro il borsone comprovando che c’era tutto, anche il regalo di Kim, era unico nel suo genere, mi era stata donata da lei in nome della famiglia come segno del fatto che ero uno di loro, uno della famiglia.

<> mi avvicinai alla porta spalancata e sul suo orlo di oscurità mi lasciai cadere come se mi lanciassi da un aereo, per qualche ragione sapevo che ciò che nascondeva quella porta era un vuoto infinito che mi avrebbe accolto e così fu, la tenue luce verde venne inghiottita alla mia vista da quella calda oscurità in quella che sembrava un infinità discesa dei sensi, attanagliati da un immenso dolore che mi corrodeva dall’interno.

VI

UN NUOVO MONDO

Lentamente e faticosamente mi rialzai da terra, la sentivo fresca sulle mani mentre si sgretolava, una forte e calda luce mi circondava. Aprii gli occhi focalizzando lentamente il lembo di terra rossiccia su cui ero sdraiato, poi mi guardai attorno vedendo solo alti e folti alberi tutt’attorno che emanavano un fresco profumo primaverile, per qualche istante mi sentii come soffocare, come se quell’aria fosse fin troppo pura, fin troppo carica di ossigeno per qualcuno abituato a ben altra aria.

Quando provai a rimettermi in piedi quasi caddi all’indietro dallo slancio che mi diedi finendo per sbattere contro un grosso albero dalla corteccia liscia, nonostante il duro colpo non sentii nessun dolore come se avessi sbattuto la testa contro una piuma, che era anche come mi sentivo io, una piuma. Mi sentivo di una leggerezza innaturale, le mie mani, le mie gambe, il mio corpo, tutto di me sembrava fendere l’aria e la terra vincendo contro una delle grandi forze vincolanti, l’attrito.

Una volta datomi una misura sul muovermi potei concentrarmi su altro, la vegetazione era molto particolare, dai colori vivaci e dalle forme irregolari, più simili a quelli di un quadro surrealista che a quelli conosciuti nella realtà, tutti quanti però avevano una cosa in comune, non ne conoscevo neanche uno.

Presi quello che era arrivato con me e me lo caricai in spalla, come aveva detto JU, di tempo non ne avevo e se non lo avessi incontrato al arrivo dovevo andare avanti da solo, e così avevo intenzione di fare.

Osservai con attenzione ogni cosa che mi circondava mentre cercavo una qualche strada o sentiero in mezzo a quella vegetazione, convincendomi sempre di più che ovunque mi trovassi ero molto lontano da casa, solo Ju sapeva in che posto o mondo mi trovassi e di lui non si vedeva la minima traccia, una domanda però mi sorgeva spontanea, come potevo trovarmi in un posto simile, come poteva essere che da quel posto abbandonato, da quella porta si potesse arrivare in un tale posto.

Continuai a camminare e come pensavo nonostante il peso consistente del borsone non provavo nessun fastidio o sintomo di stanchezza nel portarlo, era quasi senza peso, trassi le mie conclusioni in silenzio intanto che cercavo di uscire da quel concerto di sfumature prismatiche in cui ero precipitato.

Finalmente uscì da quella prigione all’aperto finendo in quello che era in tutto e per tutto un vecchio sentiero costeggiato dalla vegetazione, era solo una striscia di terra battuta larga non più di tre metri ma sicuramente portava ad una città o qualcosa di simile, ma non sapendo in che direzione dirigermi ero rimasto fermo a riflettere, mi serviva un indizio, una prospettiva diversa.

Per capire cosa fare mi arrampicai su uno dei tanti alberi per osservare meglio l’ambiente circostante, come pensavo non fu tanto difficile, qualche secondo e mi ritrovai a più di dieci metri da terra su un grosso ramo ad osservare l’enorme oceano verdognolo da cui però sbucava un faro di civiltà, dalle dimensioni doveva essere una specie di villaggio ma era più che sufficiente.

<>, mi chiesi scendendo dai dieci metri in un balzo senza però risentire del contraccolpo. Scesi diretto a valle verso il villaggio sperando di arrivarci prima che quel così luminoso sole biancastro tramontasse oltre la vegetazione per chissà quanto, il camino era alquanto tortuoso e in alcuni punti disconnessi e visto che non vedevo nessuno doveva essere poco usato, il che mi preoccupo non poco. Continuai a scendere mentre attorno a me sentivo sempre più forte la sensazione di essere osservato e seguito, e con il tramonto ormai quasi al suo compimento non restava molto prima che la notte mi privasse della vista in quel luogo così pieno di misteri.

Dopo un po’ il fatto di non vedere niente tranne alberi inizio a darmi un po’ sui nervi, nonostante continuassi a scendere accelerando il passo fino a quasi correre la meta sembrava non arrivare mai finché non senti degli strani rumori tra gli alberi, era finalmente la conferma dei miei sospetti, un qualche animale in cerca di cibo. Ad un certo punto la lunga scia di alberi si arresto sull’orlo di una specie di piccolo dirupo che andava giù per qualche decina di metri su un forte torrente, la vista mi permise di individuare quanto mi mancava ad arrivare e a mio sconforto la strada che stavo percorrendo mi aveva allontanato dal villaggio, fu più fastidio che rabbia quello che provai.

Mi sedetti sull’orlo per riposarmi un po’ del inutile sforzo che avevo fatto, dall’erba senti innalzarsi quelli che in tutto e per tutto erano dei ringhi, mi voltai subito per capire di cosa si trattasse, e me li trovai a qualche metro di distanza mentre uscivano dalla vegetazione. Erano enormi, robusti e con zanne enormi, sembravano lupi ma la loro pelliccia era più folta, li si poteva definire grossi ibridi canini, erano più grandi di qualsiasi cane o lupo quasi quanto un uomo e sulla fronte avevano uno strano marchio che brillava di un verde chiaro, non erano decisamente esseri normali e da come mostravano le zanne neanche in cerca di amicizie, gli sguardi di quegli esseri erano puntati su di me, ero la loro cena e mi guardavano divorandomi già con gli occhi. Mi alzai lentamente prendendo le mie cose e legandomele ben strette, adocchiai velocemente la via di fuga verso valle prima di scattare.

Si poté dire che li fece mangiare la mia polvere perché fu letteralmente così, ad ogni passo, ad ogni affondo che feci sul terreno sollevai una notevole quantità di polvere e terra dandomi una grande spinta quasi mangiandomi la strada eppure loro non si arresero, mi stavano alle calcagna benché facessero fatica, cambiai di colpo direzione andando perpendicolare alla traiettoria che avevo preso all’inizio creando un grosso solco e buttandomi in mezzo alla foresta dove avrei potuto usarla mio vantaggio per seminarli.

Il piano non riuscì più di tanto, la foresta era casa loro e la conoscevano a memoria, ma un piccolo vantaggio riuscì lo stesso a guadagnarlo, correndo e abbattendo ciò che mi si parava davanti creavo anche un percorso per i miei inseguitori affamati, che lentamente si avvicinavano minacciosamente, uno squarciò nella vegetazione fu come un faro in mare aperto, mia aggrappai ad un albero per lanciarmi fuori dalla vegetazione finendo però col farlo crollare ma raggiungendo comunque il mio proposito, mi trovai di nuovo sulla strada di terra battuta distanziato dai miei inseguitori che ebbero qualche intoppo ad uscire da uno spazio così stretto, il che mi diede una decina di secondi di vantaggio che sfruttai continuando a correre sperando nell’aiuto di qualcuno.

Arrivai ad una curva oltre la quale sperai di trovare un qualche tipo di aiuto ma ci trovai solo una persona che stava salendo lungo la strada con qualche difficoltà nel portare il proprio carico, sembrava affaticata, non riuscì a capire come fosse perché indossava un lungo mantello marrone che la copriva completamente, ma una cosa era sicuramente chiara, non sarebbe riuscito a mandar via i miei feroci inseguitori.

<>, gli urlai mentre mi avvicinai ma non sembro capirmi, e rimase come un albero immobile e silenzioso.

<> ma ancora una volta non sembro capirmi, sicuramente non capiva quello che gli stavo dicendo, nel frattempo gli inseguitori erano sbucati alle mie spalle ancor più feroci di prima, la bava sgorgava dalle loro fauci come schiuma da una bottiglia di champagne.

Arrivai a raggiunger lo strano individuo che non capiva la mia lingua incitandolo ad andare via, a gesti, scuotendolo e indicandogli i mostri che si stavano avvicinando ma lui rimase impassibile con lo sguardo nascosto da quella lunga cappa, non fece una piega al vedere quei mostri forse, pensai tra me, si era subito rassegnato al suo destino ma non potevo assistere a qualcosa di simile, lo caricai come un sacco di patate in spalla correndo per quanto mi era possibile, ma non ci volle molto prima che ci raggiunse il più grosso delle bestie, quello dalla pelliccia nero pece, il suo fiato mi inumidì il collo e la sua bava mi infradiciò la spalla sinistra, era sul punto di azzannarmi.

Il colpo riecheggio come un ramo spezzato mentre le ossa si frantumavano, piedi affondati nel terreno, mani l’una nell’altra che spingevano il gomito sinistro contro lo sterno nel mostro come fosse la testa di un ariete, affondando come coltello nel burro, il suo gemito precedette il suo schianto contro un suo simile a un paio di metri dietro di noi, gli altri, confusi si fermarono vedendo il loro capo atterrato, cominciai a sanguinate dal braccio, quel essere poco prima di essere spazzato via era riuscito ad affondare gli artigli sulla mia carne procurandomi lunghe e profonde ferite al braccio sinistro.

Feci da parte il mio ostaggio mettendolo dietro le mie spalle, tirai fuori dal borsone il prezioso dono di Kim, custodito nel suo ben incatenato fodero, impugnandolo come una spada contro le due bestie ancora in piedi accanto ai due compagni abbattuti, i loro sguardi di fuoco, furenti erano essi fissi su di me mentre si muovevano a cerchio attorno a noi due alla ricerca del momento perfetto per attaccare. Il primo di loro balzo all’attacco, io mi spostai a destra velocemente di pochi centimetri, sufficienti a schivare il colpo e perfetti per sferrare un fendente colpendolo sul fianco sinistro con forza tale da lanciarlo in mezzo ai cespugli, il suo ringhio di dolore precedette l’attacco del secondo di loro che sembrò voler caricarci come se fosse un toro e non una bestia canina.

Non persi la concentrazione e misi tutta la mia attenzione su di lui ma senza pendere di vista il primo che benché a terra poteva comunque rappresentare un pericolo, mi spostai ancora allontanandomi dal malcapitato civile sperando che il mostro se la prendesse con me, ma il colosso grigio punto dritto contro il povero viandante che ancora una volta giaceva a terra impotente, nel frattempo i due colpiti per primi si ripresero puntando anche loro al civile.

A quel punto dovetti agire velocemente, come una lancia scagliai l’arma contro il più vicino al civile dei tre nostri prendendolo in testa e facendogli perdere conoscenza, rimasto senza armi mi schierai a difesa del malcapitato mettendomi tra lui e i due mostri ancora coscienti, all’unisono partirono all’attacco puntando questa volta me, l’unico ostacolo tra loro e la cena. Riuscì a malapena a colpirne uno sul muso che l’altro mi morse alla spalla buttandomi a terra per finirmi, lo colpii quattro o cinque volte sullo sterno prima che dolorante lasciasse la presa allontanandosi ferito prima di subire ulteriori danni, ferito e stanco come il suo branco finalmente si decisero a demordere e se ne andarono via non senza qualche sguardo di minaccia prima di scomparire nella vegetazione.

Con un po’ di fatica mi rialzai da terra cercando di fermare l’uscita del sangue dalla spalla e dal braccio mentre controllavo che se ne fossero veramente andati. Aprii il borsone tirando fuori qualche benda che avevo e mi tamponai le ferite avvolgendole per bene, purtroppo non ne avevo abbastanza per medicare sia il braccio che la spalla perciò decisi di medicare la seconda e stringere i denti, il fatto che facesse male ogni minimo movimento era la prova che avevo stretto bene la fasciatura, solo allora senti la voce degli uccelli fino a quel momento zittiti dallo scontro, il fruscio del vento sugli alberi accompagnare le ultime luci del tramonto, divenne tutto così calmo tanto da far sembrare che l’incontro con quei mostri non ci fosse stato.

Mi ricordai che non ero da solo, la strana persona a suo malgrado finita nello scontro stava lì ferma a terra con dei borsoni poco lontano da lui, sembrava ansimasse e continuava a toccarsi la caviglia destra probabilmente slogata, provai ad avvicinai per verificare, dopotutto quello che aveva passato era colpa mia ma come un animale spaventato si ritraeva diffidente, dovetti aspettare qualche minuto e trattarlo con modi gentili e lenti per far capire che non volevo fargli del male, così dopo un po’ mi lasciò fare, la caviglia esile e vellutata era visibilmente arrossata e gonfia, sicuramente non avrebbe potuto camminare se non fosse stata aiutata.

La mia non era solo un’ipotesi ma una certezza, sotto quella cappa si nascondeva una ragazza, dalla corporatura lo appariva ma la conferma fu quella caviglia così piccola rispetto a quella di un ragazzo, ne ero assolutamente certo ma non dissi nulla, ci doveva essere un motivo se nascondeva la sua natura.

La notte arrivò in picchiata prendendoci alla sprovvista, non potevamo muoverci nel buio e in più feriti, perciò eravamo forzati ad accamparci per la notte sperando di sopravvivere fino al giorno seguente, facendola appoggiare a me ci spostammo in una zona più riparata da attacchi di altri animali, vicino ad una parete di alberi caduti avvolti da enormi rampicanti, le loro foglie rilasciavano una tenue luce azzurrina fosforescente che attivò molti insetti luminosi, un vero spettacolo per gli occhi e un piacevole ronzio per le orecchie.

Strappai qualche pezzo di corteccia e qualche ramo accendendo un piccolo falò più per dare calore che per fare luce, a quella pensavano gli insetti, fu decisamente facile e veloce in un aria così carica di ossigeno e l’ausilio di un accendino, un’enorme fiammata rossa rubino precedette le più tenue e inoffensive lingue di fuoco che si innalzavano verso il cielo nelle loro modeste dimensioni.

Un freddo vento avvolse il sottobosco cogliendo anche noi nella sua morsa, a quel punto quel piccolo calorifero luminoso si dimostro vitale, il cielo dalle sfumature di nero bluastro su cui spuntavano come fiori le splendide stelle accompagnatrici di una possente luna di latte mi riempirono il cuore di una immensa serenità e calma, donandomi la calda sensazione di casa. L’infortunata, rimasta un po’ in disparte avvolta dal suo mantello e dal silenzio si avvicinò al falò non solo per riscaldarsi ma anche per analizzare meglio l’accendino che avevo usato per il fuoco, provò ad accenderlo finendo col scottarsi un paio di volte ma non sembro importargli, la lasciai divertirsi e ritornai al mio cielo e a qualche riflessione del momento.

Non sapevo dove mi trovassi ma l’idea di non essere sulla terra non mi sembrò tanto difficile da contemplare, dopotutto ero uno dalla mente aperta, qualunque posto fosse non mi importava se fosse sulla terra, poteva essere l’inferno stesso ma a qualunque costo sarei riuscito a riportare Soul a casa.

Mi venne riofferto il mio accendino ma lo rifiutai facendogli capire a gesti che glielo regalavo, da come reagì parve molto felice del dono, il che rallegrò anche me facendomi ripensare a colei che me l’aveva regalato, Sasha, l’assistente di Kimiko e una mia grande amica, era di qualche anno più grande di me e quando non lavorava uscivamo a divertirci, mi è stata molto vicina nei momento difficili e quell’accendino ne era la prova simbolica. Poco dopo la ragazza prese sonno e non ci volle molto che anch’io la seguissi, il dolore e la stanchezza erano dei perfetti sonniferi per me che a loro avevo riservato un posto fisso nella mia quotidianità.

Incubi, sempre gli stessi assillavano la mia testa, immagini, frammenti di ricordi, di persone e poi sangue, le mie urla in preda al dolore, il freddo e la fame, tutto ogni giorno per mesi in quella prigione in mezzo ad una perenne tempesta per mesi, solo l’intendo di mantener in vita la ragazza che era con me mi spingeva ad andare avanti nella speranza di esser salvati.

Il sole caldo filtrava tra gli alberi portando un’aria calda accompagnata da i cinguettii degli uccelli, mi rialzai non senza qualche difficoltà ma trovandomi una bella sorpresa, il braccio sinistro era stato bendato con molta cura, notai che era una stoffa molto particolare e da quel che intravidi proveniva senza dubbio dal vestito nascosto della ragazza. Spensi quello che rimaneva del fuoco e svegliai la mia compagna di disavventure, nonostante cercasse di non darlo a vedere fece fatica a rialzarsi con la caviglia fuori uso e non passo molto prima che cadesse a terra, colsi l’occasione per controllarla e notai subito l’accrescimento del gonfiore, era certo che non sarebbe riuscita a camminare.

Presi le sue cose e le legai insieme al mio borsone mettendomeli dalla parte del petto mentre lasciai la schiena libera per la ragazza, prima che potesse contestare in qualche modo la caricai comprovando che non sentivo il suo peso più di tanto, com’era successo con il borsone il giorno prima ma nonostante quello non andavo sicuramente leggero come una piuma, nella scelta su da che parte andare fu la ragazza a guidarmi come fossi un cavallo diretto verso l’alto.

Ci dovemmo fare quella salita che il giorno prima avevo percorso cercando di scappare da quei mostri, i Gèvaudan, come li avevo chiamati ricordando una vecchia storia francese. Fortunatamente il viaggio fu particolarmente tranquillo e nessun animale cerco di ucciderci o farci male che era già una cosa molto positiva dal mio punto di vista, man mano che ci avvicinavamo alla cima la ragazza divenne sempre più impaziente, probabilmente ci doveva vivere qualcuno che conosceva bene, un altro segno sul fatto che ci doveva vivere qualcuno era la strada che ad un certo punto non fu più in terra battuta ma trasformata in una ripida e lunga scalinata di granito, arrivati alla cima fui alquanto sorpreso nel vedere che lì era situato un enorme tempio in un vasto terreno ben livellato e curato, feci scendere la ragazza ridandogli le sue cose mentre rimasi ad osservare quel luogo da dove mi trovavo.

Lo stile della struttura era decisamente orientali con tratti antichi e sontuosi composta da tre edifici disposti attorno all’arena centrale e nonostante l’enormità non vidi o sentii anima viva aggirarsi in quel posto, decisi di seguire la ragazza che zoppicando sicuramente avrebbe trovato qualcuno, non ci volle molto che il rumore di passi riempisse il silenzio di tensione che c’era nell’aria, due tizi con indosso una tunica crema con dei ricami vagamente fiorali sbucarono da una porta scorrevole dal edificio alla nostra destra, non sembravano per nulla pericolosi e andarono subito incontro alla ragazza gioiosi nel rivederla, si scambiarono qualche parola in una lingua che non conoscevo ne avevo mai sentito ignorando completamente la mia presenza.

I due uomini notarono la slogatura della ragazza che aveva alla gamba, uno di loro prese la ragazza in braccio portandola dentro l’edificio principale mentre l’altro mi venne incontro sorridente, appena a portata di tiro inizio a parlare in quella strana lingua gesticolando vistosamente ma senza rendersi conto che non capivo una parola di quello che diceva, lo dovetti fermare e a gesti fargli capire che non conoscevo la sua lingue, per fortuna era uno sveglio e capì al volo, l’uomo mi indico l’edificio dov’era stata portata la ragazza invitandomi a seguirlo, presi la mia roba e fiducioso lo seguì.

Percorremmo un lungo corridoio tempestato da innumerevoli porte scorrevoli finendo in una trama di altri piccoli svii fino a giungere in una grande sala illuminata solo da centinaia di candele appese alle alte mura accompagnate da decine di dipinti su pergamena antica, i quali spiccavano su quelle pareti marrone chiaro, una grossa statua occupava la grande facciata della stanza, rappresentava sette possenti creature dall’atteggiamento superiore e distaccato che osservavano una sfera sorretta da un lungo ed esile tronco d’albero quasi come fosse un pianeta, l’intera opera era stata curata nei minimi dettagli e forgiata sicuramente da un uomo molto abile, ai piedi della statua un piccolo altare di legno su cui era posato una pergamena con un disegno ancora da finire e una decina di piccoli gusci con dei colori liquidi al loro interno, l’uomo in tunica mi fece sedere vicino all’altare intimandomi ad aspettare.

Poco dopo il monaco rientro accompagnato da un anziano signore con una veste più complessa e ricamata piena di particolari e diversi tagli di stoffa di bianco e rosso, si capiva chiaramente doveva essere lui l’abate di quel luogo, aveva una lunga barba bianca, folta e liscia, occhi coperti dalle innumerevoli rughe e dalla fronte lasciata allo scoperto da una testa priva di capelli, l’anziano signore fece un segno con la mano per mandar via il discepolo che dopo un lieve inchino del capo ci lasciò, l’anziano prese posto dall’altra parte del altare davanti a me, iniziò a parlare in un’altra lingua rispetto all’uomo che mi aveva accolto ma quando capì che non lo comprendevo si zittì un attimo e meditò qualche secondo.

<< ti ringrazio per quello che hai fatto per quella ragazza, posso sapere il tuo nome ragazzo?>>, disse all’improvviso abbassando lievemente il capo in segno di ringraziamento, aveva uno strano accento che faceva notare che non usava molto quella lingua così antica, rimasi sorpreso ma anche sollevato di poter comunicare con qualcuno.

<> l’anziano ci mise qualche secondo a formulare la risposta.

<> l’anziano notò le ferite e insistette per farmi medicare come si deve e per sapere chi fossi e come fossi arrivato lì.

<> l’anziano non sembro per nulla sorpreso della mia domanda e rispose con grande naturalezza.

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Nonostante il compito sembrasse impossibile riuscirono a guidare quel mondo che divenne pieno di energia e di vita, un paradiso terrestre in cui i figli banditi riuscirono a sentirsi a casa ma anche in un paradiso come quello il male riuscì a raggiungerlo, i figli delle grandi guide di Raicos orgogliosi del loro mondo vollero divenire le guide dell’altro mondo, di cui volevano appropriarsi per diventarne le guide, diventarne gli dei. La prima porta venne aperta allora e sulla terra giunsero gli dei, esseri longevi dai poteri mistici, capaci di domare gli elementi e che si posero a sostituzione del creatore, i figli banditi dovettero ancora una volta intervenire nelle faccende della terra e la lotta ebbe inizio, Dei contro i loro genitori, i Titani, fu un’aspra e dura battaglia che però vide i titani, così lontani dal loro mondo, privi della grande forza che possedevano una volta, gli dei li cacciarono su Raicos chiudendo la porta tingendola col sangue del suo creatore, Tartaro, finendo così col dominare sulla terra. I titani sconfitti non poterono che sperare che le sorti della terra venissero decise dai loro fratelli alati e da coloro che una volta avevano giudicato, gli umani. Questa ragazzo è la storia della nascita del nostro mondo, la nascita di Raicos.>>

<> l’anziano si prese qualche istante di meditazione cercando nella mente qualcuno che potesse corrispondere alla descrizione.

<<è per lui che sei venuto fin qui ragazzo, devi volergli molto bene, aspetta qui chiederò ai miei studenti se sanno qualcosa, abbi pazienza.>> l’anziano si alzò lentamente e mi lasciò solo nella sala per qualche istante, nell’attesa mi alzai e osservai più da vicino l’enorme statua dei sette colossi, erano come nel racconto del vecchio saggio, simili a creature della terra ma allo stesso tempo così diverse, dall’aria sontuosa e forte come a voler proteggere quella sfera che rappresentava il loro mondo.

L’anziano signore tornò poco dopo e si risedette nel suo posto invitandomi ancora una volta a fare lo stesso. <>

<>, chiesi travolto dalla speranza ma anche dall’impazienza.

<>

<>

<>

<> volli saperlo alzando il tono della voce quasi a far diventare quella richiesta un ordine ma mi ripresi subito. <>

<< è successo molto tempo fa, in vostri tempi… è successo sette mesi fa, non so da quanto tempo è stato portato via ma credo che non sia passato così tanto dall’espressione della tua faccia.>> non potei nascondere la mia sorpresa ma neanche farmi prendere dal panico, anche se per me erano passati solo sette giorni e su quel mondo sette mesi potevo ritenermi soddisfatto delle informazioni raccolte, comunque dovevo muovermi alla svelta, il margine di distacco era elevato.

<>

<> a quelle sue prime parole mi scappo un leggero sorriso, << bè, nel mio caso le ferite fanno proprio così>>, dissi tra me in sottovoce.

<> l’anziano si rialzo di nuovo con un po’ di fatica e io lo seguì a ruota.

<>, disse lui facendomi strada tra quel labirinto di corridoi.

<>

Era una modesta stanza quasi priva di mobili composta da due sezioni, c’era solo un armadio, un comò e un basso tavolo ovale, le pareti tappezzate di pergamene e disegni, dall’altra parte della stanza la parete era sostituita da due porte scorrevoli di legno posta affianco ad un basso e grande letto, aprì le porte e mi trovai in quello che doveva essere il giardino interno, era ben curato e rigoglioso di fiori e albero ricolmi di frutti che facevano da contorno ad un piccolo laghetto proprio al centro dell’oasi di colori, la cosa strana fu l’assenza di persone in un luogo così incantevole, era un po’ sospetto.

Visto che sarei partito il giorno seguente non sprecai tempo a sistemare la stanza ma cercai qualcosa da mettermi per non dare troppo nell’occhio, i miei vestiti rispetto alle loro tuniche erano decisamente fuori luogo, per mia fortuna nel armadio trovai qualcosa che mi sembrò passabile anche se dovetti modificarlo un po’ visto che non ero del posto in qualche modo dovevo distinguermi.

Qualche minuto dopo arrivarono a bussarmi alla porta, era un signore dai capelli corti e abbastanza esile, era uno dei monaci che mi annunciò che il maestro Mono mi aspettava in quello che definivano il salone dei pasti, seguì l’uomo fino alla grande sala dove mi lascio alla porta invitandomi ad entrare prima di allontanarsi e sparire nella trana dei corridoi, entrai dentro ma non trovai nessuno, come si presumeva dal nome a occupare gran parte della stanza era un lungo e sontuoso tavolo tempestato di sedie e allibito con decine di cibi a me ignoti, in fondo al tavolo avvolto dalla penombra sedeva il vecchio saggio che mi fece con la mano di avvicinarmi. << vieni al mio fianco ragazzo.>>

Presi posto accanto a lui sedendomi ma con un po’ di diffidenza, negli anni avevo imparato ad avere una certa diffidenza con le persone dall’aria troppo gentile, di solito nascondono un secondo fine.

<> scherzo lui ridendo sotto i baffi, poi si mise in piedi con certa fatica, io lo accompagnai nel suo gesto dandogli una mano. <>

La porta in fondo al salone si aprì e una ragazza entrò avvicinandosi a noi con una certa timidezza, era bellissima, un angelo sceso in terra, i lunghi capelli di un bianco luminoso lasciati liberi su una pelle chiarissima, occhi celesti pieni di luce in un così innocente ma già formato corpo, labbra appena rossicce e sottili, un corpo snello coperto da una lunga tunica grigia che le donava un’aria solenne e intoccabile, non riuscì a distogliere l’attenzione dalla ragazza, sentivo il cuore battere come mai prima come se volesse uscirmi dal petto, a quel punto l’anziano maestro ci presentò.

<> l’anziano poi mi presento a lei nella loro lingua, la ragazza fece un lieve inchino dicendo qualcosa che forse era un saluto, lo feci anch’io automaticamente, poi lei alzò lo sguardo fissandosi sui miei capelli ma abbasso subito lo sguardo appena si rese conto che avevo notato che mi stava fissando, la ragazza poi disse qualcosa all’anziano prima di andare via con una certa fretta.

<> in effetti lo avevo notato, non sembrava molto loquace ma volevo a tutti i costi parlargli ma non potevo rimanere, dovevo andare a cercare Soul e portarlo indietro a tutti i costi, me l’ero promesso.

<>

<> Ritornai nella mia stanza dove rimasi fino al tramonto a leggere, uno dei miei più grandi hobby mentre cercavo di levarmi dalla testa l’immagine di quella ragazza. <> continuavo a ripetermi nella testa all’infinito come un’eco, e così arrivo la sera portando con se una dolce brezza che entrò nella mia stanza facendomi da allarme per staccarmi dalla mia lettura approfondita, controllai che non ci fosse nessuno nel giardino interno e una volta avuto la conferma ci entrai.

Quel piccolo spazio così pieno di piante, fiori e alberi, la terra ricoperta di un’erba verde brillante bagnata da piccole gocce d’acqua provenienti dal laghetto, casa di pesci che non avevo mai visto e dai colori stravaganti e dalle forme bizzarre, passai oltre arrivando fino alle mura che delimitavano il confine con la foresta e lo scavalcai senza fatica addentrandomi nella selvaggia natura guidato dalle tenue luci della luna, fino ad arrivare in un posto che avevo intravisto nell’arrivare al tempio, era un grande piazzale erboso delimitato dai possenti alberi occupato per metà da una vasca naturale che risplendeva dei colori della flora che occupava il suo fondale riempiendolo di colore e vita.

Era il posto perfetto per farsi un bagno al chiaro di luna per uno come me dal corpo sfregiato, lì nessuno avrebbe potuto vedere le ferite degli anni e dei momenti di dolore nonché i segni della malattia, mi levi le bende e comprovai ancora una volta quello che già sapevo, le ferite si erano già chiuse lasciando delle lievi cicatrici tinte di nero dovuta alla mia malattia degenerativa.

Da quando ho ricordo l’ho sempre avuta, forse ci sono nato ma non aveva importanza, era molto rara tanto che c’erano pochissime fonti della sua esistenza ma la mia famiglia riuscì a trovare quelle preziose informazioni venendo a conoscenza della brutalità di cui essa era dotata, una malattia che accelerava i ritmi vitali del soggetto sia fisicamente che neurologicamente come il recupero da ferite in tempi decisamente innaturali e una resistenza al dolore senza eguagli, sembrava più che una malattia una benedizione ma non lo era affatto, l’altra faccia della moneta era il breve ciclo vitale, non avrei superato i venticinque anni di età se trascorsa una vita priva di traumi fisici il che non era assolutamente il mio caso, gli organi e il cervello sottoposti a quel ritmo si sarebbero deteriorati come ghiaccio al sole, a quel punto il mio aspetto sarebbe diventato quello di qualsiasi altra persona tranne per le vene che si sarebbero tinte di nero, si poteva dire che più sembravo in salute e più ero vicino alla mia morte e com’era ovvio non c’era cura, l’avevano soprannominata sangue del diavolo, in cambio della forza dovevi pagare con la vita.

Decisi di tornare indietro e di prepararmi per la partenza del giorno seguente, fortunatamente non c’era ancora nessuno e potei tornare dentro senza essere visto, sistemai le mie cose nel borsone andai a sedermi in una panca vicino al laghetto dei pesci ad ammirargli, erano così simili a quelli che da piccolo osservavo a casa del nonno di Kim, così coloriti e pieni di vita mentre danzavano nell’acqua l’uno accanto all’altro.

Sentii la presenza di qualcuno vicino a me ma non feci in tempo a voltarmi che lei si sedette al mio fianco rimanendo in silenzio, anche lei ad osservare i pesci, non potei trattenermi dal guardarla di nascosto, era così bella, bagnata dalla luce della luna, i suoi capelli quasi risplendevano di quel bianco argentato spiccando sulle sue vesti, ero ipnotizzato dal suo fascino senza neanche conoscerla, mi ero sentito così solo quando incontrai per la prima volta Kimiko ma questa volta era qualcosa di più forte e intenso, era un immenso desiderio che mi travolgeva dall’interno.

Sentii la sua mano toccare il mio viso, era fredda ma soffice e leggera come una piuma, in quel momento provai un grande imbarazzo e mi alzai allontanandomi istintivamente, lei sembrò un po’ confusa della mia reazione e ritrasse la mano nascondendola tra le gambe e con lo sguardo basso, mi chiesi che cosa significasse quel gesto così perspicace ma trovai subito la risposta vedendo il mio riflesso sull’acqua, un luccichio azzurro proveniente dal mio orecchino, un ricordo di un meraviglioso viaggio fatto con gli unici amici che avevo a quel tempo, Perla e Kyle. Mi risedetti sulla panchina questa volta avvicinandomi io a lei, alzò lo sguardo appena mi vide levarmi l’oggetto dall’orecchio e porgerglielo. <>, gli dissi nella lingua con cui avevo parlato con il vecchio ma sapendo che forse non la sapeva ancora, lei prese l’orecchino accennando un sorriso di gioia, radioso e sincero da far ricominciare la sua folle corsa al mio cuore, le si alzò porgendomi un altro sorriso prima di andare dentro il tempio con il suo dono.

Tornai nella mia stanza dove uno dei monaci aspettava il mio ritorno per annunciare la cena alla quale però non partecipai, il dolore che mi aveva perseguitato dalla mia auto-dimissione dal ospedale e scomparso appena arrivato a Raicos stava tornando accompagnato da un forte dolore alla testa, perciò rimasi steso sul letto sperando che passasse visto che non avevo la medicina che ne attenuava i sintomi più acuti nelle ferite più recenti al braccio.

Mi vennero alla mente Soul e Veronica e mi domandavo cosa stessero facendo, che fine avessero fatto e se li avrei incontrati ad Iris, mi venne in mente Marco che era così preoccupato per Soul e mi venne in mente Kimiko, lei sicuramente appena si accorgerà della mia assenza inizierà una folle ricerca come con Soul e Veronica. All’ospedale mentre ero sul lettino lei era lì in piedi ad accarezzarmi il viso con quelle dolci e calde mani, lei che per me era la mia ragione di vita, era la persona per cui avrei dato tutto me stesso e mi piangeva il cuore nel pensare che stesse soffrendo per la mia scelta di cercare di mia iniziativa Soul.

Qualcuno bussò di nuovo alla porta facendomi ritornare alla realtà, andai ad aprire finendo per trovarmi davanti l’anziano saggio e Pandora, li feci accomodare dentro mentre mi domandavo il motivo della piacevole visita.

<> domandai cortesemente ma ansioso di risposte.

<>

<> la ragazza capendo le mie parole confermo con un vistoso cenno della testa.

<> disse ironizzando. << ho visto che non hai voluto cenare, forse non gradisci la nostra cucina?>>

<> L’anziano sembrò capire e fece per andare via, Pandora stava per fare lo stesso ma lui gli disse qualcosa convincendo a restare.

<>

Rimanemmo solo io e lei in quella stanza ma dopo poco mi sentii soffocare perciò uscii sul giardino interno.

<> dissi rivolto alla ragazza offrendogli la mano, lei un po’ timidamente la afferro.

Ritornammo al punto da dove ci eravamo lasciati, sulla panchina davanti al laghetto dei pesci, con i quali Pandora sembrava molto disinvolta, la osservai mentre sfiorava con le mani la superficie dell’acqua dove accorrevano i pesci incantati così come lo ero io dal suo fascino, il dolore alla testa non tardo nel ritornare e questa volta più forte, sembrava che la testa mi stesse per scoppiare, che fosse trapanata, ma a sollievo sentii le umide mani di pandora toccarmi il viso, aveva lo sguardo preoccupato sicuramente vedendomi messo così male, li presi le mani cercando di tranquillizzarla. <>

Si fece rossa in viso e cercò di nasconderlo ma non fece in tempo a voltarsi, gli lasciai le sue mani scusandomi mortificato per la troppa confidenza. Rimanemmo così per un po’ finché iniziò a soffiare una brezza fredda e silenziosa portata dalla luminosa notte, tempestata di stelle e da quell’enorme luna risplendente che sovrastava come una regina la foresta oltre le mura.

Accompagnai Pandora nella sua stanza e me ne tornai silenziosamente nella mia, il mal di testa che non accennava a svanire mi continuava a tormentare benché si fosse allentato, fortunatamente non ci volle troppo per prendere sonno ma fu come quasi sempre una notte avvolta da incubi, questa volta erano diversi, era come se fossero frammenti di memoria, immagini passate che non mi appartenevano ma che continuavo a rivedere e ogni volta si aggiungeva qualcosa, distruzione, fuoco, sangue e questa volta l’ombra di enormi giganti e poi il buio più assoluto.

Mi risvegliai poco prima dell’alba, l’aria ancora fresco soffiava tra gli alberi portando i freschi profumi della foresta dentro la stanza, presi le mie cose e andai silenziosamente verso l’entrata del tempio, era tutto ancora in silenzio, tutti ancora avvolti nella dolce morsa del sonno, tutti tranne il vecchio anziano che mi aspettava ai piedi della scalinata insieme ad alcuni altri monaci.

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<> presi ciò che mi venne offerto e iniziai la mia discesa.

Analizzai subito la mappa per farmi un idea di quanta strada dovevo fare, come mi aspettavo da uno come Hamah le sue indicazioni erano molto chiare, avrei dovuto scendere fino al villaggio che avevo sperato di raggiungere il primo giorno che ero arrivato a Raicos, e questa volta sapevo che strada prendere. Ci misi un paio di ore per arrivare al villaggio vedendo con i miei occhi com’era la situazione in cui mi trovavo.

Era un posto molto affollato e decisamente rustico e quasi interamente costruito in legname, pieno di locande e piccoli negozi che vendevano ogni genere di cose per l’enorme mole di viaggiatori che riversava le strade, sembrava di essere al centro di un grosso mercato il giorno dei saldi, era quasi impossibile non urtare qualcuno mentre si camminava e ancora più difficile cercare quello che mi serviva, un mezzo di trasporto per arrivare il prima possibile ad Iris. Mi diressi nella parte del villaggio segnato sulla mappa in cui avrei dovuto trovare ciò che stavo cercando oltre ad una ondata di viandanti anche loro lì per il trasporto, ciò che ci trovai non erano automobili o altre macchine a ruote ma enormi mostri dal aspetto forte e vigoroso simili a Bufali, neri come la notte tranne lo stemma viola sulla fronte che davano un aria abbastanza diffidente, essi erano attaccati a delle carrozze in legno e ferro dal aspetto poco affidabile, decisi di provare a vedere se riuscivo a rimediare un passaggio o nel peggiore dei casi a comprare quel mezzo medievale.

Come c’era d’aspettarselo il non parlare la loro lingua fu un grande impedimento nelle trattative, non bastavano gesti e qualche parola imparata all’ultimo dal vecchio saggio, e fu così che sprecai il mio tempo senza infine ottenere ciò che volevo, così come arrivai rimasi, a piedi, finiti i bestioni da traino disponibili ma non mi persi d’animo.

Ritornai verso il centro del villaggio e presi tutto il necessario, provviste, utensili, bende, qualche vestito e delle mappe della zona. << se non ne posso comprare uno vorrà dire che dovrò farmela a piedi, forse se tagliassi attraverso la foresta arriverei prima.>> pensai tra me dirigendomi verso la foresta oltre il villaggio, poco distante dal grosso sentiero che mi avrebbe portato verso Iris in tre giorno se avessi avuto uno dei loro mezzi, tracciai un percorso e una rigida tabella di marcia per cercare di stringere il più possibile i tempi. Osservai per l’ultima volta la lunga serpentina di viaggiatori prendere il percorso principale prima di addentrarmi nella selvaggia macchia verde che copriva gran parte del paesaggio, non esitai un attimo e partii subito.

VII

RITORNO

Vidi le loro ombre qualche decina di metri più avanti a me, sembrava che avessero appena finito un esercitazione, i loro pesanti e affaticati passi riecheggiavano nell’aria insieme al loro pesante respiro, nonostante fossi così vicino a loro, a qualche metro sopra le loro teste, non si resero conto che fossi lì, quei uomini con la divisa rossa ritornavano soddisfatti verso la loro città, verso Iris.

La città era tutta un’altra cosa rispetto a quel villaggio medievale di legno e ferro battuto, gli enormi palazzi ottocenteschi, le strade in granito abbellite con eleganti lampioni ad olio e un dolce profumo di fiori riempiva un’atmosfera da favola, sembrava quasi di attraversare i secoli della storia umana attraverso l’evoluzione delle città e questa Iris era decisamente la Versailles di quella regione. Mi spostai nell’ombra non dando nell’occhio mentre coperto da stracci da viandante cercavo la sede dell’esercito della fiamma rossa, dopo cinque giorni di corsa attraverso la foresta ero finalmente giunto e nulla mi avrebbe impedito di riportare Soul a casa, fortunatamente non fu difficile trovarlo, i soldati che avevo seguito fino in città si aggregarono ad una parata dell’esercito che terminò proprio all’ingresso nell’enorme complesso militare, un possente edificio in marmo più simile ad un castello per le vacanze della nobiltà che la casa di residenza di soldati, forse in questo mondo l’essere nell’esercito era come nel nostro mondo essere di sangue reale, comunque non c’erano dubbi che erano loro a detenere il potere su Raicos.

Fui trasportato fuori dai miei pensieri appena lo vidi in testa alla parata accompagnato da cavalieri in armature bronzee, i suoi capelli erano più accesi di quanto ricordassi ma il suo sguardo era rimasto lo stesso, indossava una strana divisa unica tra i presenti come il suo solito e salutava la gente che li acclamava, era lui, era mio fratello Soul.

Il desiderio di andargli incontro traboccante di felicità quasi prese il sopravvento ma non potevo permettermi di farlo, al suo fianco c’era lei, Veronica, insieme a quelli con cui aveva rapito Soul e cercato di uccidermi, proprio come aveva detto Ju ero riuscito a trovarlo dovevo solo portarlo via da quel posto, mi levai il prima possibile dalla massa di gente per bene che riempivano le strade per trovare un vicolo dove cambiarmi e finalmente levarmi quei vestiti lacerati e sporchi dopo un viaggio simile, fortunatamente non dovetti andare molto lontano, trovai il posto ideale tra due palazzi alti circa cinquanta metri di fronte alla fortezza, era un vicolo buio anche se alla notte mancavano un paio di ore, era anche munito di una lunga serie di finestre da entrambi i lati fino al tetto, dopo essermi cambiato e sbarazzato del non necessario iniziai la veloce e agile scalata dei due palazzi lanciandomi da una parte all’altra come una pallina di tennis tra due avversari agguerriti.

La vista era magnifica, tutta la città risplendeva alla luce raggiante di quel sole di un immacolato bianco, appena finì la parata gli enormi cancelli dell’edificio vennero chiusi e una serie di guardie posizionate alla loro protezione, rimasi su quel tetto ad osservare il lussuoso e ben curato giardino interno dove si intravedeva qualche soldato di alto rango passeggiare mostrando vistosamente l’arma onorifica che solitamente era una spada d’argento per molti di quelli che vidi, aspettai e aspettai finché finalmente non uscì anche lui allo scoperto, insieme alla sua rapitrice e i suoi scagnozzi, era il momento di andare a fargli una visita con tutti gli onori.

Attraversai il tetto fino all’altra parte per prendere la rincorsa, come un velocista sulla pedana di lancio aspettai il momento, ogni muscolo teso come corde di violino, ,o sguardo fisso davanti a me, il cuore pronto a ruggire in tutta la sua potenza, così come avevo scattato per scappare dai Gèvaudan feci su quel tetto, allo scatto lasciai un profondo solco insieme ad un secco rumore che fece tremare il palazzo, non durò che tre secondi prima dello schianto sul giardino della fortezza dell’esercito a due metri dall’obbiettivo, il polverone e la folata d’aria contribuirono all’allarmismo che si ebbe all’interno della residenza, decine di soldati furono immediatamente mobilitati e circondarono il luogo dello schianto avvolto dalla coltre pesante di polvere.

<>, chiese Veronica ad uno dei suoi uomini che però non seppe dare che dubbi e supposizioni.

<

<>, affermò Soul con la sua innata spavalderia che mostrava davanti alle situazioni del genere.

<>, risposi rialzandomi in piedi di fronte ai loro occhi, sporco sui piedi da un po’ di detriti e terra. << e da un po’ che non ci vediamo, vi sono mancato?>>

La faccia di Veronica si trasformò, quella sicurezza che aveva mostrato fino a poco prima alla parata aveva lasciato il posto alla preoccupazione e al timore per quello che aveva fatto e cercato di fare, nei suoi occhi quasi vidi ciò che pensava, le parole che mi aveva detto, quel suo desiderio di uccidermi irrealizzato e il rapimento di una delle persone più care che avevo, sapeva che chiunque dopo aver subito così tante cose il minimo che avrebbe voluto era fargliela pagare in un atroce sofferenza.

<< avanti da l’ordine o preparati alle conseguenze>>, gli suggerì gustandomi quell’attimo di confusione generale in cui solo io e lei sembravamo coscienti di ciò che stava e che sarebbe successo.

<>, ordino presa dal panico nella lingua sbagliata, nessuno fece nulla non capendola e lei estrasse la sua spada onorifica ma gli fui già addosso prima che potesse puntarmela contro, a una decina di metri di distanza dal resto dei soldati contro uno dei muri della fortezza mentre la tenevo stretta nella mia morsa, la paura lentamente si insediava nei suoi occhi dandomi una sensazione di appagamento che provavo solo raramente e in modo incontrollabile.

<>, urlò Soul con tutta la voce che aveva in corpo, zittendo ogni rumore, voce o canto nell’aria come se essi gli appartenessero. Lasciai libera Veronica che si allontano subito aiutata dai suoi sottoposti mentre io venni accerchiato dai soldati come se fossi un criminale. <<è questa l’accoglienza per qualcuno che è venuto a salvarti?>>, chiesi ironico ritrovando nuovamente il suo sguardo sereno e pieno di gioia.

Soul si fece strada tra i soldato per abbracciarmi, mi strinse forte come mai prima mentre borbottava quanto gli fossi mancato e del essere felice nel rivedermi.

<>

<>

<> purtroppo le mie parole sembrarono dargli dispiacere, il suo volto divenne stranamente serio e cupo.

<> senza una lamentela la ragazza fece come detto e i soldati si diradarono alla stessa velocità con cui erano arrivati sul posto, noi invece entrammo nella fortezza, che come mi aspettavo era ben curata, piena di beni di lusso, dipinti, arazzi, stoppe ricamate che adornavano le enormi vetrate e decine di soldati dall’armatura bronzea in ogni corridoio.

Soul ci fece entrate in una di quelle lussuose stanze dalla vista panoramica e ci fece accomodare nel salotto irradiato dalle luci del ormai imminente tramonto, noi ci sedemmo mentre lui volle stare in piedi, da come andava avanti e indietro doveva dire qualcosa d’importante ma non riusciva a partire.

<> la mia domanda lo fece finalmente arrestare dal suo moto inducendolo a sedersi di fronte a me affianco a Veronica.

<>

Veronica prese la parola al posto di Soul iniziando a raccontare. <> Soul si alzò in piedi insieme a Veronica scoprendosi la spalla destra dove spiccava uno strano simbolo anch’esso come nei mostri che avevo visto brillava ma meno intensamente, di un fievole rosso, era la prova della loro natura non umana.

<>

Non capivo come Soul si fosse fatto convincere, pensavo che la sua vera famiglia, la sua casa fosse con me, Kimiko e Marco ma da quel che Veronica aveva detto lui ha sempre sentito di non appartenere alla terra.

<>, domandai schietto senza mezzi termini.

<> quelle sue ultime parole furono come frecce al cuore, non so perché la cosa mi fece tanto male visto che Soul aveva davvero dei genitori naturali e non come me, ed era naturale che lui volesse stare con loro ma il fatto di rinnegare quasi tutto quello che Marco e Kimiko avevano fatto per noi era quello che mi fece male.

<>

La mia richiesta fu una sorpresa per lei ma anche una specie di gioia, il non avere a che fare con me la rendeva felice.

<>

<>

<< mi dispiace che tu sia bloccato qui per colpa mia fratello, perché non rimani qui e ti unisci a noi finché la porta non viene costruita, potremmo stare tutti insieme come una volta, ricordi?>>

Ricordavo eccome quei momenti e per quanto belli non li sostituirei con quelli passati, nonostante la mia gratitudine per il padre di Soul. << tranquillo ho già un posto dove stare, goditi la tua famiglia e manda un saluto a tuo padre, digli che gli sono grato di tutto quel che ha fatto per me. Io vado, a casa c’è una persona che mi aspetta.>>

<>

<>

<>

<> mi congedai lasciando la fortezza dalla porta principale dirigendomi verso la strada di ritorno al tempio dove pensavo di aspettare la costruzione della porta o l’arrivo dell’uomo mascherato Ju, che sicuramente sarebbe riuscito a darmi informazioni utili o a portarmi via da questo maledetto posto, mi sentivo davvero uno schifo, la faccia di soddisfazione di veronica fu l’ultima cosa che vidi lasciando la fortezza, era la sconfitta più indelebile che avevo subito.

La notte era appena scesa e avevo percorso solo qualche chilometro, mi fermai a riposare dopo aver superato un breve tratto di prateria dove niente si poteva nascondere nell’erba bassa alla luce di un cielo stellato minacciato da un enorme nuvolone in rapido avvicinamento carico di pioggia, accesi un piccolo falò ai piedi di un possente albero secolare appoggiandomi ad esso mentre cercai di prendere sonno dopo la delusione del salvataggio fallito. << chissà che dirà Marco o Kimiko se gli raccontassi quello che è successo, non mi crederebbero mai.>>

Favoriti dal rumore dei fruscii degli alberi e i versi degli animali che si aggiravano nelle tenebre riuscirono a raggiungermi senza essere sentiti, come ombre sbucarono dal buio impugnando le loro armi verso il corpo disteso a terra indifeso, un lavoro semplice, un’uccisione veloce che mi avrebbe accolto nel sonno.

<> i sei aggressori indietreggiarono e ormai scoperti si levarono le grosse cappe nere e le buttarono a terra.

<>

<> le mie parole non gli andarono per nulla a genio, il suo tenero sguardo si irrigidì in una smorfia di rabbia. << fateli male ma non uccidetelo, voglio finire io ciò che ho iniziato sulla terra.>>

I suoi uomini scattarono come cani da caccia affamati ma come i cani essi non potevano vedere poi tanto nel buio, calciai un po’ di terra sul fuoco spegnendolo facendoci ritrovare nel più completo buio della foresta.

<>, minacciò Veronica furibonda mentre i suoi cagnolini cercavano a tentoni, con delle torce accese al momento, la loro preda.

<> Veronica ascoltò quelle parole cercando di capire da che parte provenisse, con quell’ultima parola riuscì nel intento, con un gesto della mano indico il punto in cui tutte le torce vennero puntate, un punto che pareva avvolto dall’oscurità più profonda e ineliminabile, da quella oscurità due occhi di una luce immacolata paralizzarono per un secondo i sei aggressori, erano fermi, fissi su di loro ma allo stesso tempo su tutto, onnipotenti e onniveggenti rimanevano in quella oscurità impenetrabile.

<> Veronica schioccò le dita e una decina di piccole sfere luminose apparvero alle spalle di lei a formare un enorme cerchio dalle sfumature giallognole, la luce penetrò quell’oscurità facendo svanire la paura che li aveva stretti fino a poco prima.

<>

Due dei suoi andarono all’attacco coprendo gli altri tre alle loro spalle muniti di fucili, le loro lame si incrociarono come a far da mirino ai compagni alle loro spalle, due colpi quasi indistinguibili l’uno dall’altro sfrecciarono tra le due spade sfiorandole e creando una leggera scintilla prima di conficcarsi sulla corteccia dell’albero che avevo scelto per il mio riposo. << dove diabolo è andato? Era qui fino ad un secondo fa, era davanti a noi.>>, disse uno dei fucilieri guardandosi attorno freneticamente.

<> rispose prontamente la loro superiore.

Senza perdere mai la calma osservava l’ambiente e lì dove i suoi occhi andavano lì quella luce accecanti illuminava mostrando ciò che si voleva nascondere.

<> saltai giù dall’albero cadendo davanti a colei che bramava il sangue, ad un palmo dal naso si ritrovò quelle due sfere di luce, quei occhi senz’anima che la scrutarono mentre il suo corpo rimase immobilizzato dal sentimento incontrollabile della paura.

<>, pronunciò il suo sottoposto voltandosi proprio in quel momento ma senza riuscire ad agire abbastanza velocemente, il suo fucile gli cadde dalle mani prima che anche lui lo seguisse, il suo corpo cadde a terra avvolto da spasmi per poi smettere di muoversi. Come una belva notturna, veloce e silenziosa mi districai in quell’oscurità abbattendo uno dopo l’altro i suoi uomini mentre sotto il suo sguardo impotente cercava di convincersi che quello che stava succedendo ai suoi migliori uomini non era vero, nella sua memoria s’illuminò il ricordo di quello che non ricordava, dell’origine della sua conoscenza di quegli occhi di luce e di quel bagliore metallico che mi accompagnava ogni volta che la sua luce m’incrociava.

Il bagliore si fermo col cadere dell’ultimo dei soldati, sotto i suoi occhi giaceva la sua miglior squadra con la quale si era allenata anni e che non aveva mai fallito una missione. <> Veronica indietreggio lentamente sconvolta, le sfere di luce si affievolirono man mano che l’ansia e l’insicurezza assumevano il controllo di lei come a rispecchiare la sua anima e poi, quei due occhi di luce gli apparirono davanti, gli occhi che credette di un demone sotto la debole luce del suo potere.

Provò a scappare ma le gambe le cedettero e cadde a terra senza riuscire a rialzarsi, il cuore gli batteva a mille e ansimava vistosamente, il viso ricoperto di sudore e le braccia tremanti trascinavano il corpo come un cadavere alla disperata ricerca di un luogo sicuro, non guardava altro che davanti a se mentre si trascinava avanti guidata dalla sua luce finché essa non si scontro con un lungo oggetto metallico ricoperto da una decina di piccole catinelle dagli anelli di diverse forme intricate tra di loro e unite da altrettanti lucchetti, la sua prima impressione fu quella giusta, era il fodero di una grossa spada dalla forma insolita, quella fu l’ultimo dettaglio che li diede la conferma di chi fossi, si volto dall’altra parte vedendosi la via di fuga bloccata, trovandosi quei occhi li luce sempre più vicini, sempre più minacciosi e capaci di dissuadere ogni sicurezza.

Gli arrivai sopra bloccandola da ogni tentativo di fuga e gli legai le mani alla reliquia conficcata a terra così che non provasse a fare qualcosa di avventato.

<> nel mentre riaccesi il fuoco consapevole che da lì a qualche minuto avrebbe iniziato a piovere. <>

<<è solo curiosità, voglio solo capire che cosa sono agli occhi di quelli che non mi conoscono se non per sentito dire, tutto qua.>>

Veronica sembrò calmarsi al capire che non l’avrei uccisa, non fino a che non mi avrebbe risposto. <i nobili della guerra, avete agito nell’ombra, nel silenzio a nome delle vostre famiglie. Non si sapeva gran che del vostro aspetto finché non molto tempo fa un famoso impresario venne rapito e fu salvato la stessa sera, disse che erano stati dei ragazzi che però lo erano solo all’apparenza, “macchine della morte senza pietà, addestrati molto bene, a confronti i bambini soldato nei paesi del terzo mondo erano dei lattanti”, queste sono le sue parole, una bella ragazza dal vecchio continente, uno robusto e forte yankee dal nuovo e l’ultimo un mistero la cui origine era ignota, l’unica cosa che si distingueva era i capelli bianchi e una furia demoniaca, quello sei tu, vero?>>

Non risposi alla domanda visto l’obbietta della cosa ma feci una semplice riflessione e un chiarimento. <mezzo col quale proteggere la famiglia e chi stava attorno a loro, potrai non credermi ma è così che stanno le cose, non mi pento della mia scelta né di quello che ho fatto così come non si pentono i miei compagni, Kyle e Perla.>>

<> mi gli avvicinai ancora di nuovo bloccandola col corpo. <>

La slegai riprendendomi la spada inguainata, lei si alzò andando subito a controllare lo stato dei suoi uomini, la paura svanì appena comprovò che non erano che svenuti per la forte botta, gli trascinò l’uno accanto all’altro poco distante dal fuoco e si sedette ad aspettare che riprendessero conoscenza.

<>

<<è semplice, anche che se non di sangue sei nostra cugina, mia e di Soul, lui tiene molto a te e come ti ho detto mi piaci, poi lo hai riportato dalla sua famiglia, più che voler ucciderti io ti ringrazio per quello che hai fatto per lui, grazie.>>

<>

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<>

<>

<> mi alzai da terra e presi le mie cose pronto a partire. <>

Mi riavvolsi in quel manto di oscurità avviandomi verso il cuore della foresta, né venni inghiottito come fosse un buco nero, ogni rumore scomparve in una tetra e quasi palpabile aria nebbiosa che si ritrasse alla mia totale scomparsa.

<>, si disse tra se dopo aver assistito a quella scena, Veronica si sentì sollevata e liberatasi da quella sensazione di oppressione si poté finalmente rilassare e pensare ai suoi uomini.

Giorni dopo un gruppo di apprendisti stavano facendo lezione davanti al tempio ascoltando gli insegnamenti del loro maestro Moro quando dalle scalinate sentirono il rumore di passi, tutti si voltarono curiosi di saper chi poteva essere. Finalmente giunsi alla grossa arcata dell’entrata del tempio che il sole non era ancora al suo apice e le nuvole coprivano a sprazzi il cielo azzurro, una leggera brezza accarezzava le foglie, stranamente c’era un grosso numero di ragazzi e ragazze seduti a terra tutti voltati nella mia direzione, tra di loro la vidi bella come sempre se non ancora di più, Pandora.

Il maestro disse qualcosa agli studenti e lasciò il posto ad un altro monaco e si diresse verso di me con un leggero sorriso sul rugoso viso oltre la folta barba. <>

<> l’anziano sorrise e mi prese per le spalle amichevolmente. <> l’anziano mi porto fin dove era tenuta la lezione e di fronte a tutti mi presento come un nuovo studente venuto da molto lontano, una definizione più che azzeccata, dopo la presentazione potei andare in quella stanza che una decina di giorni addietro pensavo non dover più vedere.

<> mi promisi mentre mettevo le mie cose a posto sperando in parte di non dover albergare quella stanza per molto.

Dopo giorni di viaggio ininterrotto non potei resistere a sdraiarmi in un vero letto, la stanchezza poi fece il resto.

Spalancai gli occhi risvegliandomi dal sogno, il sole era appena alto sopra gli alberi facendo arrivare i suoi raggi in quasi tutta la stanza da quell’enorme finestra, mi trovai sul letto privo di coperto e soffiava una lieve brezza, cercai con la mano sul letto la coperta ma ciò che afferrai non lo sembrava per nulla, era una mano, esile e morbida, la mano di una ragazza in particolare, mi parve di sentire. Mi voltai lentamente trattenendo il respiro e mi trovai ad una spanna dal viso di Pandora, l’emozione mi travolsi facendomi cadere a terra e sbattendo la testa al duro pavimento.

La fitta fu tremenda unita al mal di testa che continuava ad assillarmi, ma più che altro la mia preoccupazione fu il non averla svegliata.

Mi rialzai lentamente e controllai che fosse davvero lei e che non si fosse svegliata, ed era davvero lei, sdraiata sul mio letto, sotto le mie coperte riposava in un pesante sonno mostrandosi così indifesa, mi appoggiai con la schiena sul bordo letto seduto a terra a cercare di capire come fosse arrivata lì e il perché, ma capì subito che non potevo che chiederlo a lei.

Dopo qualche istante sentii il letto muoversi leggermente, mi voltai alzandomi in piedi assumendo un aria da finta collera, appena aprì gli occhi se li coprì per la troppa luce che c’era mentre le coperte le scivolavano di dosso cadendo a terra e mostrando la sua tenuta da notte, una lunga maglia sottilissima che li arrivava a malapena alle cosce, molto scollata sul collo tanto da far vedeva gran parte del petto, mi voltai di scatto per non vedere altro e per l’imbarazzo a cui non ero abituato, la sentii alzarsi e venire verso di me avvolta ancora dal sonno quando fuori dalla porta sentii qualcuno chiamare la ragazza, dalle altre voci che sentii stavano controllando in tutte le stanze, probabilmente un monaco che non l’aveva trovata nella sua stanza la stava cercando nelle altre, la porta della stanza si aprì e la voce di uno dei monaci accompagnò la sua entrata, <>, riuscì solo a capire mentre si avvicinava alla zona letto.

Presi la ragazza stringendomela al petto prima di buttarmi sul letto e coprirci con la spessa coperta, sperai così che potessi scambiarci per un’unica persona, l’uomo si avvicinò al letto silenziosamente ma non tanto da passare inosservato, rimase lì alcuni secondi, un grasso sospiro prima che si allontanasse e chiudesse la porta alle sue spalle continuando la sua ricerca, c’è l’eravamo cavata senza essere stati scoperti. Levai le coperte e lasciai libera Pandora rialzandomi in piedi per andare a controllare che si fosse allontanato, fortunatamente non c’era più nessuno, era tutto calmo.

Ritornai dentro e andai verso il letto dove vicino avevo lasciato i vestiti che mi erano stati dati dai monaci, rimasi bloccato dallo sguardo della ragazza anch’esso pieno d’imbarazzo, era rossa in viso e si copriva con le coperte, non disse niente e anche se lo avesse fatto sicuramente non l’avrei capita, presi i vestiti e in un angolo mi cambiai in silenzio ripensando a quello che era appena successo rendendomi conto di come si potesse sentire.

<>, dissi prima di uscire dalla stanza e avviarmi diretto al grande salone.

Arrivato nel grande salone trovai il maestro Mono seduto a capotavola, silenzioso e con quel aria saggia che lo contraddistingueva, appena mi vide fece cenno di sedere affianco a lui per accompagnarlo nella colazione.

<>, disse l’anziano con una certa tranquillità e disinvoltura, mi sorpresi di quelle parole così specifiche facendomi quasi andare di traverso quello che stavo mangiando, non mi chiesi come sapesse una cosa del genere ma ebbi conferma della mente acuta di quel vecchio dalla folta barba bianco, gracile ed esile.

<> ancora una volta l’anziano aveva ragione, la persona e coloro che erano i suoi discendenti erano davvero come aveva detto, persone dal grande cuore.

<> l’anziano sorrise come se fosse soddisfatto dalle mie parole.

<>, propose mentre si alzò per andare via, io rimasi lì qualche altro minuto a bere una specie di te violaceo e a capire come muovermi da lì in poi e se iniziare a cercare Ju.

Lasciai il salone e andai verso il giardino interno passando per la porta della mia stanza finendo del lungo porticato che contornava il giardino a formare un quadrato perfetto, per la prima volta da quando arrivai lì vidi gli alunni del tempio intenti in giochi e chiacchiere come qualsiasi persona, fu una dolce sorpresa visto che le sole volte che gli avevo visti sembravano dei automi intenti nello studio privi di ogni emozione.

Come il solito appena arrivai non venni visto di buon occhio ma per me era una cosa diventata purtroppo normale, essere visto con diffidenza o addirittura con insana paura ormai non mi facevano più alcun effetto, imparai presto ad accettarlo e farmene una ragione, trovai una panchina vuota vicino al laghetto dei pesci e lì mi sedetti, tirai fuori dalla tasca una mappa che avevo preso durante il viaggio di ritorno da Iris, era molto antica e scritta nell’unica lingua terreste usata in quel posto fino a qualche decennio addietro, ignorai tutto quello che avevo attorno concentrato nel memorizzare e cercare in quelle scritture ai bordi della mappa qualcosa che potesse essermi utile per trovare chi cerco, venni interrotto quando un ombra si poso sulla mappa mentre prendevo appunti, mi voltai trovandoci Pandora, in piedi ferma accanto alla panchina. <>, disse con una certa insicurezza.

Fu la prima volta che la senti parlare riferendosi direttamente a me e in una lingua a me comprensibile, una voce incerta sulla pronuncia quanto bella e soave.

<> la mia risposta la fece felice, prese posto accanto a me ma senza dire nulla, si limitò a osservare i pesci nuotare, io ritornai con lo sguardo sulla cartina ma ogni tanto sbirciavo la bellissima ragazza al mio fianco cercando di non farmi notare come fossi un ragazzino.

Continuai la mia ricerca consultando altre mappe che avevo che erano più moderne cercando di farne una che potessi capire, era un lavoro di precisione ma non ci misi tanto a completarlo, appena finito il lavoro potei far riposare un attimo gli occhi e farmi un giro ma quando stavo per alzarmi notai che Pandora stava fissando il mio bracciale in cuore di legno, era ricoperto di un tessuto vellutato bianco che contrastava con la gemma poligonale nera incastonata nel mezzo grazie ad una gabbietta in titanio, era un oggetto particolare che mi piaceva molto e che avevo comprato dopo una combattuta trattazione in uno dei viaggi che avevo fatto nelle regioni del nord insieme alla mia squadra.

Visto che lei non smetteva di guardarlo volli fargli un dono sperando così di aprire un qualche dialogo o almeno sperare che mi parlasse, mi levai il bracciale e afferrai dolcemente il suo braccio destro, con gran delicatezza glielo misi aggiustandolo alla sua misura, e come mi aspettavo li stava benissimo, in contrasto con il vestito azzurro celeste e la pelle chiara di latte, all’inizio sembrò preoccupata per il mio gesto avventato ma cambiò idea divenendo raggiante di felicità appena vide il bracciale al suo polso, senza preavviso mi salto addosso abbracciandomi forte azzardando un grazie prima di correre via dai monaci a fargli vedere il dono, sembrava così felice di quell’oggetto tanto che il separarmene non mi dispiacque più di tanto.

Il possente suono della campana echeggio con forza a chiamare gli apprendisti al loro dovere, tutti i ragazzi e ragazze rientrarono dentro al tempio, finì per essere da solo ancora una volta, ciò mi diede un motivo in più per andare a esplorare la zona circostante alla ricerca di quelle creature che ancora non conoscevo se non per leggende o dicerie ma ad intraporsi al mio proposito arrivò di nuovo il maestro Mono. <>

Venni condotto in una delle innumerevoli sale di quel posto immenso, la stanza era enorme e piena di grossi scafali di legno ripieni di libri, un vero labirinto di colonne di testi antichi. <> non potevo lamentarmi, era quello che cercavo, il mio punto di partenza ed era suddiviso in categorie, in grossi scafali davanti ai miei occhi, ed era ora di mettersi al lavoro.

Inutile dire che passai ora dopo ora, giorno dopo giorno lì dentro, isolato da tutti e da tutto a studiare tutto ciò che potevo, assimilare ogni informazione che potesse servirmi o che mi provocasse curiosità, dopo quasi più di una settimana di immersione letteraria mi ritenei soddisfatto abbastanza da lasciare quel posto per qualche tempo e forse tornarci di rado, ero stato in quel posto così tanto che mentre camminavo vedevo lettere, numeri e raffigurazioni in ogni parete, porta e persino nei monaci che mi passavo di fianco, tutto ciò comportava che dovevo riposarmi perciò mi trascinai fino alla mia stanza per andare a riposare, il letto non mi sembrò mai stato così tanto un bel sollievo, sprofondai in esso voglioso di non dover mai più alzarmi da lì ma la cosa non durò al lungo, quasi mezz’ora dopo essere arrivato fui interrotto da urla provenienti dall’entrata del tempio.

Mi alzai di corsa e scattai attraverso i corridoi fino a raggiungere le porte del tempio, alcuni monaci erano nella piazzola brandendo delle lunghe lance mentre cercavano di tenere lontani dei grossi Gèvaudan e al contempo stesso portare al sicuro i loro studenti, non ci pensai due volte e aiutai i pochi ragazzi rimasti lì e li portai dentro prima che i mostri prendessero il sopravvento, il maestro Mono arrivò in quel momento insieme a Pandora e altre due ragazze ma li intimai a rimanere dentro. <>, ordinai nelle loro lingua trovando la loro collaborazione. <>

Chiusero le porte, l’unica cosa che rimaneva era cacciare quei mostri dal tempio, quattro enormi e rabbiosi visitatori contro cinque monaci e un ragazzo, mi avvicinai ad uno dei monaci e gli spiegai quel che dovevano fare, per fortuna sembrò d’accordo anche perché non aveva altra scelta.

<>, disse lui ai compagni che capirono al volo che cosa volesse intendere, io indietreggiai di qualche passo fino a quasi raggiungere le porte del tempio ad aspettare il momento giusto.

I cinque monaci con grande maestranza riuscirono a non farsi colpire e a circondare i mostri come avevo chiesto, dopo un veloce scambio di sguardi piantarono le cinque lance inclinandole rivolte verso i mostri in una gracile gabbia e corsero via lasciandomi la visuale libera, in quel momento scattai verso i Gèvaudan con la stessa velocità con la quale ero fuggito dai loro simili arrivandogli davanti, al più grosso dei quattro.

Lo caricai come un toro fa col torero, sollevandolo di qualche centimetro da terra per poi scaraventarlo addosso ai suoi compagni, la forza era tanta che i tre non poterono contrastare la caduta poiché erano sull’orlo della lunga scalinata che portava al tempio, la mole del loro compagno giocò a loro svantaggio ma nonostante ciò il mastodontico animale non si fece buttare giù senza portarsi qualcuno con sé, prima che potessi lasciarlo cadere insieme ai suoi compagno conficco gli artigli della zampa sinistra sulla mia spalla trascinandomi con loro, il dolore alla spalla passo subito in secondo piano appena iniziammo a cadere giù sbattendo sui grossi gradoni e quasi interminabili di quella scalinata. Non passarono neanche trenta secondi ma furono lunghissimi, essi terminarono con un violento colpo alla testa forse a pochi metri dall’inizio della scalinata ma non mantenni conoscenza dopo quel colpo, semplicemente continuai a cadere come una frana da una montagna.

Fu il dolore a farmi risvegliare, un dolore tremendo alla spalla su cui qualcosa era appoggiato, riaprì gli occhi trovandomi le grosse zanne di quel gigante a pochi centimetri dal viso, di riflesso mi partì un pugno diretto al collo del animale che indietreggio saltellando mentre gli mancava il respiro, ebbi il tempo per rialzarmi in piedi, gli altri Gèvaudan erano a terra svenuti tranne quel gigante che accennava a partire ancora all’attacco. <>, chiesi frustrato come se potesse capirmi.

Dalla cima delle scale vidi all’ultimo momento una lancia venirmi lanciata, mi spostai appena in tempo per schivarla e prenderla per difendermi, appena gliela puntai contro, finalmente l’animale desistette dal suo intento bellico avvicinandosi alla vegetazione, gli altri tre si rialzarono malamente e come cuccioli sgridati si addentrarono nella foresta alle spalle del loro capo, il quale fu l’ultimo ad allontanarsi immergendosi nel profondo verde mantenendo sempre lo sguardo su di me, solo quando quello stemma sulla sua fronte sparì del tutto e i rumori cessarono potei sentirmi libero di farmi sommergere da dolore della caduta e dalla ferita sanguinante, bruciava come il fuoco, quasi come se consumasse la carne, dalle scale i cinque monaci scesero di corsa, si levarono la parte superiore della tunica creando una barella di stoffa in cui mi caricarono portandomi di corsa su per le scale fino al tempio.

Gli studenti si erano tutti riuniti in quel piazzale e appena mi videro su quella barella sanguinante e pieno di ferite ebbero un sussulto di orrore, una mano prese la mia stringendola forte, era quella di Pandora, il suo sguardo era infranto da una espressione di dolore e preoccupazione ma le sue parole, dolci e sincere mi esortavano a tenere duro. <> non mi lasciò la mano finché uno dei monaci non la obbligò poiché dovevano curare le ferite e l’accesso agli studenti in quella sala era vietato.

Fui messo sdraiato su un tavolo dov’è sarei stato curato ma quando stavano per togliermi i vestiti in un attimo di lucidità mi opposi rabbiosamente. << non provateci!>>, sbraitai contro i monaci facendoli indietreggiare.

<>, disse il vecchio Mono indicando la porta ai monaci, non sembravano tanto sicuri ma alla fine fecero come dettogli e uscirono dalla stanza. <>

<> l’anziano sembrò preoccupato delle mie parole ma non ci penso troppo per la risposta. <> detto ciò mi strappai di dosso i vestiti come fossero di carta lasciando le braccia e il busto nudi, a respirare, a riprendersi tra atroci dolori.

L’anziano non poté che assistere con orrore a quella tortura che il mio stesso corpo mi stava infliggendo, nonostante cercassi di trattenere il doloro, qualche urlo raggiunse gli studenti fuori dalla stanza penetrando nelle loro orecchie come se sentissero quel dolore, dopo quasi un’ora finalmente il dolore si alleviò e potei riprendermi, l’anziano si avvicinò per controllare le mie condizioni rimanendo stupido come ogni dottore che mi aveva medicato o visitato.

<> Mono prese alcune bende imbevute di una strana essenza e la applicò nelle zone interessate.

<>, chiese guardando il braccio sinistro fasciato dalla stoffa del vestito di Pandora, il nero della malattia spiccava su quel bianco celeste ma non volli cambiarla. <<è una specie di regalo per me, non si preoccupi del braccio, vada avanti.>>

Terminate le medicazioni il vecchio saggio lasciò la stanza, esausto si raccomandò ancora una volta ai suoi studenti e monaci di non entrare nella stanza, io nel mentre riposavo sfruttando la durata della medicina cutanea che affievolì i miei dolori, Pandora spinta dalla curiosità e dalla preoccupazione passò il resto della giornata davanti alla porta aspettando il momento giusto per agire.

Quando mi risvegliai era già sera, nonostante la gravità delle ferite non sentivo granché dolore, l’unico fastidio erano le bende alquanto strette che mi impedivano di muovermi bene.

<>, si raccomando Mono.

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<> La stessa cosa che stava succedendo a lei, io l’avevo vissuta anni prima e ne porto ancora i segni di quegli orribili momenti.

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<>

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Rimasto solo mi tormentai al pensiero della situazione in cui era Pandora, sapevo che stava soffrendo e anche da troppo tempo, nessuno può capire ciò che si prova ad essere discriminato ed emarginato a meno di non essere stato nella stessa situazione, perciò sapevo che cosa avrei dovuto fare per risolvere la questione, per fortuna Pandora aveva già fatto la parte fondamentale del lavoro cercando di proteggere i suoi compagni durante l’attacco.

Uscì dalla stanza e andai a cercarla per tutto il tempio ma non la trovai, tutti gli apprendisti erano usciti insieme ad alcuni monaci nel villaggio e sarebbero tornati a poco, mi riferì uno di loro rimasto a sorvegliare l’esterno del tempio.

<>

<>, disse lui con amarezza.

Come aveva detto il monaco trovai Pandora a dar da mangiare ai pesci, sola come al solito ma dalla sua espressione serena sembrava che non gli dispiacesse, almeno questo voleva convincersi e convincere gli altri.

<> lei si voltò di scatto sorpresa che ci fosse ancora qualcuno a quell’ora ma appena mi riconobbe si calmò. <>

Nonostante volessi avviare il discorso per spezzare quel silenzio imbarazzante non mi venne niente sul momento, ero innaturalmente nervoso al solo stargli vicino, era una cosa che non mi era mai capitata.

<>, domandò lei quasi sottovoce, nascondendo dopo il viso tra i lunghi capelli. <>

<> a risposta assunse una espressione d’imbarazzo chiudendosi nel suo solito silenzio, perciò non dissi altro prima di aggravare la situazione e farla andare via.

<>

<< sì, ma la tengo come dono da parte tua. Ti dispiace la cosa?>>

<>

<< è un onore per me esserlo. Giuro che non me ne separerò mai, sarà il simbolo della nostra amicizia.>>

<>, il suo volto si illuminò mentre pronunciava quelle parole, come la luna in una cupa notte.

<>

<>, disse con allegria e una foga sorprendente che quasi non gli apparteneva, sembrava che non aspettasse altro da tanto tempo, la presenza di qualcuno con cui confidarsi e con cui trascorrere il tempo.

<>

<> fu una vera gioia vederla per la prima volta così piena di vita, sentivo il dovere di far durare quella sua gioia il più a lungo possibile. <>

<< non ti lascerò mai, questa è una promessa che ti faccio amica mia.>>

<>, disse prendendomi per un braccio e trascinandomi via. Lasciammo il giardino ormai privo di sorveglianza e uscimmo dal tempio addentrandoci nella foresta, Pandora fece strada fino ad arrivare in un piccolo spazio verde brillante ai piedi di un acquitrino.

Ci sedemmo poco distante dall’acqua da cui una gran luce dalle sfumature verdi, gialle e violacee coloravano il piccolo spazio chiuso dalle pareti di alberi, Pam messasi davanti a me mi prese le mani e le poggiò sulla sua fronte oltre i suoi capelli argentei, sentivo qualcosa come se fosse un leggero rilievo sulla sua liscia pelle.

<>, domandai scoprendogli la fronte, era simile ma non uguale al marchio che avevano i Gèvaudan più che quelli sul corpo di Soul o Veronica, il suo era leggero e dalle forme morbide, risplendeva di una luce tenuemente bianca.

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<> non feci domande e mi fidai di lei facendo come ordinato, lei senza indugio mi si sedetti sopra e avvicinò il viso alla mia fronte. <>

Ritrovandomi addosso Pam il cuore ripartì a tutta velocità e una forte ondata di calore mi travolse, cercai di mascherare l’agitazione per non agitarla. La cosa non durò più di qualche secondo ma la sensazione delle sue labbra che toccavano la mia fronte fu qualcosa di abbastanza forte per me, il cuore stava per esplodere da come batteva forte, la mente mi andò in panne per qualche istante prima di rendermi conto che era tutto finito, lei si alzò in piedi per permettermi di vedere l’opera compiuta. Mi avvicinai all’acqua e sul mio riflesso vidi sulla fronte tenue e leggero quel simbolo che aveva anche Pam.

<>

<< è un mio dono, l’ho scoperto quando ero molto piccola, non avevo famiglia ma un sacco di animali che viaggiavano con me e ogni animale a cui donavo quel simbolo era come se fosse parte della mia famiglia, mi seguivano, mi capivano e non mi abbandonavano mai.>>

<> la sua espressione divenne cupa e piena di angoscia. <>

<> la sua storia era diversa da quella narratami dal maestro Mono, probabilmente lui cercava di farmi avvicinare di più a lei.

<>

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<> disse ridendosela senza trattenersi. <>

Tornammo indietro che gli altri studenti erano già ritornati dal loro tour, erano tutti ancora eccitati e pieni di oggetti e cibi comprati al villaggio, Pam sembrava voler far qualcosa ma stava cercando il coraggio per agire, glielo si leggeva negli occhi.

<> le mie parole parvero infondergli quel coraggio mancante che la fece agire.

<> la osservai in disparte mentre si avviava verso i suoi compagni, appena arrivata salutò con gran entusiasmo ma nessuno le rispose, tutti la ignorarono tranne una ragazza che gli disse quello che molta gente pensava di una ragazza dai capelli argentei, nonostante le forti parole il sorriso di Pam non sparì mentre tutti i suoi compagni se ne andavano lontano da lei lasciandola infine da sola.

Gli andai incontro ma non ebbi il coraggio di fare un passo oltre al vedere le sue lacrime bagnare il parchè del corridoio, appena si rese conto che gli stavo dietro si asciugò velocemente le lacrime con la manica del vestito e mi mostrò il miglior sorriso che riuscì a fare.

<> la strinsi a me poggiando il suo viso al mio petto mentre lei sfogava tutto quel dolore che si portava ogni giorno. <>

<< va bene, vado a cambiarmi e ti raggiungo nella tua stanza.>> corse via come un fulmine in direzione opposta a quella dei suoi compagni mentre io andai a sbrigare una faccenda prima della partenza.

Tutti gli studenti si erano riuniti nella grande sala degli allenamenti e nei dintorni non c’era l’ombra dei monaci, il che mi avrebbe permesso di agire indisturbato. Entrai nella stanza chiudendo la porta alle mie spalle, catturata l’attenzione di tutti potei iniziare il discorso. <>

<> queste furono le mie ultime parole quella sera prima di andare nella mia stanza e prendere le mie cose per la partenza.

Sapevo che Pandora avrebbe cercato di venire con me perciò aspettai che tutti fossero nelle loro camere prima di andarmene, solo e furtivo come lo ero sempre stato, un’ombra nella notte. Non trovai nessuno in piedi, nemmeno il grande saggio Mono, un motivo in più per non fermarmi ulteriormente, feci solo una tappa davanti alla camera di Pam lasciandogli una lettera sotto la porta e me ne andai lasciando ancora una volta quel tempio.

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VIII

AMICI

Ero già passato in tre piccoli villaggi e due cittadelle e le informazioni raccolte erano state scarse e poco affidabili, ma come inizio dopo giorni di ricerche non era male poiché superava le mie aspettative. Ero su una lieve collina da cui si riusciva a vedere un’altra cittadella, più animata e colorita delle precedenti, dall’affluenza di gente si capiva che doveva essere una tappa di commercio, il che mi fece sperare in qualcosa di sostanzioso. Mi aggregai ad una processione di carovane piene di merci nascondendo il mio aspetto per non attirare l’attenzione e confondermi con la gente che si accingeva ad entrare nella cittadella.

Non persi tempo una volta dentro, come tutte le altre cittadelle non era molto moderna e piuttosto rustica, palazzi in mattoni che costeggiavano la strada in pietra in una rete complessa di edifici e locali di ogni genere, tra questi quelli su cui porsi la mia attenzione erano bar, pub, locande e posti in cui si potevano trovare militari a riposo e mezzi sbronzi tanto da rivelare informazioni che potessero essermi utili.

Arrivai davanti ad un enorme bar, che occupava quasi l’intero piano terra di un palazzo, quando all’improvviso mi trovai addosso un ragazzino catapultato fuori da qualche ubriacone in cerca di rissa.

Il ragazzino senza perdere tempo si rialzo e senza degnarsi di scusarmi con me se ne tornò dentro sbraitando qualcosa a chi lo aveva buttato fuori, io intanto mi rialzai aiutato da un paio di passanti abituati ormai a quelle scene.

<>, mi lamentai ripulendomi dalla polvere che ricopriva come un lenzuolo quelle strada.

<>, disse una ragazza poco più grande di me, mortificata per l’accaduto.

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<> entrai nel pub sperando di non incombere in altri incidenti.

Fui portato da una delle cameriere in un piccolo tavolo in legno malandato in fondo alla sala, mi potevo ritenere fortunato visto che il locale era pieno zeppo di gente, mercanti, viaggiatori, militari e gente del posto, però aveva un’aria accogliente e di festa, enormi lampadari penzolavano dal tetto adornati dai fuochi iridescenti delle loro candele, ordinai qualcosa di semplice e mi misi subito ad ascoltare tutto quel che mi sembrava abbastanza utile.

<>, disse una voce infantile che mi distolse dal mio ascolto, era il ragazzino che mi avevano scagliato contro. Era un bambino non alto più di un metro e mezzo ma bilanciato, dai tratti leggermente orientali, capelli neri a spazzola e una espressione sorridente che scaldava il cuore.

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<> il bambino indico quattro tizzi distanti due tavoli da me che vadano il loro bello spettacoli da veri ubriachi, urla e provocazioni a chiunque ritenessero più deboli di loro.

<> il bambino cambiò subito espressione al sentir quel nome, sulla sua faccia si distingueva un misto di fastidio e preoccupazione.

<>, disse dandomi un vassoio in mano di mala maniera, poi si rivolse alla padrona del locale che stava dietro il bancone. <>

<>, rispose la donna come se nulla fosse.

<>, mi fermai un attimo a riflettere e trovai un modo per volgere a mio favore la situazione. <> mi tolsi il mantello e andai sul retro del bancone per indossare la divisa, una camicia bianca di seta e dei pantaloni neri sotto ad un grembiule su cui era ricamato il nome del bar, Leones.

Ci misi un paio di minuti a prendere il ritmo e poi non sembrò così difficile seguire tutti quegli ordini, come mi ero accorto tempo prima la clientela femminile era superiore a quella maschile e non solo in quel bar, anche nelle città e nei villaggi era molto forte la presenza del genere femminile, un aspetto rispetto a ciò a cui ero abituato che mi ricordava di non essere nel mio mondo.

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<>, chiese avvicinandosi al bancone incuriosita.

<> presi tre boccali che traboccavano di quel liquore rosso così richiesto in quel bar e li misi sul vassoio diretti al tavolo di alcune mercanti d’arte che mi squadravano con gran interesse.

<> feci come ordinato e con fare gentile degno di un buon servitore lasciai i boccali sul tavolo augurandogli che la bibita fosse di loro gradimento, girai i tacchi e me ne tornai indietro, presi altri boccali e andai al prossimo tavolo. Sembrava andare tutto così bene finché, come spesso succede, chi non sopporta veder qualcuno riuscire in qualcosa finisce per intromettersi per indivia e per il troppo alcol in corpo.

Lo stesso omone che aveva lanciato Yinn appena gli fui a tiro allungò la gamba incrociando le mie per farmi cadere, benché fossi arrivato a toccare terra con la mano sinistra ammortizzai il colpo con la mano con cui portavo il vassoio non facendo cadere né i boccali e nemmeno una goccia del liquore, il clienti applaudirono al gesto atletico provocando nell’attentatore ancora più rabbia, l’ubriaco si alzò in piedi e mi prese per il collo della camicia con aria di sfida. <> fiero delle sue parole mi lasciò la camicia e si mise in guardia con un bel sorriso beffardo pieno di se, gli altri tre suoi amici si alzarono e mi accerchiarono, nello spiraglio lasciatomi vicino al tavolo appoggiai le bevande tenendomi però il vassoio.

<>, disse la proprietaria facendo un cenno di consenso con la mano in modo vago e infastidito.

Il capogruppo partì con il primo pugno, caricato con tutto il corpo visto che era ubriaco, usai il vassoio come superficie liscia per deviare il suo pugno, l’uomo sbilanciato cadde sul compagno alla sua destra finendo entrambi a terra, gli altri due non persero tempo ad aiutare i compagni a terra e fecero la loro mossa, uno dei due, inesperto nella lotta lanciò pugni al vento nella speranza di colpirmi ma si trovo sulla traiettoria il duro ferro di cui era fatto il vassoi dritto fra le dita della mano dominante, piegai il vassoio velocemente girandogli il polso e il braccio mettendolo in ginocchio dolorante, l’ultimo di loro caricò il colpo come una ghigliottina, dall’alto. Incrociai le braccia a livello dei polsi e accompagnando il colpo lo fermai nella morsa delle mani per poi rilanciare il colpo verso l’alto lasciando l’uomo senza difese, lo colpì con il gomito destro sullo stomaco e poi col palmo sinistro sul petto vicino al cuore buttandolo a terra, non durò che qualche decina di secondi quella rissa da bar e l’alcol nei loro corpo aveva aiutato molto.

<>, invitò la padrona con aria minacciosa.

Rimisi a posto il vassoio e ci appoggiai le bibite che avevo lasciato sul tavolo portandole alle clienti. << mi scuso per l’inconveniente, spero che le bibite siano di vostro gradimento, se avete bisogno d’altro chiamatemi.>>

Finì per passarci tutta la giornata in quel posto a furia di credere alle parole della padrona; “non andare, questo è l’ultimo ordine”, diceva lei con molta convinzione finendo per farmi fare quel che voleva, ma non avevo buttato la mia giornata, avevo racimolato qualche informazione utile per trovare Jun, alla fine mi sentivo soddisfatto.

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L’edificio era di modeste dimensioni, a tre piani e molto pulito sia all’esterno che all’interno, l’arredamento molto lussuoso quasi non si addiceva all’aspetto comune che aveva visto da fuori.

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<> la corpulenta donna indicò una giovane signora che stava scendendo in quel momento dalle scale del primo piano insieme ad un ragazza che riconobbi essere Arabel.

<> la donna non disse nulla in contrario, si limitò semplicemente a salutare con un dolce sorriso e lasciò parlare la ragazza.

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<> la madre di Arabel accompagno la signora Lucas al piano di sopra dove il trambusto era maggiore, lasciandomi solo con Arabel.

<> non dissi nulla, il solo essere motivo di discussione mi metteva molto a disagio e quel suo tentativo di aprire una discussione mi sembrò anch’esso parte del mio sentirmi a disagio. Dall’esterno dell’edificio sentii la voce di quel ragazzino che mi aveva mollato il suo lavoro per andare chissà dove, ma anche la voce di qualcun altro, da come si parlavano erano della stessa età, forse fratello e sorella.

La porta venne spalancata e il ragazzo ci si fiondò dentro poi cadendo in ginocchio, il suo sguardo rimase fisso su di me appena mi intravide nella sua goffa caduta, rimase a terra qualche secondo mentre mi fissava come fosse bloccato da qualcosa.

<>, lo riprese la sorella appena entrata vedendo il fratello a terra, provai a non fare caso ai due ma non potei non notare la reazione di quella ragazza al vedermi, dritta, ferma, a un metro di distanza con quello sguardo agghiacciato.

Lo sguardo di lei per un istante mi ricordò quelli di chi, appena mi vedeva, sembrava provare disgusto e paura nei miei confronti, nei confronti di qualcuno diverso da lui, diverso dalla normalità a cui era abituato e perciò sbagliato, da tenere alla larga e denigrare come fossi un mostro. Quella sensazione che avevo provato decine e decine di volte fin da quando ne ho ricordo, la odiavo più di ogni altra cosa, perciò evitato gli sguardi altrui e cercavo di non dare nell’occhio provando a scappare dal ricordo di quella sensazione ma ecco che ritorna nello sguardo di quella ragazza, forte e penetrante come in passato. Feci per uscire non sopportando più i suoi occhi color lavanda carichi di quelle emozioni quando venni fermato da parole che non avrei mai aspettato.

<< aspetti signore! ci insegni a difenderci>>, disse la ragazza prendendomi per un braccio, cercando di non farmi andar via nonostante tremasse di paura. <>

Arabel fece lasciare la presa alla ragazza riprendendola per la sua insolenza, <> il tono minaccioso e autoritario di Arabel fece svanire ogni opposizione della ragazza che si chiuse tra le spalle a testa china chiedendo scusa per quello che aveva detto.

<>, controbatté il ragazzo mettendosi tra Arabel e la sorella.

<>, concluse prendendo la sorella per mano e uscendo di corsa.

<>, urlo inutilmente prima che gli venisse sbattuta la porta in faccia.

<> presi in spalla le mie cose e andai dietro a quei due.

La città era più viva di notte che di giorno, un alveare di luci e colori che si mescolavano con voci e musica donando personalità e quasi vita propria a quelle vie e palazzi tinti di nuovi colori, in quel mare di vitalità i due fratelli vagavano l’uno contando sull’altra.

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<> i due fratelli si voltarono di scatto presi alla sprovvista. <>

<>, domandò Kloe tra l’incredulità e la diffidenza.

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<>, risposero in sincrono poi prendendo le loro cose e seguendomi come ombre silenti bagnate dai colori che lentamente ci lasciavamo indietro della città, diretti nel buio cammino notturno tra le pianure della regione che ci separava dalla città in cui secondo le voci raccolte avrei ritrovato JU.

Seguendo le indicazioni dei mercanti e viaggiatori che avevo incontrato nella città precedente non tardammo che di mezz’ora nel mio intento di arrivare a Lotto in sei ore a passo svelto contando delle pause.

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<>, rispose Yinn fiero di quel dono della strada che per loro era stata una casa.

“è uno dei bassifondi di questa ragione, sconsiglio a chiunque di andare in quella città, neanche l’esercito osa più metterci piede”, questa era una delle voci che giravano su Lotto e come c’era d’aspettarselo era davvero come la descrivevano, palazzi e strade distrutte, avvolte da una coltre grigia di fumo e ceneri provenienti da alcuni piccoli roghi accesi da qualche teppista, poche erano le persone che si vedevano in giro, per lo più vagabondi e piccole bande di ragazzini armati fino ai denti, i loro sguardi si posarono su di noi come fossimo delle prede succose.

<>, notò preoccupata Kloe cercando di rimanere calma.

<> nonostante le dicessi io quelle parole non credevo che ci avrebbero lasciato stare ma se fossimo riusciti a ritardare il più possibile lo scontro mi sarebbe più che bastato.

Come sperato riuscimmo a raggiungere il luogo interessato benché avessimo dietro una quindicina di persone come fossero le nostre ombre, ma appena entrati nel sudicio e quasi intatto palazzo della città nessuno di loro osò entrare o avvicinarsi di un metro alla porta d’ingresso.

Non c’erano che quattro persone e dall’aria che avevano dovevano essere i boss della città, tutti loro seduti attorno allo stesso tavolo, c’era un solo posto vuoto, quello doveva essere il suo posto.

Ci sedemmo al tavolo vicino ai quattro e aspettammo anche noi con pazienza e in silenzio, aspettando che lui si rifacesse di nuovo vivo, sperando di rivedere quella strana maschera che nascondeva quel giovane viso, quei capelli così lunghi e quei occhi elettrici che sembravano far intuire una natura per nulla umana. La attesa fu qualcosa di snervante, rimanemmo lì seduti per quasi un’ora, gli altri quattro sembravano sul punto di andare, il nervosismo si poteva sentire e toccare nell’aria quando la porta dall’altra parte del locale si aprì e qualcuno entro zittendo quel nervosismo con la sua sola presenza.

<<è lui, quello che stai cercando? Se devo essere sincera mi fa quasi paura, quella maschera mi fa sentire a disagio.>>

<>

Ju prese posto al tavolo e ancora prima che chiunque potesse fiatare alzò una mano in aria facendo il numero tre con le dita. <>

I tre uomini non dissero nulla bensì lo scrissero per evitare che gli altri potessero intromettersi, una volta finito tutti e quattro quasi in sincronia passarono i fogli a Ju che gli diede una veloce occhiata. Rimase zitto qualche secondo in una silenziosa e snervante riflessione per poi rispondere alle richieste dei quattro.

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Negli sguardi dei quattro, nascosta da una faccia senza espressione, si celava una rabbia senza eguagli, dopo tutta la strada percorsa e i pericoli affrontati sentirsi dire tali parole per ognuno di loro era punibile con la morte seduta stante, i messaggeri si alzarono e con passo svelto lasciarono il locale subito seguiti dalle loro scorte appostatesi nelle vicinanze.

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<> non persi tempo e feci come proposto, Kloe e Yinn troppo intimoriti da Ju scelsero di rimanere al tavolo a debita distanza da lui.

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La delusione era ben evidente nel mio viso, non poter vedere mai più Kim, Perla, Kyle e tutta la mia famiglia era qualcosa che il mio cuore non riusciva a reggere. <>

<> Ju si alzò dal tavolo mettendosi nella tasca del lungo copricapo i fogli con le richieste dei quattro messaggero e si allontanò verso la porta da dove era arrivato. <> detto ciò scomparì chiudendosi la porta alle spalle, entrando in un vicolo avvolto da una spessa e grigia nebbia che non avevo notato entrando al locale.

Mi alzai anch’io facendo segno ai due di seguirmi poiché dovevamo tornare indietro, attraverso una folla di gente pronta a derubarci.

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<> spalancai la porta pronto a tutto ma di quei uomini neanche la minima traccia, una folta e spessa nebbia avvolgeva tutta l’area nascondendo alla vista quasi ogni cosa, non riuscivo neanche a sentire le presenze in agguato come leoni nell’erba alta, erano spariti del tutto, come risucchiati da quella stessa nebbia.

<>, mi limitai a dire mantenendo alta la guardia mentre ci allontanavamo da quel luogo divenuto ad un tratto un cimitero di silenzio.

Non facemmo la stessa strada dell’andata per tornare alla città dove i due ragazzi si unirono a me, ma percorremmo quello più lunga attraverso le foreste, lontano dalle persone e da ogni fonte di disturbo, lì dopo neanche un giorno ci imbattemmo in una delle creature mitologiche che abitavano questo mondo, i demoni orientali delle foreste, la loro pelliccia rossastra, le lunghe orecchie, gli occhi tondi e color arancio e un numero di code che variavano dalle dimensioni degli stessi, il loro stemma brillava come brace al fuoco di un rosso arancio marchiato sul bianco e folto petto. Tre di loro ci si avvicinarono, le loro dimensioni, che superavano quelle di orso, incutevano più paura dei Gèvaudan, anche se sembravano più incuriositi che affamati, i tre giganti ci accerchiarono e si misero ad analizzare mentre ci camminavano attorno. <>

<>, disse affascinato da quelle possenti creature, la sorella lo fermo mentre cercava di avvicinarsi ad uno dei tre per poterlo toccare. <>, lo riprese dandogli uno schiaffo sul viso.

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Uno dei tre, quello con la pelliccia più sbiadita che dava sul dorato si avvicinò e si drizzò sulle zampe posteriori mostrando fieramente il marchio sul petto, non capendo a fondo il suo gesto lo imitai mostrandogli quello che mi era stato fatto da Pam, il gigante ritornò sulle quattro zampe e chinò il capo e infine si sdraiò a terra, gli altri due fecero come lui.

<>, ipotizzo non tanto convinta Kloe. Yinn sentendo le parole della sorella non ci ragionò su e salì su uno dei due giganti alle spalle del più vecchio, Kloe vinse la sua incertezza e fece come il fratello stando attenta a dove metteva i piedi.

<> inchinai il capo come fecero loro e accettando anch’io di salire in groppa a quello dorato. Una volta tutti saliti partirono ad una velocità sorprendente, si mossero nella districata foresta come ombre di uccelli che si proiettavano sul suolo, sugli alberi e sull’acqua, con un’agilità che parevano scorrere come acqua di un torrente sulle crepe della roccia.

<>, domandai a Kloe che sembrava tra i due quella più informata sul mondo che li circondava.

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<<è un bel nome, mi piace.>>

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Grazie al aiuto delle Kitsune potemmo percorrere la strada più lunga nella metà del tempo che avevo previsto ma abbastanza da continuare l’allenamento con i due fratelli, non avevo molto da insegnare in così poco tempo ma loro non se ne lamentarono mai, come se quel faro morente che era ciò che potei insegnare emanante una tenue fiammella, per loro fosse un immensa luce che li guidava alla salvezza. Sei giorni impiegammo per viaggiare con le Kitsune fino a Solai, dove avevo incontrato Kloe e Yinn.

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<> ci lasciammo alle porte di Solai da dove continuai il mio viaggio con le tre Kitsune, mi accompagnarono fino al villaggio ai piedi del tempio poi scomparendo senza lasciarmi il tempo di ringraziarle.

Attraversai il villaggio trovandolo così come lo avevo lasciato, tranquillo e rigoglioso di vita e colori, stranamente era più affollato del solito ma capì subito il motivo, stavano preparando una festa per celebrare l’estate e per questo erano arrivate persone dei villaggi vicini per aiutare con i preparativi.

Continuando il giro incontrai qualche monaco nel villaggio, lieto del mio ritorno ma nessuno studente con loro, erano tutti al tempio a studiare, non persi altro tempo e iniziai la mia salita verso il tempio nel pericoloso sentiero dei Gèvaudan, mi sentivo strano nel risalire quel sentiero, sentivo un fervore e un’eccitazione che non mi appartenevano, come se non vedessi l’ora di arrivare alla cima, una voglia irrefrenabile che mi travolse facendo correre a perdifiato e che mi fece ritrovare in un attimo ai piedi di quelle interminabili scale, le voci degli studenti si sentivano fin lì, si mischiavano con i rumori della foresta e degli uccelli ma erano lo stesso nette e distinguibili e tra di esse sentii la sua voce, la voce di Pam.

Fui colto alla sprovvista quando, appena arrivai alla cima delle scale accecato dai raggi del sole, fui travolto da quella ragazza per cui ero tornato in quel tempio, Pandora mi atterro stringendomi in un caloroso abbraccio, sentivo tutta la tensione scomparire, la stanchezza dissolversi e la frustrazione delle scoperte fatte volatizzarsi con quel unico gesto d‘affetto, ricambiai amorevolmente l’abbraccio come farebbero due amici che non si vedono da tanto tempo rivolgendogli quelle parole che a poche persone avevo detto. <>

<>, minacciò tra le lacrime di felicità strofinandosi sui miei vestiti.

<> Pam si alzò di scatto scusandosi del gesto e ricomponendosi, io a fatica mi rialzai e insieme raggiungemmo gli altri che erano rimasti a osservare la scena, tra loro anche il saggio Mono. <>

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<> detto fatto, senza la possibilità di oppormi Pam prese il mio borsone e lo portò in camera mia trascinandomi con se.

Arrivati nella stanza la feci sedere sul letto e mi feci raccontare da lei come aveva passato i giorni della mia assenza, come sperato gli altri studenti si erano fatti avanti e avevano iniziato a parlargli fino a diventare amici, mentre lo raccontava la osservavo, la ammiravo come fosse una dea, i suoi occhi, i capelli, le sue labbra, il corpo, tutto in lei mi sembrava perfetto, ne ero ammagliato tanto che non ci volle tanto che se ne accorgesse mettendomi in imbarazzo.

<> lei continuò a raccontare senza mai stancarsi, con un entusiasmo che non gli avevo visto prima e che mi ammagliava ulteriormente. La testa iniziava di nuovo a bruciare e i pensieri si appannavano, non ci pensai troppo su e lo feci, forse in un attimo di poca lucidità e di stanchezza non riuscì più a fermarmi e come un gesto automatico e naturale la baciai, un lungo e dolce bacio che coronò ciò che provavo per lei, non mi scusai perché non mi pentii di quello che avevo appena fatto, negli ultimi momenti di lucidità non mi pentii di quel gesto, ne ero felice e lo avrei rifatto mille volte.

Sperai che quello che mi sembrava di aver fatto fosse stato un bel sogno, il baciare Pandora mi sembrava troppo audace per uno come me e il risvegliarmi in camera da solo mi diede qualche momento di speranza, era ancora giorno e gli studenti erano tutti presi nelle faccende nel giardino interno, c’erano tutti ma pochi monaci a sorveglianza, gli altri erano probabilmente al villaggio a dare una mano per la festa, il tempio era praticamente in mano agli studenti.

Mi avvicinai al gruppo più grande, uno di loro notò che mi avvicinavo e avvertì gli altri. Tutti si misero a schiera come soldati all’arrivo del loro generale. <>

<>

<>, il ricordare quella conversazione mi portò alla riflessione istintiva che quello che avevo fatto dopo non era stato un sogno. <> ritornai di corsa nella mia stanza prima di uscire verso la foresta, in quegli attimi l’unico mio pensiero era sperare di non incontrare Pandora per evitare l’imbarazzo di quello che gli avevo fatto.

Poiché volevo riflettere un attimo da solo e in silenzio andai nella foresta, era un luogo anche se pieno di pericoli che mi trasmetteva serenità e mi faceva sentire a mio agio forse perché mi ricordava l’enorme bosco di famiglia in cui passavo il poco tempo che rimanevo alla villa Hanzo con Kimiko.

Iniziai a correre sentendo la dolce brezza umida di quel posto, l’odore caratteristico di posti come quello e gli innumerevoli canti degli animali a me sconosciuti che abitavano quel luogo, continuai a correre schivando rami, saltando rocce e aggirando alberi finché per un attimo, in un battito di ciglia, lo vidi, maestoso e calmo avvolto da un aura di luce dorata come le corna che gli stavano sulla testa. Cerva di Cerinea, fu la prima cosa che pensai vedendo quel animale divino, non potei confermare poiché finì per andare contro un albero, appena mi rialzai la cercai ma non ce n’era più traccia, la sua visione mi incuriosì sulla possibilità di incontrare altre creature che albergavano quella foresta, la voglia di scoprire ciò che si annidava in quel luogo mi pervase tutto ad un tratto facendomi dimenticare il motivo per cui ero venuto lì.

Passare tutta la notte in una foresta di cui non si conosce nulla è spaventoso per chiunque, ma se il sentimento di scoprire i suoi segreti è maggiore di quella paura nulla allora ti fermerà dal tuo intento. Ero stanco e affamato, avevo passato l’intera notte in quel luogo ad osservare ogni tipo di animale o pianta che non conoscevo, i miei occhi facevano fatica a stare aperti e l’intero corpo si muoveva come un automa, per pura inerzia.

<>, domando Pandora con aria afflitta venendomi incontro.

<>

<

Come mai sei qui?>> la presi per un braccio portandola a me e la strinsi forte, la guardai negli occhi ricordando quella sensazione forte che provai al baciarla e lo feci di nuovo, la baciai di nuovo, strinsi le mie braccia avvolgendo il suo corpo, sentii le sue attorno al mio collo stringere dolcemente, sentii il calore delle sue labbra e quel forte sentimento infiammarmi il corpo.

<>, sentimmo dire ad una voce dal sentiero, oltre il muro di alberi e cespugli che ci separava da lui, era uno dei monaci e si stava dirigendo verso di noi.

<> andammo incontro al monaco che appena ci vede sembrò al quanto sollevato. <>

<>, gli dissi dandogli un bacio sulla guancia prima di scappare dentro il tempio.

<>, disse il monaco a Pam. <>

Da quel momento passammo giorni e notti intere insieme, parlavamo, camminavamo e viaggiavamo insieme, grazie a lei potei scoprire molte cose di Raicos e approfondire la lingua di quel posto, la sua particolare propensione nel farsi amico ogni animale di quel mondo era qualcosa che mi stupiva come ogni parte di lei, non ne ero solo innamorato ma ne ero completamente ammagliato, il solo stargli accanto mi rendeva felice.

Ci eravamo messi ufficialmente la sera del giorno dopo l’incontro con la cerva di Cerinea, quella sera c’era la festa al villaggio e alle luci dello spettacolo di luci notturne, in un angolo appartato gli dissi che mi piaceva e che volevo stargli sempre accanto, lei rispose dicendo di voler diventare la mia ragazza. Di nascosto andavo nella sua stanza a dormire insieme o a parlare tutta la notte, principalmente gli raccontavo tutti i viaggi che avevo fatto senza però menzionargli il motivo di quei viaggi e lei non lo chiese mai, ascoltava con attenzione, l’uno stretto nell’altra senza mai lamentarsi.

Quasi un mese dopo però le cose cambiarono con l’arrivo di una visita inaspettata al tempio, gli studenti avevano appena finito con i compiti a loro assegnati e io stavo tornando dalla sorgente d’acqua in mezzo alla foresta dov’ero solito andare. Non passai subito a lasciare le mie cose in stanza poiché sentendo un fragoso trambusto ne fui incuriosito, nel tragitto incontrai Pam insieme ad alcune allieve. <>

<> tutti gli allievi si erano radunati davanti al tempio dove erano arrivati degli ospiti, le loro divise li contraddistinguevano, un rosso acceso che non si dimenticava.

<>, disse con tono autoritario una voce femminile. Attorno a me si aprì una voragine fino ai soldati, tra di loro riconobbi qualcuno, soprattutto il loro capo.

<>

<> lei fece segno ai suoi uomini di riposare e di disperdersi visto che non erano lì per ordine dell’esercito. <>

Ci allontanammo dalla folla andando in un luogo in disparte dove parlare da soli e indisturbati, il comportamento di Veronica mi sembrò alquanto sospetto poiché dal nostro ultimo incontro non mi aveva dato l’impressione che tenesse particolarmente a me. <>

<>

<>, scherzai cercando di innervosirla.

<> il tono con cui lo disse non faceva intuire un minimo di dispiacere. <>

<>

<> non ascoltai le sue ovvie obbiezioni e la portai in camera dove gli ordinai di cambiarsi, una volta finito aveva l’aspetto di una normale ragazza di campagna, in quel modo non avrebbe dato nell’occhio.

Al villaggio era tutto molto calmo come al solito, gli abitanti erano molto gentili e disponibili, si conoscevano tutti tra di loro e ogni studente del tempio per loro era come de figlio, Veronica notò questo comportamento comprendendo che non aveva mai provato nulla del genere nel luogo dove aveva vissuto e ne fu un po’ dispiaciuta.

<>

<>

<> Veronica ne fu divertita dalla mia reazione delusa tanto fa fargli fare una grassa risata. <>

<>

<>

<>

Pam era rimasta alle poste del tempio da quando io e Veronica eravamo scesi al villaggio, nonostante gli inviti degli altri non si era mossa da lì, ignaro di ciò cercavo di far divertire il più possibile quella rigida e ferrea ragazza che non si divertiva mai, era il mio modo per ringraziarla per quel che ha fatto per Soul e un modo per non perdere il legame con il mio mondo, anche se lei era di Raicos l’averla vicino mi ricordava quei momenti passati sulla terra, gli ultimi prima di finire qui.

Tra una cosa e l’altra il tempo volò via e ce ne rendemmo conto solo alle luci di quel tramonto bianco a cui ancora non riuscivo ad abituarmi, arrivammo alle porte del tempio, dopo essere usciti dalla foresta, a braccetto mentre ce la ridevamo di gusto dopo una fuga da un branco di strani animali simili a furetti muschiati, il loro tenero e bizzarro aspetto tradiva la loro aggressiva natura. Alzai lo sguardo trovando Pam in piedi in cima alle scalinate, aveva una espressione che non riuscì a capire ma si intuiva che qualcosa non andava, quando provai a rivolgergli la parola si voltò andando via di corsa, era la prima volta che faceva qualcosa di simile.

<>

Appena finito la commissione andai nella stanza di Pam ma non mi lasciò entrare e neanche volle ascoltarmi. <> non mi mossi di un centimetro per quasi un’ora senza però ottenere alcun risultato ma la cosa non mi scoraggiò per niente, se sarebbe stato necessario sarei rimasto tutta la notte lì.

Dopo un’altra mezz’ora arrivò il maestro mono accompagnato da due studenti a prelevarmi dal corridoio.

<> le parole di quel anziano signore erano alquanto persuasive, mi lasciai convincere e lo seguì nella sala dei pasti.

Alla destra del mio posto qualche istante dopo giunse Veronica, si capiva che si era appena fatta un bagno, i capelli erano ancora tutti bagnati e spettinati ma questo suo aspetto così poco professionale non gli diede alcun fastidio, subito dopo arrivò a mia sorpresa anche Pam, lei e Veronica si scambiarono una rapida occhiata prima che lei si sedesse di fronte a noi. Non osai dire nulla nella paura di peggiorare le cose ma a questo pensò Veronica che fece di tutto per fare innervosire Pam usandomi come suo mezzo.

Dopo le insistenti attenzioni di Vero durante la cena e l’aver aiutato a sistemare, corsi dietro a Pam che ancora una volta si rifiutò di parlarmi, mi ignorò completamente facendomi sentire ancora più male.

Veronica arrivò poco dopo aver visto quel mio intento a conversare con Pam miseramente fallito, mi si accosto cercando di tirarmi su di morale. <>, disse Vero. <> volli credergli e l’accompagnai a letto sperando con tutto il cuore che Pam non mi odiasse.

La mattina seguente alle prime luci del giorno il piccolo plotone di soldati guidati da Veronica ripartì riposato e carico più che mai, mi raccomandai di passare di nuovo a trovarmi e di tenermi informato. << ti scriverò quanto potrò e dirò a Soul di fare lo stesso, stammi bene e chiedi scusa a quella ragazza da parte mia per il mio comportamento, sono sicura ti perdonerà.>>

<> con la speranza che la questione con Pam si risolvesse osservai l’armata allontanarsi a passo deciso scomparendo oltre la soglia degli alberi, tornai dentro con l’intenzione di non far andare oltre la questione.

IX

AURA

Non andò come avrei voluto, Pam dalla partenza di Veronica mi aveva ignorato totalmente, ciò che gli avevo fatto gli era rimasto come fosse un marchio sulla pelle, iniziò a parlare di più con gli altri allievi, soprattutto con i ragazzi facendomi provare qualche momento di gelosia bruciante, il suo comportamento andò avanti finché dopo tre giorno il maestro Mono venne contattato da un suo vecchio amico e partì con un gruppo di allievi, tra di essi ci fu anche lei, sapeva che non sarei andato ed è per quello pensai fosse andata anche lei, forse era vero che non voleva più stare insieme a me, in quelle giornate in cui ero praticamente solo al tempio trascorsi il mio tempo alla ricerca della Cerva di Cerinea o di altri animali sconosciuti ma non stavo facendo nessun progresso e iniziavo ad annoiarmi.

La mattinata del terzo giorno in solitaria andai alla fonte dove avevo ricevuto da Pam il marchio sulla fronte ma all’improvviso sentii dei ringhi, erano inconfondibili come il rumore dell’acqua, erano dei Gèvaudan e dal chiasso si intuiva che erano più di uno, forse tre come quelli che mi avevano aggredito il primo giorno. Rimasi appostato e immobile per non farmi individuare e aspettai il loro passaggio per poi continuare in pace ma le grida doloranti di un altro animale mi fecero smuovere, erano proprio in direzione della fonte d’acqua, a pochi metri da me.

Mi feci strada tra la sterpaglia arrivando con un salto oltre gli alti cespugli cadendo nella zona di terra immacolata che circondava quello stagno d’acqua limpida. Era come avevo immaginato, erano i tre Gèvaudan che mi avevano attaccato, stavano ad uno stremo del piazzale col muso insanguinato, le zanne in vista e uno sguardo che bramava una vittima, mi voltai d’altra parte cercando la vittima di quel attacco seguendo la scia di sangue e la trovai, era enorme, dalla pelliccia bianca come il latte, liscia su tutto il suo snello ma possente corpo, all’altezza del petto la pelliccia si infoltiva come la criniera di un leone da cui sbucava l’affusolata festa felina identica a quella di una tigre preistorica dalle lunghe zanne e dagli occhi penetranti di zaffiro. Il sangue gli sgorgava da un punto del petto ma poiché era sdraiata sullo stomaco non capì dove e quanto era grande il problema, i tre mostri rivolsero il loro sguardo omicida verso di me subito prima del loro attacco.

Non indietreggiai ma avanzai a difesa di quel essere in pericolo, non mi importava di ferirmi, a costo di rompermi ossa o costole o di essere sfregiato o di essere ferito gravemente gli avrei salvati, era come se in me fosse rinato un vecchio sentimento rimasto dormiente per molto tempo e che ora si riaccendeva nel momento in cui la vidi, quei suoi occhi chiedevano aiuto, pietà che i suoi aggressori non mostravano e che non avrei mostrato a loro, quei occhi in cui una luce brillò nel momento in cui mi vide come un faro nelle tenebre della notte.

Il silenzio riempì ancora una volta la foresta come se tutto ciò che c’era all’interno osservasse quella scena, quel versamento di sangue e dolore che si era consumato in quel luogo fino a qualche istante prima pieno di calma. I loro corpi giacevano l’uno distante dall’altro mentre cercavano di radunare le ultime forze per scappare via, il più grosso riuscì a calarsi giù dall’albero dove gli si erano conficcati dei rami appuntiti all’altezza del bacino, gli altri due ancora con due zampe intatte e le altre gravemente rotte si dileguarono lasciando una debole scia di sangue, nei loro sguardi la paura e il terrore che accomunava coloro che mi avevano visto in quelle condizioni.

Mi avvicinai barcollante al grosso felino senza fare movimenti bruschi, ma dalle sue condizioni non sarebbe fuggito in nessun caso, mi inginocchiai appena gli arrivai vicino per controllare la ferita e cercare di rassicurarla.

<< se ne sono andati ora sei al sicuro, ti aiuterò io>>, gli dissi accarezzandogli la testa in modo affettuoso.

Per qualche motivo sentivo che era una femmina, non so come lo capì ma era come una sensazione, la feci sdraiare su un lato e trovai un ulteriore sorpresa, teneva tra le possenti zampe un cucciolo di qualche settimana, era uguale alla madre, provando a curarla leccava la ferita della madre nonostante fosse anche lui ferito alle zampe e vicino all’occhio sinistro, mi strappai la veste in una lunga scia e provai a fasciare la ferita profonda dell’animale, mi sporcai molto del suo sangue riuscendo a fermare l’emorragia ma ne aveva perso molto, dal suo sguardo si capiva che sapeva di non farcela, questa sua consapevolezza mi scosse, il forte desiderio di non vederla arrendersi mi travolse. Non volevo che morisse, doveva vivere almeno per il suo cucciolo, con uno degli artigli mi tagliai sul braccio sinistro facendo uscire un po’ del mio sangue.

<>, pregai l’enorme felino, lo ripetei più e più volte avvicinando il braccio alle sue fauci ma lei non lo fece. L’enorme felino con le ultime forze prese il cucciolo con la bocca e me lo lasciò davanti spingendolo a me con la testa, quel gesto voleva dire solo una cosa, voleva che me ne occupassi io perché sapeva che lei non lo avrebbe più potuto fare. <>, gli dissi quasi in lacrime ma in fondo sapevo che non ce l’avrebbe fatta lo stesso, neanche bere il mio sangue gli sarebbe servito a molto, ma non volevo accettare la realtà.

Lei vedendomi così traviato con un grande sforzo avvicinò la sua possente testa accarezzandomi il viso e leccandomi le lacrime, nei suoi occhi risplendeva una luce di speranza che riponeva nel mio aiuto, una muta richiesta a prendersi cura di quel piccolo che aveva protetto con la sua vita. Non la lasciai lì a morire da sola, anche se iniziavo a non sentirmi le gambe rimasi lì con lei, mi sedetti accanto a lei e gli poggiai il cucciolo vicino alla testa mentre aspettavo col cuore amareggiato che lasciasse questo mondo, sentii il suo respiro farsi sempre più affannoso e lo stemma sulla fronte passare da un bianco acceso ad un grigio spento per poi svanire come cenere al vento.

Non conoscevo quell’animale, non sapevo come fosse arrivato lì e perché ma quei sentimenti che provai in quei istanti insieme a loro erano la cosa più vera e sincera che un essere umano potesse provare per qualcun altro, quando la sentii smettere di respirare non volli crederci, nel suo petto il cuore si era fermato e lo stemma era spento privo di ogni luce, il cucciolo gemeva mentre spronava la madre che non dava segni di vita, mi trascinai poco distante ai piedi dell’enorme albero che ombreggiava lo specchio d’acqua cristallina e iniziai a scavare con le mani nude benché sanguinassero, il terreno mi sembro così friabile mentre le mie mani ci scavavo in un movimento dettato dal dolore e impregnato di lacrime.

Quando terminai il sole era già alto, avevo scavato una tomba per la madre del cucciolo, le mie mani erano massacrate e piene di tagli dovuti ai piccoli sassi sul terreno ma tale dolore mi sembrò che punture di zanzare rispetto a ciò che quel piccolo privato di una madre doveva sopportare, a costo di sopportare un dolore immane alzai e portai la salma alla tomba posandola al suo interno delicatamente, le lacrime non riuscì a fermarle mentre guardavo quel corpo privo di vita, sul petto vidi che portava uno strano gioiello che risplendeva come di un tetro rosso oscuro e limpido, lo presi e me lo misi in tasca per darlo al cucciolo quando fosse il momento.

<> il cucciolo guardò la madre fermo sul bordo della tomba, sapeva che sua madre era morta ma in quel momento non ebbe nessuna reazione, era sotto shock come chiunque al suo posto.

Seppellì il corpo e prendendo un masso ne feci una lapide così ogni volta che sarei venuto lì lei avrebbe potuto vedere il suo cucciolo, ero sporco di sangue e terra dalla testa ai piedi, dolorante e pieno di ferite che non provocavano alcun dolore paragonati alla frustrazione di non essere riuscito a salvare quella povera madre. Mi strappai un ultimo pezzo di maglia per coprire le ferite del cucciolo, lo strinsi forte al petto e andai via, non volevo rimanere un altro secondo in quel luogo e insieme al cucciolo tornai al monastero.

I pochi monaci rimasti al vedermi arrivare così tardi e ricoperto di sangue, terra e con i vestiti strappati si allarmarono, mi rivolsero mille domande ma non ero lucido per dare loro delle spiegazioni in quel momento, mi rifugiai nella mia stanza per quello che rimaneva della giornata, insanguinato, dolorante e debole mi strinsi sul letto attorno al cucciolo facendogli bere poco del mio sangue dalla mano ma mentre lo guardavo non potei non pensare alla madre e alla vita che

Avrebbe passato, una vita che per me era stata un inferno per molto tempo prima di trovare qualcuno che mi salvasse.

Il giorno seguente spiegai cos’era successo ed ebbi il permesso di tenere il cucciolo, rimasi qualche altro giorno chiuso nella stanza soggiogato dalla frustrazione e dal dolore ma fu proprio il cucciolo a spronarmi a uscire. Era mattina e me ne stavo sdraiato nel letto quando saltò sul mio letto colpendomi con la zampa sul petto per farmi alzare, voleva uscire, giocare, voleva dimenticare il dolore, cosa che io al contrario non stavo facendo.

<> mi alzai in piedi e con il piccolo aggrappato alla spalla lo portai al villaggio e gli feci assaggiare qualche pietanza, gli feci conoscere tutti gli abitanti ei bambini che venivano spesso al tempio a giocare, tutto per farlo distrarre, infine andammo a fare un saluto alla madre.

Era tutto come se non fosse successo nulla in quel luogo di pace, il piccolo rimase qualche istante davanti alla tomba mentre io mi sedetti sulla sponda vicino all’acqua, qualche istante dopo il piccolo mi raggiunse e si sedette al mio fianco, ci guardammo a vicenda come fosse la prima volta che ci incontravamo, io pieno di bende e pezze e lui con quelle fasce nere sulle zampe e quel ciuffo sull’occhio sinistro che gli copriva la cicatrice della ferita alla testa. <>, gli domandai come se potesse capirmi, ma ovviamente non mi capì.

Toccai con mano per una risposta veloce trovando subito ciò che cercavo nonché facendolo reagire. <> ci rimasi un po’ a pensare e poi gli dissi qualcuno sperando gli piacesse, ci volle un bel po’ ma alla fine lo trovammo. << Aura, ora sei la mia piccola tigrotta Aura, chi sa come dovrei chiamare al tua razza? Ma ora non pensiamoci Aura.>> la piccola mi saltò addosso facendosi accarezzare con gusto.

Nei giorni successivi mi allenai con lei, andai in giro con lei, mangiammo insieme così come dormimmo insieme, stavamo giorno e notte insieme, trascorrendo il tempo che precedevano l’arrivo del maestro Mono, l’uno contando sull’altra.

Quel giorno non eravamo al tempio nonostante tutti ne parlassero, ci fu una grande cerimonia per il loro ritorno ma io e Aura, che eravamo usciti presto a esplorare non ce lo ricordammo che molto tempo dopo. In tutta fretta tornammo sperando di far in tempo ma erano già arrivati, uno dei monaci ci riferì che il maestro Mono era nel grande salone con gli allievi a raccontare a quelli rimasti ciò che era successo nel loro viaggio. Andai da lui insieme ad Aura per presentarla e farla accogliere ufficialmente al tempio, il maestro sembrò un po’ sorpreso alla sua vista ma grazie all’aiuto degli altri monaci che erano rimasti con me e che avevano vissuto quei giorni con lei lo convinsi a farla rimanere, molti tra gli allievi furono sorpresi della decisione del vecchio saggio poiché non avendo mai incontrato che animali ostili ne erano un po’ impauriti, tra questi ci fu anche Pandora che sembrava ancora arrabbiata con me e faceva poco caso ad Aura, la sua espressione mi provocò un certo dispiacere ma non lo dai a vedere.

Dopo la lunga cerimonia di bentornato il vecchio saggio riprese subito a dare lezione aiutato dagli altri monaci, io che non seguivo tali lezioni andai via accompagnato da Aura a prendere delle cose che mi servivano al villaggio, al mio arrivo una schiera di bambini ci accerchiò per vedere meglio quel bellissimo animale che tenevo avvinghiato alla spalla destra come fosse uno zaino, mi riempirono di domande e di richieste sulla piccola che sembrava spaventata da tutti quei bambini così rumorosi, con l’aiuto di qualche negoziante e genitore mi liberai dei bambini e potei prendere quel che mi serviva prima che si facesse troppo tardi.

Al tempio mi occupai delle faccende che aspettavano agli allievi per fargli riposare ancora un po’ dopo il lungo viaggio, come c’era d’aspettarselo finì molto tardi rispetto al solito ma essere ringraziato mi ripagò dello sforzo, nel mentre qualche ragazza mi rivolse la parola soprattutto per conoscere Aura.

<> era anche capibile visto l’aspetto che aveva, il pelo così bianco e liscio, quel suo atteggiamento timido ma affettuoso nei miei confronti aveva attirato l’attenzione delle ragazze che ne furono rapite da quella bellezza infantile.

<> gli risposi cortese, provarono in molte ad accarezzarla ma Aura non voleva essere toccata, sembrava a volte che volesse attaccarle perciò la presi in mano e la feci aggrappare alla mia spalla così che non potessero toccarla.

<> fortunatamente capirono e non se la presero, anzi rimasero vicine per cercare di far sentire Aura più a suo agio, cosa che mi rese felice.

Quella sera a cena l’argomento principale fu il viaggio del maestro e i luoghi visitati ma a coloro che ci erano stati importava di più sull’incidente che mi era capitato in loro assenza, l’attacco dei Gèvaudan che avevo chiesto ai monaci di non raccontare ma che alla fine sotto richiesta del maestro avevano dovuto cedere raccontando in che condizioni pietose ero tornato non badando alla presenza degli allievi mentre ne facevano parola. A fine cena tornai in camera aspettando il momento opportuno mentre giocherellavo con Aura, aspettai il silenzio assoluto nei corridoi per iniziare a muovermi, lasciai la piccola in camera per non rischiare di essere visto. <>

Nessuno mi aveva notato mentre mi allontanavo nell’ombra, la strada fu alquanto calma e silenziosamente piacevole, una leggera aria notturna avvolgeva le cime degli alberi creando un piacevole fruscio, in mezzo a tanta vegetazione come una stella nel cielo buio risplendeva quello specchio d’acqua che come sempre risultava uno spettacolo per gli occhi, una nebbia densa avvolgeva quel luogo tingendosi dei colori dell’aurora nati dal fondale vivente di quell’acqua, tutt’attorno si riunirono svolazzando leggiadramente nell’aria piccoli animaletti simili a fiocchi di cotone attirati da quella luce magnetica ma non erano gli unici, qualcuno mi aveva seguito.

Aura sbuco fuori saltandomi addosso prendendomi alla gola con un salto che non mi aspettavo fosse capace di fare. <>, dissi accarezzandola lungo tutta la schiena.

Dopo essermi accertato che non ci fosse più nessuno finalmente potei farmi un tuffo in quella magnifica acqua, mi levai di corsa i vestiti per poi tuffarmi, l’acqua era stupendamente calda, rilassava i muscoli mentre ti avvolgeva nella sua luce, era un peccato non godersela. <> lei però non sembrava della mia stessa idea e conoscendomi iniziò a indietreggiare pian paino ma prima che potesse scappare la afferrai portandomela in acqua come fossi un’orca.

Le feci una bella lavata completa nonostante si dimenasse continuamente, appena riuscì a scappare nuoto di tutta fretta fino alla riva, appena ci arrivò mi lanciò un’occhiataccia mentre mostrava le zanne, era decisamente arrabbiata ma la cosa non mi preoccupò, ci risi su per quella sua reazione così umana e la lasciai stare. Continuai a godermi l’acqua mentre lei faceva la guardia, mi addentrai fino ad esplorare il fondo osservando meglio la vegetazione così viva e colorata, erano delle piante simili a coralli che si muovevano seguendo la corrente sotterranea da cui veniva l’acqua, la mia esplorazione termino quando sentii Aura ruggire, non lo aveva mai fatto prima e ciò significava che qualcosa era arrivato.

Riemersi il prima possibile trovandomi Aura rizzata a ringhiare verso di me, non capii perché ma quando sentii una presenza alle mie spalle fu più chiaro, mi voltai rapidamente pensando fossero ancora quei tre mostri, ero pronto a ucciderli se avessero provato a toccare Aura ma non erano loro, era Pandora, mi guardava con gli occhi lucidi e pieni di terrore ed era capibile.

Lo sguardo che assunsi era quello di una belva pronta a mordere ed uccidere, quello che avevano i Gèvaudan quando uccisero la madre di Aura. <>, domandai cercando di nascondermi a pelo dell’acqua, lei però si mise sulla difensiva, rimanendo a distanza debita dall’acqua e da me.

Uscito dall’acqua mi sedetti vicino alla tomba della madre di Aura insieme alla piccola mentre Pandora rimase in piedi davanti a noi, era evidente che volesse dirmi qualcosa e così inizio subito ad attaccarmi. <>, disse quasi urlando, non lo aveva mai fatto prima, era decisamente arrabbiata ma non le avrei lasciato passare l’aver parlato in quel modo di Aura. <>, gli ribadì con lo stesso tono ma lei voleva avere l’ultima parola sulla questione.

<>, disse rabbiosa quasi in lacrime. <>

<> quelle parole mi uscirono come sfogo di un dolore che portavo da anni, Pandora si calmo sentendo quelle parole.

<> mi levai la parte superiore della tunica mostrandogli la schiena, con la coda dell’occhio vidi il suo sguardo cambiare, riempirsi di orrore e di dolore alla sola vista.

<<è successo un anno dopo l’essere stato adottato, ero con mia madre nel posto che sarebbe diventato la mia nuova patria, dovemmo rimanere in una grande città per alcuni mesi a causa del suo lavoro perciò mi scrisse a scuola, quella fu la peggiore esperienza di quel periodo, i miei compagni non smettevano di prendermi in giro, farmi scherzi ed alcuni di questi molto pesanti, venivo pestato quasi tutti i giorni, mi chiamavano mostro per via del mio aspetto, del fatto che ero straniero e per giunta adottato, non la smettevano in nessun momento, gli insegnanti lo sapevano ma non dicevano nulla così come non dissi nemmeno io nulla a mia madre per non farla preoccupare, la cosa andò avanti per giorni, settimane, senza sosta ma poi un giorno non ce la feci più, colpi uno di quelli che mi prendevano in giro rompendogli il naso, venni sospeso per alcuni giorni ma la cosa peggiore avvenne lo stesso giorno che tornai, nessuno mi prese in più in giro anzi mi stavano alla larga perché sapevano cosa stava incombendo su di me.

Quel pomeriggio appena finito le lezioni venni preso e trascinato sul tetto della scuola dal fratello del ragazzo che avevo colpito, e non era solo, con lui arrivarono alcuni ragazzi, erano molto più grandi di me e io non potei farci nulla contro di loro, mi picchiarono a sangue, mi derisero e mi umiliarono in ogni modo possibile. Non contenti mi bloccarono a terra, mi strapparono l’uniforme e sotto gli occhi del fratello piccolo il ragazzo con un coltello mi incise sulla schiena ciò che tutti pensavano di me, il dolore fu qualcosa di immane, mentre lo faceva senti le loro risate di soddisfazione, mentre soffrivo per il dolore loro si divertivano ma appena mi lasciarono non mi trattenni più, da quel tetto nessuno ne scese illeso, fu uno degli insegnanti a trovarci e a portarci all’ospedale, io fui quello messo peggio con ferite da taglio e alcune ossa delle mani rotte, i ragazzi mi accusarono di aver iniziato io a colpirli e dalle loro ferite non si sarebbe detto che uno ridotto come lo ero io gliele avesse procurate, dissero che non sembravo normale quando gli colpivo, ai loro occhi ero un mostro in preda alla rabbia, finì così che diventai quello che loro stessi dicevano di me, ciò che avevano inciso scavando in profondità sulla mia pelle, ero un mostro. Dopo quel incidente ci trasferimmo in un’altra città, io rimasi sempre nell’ombra temendo che mi potesse capitare di nuovo una cosa così dolorosa e il solo pensiero mi persuadeva ad ogni contatto con le altre persone. Questa cicatrice che si estende su tutta la mia schiena era il mio tormento, era come una ammonizione di cosa avrei potuto ancora soffrire.>> mi rimisi le vesti e rimasi in silenzio.

<> quelle sue parole erano sincere, lo si vedeva dal suo sguardo rammaricato e dispiaciuto come fosse un libro aperto per me.

<< non preoccuparti, ci sono abituato, perdonami se ti ho trascurata ma pensavo che il nostro rapporto fosse finito e così ti ho lasciato il tuo spazio, pensavo fosse la cosa migliore.>> mi rialzai portando Aura attaccata alla spalla e mi avviai verso il tempio.

<>

<> me ne andai senza aspettarla ma la sentivo seguirmi a distanza.

Ritornato in stanza non riuscii che a pensare a lei e a ciò che gli avevo detto, mi vennero i sensi di colpa per quelle parole che mi sembrarono troppo dure, al pensiero di finire il nostro rapporto in quel modo mi doleva il cuore, rimasi quasi un’ora nell’insonnia pensandoci, quando ricordai le parole che mi ero detto appena saputo la storia di Pandora, al fatto che mi ero promesso di diventare il suo migliore amico e che gli sarei sempre stato vicino.

Mi alzai in piedi diretto in camera sua a sistemare le cose ma appena aprì la porta ci trovai lei davanti, rimanemmo qualche secondo fermi, zitti a guardarci senza sapere cosa fare o dire finché non sentì un rumore di passi, tirai dentro la ragazza chiudendo la porta alle mie spalle.

Non persi altro tempo, la feci sedere sul letto per dirgli ciò che dovevo. <>

<>, disse con lo sguardo basso nascondendo ogni emozione, non dissi nulla e la accompagnai dentro nella sua stanza, era la prima volta che ci entravo, era ordinata e profumata come me l’aspettavo, lei si sedette sul letto ed iniziò a piangere silenziosamente cercando di nasconderlo, mi misi in ginocchio davanti a lei rassicurandola.

<> gli asciugai le ultime lacrime accarezzandogli il viso teneramente, lei sorrise arrossendo, provai a rialzarmi ma le sue mani mi fermarono prendendo infine il mio viso per avvicinarlo al suo, senti il cuore battere a mille, Pandora non aveva mai agito così prima, mi provò a baciare ma sfortunatamente uno dei maestri gli bussò alla porta rovinando il momento, saltai in piedi e senza perdere un attimo corsi verso la porta che vada al corridoio esterno, sul giardino, non mi girai e uscì di corsa alla mia stanza.

Trovai Aura semi-addormentata sul letto che mi aspettava, mi buttai affianco a lei e la strinsi a me, lei sembro acconsentire il mio gesto, cercai di allontanare i pensieri e abbandonarmi al sonno, dopo una giornata come quella anche l’incubo peggiore non mi avrebbe scalfito, quel gesto di Pam mi aveva fatto innamorare ancora di più di lei.

Per la prima volta fu una notte priva di incubi, ero sereno e questo si era trasmesso sul mio dormire, a svegliarmi furono i graffi di Aura sul braccio sinistro, sentii anche qualcosa appoggiato al petto, pensai subito che fosse lei ma Aura dormiva sopra il mio braccio graffiandolo nel sonno, solo quando la mia vista si risveglio dal sonno capì che era una testa, quello che mi sembrava il bianco corpo di Aura erano i lisci e lunghi capelli argentei di una ragazza, era già la seconda volta che Pam veniva sul mio letto di nascosto e dovevo rimanere calmo, con il braccio destro addormentato e quasi insensibile portai Pam più vicino a me stringendola lentamente, per svegliarla gli accarezzai il viso sempre con la mano addormentata. Lei apri gli occhi lentamente per abituarsi alla lieve luce che entrava nella stanza per poi focalizzarsi sul mio volto ad una spanna dal suo, vidi la metamorfosi del suo coloramento da un candido bianco a un tenue rosa d’imbarazzo, poi si alzò in piedi tirandosi la lunga maglia da notte cercando di coprirsi il più possibile le cosce e le gambe, io mi alzai più calmamente rimettendomi per prima cosa la maglietta.

<>, dissi facendo finta di ignorare Pam, lei mi salto addosso stringendo le braccia attorno al mio collo teneramente e scuotendomi. << non fare finta che io non ci sono>>, disse fintamente arrabbiata ma io continuai nella mia recita.

<> Pandora continuò a cercare di farsi notare stringendo più forte ma non demordevo, finché non mi stampò un bacio sulla guancia.

<> lei si stacco soddisfatta del aver raggiunto il suo obbiettivo. <>, rispose facendo la misteriosa.

<>, ribattei guardando lei e Aura con sguardo indeciso e pensieroso. <>, mi domandai ad alta voce. Aura mi saltò sul petto leccandomi il viso vistosamente. <> Pandora la prese stringendola a se impedendogli di avvicinarsi a me. <>, le propose con un certo rossore in viso.

Ancora una volta uno dei maestri bussò alla mia porta. <>, mi chiesi ad alta voce molto infastidito. Ci infilammo tutti e tre sotto le lenzuola stringendoci per passare inosservati, lì sotto mi sentii felice come mai in quel mondo, ero con coloro che più mi stavano a cuore in quel posto tanto lontano a casa e dalla mia famiglia.

Alcuni giorni dopo ebbi la prima lettera di Soul, diceva che era felice che avessi trovato qualcuno con cui passare il tempo, scrisse che con Veronica mi avrebbe tenuto aggiornato sulla porta verso la terra e che non vedeva l’ora di rivederci ma non sarebbe stato possibile prima di un anno poiché aveva delle faccende col esercito.

L’attesa però su tutt’altro che triste, insieme a Pandora e Aura mi divertivo, trascorrevamo molto tempo insieme, gli raccontavo dei posti sulla terra e del fatto che le avrei portate con me, in poco tempo diventando molto intimi, qualche notte Pandora veniva a dormire con noi o la trovavamo sul nostro letto, con il maestro Mono come insegnante imparai gran parte di ciò che riguardava quel mondo sotto tutti gli aspetti e dopo quattro mesi iniziai il libro con le descrizioni delle creature di Raicos aiutato da Pam e Aura nel classificarle e scovarle, viaggiammo anche in alcuni villaggi vicini alla ricerca di nuove creature, il tempo passò come l’acqua di un fiume in piena e lo si vedeva da come rapidamente Aura crescesse e così dopo un anno era una giovane fiera che mi arrivava al busto.

Era il momento giusto per andare a trovare mio fratello, ebbi il permesso dal vecchio saggio pochi giorni prima del giorno fissato, era anche un’occasione per incontrare nuove creature e non lo avevo ancora detto a nessuno, aspettavo il momento giusto e l’anniversario della mia venuta al tempio era l’occasione perfetta.

Quella mattina per coronare il risveglio fui accolto da una parte da una dolce e letale fiera dalla pelliccia bianca celeste che riposava alla mia sinistra tenendo il mio braccio tra le sue possenti zampe e dall’altra parte da un angelo sotto sembianze di una giovane e bellissima ragazza dalla carnagione chiara come i suoi capelli che stringeva forte l’altro braccio contro il suo petto, mai avuto un risveglio migliore, loro due furono le prime ad augurarmi un felice anniversario a loro modo.

Arrivato al grande salone venni festeggiato come se fosse il mio compleanno, in tutta quella felicità non riuscivo a trovare il momento per parlare del viaggio che dovevo compiere ma poi il maestro mandò me e Aura al villaggio a prendere delle cose, era evidente che era una scusa per preparare chi sa quale sorpresa ma accettai senza ridire nulla, la strada per andare in città era lunga ma si stava bene fuori, era una giornata perfetta, dopo circa meno di un’ora arrivammo al piccolo villaggio ai piedi della valle, anche lì mi vennero fatti gli auguri per l’anniversario del mio arrivo, Comprai ciò che dovevo cercando di fare il più velocemente possibile per tornare al tempio, ci mettemmo meno di mezz’ora a prendere tutto e tornammo di corsa eccitati, non vedevo l’ora di scoprire che cosa avessero preparato.

Appena mi incamminai vidi oltre gli alti alberi del fumo nero levarsi in aria proveniente dalla cima proprio dov’era il tempio, uno strano e terribile presentimento mi avvolse come il preavviso di una catastrofe, corsi con tutto me stesso a perdifiato sentendo sempre più vicini l’odore e il suono del legno ardere, accelerai ancor di più il passo arrivando in cima che il tempio era in fiamme, lunghe lingue di fuoco lo divoravano, il mio pensiero fu rivolto a coloro che erano intrappolati dentro, buttai a terra ciò che avevo tra le mani e mi feci strada tra le fiamme sfondando le porte, stava andando tutto in pezzi, il soffitto, le pareti, tutto avvolto nel rosso fuoco distruttore come se l’inferno fosse giunto in quel luogo.

Le fiamme non mi fermarono eppure ciò che trovavo erano solo corpi massacrati avvolti in pozze del loro proprio sangue, tutti i ragazzi e ragazze sembravano essere brutalmente uccisi da qualcuno, nessuno di loro era stato risparmiato, tutti quelli che ritenevo miei amici e compagni giacevano senza vita con il terrore scritto nei loro volti privi di vita, a malapena mi trattenevo dal rigettare sentendo quel fitto dolore distruggermi lo stomaco al vedere tale spettacolo, ma andai avanti cercando disperatamente dei sopravvissuti, qualcuno che rispondesse alle mie urla.

Fu tutto inutile, mentre il fuoco si divorava l’edificio, la speranza si attenuava mentre il terrore prendeva il suo posto nutrendosi come le fiamme che avanzavano, poi un urlo mi percosse l’animo, lo riconobbi subito, ne ero sicuro.

<>, urlai correndo nella direzione del grido, tra le fiamme sfondai le porte della sala principale, l’unica stanza ancora non toccata dalle fiamme.

Caduto a terra alzai lo sguardo vedendo uno spettacolo che non avrei mai dimenticato: quattro individui dal volto nascosto da maschere con abiti sporchi di sangue, armati e impassibili stavano davanti al maestro Mono, l’anziano ferito allo stomaco sembrava sul punto di lasciare il mondo stretto tra le mani di Pandora, i quattro puntarono i loro sguardi penetranti su di me con una calma e naturalezza che mi paralizzarono, era come se fossero avvolti da un’essenza oscura portatrice di morte, uno di loro aveva in mano una lama sporca di sangue mentre gli altri ne erano privi, Pandora mi guardo terrorizzata mentre il maestro ansimava vistosamente, era spaventata non solo per lei ma anche per il maestro, la prima persona che l’aveva accolta e che avrebbe protetto con la sua vita così come avrei fatto io per lei.

Fu allora che per la prima volta in quel mondo mi rivelai, come una molla scattai verso uno di loro, il parchè sfondato dal contraccolpo e l’individuo mascherato scaraventato contro la statua infrangendola in due enormi blocchi, la sua maschera gli scivolò dal viso cadendo a terra in briciole, la gamba e il braccio fremevano ancora dallo sforzo come se l’attrito fosse stato un muro d’acqua. Alle mie spalle due di loro mi bloccarono stritolandomi le braccia con una forza disumana mentre il terzo ignorando le condizioni del compagno ferito continuò ciò che stava facendo, Pam si mise tra lui e il maestro minacciandolo con una daga e intimandolo a non avanzare oltre. <>, urlo lei più spaventata che altro.

Quando lui alzò l’arma pronto a colpirla non ci vidi più dalla rabbia, ne fui annebbiato, colpì uno dei due con una gomitata sulla gola liberandomi un braccio così da poter colpire il secondo, mi lanciai come un’aquila sul terzo atterrandolo. <>, urlai a Pam in quel attimo di confusione.

<>, disse l’assassino quasi divertito.

Un suono secco risuono subito dopo quelle parole, lo colpii ancora e ancora sovrastando il rumore del fuoco che inghiottiva il tempio col suono delle ossa che si frantumavano, ad ogni colpo vedevo passare davanti ai miei occhi tutti i miei compagni uccisi brutalmente, avevo perso il controllo di me stesso e mi ero lasciato andare alla rabbia ma a riportarmi alla sanità fu un dolore bruciante come il fuoco che stava divorando la stanza.

<>, urlò Pam guardandomi rigettare sangue e vedendo una mano di fuoco attraversarmi lo sterno da parte a parte.

Mi sentii debole e come uno straccio venni sbattuto contro la parete incandescente a qualche metro da Pam e dal maestro Mono, quello che avevo atterrato si rialzò e prese in mano la sua lama andando incontro al vecchio saggio, ormai era in fin di vita e non poté opporsi quando gli venne conficcata la lama in petto mettendo fine al suo supplizio, una mano prese posto della lama e una sfera luminosa insanguinata gli venne strappata dal petto, ciò che stavano cercando era finalmente nelle loro mani.

Cercai di avvicinarmi, di trascinarmi fino a Pandora, stavo quasi per raggiungerla ma venni schiacciato a terra dal peso di uno degli assassini, con un piede mi premette la ferita usandomi come fossi uno zerbino e lasciandomi contorcere dal dolore, provai comunque con la mano di raggiungerla ma uno dei tre rimasti si interpose tra noi due, come fece con me appoggiò la sua mano sul petto di Pam usando il suo potere, le urla di Pam mi dilaniarono come coltelli in corpo, provai a liberarmi ma il dolore lancinante erano come catene che mi impedivano di muovermi.

<>, gli urlai come una belva cercando di liberarmi.

Il suo aggressore una volta finito con la tortura la lanciò verso di me, quello che mi stava sopra si levo avvicinandosi ai suoi tre compagni ormai considerandomi non più una minaccia. Quello che avevo lanciato contro la statua si avvicino a Pandora e puntò la mano verso di lei, in un istante decine di enormi aghi simili a frecce di rame si conficcarono sulla schiena di Pandora riversando il suo sangue a terra, sentì il suo lieve urlo di dolore soffocato entrarmi dentro.

Con le ultime forze mi trascinai fino a lei e la presi tra le braccia mentre il suo sangue si versava su di me, tutto ciò che mi circondava sparì dalla mia attenzione. Pandora era moribonda tra le mie braccia e io non potevo fare nulla per lei e forse anch’io sarei morto, invocai il suo nome sperando in una sua risposta.

<>, continuai a invocarla mentre il dolore mi distruggeva dentro. Lei riapri gli occhi ormai quasi svuotati cercando il mio viso, con le ultime forze mi accarezzò dolcemente cercando di mascherare il dolore con un sorriso, era così che voleva lasciare il mondo, con un sorriso sulle labbra.

<> dalla tunica ormai tinta quasi del tutto di rosso tirò fuori una collana mettendomela nella mano sinistra e facendomela stringere, non riuscivo a fermare le lacrime o il dolore che mi assalirono in quel momento. <> con le sue ultime parole d’affetto lasciò quel mondo, tra le mie braccia, dandomi il suo ultimo bacio si lasciò andare accettando la morte col sorriso sul volto.

Nemmeno il dolore della ferita al petto poté nulla contro ciò che provai in quel momento, una disperazione sconfinata e senza fine, un dolore atroce che consumava il mio animo e una rabbia che non trovava un punto di sfocio, incatenata da quel dolore che non la lasciava uscire.

<>. I quattro avuto ciò che cercavano si accinsero a lasciare il tempio prima che cedessi sotto le fiamme ma uno di loro si ritrovò bloccato ad una gamba.

Privo di forza in tutto il corpo strinsi la gamba di colui che aveva ucciso Pam, la strinsi così forte da sentire le sue ossa sgretolarsi, gli altri tre sfoderarono le loro armi crivellandomi di colpi da sparo. Liberatosi dalla presa si fece aiutare dai compagni ma ancora non cedevo, usai il braccio destro come molla per mettermi in ginocchio e con tutta la forza che quella rabbia furibonda traboccava in me sferrai il mio fendente con la daga che poco prima Pam aveva impugnato. Li colpii in pieno, le loro armature e abiti si ruppero alla pressione dell’aria, decine di lame di vento li travolsero placando perfino il fuoco che procedeva alle loro spalle, ma qualcun altro intervenne placando con uno schiocco di dita quella bufera scatenata da un gesto estremo, la sua maschera brillava come l’argento, lucido e immacolato, caddi a terra non sentendo più nessuna parte del mio corpo, l’ultima immagine fu il viso di Pam su uno sfondo di fuoco e un dolore che cresceva consumandomi.

I quattro si trovarono davanti altri tre mascherati, senza un attimo di esitazione uno degli assassini si avvolse insieme ai compagni in una cortina di fuoco nella quale scomparvero come nebbia, i tre nuovi arrivati non ci fecero molto caso e con fare disinvolto si separarono, uno di loro si avvicinò al mio corpo privo di conoscenza esaminandolo da vicino mentre un altro prese il corpo di Pam e l’ultimo dei tre raccolse quello del vecchio Mono.

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Immagini offuscate avvolte da una nebbia oscura, vedevo delle ombre in lontananza in un buio surreale, si avvicinavano lentamente, dalle loro spalle una luce intensa mi impediva di vedere i loro volti ma le loro voci mi erano alquanto famigliari, tra di esse riconobbi la voce di kimiko. <> quelle erano le parole che ogni componente della famiglia conosceva e che venivano tramandate nei momenti di difficolta, le parole che più di tutte faceva capire che razza di famiglia era quella e perché dopo millenni fosse ancora in piedi.

Come fossero statemi dette da una dea quelle parole cancellarono ogni timore e rimorso di quel che avevo affrontato, quanto era vero che amavo Pam con tutto me stesso avrei trovato i suoi uccisori e gli avrei fatti desiderare l’inferno a quello che gli avrei fatto.

Mi risvegliai in quello che sembrava una stanza d’ospedale, l’abitazione illuminata dalla luce che entrava dalle grandi finestre risplendeva di un bianco luminoso quasi accecante, di famigliare vidi solo Aura seduta accanto al mio lettino.

<> feci alquanto fatica mentre glielo dissi, sentii i polmoni bruciare ad ogni respiro e il petto aprirsi come fosse una porta, Aura si avvicinò facendosi accarezzare la testa.

Nonostante i dolori riuscì faticosamente a tirarmi un attimo su vedendo con i miei stessi occhi in quali condizioni versavo, ero completamente fasciato probabilmente per le scottature, l’avambraccio sinistro e la mano erano interamente gessati e chiusi in una sorta di gabbia di ferro, provai ad alzarmi ma caddi a terra colpendo la testa e facendo un gran casino. Qualcuno sentendo il baccano entrò di corsa ad aiutarmi, alzai lo sguardo e ci trovai Soul a darmi un sostegno, non lo vedevo da più di un anno eppure era cambiato di poco, portava i capelli più lunghi e aveva una leggera barba ma niente di più, non provai nulla nel rivederlo dopo tanto, era come se tutti i miei sentimenti, le emozioni si fossero bloccate nel profondo del mio animo e non volessero più uscire.

Soul mi aiutò a tirarmi su facendomi sedere sul lettino, indossava una divisa militare molto appariscente e curata che era più un abito di un presentatore che di un soldato, vedendolo ora non mi sembrava la stessa persona, sembrava più maturo e sicuro di se al contrario di come mi sentivo io. <>, le chiesi scontroso, lui si sorprese un po’ del tono ma rispose gentile come lo era sempre con me.

<> non so per quale motivo, forse perché era passato un anno e non si era degnato di trovarmi, facendolo soltanto quando ha saputo che avevo rischiato la vita, quasi non credetti alle sue parole.

<>, chiesi tenendo la risposta. <> Senti il vuoto dentro di me farsi sempre più grande e divorarmi dall’interno, la verità era così dura che non lasciava alcuna briciola di speranza. <>

<> Soul lasciò la stanza a testa bassa chiudendo la porta alle sue spalle, la stanza divenne improvvisamente silenziosa, Aura si avvicino al lettino e mi vide piangere in silenzio mentre mi coprivo gli occhi con il braccio, non poteva andarmi peggio, ero distrutto sia nel animo che nel corpo e non sapevo se sarei riuscito a rimettermi più, continuavo a pensare ai giorni, alle settimane passate prima di quell’evento, di quel massacro, continuavo a pensare a Pandora, al suo viso, ai suoi occhi, la sua risata e la sua voce, l’avevo persa per sempre, ricordai gli ultimi attimi della sua vita, il suo dono, quel ultimo bacio e quel sorriso con cui se n’era andata.

Quella notte pensai a lei e ciò che provavo nei suoi confronti, a quello che avrei voluto diventasse per me, a quel sogno di portarla con me sulla terra e di farle conoscere Kim. Quelle sue parole mi risuonavano nella testa come se fosse stata lì a dirmele all’orecchio, ciò che dovevo fare era quel che volevo fare, trovare coloro che avevano fatto ciò e imprimere nella loro memoria il momento in cui hanno commesso il loro errore, il momento in cui sono entrati in quel tempio, il momento in cui uccisero la ragazza che amavo.

Al mio risveglio a notte fonda trovai Aura seduta al mio fianco aspettando il mio risveglio, lei era lì per me, avevamo solo l’un l’altra in quel mondo che ci aveva tolto tanto, eravamo diventati compagni nella sventura. Mi sentii abbastanza in forze da scendere dal lettino e con non poco sforzo riuscì a sedermi a terra al suo fianco, spalancai le braccia e Aura ci entro quasi buttandosi, la strinsi forte affogando la testa nella sua criniera ascoltando il battito del suo cuore.

<> mi riaddormentai lì avvolto dal calore di un’amica sotto la debole luce di una luna che faceva fatica a sbucare dalle tenebrose nuvole.

Il giorno seguente su una carrozza Soul mi accompagnò al luogo dove erano stati seppelliti i corpi dei monaci e degli allievi del tempio, era poco distante dal villaggio, in una pianura tempestata di fiori sbucavano le loro bianche lapidi. Non ci dicemmo nulla né durante il tragitto ne arrivati sul luogo. <>, mi limitai a pensare.

<>, sussurrai alla sua tomba come se potesse sentirmi, subito accanto c’era quella di Pam. Caddi in ginocchio tra le lacrime e il doloro rinfacciandomi del fatto di non averla salvata, di non averla protetta. <> mi slegai quella fascia che portavo ancora legata al braccio da quando lei me l’aveva bendata per la ferita contro i Gèvaudan, me la levai dal braccio e ci coprii la fronte. << quel dono che mi fai fatto, questo stemma che portavo fieramente ora lo nascondo alla vista di chiunque, fin quando non ti avrò reso onore io non mostrerò mai questo dono ne dovesse andare della mia vita.>> legai la fascia in modo che non si potesse più sfilare facendo da bandana, facendo da carriera ai capelli per non cadermi sul viso sennò qualche sottile ciocca.

Fui riportato subito dopo all’ospedale, Soul aveva insistito col rimanere ma per me bastava e avanzava Aura, se ne andò col amaro in bocca dopo il mio rifiuto di andare a vivere con lui ma non se la prese, sapeva che me la sarei cavata.

<> da un angolo buio della stanza come se le ombre gli avessero aperto una porta apparve Ju.

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<>

<> le sue parole furono come un fulmine a ciel sereno, sapevo che lui era molto informato ma per sapere ciò lui doveva essere lì.

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<furie, ma tralasciando i dettagli, coloro che cerchi sono i Titani, gli essere primordiali di questo mondo, sono loro i primi ad essere entrati in contatto con questi guerrieri e solo loro ti possono dire come trovarli, inoltre si dice che siano in grado di aprire la porta verso altri mondi, verso la terra. Forse se riuscirai ad incontrarli potresti tornare a casa e lasciarti alle spalle questa storia oppure prendere da loro i mezzi per compiere la tua missione.>>

<>

Ju mi lanciò sul lettino le mie cose che pensavo aver perso al tempio prima di iniziare il discorso, tra di esse i due doni che avevo fatto al tempio a Pam nei primi giorni, l’orecchino e il braccialetto. <>

Le parole che seguirono non uscirono mai da quella stanza ne furono udite da qualcun altro, fu come se avessi parlato con un fantasma, un fantasma che lasciò il segno con quelle ultime parole prima di andare. <>

Passai per l’ultima volta a rendere omaggio a qualcuno di speciale, che mi aveva affidato la cosa che in quel momento era quella più teneva al mondo. La lapide della madre di Aura era intatta sulle sponde di quel posto che mi aveva dato tanta serenità, ricordai quegli ultimi attimi della nobile fiera che aveva dato la sua vita per proteggere la figlia, un atto che ammiravo e che non sono riuscito a emulare per salvare Pandora o coloro che sono morti quel giorno, al mio fianco però avevo ancora Aura che mi dava forza e coraggio.

<> lei però rimase lì al mio fianco, sembrava non voler essere altrove. <>

X

IL VIAGGIO

Era ormai sera tarda e la notte ci avrebbe raggiunto da lì a poco, avevamo solo percorso se no che pochi chilometri e la nostra attuale metà era alquanto molto lontana. Non volevo rischiare di incontrare pericoli viaggiando di notte perciò suggerì di fermarci per la notte, Aura non ebbe nulla in contrario, nonostante non riuscissimo a capirci come tra simili io e lei ci intendevamo a meraviglia. Una volta accampati in un piccolo spazio privo di vegetazione vicino al sentiero io andai a cercare del legno per accendere un fuoco mentre Aura si fece un giro per vedere se la zona fosse sicura, lentamente mentre ero concentrato nella mia ricerca la notte calò silenziosa come un sipario riempiendosi di luce e suoni, piccoli animaletti luminescenti svolazzavano dagli alberi, quelli più grandi correvano spediti tra la vegetazione, sembravano scie di luce che sfrecciavano nel cielo, quei loro stemmi erano qualcosa che non riuscivo ancora ad abituarmi ma che li contraddistingueva da specie a specie, anche Aura ce l’aveva ma non lo mostrava mai come se rifiutasse la sua natura. Mentre cercavo legna intento nel far fretta non riuscivo a non fermarmi quando lo sguardo si soffermava su qualche strana creatura, lasciavo tutto per continuare il mio unico hobby in quel mondo, trovare e classificare ogni animale che incontravo, così facendo ci misi un bel po’ per raccogliere la legna per il fuoco.

Tornato al campo ci trovai Aura che mi aspettava alquanto annoiata, <>, li riferì cercando di scusare il mio ritardo con una perlustrazione che non avevo fatto, buttai la legna a terra e preparai il tutto per accendere il fuoco, mancava solo d’accendere.

<> cercai dentro la tasca del cappotto il mio accendino senza però riuscire a trovarlo. <> cercai di ricordarmi l’ultima volta che lo avevo usato e dove l’avevo messo ma feci male a farlo, mi ricordai che lo avevo donato a Pandora, la prima volta che ci siamo incontrati, inevitabilmente mi venne alla mente lei e il non essere riuscito a salvarla.

Ogni volta che pensavo a lei il cuore mi doleva come trafitto da mille coltelli, mi tornavano alla memoria tutto il tempo trascorso insieme e il terribile momento della sua morte, gli aghi che la trafiggevano, il sangue, il fuoco, era tutto così doloroso, Aura notò il mio evidente dolore e si avvicino a me strofinando la sua testa pelosa al mio viso cercando di non farmi pensare a Pam, io ricambiai il suo gesto e la sua apprensione con una carezza.

<> Aura si fece accarezzare ancora un po’, gli piaceva molto. <>

Il problema del fuoco però rimaneva perciò provai in diversi altri modi e dopo qualche decina di minuti una debole fiammetta si innalzava tra i filamenti dei legnetti e le foglie secche, con calma e dedizione riuscì a farla crescere fino a diventare un vero e proprio fuoco.

<> ero al settimo cielo, ce l’avevo fatta al mio primo tentativo anche se con tante difficoltà, presi dal borsone della carne che avevo comprato, ne misi a fuoco due pezzi di un animale che Soul diceva simile ad un bufalo ma blu e con una corazza come gli armadilli, i Kjroi. Mentre i due pezzi di carne si cucinavano raccontai ad Aura tutti i piatti e i cibi che avevo mangiato e preparato sulla terra ma per lei era più interessante il pezzo di carne sul fuoco, il suo sguardo era fisso su di esso e nulla sembrava distrarla, come un cacciatore che osserva la preda dal mirino del suo fucile, pronto a dare il colpo fatidico. Infine la carne fu pronta, il primo pezzo lo dai a lei che con un balzo lo afferro come se fosse uno squalo, addentandolo con forza e sbranandolo energicamente.

<> la vista di Aura così accanita e feroce su quel pezzo di carne mi fece ringraziare il fatto che fossimo amici, presi il mio pezzo e iniziai a mangiarlo moderatamente ammirando il panorama attorno, pieno di piccole luci che animavano la foresta sotto un cielo pieno di stelle e una dolce brezza che accarezzava gli alberi arrivando fino a noi. <> ero fortunato a potermi godere quel panorama in un posto così immerso nella vegetazione ma non ebbi molto tempo per mangiare la mia carne.

Sentì lo sguardo di Aura fisso su di me. <>, mi domandavo alquanto preoccupato, ebbi un po’ di paura a vedere a chi stava fissando, mi voltai lentamente, stava decisamente guardando la carne, il che mi diede un gran sollievo. <> non ebbi il tempo per dargli il pezzo che mi salto addosso buttandomi a terra, il pezzo di carne mi finì sul volto e da lì Aura lo azzannò ingoiandolo in un solo boccone.

<> Aura si levò e si sdraiò poco distante da me ormai soddisfatta della mangiata, non potevo farci nulla, lei era così, mi pulì la faccia e anch’io mi buttai a terra per dormire con il sacco come cuscino, Aura striscio fino ad appoggiare la testa al mio petto per usarlo anche lei come cuscino, il fuoco acceso in tutta la sua intensità avrebbe allontanato eventuali pericoli mentre noi riposavamo tranquilli.

Il nostro primo risveglio del nostro viaggio fu alquanto tranquillo, era appena sorto il sole e gli uccelli erano già belli svegli riempiendo quel luogo dei loro canti, Aura era già in piedi che gironzolava all’inseguimento di uccelli ma la sua caccia non dava frutti, il fuoco era già spento, rimanevo solo del fumo che coprì con della terra per soffocare le braci, presi le mie cose controllando che ci fosse tutto, mi accertai sulla mappa datami da Ju del percorso da prendere, la prima città importante che avrei dovuto visitare distava a circa duecento chilometri, un bel viaggio ci aspettava, in quella città avrei forse trovato informazioni su quei assassini mascherati e sui titani di cui Ju mi aveva parlato.

<> dubbi e domande mi assillavano ma dovevo concentrarmi sul viaggio, era inutile farsi questi problemi.

Ritornammo sul sentiero che sembrava non essere percorso da anima viva da molto, molto tempo, durante il cammino vedemmo svolazzare innumerevoli uccelli che non conoscevo e dal aspetto bizzarro, mi fermai innumerevoli volte spazientendo la mia compagna, notai fin da subito che tutti gli animali di questo mondo erano una sorta di evoluzione di quello che avevo letto nei vari libri sulla terra, probabilmente era dovuto dalla differenza nello scorrere del tempo dei due mondi, a quel punto posai la mia attenzione sul esemplare che mi stava accanto, a differenza di gran parte degli altri animali il suo stemma era più luminoso anche se coperto molto bene dalla folta pelliccia sul petto, ormai somigliava alla madre in quanto aspetto e sarebbe cresciuta oltre sua madre, una colosso che superava il mio metro e settanta ma di una bellezza senza eguagli, quando arrivai al punto di dare un nome alla sua razza la mia mano si fermò, non era giunto il momento.

Dopo ore e ore di cammino tra la vegetazione arrivammo ad un ruscello dove ci fermammo un attimo, dall’intensità del sole e dal caldo che faceva era passato mezzo giorno e avevamo percorso all’incirca una ventina di chilometri in linea d’aria dal nostro punto di partenza ma in realtà erano molti di più. Decisi di provare a pescare qualcosa ma visto che non avevo una canna da pesca o qualcosa che ci somigliasse provai a pensare a qualcosa, mi tolsi più abiti possibili, cappotto, maglietta, scarpe e mi tirai sui pantaloni, con un ramo appuntito per l’occasione entrai in acqua, era a dir poco gelata e il fondo pieno di sassolini ricoperti di limo, la mia idea però non diede frutti e dopo una mezz’ora passata a cercare di prendere qualcosa uscì dall’acqua infreddolito a pensare ad un altro modo per prenderli, Aura li lanciò in acqua e dopo neanche trenta secondi uscì con un bel pesce in bocca che appoggiò sulla riva ritornando di nuovo in acqua.

<> il fatto fu una vittoria per lei e una sconfitta per me, lei era riuscita dove io avevo miseramente fallito, mi rivesti e mi addentrai nel sottobosco cercando in qualche modo di essere utile raccogliendo qualcosa di vegetale e mangiabile, la ricerca durò molto dovuto anche alla scoperta di alcuni animali da terra molto stani che dovevo aggiungere al mio bestiario, tornato da Aura con qualche strano frutto dai colori esotici in gran quantità, la quantità di pesci presi da Aura doveva essere sorprendente ma se ne era già mangiati una gran percentuale, il rimanente lo volli cucinare, fortunatamente avevo trovato nel bosco che mi avrebbe aiutato, grazie ad essa fu più facile accendere il fuoco per cucinare il pesce.

Dopo il delizioso pranzo riprendemmo il viaggio fino al tramonto tra sentieri battuti, altri ormai quasi scomparsi e altri ancora del tutto scomparsi ma alla fine giungemmo in un piccolo spiazzo da cui la strada andava in discesa lungo un basso pendio, si riusciva a vedere la foresta sottostante che si districava per chilometri, poco distante da noi scendeva a picco, lungo il pendio, un fiumiciattolo pieno di pesci color smeraldo e rubino, si muovevano veloci sul filo dell’acqua, provai a disegnarne uno ma erano troppo veloci, ero determinato ad aggiungerli al mio bestiario perciò dovevo prenderne uno e lo dovevo fare da solo senza l’aiuto di Aura, perciò mi tuffai in acqua e provai a prenderne uno ma erano veloci e mi sfilavano tra le mani uno dopo l’altro, dopo qualche minuto stavo per arrendermi, mi sedetti sul bordo a pensare ad una strategia.

Entrai in acqua bagnandomi fino al petto, chiusi gli occhi e allargai le braccia verso l’esterno a contatto con il pelo dell’acqua, rimasi così finché non iniziai a sentire qualcosa, era un’immagine offuscata nel buoi che però lentamente assumeva una forma, una sagoma… era un pesce, la forma era offuscata ma il suo stemma risplendeva nel buio della mia mente, lo distinguevo chiaramente e lo vedevo muoversi dell’oscurità, toccai lievemente l’acqua creando piccole onde che attirarono il pesce ignaro della mia presenza. Allungai le mai in avanti continuando a battere lievemente sull’acqua ma il pesce non si avvicino oltre, nuotò in cerchio aspettando il momento migliore, continuo a girare su se stesso finché all’improvviso scattò come una lancia verso la mano sinistra, provai a prenderlo di sorpresa ma il dolore al braccio tornò in quel momento bloccando il mio intento, il pesce spaventato scappò via lungo la corrente.

Lasciai stare la pesca e mi accontentai del pesce che Aura mi prese per aggiungerlo al bestiario, intanto il mal di testa era tornato dopo tanto tempo a farsi sentire come se non avessi già abbastanza cose a cui pensare o di cui occuparmi. Continuammo il nostro viaggio senza trovare nulla di interessante, il sentiero che percorremmo sembrava isolato dal resto del mondo, nessuno lo percorreva poiché era immerso in quella selvaggia natura, ci fermammo come al solito solo al tramonto per riposare la notte. Dallo zaino presi la carne e la frutta che erano avanzate per mangiarle come cena ma il mal di testa mi fece passare anche la fame, dai tutto a Aura che razziò l’intera razione in pochi secondi senza lasciare briciole.

La notte era luminosa come sempre, non volevo rovinare la vista accendendo un fuoco perciò rimanemmo a lume della notte, poco dopo Aura si addormento cadendo in un sonno profondo, a me invece il sonno mi venne negato, neanche la minima traccia di stanchezza, nulla, ero lì a guardare questo strano e misterioso mondo mentre la mia mente era rivolta altrove, al passato.

Il vento si era alzato e soffiava con freddezza, ripresi il libro di ferro e continuai il mio lavoro sistemando ciò che avevo scritto in modo da essere più chiaro.

Nuovamente lampi di luce in una oscurità assoluta si ripetevano con maggior frequenza accecandomi, lentamente la luce diminuì di intensità e una voce mi chiamava. <> le parole in un pianto silenzioso di una donna, la riconobbi subito, la sua immagine avvolta dall’oscurità mi richiamava, stava piangendo sul lettino dell’ospedale dov’ero stato ricoverato dopo il rapimento di Soul, il cuore mi doleva nel vedere la regina della mia vita piangere così, come silenziosamente faceva il mio cuore alla sua lontananza, cercai di avvicinarmi a lei ma la luce divenne sempre più intensa man mano che mi avvicinavo a lei fino ad accecarmi, urlai il suo nome in quella luce accecante ma il suono della mia voce sembrava strozzato e debole, un urlo sordo e inafferrabile all’orecchio di chiunque. Spalancai gli occhi trovandoci al posto di Kimiko un cielo azzurro libero di nuvole.

Aura stava ancora dormendo, per non svegliarla mi allontanai in silenzio fino ad arrivare ai piedi di un albero dalla modesta altezza, era simile a quello su cui ero salito appena arrivato su Raicos per cercare di orientarmi, ci salì su portandomi sui rami più alti dove la visuale era migliore, non mi arrampicai per orientarmi ma semplicemente per dare un’occhiata a ciò che ci circondava, in lontananza vidi un piccolo villaggio a valle, un bel sollievo per noi che avevamo quasi finito tutto il cibo rimasto.

Rimasi sull’albero ancora un po’ in silenzio, ad ascoltare la voce degli alberi quando un’insana curiosità mi condusse a vedere le condizione della mia ferita al petto, mi levai tutto quello che mi impediva di arrivare alla pelle fino a giungere alle bende, non erano macchiate di sangue ma di quel liquido nero che scorreva nel mio corpo, lentamente e con un lieve dolore crescente sfilai le bende guardando con paura quello che una volta era un petto normale: nel mezzo del torace si vedeva sporgere dalla pelle bruciata la cavità ossea che si diramava verso il braccio sinistro con striature nere, dal centro pulsavano come se trasportassero quel sangue nero mentre fasci di luce simili ad impulsi nervosi correvano da una parte all’altra risplendendo su quel nero pece di un giallo biancastro.

Levai anche le bende del braccio sinistro vedendone il risultato, non era sangue nero quello che gli arrivava ma una specie di liquido semi solido color ebano che stava mangiando la pelle creando uno strato più duro, mi trattenni a stento dal vomitare, la mobilità era leggermente diminuita ma sentivo il braccio più massiccio, più pesante e meno sensibile, quel braccio che aveva subito, più di ogni altra mia parte del corpo, decine di colpi e rotture mi sembrò più resistente dell’acciaio e meno domabile di un toro. Ribendai il braccio e il petto, qualunque cosa stesse succedendo dentro di me si sarebbe manifestato in non molto tempo, mi rimaneva solo aspettare e osservare sperando di non morire prima di aver compiuto il mio proposito, non era un mistero e la mia famiglia lo sapeva che non sarei vissuto allungo.

Sceso dall’albero trovai, ancora mezza addormentata, Aura ad aspettarmi. <> Scendemmo dalla strada che affiancava il lieve burrone fino ad arrivare alla foresta sottostante, forse se facevamo in fretta avremmo raggiunto quel villaggio prima di notte, non perdemmo tempo e ci affrettammo, fortunatamente la situazione era meglio di come me l’aspettasse, la foresta era in alcuni punti coltivata e quindi provvista di sentieri e strade che ci facilitarono l’arrivare al villaggio, che doveva essere nato da poco perché sulla mappa che avevo non c’era segnato la presenza di un centro abitato.

Almeno avremmo passato la notte in un posto al caldo, in un letto anche se non mi dispiaceva troppo dormire sotto le stelle.

Il sistema di coltivazione sembrava simile a quelli conosciuti, le zone erano delineate da recinzioni con uno spazio piano che li distanziava dalla vegetazione naturale in modo che non si mischino evitando infestazioni, purtroppo non vidi nessuno lavorarci in quei campi dalle modeste dimensioni. <>, supposi senza fermarmi a controllare.

Dopo ore di cammino tra le coltivazioni e la vegetazione in un incrocio di strade vidi una signora sulla cinquantina con due ragazzine che portavano un enorme carro carico dei frutti della terra, non vidi nessun animale da traino perciò ebbi dedotto che lo stessero trainando loro, non sembravano molto veloci e in pochi secondi ce le trovammo davanti. Facevano davvero fatica a portarlo, la donna era troppo anziana per trainarlo e le figliuole troppo giovani per uno sforzo del genere. <>, chiesi ad Aura che mi fece capire di essere d’accordo.

Affiancammo il carro facendo fermare la signora gentilmente. <> la signora mi guardò un po’ sorpresa e preoccupata, avrà pensato che avessi secondi fini ma io insistetti lo stesso.

<> la signora iniziò a pensarci su, si consulto con le figlie, una molto piccola e l’altra un po’ più grande, avranno avuto una dieci anni e l’altra tredici, la più grande non sembrava per nulla d’accordo anzi era contraria, l’altra invece era intimorita da Aura. Visto come stavano andando le cose stavo già per andarmene ma la signora con voce fiocca mi fermò. <>

<< certo che lo sono, lasci fare a me.>> presi le redini del mezzo e fece sedere la signora sul carro, la più grande delle figlie rimase a distanza, diffidente nei miei confronti, volli far vedere a la più piccola che non c’era motivo di avere paura di Aura.

<> Aura si fece accarezzare dalla bambina facendole sentire la sua morbidissima pelliccia, fece le fusa alla bambina come se fosse una gatta. <> presi la bambina di peso e la feci montare su Aura.

<> presi il carro e lo trainai, era più leggero di quel che pensavo ma dopotutto questo mondo non era la terra, tutto era diverso e molto più misterioso che il mondo a cui ero abituato.

Andammo non troppo veloce, volevo guardare attentamente la zona per capire più o meno in che direzione poi saremmo andati avanti nel nostro viaggio, era tutto così tranquillo e silenzioso, quasi innaturale. Per rompere il ghiaccio iniziai a fare delle semplici domande tanto per far passare il tempo.

<> la signora stava per rispondere quando la figlia più grande la batte sul tempo. <> lo disse in un modo da finire lì il discorso uccidendo ogni mio tentativo di creare una conversazione, volevo chiedere se erano del villaggio che avevo visto dall’alto della foresta ma temevo in un'altra risposta brusca perciò lasciai stare.

La signora allora iniziò lei a fare domande. << e voi dove siete diretti? È strano vedere qualcuno viaggiare insieme ad un nativo.>> la sua domanda era timida, non voleva essere troppo invasiva.

<>, risposi con tono rassicurante ma la signora non fece altre domande dopo che la figlia più grande li lanciò un’occhiataccia.

Iniziava davvero a fare caldo, il sole era già alto nel cielo, sarà stato lo zenit, decisi che era ora di fermarsi, dopo aver trovato una zona ombreggiata suggerì di fermarci a riposare un attimo, vedendo la signora in difficoltà a scendere dal carro la aiutai, all’improvviso senti qualcuno arrivarmi velocemente alle spalle, lasciai la signora spostandomi velocemente a destra e portandomi alle spalle dell’aggressore bloccandogli le braccia in alto.

<>, rimproverai la ragazza mentre le tenevo il braccio in cui impugnava un grosso ramo spinato con cui aveva chiaramente intenzione di colpirmi.

La ragazza si dimeno cercando di liberarsi forse per finire il suo compito ma non la lasciai andare, la sorellina scesa da Aura e si aggrappò al mio cappotto supplicandomi di non fare del male alla sorella.

<> la bambina era sul punto di piangere ed era l’ultima cosa che volevo, lasciai andare la sorella non prima di aver tolto l’arma dalla mano, la signora subito si scuso per il comportamento della figlia anche se non me l’ero presa per niente. <> il suo tono descriveva il suo stato d’animo, era rabbiosa e impavida come una belva in gabbia, mi sbucò un leggero sorriso sulle labbra al sentire quelle accuse che mi descrivevano come ladro e pedofilo.

<> Dopo aver sentito le mie parole lei si girò di scatto verso la madre e la sorella cercando il loro sostegno ma senza trovarlo, non chiese nemmeno scusa, si limitò ad una sbuffo allontanandosi da noi.

La signora dopo chiesto per l’ennesima volta di scusare la figlia la raggiunse insieme alla piccolina sotto un grosso albero all’ombra, la signora dopo aver sgridato per bene la figlia tirò fuori da un borsello una specie di pane bianco che divise tra le tre, non sembrava molto buono dalle loro espressioni ma non toccarono niente dal carro, pensai che doveva essere per venderlo o qualcosa del genere in quel villaggio vicino, non feci domande onde evitare altri dissidi.

Quando cercai di avvicinarmi la ragazza ancora diffidente e sulla difensiva si alzo in piedi e con tono superiore mi incitò ad andarmene lontano da loro, la madre la riprese più dolcemente sperando di convincerla in quel modo.

<> la giovane cerco tra sé una scusa per ribattere ma il suo silenzio era la conferma che non trovava nulla.

<> con un sorriso solare ritornai da Aura vicino al carro, in pochi secondi raccolsi il necessario per fare un piccolo focherello su cui misi a cuocere infilzato da un ramo qualche pesce che Aura aveva preso, si cucinò velocemente, si vedeva tutto il vapore uscire dall’animale e andare verso l’alto insieme al profumo invitante che emanava. Aura osservava il pesce con la colina in bocca, il primo appena fu pronto lo dai a lei che lo azzannò al volo appena glielo lanciai, io aspettavo che il resto del pesce si cuocesse per bene quando la bambina un po’ incuriosita e molto affamata si avvicinò tenendo lo sguardo fisso sul pesce.

<> gli porsi il pesce avvolto in uno straccio di tessuto, la madre subito si avvicino alla bambina incitandola a ridarmi il pesce mortificata.

<> la signora ringraziò ancora e anche la bambina, ne porsi anche alla signora, anche lei affamata, dovetti insistere alquanto ma alla fine accettò, lasciai al fuoco l’ultimo pezzo e chiesi alla madre perché sua figlia ce l’avesse con me, la ragazza era lì sola sotto l’albero che lanciava occhiatacce alla sorellina e alla madre.

<> non mi disse il nome dell’altra figlia perciò glielo chiesi io.

<> la donna sorrise per poi rispondere. <> lo presi come un chiaro invito a cercare di rompere il ghiaccio con la ragazza.

Appena il pesce fu cotto a puntino, lo levai dal fuoco e mi diresse verso la ragazza, era ancora lì sola sotto l’albero a lanciare occhiate accusatorie, mi fissò con sguardo minaccioso mentre mi avvicinavo con intenzioni pacifiche. Appena gli arrivai vicino mi diede le spalle dopo un lieve sbuffo di superbia. <> non volli costringerla ad accettare ma insistei, lei però rispose ancora sgarbatamente.

<>, rispose con disprezzo ma non mi dai per vinto. <> Mentre mi allontanai sentii il suo stomaco brontolare dalla fame il che mi diede un lume di speranza.

Il pesce era al caldo vicino al fuoco e tutti noi seduti lì vicino sotto una serie di alberi che facevano una gran ombra. <>, disse la signora molto sicura di quel che dicevo ma io nutrivo qualche dubbio.

<>, risposi alla signora con un lieve sorriso. <>

Mi appoggiai contro uno degli alberi e sistemai il mio bestiario sistemando alcuni particolari, poco dopo qualcuno mi si parò vicino, pensavo fosse la piccola Kurenai ma invece fu sua sorella.

<>, chiese un po’ scorbutica e un po’ imbarazzata, quella richiesta era una piccola dolce vittoria per me. << è lì vicino al fuoco, ti consiglio di sbrigarti, tra poco ripartiamo.>> La ragazza andò vicino al fuoco, prese il pesce e se lo mangiò seduta accanto alla madre dandomi le spalle, si vedeva che era molto affamata, finì quel povero animale in pochi attimi, giusto in tempo per ripartire.

Kurenai risalì su Aura diventata ormai sua grande amica, la sorella sembrò prendere più confidenza al punto che salì sul carro insieme alla madre, un aggiunta di peso che non mi fece né caldo né freddo.

Il sentiero dopo un bel po’ iniziò a diventare una vera strada, era segno che ci passavano spesso e quindi che il villaggio non era molto distante da noi, la bambina allora iniziò a parlare per attenuare l’attesa dell’arrivare.

<> la donna acconsenti elogiando la preparazione e il sapore arricchito con alcune erbe che avevo messo all’interno per spiccarne il gusto, un segreto insegnatomi dal padre di Kim, Kazuya. La donna poi assunse uno sguardo preoccupato e subito mi fece una domanda la cui risposta non mi preoccupava e non ci pensavo.

<> la signora era mortificata e continuava a scusarci mettendomi a disagio.

<>

La ragazza allora chiese preoccupata. <> era mortificata ma non volevo che lo fosse.

<> la ragazza rimase in silenzio seduta sul carro avvolta dai sensi di colpa.

Il viaggio continuo finché ormai poco prima del tramonto arrivammo alla nostra agognata meta, il villaggio. Ci fermammo davanti a una specie di bottega sul retro di un’enorme ostello di due piani. <>, disse la signora scendendo dal carro così come fece sua figlia che però corse subito dentro l’edificio, non capì perché tanta fretta ma sua madre mi svelò subito il motivo appena notò la mia curiosità. <>

Aiutai la signora a portare dentro tutto ciò che era sul carro, un grosso uomo ci accolse, a quanto pareva era il miglior amico della signora e socio nella locanda, il signor Khan. << grazie mille ragazzo, è stato una fortuna che Margaret ti abbia incontrato, ero così indaffarato con delle commissioni e sono appena tornato, ero preoccupato per lei e le sue figlie. Grazie mille per l’aiuto, non esitare nel chiedere qualunque cosa>>, disse l’uomo con tanta gentilezza, in effetti avrei dovuto prendere delle provviste.

<> l’uomo mi disse di entrare e di aspettarlo lì, Aura non poteva entrare perciò rimase fuori.

<> la lasciai ed entrai nella locanda, vidi subito su uno dei tavoli un duo di ragazzi probabilmente della zona che trattenevano la figlia maggiore di Margaret contro la sua volontà, insistevano nel fatto che lei si sedesse con loro, mi avvicinai ai ragazzi per farli desistere dal loro intento.

<> feci cenno con il capo alla ragazza di allontanarsi ma uno di loro la fermò prendendola per il polso alzandosi in piedi così come il compagno, avrei voluto non ricorrere alle mani ma non mi sarei tirato indietro davanti a quello che stava succedendo.

Presi il braccio del ragazzo stringendolo a mia volta facendogli lasciare la presa, la ragazza si allontanò velocemente, l’altro ragazzo stava per colpirmi ma vedevo chiaramente la traiettoria del colpo ed era decisamente lento, feci scivolare il suo colpo sulla mia spalla mentre indietreggiai verso di lui, bloccai il suo braccio a pochi centimetri dal viso dell’amico prendendolo per il polso, avevo entrambi in mano, feci una giravolta su me stesso ritrovandomi alle loro spalle mentre li tenevo bloccati per il braccio mezzo girato, un’altra piccola rotazione e li avrei rotti entrambi, i due ne erano coscienti, rimasero tesi aspettando una mia mossa, non volevo problemi e pensai che non avrebbero più provato a dare fastidio alla ragazza. Gli lasciai andare spingendoli via, entrambi caddero a terra per poi rialzarsi in fretta e furia. <>, minaccio uno dei due mentre correvano via dalla locanda.

La signora Margaret entro e chiese alla figlia cosa fosse successo, la ragazza gli spiegò velocemente la situazione poi uscirono entrambe sul davanzale, io mi diressi dal signor khan per comprare ciò che dovevo per il viaggio, avevo intenzione di partire subito. Appena uscito notai che il sole si stava allontanando, un’altra peculiarità di quel mondo che avevo notato non molto tempo prima, non tutti i giorni avevano la stessa durata. Davanti al locale insieme ad Aura c’erano anche Margaret e le figlie.

<> la donna sembrava alquanto in apprensione.

<>, risposi per tranquillizzarla, la signora subito si puntò sui piedi insistendo nel ospitarci lei. << ma vi ospitiamo noi, è il minimo dopo quello che avete fatto per noi.>> non potevo dire di no e accettai il suo buon gesto. <>

Non potevo farci nulla ma non avrei lasciato Aura da sola, questo mai. <> mi vennero in mente le immagini della madre di Aura ricoperta di sangue e ferita, quello spettacolo non si sarebbe mai ripetuto.

Khan capì subito quel che intendevo dire. <>

Arrivati alla cucina il signor Khan inizio a cercare del cibo mentre io guardavo esterrefatto di tutti gli ingredienti, coltelli, pentole e altri accessori per la cucina, il signor Khan cercò ovunque ma si stava rassegnando. <> era terribilmente mortificato ma non volli darci peso, era un’occasione per sentirmi utile.

<> in effetti non sapevo praticamente nulla dei cibi, degli ingredienti e della carne che si potevano trovare a Raicos ma con le conoscenze del mio mondo e tutti quegli ingredienti in quella cucina potevo fare qualcosa di mangiabile.

<> l’uomo uscì con un’aria compiaciuta e felice mentre io stavo per intraprendere una dura battaglia per cucinare qualcosa come la prima volta che mi accinsi nella cucina, per Kimiko e Sasha.

Il signor Khan raggiunse il fienile dove la signora Margaret stava preparando il letto per me e Aura insieme alle figlie. <>, disse la signora alla bianca creatura che la guardava seduta accanto alla piccola kurenai.

<>, aggiunse il signor Khan appena arrivato sul luogo.

<>, chiese Margaret finendo di sistemare il tutto, l’uomo sorrise dicendo di no. <> nessuna delle presenti seppe dare una risposta.

Circa un’ora dopo, si sentì suonare la campanellina del locale che annunciava l’ora di cena, tutti entrarono dentro a vedere, l’enorme tavolo della sala da pranzo era apparecchiata e coperta da una discreta quantità di piatti dai forti colori e dal aspetto invitante.

<<è uno spettacolo per gli occhi!>>, disse la signora sedendosi a tavola. Alcuni ospiti della locanda presero posto e iniziarono a mangiare di buon gusto, dall’entusiasmo con cui mangiavano si intuiva che era tutto più che mangiabile. In pochi minuti la tavola si riempì di gente che si riempiva il piatto e lo stomaco con tutte le portate, un gran numero di loro fece i complimenti ai proprietari che erano un po’ increduli.

I quattro si diressero in cucina per capire meglio, era tutto in ordine rispetto a come succedeva quando cucinava il loro cuoco, si sentì dell’acqua scorrere e tutti guardarono il lavavo dove stavo lavando tutti gli strumenti che avevo usato, praticamente tutti quelli in cucina, ero sporchissimo nonostante mi fossi messo gli abiti del mestiere. <> ero stanco e mi ero bruciato e tagliato più di una volta, non ero del tutto tornato come prima dalla tragedia al tempio. Il signor Khan mi venne addosso sollevandomi e ringraziandomi allegramente ma avevo paura di cadere, alcuni clienti ne volevano ancora ma io ero troppo stanco per portare quelle pesanti portate.

<>, disse la signora Margaret prendendo le portate, le figlie fecero lo stesso e anche Khan portandole ai loro clienti, io presi quello che avevo preparato per me e Aura e mi diressi al fienile per cenare con lei.

Mi stava aspettando seduta e impaziente, appena mi vide si rallegrò venendomi incontro. <> addentò la carne con ferocia divorandola come una vera fiera, guardarla mangiare contenta mi riempiva il cuore, mi sentivo così bene, anch’io non fui da meno, nel mangiare sembrai anch’io una belva, Aura finì prima di me come c’era d’aspettarselo ma poco dopo anch’io terminai, sazio e contento.

Ad un certo punto Aura mi si avvicinò e mi leccò vicino alla bocca dove mi ero sporcato del sangue della carne che avevo mangiato, il suo gesto però mi sembro più un bacio che altro, quasi arrossivo.

<>, chiesi scherzando anche se sapevo che non poteva rispondermi e forse neanche capire quel che gli dicevo.

Vidi arrivare le figlie di Margaret che ci portavano delle coperte. <>, disse la piccola poi correndo via, l’altra figlia invece rimase lì, voleva dire qualcosa ma non trovava le parole, intuì cosa voleva dirmi.

<>, le disse sorridendo, la ragazza annuì allontanandosi.

<>, chiese lei ma gli risposi di nuovo con un muto sorriso. <>, la ragazza sorrise e se ne torno dentro con la sorella.

Mi voltai verso Aura che mi guardava alquanto male. <> scherzai io, lei mi si lancio buttandomi a terra e mordendomi al collo come dispetto, mi fece un po’ male ma era un suo modo di dimostrare il suo affetto e il suo attaccamento.

La mattinata successiva fu l’ultima in quel villaggio all’apparenza così tranquillo, risvegliati nel fienile dopo un sonno ristoratore avevamo un po’ di fame soprattutto Aura, era un pozzo senza fondo ma in fondo non potevo farci nulla, lei era così e basta. Ci dirigemmo verso la locanda quando sentimmo il rumore di qualcosa che veniva rotto provenire dall’interno del locale, i miei sospetti andarono al peggio, con uno scatto fulmineo entrammo dalla porta sul retro del locale dirigendoci alla sala.

Trovammo la figlia maggiore di Margaret tenuta per un braccio contro volontà da uno dei ragazzi del giorno precedente ora messosi in divisa. <>, sbraitò la ragazza mentre cercava di liberarsi senza successo.

<>, le ripetei con tono calmo e impassibile ma lui non sembrava voler mollarla. <>, chiese lui ironicamente, a quel punto passai dalle parole ai fatti.

Fuori dalla locanda i suoi due amici lo aspettavano per andarsene con le due sorelle come ostaggi, anche loro in divise ed erano armati.

<>, chiese il capo tenendo anche lui sotto minaccia la piccola Kurenai.

<>, disse l’altro tipo.

La locanda divenne stranamente silenziosa il che fece insospettire i due. <>, disse uno dei due preoccupato. All’improvviso la finestra che dava sulla strada dov’erano loro venne rotta dal loro compagno sbalzato fuori, il ragazzo finì la sua corsa contro la casa di fronte spaccando la porta di legno creando una traiettoria lineare, i suoi amici ne furono sorpresi.

Aprì la porta della locanda e uscì fuori insieme alla sorella della piccola Kurenai, la piccola si liberò dalla presa del suo rapitore con facilità visto lo shock dovuto alla vista del compagno catapultato fuori dalla finestra.

Kurenai corse incontro alla sorella abbracciandola appena gli arrivò vicino. <>, disse la piccola in lacrime, la sorella cercò di tranquillizzarla come poté.

<>, le disse accarezzandogli la testa e stringendola a sé.

Dopo aver lasciato le sorelle sotto la custodia di Aura potei occuparmi dei tre aspiranti soldati, i ragazzini ripresi dal accaduto mi fissarono con sguardi bramosi di vendetta. <>, chiese il capo, era un ragazzo alto dai capelli bruni e dal fisico allenato e statuario.

<>, risposi con carisma e in modo tutt’altro che bellicoso.

La sorella di kurenai corse incontro al ragazzo per dissuaderlo dal combattere. <>, le chiese la ragazza in ginocchio ma lui non ascoltò le sue suppliche, si volto verso la ragazza con aria superiore dandogli uno schiaffo buttandola a terra.

<> la ragazza cadde in lacrime dopo il gesto e quelle crudeli parole urlategli dalla persona che amava.

Lo sentivo dentro di me, era come l’essenza di qualcosa di vivo e feroce che si faceva strada, era lo stesso che avevo provato al tempio nel vedere Pandora in pericolo, una rabbia, una freddezza, un cumulo di sensazioni, emozioni insite in un essere nato solo per il piacere di fare male e uccidere, era come un fluido nero che mi scorreva nelle vene spargendosi in tutto il corpo.

Aura notò il cambiamento, sul mio viso la trasparenza, la lucidità, la bontà sembravano cosa lontana, presa il posto dello sguardo di un demone, occhi totalmente colmi del nero, un sorriso che mostrava le zanne, dall’intero sentii un’aura di terrore diffondersi nell’aria come fosse nebbia, Aura allora per la prima volta ebbe paura di me, di ciò che stavo diventando a quei pochi secondi dal gesto di Marko. <>

Marko scosso cercò di ribattere ma balbettava come spaventato. <> cercava di fare il gradasso ma la paura era già insita in lui, riuscivo a percepirne come fosse l’odore di qualche spezia mentre si faceva sempre più forte.

Guardai Aura e nei suoi occhi mi riflettei guardandomi, gli occhi iniettati di quel nero che mi dilaniava il corpo, una lunga vena nera appena visibile sotto la pelle si districava dal collo fino al petto dove sapevo cosa c’era, era quello il motivo di quella strana sensazione, quella mia malattia stava peggiorando più rapidamente di quanto potessi capire, mi voltai verso i tre soldatini sentendo ancora quella strana sensazione fluirmi di nuovo dentro, Marko non si fece sorprendere e mi punto una mazza metallica dai motivi di fuoco, era deciso ad attaccarmi.

Fu il primo, Marko si lanciò in una corsa scomposta verso di me, mi allontanai di scatto verso destra schivando il suo attacco e portandomi lontano da Aura e Kurenai così che non rimanessero coinvolte nella lotta, l’occhio destro iniziava a darmi fastidio e dovetti coprirlo in modo che rimanesse chiuso, sembrava reagire a qualcosa in Marko, lui continuò a cercare di colpirmi ma i suoi movimenti mi sembravano sempre più lenti e goffi, al sesto tentativo di colpirmi fui in grado di capire la traiettoria e deviarlo con il dorso metallico dei guanti, il suo attacco lo fece sbilanciare ed esporre in avanti aiutandomi ad arrivargli alle sue spalle con strema facilità, lo colpì con il palmo sulla schiena facendolo andare contro la casa priva di porta, finì per sbattere la testa contro il muro.

I suoi amici non rimasero a guardare a lungo e appena il loro capo fu lanciato via andarono all’azione, uno dietro l’altro andarono all’attacco, il primo dei due, quello più magro ci mise tutta la sua forza per un gancio destro che mi passo sopra la spalla destra, gli bloccai il braccio con la mano sinistra e lo colpì al petto a pugno semichiuso mentre gli calciai il piede d’appoggio, lui atterrò sbattendo la testa sul suolo, il suo collega venne subito dietro, puntava tutto su un calcio sulla mia gamba, spostai il mio peso sull’altra gamba così da vanificare il suo colpo, un piccolo balzo e gli cadì sopra la gamba attento a non rompergliela ma solo immobilizzarla, le sue urla si innalzarono mentre lui cadde a terra dolorante.

Alle mie spalle Marko ormai ripresosi puntò ancora una volta la mazza contro di me. <> dalla sua mano fuoriuscì una fiammata che avvolse la mazza facendola diventare una torcia contundente, per me fu un incubo che si ripeteva, quelle fiamme, le stesse che dilaniavano nel tempio, quel fuoco che mi aveva trapassato il petto, quello che mi aveva strappato così tanto.

La sorella di Kurenai mi urlò di scappare. <> ma le sue parole mi sembravano così lontane, gli occhi pulsavano alla vista di quelle fiamme sempre più in modo compulsivo, la testa mi scoppiava e il braccio sinistro fremeva come attraversato da migliaia di scariche, sentivo ciò che prima non mi era chiaro, un forte desiderio di sangue, un urlo che nasceva e cresceva dentro di me bramando sangue, dolore altrui come se fosse il mio nutrimento.

Ormai non ero più in me, il cambiamento iniziava ad essere anche esteriore, lo sentivo anche se non lo vedevo, dovevo cercare di calmarmi o di finire tutto il prima possibile.

Balzai all’attacco come mosso da una fame insaziabile, lui poté solo lanciare il fendente con tutta la forza che aveva, l’impatto si fece sentire, una massa d’aria calda parti dal punto dell’impatto disperdendosi a cerchio per un centinaio di metri, la gente che guardava fu travolta e cadde a terra ma nessuno poté credere quando videro la mazza di Marko venire fermata da mano nuda. La tenevo stretta con la mano sinistra, il suo sguardo divenne velocemente pieno di ansia e paura, si bloccò.

Gli strappai la mazza e lo vidi cadere in ginocchio davanti a me, impotente e sconfitto, non contento sentii il desiderio pulsante di soffocare quel fuoco che tanto odiavo.

Aura vide ciò che stava succedendo e ruggì come per svegliarmi, allontanai di scatto la mano e altrettanto velocemente mi allontanai da Marko osservando ciò che avevo fatto con orrore, il mal di testa si fece intenso per poi scomparire insieme a quell’insana sensazione che non mi apparteneva, mi sentì ritornare in me come se tutto quello non l’avessi fatto se non mosso da qualcuno, la gente iniziò a chiamare e a cercare chiunque potesse aiutare i ragazzi, chiunque potesse medicarli, io sentendomi mancare le forze mi appoggiai alla parete della locanda scivolando sul muro finendo poi seduto a terra, Aura si avvicinò preoccupata, mi accarezzò con la possente testa e si lasciò stringere forte. <>, gli dissi all’orecchio per rassicurarla.

Quando ripresi finalmente le forze mi alzai in piedi ma venni subito accerchiato dagli uomini del villaggio che brandivano i loro strumenti di lavoro come fossero armi, alle loro spalle le donne e i bambini sembravano spaventati, tra i presenti si fece avanti un signore anziano ma dal fisico possente. <>

Le parole del uomo mi scossero, ciò che avevo fatto, l’aver fermato un abuso di potere era forse sbagliato? O erano loro a voler proteggere i loro ragazzi? Qualunque fosse la verità io non potevo cambiare le cose, per loro ero solo una minaccia e la cosa migliore era andarmene per la mia strada anche se ciò mi rodeva.

Venni accompagnato con Aura all’uscita del villaggio, mi voltai un’ultima volta verso quel posto, la schiera della gente occupava la zona ad una distanza di sicurezza da me ed Aura, erano davvero impauriti, tra loro anche i tre ragazzi che mi guardavano con soddisfazione, visto che stavo per andarmene e loro avrebbero potuto continuare a fare i loro comodi, la cosa mi fece disgusto al solo pensiero, tra loro fecero capolino Margaret e le sue figlie insieme a Khan, la piccola Kurenai corse incontro ad Aura e l’abbracciò forte, poi passò a me, gli diedi un caloroso abbracciò prima di lasciarla. <>, chiese con le lacrime agli occhi. <>

La signora Margaret e Khan si avvicinarono a loro volta ringraziandoci per tutto l’aiuto e per aver difeso le loro bambine. <>, dissero anche loro molto dispiaciuti.

<>

La signora Margaret volle farmi un’ultima domanda. <

<> l’unica cosa che ricordavo del mio passato, il mio nome e nient’altro. <>

Lì salutammo e ci avviammo verso la foresta color rubino davanti a noi ma prima che potessimo lasciare del tutto quel posto una voce mi fermò.

<>, disse l’altra figlia di Margaret che si fece strada tra la folla per venirci incontro. <>, disse come ripresa ma erano dolci e affettuose tali parole. <> sorrisi annuendo.

<> la ragazza sorrise poi ribatte. <> si allungo dandomi un bacio sulla guancia, Aura ringhiò come infastidita dal suo gesto. Lara arrossì e indietreggio lentamente fino ad arrivare tra le braccia della madre, tutti e quattro ci salutarono aurandoci un buon viaggio, fu l’ultima volta che posai lo sguardo su quel villaggio prima di inoltrarmi nella foresta.

XI

LA FORESTA BIANCA

Eravamo appena arrivati in una zona pianeggiante che andava in salita, oltre la distesa vegetazione che circondava il villaggio ormai molto lontano, prati verdi e distese di fiori si districavano attorno alla foresta appena lasciata, oltre quel lieve pendio ci attendeva la prossima tappa, ormai non doveva mancare molto al luogo in cui eravamo diretti.

Da quando avevamo lasciato il villaggio Aura mi teneva il broncio ignorandomi completamente, dopo un po’ di riflessioni però riuscì a intuire il motivo, era qualcosa che non mi sarei mai aspettato che da parte di una della sua razza, ma prima di tutto volevo la conferma. <>, dissi ad alta voce così che Aura lo sentisse chiaro e forte, la sua reazione fu evidente, fece un forte ringhio di contraddizione fissandomi con uno sguardo di minaccia. Ora avevo la mia conferma, mi buttai sull’erba in ginocchio davanti a lei portandomi alla sua altezza, mettendomi faccia a faccia ma lei si voltò per non guardarmi, il suo gesto sembrò così umano che mi stuzzicò ad andare avanti.

<> lei si voltò di scatto guardandomi in faccia con uno sguardo che mi fece capire che ci avevo azzeccato, poi se ne andò lasciandomi lì da solo. <>, dissi cercando in qualche modo di scusarmi per qualcosa che non era colpa mia. << Aura aspettami, ascoltami un attimo.>> nulla da fare, non mi voleva far caso per nulla al mondo, proseguendo a camminare senza farmi per nulla caso e io non me ne capacitavo, mai visto una tigre o qualunque animale dare segni di gelosia, pensai sia stata la prima volta in assoluto e dovette toccare proprio a me fare questa esperienza, però dovevo trovare un modo per farmi ascoltare da lei.

Sulla mappa confermai la nostra posizione, eravamo ben lontani dal villaggio, il prossimo luogo era attraversare la mistica e misteriosa foresta bianca, luogo di dimora dei leggendari Gèvaudan bianchi, possenti animali dalla pelliccia bianca e brillante, forti e agili quanto nobili di spirito narravano le leggende, protettori del santuario Roshi dedicato all’uomo che si instauro lì per vivere lontano dai suoi simili dopo aver visto l’orrore della sua razza, per vivere con questi leggendari Nativi, forse qualcuno così vicino agli animali avrebbe aiutato me con Aura.

Dopo più di mezz’ora iniziammo a vedere una folta nebbia oltre la collina avvicinarsi come a proteggere ciò che era d’altra parte, per fortuna la visibilità era abbastanza buona, continuammo a vagare inoltrando più profondamente in quella nebbia, improvvisamente una folta vegetazione ci travolse come un muro, mi feci strada a forza ma non fu affatto semplice. Continuai ad avanzare concentrandomi nel trovare una strada che non mi accorsi di dov’ero arrivato, osservando meglio capì che eravamo entrati nella foresta bianca, gli alberi così come ogni cosa in quel luogo era ricoperto da una pattina bianca lucida come fosse una seconda pelle, un brivido mi percorse la schiena in quel silenzio innaturale e mascherato dalla nebbia.

All’improvviso venni travolto da un onda sonora di cinguettii di centinaia di migliaia di uccelli diversi che albergavano tra gli alberi, per qualche istante quel suono martellante mi piegò mentre la testa stava sul punto di scoppiare, in aiuto Aura ruggì con tutto se stessa zittendo ogni altro rumore, non mi fermai oltre, dovevamo andare avanti e uscire da questa folta nebbia, continuai ad andare avanti tra la vegetazione mentre sentii la strana sensazione di essere osservato nonostante non vedessi a più di due metri da me, accelerai il passo sentendomi sempre più sotto mira da qualcosa che si annidava in quel posto, non mi fermai finché non mi ritrovai un attimo dopo fuori da quel campo di nebbia e di fronte a quello che era un tempio simile a quello dove avevo vissuto, anche se sue dimensioni erano decisamente inferiori.

Fu un sollievo che però non durò molto, c’era un problema, Aura era sparita dalla mia vista, non ne sentivo neanche la presenza nei paraggi. Stavo per andare in panico ma dovetti agire in fretta, non ci pensai su due volte e mi catapultai di nuovo in mezzo a quella nebbia, lo strano presentimento di essere osservato ritornò più pressante di prima mentre la preoccupazione per il fato della mia cucciola mi assillava.

Ed ecco che si sente un boato sordo ma rimbombante, mentre corro come un dannato sento degli ululati possenti riempire l’aria, non capisco bene da dove arrivino ma la paura che trovassero Aura e che le succedesse qualcosa come a sua madre fu un motivo fin troppo forte per farmi correre incoscientemente in un posto così misterioso. <>, fu la cosa che in quel momento mi frullava in testa, avevo fatto una promessa che avrei mantenuto a costo della vita. <> accelerai il passo inoltrandomi ancora di più ma con la nebbia che si infittiva sempre di più la mia visibilità scarseggiava progressivamente.

<> non mi sarei mai arreso davanti ad un ostacolo come quello, era forse la disperazione a farla da padrone in quel momento dentro di me.

Dal borsone tirai fuori i miei occhiali indossandoli al volo, in quella bianca aria candida, splendettero più del sole mostrandomi ciò che si celava ai miei occhi: vidi ogni essere vivente nel raggio di cento metri, i loro impulsi, il suo calore, il suo battito e la sua energia, sapevo di dovermi controllare in una situazione così ma il desiderio di ritrovare Aura era più forte di qualsiasi cosa ed era quello a farmi resistere dal non andare di matto e abbattere tutto quello che mi si parava davanti.

La trovai, il suo stemma fu come un faro in mezzo alle tenebre, così come lo era lei ai miei occhi, corsi con tutto me stesso spazzando via come un treno la fitta nebbia, il mio corpo sfrecciava su questo mondo ad una velocità degna di una Kitsune, schivavo gli ostacoli con gran facilità e in pochi secondi arrivai da Aura.

La vidi distesa a terra priva di sensi, temetti subito il peggio e mi buttai ai suoi piedi per controllarla meglio.

<>, gli urlai ripetutamente ma senza alcuna risposta, il terrore della scena della madre mi assalì, appoggiai la testa al suo petto e per fortuna sentii il suo cuore battere sotto il mio orecchio, era solo svenuta. La cosa non mi tranquillizzò più di tanto, continuai a cercare di svegliarla ma nessun segno di risposta e non potevamo rimanere allungo in un posto così esposto, sentivo delle presenze attorno a noi avvicinarsi minacciosamente e velocemente.

Dopo diversi tentativi Aura riaprì lentamente gli occhi dandomi un profondo senso di sollievo come se mi fossi liberato di una zavorra. <>, la ripresi dolcemente e quasi in lacrime, col cuore in gola.

Attorno a noi come creatisi dalla stessa nebbia che riempiva quella foresta quattro Gèvaudan bianchi con un’aria fortemente minacciosa apparirono circondandoci, spronai la mia amica a tirarsi su e a riprendersi il prima possibile. <>, gli dissi ma appena distaccai lo sguardo dai quattro Nativi, vidi Aura bloccata dalla paura, era terrorizzata, tutto il suo corpo tremava, la paura e il trauma della morte della madre l’aveva completamente sottomessa e per la prima volta la vidi in quello stato.

La scossi urlandogli di scappare ma non ci fu nulla da fare, era sottomessa al terrore si quel trauma.

Uno dei quattro Gèvaudan scattò dritto verso di noi, gli andai incontro per proteggere Aura finendo a terra col grosso animale addosso, mi feci scudo col bracciò sinistro che l’animale morse rabbiosamente per aver mancando il bersaglio, il dolore fu lancinante ma sfruttai il fatto di avere il braccio dominante libero per colpirlo allo stomaco con forza scaraventandolo via, il mostro rotolò per qualche metro scomparendo nella nebbia senza lasciare tracce.

Il braccio mi sanguinava molto e impregnava le bende facendole diventare di un rosso bordò poiché non era tutto sangue.

Mi trovai lontano da Aura di qualche metro mentre lei era sempre lì ferma. <>, gli urlai ancora con rabbia e autorità ma lei rimase lì immobile, un secondo Gèvaudan non indugiò e partì all’attacco dell’intrusa immobilizzata, li si avvicino velocemente allungandosi in un balzo letale verso la preda, come un treno in corsa lo abbattei nel suo gesto slogandomi la spalla e ritrovandomi con l’intero braccio sinistro inutilizzabile, l’animale si schianto a terra gemendo di dolore e perdendo conoscenza.

<>, gli urlai ancora una volta trascinandomi verso di lei ma niente, tutto inutile.

Non feci in tempo a voltarmi che un altro mi era a pochi centimetri, mi salto addosso ferendomi e atterrandomi, l’altro mi blocco il braccio sinistro mordendolo rabbiosamente cercando di strapparlo ma le bende impedivano che le sue zanne andassero a fondo così come gli fu impedito al primo di affondare le zanne sul mio collo.

Aura era a un metro da me e nessuno degli aggressori gli faceva caso, era la sua occasione di scappare.

Ancora una volta cercai di svegliarla, di farla riprendere. <>, gli urlai con tutta la forza che avevo, fu come se gli alberi si piegassero sotto la forza di quel grido che penetrò in profondità nella foresta.

Aura finalmente si riprese, mi guardò velocemente poi corse via dopo che gli urlai di nuovo come un ordine di andare via, l’altro Gèvaudan sparito nella nebbia riapparve e si mise ad inseguirla mentre l’altro atterrato si rialzava per fare lo stesso.

Colpii quello che mi mordeva al collo sul fianco sinistro liberandomi dalla sua presa tra lunghi schizzi di sangue lanciandolo contro il suo compagno prima che potesse anche lui inseguire Aura, entrambi caddero come birilli emanando urla di dolore. Colpì l’altro con un pugno liberandomene e buttandolo verso i suoi simili, mi rialzai zuppo di sangue e bucato come un colabrodo, faticavo non poco anche solo a respirare ma non mi fermai, pensai solo ad lei, era la mia unica preoccupazione.

Il silenzio calò dopo che si sentì un forte sparo, seguito dal verso di un animale ferito, alla mente mi venne l’immagine di Aura colpita da un proiettile, non poteva essere vero, ci mancavano solo dei cacciatori, sembrava che il destino volesse portarmela via con la forza e nel modo più brutale possibile. I tre Gèvaudan corsero via in direzione del colpo sparato, insieme a loro andò via anche la nebbia che li seguì come un mantello, io non potei che andargli dietro, la vista però lentamente mi si annebbiava e le forze mi abbandonavano lentamente, mi levai gli occhiali lasciandoli pendere sul collo dal cinturino in pelle sporcando anch’essi di sangue.

Senti delle voci provenire non lontano dal luogo dello sparo, puntai la mia attenzione in quella direzione e vidi a circa venti metri due cacciatori dell’esercito, non sapevo quale poiché le loro divise erano di un colore simile alla terra e non al rosso come quelli della Fiamma Vermiglia.

I due cacciatori stavano ricaricando per finire la loro preda, seduti nella loro postazione ben mimetizzata coll’ambiente. <>, disse uno dei due soddisfatto del suo colpo mentre l’altro prendeva la mira per finire il lavoro.

<> l’uomo poggiò il dito sul grilletto e guardò la preda dal mirino trattenendo il fiato prima di sparare ma qualcosa gli si parò davanti oscurandogli la visuale.

Gli presi il fucile e lo colpì forte alla faccia facendolo cadere all’indietro tingendo sia il calcio dell’arma che il suo naso di schizzi del suo sangue, il suo collega corse via mentre lui tirò fuori una pistola dal fodero attaccato alla gamba.

<>, chiedi tra i denti con rabbia e disprezzo. Eravamo a cinque metri d’altezza e a quasi venticinque metri di distanza da dove giaceva la vittima dei due cacciatori, i Gèvaudan alzarono lo sguardo e videro la scena con i loro occhi, sotto la debole luce del sole che filtrava dagli alberi e che si mischiava alla leggera nebbia del luogo. Puntai il fucile verso l’uomo quasi a fargli baciare la bocca dell’arma e prima che lui potesse supplicarmi di risparmiarlo mentre buttava a terra la pistola terrorizzato, gli sparai un colpo in testa tingendo le rocce del suo sangue mentre quel suono echeggiò tutt’attorno come un ruggito di leone.

L’altro suo collega scappò cercando di allontanarsi il più possibile ma si ritrovo nel luogo dove i Gèvaudan soccorrevano il loro amico insieme ad Aura, l’uomo punto la sua arma contro i tre mostri bianchi assumendo un aria da vero temerario, sentendosi in vantaggio e fin troppo fortunato del suo bottino purtroppo ancora in vita. <>, si disse seguito una risata di vittoria.

I Gèvaudan erano veloci ma non di più di un proiettile in mani esperte, uno dei tre balzo all’attacco, Aura lo spinse via togliendolo dalla traiettoria del colpo sparato tempestivamente dal soldato, il cacciatore non si scompose e puntò il fucile contro Aura ripresosi dallo spavento dell’attacco improvviso del suo trofeo di caccia. <> l’uomo sogghigno e sparo un unico colpo sicuro di abbattere il suo bersaglio con quell’unico proiettile, un colpo infallibile e da una distanza fin troppo facile anche per qualcuno di inesperto e non era il suo caso, da anni si era messo alla caccia di quei Nativi leggendari che avevano ucciso chiunque si fosse introdotto in quella foresta per ucciderli e trovare gloria e finalmente era giunto il momento di prendersi quella gloria che gli aspettava.

Il colpo mi prese alla spalla che subito prese a sanguinare dopo che due lunghi schizzi di sangue macchiarono il pelo dei Nativi, Aura sbucò dalle mie spalle e aggredì il cacciatore strappandogli via insieme all’arma una mano, l’uomo indietreggiò e si accasciò a terra dolorante urlando minacce e imprecazioni mentre si teneva l’arto amputato. <> mi avvicinai all’uomo trasportato da un’immensa rabbia che mi impediva di sentire dolore.

Mi buttai sopra di lui bloccandogli ogni movimento, faccia a faccia. <>

Gli mollai un pugno sul volto con tutta la forza che sentivo in corpo facendolo urlare dal dolore mentre i suoi denti si infransero contro le mie dita, lo colpì di nuovo e partì uno schizzo vistoso di sangue che mi finì in faccia ma continuai, i suoi gridi si fecero sempre più acuti e disperai, lo colpì ancora e ancora, continuai a colpirlo sempre più forte mentre lentamente smettete di urlare, come un automa andavo avanti mentre ai miei occhi alla vista di quel viso maciullato si sovrapponevano tutte le persone che avevo ucciso e che avevo torturato in passato eppure non provai nulla, come ogni singola morte che avevo causato, l’uomo in fin di vita ansimò vistosamente, in quello che rimaneva del suo viso il terrore era ciò che predominava nei suoi occhi spenti. Lo presi per il collo della divisa avvicinandolo alla mia faccia così che potesse sentire bene le ultime parole che avrebbe sentito da me.

<> l’uomo fece cenno con la testa di sì, lo lasciai cadere a terra privo di sensi, la divisa fino a metà petto sporca di sangue e all’altezza del cavallo sporca dell’urina del soldato, lo spettacolo era finito e tutti gli altri cacciatori nascosti nell’ombra dopo aver sentito gli spari ei gemiti del compagno videro il loro collega giacere immobile ai miei piedi, tutti loro sentirono le mie parole nascosti dietro la vegetazione in preda anche loro a una paura primordiale come una preda verso il suo predatore.

Aura lanciò un ruggito possente che scosse l’intera foresta. <>, urlai insieme ad Aura come se fossimo un’unica cosa, un ruggito di minaccia che fece scappare gli invasori con la coda fra le gambe, in corse e urla di terrore in modo disordinato e rumoroso.

Ero dolorante, ferito e gravemente dissanguato, con un braccio rotto in diversi punti, morsi e tagli squarciavano i miei abiti e non solo ma ero felice che Aura fosse lì accanto a me, che avesse levato la sua voce insieme alla mia, lei mi si avvicinò per leccarmi le ferite ma caddi in ginocchio impotente, colto da spasmi negli arti e prossimo al perdere coscienza.

<> infine tutto si fermò, il cervello rallenta, il sangue fluisce, l’adrenalina scompare e i sensi si spengono dopo un immenso sforzo.

L’immagine della madre di Aura mi si imprime su uno sfondo bianco, solo io e lei, il suo sguardo rassicurante e affettuoso viene rivolto a me, si avvicina e si strofina contro di me affettuosamente. <> era una voce calda che penetra nel cuore e arrivava all’anima, la voce di una madre che non aveva occhi che per sua figlia, che aveva dato la vita per lei. <> lei sorrise scomparendo in una luce sempre più intensa e ammagliante.

Appena ripresi i sensi mi ritrovai in una stanza avvolta dalla penombra, piccole fiaccole la illuminavano lungo le pareti in pietra adornate da pergamene e dipinti dall’aspetto vissuto, ero su una grossa serie di coperte appoggiate al pavimento, coperto da uno spesso tappeto dal colore verde acqua. Mi tirai un attimo su per vedere meglio la stanza ma una serie di fitte su tutto il corpo mi bloccarono, ero ricoperto di bende, le braccia, le spalle, la fronte e il collo, ero piuttosto malconcio per non dire del forte mal di testa che si aggiungeva agli altri mali.

<>, mi chiesi ma le fitte seppero fermare ogni mia riflessione.

Una volta che riuscì a mettermi in piedi uscì dalla stanza appoggiandomi alle pareti, mi sentivo ancora molto debole anche se non sapevo da quanto tempo avevo perso i sensi. <> furono le domande che mi si affacciarono alla mente.

Percorsi un lungo corridoio anch’esso scarsamente illuminato se non da qualche torcia messa qua e là, dopo qualche metro sentì una voce di un anziano parlare con qualcuno, continuai seguendo la voce fino ad arrivare in un enorme salone molto illuminato, le pareti adornate con dipinti di animali che non avevo ancora visto, in fondo alla stanza un’enorme statua di due Gèvaudan di marmo che sovrastavano l’enorme il ritratto di un ragazzo insieme a quattro cuccioli bianchi, ancora più in basso era posizionato un piccolo altare fumante di candele vicino al quale c’era qualcuno seduto, la sua voce era la stessa che avevo sentito dal corridoio.

Il signore senza voltarsi mi rivolge la parola. <>, disse con aria rassicurata, poi si voltò verso di me un po’ sorpreso. <> lo ringraziai e mi inoltrai nella stanza avvicinandomi a lui.

<>, chiese l’uomo come se già sapesse qualcosa. <>

<>

<>

<> l’anziano sembrò aver sentito qualcosa perché sorrise all’improvviso.

Sentii dei ringhi alle mie spalle e mi voltai subito, dall’ombra del corridoio uscirono tre Gèvaudan bianchi, non indietreggiai ma ci scambiammo sguardi fulminei durante la loro entrata.

I tre si sdraiarono vicino all’anziano signore senza badare a me, lui gli accarezzo affettuosamente come se fossero cagnolini. <>, li giustifico lui ma io rimasi lo stesso un po’ diffidente.

Sentì altri passi dal corridoio, secondi dopo anche l’ultimo Gèvaudan fece la sua entrata, dietro di lui una mia conoscenza, la mia Aura. Appena la vidi, nonostante il dolore, gli corsi incontro ad abbracciarla, sentii un misto di felicità e un terribile dolore fisico nel farlo ma non mi importò.

<> ero troppo contento, lei mi accarezzo con la sua possente e morbida testa pelosa, non volevo lasciarla più e neanche lei me.

L’anziano prese la parola interrompendo il nostro ricongiungimento. <> mi chiesi subito come facesse lui a saperlo, non c’era nessun altro in quella foresta che io non avessi visto, l’anziano lesse sul mio volto la sorpresa e diede una spiegazione.

<> alle sue parole mi venne in mente ciò che avevo letto su uno dei tanti libri che avevo preso nei due viaggi che avevo fatto prima di quello corrente, la cosa non mi convinceva molto ma mi incuriosiva perciò ascoltai con attenzione quel vecchio.

L’anziano continuo il discorso dopo la breve pausa. <>, disse accennando un lieve inchino, io feci altrettanto ma per un altro motivo.

<> l’anziano rimase un po’ sorpreso, poi sorrise accarezzandosi la barba bruna e pensandoci su.

<> le sue parole di ammonizione non mi toccarono, ero determinato e sarei andato a fondo lo stesso, correndo tutti i rischi che c’erano.

<>, risposi con fermezza, l’anziano allora domandò il motivo che mi spingeva a farlo.

<> <> ringraziai di tutto e mi diressi verso la stanza dove mi ero risvegliato poco prima, come sempre Aura mi seguì.

Arrivato nella stanza preso da ogni sorta di dolore mi sdraiai sul letto, stanco e indolenzito, Aura si sdraiò al mio fianco e si mise a fissarmi, mi accartocciai a lei prendendola sotto le coperte e stringendola a me come se fosse ancora la cucciola di quasi un anno fa.

<>, gli sussurrai cadendo poco dopo nel sonno più avvolgente. Ancora una volta lo stesso incubo del ricordo al tempio, tutto così reale e io così impotente davanti a quella scena.

Mi risvegliai il mattino dopo ancora prima che il sole potesse arrivare alle sottili fessure delle persiane alle finestre, voltandomi non trovai Aura ma non mi preoccupai troppo. Mi sentivo meglio, più riposato e più carico, mi rialzai in piedi e uscì dalla stanza diretto al grande salone, arrivato lì come supponevo ci trovai Aura a parlare con l’anziano signore, lui appena mi vide mi fece cenno di avvicinarmi e io lo assecondai sedendomi accanto alla mia compagna.

<>, disse con tono abbastanza tranquillo per poi proseguire. <>

Non ci pensai su, non avevo tempo da perdere in lunghe ore di allenamento. <> mi limitai a rispondere.

<> accettai lo stesso senza titubare, c’erano troppe cose che dovevo fare e probabilmente mi rimaneva poco tempo per compierle.

Ci condusse fuori dal santuario sul retro, una parte che non avevo visto, sul pavimento c’era un enorme disegno in pietra, un’enorme cerchio a cui bordi alla stessa distanza si presentavano cinque colonne tappezzate da bassi rilievi congiunti al centro del disegno da incavi lineari sul pavimento che finivamo in una specie di pozzo d’acqua cristallina al livello del suolo.

<> feci come disse lui rimanendo solo in intimo e ricoperto dalle bende, arrivai al pozzetto circolare dove l’anziano mi fece una veloce spiegazione. <> entrai nell’acqua fino al collo. <> mi immersi completamente.

<>, disse l’anziano mentre mi immergevo, lui si spostò dal cerchio che improvvisamente iniziò a risplendere di una intensa luce giallognola, ogni colonna si divise in cinque parti che ruotarono opposta l’una dall’altra sull’asse centrale, un’enorme massa statica avvolse quella piccola area in un campo di scariche.

<<è iniziato signorina Aura, se lui ce la dovesse fare finalmente potrai dirgli ciò che hai sempre tenuto dentro, ciò che sei>>, disse speranzoso Roku.

Camminavo in una valle oscura e deserta, un vento molesto soffiava contro di me rallentando il mio cammino, era una scena stranamente famigliare che non mi rassicurava affatto, attraversai un deserto di sabbia grigia, una foresta di alberi morti, superando pareti rocciose affilate come rasoi per finire in un’altra vallata tagliata di netto da un profondo strapiombo, la mia camminata finì lì. All’improvviso dall’alto di un cielo spento e privo di luci due gabbie caddero nello strapiombo bloccando la loro corsa a mezz’aria, erano sorrette da delle fragili corde legate a due possenti colonne inclinate che partivano dall’altra parte oltre lo strapiombo, in una delle gabbie c’era un uomo, nell’altro una giovane donna, non gli conoscevo ma avevano qualcosa di famigliare, mi parve come se avessi un qualche tipo di legame con loro.

<>, mi domandai cercando qualche indizio in giro, dall’oscurità della vallata un possente essere cui testa era coperta da un manto cupo e tenebro fece la sua comparsa.

<> le corde iniziarono lentamente a consumarsi mentre le colonne si sgretolavano lentamente. <>

<<è immerso da quasi un minuto, se non si sbriga rischia di perdere tutto>>, disse il vecchio Roku temendo il peggio così come lo era Aura, dovevo darmi una mossa al più presto.

<> i due prigionieri piangevano, pregavano il mio aiuto ma rimasi fermo davanti a quello spettacolo come se non sapessi quel che fare.

<> urlai al colosso con aria di sfida, lui rise di gusto e indietreggiò avvolto da una nube nera quasi a celarsi in quell’orizzonte nero, sembrava voler assistere da lontano al mio fallimento.

Con un dito indicai lo spazio tra le due gabbie prima di voltarmi e andare verso il cammino che avevo percorso, i due sventurati iniziarono a far oscillare le gabbie come a voler liberarsi da soli non sperando più nel mio aiuto, la risata del colosso si sentì sempre più forte e ancor più divertita, per lui avevo perso la ragione e cercavo di andarmene con la coda fa le gambe. Un suono secco e metallico fermò la risata di quell’essere, le due gabbie si erano toccate e i due si stringevano le braccia l’un l’altra per non separarsi, allora il gigante capì quel che stava succedendo, troppo tardi per poter far qualcosa. Riemersi da quell’oscurità in una rigida e lineare corsa che terminò in un salto, così come feci dal palazzo nella città in cui Soul albergava, arrivai a mezz’aria proprio nel luogo dove i due si erano fermati attaccandomi alle gabbie facendole oscillare violentemente prima di aprirle raccogliendo i loro ospiti e portandoli via.

Le corde si spezzarono, le colonne si sgretolarono e le gabbie si piegarono dall’impatto, precipitammo dall’altra parte alzando un enorme polverone ma senza riportare gravi ferite. <>, sbraitò rabbioso il colosso facendo tremare quel luogo di tenebre con la sola voce.

<< sono venuto a prendere ciò che mi aspetta come ho detto prima e così farò, ciò che credi giusto non mi può minimamente interessare perciò se hai qualcosa da ridire fatti sotto, la mia razza ne ha uccisi di esseri come te, se vuoi essere un altro nome da aggiungere a quella lista non hai che da sfidarmi.>> Il colosso dopo un interminabile silenzio scoppio in un’altra risata mista a rabbia e fastidio, l’enorme nube che l’avvolgeva si espanse inghiottendo tutto ciò che ci circondava. <>, disse mentre il buio arrivato al culmine iniziò a ritrarsi.

<>, risposi quasi deluso del non aver combattuto.

<>, disse il vecchio Roku con aria sollevata vedendo lentamente le scariche diminuire d’intensità e le colonne rallentare il loro moto.

I due sventurati, avvolti da una luce celestiale che risplendette in un ambiente privo di ogni elemento materiale si abbracciarono scambiandosi un lungo bacio mentre svanivano in quella luce, distolsi lo sguardo sentendomi in imbarazzo a quella vista, sentii un loro ringraziamento prima che potessero svanire del tutto, prima che tutto svanisse.

Erano già trascorsi due minuti da quando ero in apnea, Roshi e Aura non potevano più attendere, lei si buttò in mezzo al mosaico ma subito dopo la terra iniziò a tremare, le quattro colonne su arrestarono all’improvviso per poi scomparire sotto terra diventando cerchi del mosaico, l’acqua venne risucchiata mentre la piattaforma mi portò in superficie, fuori dalla prigione d’acqua.

Lo stemma di Aura brillò come mai prima raggiungendo il suo culmine quando senza rendermene conto gli toccai il petto ancora avvolto dalla luce di quell’illusione.

Caddi in ginocchio rigurgitando l’acqua che mi era entrata in corpo come fossi una fontana, la testa mi scoppiò travolta da voci, erano centinaia, forti come il colpo di un cannone, era quasi come se migliaia di aghi si conficcassero ripetutamente nel cervello eppure lentamente mentre mi dimenai a terra le sentì affievolirsi fino a scomparire nel raggio di un minuto. Vidi Roshi avvicinarsi a me, appoggiò una mano sulla mia spalla accennando un lieve sorriso. <>

Risvegliai qualche ora dopo, la prima cosa che vidi fu il volto di Aura, irrequieta e preoccupata ferma al mio fianco, il suo occhio non coperto color rubino lucido come sul punto di piangere, Roshi li era lì accanto a noi.

<>, dissi cercando di sdrammatizzare, mi tirai su sedendomi sul pavimento del mosaico. <> non feci molto caso alle sue parole ma a quelle che sentì mentre lui parlava, erano dolci e affettuose, dal timbro femminile e dal tono innocente. <>, disse quella voce, mi voltai verso Aura sorpreso e felice allo stesso modo.

<>, le risposi semplicemente sorridendo e facendogli l’occhiolino, Aura si sorprese avvicinandosi ancora un po’ a me.

<>, domando con sorpresa anche se dalla sua bocca non uscì alcun verso, parlava senza parlare.

<> gli sorrisi ancora, felice come poche volte nella mia vita, la abbracciai con tutto l’amore che riuscivo a dimostrargli con quel gesto.

Roshi ne fu felice, si complimentò ancora, ci suggerì di entrare dentro visto che da lì a poco sarebbe tramontato il sole, seguimmo il consiglio ed entrammo senza mai smettere di parlare, poi Roshi chiese ad Aura di aspettarmi nella mia stanza mentre io rimasi nel grande salone sotto sua richiesta.

Lui prese posto sotto il piccolo altare insieme ai suoi amici. <> io confermai e rovistando tra i miei vestiti la tirai fuori. <<è questa, volevo dargliela ad Aura quando sarebbe stata pronta per parlare di sua madre e ora sembra giunto il momento>>, dissi io con un po’ di amarezza.

<>, disse lui sorridendo.

<>, risposi rimettendomi in piedi e ringraziandolo. <>

<> segui il suo consiglio e me ne ritornai nella mia stanza.

Seduta affianco al mio letto Aura mi aspettava, io mi sedetti sul letto rivolto verso di lei, ero un po’ imbarazzato quanto emozionato ma alla fine iniziai il mio discorso. <>, dissi balbettando spesso, Aura però rimase quasi impassibile.

<>, disse anche lei con una certa timidezza, ero felice e mi sentivo più vicino a lei.

Da lì passammo delle ore a parlare di tutto ciò che abbiamo passato insieme e io gli raccontai tutta la mia vita da quando ne avevo memoria, continuammo fino a tarda sera senza neanche cenare, ci nutrivano le parole che ci scambiavamo finché poi la stanchezza si fece sentire, mi sdraiai sul enorme letto sentendo tutto il corpo indolenzito. <> Aura non si fece pregare e strisciò sotto le coperte sdraiandosi accanto a me guardandomi con occhio dolce, mi ricordò quelli della madre. <>, le dissi con dispiacere pensando ai suoi ultimi attimi.

<>, aggiunse Aura, la gemma prese a risplendere così come il petto di Aura come si chiamassero l’un l’altra, avvicinai la gemma al suo petto, il piccolo oggetto rosso oscuro venne avvolto dalla folta criniera incastonandosi sullo stemma come una pietra preziosa nella corona di un anello, l’intero corpo di Aura splendette di una luce bianca e intensa che scomparve tutta d’un tratto, sentii come se quel dono della madre avesse in qualche modo dato qualcosa che la figlia anelava.

Aura si strinse tra le mie braccia facendosi piccola e facendosi anche coccolare finché non si addormentò e io dopo di lei, fu una delle pochi notti in cui gli incubi non mi perseguitarono ma l’immagine della madre di Aura che mi ringraziava alleggerì il mio sonno, Gaia, quel nome mi rimbombava nella testa.

Il mattino seguente eravamo pronti a partire, Roku e i suoi quattro cuccioli ci stavano dando l’addio e gli ultimi consigli, l’anziano ci indicò una scorciatoia per ridurre il viaggio di qualche giorno. <>

<> gli strinsi la mano per l’ultima volta in quel viaggio, ringraziandolo ancora del aiuto.

<> Io e Aura ci allontanavamo dal santuario ed entrammo nella folta nebbia scomparendoci dentro.

In mezzo a quella nebbia l’unico modo per rimanere insieme fu quello di continuare a parlare. <>

Mi fermai guardandola faccia a faccia. <> gli dai un bacio sul muso e proseguimmo nel viaggio. <>

Trovammo la strada che portava alla scorciatoia descrittaci da Roku, ci trovammo davanti un enorme parete di pietra ricoperta di piante rampicanti ben distese e folte quasi fuse insieme, né strappai qualcuna riuscendo a vedere il tunnel che mi era stato descritto, finì di strapparle tutte facendoci strada ed entrando nel buio e tetro luogo la cui fine non era visibile, probabilmente doveva essere una strada tra le montagne utilizzata decine di anni prima per facilitare i traffici di merce, il mio problema però era come riuscire a capire la strada giusta da prendere nel caso ce ne fosse bisogno, avrei potuto usare i miei occhiali ma la loro autonomia era stata messa alla prova allungo e non avevo trovato né il luogo né i materiali per ricaricarli, se si spegnessero a metà percorso si sarebbe rilevato un problema, Aura però mi mostrò la soluzione.

<>, disse sicura di se, io mi fidai come sempre.

Entrammo nel tunnel, io affiancavo Aura, mi sentivo inutile e impotente, ci sarebbero potuti essere chissà quali pericoli lì dentro e io non sarei riuscito a vederli, dopo un bel po’ Aura si fermò di colpo, <<>, pensai subito a quel suo gesto.

<>, chiesi rimanendo calmo e freddo.

<>, disse mortificata, la rassicurai subito. <>, gli dissi confidando nelle sue capacità.

Urlai con tutto me stesso, un boato si espanse in tutta la lunghezza del tunnel, l’eco si senti per diversi secondi mentre aspettavo che Aura mi indicasse la giusta direzione, secondi interminabili passarono prima della mia domanda fatidica.

<>, gli chiesi ma con voce rauca e rattristata rispose di no. <>, disse triste e desolata.

<> dopo le mie parole Aura si calmo e fece come gli disse, ruggì con tanta forza che il tunnel sembrò tremare, mi affiancai ad Aura per rassicurarla. <> il tentativo diede i suoi frutti prima di quanto sperassi, dopo qualche secondo seppe già dire la direzione da prendere. << a sinistra, quella a destra è bloccata da una caduta di detriti.>>

<>

Due ore di camminata passarono dal punto di svolta senza mai vederne la fine, continuammo a camminare finché vedendo la luce in fondo alla strada, feci un respiro di sollievo. <>

La voglia di uscire da quel posto fu irrefrenabile, corremmo verso la luce finendo per accecarci al trovarci all’aperto cadendo a terra e coprendoci gli occhi come colpiti dal fuoco, dopo esserci adattati alla luce ci rendemmo conto di trovarci circondati da folti cespugli e grosse liane che ci bloccavano, a fatica ci facemmo strada arrivando alla fine della vegetazione.

Ci ritrovammo ai bordi della prima careggiata, degna di questo nome, che avevo incontrato, era ben divisa dalla vegetazione, per essere sicuro di dove fossimo controllai sulla mappa, ci trovavamo molto vicini alla nostra metà, la strada in cui eravamo ci avrebbe condotto ad essa ma essere troppo frettolosi non era saggio, dovevamo riposare, rimisi la mappa nello zaino e mi sedetti per terra a riprendermi un attimo, anche Aura segui il mio esempio.

<>, chiesi più gentilmente del solito. <>, disse lei con enfasi.

Mi fece ridere il modo in cui lo disse, lei mi riprese subito ordinandomi di non ridere di lei ma non riuscivo a trattenermi, dallo zaino tirai fuori della carne che avevo comprato nel villaggio, aveva un buonissimo odore e Aura ne era ipnotizzata. <> gli porsi la carne che lei dopo ringraziamenti iniziò subito a sbranare, io mangiai qualcosa di più leggero, della frutta dai colori vivi e bizzarri come le forme che avevano, ma dal gusto eccezionale.

Voltandomi verso Aura notai che il suo muso era visibilmente sporco di sangue, glielo pulì dolcemente, l’odore del sangue era pungente ed invitante, lo assaggiai provandone la dolcezza e un’insana sete, sensazione a me estranea.

<>, dissi leccandomi le dita della mano con gusto.

Continuammo a camminare ancora per qualche ora, volevamo arrivare alla nostra metà il prima possibile, ad un certo punto della strada vedemmo davanti a noi una carrozza, ferma ai bordi della strada, era molto ammaccata e priva di qualche sua parte, pensai subito che forse chi ci era dentro fosse in pericolo.

<>, mi chiesi mentre ci avvicinammo cautamente.

Ci affrettammo a raggiungerla, arrivati sul posto non trovammo nessuno sulla carrozza, un grido improvviso si levò in aria, veniva dalla vegetazione che affiancava la strada, io ed Aura scattammo in quella direzione, in soccorso di colei che aveva lanciato quel urlo di paura.

Un giovane ragazzo, che indossante una grossa e pesante armatura, si accingeva ad affrontare un branco di cinque Amomongo, enormi e feroci animali dall’aspetto scimmiesco e dalla forza sorprendente, alle spalle del ragazzo c’erano delle donzelle in vesti nobili spaventate e agitate, il giovane era evidentemente stanco ma non tremava davanti ai suoi temibili avversari ma purtroppo per lui sia l’armatura che l’arma erano troppo pesanti per la sua corporatura, era a di poco ridicolo, ci avvicinammo a loro con gran tranquillità e disinvoltura, quasi fossimo dei semplici spettatori.

<>, chiesi prima di mostrarci a loro, apparimmo da dietro un grosso albero a cui mi appoggiai aspettando la risposta del giovane, mentre Aura rimase nascosta nel cespuglio alle spalle dell’albero, il ragazzo con voce stanca e affaticata rispose. <>, disse duro e deciso.

<>, gli ribattei, lui non seppe rispondere e si fece deprimere.

<>, gli dissi avvicinandomi a lui dandogli una pacca sulla spalla ma gli Amomongo ringhiarono a me, pronti all’attacco.

<>, mi urlò il ragazzo vedendone uno di loro corrermi incontro, buttai il ragazzo lontano e andai incontro al mostro.

<>, gli dissi alzando le mani in aria, lui mi guardo sorpreso e incuriosito che potessi parlargli, avvicinai la mano alla fronte e alzando la benda che mi copriva la fronte gli mostrai lo stemma, sembrò intendere che non ero un nemico e mi disse cosa volevano da quei benestanti, e io gli dai tutta la carne che possedevo come compenso per lasciargli andare, accettarono e andarono via arrampicandosi agli alberi e scomparendo nella tempesta di fruscii e foglie che si lasciarono alle spalle.

<> ripresi il mio sacco pronto ad andarmene ma una delle donzelle mi fermò.

<> io guardai Aura per capire se lei era d’accordo, dipendeva tutto da lei.

<>, lei non rispose, non sapeva se accettare o meno, il ragazzo allora si fece avanti.

<>, pregò lui con amarezza poiché sapeva di non essere abbastanza forte per compiere il compito da solo.

XII

NOBILI

<> riferì ai tre quello che Aura mi disse. <>, dissi duramente, non accettavo trattative.

<>, chiese il ragazzo. <>

Aura si fece avanti mostrandosi ai tre, le due donzelle ne furono un po’ spaventate ma il ragazzo ne sembrava affascinato, rapito da quella magnifica creatura bianca celeste. <>, domandò il giovane ragazzo avvicinandoglisi.

<>, gli risposi io incuriosito dal suo approccio. <>, domandai distogliendolo un attimo da Aura.

<>, rispose subito ritornando a provare ad avvicinarsi ad Aura mentre lei lo osservava incuriosita.

<>, gli dissi volendo vedere che reazione avrebbe avuto, lui non ci pensò su due volte e con coraggio avvicino la mano alla testa della Nativa, che appena entrata nel suo raggio, fece strusciare contro mano, lui la accarezzò dolcemente mentre lei rimase innocua.

Ci dirigemmo verso la carrozza dove le donzelle Josephine Saints e Clara Ferris presero posto insieme ad Aura e Brian, mentre alle redini ci pensai io, dovevamo fare da scorta a quelle due fino alla prossima megapoli dove il nostro compito si sarebbe concluso e avremmo avuto il nostro compenso, un valido contrattempo al nostro viaggio che ci avrebbe aiutato non poco.

Sulla strada ci fu una grande affluenza di carovane e di mercanti che viaggiavano da una parte all’altra, incontrammo anche altre carrozze di nobili e gente simile perciò perdemmo molto tempo nei loro incontri formali su una strada già molto lunga da percorrere anche senza futili soste, le loro usanze erano qualcosa che quasi non sopportavo, quei sorrisi e quei modi così finti come il loro atteggiamento da superiori mi davano il voltastomaco, così a Raicos come sulla terra, per questo la mia famiglia era diversa dalle altre, più cruda e frontale, da guerrieri o meglio, da persone che conoscevano i bassi della vita. Stava diventando sera e quasi non si riusciva a vedere la strada, sicuramente non saremmo andati oltre, fortunatamente a poca distanza si vedevano le luci di una piccola città accendersi, decisi che ci saremmo fermati lì per poi ripartire il giorno seguente.

Arrivati sul posto non ci volle molto perché trovassimo una locanda per la notte, presi due stanze, una per me e Brian e l’altra per le ragazze, ma sorse subito un problema, loro due non volevano dormire con Aura, li faceva paura e l’idea che dormisse con noi sul momento non la trovai granché.

Ci dirigemmo ognuno nella propria abitazione, le due donzelle si dimostrarono tutt’altro che gentili, dolci e collaborative, al contrario di quanto avevano dimostrato durante il viaggio, si vedeva che agli occhi degli altri assumevano un’altra faccia, io non potevo giudicarle dato che ero anche peggio, ciò che mostravo anche alle persone che più mi stavano vicine era senza dubbio una maschera, che nascondeva quel che davvero ero, sicuramente ero peggio di loro.

<>, dissero sbattendoci la porta in faccia. Erano davvero diverse ma Brian era visibilmente e irrazionalmente ammagliato da quelle due. Anche noi entrammo nella stanza, Brian si levò la pesantissima armatura buttandola a terra e sdraiandosi sul letto.

<>, pensai ad alta voce.

<> quelle parole erano decisamente una giustificazione che lui si era creato osservandole, aveva un aria di ammirazione per quelle due nobili e glielo si leggeva in faccia.

<> Brian arrossi e negò tutto ma ormai lo avevo scoperto. << allora è così, non ti chiederò chi sia ma prima voglio sapere una cosa, sei davvero una guardia?>>

<>, chiese confuso per la domanda.

<< la tua armatura, il tuo scudo e quell’arma sono troppo per la tua corporatura e per la tua forza fisica, ma vedo che gambe e braccia sono ben allenate, dovresti cercare di sfruttare questi punti a tuo vantaggio e cambiare tipo di approccio di combattimento. Il mio ovviamente è solo un consiglio se non vuoi seguirlo sei libero di non farlo.>>

<> prima che potessi rispondere poco in camera entrò anche Aura.

<>, domando Brian con occhi brillanti alla sola idea. <> Aura si lanciò sul letto appoggiandosi alle gambe di Brian come se fosse un cuscino, lui sembro sciogliersi ai suoi piedi appena lei gli si accostò, sembrava sognare ad occhi aperti dalla felicità.

Io me ne andai sul balconcino chiudendomi la porta alle spalle e immergendomi nei suoni della notti, dolci e leggeri, ad osservare il cielo stellato governato dalla sua regina, la luna, la sua immagine splendente sopra ogni stella rapiva lo sguardo trasmettendoti una sensazione di tranquillità totale, guardando poco più in basso, più attentamente si vedeva in lontananza la nostra meta, la città di Parsifal, sola in mezzo alla natura, uno spettacolo che nella mia terra era più unico che raro, mi lasciai trasportare dalla brezza leggera e dai suoi suoni, era quasi come se sentissi ogni Nativo, Vegetale ed essere vivente muoversi nel suo piccolo, risplendendo di un’aura propria, tinta di colori dolci, accesi, forti e fortemente vivi che si univano in un flusso che si intersecava a formare un mare.

Dopo un po’ rientrai nella stanza trovando i due immersi tra le braccia di Morfeo, l’uno accanto all’altra mentre il loro russare governava il silenzio della stanza. <> presi l’enorme dono della famiglia e sedendomi su una poltrona mi misi ad osservarlo meglio, era molto lungo, quasi uno e novanta, rossa scura avvolta da cinque catenacci di colore e forma diverse tra di loro e bloccati da lucchetti della stessa natura, lo si portava come zaino da una fascia di tessuto molto resistente che non ero riuscito a spezzare nemmeno con lame in acciaio.

Non sapevo perché ma quelle catene comparvero appena arrivato su Raicos come se qualcuno l’avesse sigillato prima di lasciarlo passare dall’altra parte, per fortuna sembrava intatta poiché era senza dubbio il tesoro degli Hanzo, la reliquia più preziosa che mi fu donata da loro come simbolo di appartenenza alla famiglia di Kimiko. Una spada supponevo, ma visto che non l’avevo mai aperta non potevo dirlo con certezza ma non importava quel che fosse ma cosa rappresentava per me. Tirai fuori dallo zaino un’altra cosa che ero solito portarmi addietro soprattutto nei vari viaggi che feci attorno al mondo, un vecchio libro. Era una delle poche cose che ricordavo fossero mie e con cui mi avevano trovato, in tutti i paesi visitati nessuno fu in grado di capire in che lingua fosse scritto ne cosa dicesse, era un enigma proprio come me, era la mia sola speranza di capire qualcosa del mio passato, con libro alla mano uscì dalla stanza per andare in un luogo più tranquillo.

Arrivai al giardinetto posteriore della locanda, un posto tranquillo che dava sulla foresta separato da un prato ben curato, mi sedei sui sassi che attorniavano un piccolo e tondeggiante stagnetto luminoso pieno di piccoli Nativi colorati e molto vivaci, lì in quella pace sontuosa provai a decifrare quel tanto misterioso libro che mi portavo appresso come un portafortuna.

Provai ancora una volta a leggere la prima pagina ma si dimostro un’impresa pressoché impossibile, quelle che vedevo non erano lettere ma simboli che nonostante non capissi mi sembravano famigliari, già visti e questo mi faceva sentire ancora più frustrato, scorrendo le pagine trovai sempre tutto così indecifrabile e astruso ma con una sua logica che non comprendevo.

Ad un certo punto del libro i colori delle pagine si invertono, la scrittura diviene bianca sul nero, il che mi incuriosì e mi suscitò delle emozione e immagini che mai prima di allora avevo visto, era forse un ricordo? un ricordo della mia infanzia?

Non potevo quasi crederci, era la prima volta che ricordavo qualcosa, erano immagini sfuocate e vaghe ma in quel momento ricordai qualcosa di me, quel libro e del fatto che lo avevo scritto io e non era l’unico ma questo era quello più importante, la base di quello che avevo scritto, il come di questo manoscritto però non arrivò alla mia mente, non lo ricordavo ma il modo per leggerlo, anzi per ricordarlo e mantenerlo alla mente sì, era un metodo che solo io conoscevo e che purtroppo provocava un gran dolore ed era legato alla mia malattia, era uno dei pochi benefici che ne trovai a quel tempo.

Appoggiai il libro sul muretto di pietra, l’inchiostro con cui erano scritte quelle parole era diverso da qualunque sostanza e reagiva al contatto con il mio sangue malato penetrando nel sistema circolatorio fino ad arrivare ai punti di blocco della memoria, agendo nel provocare fitte di dolore che arrivavano al cervello, un metodo che avrebbe segnato l’aspetto della pelle provocando comparse di segni sul corpo che forse erano permanenti, ma il desiderio di ricordare superò anche questo timore.

Girai per un po’ attorno al giardinetto cercando un’altra fonte di acqua e poco lontano trovai un altro laghetto naturale all’inizio della piccola foresta, l’acqua era tiepida, perfetta.

Staccai le pagine e le lasciai cadere nell’acqua una per una aspettando che si dissolvessero, l’acqua si tinse di bianco e subito dopo di un nero oscuro, quasi denso come lo stesso inchiostro, segno che era tutto pronto. Mi tolsi i guanti, i vestiti e le scarpe, rimanendo nudo a parte qualche benda, mi lanciai senza esitazione in acqua immergendomi completamente, la soluzione iniziò subito a penetrare nella pelle entrando nel mio corpo, lo sentivo come acido sul corpo, mi dilaniava espandendosi a gran velocità mentre l’intensità dei dolori aumentava gradualmente, le urla si strozzavano in gola bloccate dall’acqua tinta ma allo stesso tempo sentivo che stava funzionando ad ogni fitta.

Ogni atroce istante non arrivava da solo ma con un frammento di quel libro, un ricordo anche se limitato, era come se le parole di quel libro mi scorressero su tutto il corpo imprimendosi sulla pelle, arrivando direttamente al cervello mostrandomi quello che c’era scritto, ciò che veniva descritto e che momento se ne legava, decine, centinaia di informazioni come fossero ricerche di un mondo che vedevo solo come in una sorta di sogno.

L’acqua tornò limpida come lo era prima del mio arrivo, tutto quel inchiostro versato come una pattina sull’acqua era stato prosciugato, il mio corpo come una spugna se l’era bevuto senza lasciarne più traccia. Una bevanda tanto di dolore quanto ricca di verità, uscì dall’acqua che avevo i muscoli tesi, indolenziti, la testa che mi scoppiava dal dolore e da tutti quei ricordi, quelle informazioni tutte in una sola volta. Raccolsi i miei vestiti e mi trascinai fino al giardino ma non ebbi la lucidità per salire in camera, riuscivo a malapena a mettermi i pantaloni, mi lasciai andare su una panchina.

La luce accecante del sole mi fece svegliare dal mio incomodo letto facendomi anche cadere a terra, mi rialzai e con qualche dolore mi ripresi, me ne tornai su in camera e come pensai nessuno si era ancora svegliato, il silenzio regnava sovrano, la camera di Aura e Brian era aperta per fortuna, entrai aspettandomi che fossero già svegli ma Brian e Aura ma non lo erano affatto, anzi dormivano beatamente come nella notte precedente.

<>, li incitai scuotendoli ma nulla da fare, neanche un segno di protesta, la cosa mi fece leggermente arrabbiare, non volevo perdere troppo tempo perciò passai alle maniere forti, con tutte le mie forze battei fortemente le mani provocando un rumore assordante.

<>, aggiunsi al mio gesto. Entrambi balzarono in piedi tramortiti, Brian chiese cosa stava succedendo confuso e allarmato, gli spiegai che era già mattina e che era l’ora che si svegliassero, lui allarmato iniziò a correre per tutta la stanza raccattando i suoi vestiti e l’armatura. Aura mi venne incontro con aria minacciosa, indietreggiai ma caddi, lei mi blocco contro la parete, sembrava volesse mangiarmi, avvicino il muso alla mia faccia e poi si strofino dolcemente facendomi il solletico.

<>, lei si accascio sulle mie gambe bloccandomi completamente.

<> accarezzai dolcemente quel suo manto bianco.

<> la coccolai un po’ ignorando gli allarmismi di Brian ei suoi vaneggiamenti. <>, disse con voce dolce, amorevole.

<> il dolore era sparito ma sentivo lo stesso una strana sensazione su tutto il corpo.

Brian si rivestì velocemente ripetendosi che era tardissimo, gli consigliai di calmarsi visto che era abbastanza presto e sicuramente le ragazze dormivano ancora, solo detto ciò si calmo un attimo riprendendo fiato.

<> i due fecero come ordinato e uscirono.

Mi levai ciò che avevo indosso e mi guardai allo specchio, l’intero corpo ricoperto di simboli simili a tribali, tutti seguendo uno schema di linee e grandezze, grossi buchi tondeggianti lungo tutto il corpo rimanevano senza inchiostro come se mancasse qualcosa. Mi rivesti di buon punto e uscì dalla stanza ritrovandomi con Aura e Brian che mi stavano aspettando.

<> Brian confermò animatamente. <>, disse sognando ad occhi aperti.

<> domandai secco. <>, disse senza peli sulla lingua.

<> mi domandò, Aura subito rivolse il suo sguardo sul mio viso sapendo bene che cosa provassi, il ricordo dell’amore mi riportò solo brutti ricordi che volevo assolutamente cancellare, Brian lo vide dal mio sguardo che era successo qualcosa di grave a quel amore.

<>, domandò ancora ancora una volta cercando di sdrammatizzare, Aura appena sentita la domanda mi guardò di nuovo con timidezza temendo una risposta da parte mia, mi accascia a lei guardandola dritta negli occhi.

<>

Tali parole non erano solo in risposta a Brian ma anche ad Aura per fargli sapere quanto ci tenevo a lei e che cosa sarei stato disposto a fare per non farla soffrire come era successo nel corso della mia vita. <>, sussurro debolmente come una carezza a fior di pelle.

All’improvviso dalla stanza delle duchesse si alzo un urlo, ci precipitammo sfondando la porta, le due erano sopra il letto strette l’un l’altra indicando un punto della stanza affianco al armadio.

<>, urlavano indicando quel punto, con calma andai nel punto indicato e ci trovai uno di quei piccoli Nativi simile ai fiori di cotone, una piccola creatura, via di mezzo tra un vegetale e animale dal folto pelo che cambiava colore in base a temperatura, ambiente e stato d’animo. <<è questo il mostro?>>, chiesi visibilmente deluso, loro confermarono stringendosi di nuovo fra loro, io guardai Brian con scetticismo.

<>, lui sorrise imbarazzato pentendosi di quello che aveva detto.

Cacciato il “mostro” tutto fu sistemato. <>, suggerì con sarcasmo, le due arrossirono imbarazzate e ci cacciarono fuori.

Le lasciammo appeso alla porta un biglietto sul quale dicevamo che le aspettavamo all’ingresso, Brian sembrava voler chiedermi qualcosa ma non si decideva a parlare.

<> si sorprese della mia domanda ma non troppo. <> lo capii benissimo, voleva solo sapere per non commettere errori.

<>

Gli dissi quello che sapevo sul comportamento delle ragazze, ciò che avevo osservato e quello che mi avevano insegnato loro, soprattutto da Perla.

<>, disse affascinato guardandomi con occhi pieni di ammirazione.

<>, dissi indicando Aura che si fece accarezzare entusiasmata.

<> Brian ne fu felice, le duchesse arrivarono qualche minuto dopo e potemmo ripartire nuovamente.

Arrivammo alle porte sontuose della città di Parsifal in orario, le guardie ci fermarono per il controllo, Brian annunciò chi eravamo.

<> senza battere ciglio ci fecero entrare con i più cordiali benvenuti, la città ci si presentò come una metropoli dall’età ottocentesca, dallo stile vagamente orientale, completamente diversa sia dal mio mondo che dai villaggi in cui ero stato, era come viaggiare nel tempo.

Attraversammo la città fermandoci ad un albergo in centro, enorme, possente e bellissimo, fummo accolti calorosamente, eravamo aspettati, le duchesse si trovarono subito a loro agio tra le decine di servitrici che le accolsero. <>, chiesi con eccessiva umiltà.

<>, risposero in sincrono. <> detto ciò ci separammo da loro e andammo in città insieme a Brian. Il ragazzo non sembrava troppo entusiasta ma lo convinsi lo stesso a fidarsi di un suo coetaneo, girammo la città intera tra vicoli e strade tra le più rozze e le più ben fornite, tutto alla ricerca di quello che più si prestava a Brian, ma non trovammo quello che cercavamo.

<> lo lasciai insieme ad Aura vicino ad una fontana ad aspettarmi.

Mi aggirai per i vicoli ancora più loschi e malfamati raccattando voci sui luoghi dove avrei trovato la merce che cercavo, era come se la vedessi davanti ai miei occhi, tutto quello che avrei dovuto prendere e il come assemblarli, e ciò che ne sarebbe uscito sarebbe stato un capolavoro. Con gran fatica riuscì nell’impresa di trovare tutto il materiale occorrente, mi mancava solo colui che l’avrebbe forgiata, colui che avrebbe reso la mia creazione verità e realtà, non ci volle molto a che la voce che qualcuno avesse comprato merce tanto strana e rara si diffondesse. Prima che il sole fosse nel suo culmine venni condotto in una vecchia casa appartata e dismessa da una sensuale e misteriosa ragazza incappucciata che mi aveva visto nelle mie compere.

Entrai nella casa e notai subito che era anche una forgia e sartoria, era il posto giusto. Un grosso uomo barbuto alto almeno due metri e muscoloso entro nella stanza e si affiancò alla ragazza. <> l’uomo non aveva peli sulla lingua, andò subito al punto, il che mi facilitava le cose.

<> feci per uscire ma la ragazza si mise in mezzo, chiuse la porta e mi minacciò con un grosso pugnale. <>

La ragazza rimase muta sempre puntandomi l’arma il che mi dava abbastanza fastidio, finsi di voltarmi dall’altra parte in modo che lei abbassasse la guardia e li tolsi l’arma stringendola dalla lama, neanche un filo di sangue sgorgò da quel mio braccio sinistro, al solo pensiero un brivido freddo e agghiacciante mi percorse ma mantenni la calma come sempre.

<> finalmente il momento che aspettavo.

<> la ragazza obbedì appena il padre li fece un cenno con la mano, mostrò il suo viso fanciullo, sporco di cenere e abbronzato, occhi smeraldo e capelli corti color cenere quasi simili ai miei.

<>

<>, mi chiesi ma non potevo fare altrimenti, mi levai il cappuccio mostrando la mia faccia, la ragazza ebbe un lieve sussulto al vedere i miei capelli così simili ai suoi e all’età che poteva essere la sua, i due sembrarono più tranquilli una volta vistomi in faccia.

<>

Tirai fuori dallo zaino un grosso rotolo su cui era disegnato il progetto della tuta nei minimi dettagli, il grosso omone sorrise al conoscere le mie intenzioni. <>

<> la figlia fece i salti di gioia, sembrava che per loro dare vita a questo tipo di cose sia il massimo della felicità, tanto meglio per me dal momento che non mi chiedono nulla in cambio, consegnai il progetto all’uomo che lo sfoglio mentre la figlia preparava tutto.

<> chiese un po’ preoccupato. <> la ragazza rise alle mie parole, ne fu alquanto divertita.

<>, disse ridendosela sotto i baffi, la ragazza tirò fuori un’enorme spada che fece volteggiare con agilità davanti al mio naso. <>, disse lei con lo stesso tono del padre, mi scappò un lieve sorriso che nascosi subito.

Strappai l’arma alla ragazza e ne impugnai un’altra della stessa stazza con l’altra mano facendole volteggiare ad una velocità alla quale sembravano bastoni di legno di un paio di chili al massimo. I due rimasero schioccati e senza parole. <>.

Il sole lentamente dal suo culmine in cielo lentamente calava mostrando i suoi colori a tutte quelle nuvole che incontrava, Brian fiducioso aspettava impaziente mentre il lavoro ci prosciugava sotto lo sforzo, il calore e la tensione nel creare qualcosa di completamente nuovo, una mia illuminazione datami da quel doloroso risveglio di memoria avuto la sera prima e poi trascritta su un vecchio pezzo di stoffa per darle vita, un abito fatto solo e unicamente per Brian così da sfruttare le sue qualità.

Infine fu completo, era davvero bellissimo, riuscita alla perfezione, Zakku e Gloria erano fieri del risultato, mi consegnarono il risultato di tanta fatica raccomandandosi di farne buon uso. <>

Zakku sorrise soddisfatto del lavoro. <> mi consegno una fodera rettangolare su cui c’era dentro l’abito in questione.

<> presi l’abito e accompagnato dai due uscì dal luogo di lavoro, da quella casa un po’ diroccata.

<> porsi l’altro abito alla ragazza e salutai velocemente per poi andarmene via di corsa scomparendo in quella massa di gente che riempiva ancora le vie, dovevo affrettarmi poiché Brian mi stava aspettando da un bel po’. Gloria non ebbe nemmeno il tempo di capire cosa fosse successo che me ne ero già andato, aprì la fodera ed esaminò l’abito che io stesso avevo rifinito nei dettagli visto che avevo imparato da una delle migliori, Kimiko.

Zakku vide lo sguardo della figlia accendersi di felicità al vedere l’abito, era anche il primo regalo che riceveva da un ragazzo e lo aveva ricevuto da uno sconosciuto. <>, si disse il vecchio padre osservando la figlia mentre si provava l’abito appena ricevuto.

Brian era ancora lì ad aspettarmi come un fedele cagnolino, mi dispiaceva averlo fatto aspettare tanto ma dopotutto ne valeva la pena. <>

Inaspettatamente mi abbraccio forte ringraziandomi innumerevolmente mettendomi in imbarazzo, ma dopotutto mi lasciai anch’io prendere. <>

La notte cadde come una meteora oscurando il cielo lasciandolo soltanto con poche stelle e una luna crescente ben luminosa, le duchesse aspettavano ansiose il nostro arrivo per essere portate a mangiare qualcosa.

<> si lamentavano, le nostre voci si sentirono arrivare alle loro spalle dall’entrata del ristorante dell’albergo, io vestito normale non avrei partecipato alla cena ma avrei fatto da spettatore, Brian fece la sua entrata indossando il nuovo abito.

Le due duchesse rimasero affascinate dal cambiamento, i suoi lunghi, dorati capelli lisci risplendevano alla luce delle candele, un ciuffo gli scendeva sulla fronte contrastandosi ai suoi luminosi occhi zaffiro seguiti da un sorriso di un bianco perla, l’abito superiore a tutto a quelli che le due donzelle erano abituate a vedere, era superbo, faceva risaltare la muscolatura e i lineamenti quasi perfetti del ragazzo facendolo padroneggiare tra i presenti, non sembrava un soldato o un nobile ma un re, un azzurro mare contrastato ad piccole scie argentate e dorate sistemate sull’abito in modo da formare figure ben delineate e dall’aspetto sublime, sulle le spalle, sul petto e sulle braccia ogni dettaglio faceva risaltare l’insieme, un lungo abito degno del suo spirito divino, dettagli tanto eleganti quanto di doppia natura, poiché rimaneva un’armatura dai ricami morbidi pronti a rizzarsi come una fiera pronta a scattare all’attacco, la creazione di tre persone, l’abito denominato il trasformista.

Brian con un aria così regale e l’atteggiamento di un perfetto uomo di corte prese posto con le donzelle che non gli staccavano gli occhi di dosso mentre lui rimaneva impassibile ai loro sguardi divoratori, mentre sfoggiava un sorridente e raggiante sorriso come fosse avvolto dal sole, ormai le aveva conquistate, soddisfatto mi allontanai lasciandoli da soli, io avevo un altro appuntamento molto importante con una certa persona.

Appena fuori dall’albergo la trovai lì ad aspettarmi, sempre bella, la mia cucciolotta Aura. <> la accarezzai dolcemente lì dove li piaceva, sul petto regalandogli un bacio sul muso.

<>, suggerì io. Ci facemmo un giro della città come due innamorati, visitando ogni posto dove potevamo entrare insieme e assaggiando ogni tipo di cibo, alcuni deliziosi, altri orribili, e altri ancora da dimenticare ma sempre insieme, facemmo fermata ad un parco che si affacciava ad un lago, bellissimo.

<>, pensai tra me dopo aver notato la grande presenza di sorgenti d’acqua naturale e artificiale nei posti che avevo visitato.

Ci sdraiammo sull’erba ad osservare il cielo e a parlare di ciò che ancora non ci eravamo detto prima, cosa ci piace, cosa no e dei tempi trascorsi, dei bei momenti passati come se questo viaggio non fosse mai iniziato.

Dopo un po’ tornammo in albergo e trovammo Brian intento a portare le due duchesse, un po’ brille, in camera dopo essere stati in quella che lui definì “una sorgente calda che prosciuga ogni dolore e preoccupazione”.

Le sue parole dette così avevano poco senso ma una certa curiosità mi prese sul momento non lasciandomi più, mi feci dire dove fosse e ci andai.

Entrai nel locale ma non ci trovai nessuno, c’ero solo io a quell’ora a voler entrare in quella vasca enorme di acqua termale e per di più all’aperto, neanche Aura si vedeva in giro ma visto che odia l’acqua era comprensibile. Pensai subito che era meglio così, almeno nessuno avrebbe visto in che condizioni versava il mio corpo, mi spogliai velocemente e andai a vedere com’era quest’acqua di cui parlavano tutti.

Dalla piscina fuoriusciva del vapore per l’alta temperatura creando una tenue nebbia superficiale che avvolgeva l’acqua dando una atmosfera molto rilassante e misteriosa, entrai in acqua e provai sulla mia pelle la sensazione di essere alle terme, ed era meglio di quanto ricordassi.

Ogni muscolo si lasciava andare e la mente li seguiva a ruota, mi sentivo rinascere immerso lì dentro, una sensazione stupenda che avrei ripetuto tutte le volte che avrei avuto l’occasione.

In quel atmosfera, celata nella calda nebbia, sentii una presenza, c’era qualcuno poco distante dal bordo piscina a qualche metro da dov’ero io, mi immersi e da sott’acqua nuotai verso quella figura sfuocata dalla parte opposta a dove mi trovavo. Mentre mi avvicinai lentamente la riconobbi e mi rimproverai di non averla riconosciuta subito, anche se sembrava diversa dal solito, riemersi di colpo non trattenendo più il fiato.

<>, chiesi prendendo l’asciugamano lì vicino per asciugarmi gli occhi che bruciavano leggermente. <> un po’ stranito dal fatto che volesse entrare in acqua acconsentì, ma appena gli occhi si posano su di lei rimasi quantomeno sorpreso e raggelato, colei che mi si parava davanti avvolta da una sottile veste bianca, dalla carnagione chiarissima, dai lunghi capelli bianchi e l’unico occhio scoperto color rubino era la stessa fiera che mi aveva accompagnato?

Qualcosa di simile al teriomorfismo secondo cui le divinità dall’aspetto animale mutavano forma per confondersi tra gli umani e nella maggior parte dei casi lo facevano per ingannarli, come nell’antico Egitto o nella Grecia, tali divinità sotto sembianze umane si mostravano dinnanzi a loro mostrando qualcosa della loro vera natura che li contraddistingueva come Acheloo, dalle sembianze di un gigantesco toro, nella sua forma umana ne rimanevano solo le lunga corna dell’aspetto originario. Dei mutaforma come le Kitsune che assumevano l’aspetto umano per inganno o per uccidere coloro che ne venivano infatuati per divorarli, di esempi ce n’erano decine nei libri antichi, forse anche Aura faceva parte di questi?

Lei se ne stava lì seduta a bordo piscina coperta da un sottile velo di nebbia che ne sbiadiva le forme, se ne stava tranquilla pronta ad entrare in acqua.

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<>

Per quanto fossi contrario al suo gesto non potevo non capire quello che provava, essere discriminati perché di un’altra razza non era per nulla piacevole ma lo stesso la cosa non mi piaceva.

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<> mi ricordai di quel giorno, eravamo al nostro piccolo rifugio ai piedi del gigantesco albero a lavarci ma Aura non voleva perciò a forza la trascinai in acqua, in quel momento il suo stemma brillò come mai prima e il suo corpo sembrò una fornace da quant’era caldo, l’acqua quasi evaporò del tutto alzando un nuvolone, una volta svanito c’era una piccola bambina infradiciata che si atteggiava ad un gatto rizzandosi su gambe e braccia.

Mi rimmersi di nuovo poiché non avevo più nulla da dirgli, per una volta volevo solo godermi il momento in santa pace senza il pensiero del viaggio o dei miei dolori, lei si tuffò e mi venne dietro silenziosamente per poi avvinghiare le braccia attorno al mio collo come fossi una sorta di galleggiante, di riflesso riemersi ma non prima di bere qualche litro d’acqua.

<> provai a liberarmi ma la sua stretta era davvero forte, solo arrivati al bordo della piscina mi lasciò sedendosi lì, lasciando solo i piedi in acqua.

<>, disse lei con aria seria quasi fosse un ordine, capì subito il motivo e anche se ne ero contrariato lo feci. Quel filo di vapore che avvolgeva quel luogo non poté coprire quei segni su tutto il corpo evidenziando ancora di più le ferite che avevo nascosto anche a lei,0 come ad esempio quella sul petto, come immaginavo una espressione di preoccupazione mista a dolore e un filo di rabbia apparve sul suo viso.

<>, le disse aggiustandogli il ciuffo che gli copriva l’occhio destro. <>

Osservandola meglio sembrava davvero una persona ma con qualche tratto animalesco a cui si associava la sua vera forma, sulle braccia e gambe erano rimasti i miei fascetti neri, quel suo ciuffo che li copriva un occhio e un po’ la faccia era sempre lì e quei suoi occhi felini erano inconfondibili, le zanne erano più sottili e piccole ma sempre più sviluppate di una persona normale, le orecchie, che si pensa siano la cosa che le si distingua erano leggermente a punta e ben nascoste dai capelli. <> chiesi cercando di farla un po’ indispettire, di risposta si avvicinò a me sussurrandomi qualche parola.

<>, disse con fare malizioso e uno sguardo che non augurava niente di buono. <> la presi per un braccio e la portai nello spogliatoio e scelsi cosa gli avrei potuto dare per coprirsi e non destare l’attenzione, il cappotto mi sembrò la cosa migliore. <>

Gli allungai la mia maglietta che si mise subito sentendo una leggera brezza fredda, il suo petto si accentuò molto una volta messa la maglietta, gli stava lunga, sembrava quasi un vestito corto ma non bastava a nascondere quello stemma così luminoso che aveva in petto, sopra si mise il giubbotto sembrando una persona come le altre, gli coprì la testa col cappuccio e mi rivestii anch’io con quello che mi era rimasto.

Riuscimmo a tornare nella nostra camera senza incontrare l’ombra di nessuno, sembravamo una normale coppia che tornava nella propria camera, Aura era quella più eccitata da quella situazione e appena entrati in camera si buttò subito sul letto contorcendosi dalla felicità, quando diventava così era molto più estroversa e audace, il che poteva avere i suoi vantaggi e svantaggi, io mi sdraiai sul divano vicino al letto, che avrei lasciato a lei per la notte.

<> Aura non fu per niente d’accordo con l’idea di dormirci da sola, al tempio era abituata a dormire con me o con Pam quando non c’ero, il dormire da sola la spaventava tanto da fargli venire gli incubi. <>, disse teneramente seduta sul letto con indosso ancora la mia maglietta fradicia e lo sguardo che mi pregava di venire.

Mi alzai e arrivai ai piedi del letto ma non osai andare oltre, lei colse l’occasione e prendendomi per un braccio mi buttò sul letto con lei, avvinghio le sue mani attorno al mio collo e appoggiò la testa sul mio petto, più per capire se ero davvero vivo, con tutte le ferite che aveva visto, che per altro.

Per pura curiosità mossi le mani solo per il desiderio di avere una risposta alla mia domanda fatta alla vasca termale e al tatto ebbi la mia risposta, Aura gemette dolcemente. <>, si lamentò pacata.

<> lei si strinse tra le mie braccia abbandonandosi nel sonno mentre io rimasi sveglio a resistere alle fitte di dolore alla testa fino a notte fonda ma l’averla vicina alleviò i miei dolori.

Una voce bassa e profonda mi chiamava togliendomi dalla stretta calorosa del dolce sonno, invocava il mio nome. Mi risvegliai in piena notte, fremente mi guardai attorno cercando la fonte di quel sussulto ma non la trovai, c’era solo Aura che dormiva profondamente al mio fianco. Senti ancora una volta quella voce, sembrava provenire dal corridoio, da sotto la porta vidi l’ombra di qualcuno allontanarsi velocemente come a cercare di fuggire, mi alzai in piedi e andai a controllare, spalancai la porta ma non ci fu nessuno, era tutto fermo e silenzioso.

Sentì ancora la voce, questa volta veniva dal fondo del corridoio che si faceva sempre più debole, mi vesti di fretta e la seguì finendo per arrivare all’ingresso secondario dell’albergo, dalla penombra lo vidi, era ancora lui, chi mi aveva spinto a partire e mi aveva dato quelle informazioni per il viaggio, Ju.

<>, disse lui soddisfatto. <>

<>

<>

<> Ju fece quello che mi parve un sorriso di compiacimento e mi se ne svanì nel buio come al suo solito.

Quando mi decisi a ritornare in camera era già giorno, Aura non c’era, probabilmente era ad aspettarmi all’entrata. Presi tutte le mie cose e andai all’entrata dell’albergo, poco prima di arrivarci sentì le voci di Brian e le duchesse parlare animatamente, svoltai l’angolo e li trovai ad aspettarmi tra una risata e l’altra.

<>, disse Brian tutto raggiante e felice, si vedeva dal suo viso che aveva passato una bella nottata al contrario di me.

<>, insinuai cogliendo nel segno, i tre si zittirono presi alla sprovvista, Aura ci raggiunse subito dopo, nella sua normale apparenza, visto che c’eravamo tutti potemmo andare.

Tutti insieme ci allontanammo dal albergo sulla carrozza percorrendo metà città tra li sguardi dei passanti che fissavano il convoglio con ammirazione e gioia, <>, pensai tra me vedendo avvicinarsi il luogo del nostro distacco.

Infine ci fermammo alle porte nord della città, fin lì io e Aura avevamo pattuito di scortarli.

<>, disse Josephine molto dolce.

<>, aggiunse Clara.

<> Brian mi diede una forte stretta cercando di trattenere le emozioni. <> <>

<> terminò con una carezza ad Aura prima di salire sulla carrozza nel posto di cocchiere.

<> con tali parole si allontanarono a passo diligente scomparendo tra la folla che trafficavano in quella zona, così come per loro anche noi dovevamo andare avanti e continuare il nostro percorso.

Giungemmo in una via appartata semibuia della città, sentivo attorno a noi sguardi penetranti e sinistri osservarci da ogni angolo ma feci finta di nulla, Aura mi stava attaccata temendo un attacco ma ciò era la conferma che quella era la giusta strada, arrivammo davanti ad un enorme palazzo in granito bianco celeste, ormai ricoperto da sporcizia e polvere fino a farlo diventare di un grigio oscuro, un posto che incuteva ancora più ansia rispetto alla lurida e minacciosa aria che lo circondava, le colonne intagliate e incise con gran precisione raffiguranti guerrieri come a sorreggere lo stesso palazzo, figure tetre e dall’aspetto temibile ma allo stesso tempo fiere e dominanti, qualcosa in loro mi era famigliare, analizzai per completo quel palazzo mentre lo raggiravamo cercando l’entrata ed era semplicemente colossale. Appena arrivati all’enorme portone esso ci fu aperto ancor prima di bussare, uno strano uomo incappucciato di bianco ci fece entrare.

<>, disse con voce bassa e rauca, non reclinammo l’invito e ci addentrammo, era tutto semibuio e dall’odore sgradevole, l’uomo davanti a noi ci fece strada con una fiocca torcia che illuminava appena pochi centimetri di strada davanti a lui e ogni tanto quella fiaccola faceva intravedere statue che si affacciavano sul nostro cammino, per lo più esseri che ancora non avevo incontrato ne visto ma dall’aspetto rigido e maestoso come se fossero lì a rendere viva la sensazione che si provava alla vista di quelle vere.

Aura sembrava visibilmente spaventata e mi si strusciava contro quasi non volesse staccarsi da me. <>, provai a dirgli per rassicurarla e la cosa funzionò, la sua espressione divenne più serena ma lo stesso un po’ turbata.

L’uomo davanti a noi improvvisamente scomparve lasciandoci al buio più assoluto, sentì Aura lanciare un guaito strozzato, poi sentire tutto il suo peso su di me, caddi a terra sbattendo la testa ma senza farmi troppo male, senti le sue braccia avvinghiarsi attorno al mio collo con forza, il suo corpo aderire al mio impaurito e tremante. <>, chiese isterica e ormai presa dal panico.

Gli presi il viso tra le mani cercando di farla calmare un attimo. <>, gli sussurrai avvicinando la sua testa al mio petto e stringendola calorosamente. Presa dallo spavento era ritornata a quella sua forma umana, il suo cuore batteva all’impazzata ma lentamente iniziò a calmarsi, io non la lasciai cercando di tranquillizzarla. <>

Quando si calmò del tutto ci potemmo alzare in piedi. <>, chiesi imbarazzato. Lei rimase qualche secondo in silenzio poi a bassa voce rispose.

<> mi tolsi il cappotto e glielo feci indossare, lei se lo mise subito sentendo il freddo di quel luogo. <<è così morbido e caldo>>, disse più tranquilla.

<> presi la mano di Aura e la tirai su, all’improvviso attorno a noi possenti focolai di fiamme multicolore illuminarono la stanza colma di colonne, sotto ognuna di esse illuminati da quelle fiamme strani tizzi in tunica dal viso coperto ci osservavano, Aura si strinse di più a me avvolta ancor di più nella paura, l’atmosfera si era fatta molto tesa e quasi minacciosa.

<>, dissi ai presenti che non fecero una piega, lo stesso tipo di prima si fece avanti e con un gesto della mano ci indico un lungo corridoio che si illumino per tutta la sua lunghezza, non si riusciva ad intravedere la sua fine ma sembrava l’unica nostra strada. <<è l’unica strada vero?>>, chiesi come per avere una conferma, lui confermò.

Il corridoio monotono si dilungava per decine e decine di metri mostrando sempre lo stesso aspetto, iniziai a pensare che non finisse più ma dopo lunghi attimi scovammo la fine.

Davanti a noi trovammo un enorme portone formato da due porte colossali di un materiale lucido e argenteo, in essi si incastonavano strani meccanismi a ruote dentate che ne contenevano altre più piccole legate fra esse da catene minuscole, tutto l’insieme dava un’idea del possente lavoro che doveva starci dietro alla costruzione di qualcosa di così possente. Alle nostre spalle giunse il resto della comitiva di incappucciati che si raduno attorno a noi a semicerchio.

<>

Tutti i presenti indietreggiarono, ero arrivato finalmente e non importava quello che avevano detto, una strana sensazione di eccitazione mi pervase il corpo, guardai Aura dritta nei occhi e capì quanto avesse paura.

<<è ora piccola, andiamo.>> mi voltai verso la porta andando incontro ad essa, avvicinai la mano toccandola, vidi come una scossa che si espanse in tutta l’enorme struttura illuminandolo del suo lucido colore, i meccanismi rallentarono fino a fermarsi completamente.

Non sapevo il perché ma qualcosa mi diceva di non muovermi ne indietreggiare, aspettai qualche secondo in un silenzio tombale poi i meccanismi fermi si attivarono accelerando sempre di più fino a diventare dischi privi di cavità, l’enorme complesso si divise e le due porte si aprirono verso l’interno mostrando un’oscurità ancor più grande di quella percepita prima, era come se un’aria di tenebre fuoriuscisse prosciugando coloro che raggiungeva, era il momento che aspettavo, la continuazione del mio viaggio, ma non lo avrei affrontato da solo, con me c’era Aura o almeno credevo così.

Mi voltai verso di lei ma quando vidi quel suo sguardo profondamente sommesso alla paura, le sue gambe tremare ininterrottamente capì che lei non sarebbe venuta, il suo stesso sguardo mi pregava di non condurla lì, di non chiedergli di venire con me.

<>, disse quasi pregandomi, ma lo sapeva che non sarei tornato sui miei passi, mi avvicinai a lei per dargli il mio addio.

<> l’abbracciai forte mentre lei versava lacrime e piangeva silenziosamente.

Mi avvicinai alla porta sentendo tutta l’oscurità che ne fuoriusciva, mi voltai un’ultima volta verso Aura per dargli l’ultimo saluto quando rosse catene fuoriuscirono dall’oscurità della porta e mi si avvinghiarono attorno agli arti stringendo con forza, mi parvero vive in quel momento, vidi Aura provare a raggiungermi mentre venivo risucchiato oltre le porte a gran velocità, alla stessa velocità con cui le porte si chiusero e l’ultima scia di luce scomparire sul viso di Aura.

Un forte mal di testa coronò il mio risveglio, la fredda e morbida terra nera su cui ero sdraiato era come un sollievo a un fuoco che mi divorava, un fuoco accesosi in quell’ultimo istante prima di lasciar bruscamente la mia adorata compagna Aura da sola, in un mondo che a malapena conosceva.

A parte queste fastidiose sensazioni ero abbastanza messo bene, mi rialzai mezzo stordito in ambiente desolato, una piana vuota, priva di ogni forma di vita o qualsiasi altra cosa, un enorme distesa di terra che si distendeva a perdita d’occhio, un cielo oscuro coperto di nuvole nere spezzate da lampi silenziosi e una costante tenue luce di un sole che non riusciva quasi a penetrare illuminava il tutto.

Presi il mio borsone, la mia fodera e coprendomi il viso contro il vento battente carico di sabbia continuai il mio viaggio attraverso quella landa, non ero ancora arrivato al Tartaro, per potermi guadagnare il biglietto di entrata dovevo far in modo di essere notato da coloro che ci abitavano, i primi figli del creatore, i traditori e traditi, i Titani.

Il perché della messinscena del tempio: sapere se Aura mi avrebbe davvero sempre seguita, se avrebbe rischiato tutto per stare al mio fianco, l’aver scoperto di no mi sembrò un colpo al cuore ma almeno se mi fosse successo qualcosa lei si sarebbe salvata, questo pensiero un minimo mi consolava ma in quel momento l’unica cosa che davvero mi preoccupava era trovare il modo per farmi vedere dai Titani, mi feci venire più idee possibili mentre percorrevo quel deserto cercandone la migliore, mi sembrava di impazzire. Continuai a vagare iniziando dopo qualche ora a parlare ad alta voce per contrastare la noia di un viaggio così solitario ma dopo un po’ anche questo metodo finì per farmi lo stesso annoiare.

Un paio di ore dopo feci una pausa, ero affamato e stranamente non avevo sete, di solito sarebbe la prima cosa che succede in un deserto ma in quello dov’ero io si stava bene, la temperatura era piacevole e visto che non filtrava il sole era perfetto tranne per una cosa, si vedeva poco e sempre di meno, il che mi preoccupò ma per il momento non ci pensai troppo su, mangiai e riparti subito seguendo un percorso abbastanza lineare per non perdermi, sperando prima o poi di trovare la fine di quella desolazione.

XIII

VOX E INCUBO

Ai confini di tanta desolazione un piccolo gruppo di viandanti si era accampato, i loro fuochi erano le uniche fonti di luce che si potessero trovare per chilometri in quel deserto, interminabile e buio come la morte stessa. Le loro voci suonavano forti sovrastando il lento soffio del vento freddo che preannunciava la gelida notte, avanzai silenzioso, come un’ombra senza vita in quel luogo d’inferno, ero lì da solo nove giorni ma mi sembrarono un eternità. Per abituarmi al buio, al freddo, agli animali invisibili nascosti in ogni buco, sotto ogni roccia e perfino sotto la sabbia ci misi qualche ora, dopo due giorni la disperazione prese il sopravvento per poi lentamente calare fino a farmi diventare come ogni cosa che viveva in quel deserto, e così dopo nove giorni ero come una di quelle creature del buio, un predatore.

Fu così che mi ritrovai a osservare quegli estranei bere e divertirsi come animali in calore, bestie senza ritegno ne rispetto che si dilettavano tra gioielli tinti di sangue e casse di monete lucenti, strappate a qualche benestante trovato per caso o appositamente braccato. Non mi mossi dalla mia tomba, ero appostato a qualche decina di metri da quel campo, ben nascosto nel buio, contro vento e avvolto dalle mie vesti consumate dalla sabbia e dal vento.

Uno dei viandanti, ad un certo punto, si alzò in piedi e barcollante attraversò il loro piccolo campo, un complesso composto da sei tende messe circolarmente attorno ad un fuoco dove erano riuniti tutti a spassarsela, l’uomo si fermò davanti a una delle due carovane coperte da un grosso telone nero, ci salì dentro e dopo qualche secondo di forte movimento due ragazze vennero buttate fuori cadendo a terra, erano molto giovani, una bruna e l’altra mora, dall’esile corporatura, erano incatenate, braccia e gambe, da grossi e neri arnesi, l’uomo scese dalla carovana e prendendole dalle catene se le portò addietro come fossero fenomeni da baraccone, sicuramente per divertirsi con loro come c’era d’aspettarselo da gente come quella.

Stavo per girare i tacchi quando una strana presenza si fece sentire, debole e intermittente ma comunque presente, rimasi fermo nella mia postazione cercando di individuarla. Intanto lo stesso tipo di prima dopo aver lasciato le prigioniere dai suoi compari tornò indietro, questa volta munito di fucile, salì sull’altra carovana.

Dopo cinque secondi si sentì un colpo di fucile e lo strano movimento che percepì cessò, l’uomo scese dalla carovana tenendo in una mano il fucile e nell’altra una lunga catena grigia ricoperta di filo spinato, l’uomo tirò ripetutamente la catena come se ci fosse un’animale pericoloso legato ad esso.

Dalla carovana fuoriuscì qualcosa che corrispondeva al nome di Incubo, un essere proteiforme, nero come la notte, chiari e abbaglianti occhi d’oro e lunghe zanne bianche come il latte, il suo alito a contatto con l’aria risplendeva di un violetto tetro, la sua presenza era inconfondibile, era la stessa che avevo sentito poco prima, così fiocca e debole, Non c’erano dubbi, era lei, un Nativo raro come pochi.

L’incubo fu portato anch’esso dagli altri viandanti e scaraventato a terra, deriso e ferito si trascinava minaccioso vicino al fuoco dove si sentiva più al sicuro. Le urla di divertimento e le parole lanciate al vento da quei ubriaconi erano sommessi solo dalle urla delle prigioniere che cercavo di districarsi dalle grinfie di quella gente.

Dopo numerosi tentativi di fuga cercando di librarsi da quelle mani riuscirono a districarsi cadendo nella sabbia lasciandosi andare in lacrime di disperazione sotto le risate di quella gente che si definiva uomini.

Uno dei viandanti si alzò in piedi e con fare superiore ordinò, con forza e minacciando con la sua enorme ascia, qualcosa alle due prigioniere che impaurite sicuramente avrebbero acconsentito a fare.

Le due si misero in ginocchio una di fronte all’altra e unirono le mani come per pregare, dai loro corpi sentì delle altre nuove presenze crescere in intensità, attorno alle due un’aura di luce le avvolse e dai loro petti una forte luce prese forma, gli stemmi sui loro corpi risplendettero più del fuoco, una parte della loro anima lasciò il loro corpo adagiandosi tra le loro braccia, avvolti da una luce dorata provocata dal loro stesso corpo, una liscia e soffice pelliccia ricopriva i loro forti corpi con un aspetto del tutto simile ai Gèvaudan.

Subito dopo la loro apparizione i due esseri vennero applauditi come fossero dei fenomeni da baraccone, uno degli ubriaconi si alzò in piedi e barcollando si avvicinò a una delle due ragazze e con un brusco gesto strappo l’animaletto dalle mani della padrona tenendolo per il collo, sia la padrona che l’animaletto parvero soffocare sotto la stretta di quel dannato che se la rideva nel vedere i due dimenarsi dal dolore sotto gli incitamenti dei compagni.

L’Incubo nonostante fosse incatenato balzo e morse l’uomo strappandogli una mano, l’animaletto cadde a terra e venne prontamente raccolto dalla padrona, l’uomo si buttò a terra e si dimenò freneticamente tenendosi la ferita cercando di fermare il sangue che come una fontanella sgorgava senza fermarsi, i compagni se la risero di gusto nel vederlo disperarsi tanto, uno di loro dopo essersi ripreso prese un tocco di legno incandescente e cauterizzò la ferita del compagno che dopo un urlo agghiacciante svenne, l’uomo dopo aver fatto il suo dovere si avvicinò all’incubo, la sua faccia oscura e le sue zanne erano sporche di sangue e sul suo viso brillava una espressione di soddisfazione, lui colpì la creatura col pezzo di legno caldo facendolo sbattere a terra provocando un guaito acuto e penetrante del Nativo, soddisfatto si risedette a bere con gli amici come se nulla fosse.

Mi rialzai sgranchendomi il corpo per il troppo star fermo, osservai ancora qualche istante la scena meditando sul da farsi, avevo davanti ai miei occhi dei banditi e delle prigioniere capaci di evocare il loro Vox, e in più una creatura alquanto particolare e preziosa, erano le condizioni perfette per dare inizio alla mia missione e questo voleva dire che con me avrei portato distruzione e probabilmente morte, una visione che non mi turbava affatto ma che in fondo al mio animo sentivo che mi sarebbe piaciuto, dopo quasi un anno e mezzo sarei tornato a fare quello per cui sono stato cresciuto e per cui avevo dato tutto me stesso per diventarlo.

L‘Incubo si rialzo faticosamente sotto gli sguardi dei banditi, dalla bocca gli fuoriusciva un filo di sangue che alla luce del fuoco era color cremisi brillante, aveva la mente un po’ annebbiata e cercava freneticamente una via d’uscita da quella situazione senza però trovarla, finché sentì una voce, forte e vicina, dal tono amichevole e dolce, una voce che non veniva da nessuno di quelli che vedeva deriderla ma che gli parlava dall’anima.

<> il Nativo sentì riecheggiare quelle parole nella testa e volle fidarsi, in fondo non aveva nulla da perdere.

Si alzò su due piedi catturando l’attenzione di tutti, poi sullo sfondo delle enormi lingue di fuoco cambio il proprio aspetto trasformandosi in una giovane donna dai lunghi capelli corvini raccolti da due piccoli Bastoncini a formare una piccola sfera nera sulla testa su cui fronte scendevano due lunghi e sottili ciuffi, occhi dorati e carnagione bianca come il latte, sembrava un miraggio del deserto da quanto era bella, i banditi rimasero a bocca aperta fissando il corpo nudo dell’incubo, sotto ogni punto di vista era perfetto, anche come diversivo.

Silenzioso come le creature che albergavano quella terra arida e oscura, passando come il vento mi portai dietro le due carovane facendo un giro largo attorno al loro accampamento. Non avevo armi utilizzabili con cui affrontarli ma pensai che mi bastasse ciò che avevo imparato e il fatto di non essere di questo mondo, mi avvicinai ormai senza più curarmi se fossi scoperto, ormai la mia mossa l’avevo fatta.

L’uomo con il fucile, l’unico con un arma da fuoco, si piazzo davanti alla via che portava dal loro accampamento alle carovane, si stava godendo lo spettacolo, mi portai alle sue spalle e lo colpì con forza ad un fianco facendolo cadere in ginocchio, subito dopo levandogli il fucile con gran facilità dalla mano lo colpi in testa con il calcio atterrandolo.

Con l’arma in mano feci la mia entrata nella piccola cerchia di uomini puntando il fucile contro il loro capo, senza espressione e senza timore, il suo sguardo si fece serio al vedermi lì davanti a lui senza la minima esitazione a puntargli un arma contro. <>, scherzò l’uomo con un tono di minaccia.

Lo guardai dritto negli occhi facendogli capire che non mi faceva né caldo né freddo quello che diceva, per me erano parole al vento. <> tirai fuori da una tasca dentro il giubbotto una piccola sacca tintinnante, l’uomo parve interessato alla proposta e si alzò in piedi così anche i suoi uomini, le tre ragazze d’istinto si nascosero dietro di me pensando fossi il male minore.

<>, domandò con forza facendo risuonare la sua richiesta dell’aria, gli buttai la sacca sui piedi ed aprendosi spiccarono all’occhio delle pietre prismatiche dai forti colori, uno dei banditi si abbassò a raccogliere la sacca meravigliandosi del contenuto.

<>, disse esaltato, il capo lanciò una rapida occhiata al contenuto e dalla espressione che fece sembrò d’accordo con il compagno.

<> mi tolsi il cappotto mettendoglielo all’incubo che era nuda, mentre le altre due le si affiancarono per sorreggerla visto che era visibilmente indebolita e piena di ferite dovute non solo alle catene col filo spinato.

<> ci fermammo tutti al sentir ancora parlare quel uomo.

<>, sussurrai a una delle due ragazze. <> l’uomo e la combriccola sorrisero come se tramassero qualcosa.

<> pensai tra me ormai sicuro che sarebbe andato così.

<>, pretese l’uomo con un sorriso che non faceva sperare nulla di buono, allungai il fucile al uomo porgendoglielo dalla parte dell’impugnatura.

Lasciato il fucile al proprietario non avevo motivo per non raggiungere le ragazze ma quando sentì l’arma a pochi centimetri dalla mia testa pronto a sparare capì che come pensavo non mi avrebbero lasciato andarmene. Il grilletto scatto ma non ci fu nessuno sparo, mi voltai strappandogli l’arma dalle mani, tirai con forza le parti che lo componevano smontandolo, a terra cadde la parte di legno e alcuni ingranaggi in metallo, impugnando la parte metallica come fosse una spada, che non era altro che l’appoggio piatto della canna alla parte di legno, con un veloce fendente conficcai l’arnese nel collo dell’uomo.

Il suo corpo si blocco così come quello dei compagni presi sotto shock, estrassi l’arma con la stessa velocità dell’attacco, schizzi di sangue dall’arma si riversarono lungo una linea che partiva dal collo dell’uomo e arrivava al mio fianco dove gocciolavano le ultime tracce di sangue, non ci fu nulla da fare per l’uomo che crollò a terra e morì lì mentre il suo sangue venne risucchiato dalla sabbia nera di quel deserto.

<>, furono le uniche parole che mi passarono per la testa, non il gesto che avevo fatto, non che avevo ucciso un uomo, pensai solo al fatto che quella stessa fine si sarebbe riversata sugli altri.

Tre dei presenti corsero a cercare le loro armi mentre altri due provarono a trattenermi, il primo dei quali allungo la mano destra in un disperato tentativo di prendermi, la sua espressione piena di rabbia si trasformò quando vide la sua mano cadere a terra mentre il braccio sanguinava come una fontana e il pezzo di ferro si tingeva ancora una volta di altro sangue, il suo.

Si butto a terra tenendosi il braccio monco, il dolore lo fece rotolarsi a terra ormai inoffensivo, l’altro che era rimasto mi guardò non sapendo che fare, si avvicinò lentamente al fuoco sempre tenendo lo sguardo su di me e prese un ramo incendiato per difendersi, aspettai il suo colpo, fermo e impassibile con l’arma ben salda alla mano, la scia di fuoco del suo fendente si aprì in due mentre il ferro la tagliava di netto come fece anche il bastone che cadde dalle mani del suo possessore che non perse tempo e se la diede a gambe.

Non avevo intenzione di lasciarlo andare, presi uno dei due pezzi di legno e come una lancia la scagliai sul fuggitivo colpendolo ad un polpaccio, il tipo cadde a terra rotolando in urla di dolore, gli altri tre tizi tornarono impugnando armi rudimentali, ascia, sciabola e serpentina, mi accerchiarono sfruttando la loro superiorità numerica, stavano per sferrare l’attacco quando alle spalle del più grosso apparve l’incubo nella sua forma naturale e lo morse al collo attorcigliandosi su di lui bloccandolo come un serpente con la preda, gli altri due infuriarono sull’incubo per liberare l’amico, uno di loro non riuscì neanche ad avvicinarvici, mi portai nella sua traiettoria e come burro l’arnese gli apri la pancia, il suo moto circolare non si arrestò e prese il secondo conficcandoglisi sul fianco destro, la pozza di sangue se non fosse stato per la sabbia sarebbe stata di notevoli dimensioni ma in quel posto il sangue veniva bevuto dal deserto stesso come se fosse anch’esso vivo.

Il colosso cadde e l’incubo gli si stacco riprendendo la sua forma di donna, si lecco le dita sporche di sangue con una certa soddisfazione e mi guardò mentre me ne stavo in piedi tra i corpi doloranti di quegli uomini, il viso sporco di gocce di sangue che contrastavano la mia carnagione e i miei occhi di cristallo, quel rosso vivo che avevo visto sgorgare tante volte e che tante volte aveva sporcato i miei bianchi capelli, mi pulì il viso e andai verso la tenda più grande, dopo qualche secondo buttai fuori un uomo sulla quarantina, in carne e dalla voce squillante.

<>, pregò l’uomo in ginocchio, insieme all’Incubo si avvicinarono anche le due schiave, erano spaventate da quello spettacolo ma l’incubo le rassicurò.

<> l’uomo capì al volo e dalla cintura tirò fuori un mazzo di enormi chiavi di rame.

<> presi le chiavi e andai a prendermi la carrozza trainata da un grosso Kjroi, salì sul mezzo volenteroso di lasciare finalmente quel posto.

<>, consigliai con gentilezza alle tre prigioniere, che furono sorprese da quel cambiamento repentino di atteggiamento ma non tanto da rimanere giù, saltarono dentro così che lasciammo l’accampamento in una cupola di morte e una puzza di sangue.

Non fu una attraversata tranquilla, improvvisamente mi era tornato i forti dolori nelle vecchie ferite e anche in quelle più recenti, era come se un ferro caldo mi venisse conficcato in corpo, un dolore davvero atroce, provato solo poche volte nella mia vita, strinsi i denti e andai avanti, non potevo far altro mentre sul retro della carovana ben al sicuro, le liberate si riposavano un po’ in santa pace. Dopo tanti giorni passati immerso nell’oscurità di quel deserto la vista di una dolce e calda luce sullo sfondo della città portuale così luccicante con i suoi edifici metallici mi riempì il cuore dandomi un sollievo dal dolore che provavo, la vista del sorgere del sole fu uno spettacolo che mi mancava, attraversammo l’ultimo tratto di deserto scivolando tra le dune ai piedi della città bagnata in parte dal mare e in parte dalla terra, non aveva l’aspetto di una città ma di un enorme mercato brulicante di gente e molto affollato, con decine di edifici attaccati l’un l’altro per la maggior parte fatti con legname e metallo, un posto pieno di vita dove si incontrava gente di ogni tipo e dove sicuramente saremmo passati inosservati, attraversammo l’enorme arcata dell’entrata ovest dove anche altre carrozze erano arrivate, visto le anguste strade e la folla che le riempiva non avevo altra scelta che muovermi a piedi.

<>, informai le compagne di viaggio che subito scesero dal mezzo. <>, dissi allontanandomi un attimo con la carrozza. Le tre ragazze si ritrovarono catapultate in una realtà che non gli appartenevano, erano quasi impaurite da tutta quella gente, quei strani edifici, quei animali che portavano con se e strani oggetti che vendevano ad ogni angolo e l’enorme fracasso tipico di un posto del genere, si appartarono rifugiandosi in un vicolo semibuio come a cercare di sfuggire a tutto quello, quella realtà così traumatica.

<>, chiesi vedendole in quello stato. <>, rassicurai.

Gli porsi la mano invitandole a venire fuori, l’Incubo si fece coraggio e lentamente uscì alla luce, le altre sue la seguirono. <>, dissi scherzando un attimo per sdrammatizzare un attimo la situazione critica e per nulla piacevole in cui si trovavano.

Gli abiti stavano a pennello a tutte e tre, semplici vestiti in lana color crema e una giacchetta grigia, porsi un piccolo sacchettino in pelle con dentro un po’ di preziosi. <> me ne andai sfoggiando un sorriso rassicurante prima che potessero dire qualcosa, scomparendo tra la folla come una goccia d’acqua nel mare.

Riuscire ad attraversare la città fu qualcosa di molto faticoso e lungo ma infine arrivai dall’altra parte, al porto, decine di navi di ogni tipo, genere, colore e dimensione risiedevano lungo la baia, centinaia di marinai sbarcavano riempiendo il già affollato luogo, diretti a godersi il ritorno alla terra ferma, io invece andai più a fondo e dopo qualche indicazione trovai qualcuno che mi indicò la strada per trovare gli hangar.

Giunsi in una zona molto meno trafficata e poco distante dall’acqua, il rumore di metallo che veniva battuto, i bagliori rossi delle fornaci e l’odore di bruciato erano tratti caratteristici dei depositi dove venivano sistemate o rottamate le navi, questo mi fece capire che ero nel posto giusto, girando qua e là riuscì a trovare il mio nuovo hangar.

Un enorme scatola di metallo arrugginito, a confronto con gli altri hangar era davvero deludente ma non si giudica un libro dalla copertina perciò non ci diedi troppo peso, in quanto a dimensioni faceva sperare in bene, alto circa una ventina di metri e lungo un centinaio, sembrava nascondesse qualcosa di interessante. Dalla tasca tirai fuori la grande chiave inserendola nel grosso lucchetto arrugginito simile ad un volano, la girai con forza e l’intera sezione iniziò a ruotare rumorosamente, si sentivano i cardini muoversi e bloccarsi in posizione, spinsi la porta e con un po’ di forza mi trovai dentro l’oscuro hangar, con la poca luce che entrava trovai degli interruttori che sperai fossero per delle luci.

Per fortuna fu così, lentamente lunghe strisce luminose attaccate al soffitto irradiarono l’enorme complesso di una luce bianca da ospedale, il mio sguardo si sposto dalle luci alla nave cambiando repentinamente espressione, la delusone era più che evidente nel mio viso.

<>, sbraitai come poche volte ma mi calmai quasi subito, poiché dovevo mettermi subito all’opera.

Tra l’innumerevole accumulo di roba trovai dei progetti per la costruzione di navi ma neanche uno lontanamente applicabile, erano da quanto avevo capito i progetti delle navi che erano affondate poco distante dalla baia e che qualcuno voleva recuperare per prendere i pezzi. Continuai a cercare sperando in una illuminazione ma essa tardava nel arrivare, dopo qualche minuto trovai qualcosa di interessante, un foglio di giornale che parlava di una grossa carcassa di una specie di balena gigante che era morta portandosi sott’acqua qualche nave, era successo a mezzo miglio dal porto e non era sopravvissuto nessuno, una storia tragica.

<> ma a catturare la mia attenzione maggiormente non furono i relitti ma il Nativo, la sua forma mi diede un lampo di genio, in tutta fretta tirai giù un progetto per la nave prima che l’idea mi sfuggisse.

<> Uscì un attimo trovandomi a guardare il tramonto rosso sul mare, uno spettacolo che non avevo ancora visto e che mi immobilizzò per tutta la sua durata. Visto che oramai era già notte sicuramente avrei fatto fatica nel compito che mi ero prefissato perciò decisi di lasciare tutto all’indomani e me ne tornai dentro.

Fu una mattinata molto attiva già dalle prime luci, approfittando della pochissima gente che vagava a quell’ora potei fare un giro del porto e delle zone commerciali ad esso collegate riuscendo a farmi una mappa mentale dei locali, fabbri, carpentieri e tutti quei negozi che mi sarebbero stati utili per il progetto.

Riuscì a comprare tutto ciò che mi serviva e con qualche carro lo portai nel hangar, sparsi la voce che cercavo manodopera e che pagavo bene al porto e nei dintorni, non arrivò neanche mezzogiorno che una schiera di braccianti si presento per il lavoro.

Per guadagnarmi la loro fiducia e la segretezza li pagai una quota in anticipo che risultò molto più della paga che ricevevano per tre lavori come quello che chiedevo io, riferì uno di loro in tutta onestà. Grazie alla loro collaborazione i lavori di costruzioni andarono lisci come l’olio, ma purtroppo questo non bastava per terminare la barca entro i termini che mi ero prefissato perciò passai lunghe notti insonne a saldare, battere, fondere, rilegare, rinforzare senza pausa.

I rumori di metallo, il sibilo del metallo fuso a contatto con l’acqua e una nuvola di vapore che avvolgeva l’hangar, asfissiando chiunque si avvicinasse e da cui filtravano scie rosse, strane ombre e urla inquietanti fecero nascere delle dicerie nelle bocche dei possessori degli altri hangar su una creatura demoniaca che forgiava la sua nave con le proprie vittime fondendole mentre urlavano di dolore ancora vive, benché questa leggenda fosse assurda ebbe una grande diffusione al porto arrivando anche in altre città destando l’inquietudine dei residenti e addirittura un vago interesse dell’esercito di quella regione, il Nerò Màtia.

Grazie alle voci che giravano nessuno andò più al molo degli hangar tranne i miei braccianti che parole loro: preferiamo rischiare e guadagnare che stare al sicuro ma a pancia vuota, non ebbi nulla da contraddire anzi alla fine gli pagai qualcosa in più.

Dopo due settimane di lavoro intenso era finalmente pronta a salpare, per le ultime rifiniture tra cui le vele e il colore ci pensai da solo, così infine potevo partire e prendere il largo, una volta sistemato tutto dopo due settimane ebbi il mio meritato riposo, quella notte non mi feci tenere sveglio dai dolori o dagli incubi, non mi sarei svegliato neanche se l’intero porto fosse andato a fuoco o fosse colpito da uno tsunami.

Mi svegliai con tutta la calma del mondo, mangiai qualcosa e per un po’ osservai il mare e il porto dal tetto del hangar prima di prepararmi a prendere le ultime cose prima del viaggio.

La gente andava avanti e indietro in mezzo a tutta quella confusione di persone, merci e voci quasi insopportabili, nel tragitto incrociai qualcuno degli operai che avevo assoldato che mi salutò animatamente dicendo ai compagni bevitori che ero uno che sapeva quanto valeva il lavoro di un operaio e che gli avevo pagato molto bene, una voce che si sparse tra quelli del porto e forse anche in città, lasciai loro nel loro beve e andai a ritirare alcuni ordini fatti giorni prima di materiali alquanto ricercati e approvvigionamenti sostanziosi.

Per quanto riguardava i tessuti e il loro pregiò non c’era da discutere, essendo stato allevato da una stilista sapevo bene capire anche se di diversa natura cos’era prezioso e cosa no, tra quei negozi che visitai alcuni venditori rimasero piacevolmente sorpresi dalle mie conoscenze in questo campo e furono molto onesti nei miei confronti. Dopo il primo giro mattutino di spese decisi di fermarmi in uno dei famosi locali dove i marinai passavano in compagnia la loro permanenza a terra, e cosa c’era di meglio di una delle taverne più grandi del porto come luogo prescelto, l’afflusso di gente che entrava sobria e usciva ubriaca o malconcia era sorprendente.

Mi sedetti in un tavolo un po’ appartato vicino al banco che dava da una parte sull’esterno, osservai con entusiasmo la scena di gioia e risate che non smettevano in quel posto, mi metteva una certa allegria vederli divertirsi, poi origliai qualche voce interessante e molto utile per quel che dovevo fare.

Qualcuno disse che aveva visto di notte in mare, insieme a dei compagni una nave essere assalita da dei pirati con strani poteri e capaci di stregonerie. <>, pensai subito ma un’altra di queste mi interesso alquanto; l’esercito e alcuni pezzi grossi stavano in quei giorni trafficando persone e Nativi esotici tra le varie città portuali per rifornire i loro possedimenti di manodopera e di qualche passatempo per loro ei marinai, giusto ciò che volevo sentire, tutto mi stava andando per il meglio.

Qualche secondo dopo arrivò una cameriera al mio tavolo per prendere l’ordine, una ragazza molto bella, bruna dal sorriso solare, non sapendo cosa scegliere senza darci troppo peso feci decidere a lei, ero decisamente più interessato alle parole degli ubriaconi. <>, rispose andando al banco.

Nonostante tutta quella allegria senti una strana e cupa presenza girarmi attorno ma non vidi nessuno a cui potesse minimamente appartenere, nel frattempo vidi la cameriera venire verso il mio tavolo con il drink ma venne trattenuta da un trio di marinai troppo ubriachi per capire di dar fastidio, la cameriera cercò inutilmente di avanzare ma i tre furono alquanto insistenti, altre due cameriere andarono in aiuto della collega ma ottennero lo stesso risultato, osservai senza far nulla, non volevo avere problemi o rogne in terra straniera.

<>, domandò con voce divertita e insistente, una voce che riecheggiò nella mia testa martellandola, la sua maschera apparve a pochi centimetri dalla mia faccia irritandomi alquanto, era lì seduto dall’altra parte del tavolo e da come nessuno sembrò interessarsi ad un tipo così appariscente e bizzarro capì che lo vedevo solo io, sicuramente uno dei suoi trucchi.

<> Lui sembrò offeso dalla domanda ma subito si senti la sua risatina divertita.

<> Scocciato guardai la scena con occhi obbiettivi e comprovai ciò che Ju mi diceva.

Le due cameriere andate in soccorso della compagna erano le due campagnole che avevo liberato nel mio cammino verso questa città. <> il cambio di comportamento di Ju fu qualcosa di bizzarro ma forse anche in lui stava ritornando qualcosa del suo passato, del se stesso di un tempo che riemerge come sono riemersi ricordi in me in quella notte insonne in quell’ostello.

<>, mi lamentai ad alta voce ma essendo sempre gentile, catturai anche l’attenzione di tutti gli altri clienti che se ne stavano per conto loro.

<>, rispose lei svincolandosi dal suo aggressore per venire velocemente al mio tavolo.

Posò la bevanda lentamente guardandosi dietro temendo di essere ancora molestata. <>, gli dissi sottovoce. <> Le altre due si voltarono dalla mia parte, la loro compagna le invitò a venire verso di noi in modo che gli altri non se ne accorgessero.

Le due cameriere di divincolarono anche loro raggiungendo il mio tavolo. <>, dissi ad alta voce sogghignante.

Gli ubbriaconi si misero qualche secondo a metabolizzare la situazione ma le cameriere erano già sedute sul mio tavolo a farmi compagnia. <>, sussurro la prima cameriera sentendosi al sicuro. <>, ribattei vedendo i tre marinai venire verso di noi barcollando alquanto in collera.

Con prepotenza uno di loro batte il pugno sul tavolo facendo spaventare le cameriere dalla sorpresa. <> Le mie accompagnatrici si alzarono allontanandosi dal tavolo, io invece rimasi lì seduto mentre i tre mi accerchiavano, per qualche strano motivo sentivo una sensazione di eccitazione in quella situazione, era come se l’idea di battermi mi provocasse del piacere, era una sensazione che non apparteneva alla mia personalità, a quella calma e gentile che mostravo a tutti ma che non mi era estranea.

Per fortuna loro prima che potessi fare qualcosa di cui mi sarei pentito arrivarono i marinai che avevo arruolato per la costruzione della mia nave a calmare le acque. <>, raccomandò il capo della combriccola. L’ubriaco e le sue guardie se ne tornarono al tavolo con la coda fra le gambe a bere come delle spugne. <>

<>

<>, disse tutto euforico diretto al bancone come un bambino che va a comprare le caramelle. Finì rapidamente di bere la bevanda e levai il disturbo prima di mettermi in altri casini che avrebbero solo ritardato la mia partenza poiché di tempo non è che ne avevo da perdere. Stavo per levare le tende quando senti tirarmi il cappotto, pensai subito <> irritato e svogliato mi voltai, era la cameriera.

<>, domandai gentilmente sperando di non finire male.

<>. Il ringraziamento mi lasciò un po' perplesso ma anche un po' diffidente. <>.

Lasciai finalmente il locale e me ne tornai indietro a finire di sistemare la nave, non avevo tempo da perdere, dovevo partire quella notte stessa sfruttando il buio e non tardo ad arrivare tra una commissione e l’altra, per fortuna quella sera non c’era nessuno al porto e potei procedere tranquillamente.

Utilizzando il pannello di controllo delle gigantesche gru che sostenevano la nave potei portarla fuori facendola appoggiare sul acqua dolcemente senza nessuna ammaccatura, anche con la poca luce era splendida, degna di attraversare i mari e le tempeste, non avrei sicuramente fatto di meglio anche se avessi avuto il tempo a disposizione e più aiuto di quel che mi era stato dato.

<>

Presi le ultime cose dal hangar e lo chiusi a chiave per l’ultima volta, un senso di nostalgia mi fece rimanere a guardare quel posto un ultima volta, volevo ricordarmelo e se fossi tornato un giorno trovarlo così.

<>, chiese qualcuno prendendomi alle spalle. D’istino mi voltai di scatto mettendomi in guardia. <>

<>

Guardandole bene riconobbi le tre che erano venute con me in città e che erano le cameriere a quel bar di ubriaconi. <> le ragazze non capirono la battuta rendendo il mio sforzo intellettivo inutile.

<> L’incubo prese la parola a nome delle tre. <> A me quella più che una proposta mi sembrava un ricatto ma visto che dovevo sbrigarmi non potevo andare a trattative.

<>

Le due contadine fecero salti di gioia mentre l’incubo aveva un sorriso compiaciuto che mi turbò alquanto. <>

Quando fummo tutti su potei finalmente staccarmi dal molo e prendere il largo verso il prossimo porto o alla caccia di altre navi, quello che era più vicino.

<>.

Il lume alle mie spalle si affievolì a causa di una presenza alle mie spalle che metteva i brividi. <>, mi lamentai con Ju.

<>, sussurrò con aria di sfida scomparendo attraverso il pavimento. Un personaggio alquanto inquietante ma i cui consigli mi erano sempre stati utili, era come una guida che appariva nei momenti cruciali ed era anche un buon ascoltatore.

XIV

PIRATI

Era nata in mare e in mare aveva passato tutta la sua vita, già a giovane età aveva raccolto una manciata di ragazze come lei e insieme nella nave del padre si era fatta un nome ed una fama così come il padre gli aveva insegnato, una fama da pirata, nemico della marina. Negli anni era divenuta la più temuta tra i più temuti saccheggiatori di navi ma come succede per chi vuole troppo prima o poi si fa un passo falso e si vede tutto quel che si è costruito andare in pezzi davanti ai propri occhi.

La nave, una delle più lussuose mai costruite ma come accade spesso comandata da uno che non meriterebbe neanche di toccarla, il barone Ismael Siemens, signore di alcune terre nello stato del Nerò Zafeiri, un uomo spregevole che commerciava qualunque cose, anche persone incurante di qualsiasi riguardo, amava passare il tempo nel vedere torturare quelli che non li andavano a genio sfruttando la sua posizione nei confronti della legge.

Quel giorno a bordo della sua nave di mercenari e fuorilegge, accompagnato dal suo vice e da una piccola scorta, andò nelle prigioni della stiva a controllare i nuovi arrivati.

Sul grasso viso aveva una espressione di compiacimento appena giunse nella buia, umida e sporca prigione della nave, un complesso di celle di ferro a sbarre poste lateralmente ad un lungo corridoio illuminato da tenue torce ad olio, man mano che attraversavano il corridoio lanciavano veloci sguardi ai prigionieri, per lo più donne, ridotte a pelle ed ossa in stracci sozzi e a rappezzati.

Arrivati alla fine del corridoio si fermarono davanti alla più grande delle celle in cui albergavano da qualche giorno le nuove arrivate.

< Balefort. Pensavate davvero di potermi derubare sulla mia barca e passare inosservate? Mi spiace per voi ma questo non lo posso permettere e come punizione del vostro gesto stolto ognuna di loro sarà offerta ai miei ragazzi del equipaggio ogni notte, sapete… loro non vedono molte ragazze, sono sicuro che gradiranno la vostra compagnia.>>

Una donna sui trent’anni, occhi di fuoco nascosti dai lunghi e lisci capelli corvini, come una leonessa si scaravento contro le sbarre dal buio della cella prendendo per il collo il barone, gli occhi iniettati di rabbia, le braccia tese e i denti stretti in una smorfia intimidatoria, due guardie intervennero colpendo la donna con il calcio delle loro armi facendola cadere a terra.

<>, sbottò in un urlo di rabbia il barone, strappò un fucile di mano ad una delle guardie e lo puntò contro la donna.

<>

Le parole del suo vice bastarono a calmarlo e a farlo andare via ma non prima di aver finito le sue provocazioni.

<> ridacchiò a gran voce tornandosene indietro insieme ai suoi uomini.

E fu così che per le seguenti tre notti Isabella sentì ogni sera una delle sue compagne urlare in balia di quelli animali dell’equipaggio che si divertivano con il corpo di quelle povere ragazze come fossero giocattoli, ogni notte tornavano con i vestiti a brandelli e le lacrime che non smettevano di sgorgargli dagli occhi mentre si coprivano il volto dalla vergogna, per Isabella fu uno strazio, si sentiva divorare dentro ogni volta che le vide in quello stato e sicuramente quella notte non avrebbe fatto eccezione.

La nave barcollava in modo anomalo, era sicuramente in arrivo una tempesta ma purtroppo insieme a quella notizia arrivarono gli uomini del barone a prendere la vittima numero quattro, non appena aprirono la cella tutte le ragazze si schiacciarono in fondo, spaventate al pensiero di essere le prossime.

<>, disse ridacchiando il marinaio avvicinandosi alla più giovane di tutte. Isabella si lanciò a difesa della ragazza mettendosi in mezzo come una fiera a protezione dei suoi cuccioli, il marinaio indietreggiò e spaventato dal suo sguardo rabbioso fuggì dalla gabbia, gli altri marinai lo derisero per quel suo gesto goffo ma l’uomo si riprese e ritornò dentro munito sta volta di mazza chiodata.

<> Nonostante le parole minacciose Isabella non mosse un muscolo e non si sarebbe spostata per nulla al mondo, per la sua ciurma avrebbe dato la vita. Tutti i marinai venuti nelle celle improvvisamente si misero sul attenti lasciando la strada libera fino alla cella, con passo lento e goffo il barone fece la sua entrata.

<>, chiese sarcasticamente ai suoi scagnozzi che risero di gusto.

Isabella si avvicinò alle sbarre in un lampo prendendo il barone per la manica del lussuoso vestito. <>, disse cercando di nascondere la paura sotto un’espressione di disperazione.

Il barone si liberò dalla presa in modo brusco ma prima che una delle guardie la colpisse lo intimò a fermarsi. <>.

<>, sentenziò Ju levandomi la mano dagli occhi. <>

Uscii dalla cabina e assaporai l’odore di pioggia e di mare che si sentivano nell’aria in uno sfondo di nuvole nere come la notte, in un tenue tramonto giunto ormai alla fine. <>, domandò Akura dal pontile dove si era radunata insieme a Lori e Susi.

<>

Ju ricomparve appoggiato alla balaustra del timone gingillandosi come un bambino. <>.

Mi scappò un leggero sorriso sulle labbra che non potei nascondere. <> Ju scoppiò in una grassa risata che quasi lo fece cadere, presi la cosa come un grasso Sì.

Isabella venne portata via da quattro marinai in catene mentre dalle celle uscivano gridi di rabbia e minacce per quegli uomini se si fossero azzardati a toccare la loro capitana, ma per loro non erano niente di più che brusii alle orecchie. Arrivati sul ponte, dopo aver attraversato il lungo corridoio della nave, furono investiti dal forte e gelido vento misto a pioggia che si stava sprigionando nella tempesta, nonostante le condizioni proibitive e il barcollamento incontrollabile della nave il numero dei marinai riunitosi per assistere alla spettacolo era quasi nella sua totalità.

Isabella sentì il terrore assalirla nel vedere tutti quei uomini bramosi del suo corpo, in loro non vide un briciolo di umanità, erano bestie sotto sembianze umane, stava per scappare quando due uomini le tirarono le catene facendola sbattere sul pavimento del ponte.

<>, esortò il barone dall’alto della sua postazione, ben protetto dalla pioggia che man mano aumentava in quella notte di tenebre. Le urla animalesche di quei uomini divertiti raggiunse anche le prigioni che scoppiarono in un urlo rabbioso soffocato dal rumore tintinnante della pioggia all’esterno, erano impotenti mentre la loro capitana era alla mercé di quei barbari.

Isabella venne sbalzata da una parte all’altre del pontile passando come una palla da un marinaio all’altro che lasciavano il loro tocco ad ogni passaggio, in pochi minuti i suoi vestiti furono ridotti a brandelli, ogni pezzo custodito dai più maniaci che si acciuffavano per averli tutti, mentre altri per nulla soddisfatti di aver toccato con mano le parti più appetibili della donna anelavano a qualcosa di più.

Riprovò a scappare ma fece di nuovo la stessa fine e questa volta due uomini la bloccarono a terra con gli arti divaricati mostrando il suo corpo nudo se non per alcuni fasci di vestiti ancora integri, un terzo uomo gli si parò davanti abbassandosi le braghe pronto a dare inizio allo spettacolo principale, Isabella si dimenò e urlò con tutte le forze che aveva ma fu inutile, rivolse lo sguardo verso il barone che era divertito dalla scena mentre assaporava il suo liquore in perfetta tranquillità, indifferente alle sofferenze della donna che non voleva accettare ciò che gli stava per succedere.

La nave fu travolta da un enorme onda anomala facendola bacillare con forza scaraventando l’aggressore di Isabella a qualche metro di distanza e facendogli perdere conoscenza, una volta ristabilita la nave i marinai lasciarono per un attimo di pensare alla donna e controllarono che tutto fosse apposto.

<>, chiese infuriato il primo ufficiale ma nessuno ebbe il coraggio di rispondere, erano tutti accorsi per la donna lasciando una postazione così importante scoperta, fu subito mandato uno alla torre tra imprecazioni e minacce.

Nonostante il subbuglio isabella non fu ignorata per molto, subito i marinai ritornarono a quello che stavano facendo, un altro si era fatto avanti prendendo la donna per la gambe e avvicinandola al suo bacino, con le braccia bloccate non poté opporre resistenza, stava per essere violentata.

<>, urlo l’uomo mandato poco prima nella postazione di vedetta scendendo giù di corsa dalla torre.

<>, volle sapere il primo ufficiale prendendo il cannocchiale e cercando disperatamente nelle tenebre la nave.

<> il primo ufficiale localizzò col cannocchiale la nave che tagliava dritto verso di loro, le braccia gli si irrigidirono e il respiro gli mancò per un attimo.

<>, dichiarò poi ripetendolo più forte per farsi sentire dall’intero equipaggio che subito si misero in azione dirigendosi poi nei loro posti di combattimento.

<>, domandò autorevole il barone notando il clamore che aveva suscitato il pronunciare quel nome.

<<è una sorta di leggenda, né pirata ne mercenaria e neppure di qualche esercito ma in questi giorni si è fatta un nome nel affondare grandi navi mercanti che trasportavano schiavi e bestie preziose, finora ne abbiamo contati cinque di attacchi ma non capisco il perché ci stia puntando>>, rispose il primo ufficiale riprendendo il cannocchiale.

<>, sbraito con furia l’ufficiale.

Intanto Isabella venne presa e legata all’albero principale per evitare che scappasse mentre i marinai allerti cercavano la nave in mezzo alla tempesta incessante.

A quel punto scoppiò il caos, un marinaio urlò di averla vista nell’istante in cui un lampo illuminò il cielo ma un altro disse lo stesso dall’altra parte della nave e un altro ancora l’aveva vista dietro di loro e un altro ancora e così via. La confusione che ne derivò servi solo ad alimentare la paura verso quella apparizione.

Isabella si voltava in continuazione verso coloro che dichiaravano di averla avvistata ma non riuscì a vederla finché non notò un marinaio alla sua destra essere trascinato in mare preso al collo da qualcosa simile ad un tentacolo, l’urlo strozzato dell’uomo fu coperto dal rumore incessante della pioggia ma la vista della scena non poteva essere celata, aguzzò lo sguardo oltre la soglia della nave del barone vedendola a pochissimi metri dalla loro imbarcazione, nera come quella notte, priva di fari o luci e silenziosa come la notte in terra, un lampo illuminò la nave per un frangente di secondo mostrando il ponte vuoto, su cui però regnava una figura dai tratti umani, immobile e completamente coperta da vestiti affini con la nave, una figura che provocò un senso di paura e impotenza senza paragoni. L’oscurità notturna si riprese la nave che al illuminare di uno dei marinai con un potente faro non comparve più.

Il panico arrivò al culmine quando la nave nemica riapparve dal nulla ma purtroppo per loro fu avvistata troppo tardi.

<>, urlarono dalla torre di guardia, tutti i fari furono puntati verso la nave che ad una velocità mai vista speronò la loro tagliandola di netto come coltello sul burro, impotenti, come a rallentatore assisterono all’abbattimento della nave ritenuta una delle più robuste mai costruite, il pensiero di Isabella andò subito alle compagne imprigionate dall’altra parte della nave.

Gli uomini si bloccarono dal terrore quando videro l’altro pezzo della nave andare in deriva verso l’oscurità della notte, solo l’urlo disperato di Isabella che invocava il nome del suo equipaggio gli scongelò.

Dimenandosi come una pazza tra urla e lacrime riuscì a liberarsi dal nodo delle catene procurandosi la rottura di entrambi i polsi, con l’adrenalina che gli scorreva nel corpo il dolore fisico non fu nulla a confronti di quello che stava provando, i marinai facevano avanti e indietro, su e giù come trottole allo sbando, nemmeno il primo ufficiale seppe più che fare tanto meno il barone quando la nave nemica si rivelò alle loro torce in procinto di allontanarsi, nulla servì usare i cannoni che in quella tempesta furono inutili.

Il silenziò piombò ancora una volta quando una tetra figura apparve dal nulla sul ponte, i marinai si allontanarono terrorizzati, Isabella lo riconobbe e anche lei ne ebbe paura, era la stessa sul ponte del cacciatore, e in qualche modo era salito a bordo senza essere visto. Un marinai preso dal panico si lancio all’attacco ma il nemico con un apparente lieve movimento del braccio spazzò via l’uomo scaraventandolo in mare come un sassolino, il terrore divenne padrone mentre le gambe cedevano e i cuori palpitavano all’impazzata.

La tempesta all’improvviso si zittì e il suono di un respiro soffocato da una maschera per l’ossigeno riempì l’aria, il mostro sul ponte da cui proveniva il suono tanto inquietante si avvicinò all’albero principale e porse la mano ad Isabella che ne fu impaurita. Un suono sordo prese il posto del silenzio e a poppa della nave una gigantesca onda anomala apparve per inghiottire la nave, era l’apocalisse, un incubo senza fine per coloro che erano in quella nave, un incubo che era giunto al suo apice, dal viso coperto del mostro due occhi bianchi come torce si accesero mentre in uno scatto liberò Isabella, la nave venne inghiottita dall’enorme onda divoratrice facendola scomparire nel abisso marino.

Si sentì tirare verso il basso mentre cercava disperatamente di arrivare in superficie, una corsa contro il tempo prima di rimanere affogata. Con disperazione a larghe bracciate giunse quasi alla superficie ma una mano proveniente dall’oscurità profonda del mare le prese la gamba impedendogli di raggiungere il pelo dell’acqua, sentiva le braccia uscire dall’acqua e toccare l’aria, erano pochi i centimetri che la separavano dalla salvezza ma nonostante ogni sforzo di liberarsi quella mano non la mollava. L’aria finiva e sentì i polmoni riempirsi di acqua, il corpo contrarsi in spasmi mentre l’acqua gli toglieva la vita.

Si svegliò di colpo respirando a grandi boccate come se quel momento non fosse ancora finito, era sudata e ansimava compulsivamente ma era salva. Una leggera coperta gli copriva le gambe nude in un grande e morbido letto bianco, si sentiva nuda ma toccandosi senti la leggera vestaglia che indossava, si guardò attorno cercando di capire dove si trovava e non gli fu tanto difficile capirlo, il legno della pareti e del pavimento, classico arredamento semplice e spartano e il leggero rullio erano tipici di una nave.

Con un po’ di fatica riuscì ad alzarsi appoggiandosi al comodino affianco al letto, si sentiva confusa e stanca ma un pensiero la sorreggeva, saper cosa ne fosse stato della sua ciurma.

La porta si spalancò e Isabella si trovò davanti una grata sorpresa, le sue compagne erano tutte lì sane e salve, rimasero qualche secondo a fissarsi incredule quanto Isabella, non resistendo più provò ad andarle incontro cadendo a terra, subito venne soccorsa dalle amiche che la fecero sedere sul letto. <>, affermo una delle ragazze stringendogli forte la mano.

Isabella non poté non piangere nel vedere le compagne vive ancora insieme a lei dopo tutto quello che era successo. <>, disse asciugandosi le lacrime con le mani fasciate.

Le compagne la abbracciarono rassicurandola e promettendogli che non l’avrebbero lasciata mai, Isabella a sua volta promise che non le avrebbe mai più coinvolte in qualcosa di così rischioso, una promessa fatta con il cuore. <>, domandò più serena, la risposta tardo nel arrivare facendo pensare a Isabella di essere ancora alla mercé del barone.

<> le parole mancavano a tutte perché non c’era un modo per dirlo così che Isabella non andasse in subbuglio, alla fine una di loro si decise e parlò.

<>, disse tutto di un colpo aspettandosi chissà quale reazione da parte di lei ma a loro gran sorpresa Isabella fu alquanto calma.

Isabella si rialzò dal letto e individuato degli abiti, che sembravano essere lì per lei, iniziò a metterseli. <>

<<è stata per causa di quello schianto che ci siamo salvate, questa nave l’abbiamo vista tagliare quel mostro di mercantile del barone come burro, a pochi passi dall’ultima cella investendo tutte le guardie e separandoci da ulteriori minacce, poi nel buio dalla nave scesero persone vestite interamente di nero che ci hanno liberate e portate sulla nave nascosta dal buio e allontanandosi velocemente, fu allora che abbiamo visto quell’enorme onda andare verso di voi e colpirvi.>>

Isabella si immagino le scene man mano che li venivano raccontate come se le avesse vissute lei, fino al momento in cui il mostro si era rivelato sul ponte, lì non c’era qualcun altro, lì c’era lei prima dello schianto, la compagna continuò a raccontare una volta riavuta l’attenzione di Isabella. <>

Finito di vestirsi, tutte insieme si diressero sul ponte percorrendo il luminoso corridoio che si diramava in sei stanze e che attraversava tutta la nave giunsero direttamente sul ponte, come avevano detto le sue compagne ci trovarono due giovanissime ragazze impegnate a sistemare e a pulire il ponte con il sorriso sul viso canticchiando gaiamente come se l’essere sulla nave denominata il cacciatore non gli cambiasse la vita.

<> allungo la mano per stringergliela, Isabella fece altrettanto presentandosi. <>

Susi accorse anche lei a presentarsi come si deve poi offrendo a tute qualcosa da bere. Dall’alto del pontile di comando dov’era situato il timone Akura osservò le ospiti con diffidenza.

<>, disse con superiorità scendendo giù dalla postazione e squadrandole da capo a piedi, soprattutto Isabella per la quale a prima vista non provava una grande simpatia.

Isabella l’osservo bene con lo stesso sguardo intravedendo la sua diversa natura, la sua pelle, gli occhi ed ogni tratto del viso nell’insieme risultavano troppo perfetti per una persona.

<>, chiese andandogli faccia a faccia per nulla intimorita. <>

Nell’aria si sentì una certa tensione tra le due che sicuramente sarebbe finita in rissa, e l’idea di essere buttate in mezzo al mare da coloro che le hanno salvate per le bucaniere non era il massimo delle aspettative perciò presero il loro capitano scusandosi per il suo comportamento.

Dalla tempesta e dal salvataggio in mare il dolore della malattia si era fatto molto intenso, quasi impedendomi di muovermi. Da giorni ero rinchiuso nella mia cabina ad aspettare il miglioramento alla luce di candela, osservavo le mie ferite rimarginarsi ad una velocità impressionante, si richiudevano a vista d’occhio provocandomi un dolore lancinante.

Mi venne alla mente una visita nell’ospedale specializzato della famiglia Hanzo in cui fui portato per dei test. Mi vennero prelevati alcuni quantitativi di sangue e insieme ai vertici della famiglia ci vennero fatti vedere tali test fatti su animali da laboratorio con gravi ferite, tagli e ustioni in cui venne iniettato il mio sangue, e in qualche ora si poterono vedere le ferite rimarginarsi per la quasi totalità del danno, dissero che le cellule del mio corpo soprattutto quelle del mio sangue, inquinate dalla malattia, avevano uno sviluppo vitale e riproduttivo molto rapido e potevano rimarginare ferite molto gravi in pochissimo tempo, e visto che solo le cellule del mio sangue erano inquinate la malattia non si poteva trasmettere nel corpo di colui che riceve il sangue perché l’effetto delle cellule dell’ospitante una volta rimarginata la ferita attaccavano e distruggevano quelle del mio sangue, il che significava nessun effetto collaterale.

Una scoperta grandiosa per scienziati e medici eppure nessuno della famiglia autorizzò ad usarmi come cavia da laboratorio, andarono contro il mondo perché per loro ero una della famiglia e non avrebbero mai permesso che mi fosse successo qualcosa o che fossi usato da qualcuno. Per quella decisione e l’amore che provavo per quelle persone avevo deciso di non donare sangue a nessuno che non fosse della famiglia, solo loro potevano usufruirne, fino all’ultima goccia se ne avessero avuto bisogno.

Dopo qualche giorno mi ripresi, mi risvegliai sul letto dopo una notte trascorsa tra incubi e ricordi che volevo dimenticare ma che mi rimanevano impressi nella mente come se fossero marchiati a fuoco.

Percorsi con lo sguardo tutta la stanza finendo infine con notare qualcuno seduto dall’altra parte del mio letto, era Akura che si passava tra le dita la collana che gli avevo comprato insieme a quelle di Lori e di Susi in una sosta in un piccolo villaggio portuale, dopo poco si accorse che la stavo osservando e provò un certo imbarazzo.

<> si alzò e uscì dalla stanza in un lampo, aveva ancora qualche problema a esprimere ciò che davvero provava e il fatto di dire che era in pensiero per me gli risultava difficile da esprimere a parole, nulla nel suo atteggiamento avrebbe potuto distinguerla da un’umana almeno non per me.

Uscì finalmente dal mio isolamento e il brusio di gente che parlava attirò la mia attenzione. Ad aprire la porta la luce raggiante di quel limpido cielo illuminò la stanza che era rimasta all’oscurità diversi giorni ritornando ad assumere un’aria più normale, leggere e bianche strisce di nuvole sfumavano l’azzurro del cielo mentre una dolce e fresca brezza accarezzava la nave cullandola tra le onde del mare. Il rumore dei passi sul legno scricchiolante attirò l’attenzione di coloro che erano in plancia, i loro sguardi puntavano tutti verso di me che avevo interrotto qualche tipo di conversazione, sentii una certa tensione nell’aria e perciò non professai parola mentre lentamente indietreggiai per tornarmene in cabina.

<>, fece Lori con un amorevole sorriso stampato in faccia.

<> mi rivolsi alle ospiti che affermarono animatamente con gran felicità. <>

Akura fu alquanto felice di sentire quelle parole e non provò a nascondere la sua soddisfazione ad Isabella e compagnia che non la presero molto bene.

<>, chiese Isabella ignorando Akura e facendosi avanti per salire la piccola scaletta che portava al timone e quindi davanti alla mia cabina, dov’ero io.

Akura si mise in mezzo bloccando la sua avanzata come se Isabella fosse un nemico pronto ad uccidermi, capii la sua apprensione ma non mi piaceva essere trattato con troppi riguardi nonostante fossi il capo sulla nave.

<>, gli dissi mentre gli feci abbassare la spada che aveva puntato contro Isabella che fece qualche passo indietro.

<> le due ragazze si ripresentarono scambiandosi strette di mano con le bucaniere. <>

Isabella con sguardo alto e fiero tipico della gente come lei si presentò con tutti gli onori. <>.

Sorrisi ai suoi modi eccentrici, mi ricordavano Perla la prima volta che ci incontrammo dopo il mio rapimento, si comportava come lei. <>

Le sue compagne non batterono giglio e si fecero portare da Susi e Lori nella sala del banchetto, accettarono di buon grado anche perché avevano paura che facessero un macello che poi dovevano sistemare loro. <>

<>, chiese con molta diffidenza, quel atteggiamento non mi era sconosciuto, di persone come lei ne avevo incontrate tante, diffidenti verso un mondo che le ha usate e poi buttate via come stracci, ripetevano sempre le stesse parole: “nessuno fa nulla per te senza voler qualcosa indietro”.

<>

Lasciai Isabella e presi le redini della nave aggiustando la rotta con l’aiuto di Akura che non si fermava un attimo, la pirata volle credere nelle mie parole e andò a mangiare assieme alle sue amiche. Finito con il sistemare la nave potei passare al altra questione di massima importanza che avevo lasciato in sospeso. <>

Dopo aver finito di mangiare andarono tutte a prendere una bella boccata d’aria per digerire meglio. <>, si chiesero tra una chiacchiera e l’altra.

<>

Isabella ripensò alla notte del loro liberamento e a quel mostro che era salito sulla nave, si chiese se potevo essere davvero io ma subito allontanò quel pensiero e rassicurò l’amica. Arrivati sul ponte trovarono una sorpresa non molto gradita, seduto a terra appoggiata all’albero maestro, legato da grosse catene, pieno di lividi e ferite che si dimenava sbraitando come un cane c’era il barone Siemens, d’istinto Isabella prese la rincorsa e mollò un calcio all’uomo dritto sullo stomaco facendogli sputare sangue, le amiche la fermarono prima che potesse fare altro mentre l’uomo si dimenava come un lombrico.

<>, ordinò Akura facendosi strada tra le presenti fino al barone accompagnata da Susi e Lori che tolsero le catene all’uomo e legarono le sue braccia attorno all’albero.

<>, urlo Isabella infuocata dalla rabbia, Akira si militò a lanciargli una occhiata gelida che spense i suoi fuochi.

Susi e Lori si fecero da parte così come Akura che però rimase più vicino delle altre. Era tutto pronto e potevamo procedere con l’operazione come prestabilito, arrivai sul ponte poco dopo le ospiti con in mano una reliquia che avevo recuperato grazie all’aiuto di Ju, la fascia dell’esorcista, una stoffa antica color avorio su cui era inciso un mantra che risplendeva di un giallo fuoco, la avvolsi attorno al braccio sinistro e mi accasciai ai piedi del barone.

<> le due acconsentirono con la testa e si tennero pronte a qualche passo di distanza da noi, Isabella e compagne si sentirono spettatrici invisibili, la loro presenza sembrava non essere notata il che le infastidiva alquanto ma ci lasciarono fare.

Akura per la prima volta dall’inizio del viaggio lasciò le sue sembianze umane e riprese quelle della sua razza provocando la sorpresa delle ospiti.

<>, minaccio lei passandosi la lingua biforcuta sulle affilate e bianchissime zanne, il barone sbiancò all’improvviso mentre il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, con un gesto deciso gli trafissi il torace con la mano avvolta dalla fascia, attorno alla ferita come avvolta dal fuoco la carne sembrò bruciata e sei piccoli marchi apparvero attorno alla ferita tra le grida di dolore dell’uomo, Akura lo bloccò in modo che non si potesse più muovere permettendomi di continuare.

L’orrore della scena fece rabbrividire Isabella e blocco le altre da una paura innaturale, la donna guardò Susi e Lori che si coprirono gli occhi dalla scena ma senza indietreggiare di un passo perché avevano un importante compito da eseguire.

Finalmente la trovai, <>, sussurrai dolcemente come un padre alla figlia.

Come un sottomarino che fuoriesce sulla superficie acquatica così dal petto dell’uomo una dolce e indifesa figura ne uscì aiutata dalla mia mano mentre il barone arrivato al limite perse i sensi per qualche secondo. Una volta uscita del tutto Susi e Lori si precipitarono da lei mentre la avvolsi nella giacca che indossavo e lasciai la piccola alle cure delle due ragazze che iniziarono il loro lavoro.

Da sotto le vesti, sulle loro schiene simboli simili a quelli del barone apparvero risplendendo alla luce del giorno, una massa di nebbia fuoriuscì dalle assi del pavimento sotto di loro condensandosi attorno alle due in due bianchi e cotonati animaletti simili a cani dalla foltissima pelliccia grigiastra a striature biancastre, le due apparizioni fluttuarono attorno alle due per poi avvolgere la piccola figura nella mia giacca in quella stessa nebbia che gli avvolgeva mentre Susi e Lori gli osservavano con sorrisi amabili.

Era tutto fin troppo irreale per loro, più di ogni storia su mostri marini o tesori sepolti in fondo al mare, ciò che vedevano con i loro occhi era surreale, il dolore lancinante mi divorava la mano come aghi nella carne percorsi da scariche elettriche, con l’aiuto di Akura mi rialzai mentre aspettammo che le nostre compagne finissero. I due cani di nebbia si ritirarono dissolvendosi in nebbia attorno alle loro padrone, Susi si avvicino a me porgendomi la piccola.

La sua natura non mi era per nulla sconosciuta, dall’incredibile bellezza umana che manifestava e dai tratti non umani, come piccole zanne che gli sbucavano dalle labbra e gli occhi simili a quelli di un serpente, piccole sporgenze sulla testa simili a corna e tessuti membranosi simili ad ali di pipistrello che gli uscivano dalla schiena, era sicuramente una succube, demone antico divoratore di uomini lussuriosi.

<>, sbraitò il barone dimenandosi tra le catene, quell’uomo sapeva cos’era quella piccola creatura e forse l’aveva già invocate diverse volte. << lei è il mio giocattolo, è mia e voi non dovete toccarla!>>

Non potei controllare la mia reazione, l’idea che un uomo potesse approfittarsi di una così piccola creatura mi disgustava profondamente, inoltre a far uscire quella parte di me che non amavo mostrare, per fortuna Akura se ne accorse in tempo prima che lo raggiungessi. <>, disse più come un ordine che come un suggerimento, mi calmai un attimo e feci come ordinato, presi la piccola e la portai nella mia cabina.

Akura riprese le sue sembianze umane per poi colpire il barone facendolo svenire, con l’aiuto di Susi e Lori lo legarono ad una zattera e lo buttarono in mare liberandosene definitivamente. <>, chiese infine Isabella rimasta come le compagne in silenzio per tutta la scena.

Akira lasciò il comando alle due amiche e si prese il compito di spiegare la situazione.

<> Akira si fermò un attimo e fece osservare che anche Susi e Lori erano dotate di quel dono.

<<…purtroppo non tutti apprezzano come si deve questa capacità e in tanti la usano come arma o per fare spettacolo, noi nel nostro viaggio di gente così ne abbiamo trovati tanti e il capitano a tutti quelli che non ne erano degni gli ha privati di quel dono, fortunatamente una volta liberate diventano anime nuove. So che può sembrare sbagliato fare il lavoro di dio decidendo chi è degno e chi no, ma cerchiamo di farlo nel modo più giusto, saranno poi loro a decidere se venire con noi o tornare dai loro padroni, tranne in questo caso ovviamente. Ora se volete scusarmi ma ho da fare.>> Akira salutò e si allontanò andando dalle compagne per congratularsi del loro buon lavoro.

Ritornai sul ponte dopo aver lasciato a riposare la piccola succube sul letto, ci sarebbe voluto un po’ perché si riprendesse dal trauma della separazione ma non c’era motivo di preoccuparsi troppo, si vedeva che era molto forte nonostante la giovane età e ciò avrebbe comportato una maggiore difficoltà nell’adattarsi, a cui avrei pensato io.

<>, si avvicino Isabella domandando con molta apprensione.

<>, rassicurai chiudendomi la porta alle spalle.

Isabella preso confidenza e iniziò a parlare e a chiedermi di questo nostro viaggio e i luoghi dove siamo stati, il suo interesse mi sembrò nascondere un secondo fine ma questo non mi vietò dal rispondergli sinceramente. Akura ci notò parlare in completa libertà e provò un certo fastidio al vedere Isabella così disinvolta nel parlarmi perciò decise di mettere fine alla conversazione.

<>, interruppe Akura prendendomi per la mano e portandomi da parte, lontano da Isabella che non prese bene l’affronto.

Quel comportamento così brusco di Akura mi fu nuovo, di solito era sempre da parte e isolata, molto diversa da Susi e Lori che erano molto più aperte.

<>

<>. La sua premura mi rallegrarono il cuore, Akura se ne rese conto ma fece finta di nulla.

<>.

<>

<>, si giustificò facendo riferimento ad Isabella e alla sua ciurma.

<> la presi di peso caricandomela in spalla e la portai nella sua cabina mentre di dimenava minacciandomi se non l’avessi lasciata andare ma non l’ascoltai.

Arrivato in stanza la lasciai finalmente andare sul letto. <>, le dissi bloccandogli le braccia sopra di lei, Akura alla fine si convinse e desistette dal suo intento e si lasciò finalmente andare.

Quando Akura si risvegliò e uscì dalla stanza era già notte, le prime torce erano già state accese, risplendevano di un blu elettrico che illuminava molto più di quanto lo facessero delle normali torce, io ero al timone che controllavo la rotta quando mi venne vicino.

<>, disse sentendosi un po’ in colpa. <> bloccai il timone e lasciai la nave in balia del vento propizio.

<>.

<>, domandò Akura riferendosi ad Isabella e compagnia.

<>

<>, bofonchiò andando verso il ventre della nave.

Rimasto di nuovo solo potei lasciarmi andare, le gambe mi cedettero e le braccia iniziarono a tremare incontrollabilmente, su tutto il corpo il dolore lancinante mi strappava i muscoli contorcendoli e trafiggendoli come aghi, ma sul avambraccio sinistro era anche peggio, sentivo la pelle sciogliersi sotto la spessa fasciatura che avevo applicato, le ossa espandersi strappando la carne e prendendone il posto.

Con gran fatica mi trascinai in cabina, arrivai alla scrivania poco distante dal letto, alla luce di una debole candela mi strappai con una daga la fasciatura vedendo con orrore quello che già mi doleva: la pelle del braccio si era veramente sciolta e come olio colò dalla scrivania, dalla carne esposta neanche una goccia di quel sangue simile a inchiostro sgorgò fuori, come se una pellicola ricoprisse i tessuti tenendoli assieme mentre si condensavano fondendo il tessuto osseo. Mi tirai su la manica vedendo le vene tingersi anche loro di quel nero d’inchiostro ma diminuire di numero man mano che si avvicinavano al corpo.

<>, senti domandarmi da qualcuno alle spalle. Mi voltai e ci vidi la piccola succube in piedi. <>

<>, chiese con un filo di voce.

Le sue parole mi accesero di rabbia, il pensiero che quel porco si facesse toccare da una bambina soffocava ogni dolore fisico e alimentava il fuoco della rabbia che mi ardeva dentro. <>

<>, disse con voce fiocca appoggiandosi su di me, il suo corpo si sbiancò improvvisamente come quello di un morto. Non sapevo che cosa potesse mai mangiare qualcuno della sua razza, non avevo mai incontrato un essere simile prima e stavo per andare in panico quando notai il suo sguardo fissare la ferita aperta del mio braccio, le sue labbra si mossero sibilando una parola. <>, disse sporgendo le zanne come una fiera affamata. Non persi tempo e avvicinai il braccio alla sua bocca, non provai alcun dolore al suo morso anzi, le fitte scomparvero appena lei morse, come i pipistrelli la sua saliva doveva avere qualche proprietà anestetica che bloccava il dolore, i suoi occhi si accesero di una luce violacea e la sua pelle riprese il suo colorito rosa pallido, ripresa del tutto lentamente si stacco dal mio braccio e indietreggio inorridita da quello che aveva fatto.

<>, disse indietreggiando sommamente pentita e quasi sul punto di scoppiare in lacrime.

<>

<>, rispose con timore tenendosi a dovuta distanza, mi avvicinai a lei lentamente.

<>, suggerì arrivandogli di fronte in ginocchio mettendomi alla sua stessa altezza.

<>, rispose lei calmandosi.

<> Come immaginavo il dolore ritorno più forte di prima lasciandomi senza forse ai piedi del letto.

Il giorno seguente come previsto poco dopo mezzogiorno arrivammo nei pressi di Lombos, a mezzo miglio dal porto, su una piccola zattera io e Lori accompagnammo le bucaniere fino al porto per dargli l’addio.

<>, scherzai per sdrammatizzare il momento.

<> Lori che era un po’ più sentimentale abbracciò tutte facendosi promettere di rincontrarsi.

<>

<>, risposi nascondendo la mia serietà sotto un falso sorriso.

<< come vuoi, sappi che da noi sarete sempre benvenuti, è stato un piacere Ray e Lori.>> Con una stretta di mano ci lasciammo e ognuno per la propria strada come si suole dire.

Isabella e le sue compagne riuscirono a contattare tramite amicizie la loro nave, appena ricevuta la buona notizia andò a dirlo alle compagne. <>, suggerì Hari indicando una locanda poco distante.

Era ancora semi deserta e a parte il proprietario che sistemava il bancone c’erano solo un paio di clienti seduti attorno ai loro tavoli rotondi con una birra in mano, erano i classici ubbriaconi che avevo così spesso incontrato.

Le donne presero posto vicino al bancone ordinando una bevanda oscura dal sapore forte e deciso che faceva lo stesso effetto del caffè.

<>, disse alzando il calice il capitano seguita dal suo equipaggio che tracannarono la bibita in un colpo solo. Rimasero nel locale mentre lentamente in poco tempo si riempi di gente di tutte le risme, infine dopo ore di attesa arrivarono anche le loro compagne, erano in cinque e individuate le compagne si fecero strada come buoi fino alle loro compagne riabbracciandosi dopo settimane.

<> Isabella abbracciò le compagne troppo emozionata per parlare.

<>, informo Silfie gesticolando animatamente. <> interruppe Isabella sentendosi osservata.

Senza dire altro si alzarono dal tavolo e andarono verso la porta dove però vennero fermate da una squadra della marina. <il cacciatore?>>

Isabella non rispose ma non era in una bella situazione, era destinata a parlare altrimenti la sua vita in mare sarebbe finita lì.

Come un toro l’uomo travolse dei passanti che si aggiravano al tardo approfittando della brezza notturna e dalla luminosa luna, gli corsi dietro raggiungendolo in pochissimo tempo ma conoscendo bene la città e i vicoli riuscì a tenermi a distanza ma non fu così per Akura che ci seguiva dall’alto, come un falco gli piombò sopra atterrandolo.

<>, sbraitò dimenandosi animatamente, la presa di Akura era troppo anche per me e lui sicuramente non sarebbe riuscito a liberarsene.

<>, la minacciò prendendolo al collo e sbattendolo al muro.

<>, piagnucolò lui.

<>, commentò Akura sgranchendosi le gambe per la corsa sui tetti.

L’uomo ci condusse in un vecchio magazzino diroccato dove secondo lui era nascosto il libro che cercavamo, eravamo entrambi diffidenti ma non avevamo nulla da perdere in fondo.

Giunti alla porta l’uomo entrò per primo, noi lo seguimmo a ruota, era tutto e per tutto una specie di mausoleo ricolmo di antiquariato e decine di scafali ricolmi di grossi libri. <>, si domando Akura guardandosi attorno.

<>

<< come hai scoperto questo strano tipo, è stato quel capitano dell’ultima nave, vero?>>

<>

L’uomo ritorno con in mano un libro con la custodie e la rilegatura in metallo. <> Ritornammo sulla nave e ripartimmo subito per non essere individuati dalla marina che si era interessata molto a noi nell’ultimo periodo.

A bordo ad accoglierci per prima arrivò Lili battendo Susi e Lori sul tempo. <>, ci accolse abbracciando me per primo. <> ripresi il comando fissando la rotta, la gola degli abissi.

XV

CASA

Isabella ci stava aspettando sulla sua nave, il cielo oscurato da grigie nuvole spesse e cariche di pioggia nascondevano il sole, il mare si stava risvegliando, il che era segno che da lì a poco si sarebbe scatenata una tempesta come quella della notte del nostro primo incontro. Per Isabella e il suo equipaggio quella era una delle giornate peggiori mai vissute.

Dall’orizzonte l’Andromeda apparve nella sua tetra e misteriosa bellezza, Isabella sentì un nodo alla gola al vedere la nave avvicinarsi, avrebbe voluto scappare ma sapeva a cosa andava incontro se non avesse fatto come gli era stato ordinato e non voleva assolutamente che succedesse qualcosa al suo equipaggio.

Affiancammo la possente nave denominata la Belva, un leggero galeone dalle modeste dimensioni di un rossiccio acceso, numerosi bocchettoni sulle fiancate da cui spuntavano la lunga fila di cannoni dall’aria intimidatoria, le vele rosso mattone gonfiate dalla leggera brezza spiccavano sull’azzurro del mare come una goccia di sangue sulla neve.

Una volta affiancati alla nave ci furono calate delle corde per raggiungere il loro ponte, Susi e Lori andarono per prime portandosi Lili mentre io e Akura aspettammo con pazienza il nostro turno.

<>, chiese Akura irrequieta e preoccupata ma cercando di nascondere questa sua preoccupazione, anch’io lo ero ma cercai di non darlo a vedere. <>

Salito sulla nave venni puntato da tutto l’equipaggio come se fossi una preda, erano tutte donne di mare e da come mi guardavano gli uomini su quella nave non erano alquanto benvenuti, feci finta di niente e mi concentrai su Isabella che ci stava venendo incontro accompagnata da un paio di ragazze, con mia sorpresa ne riconobbi una di loro che sicuramente non mi sarei aspettato di rincontrare in un posto simile.

<>, esordi Isabella con tale frase cercando di sciogliere la tensione nell’aria. <>, si raccomando per la decima volta ma per la ragazza che gli stava affiancata sulla destra questa raccomandazione fu inutile.

<>, domandò quasi non credendoci ma si rispose da sola, Gloria si avvicino accelerando il passo poi finendo per abbracciarmi, felice del nostro rincontro.

<>, chiesi sorpreso e felice quanto lei.

<>, rispose estasiata.

<>, chiese Isabella anche se la cosa era alquanto evidente, perché sapeva che era la domanda che qualcuna di loro si stava chiedendo, Gloria mi precedette parlando lei. <>

<>, domandò scorbutica Akura come sempre quando parlava ad Isabella, nonostante le raccomandazioni delle due amiche di cercare di essere più rispettosa nei confronti del capitano della nave su cui sta, ma per lei questo dettaglio non aveva importanza.

<>, rispose facendo cadere l’intera nave in un cupo silenzio che non faceva presagire nulla di buono.

<> cercai di sembrare calmo così da non farle agitare, Isabella fece strada fino alle corde che portavano all’Andromeda. <>, rassicurò Akura vedendo le compagne in apprensione.

Arrivati sulla nave potemmo finalmente parlarci chiaro senza la presenza di nessun’altro a disturbarci.

<>, scherzai per sdrammatizzare. <>

Isabella sussultò al sentire quel nome, il che mi diede un ulteriore conferma dei miei presentimenti. Così come la situazione anche il tempo stava peggiorando di momento in momento e già le prime gocce stavano cadendo sul ponte della nave.

Isabella estrasse la sua affilatissima sciabola puntandomela contro. <>, disse cercando di giustificare il gesto.

Dopo qualche secondo di silenzio e meditazione le dai la mia risposta. <>

Dalla nave di Isabella si poterono vedere tre grosse navi da guerra nella marina comparire all’orizzonte, tra le crescenti onde del mare mosso. <>, chiese Akura allarmata dalla loro presenza, ma nessuna dell’equipaggio ebbe il coraggio di rispondere.

<>, chiese più rude Gloria. <> Il risultato fu lo stesso identico, un silenzio tombale.

Le due stavano per scendere dalla nave per chiedere a Isabella, quando la videro ritornare sulla nave, da sola mentre l’Andromeda si staccava per allontanarsi avviandosi verso le navi della marina.

Isabella non ebbe neanche il coraggio di guardarle in faccia. <>, disse solo con voce fiocca.

Prima che potessero fare qualunque mossa le tre ospiti furono bloccate da un gruppo di donne dell’equipaggio che a stento le tennero ferme, Gloria si avvicino al capitano bramosa di spiegazioni nonché furibonda.

<>, domandò animatamente.

<>, disse ancora con voce sempre più fiocca avanzando lentamente come un automa verso il timone. <>, sbraitò Akura mentre veniva legata insieme alle compagne in lacrime.

Gloria stava per sfogare tutta la rabbia contro Isabella quando il rumore di un’esplosione attirò l’attenzione di tutte, una cortina di fumo e fiamme si issò in cielo tra le tenue gocce di pioggia, un’altra esplosione arrivò pochi istanti dopo.

Tutte loro si affacciarono e poterono vedere con orrore l’Andromeda interamente coperta da lingue di fuoco, inerme in mezzo al mare, in balia dei cannoni carichi delle navi da guerra della marina.

Le urla di Susi e Lori sovrastarono ogni altro rumore persino quello dei cannoni, le due si dimenarono cercando di liberarsi, dal loro petto la luce del loro marchio si tinse di un rosso oscuro fuoriuscendo come una coltre di gas avvolgendo tutte e tre. Dalla stessa coltre di sangue si materializzarono i loro due Vox, i loro aspetti divenuti quello di bestie infernali incitarono la paura a coloro che li guardavano, alti quanto le loro padrone si misero a difesa di loro mostrando i denti corrotti dal loro alito di fuoco tanto potente da sciogliere le loro catene, lunghi spuntoni rizzati come aculei spuntavano dalle spalle e dai fianchi.

Susi e Lori montarono sopra i loro Vox dirette all’Andromeda, i loro sguardi colmi di rabbia vennero tagliati dalle loro lacrime incessanti e dal loro grido silenzioso, Akura osservò con dolore il comportamento delle due amiche, il dolore che provavano era imponente, la piccola Lili svenne appena vide quello spettacolo macabro che bruciava la nave. La ciurma di Isabella sotto suo ordine le accerchiò per impedire che facessero qualche atto di cui si sarebbero pentite e anche per mantenere la promessa appena fatta. Akura nonostante anche lei desiderasse andare sull’Andromeda capì che non potevano fare nulla e che doveva fermare Susi e Lori.

<>, chiese a Gloria cercando di non lasciarsi andare al dolore. Le due si lanciarono sui due Vox occupati a combattere contro il resto dell’equipaggio, riuscirono a prendere alle spalle le due invocatrici bloccando loro ogni movimento, si strinsero a loro bloccandogli la respirazione cercando di non farsele sfuggire finché non persero entrambe coscienza con la conseguente sparizione dei loro guardiani.

Calmata la situazione Isabella non poté che fare come promesso e allontanarsi dall’Andromeda in fiamme che lentamente calava giù a picco sotto gli occhi dell’intero equipaggio. <>, ripeteva sottovoce Isabella mentre portava via la nave lontano da quel posto in tempesta.

Dalla nave ammiraglia osservarono con soddisfazione l’Andromeda affondare mentre la tanto famosa Belva si allontanava con la coda fra le gambe.

<>, avverti uno dei sottoposti all’ammiraglio che si godeva lo spettacolo.

< folata di incontrarsi con la corsara nei pressi della foce a sud-est della città di Orion tra tre giorni, ditegli di finire il lavoro.>> Il sottoposto scrisse le indicazione e lasciò il ponte verso la sala comunicazioni della nave come fosse una saetta.

<, si vede che lo abbiamo sopravvalutato>>, affermò con una certa soddisfazione ai suoi uomini che insieme a lui osservava le ultime parti della poppa della nave affondare negli abissi ancora avvolti dal calore delle fiamme per poi scomparire tra la pioggia fattasi incessante e forte come il vento che soffiava.

Per loro ormai non c’era più nessun motivo di rimanere lì in quella bufera perciò accesero i motori e si prepararono a ripartire verso il porto più vicino, a dichiarare l’abbattimento della famosa nave cacciatrice.

Rimasi attaccato al timone anche dopo il quinto colpo, Avvolto dalle fiamme forti e incandescenti come lava, continuavo a rimanere al mio posto resistendo agli scossoni, tra le assi incenerite, gli alberi cedenti e le vele infuocate mentre il mare richiamava a se l’Andromeda, non cedetti al calore né ai fumi accecanti, spostai le mani sulle enormi leve poste ai lati del timone mentre aspettavo, solo e sempre più a rischio.

La nave sprofondava ma nonostante quello il calore era sempre più crescente e anche quando andò giù a picco inghiottita dalle gelide acque quel calore impiegò qualche momento a calmarsi e cedere il posto al gelo. Sott’acqua gli scricchiolii della nave che si fecero sentire come un animale morente che invoca salvezza, strideva quasi a rompere i timpani finché anche il calore del suo ventre non lasciò il posto al freddo delle acque e il rumore della nave smise in un muto silenzio di morte.

In quella lenta caduta illuminata da resti di nave infuocati sul pelo dell’acqua, il silenzio repentino della nave fu il segnale della fine di un processo di completamento, la fine della sua metamorfosi e il momento di farla risvegliare.

Tirai le leve che tanto avevo stretto saldamente con tutte le mie forze facendole compiere un semicerchio completo sbloccandone il meccanismo, una nube di aria sottopressione finì di spazzar via le assi che componevano la carena e la copertura della nave, liberatasi di tutto quel peso la nave come un missile puntò verso la superficie mentre il ruggito del suo cuore si espandeva nel suo torace, una voce che sottometteva quella del mare stesso risaliva dal mare.

Dal ponte della nave ammiraglia, nel punto dell’affondamento della nave cacciatrice, un gorgoglio attirò l’attenzione dell’ammiraglio. <>, domandò al suo primo tenente che non seppe rispondere con certezza.

<< non lo sappiamo, sembra che una grande quantità d’aria sia stata liberata dal fondale del mare e sia risalito in superficie, dall’analisi sembra che la temperatura dell’acqua sia sui duecento gradi, se ci avvicinassimo oltre lo scafo della nave verrebbe sciolto>>, rispose un tecnico dall’altoparlante sul ponte.

<>, si lamentò il barone infastidito dal fatto di essere stato svegliato da quel baccano. <>, si giustificò mortificato.

<>, minacciò il barone pronto a tornarsene in cabina quando davanti ai loro occhi, come uno squalo che afferra la sua preda inerme a pelo d’acqua, una nave altrettanto temibile fu risputata dall’acqua avvolta da una bianca coltre nebbiosa che impediva di vedere con chiarezza lo scafo tranne due occhi di fuoco che ne filtravano.

<>, chiese stupito quanto impaurito il barone indietreggiando di qualche passo.

Nata dalle spoglie di una creatura signora dei mari lasciatasi in stato vegetativo nei fondali sotto il porto di Alath, possente come lo era in vita era il suo scheletro e quel che ne rimaneva del suo corpo, robusto e infrangibile, dall’aria minacciosa e allo stesso tempo regale. Con il titanico lavoro di due settimane si era riusciti a recuperarlo per intero e ad usarlo come struttura di base grazie alla sua forma perfettamente adeguata a solcare e tagliare le acque del mare a gran velocità, ma impossibile da modificare fisicamente se no a elevatissime temperature in modo uniforme seguito da un massiccio raffreddamento in acque saline. L’arrivo e l’attacco incendiario delle navi della marina avevano a loro insaputa eseguito il processo perfettamente.

Il suo cuore alimentato da un calore perpetuo e silente inondato da massicce quantità di acqua creava grosse quantità di vapore Bianco che alimentavano il meccanismo di movimento delle navi come sangue che scorre nelle vene. La massiccia cassa toracica si era espansa a formare larghe aperture simili a branchie da cui fessure fuoriusciva il vapore in eccesso che formava la nube che l’avvolgeva, una nave morta creatasi da un animale risvegliatosi, una simbiosi perfetta tra ciò che era vivo e ciò che non lo era.

Dalle navi della marina non ci fu nessuna esitazione nel considerare quello che era apparso davanti ai loro occhi come una minaccia, le due lunghe file di cannoni laterali di ogni nave furono messi in azione ma le palle non provocarono alcun effetto sulla nave, alcune di esse scontrandosi con le parti più sporgenti vennero tagliate di netto e caddero in mare.

<>, avvertì il capo fucilieri dopo una veloce analisi della situazione.

<>, sbraitò l’ammiraglio rendendosi conto della situazione disperata in cui erano nonostante il vantaggio numerico.

Sprigionai a pieno regime il potenziale della nave vivente. <> tagliando la pioggia e le onde come un treno, puntammo la nave più vicina a noi, quella a sinistra dell’ammiraglia.

Vani furono i loro tentativi di fermare il moto incessante con i loro cannoni, la nave venne tagliata di netto dallo sperone a mezzaluna, per loro fu come essere investiti da qualcosa di inafferrabile, dalla nebbia stessa contro cui nessun attacco aveva effetto, l’urto provocò l’esplosione di alcuni cannoni che provocarono un vorace incendio sulla nave. Gli occhi disperati dei soldati a bordo si posarono sull’enorme scafo dell’Andromeda che distruggeva la loro nave con una facilità impensabile, lo stridio dell’acciaio e quello del legno che si spezzava riecheggiò nelle loro orecchie mentre affondavano.

<>, avvertì il primo tenente osservando la nave alleata essere attraversata come acqua.

<>, dichiarò l’ammiraglio riflettendo a bassa voce.

<>, proposero dall’altra nave fiondandosi in battaglia. L’ammiraglio non ebbe neanche il tempo di dichiarare il suo disappunto per una operazione che risultava un completo suicidio, perché il barone aveva fatto valere la sua autorità incitando l’atto di quei uomini elogiandoli ad eroi.

I loro colpi di cannoni non puntarono allo scafo bensì al suo capitano, colpi a parabola raggiunsero il ponte ma senza raggiungere il loro obbiettivo. Avvolta dalla sua stessa nebbia la nave riuscì ad avanzare senza ricevere altri colpi, riuscendo a ritrovarsi fianco a fianco con la nave da guerra, alcuni soldati riuscirono a lanciare delle corde uncinate per abbordare la nave vivente, ma dalle sue aperture lunghe e sottili in tutto il suo corpo il vapore che ne uscì lì colpì uccidendoli o facendogli cadere in mare, la loro nave accusò il calore di quel vapore infernale cedendo sotto tutto quel peso che sopportava affondando mentre cedeva come un castello di carte mentre le travi portanti si squagliavano.

Nello stesso istante che la seconda nave cadeva giù a picco mentre i pochi sopravvissuti si lanciavano in cerca di salvezza, un’altra forza della natura emergeva dai fondali marini. In una esplosione di acqua come un geyser un possente mostro marino fuoriuscì dall’acqua mettendosi tra noi e la nave ammiraglia, la sua forma ricordava in tutto e per tutto il mitologico Leviatano, enorme serpente marino superiore in dimensioni a qualunque nave mai costruita. L’enorme mostro si scaglio contro di noi con grande furia come se in essa avesse visto un nemico di vecchia data.

L’impatto fu durissimo ma la nave resistette, il leviatano si scagliò ancora e ancora puntando ad affondare la nave ma senza successo, non potevo rimanere a subire senza contrattaccare perciò mi misi in moto. Lasciai il timore e corsi attraverso il ponte prima di un altro imminente attacco frontale, il mostro questa volta punto esattamente su di me. La sua enorme testa scatto in un battito di ciglia, la botta provocò un boato secco come fosse uno schiocco di dita in mezzo alla bufera.

Guardai le sue zanne a pochi centimetri dalla mia faccia, la lingua sottile dimenarsi cercando di avvinghiarsi a me mentre tenevo le sue fauci spalancate con le braccia, le gambe le sentivo sprofondare lentamente mentre il pavimento si incrinava, con rapidità balzai lateralmente facendo schiantare il mostro dritto sul ponte. Approfittai del momento per cercare di colpire il mostro dietro la testa e tagliargliela quando un grido surreale riempì l’aria, pareva quello di un animale sofferente che chiedeva aiuto, un lamento che trafiggeva il cuore. Il leviatano si divincolo facendomi cadere sul ponte, con un urlo simile a quello sentito rispose con più forza e vigore.

Un altro leviatano apparì alle spalle della nave colpendola con un getto d’acqua sparato dalla bocca facendola piegare su un lato, mi aggrappai ad una corda riuscendo a non cadere in acqua ma la situazione si era fatta alquanto difficile. Un altro urlo arrivò alle orecchie dei due mostri che si mossero subito in attacco colpendo la nave da entrambi i fronti per cercare di ridurla in pezzi, cercai una maniera di uscire da quella situazione ma non riuscivo a ragionare con quei mostri che cercavano di portarmi giù con loro.

<>, dichiarò Ju seduto bellamente sulla balaustra. <> Le sue parole mi furono di grande aiuto e mi diedero spunto per un’idea.

<>, domandò il barone sotto il suo ombrello ben protetto dalla pioggia incessante. <>, rispose duro l’ammiraglio pensando a tutti quei soldati sacrificati per eliminare quella sola nave.

Un colpo di cannone venne sparato dalla mia nave ma la traiettoria era troppo alta e manco di poco la testa del primo leviatano che subito distrusse l’arnese stritolandolo tra le fauci e buttandolo in mare.

<>, disse certo della vittoria l’uomo di mare, osservando la nave avversaria avvolta dai due mostri ed essere trascinata nelle profondità marine, dalla nave un rumore simile ad un verso di dolore dal tono metallico precedette la sua scomparsa tra le alte onde del mare in tempesta, le luci rosso fuoco che parevano i suoi occhi vennero inghiottite dalle acque oscure.

<> una risata seguì a quelle parole arrivate sulla radio di bordo e ascoltate dall’intero equipaggio.

<>, domandò su tutte le furie il barone sentendo in fondo al cuore un senso di irrequietudine.

<<è una comunicazione pirata che si è insinuata sul nostro canale, non sappiamo come, signore>>, rispose agitato l’addetto alle comunicazioni. <<è stato spedito alla nave appena affondata signore>>, disse infine non credendo neanche lui alle parole che stava dicendo.

Sul ponte l’irrequietudine si sparse a macchia d’olio tra l’equipaggio sotto coperta e quello sul ponte creando la situazione di panico ideale per agire.

Arrivai fino allo scafo della nave senza essere stato individuato dalle sentinelle della nave, con l’aiuto del buio della tempesta mi arrampicai sullo scafo senza essere notato arrivando sul ponte dove potei finalmente affrontare apertamente il nemico, come la notte del salvataggio di Isabella apparì come un fantasma dagli occhi lucenti, utilizzando le stesse armi che mi venivano puntate contro mi liverai la strada inoltrandomi nel ventre della nave dove le grida di dolore aumentavano d’intensità.

Un labirinto di stanze e corridoi sembrava quel posto, ma ben poco sorvegliato e illuminato se no da qualche torcia elettrica qua e là, fidandomi solo dell’udito come guida mi inoltrai in quel cumulo di stanze alla ricerca del produttore di quelle urla atroci. Dopo diversi minuti arrivai al luogo di provenienza del grido ma una rigida sorveglianza a protezione non mi avrebbe facilitato il passaggio, tre uomini armati di fucili automatici facevano da barriera davanti alla grossa porta in acciaio ma il cielo oscurato prossimo alla notte mi avrebbe assistito. Sbucai dal corridoio dritto verso di loro, i tre alzarono i fucili puntandoli contro di me intimandomi a fermarmi.

Poco prima che premessero il grilletto mi fermai con le mani in aria in segno di arresa. <> I due soltati fecero come detto dal terzo.

Uno di loro controllo che non avessi nulla addosso mentre l’altro si accingeva a mettermi le manette di ferro, ben soddisfatti del loro lavoro. <>, affermò quello davanti alla porta abbassando l’arma e la guardia.

<>, mi disse faccia a faccia. <>

L’uomo lanciò un urlo mentre cadde a terra tenendosi le mani sull’occhio destro da dove spuntava un lungo chiodo di ferro, quello davanti alla porta riprese in mano l’arma e sparo verso di me, usai il suo compagno come scudo prendendolo alla sprovvista. Appena la raffica si concluse presi in mano il fucile a terra colpendo il terzo alla testa e terminando con quello a terra dolorante liberando la via.

Crivellai la porta incurante delle munizioni tirandola giù a forza, trovandomi davanti alla causa della furia distruttiva dei leviatani, quelli che sembravano i loro cuccioli erano incatenati in una grossa cella a sbarre, percossi da bastoni elettrici da due uomini in tute rinforzate giallognole.

<>, dichiarai lasciando cadere a terra l’arma da fuoco e riscaldando i pugni.

L’allarme della nave suonò pochi minuti dopo essermi intrufolato in essa facendo mobilitare l’intero equipaggio, soprattutto l’ammiraglio e il barone spaesati come mai prima.

<>, ripeteva una voce metallica dagli altoparlanti. L’intero equipaggio venne schierato davanti all’unico accesso e fuga dal ventre della nave verso l’esterno, tutti riuniti sul ponte, ognuno munito di fucile pronto a sparare a vista.

<>, ordinò ad alta voce l’ammiraglio brandendo anche lui un fucile. Erano tutti in allerta ad ogni rumore o movimento ma troppo concentrati su un punto per rendersi conto di quello che stava succedendo attorno. Un silenzio irreale sovrastò l’atmosfera divenuta tesissima, la pioggia sembrò cessare per un’istante e il mare calmarsi.

<>, urlò la sentinella ma quando si voltarono era troppo tardi per fare qualsiasi cosa, il possente sperone e quei occhi di fuoco della nave erano lì pronti a divorarli.

L’urto provocò ingenti danni e fece piegare l’ammiraglia verso il suo centro, l’albero mastro cadde colpendo alcuni soldati mentre l’acqua si fece strada dalle aperture, fuoco e fiamme divamparono in vari punti della nave, il vento ritornò a soffiare, la pioggia a cadere e il mare a scatenarsi più forte di prima.

L’ammiraglio si riprese con un forte mal di testa dalle macerie, attorno a lui vide solo distruzione, si rialzò con fatica aiutando altri cinque a farlo, la vista del barone finito appeso ad una delle cime con un grosso buco al posto del torace faceva capire l’entità del disastro, la rabbia in lui crebbe a dismisura, brandì la sua spada onoraria, che portava sempre con lui, puntando alla porta verso l’interno della nave, davanti ai suoi occhi apparve il suo nemico e in lui la rabbia sfocio come il fuoco che stava divorando la sua nave.

Arrivati sul ponte guardai con i miei occhi la strage provocata dallo scontro delle due navi, feci a malapena in tempo a schiavare il fendente dell’ammiraglio, l’uomo non si scompose e indietreggiò pronto ad un altro attacco ma non avevo tempo da perdere.

<>, minacciò lanciandosi in un altro attacco accecato dall’ira, la stessa che lo avrebbe condannato.

I due cuccioli emisero il loro stridio a richiamare i loro genitori che accorsero verso di loro, alle nostre spalle comparvero i due mostri che si fiondarono sull’ammiraglio azzannandolo e ponendo fine alle sue mire di vendetta e alle sue sofferenze, una fine atroce e veloce che lasciava l’amaro in bocca.

La nave ammiraglia affondò lentamente tra le fiamme che la consumavano lentamente, così come le altre due anch’essa si portava i corpo di decine di uomini con se, una scena di morti che a malincuore ero già abituato a vedere a causa mia. Così come finì la battaglia allo stesso modo la tempesta cessò lasciando spazio alle prime luci di un nuovo giorno, un orizzonte dalle sfumature rosse in un cielo che lentamente si illimpidiva. I due leviatani risbucarono dall’acqua divenuta calma, sporgendo sul ponte dove i due cuccioli ancora incatenati giacevano stanchi. Nello sguardo dei genitori era ardente la voglia di riavere indietro i loro preziosi figli, liberai di due piccoli Nativi lasciandoli ai genitori che li prelevarono e li appoggiarono alle loro groppe.

<>, avvertì Ju apparendo come sempre dal nulla e con una naturalezza inquietante.

<>

Le acque calme e il cielo limpido e soleggiato accarezzato da una leggera brezza marina era lo sfondo alla nave di Isabella, l’intero equipaggio silente rimaneva con lo sguardo basso vergognandosi di quello che avevano fatto tre giorni addietro. Lori, Susi, Akura e Lili se ne stavano in disparte sul ponte a guardare l’orizzonte ripensando all’ultima volta che abbiamo passato una giornata bella come lo era quella.

<>, disse Akura alle compagne cercando di rompere quel silenzio fastidioso. <>

<>, riflette Lori pendendosi di non aver dato al momento tanta importanza a quelle parole.

<>, aggiunse Gloria arrivata da poco sul ponte. <>, informò.

Isabella si sentii come le sue compagne di mare, ciò che aveva fatto anche se era per salvare tutte loro non riusciva a perdonarselo per niente al mondo, ma non sapeva come agire, ribellarsi al controllo della marina e ridiventare una fuggitiva rischiando di nuovo di essere presa ma riscattandosi dal suo gesto, o soccombere al volere dei potenti e diventare un loro cane.

Gloria che conosceva bene il suo capitano capì con un solo sguardo lo stato mentale di Isabella e sapeva come schiarirgli le idee sul da farsi e non perse tempo.

<>.

L’incitamento di Gloria ebbe l’effetto sperato, l’equipaggio si riprese caricandosi di nuove energie, anche Isabella si fece convincere dalle parole dell’amica e si promise di vendicare quello che la marina aveva fatto a me e al mio equipaggio.

<>

Un urlo rabbioso rispose alla sua domanda caricandola ancora di più. Le vele furono spiegate, i cannoni preparati e le armi caricate per dare prova davanti ad una città di cosa significava andare contro dei signori del mare.

Sentii i colpi di cannone già da molto distante ma non riuscivo a capire che cosa stesse succedendo, il che mi infastidiva e non poco. Feci subito direzione verso Orion dove sapevo che da lì a poco la marina avrebbe dato battaglia alla nave di Isabella e al suo equipaggio.

Arrivato sul luogo comprovai ciò che temevo, due navi da guerra della marina stavano bombardando la Belva di Isabella che rispondeva a modo grazie alla gittata maggiore dei loro cannoni, dal luogo dove si svolgeva lo scontro era presumibile che quelli della marina avessero scelto quel luogo per mostrare ad una delle città più trafficate la potenza della marina e come punivano i trasgressori della legge.

Pensai di sfruttare la situazione a mio vantaggio visto che su Orion c’era qualcosa che dovevo riprendere, feci rotta verso le navi a pieno regime. L’enorme massa bianca prodotta dal ventre della nave la ricoprì di nuovo come un manto di neve accompagnato dal ruggito metallico che riempiva l’aria, gli alberi maestri rinati dallo scafo tenevano salde le vele che si confondevano col manto facendole sembrare fatte di nebbia.

Le navi della marina nonostante la superiorità numerica erano in difficoltà, l’agilità della nave nemica e la bravura del capitano sommati alla lunga gittata dei cannoni molto maggiore rispetto alla loro li stavano mettendo alle strette.

<> il comandante non si fece smuovere dalle parole del suo consigliere e imperterrito ordinò di ricaricare i cannoni per un altro assalto.

Sulla seconda nave il capitano adottò una strategia diversa, si limitò ad osservare i movimenti della nave pirata cercando di trovare i punti deboli usando la nave alleata come esca.

<>

La nave si staccò dalla sua compagna facendo il giro attorno alla Belva tenendosi abbastanza lontano, oltre la portata dei loro cannoni, riuscendo ad arrivargli alle spalle dove era assolutamente scoperta.

Gloria si accorse in tempo del piano e fece sistemare il più in fretta possibile i due mortai posteriori, fece cadere dei barili di carburante formando una muraglia di difesa che però avrebbe intrappolato loro all’interno, le possibilità di movimento venivano limitate man mano che lo scontro si protraeva nel tempo e questo avrebbe giovato alle navi della marina.

La nebbia si disperse avvolgendo il luogo dello scontro tra la prima nave della marina e la Belva lasciando fuori l’altra nave, che rimase a osservare non fidandosi della situazione creatasi così all’improvviso e dall’atmosfera irrequieta che incuteva quel fenomeno.

<>, domandò Isabella irrequieta, cercò con lo sguardo di vedere oltre ma era troppo fitta. L’intero equipaggio si ritrovò nella stessa situazione di spaesamento, si guardavano attorno cercando la nave nemica senza alcun risultato finché qualcuna di loro non vide l’ombra di una nave in quel biancore.

Akura mise da parte il rancore e si diede da fare, attraversò il ponte di corsa fermando sulla punta della nave e si mise a cercare oltre la nebbia, sentendo l’aria, ascoltando i suoni e captando odori grazie ai suoi sensi acuti aveva una possibilità in più di individuare il nemico.

<>, ordinò spostandosi velocemente fino alle fuciliere pronte a sparare i colpi, aspettò qualche secondo prima di dare l’ordine come ad aspettare che il nemico si mettesse in posizione. <>

I colpi partirono con un boato sorprendente che sposto la nebbia descrivendo la traiettoria dei colpi sparati che andarono a segno con gran precisione. I cannoni principali scoppiarono facendo divampare grosse lingue di fuoco mettendo in subbuglio l’intero equipaggio, la raffica di colpi non si fermò, altri colpi vennero sparati prendendo come riferimento il fuoco sulla nave e le urla dei marinai.

Dopo qualche minuto i colpi cessarono e la nave da guerra iniziò la sua lenta caduta verso il fondale mentre piccole scialuppe si allontanavano dai resti, colmi di soldati nascosti dalla nebbia ormai quasi svanita, tranne un punto ben definito dove rimaneva come racchiusa in un bicchiere trasparente.

Non ebbero tempo per festeggiare l’aver affondato una nave della marina che l’altra aspettava con i cannoni puntati e carichi di averle a portata di tiro per farla finita. Si resero conto a quel punto di essere in trappola, la schiera di barili esplosivi e le macerie ardenti della nave erano come un vicolo cieco e sull’unica via di fuga c’era un possente nemico.

Prima che qualcuno potesse muovere un solo muscolo dal muro di nebbia fuoriuscì un grido metallo simile allo stridio di un motore che paralizzò per un istante i soldati di entrambe le navi, due occhi di fuoco si accesero facendosi strada avvolti da scie sempre più sottili arrivando a diventare fasci di seta che fuoriuscivano dal macabro scafo della nave vivente.

Sfondai le macerie ardenti della nave da guerra per poi passare a pochissimi metri dalla nave pirata, a tutta velocità assordato dal ruggito del cuore della nave che pompava a pieno regime creando una quantità di vapore sorprendente, l’altra nave militare scaricò i cannoni puntando e sperando di abbatterci.

In vano usarono tutte le munizioni incendiarie che produssero un effetto contrario. L’intero scafo venne ricoperto dalle fiamme per qualche secondo sufficiente a incendiare il ponte avversario alla collisione contro la mia nave.

Qualcuno scappò lanciandosi dal ponte in mare, altri cercarono di attraversare le fiamme cercando di fuggire dal ventre della propria nave che si riempiva velocemente d’acqua per poi trovarsi in un mare di fuoco.

La morte non era uno spettacolo che mi piacesse contemplare e a cui tante volte avrei non voluto assistere ma che spesso mi perseguitava. Non rimasi lì oltre, altre navi sarebbero arrivate in soccorso di quelle o a vendicarle e dovevo ancora recuperare qualcosa che avevo lasciato. La nave vivente fece uno stridulo verso quasi come un sibilo fastidioso, una specie di richiamo che poco dopo venne contraccambiato. Dal porto tre navi mercantili partirono a vele spiegate verso il mare aperto in fila indiana.

<>, ordinai dalla radio a quelli della Belva che dopo qualche istante si rimisero in moto affiancando la mia nave.

Allo sbarco sulla nave Susi, Lori e Lili non si fecero problemi nel provare a mantenere la calma o comportarsi a modo.

Invocarono il mio nome in lacrime, le accolsi a braccia aperte felice di rivederle sane e salve come mi era stato promesso da Isabella. Akura come sempre si trattenne dal mostrare le sue emozioni in pubblico perciò non dissi nulla che potesse farla crollare. <>.

<>, domandò incuriosita Gloria rimasta impressionata dalla potenza e resistenza dell’Andromeda.

<<è una lunga storia ma in breve ho fatto ripartire il cuore nascondo in lei e mi sono anche fatto un paio di amici>>, mi limitai a rispondere.

<>

<> la sua espressione determinata mi convinse delle sue parole.

<>

<>, domandò Gloria incuriosita quanto le altre.

<>

Cinque giorni dopo arrivammo nel luogo stabilito, a prima vista ci trovavamo in mezzo ad un mare di una calma surreale, piatto come un tavolo finché sulla superficie dell’acqua non apparvero delle protuberanze che attirarono alquanto l’attenzione.

<>, commentò Akura sporgendosi per vedere meglio ma il mare tornò calmo. <>, volle sapere anche Isabella ma non risposi e lasciai che lo vedessero con i loro occhi.

Dall’acqua fuoriuscirono nella loro maestosità i due signori del mare, i leviatani, che dopo una veloce occhiata ritornarono sott’acqua, quasi come se la loro fosse stata una specie di accertamento di chi fosse venuto nel loro territorio. <> continuai nel mio silenzio mentre mi godevo la loro reazione.

L’acqua improvvisamente iniziò ad agitarsi come in una tempesta, la nave si mosse come un cavallo imbizzarrito tra le onde che l’agitavano, a due miglia di distanza un grosso mulinello grande come un isola lasciò a bocca aperta i presenti appena videro che erano i due mostri a crearlo. Al centro di esso emerse lentamente un’enorme massa solida dalle dimensioni titaniche.

<<è davvero quello che penso>>, chiese con tono alterato Isabella. Finalmente diedi una risposta ai suoi dubbi.

<< già, è un’isola quella che state vedendo uscire dall’acqua, un’isola dove abitare.>>

Lo stupore scoppiò in felicita per tutti quelli a bordo delle tre navi cariche di coloro salvati nelle settimane passate in mare, davanti a loro vedevano un luogo dove ricominciare, Susi abbracciò forte Lili e Lori sotto lo sguardo vigile di Gloria che comandava la nave contenda di avermi seguito.

<<è ora amico mio, devi dirgli addio e prepararti per andare>>, disse Ju dalla punta della nave indicando il cielo.

Un ombra calò su di noi volteggiandoci sopra come un avvoltoio oscurando il sole. Un enorme bestia dal corpo snello e allungato, ossa sporgenti sotto una pelle cartilaginosa e lucida bianca come le nuvole, una coda possente cui apice terminava in una struttura ossea a freccia e due grosse ali membranose lo facevano volteggiare sopra di noi attenuando il suo atterraggio sul ponte della nave.

Feci un passo in avanti intimando le altre a rimanere nelle loro posizioni, la testa del animale era lunga e affusolata ricoperta di scaglie terminando in cinque punte dall’aspetto affilato, si distinguevano due occhi serpentini di colore verde smeraldo che mi fissavano con insistenza. Arrivato a un paio di passi di distanza si coricò sulle sue zampe probabilmente per farmi salire.

Sentii una morsa al petto perché il dover lasciare tutte loro mi doleva ma sapevo che dovevo farlo, in fondo era per arrivare a quel punto che avevo iniziato tale viaggio, per incontrare i Titani.

<> Isabella e Akura fecero qualche passo in avanti come a cercare di sentire meglio, sperando di aver capito male. <>, chiese Akura tra la rabbia e il dolore.

<> dai i miei occhialoni ad Akura, lei le prese e si avvicinò a me fino a sbattermi addosso, affondò la faccia nel mio petto e me lo colpì ripetutamente con le mani debolmente, era decisamente frustrata.

<>, gli dissi prendendogli il viso dolcemente e pulendoglielo dalle lacrime. <>

Akura riaffondò di nuovo la faccia sul mio petto prima di arrendersi alle mie parole lasciandomi andare. Salì sull’animale che subito sbattete le ali portandosi in quota, pronto a prendere il largo ma dandomi il tempo di un ultimo saluto. <>

Il mostro volante prese quota velocemente mentre osservai le navi ormai lontane giungere alle rive dell’isola.

<<è stato bello ma ora viene il divertimento>>, commentò Ju sempre di buon umore. <>

Non avevo bisogno che mi venisse ricordato una cosa simile, una ragione che mi ha fermato dal mio intento iniziale di trovare mio fratello e di ritornare sulla terra, il desiderio inestinguibile di uccidere chi mi ha privato della persona che amavo.

<>

Queste furono le ultime parole che sentì da parte di Ju, parole che mi rimasero impresse come se fossero diventate una regola che mi avrebbe guidato oltre le difficolta, talvolta portandomi nell’oscura via che porta un uomo a diventare un mostro.



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