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lavoro pubblicato venerdì 22 settembre 2017
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Un Inch Alla Volta

di DannyBaro. Letto 284 volte. Dallo scaffale Storia

Questa è la storia di una Squadra di Football Americano inventata dall'autore dalla sua nascita nel lontano 1922 ai giorni odierni, gli alti e bassi tra scandali, delusioni, grandi vittorie, grandi passioni e grandi giocatori di una presunta grande squadr

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La pioggia cade pesante sul casco, le gocce gli scendono davanti agli occhi mettendo in difficoltà la sua visuale, le mani sono bagnate, e la paura di mancare la presa è in aumento, ma rimane concentrato.

Pochi secondi poi lo snap, la palle e ben salda nelle sue mani indietreggia con gli avversari che avanzano spingendo via le sue difese, cerca disperatamente un uomo libero finalmente eccolo è Stuart, lo vede, si prepara a tirare, mentre Jimmy Cross il suo enorme nemico diretto sta per schiacciarlo a terra, urlando che ormai è suo, ma lui tira, la palla vola, è un tiro molto potente chissà se Stuart riuscirà a prenderla si domanda mentre si rialza dolorante dal tremendo placcaggio di Cross.

Sembra troppo lontana, ma Stuart riesce a prenderla buttandosi finendo dritto in Touchdown, all’ultimo secondo la partita finisce e finalmente vincono una partita, salvandosi dalla imperfect season, saltano tutti per la gioia, tranne uno, Stuart, rimane a terra inerme, Derek corre subito dal suo compagno di squadra che non da cenno di vita.

I medici allontanano tutti, lo stadio rimane in silenzio, i giocatori si inginocchiano tenendosi per mano, il pubblico è tutto in piedi pietrificato a guardare e capire come sta Stuart, passano lunghi ed interminabili minuti, in cui si vede arrivare il defibrillatore, si intravedono i medici che provano a rianimarlo, mentre Derek (il QB) ricorda che Stuart gli disse di avere di strani mali al petto da tempo, ma che non ci badava più di tanto.

Ad un certo punto, i medici si alzano all’unisono, gli arbitri si tolgono il cappello, così come tutti i giocatori che hanno il casco se lo levano, Derek capisce che Stuart se ne andato, cade in ginocchio al suo cospetto e chiudendogli gli occhi delicatamente, scoppia a piangere, il pianto è contagioso sia in campo che sugli spalti, l’arbitro si prende la responsabilità dell’annuncio, dicendo a malincuore che Stuart Demarco Jr. è deceduto.

Lo stadio si svuota in un silenzio commosso, mentre Stuart viene portato via con il massimo rispetto, con la coda di tutti i giocatori dietro di lui, con le lacrime al volto, un grande amico e un bravissimo giocatore se ne andato, così come avrebbe sempre voluto lui sul campo di battaglia come lo chiamava.

Ormai non si pensa nemmeno più all’Imperfect Season appena scampata, ma alla perdita di un grande uomo, tant’è che lo stadio viene rinominato a suo nome, Demarco Stadium, viene messa anche una statua in bronzo davanti all’entrata principale, che raffigura Stuart mentre riceve la sua l’ultima palla della sua vita.

Il resto delle partite rimaste, le vincono tutte in onore di Stuart, tirano fuori una forza che per tutte le stagioni precedenti non si era mai vista alla fine della ultima partita di stagione, quando da altre parti si festeggia per l’entrata ai playoff, qui a Milwaukee si onora l’amico di tutti, Stuart Demarco Jr., con una festa conclusiva all’interno dello stadio con tutta la città invitata.

L’ennesimo pessimo campionato è finito, e anche tragicamente con la morte di Stuart, uno stadio da demolire perché ormai cade a pezzi, ultime scelte nel draft, problemi fisici per tanti giocatori, allenatore ormai stanco di allenarli e che se ne va in pensione, tifosi delusi che ormai lasciano mezzo vuoto lo stadio, sponsor che se ne vanno uno per uno, ed in fine, un Quarterback stressato che annega i suoi problemi non solo sportivi, ma anche personali nell’alcool, un vero disastro di squadra insomma.

Ma una volta era tutto diverso per i Milwaukee Bighorn, un tempo erano la migliore squadra della nazione, una volta aveva creato una Dinastia con tutte le loro vittorie delle Divisional, Conference e soprattutto Superbowl, ben nove volte campioni assoluti, gli unici nella storia i secondi dietro di loro hanno a malapena cinque vittorie, in confronto a loro sono niente.

Ma prima di arrivare a risultati così eccezionali, i Bighorns erano una squadretta delle retrovie delle leghe minori che aspirava alla grande Major e questa è la sua storia.

Era il 1922, Sheldon Brooks proprietario di una delle più importanti fabbriche di birra dello stato, Lenny Cole proprietario e fondatore di una catena di dieci caseifici in tutto il Winsconsin e Bruce Palmer, avvocato ed ex sindaco eletto due volte di Madison, erano in un pub, tra una birra e l’altra, di produzione di Brooks, seguivano in radio la partita dell’anno, del appassionante e nuovo sport chiamato Football americano, nato più di vent’anni prima, ma già con un enorme successo, i tre con le orecchie tese ascoltavano la finale tra i Chicago Gangsters contro i loro acerrimi rivali i San Francisco Rebels, milioni di americani erano incollati alla radio per questo Superbowl.

La finale fu entusiasmante, vinsero i Chicago per soli tre punti, i tre grandi amici ne parlarono fino a notte fonda, finché Sheldon Brooks disse:”Ehi ragazzi, avete notato che non esiste una squadra di questa città che gioca nella major?”.

“E si hai ragione”. Rispose Bruce Palmer.

“Che ne dite se la fondiamo noi, una squadra”. Ribatté Sheldon.

“Ehi ottima idea Shel”. Rispose Lenny Cole e continuo dicendo:”E la porteremo alla Major e una volta lì vinceremo il Superbowl”.

“Eheheh Sempre il solito Sognatore, vero Lenny?”. Rispose Sheldon.

“Già Facciamo una cosa alla volta, prima di tutto il nome”. Disse Bruce.

“Chiamiamola Bighorn come questo pub”. Rispose Sheldon.

“Si mi piace Milwaukee Bighorns, mi piace molto”. Disse Bruce.

“Bello si mi piace, ok d’accordo la nostra squadra si chiamerà Milwaukee Bighorns e sarà la migliore di tutti i tempi”. Ribatté Lenny.

Non si sa di preciso, se questa sia la vera storia della nascita dei Bighorns, oppure sia solo una leggenda, ma a tutti piace pensare che sia la vera storia.

I Bighorns fecero il loro primo ingresso nella lega minore dello stato del Wisconsin, il 5 settembre del 1923, era una squadra un po’ buttata su alla bene e meglio, ma nonostante questo vinsero con dieci punti di distanza la loro prima partita in assoluto contro i Racine Bruins, e con un po’ di fortuna e di abile combinazione tra il Quarterback Steven Bell e il Wide Reciever Ted McNeil, i Bighorns riuscirono ad arrivare alla finale dello stato contro i quattro volte campioni Madison Rangers.

La loro prima finale fu in un giorno dalla nevicata intensa, il campo era completamente bianco e non si decideva a smettere di nevicare, i tre fondatori chiamati il trio di Milwaukee, non erano al coperto nella piccola cabina VIP no!, loro erano a bordo campo, insieme ai loro giocatori, e nonostante la partita la persero brutalmente, con tanto di infortunio del WR Ted McNeil, stapparono comunque la bottiglia di Champagne, e ne diedero un bicchiere ad ogni giocatore, brindando insieme non la vittoria, ma alla partecipazione a quel evento, un momento di puro spirito sportivo e di squadra.

Gli anni proseguirono tra alti e bassi, riuscirono a vincere tre volte il campionato dello stato, ma altre quattro lo persero, di cui una con l’infortunio del Quarterback Steven Bell, non riuscirono neppure ad entrare nei playoff, Bell successivamente non rientrò più.

Il suo trauma cranico, insieme alla suo ginocchio inchiodato, lo costrinse a ritirarsi, la squadra dalle grandi speranze si stava lentamente stagnando, e nel 1931 finirono la stagione miseramente infondo alla classifica.

Sembrava che non ci fosse più nessuna speranza, che il sogno del magico trio di Milwaukee ormai fosse svanito nel nulla, l’anno dopo nemmeno parteciparono al campionato, ma non era tutto perduto.

Nel 1933, Lenny Cole, guardando una partita di università, della squadra di suo figlio, notò un ragazzo, un Quarterback veramente straordinario a suo dire, dichiarò poi, nel 1968 al Milwaukee Press.

“In Quel momento capì che quel ragazzo, se fosse stato dei nostri ci avrebbe portato a grandi livelli, era un vero puro talento, con un braccio che definirei non umano”.

Era Jeff Beuford chiamato poi Bionic Arm Boy, oppure BAB, che divenne una leggenda del football professionistico.

Il trio curò Jeff per convincerlo ad andare a giocare per i Bighorns, ma essendo ancora minorenne, i suoi genitori, tifosi oltretutto, dei Madison Rangers, si rifiutarono di lasciare suo figlio nelle mani di tre proprietari di una squadra che aveva già la faccia nel fango, testuali parole.

I tre arrivarono persino a regalargli una auto nuova fiammante, una Rolls Royce Phantom II, per convincerlo, e detto sinceramente da Jeff stesso, avrebbe voluto fin dall’inizio andare nei Bighorns, ma suo padre non glielo ha mai permesso.

Passò un altro anno di qualche vittorie e molte sconfitte, ormai erano diventati la barzelletta del Wisconsin, erano il sinonimo di perdente, nel vero senso della parola, se dicevi a qualcuno sei un Bighorns, voleva dire che eri un perdente, la situazione peggiorò a metà stagione quando Lenny Cole, il sognatore del gruppo si ammalò gravemente di poliomielite, e il 20 dicembre del ’34 morì all’età di 53 anni. Brooks e Palmer decisero a malincuore di chiudere la squadra. non aveva più senso senza Lenny, i giocatori cercarono di conviverli, ma furono irremovibili.

Nel estate del 1936, un giovane Jeff Beuford, bussò alla porta di casa di Sheldon Brooks, gli disse che voleva giocare, voleva indossare il casco nero con le corna bianche disegnate sopra, voleva calcare quel campo di Milwaukee rivivendo il sogno di Cole anzi disse:”Voglio fare di più signor Brooks, voglio vincere il campionato di stato e poi quello del Midwest, ed infine quello nazionale della Minor League, e una volta fatto questo voglio portare i Bighorns nella Major League e vincere il Superbowl e lo voglio fare per il signor Cole, per il magico trio di Milwaukee e per la città di Milwaukee”.

In un primo momento Brooks gli rise in faccia, ma poi vide la determinazione nei suoi occhi, la stessa che ha quando gioca così magnificamente le sue partite, disse poi.

“Signore molti mi vogliono, anche i Madison persino nella lega del Midwest mi stanno corteggiando, ma io voglio solo una cosa giocare nei Bighorns”.

E così il 3 settembre 1936 i Milwaukee Bighorns ripreso vita con una squadra tutta nuova tranne il WR Ted McNeil, che aveva una enorme fame di gloria, e appena saputo della riapertura del team, si fiondò da Palmer per chiedere di essere ripreso nella squadra.

Quell’anno fecero una stagione strepitosa, persero solo 2 partite su 15 ed il giovane QB Jeff Beuford, realizzò ben 21 passaggi in TouchDown e uno fatto da lui in persona, correndo per 57 yard.

Alla finale dello stato come spettatore c’era anche il buon malandato Steven Bell, un po’ invidioso di Beuford, ma contento del ritorno della squadra così alla grande.

Fu in quella partita, dopo una più che ottima stagione che gli diedero il nome di Bionic Arm Boy, poiché in quella partita contro gli arcerrimi rivali dello stato, i pluri-campioni Madison Rangers, Beuford realizzò ben 5 TouchDowns con 5 Hail Mary, lanci che superavano le 65 yard ciascuno, quel giorno oltre alla rinascita dei Bighorns, con una grande vittoria, ci fu anche la nascita del leggendario BAB (Bionic Arm Boy).

Negli anni successivi, i Bighorns vinsero tutti i campionati di fila, BAB vinse ogni anno l’MVP e il termine Bighorns, cambiò di significato.

Purtroppo nel 1941 anche gli Stati Uniti entrarono in guerra, il mondo dello sport ebbe un blocco, poiché molti giovani atleti dovettero arruolarsi, compreso Jeff Beuford, molti non tornarono vivi, ma Jeff si e senza un graffio, il 17 settembre del 1947 riprese il campionato.

Brooks e Palmer decisero che era ora di fare un salto in avanti e provare a partecipare al campionato del Midwest.

Così nel settembre del 1948 dopo l’ennesima vittoria del campionato del Wisconsin dell’anno prima, iniziano la loro stagione nel nuovo campionato e le cose si fecero più difficili poiché gli avversari erano molto più agguerriti, come disse poi Palmer:”Non eravamo più nel campionato montanaro del Wisconsin, dove era piuttosto facile arrivare in finale, qui erano squadre molto più toste che pesavano solo a vincere”.

Fu una dichiarazione, un po’ antipatica, e molti nel Wisconsin la presero male, ma gli passò in breve tempo quando la squadra portò a casa i primi ottimi risultati, inneggiando l’orgoglio montanaro tipico di quello stato.

Il loro primo anno fu tosto, erano i novelli e non tutti apprezzavano la loro presenza soprattutto i tifosi di certe squadre veterane come la Ohio State Tigers oppure i St.Paul Storm o ancora i Campioni in carica, i Cleveland Crossfire, l’antipatia aumentò quando B.A.B. annunciò nella conferenza stampa dopo la partita contro gli Springfield Iron Fists, disse di poter superare le percentuali di entrambi i tre QB di queste squadre, che erano le prime tre in classifica, e che lo avrebbe fatto in quel solo anno,

“Come? è appena arrivato e già quel piccolo arrogante bastardo pretende di superare le nostre più forti superstar, patetico”. Disse Jamal Brady allenatore e proprietario dei St.Paul Storm.

Mentre il QB dei Crossfire, Barry Valentino disse.

“É un piccolo arrogante stronzetto, ma diamogli una chance, vediamo se riesce a superare i miei numeri, la sfida e aperta, giovane!!!”.

I media ci sguazzarono dentro, uscirono giornali con in copertina i due QB a confronto come si faceva per gli incontri di Boxe, fu una sfida molto mediatica, molto gonfiata dai giornali e dalle radio, tanto che indusse i due ad una continua botta e risposta in conferenza stampa, sembrava più un preludio di un incontro di pugilato, più che uno scontro di numeri tra QB.

Ovunque nel Midwest c’erano cartelloni che ritraevano i due uno contro l’altro con la scritta Valentino Vs Beuford la sfida dei QB, gli altri due QB Don Chapman Degli Storm e Tarrell Goodwill dei Tigers si dichiararono indignati per la poca anzi nulla considerazione dei media per loro, dato che anche loro erano stati coinvolti da Beuford, così una sfida a due, che aveva tutto l’aspetto di un duello pugilistico, divenne una battaglia tra QB, Beuford, Valentino, Goodwill e Chapman si diedero battaglia di punti, portandosi agli estremi delle loro possibilità.

Tanto che Goodwill si infortunò al ginocchio e fu fuori dalla corsa, Chapman fu sorpreso a farsi di qualche sostanza non ancora chiara, probabilmente per aumentare le sue capacità e resistenza, e fu squalificato per tutta la stagione rimasero solo i due iniziali, ma BAB si rivelò il migliore in campo e anche fuori, aumentarono a dismisura i fans dei Bighorns, fu intervistato da vari giornali, insomma la sua popolarità era alle stelle, poiché aveva quel non so che, che riusciva ad attirare l’attenzione su di lui anche se non faceva nulla, e ci sapeva fare anche con i giornalisti più stronzi, la risposta giusta non gli mancava mai.

I Bighorns vinsero i campionato e spavaldi affrontarono l’anno successivo come se fossero già loro i campioni, ma Ted McNeil ebbe una tragica morte in una incidente in gara con l’auto da corsa, il suo secondo lavoro, e BAB coinvolto nel giro dei VIP, si sentì così superiore da evitare spesso gli allenamenti per divertirsi e andare a donne, Brooks e Palmer infuriati gli intimarono di partecipare agli allenamenti altrimenti lo avrebbero licenziato, ma BAB si credeva indispensabile e continuò a fare gli affari suoi senza considerare la squadra, che nel frattempo con la tragica assenza di McNeil, la franchigia piena di Rookie e B.A.B. che si sentiva il numero uno senza nemmeno allenarsi, crollarono miseramente ed ebbero la loro prima imperferct season, l’umiliazione fu tale, che Palmer alla fine dell’ultima partita scese in campo e davanti a tutto il pubblico e ai compagni, strappò la maglietta di BAB e si prese con forza il casco, urlando.

“You're fired!!!”. Sei licenziato, la sua rabbia riecheggiò così tanto che i giornali lo intitolarono l’evento come

-The Fury Justified Of Palmer-, la furia giustificata di Palmer, da quel momento le cose si fecero difficili per i Bighorns.

Era il 1950 quando Steven Bell, il loro primo QB, stanco di allenare una piccola squadra di ragazzini, decise di chiedere a Brooks e Palmer di entrare in squadra come allenatore, avendo saputo anche dei problemi d’alcool del vecchio Frank Taylor, allenatore della squadra dalla sua nascita, ma che ormai aveva perso ogni stimolo.

Così si fece avanti, i due contenti di rivederlo, gli assegnarono il ruolo immediatamente, senza batter ciglio, fiduciosi delle sue capacità.

Bell ebbe un grande responsabilità, portare una squadra composta per metà da Rookie, ad alti livelli e non perdere i numerosi Fans, che nonostante il dannato ’49, come lo chiamò Palmer, erano comunque rimasti fedeli ai Bighorns.

Bell scoprì un QB e un Runninback che all’inizio erano rimasti in panchina, scelse di metterli alla prima partita di campionato, quella di apertura quella dove tutti si aspettavano la rinascita dei Bighorns, il QB era un giovane di origine irlandese proveniente dal Nebraska di nome Neil Kavendish, mentre il RB era il primo giocatore di colore della squadra, Demetrius Barton, ribattezzato poi Dynamite, la sua presenza in campo, alzò un polverone tra i più conservatori, anzi chiamiamoli con il loro nome, razzisti.

La partita fu spettacolare e le corse di Dynamite erano incredibili, corse in totale quasi 353 yards, e realizzò 4 TD, fu incredibile, nonostante i buuh razzisti dei tifosi dei Fort Wayne Cavaliers.

Bell In conferenza stampa disse.

“Abbiamo vinto grazie a Demetrius, si è vero Neil ha giocato molto bene, ma Demetrius ha fatto un lavoro straordinario e a realizzato i 4 TD della vittoria, si signori abbiamo vinto grazie ad un nero e allora?”.

Questa dichiarazione ammutolì i giornalisti che erano pronti a scagliarsi sulla decisione di metterlo in campo.

Il Duo Barton-Kavendish fu spettacolare quando Barton nella terza partita, gli fu assegnato il ruolo che poi divenne fisso di Wide Receiver, fece stravedere, fu una partita incredibile che entrò negli annali 407 yards di corsa, 39 ricezioni e 5 ricezioni in TD, Barton doveva risultare MVP della partita, ma non era permesso per i neri avere premi, così l’MVP fu assegnato a Kavendish che comunque aveva giocato in modo impeccabile.

I Bighorns con questi due super atleti e con i due Rhinos in difesa, cioè Gary Cooks e Jareth Debrowsky, chiamati così per le loro capacità di stendere gli avversari con delle poderose testate, senza fargli fare tante yards, arrivarono con facilità in finale contro i Cleveland Crossfire, Kavendish fece un ottima partita, quella si che fu una sfida tra i due QB, alla fine della partita, vinta dai Bighorns per un solo punto, Barry Valentino si complimentò sia con Kavendish che con Barton a cui strette la mano con un grosso sorriso, la foto fece il giro del paese, e ne parlarono diversi giornali.

B.A.B. si fece sentire attraverso i giornali, dicendo che Kavendish non era alla sua altezza, e che l’arrivo alla finale dei Bighorns, non era stato merito suo ma solo ed esclusivamente di Barton, Kavendish rispose per le rime in un articolo del Midwest Sports Journal, dichiarando che se era così bravo come diceva, lo avrebbe dovuto dimostrare nella prossima partita.

Siamo nel 23 di Novembre del 1951, e in calendario vi è proprio la sfida Milwaukee Bighorns Vs Lexington Mustangs dove appunto giocava ora BAB.

BAB ce la mise tutta per battere Kavendish, ma dalla sua parte non aveva un ricevitore formidabile come Barton detto Dynamite, e la sfida fu vinta dal Irish Thunder come veniva chiamato, ma alla fine della partita, non fu come l’incontro con Barry Valentino, non fu una stretta di mano con un grande sorriso, fu un poderoso pugno in faccia di BAB, che stese Kavendish, i giornali lo intitolarono, “Beuford è meglio che si da al pugilato”, BAB infuriato si scagliò contro i giornali, arrivando persino a denunciarne alcuni, ma lo affossarono e BAB umiliato da chiunque non poté nemmeno tornare a casa a Milwaukee per il natale, perché la gente non lo voleva, depresso si diede al alcool, fu trovato morto in un motel di Amarillo, Texas, per un cocktail letale di farmaci e alcool, la notizia col tempo poi si rivelò falsa.

Il 1951 fu un anno cospicuo per i Bighorns vinsero quasi tutte le partite con un record di 12-3, andarono in finale contro gli Indiana State Wild Bucks a sorpresa, e a sorpresa gli Indiana, misero in campo una riserva che oltretutto era pure Rookie, un Runningback che faceva anche da Wide Receiver all’occorrenza che risultò, più che essenziale per l’andamento della partita, anzi fu il punto cardine, perché dopo un totale dominio dei Bighorns nei primi due quarti con un risultato di 28-3, questo giovane ragazzo di colore, ribalto il risultato della partita portando a vincere per la loro prima volta gli Indiana State, 35-28, quel ragazzo poi sarebbe stato conosciuto come Miracle Black era Bryant Carr.

Nonostante tutto però non vince l’MVP della finale, la vince il suo Quarterback Andy Floyd, poiché bianco, suscitò molto disdegno nella comunità nera dell’Indiana.

L’anno dopo Palmer e Brooks, sotto consiglio di Bell, decisero di proporre un contratto al giovane talentoso, Bryant Carr, perché così avrebbero completato l’attacco con Kavendish e i due ragazzi neri Barton e Carr, uno più incredibile dell’altro.

La mossa fu vincente i Bighorns vinsero, quell’anno 1952 nel 1953, 1954 arrivando alla ribalta della cronaca alla fine della stagione del 54, la MFL, la major league, puntò i suoi riflettori sui Bighorns, soprattutto grazie anche al famosissimo articolo del giornalista sportivo ed ex giocatore, Winston Hatred, che intitolò l’articolo, “The Future Rulers of the MFL”, già il titolo diceva tutto.

Purtroppo il 1955 fu il così detto “The Year of the Conspiracy”, poiché i Bighorns furono vittima di una vera e propria congiura arbitraria contro di loro, che gli fece perdere molte partite, troppe, questa ingiustizia venne fuori solo a fine stagione quando ormai, i Milwaukee erano già in fondo alla classifica con un record negativo di 5-10, lo scandalo fu così grande che la lega del Midwest oltre ad avviare una inchiesta a riguardo, gli proposero di andare direttamente ai Playoffs, ma dall’altra parte la MFL incalzò nel momento giusto, reputando quella lega, una lega di falsi e venduti e proponendo ai Bighorns di entrare nella MFL direttamente come squadra ufficiale per la stagione 1956, ovviamente Brooks e Palmer accettarono la loro proposta, lasciando una alone di mistero su chi avesse pagato gli arbitri durante tutte quelle maledette partite.

E così nel 1956 i Milwaukee Bighorns entrarono finalmente nella lega maggiore, entrarono nella Major Football League (MFL).

La prima stagione in assoluto dei Bighorns, non fu come tutti se lo aspettavano.

Tutti credevano che la giovane squadra appena entrata nella lega, rimanesse nelle retrovie invece diventò subito una delle Big realizzando un record di stagione di 13-3, “Impressionante per una squadra nuova di zecca”.

Disse Vernon Boyd, l’allenatore capo dei New York Jackhammers, una delle squadre Big della lega, detentrice del titolo per la terza volta consecutiva.

“Mi fa un po’ paura pensare di trovarmeli davanti al Superbowl, non è una squadra che nasconde tattiche e potenziale che non conosco, ma ce la metteremo tutta per farli tornare a casa”.

Disse ancora Boyd.

Nella loro divisione i Bighorns dovettero affrontare i pericolosissimi Detroit Blue Dragons, i Chicago Gangsters ed i Cleveland Giants, ma nonostante le pressioni, nonostante le squadre di divisione molto forti i Bighorns balzarono in testa alla propria divisione, grazie anche a delle inventate di gioco di Kavandish, come quella contro i Chicago.

Erano a parità, 8 secondi dalla fine, Kavendish passa in esterno a Barton, a quel punto tutti si aspettavano che Barton corresse, ed invece, lui lascia una palla che percorre 57 yard finendo nelle mani del Rookie Rodney Moses, che correndo 7 facili yard arrivò in TD.

La folla di Milwaukee impazzì, non avevano mai visto nulla del genere, Moses era al suo primo Touchdown, i giornali lo chiamarono Boomdown, perché oltre al notevole gesto tecnico ed inaspettato, fu anche i TD della vittoria che portò i Bighorns direttamente ai Playoffs.

La Divisional la superarono con facilità contro i Pittsburgh Fangs, vincendo 45-7, la Conference fu la prima di una lunga sfida tra loro e i Boston Black Hawks, la sfida fu durissima perché se da una parte un ottimo attacco con Kavendish, Barton, Carr e il giovane Moses, quest’ultimo aveva realizzato 2 TD nel primo periodo correndo un totale di 113 yards, dall’altra l’attacco era devastante, il loro Quarterback, Ben Osborne già vincitore di 2 Superbowl e di 3 MVP of the years, era rapido, imprevedibile, e tirava a velocità doppia, rispetto agli altri QB, il suo tiro di fabbrica, era direttamente in Endzone, nell’angolo estremo, tirato però dall’alto opposto, dopo essere fuggito solitamente da almeno 2-3 difensori, a ricevere c’era, un giovane Wide Receiver, proveniente dal mondo del Basket collegiale, con la capacità di elevazione di oltre un metro e mezzo, lo chiamavano Kangaroo Boy(il ragazzo canguro), ma il suo vero nome era Matt Clayborne.Questo attacco devastante portò i Boston Black Hawks, non solo a vincere la Conference, con una grande lotta all’ultimo minuto, ma anche a vincere il loro terzo Superbowl consecutivo. Questa sfida diventò per i Bighorns, ma soprattutto per Kavendish e Burton, una vera e propria nemesi, la sfida tra le due coppie, non fu solo nella Conference, ma anche negli scontri durante la stagione, pure le tifoserie erano sempre più animate per questa sfida, ed ogni volta che le due squadre si scontravano, i media, attratti dal richiamo mediatico della sfida che provocava un grande clamore, la rinominarono Frozenbowl, dato anche le temperature parecchio rigide in cui si svolgevano le partite e dato che quel freddo mise fuori gioco l’altro WR Carr che non mettendosi i guanti nemmeno in panchina, si congelò le mani talmente tanto che non poté più giocare da professionista.

Le due grandi squadre si ritrovarono in finale di conference per 4 anni consecutivi e per 4 anni la sfida la vinse Boston, ormai ne i proprietari Palmer e Brooks, ne Kavendish e Burton e nemmeno il Head Coach Steven Bell, sapevano più che pesci pigliare ogni dannato anno, la stessa cosa, ogni dannato anno, quegli uccellacci neri, come li chiamava Bell, riuscivano a cacciare a casa i Bighorns, ed impedirgli di andare al Superbowl.

I Black Hawks vinsero i successivi 2 Superbowl mettendo così nel loro palmares ben 5 Campionati vinti, record assoluto per la MFL, eguagliato solo dai 4 di Detroit, che vinsero i successivi 2 Superbowl.

Nell’estate del 1960 Brooks, morì di infarto, la squadra fu in lutto, la città anzi tutto lo stato del Winsconsin fu in lutto, Palmer in seguito dichiarerò.

“Era un amico, era un fratello non solo un socio, ho condiviso tutto con lui abbiamo resistito aiutandoci dopo la morte dell’altro nostro fratello Lenny Cole, ora però non ne ho più la forza, amo il football, amo questa squadra, e questa città, ma da solo, per me non ha più senso, tutto non ha più senso, così signori dichiaro di aver venduto la squadra a Jim Fossom, che porterà la squadra a Los Angeles, in un nuovo stadio nuovo di zecca, ma prima di questo, giuro sulla tomba di Sheldon, che quest’anno faremo una volta per tutte il culo a quegli uccellacci e vinceremo il Superbowl, lo faremo per il Winsconsin, lo faremo per Milwaukee, ma soprattutto lo faremo per Brooks, dopo di che me ne andrò”.

Questo discorso in diretta, dalla conferenza stampa fece il giro degli Stati Uniti, e commosse la nazione, rimanendo uno dei discorsi più belli ed intensi della storia dello sport.

Così iniziò la stagione 1960-61.

L’infortunio alla spalla di Kavendish avvenuto nello scontro di Conference Contro i Black Hawks, durante l’estate sembrava guarito, ma alle prime partite di Preseason, Kavendish era così dolorante che subì 17 Sack e 8 intercetti in sole 2 partite, fu sostituito e mandato a riposo inoltrato.

Ma prima dell’inizio della stagione Steven Bell fece una cosa che nessuno si aspettava, con il consenso di Palmer, fece un contratto di solo un anno a Beuford ex QB dei Milwaukee, appena messo in Free Agent dai Dallas.

La questione fu discussa parecchio dai giornali, anche perché la maggior parte pensava che BAB non volesse più giocare coni Bighorns per nessuna ragione al mondo, non ci fu comunque nessuna parola ne dal coach ne da Palmer e ne tanto meno dagli altri giocatori.

Beuford portò facilmente i Bighorns ai Playoffs e come successe per gli anni successi, indovinate chi incontrarono in Conference, esatto! i Black Hawks la loro ossessione, ma sta volta fu diverso Beuford sfidò faccia a faccia Osborne prima del match, ripreso dalle telecamere della Tv.

E le sue minacce, (in questo BAB era un maestro), si trasformarono in un vero e proprio Blow Out, i Bighorns finalmente vincerò contro la loro nemesi e vinsero alla grande con un 48-7, lasciarono tutti a bocca aperta, più tardi in conferenza stampa, alle domande rivolte a Bell sul fatto di aver preso Beuford e soprattutto di averlo lasciato titolare, nonostante Kavendish era guarito alla perfezione, Bell rispose:”Per battere il nemico bisogna conoscerlo”. riferendosi a Beuford poiché prima di finire a Dallas aveva giocato a Boston al cospetto del pluridecorato Coach Ryan Stroller.

Poi disse ancora:”E inoltre per battere Osborne nella competizione dei Quarterback ci voleva il cuore non la testa”.Riferendosi al fatto che Beuford è sempre stato un giocatore molto passionale, mentre Kavendish era un vero e proprio stratega calcolatore.

La festa fu grande poiché non era solo per la vincita del loro primo Superbowl, vinto successivamente contro Washington, ma anche un addio, nonostante che i cittadini di Milwaukee abbiano protestato per giorni, ma capirono la necessità di Palmer di lasciare i suoi ricordi li dove stavano, e con gran rammarico lasciarono andare i Bighorns a Los Angeles.

1961, nuovo anno, nuova stagione, nuova città, nuovo stadio, nuovo proprietario e nuovi tifosi, anche se la città di Milwaukee era pronta a tifarli anche se così lontano da loro, infatti molti cittadini di Milwaukee comprarono l’abbonamento alla stagione ed ogni domenica prendevano l’aereo o il treno per andare a tifare la loro squadra in California.Steven Bell rinunciò alla sua carica di Head Coach lasciando il posto al Ex Head Coach dei San Francisco, Charles “The King” Lucchese.Egli non si capì il perché, ma con il consenso di Fossom (il nuovo proprietario), acquistò un giovane di colore di nome Reggie Payne, rimasto in Free Agent per 2 anni cambiando ben 4 squadre, non trovando mai un suo posto nella MFL.

A livello statistico il giovane Payne non era un granché nella media, ma Lucchese lo mise subito come Tight End titolare, spiazzando tutti per la decisione, che poi successivamente si rivelò efficace, Payne fu incredibile, non faceva solo da Tight End, ma anche da Wide Receiver e Runnin Back era estremamente versatile e incredibilmente veloce, aveva la capacità di schizzare a zigzag tra gli avversari spiazzandoli, lasciandoli li sul posto a bocca aperta, arrivati ai Playoffs, Payne aveva realizzato ben 51 TD e più di 3.500 yards di corsa, in stagione stabilendo così un record personale e della lega, fu rinominato The Arrow (la saetta).

Arrivati ai Playoffs, Lucchese mostrò la sua estrosità di cui era famoso, le sue tattiche che spiazzarono le difese.

Nella Divisional affrontarono i San Fransisco Rebels, era il 4°tempo, 21 secondi dalla fine, palla ai Bighorns, 12 yard dalla End Zone, partita in perfetta parità 31-31, King chiama il time out, tornano con un nuovo schema in mente, parte lo snap, Kavendish, indietreggia caricando un lancio preciso per Burton, ma la passa al Offensive Tackle, Nelson Fine che corre per 10 yard realizzando il TD della vittoria, lasciando a bocca aperta tutti.

Ma non finì qui i trick play di Lucchese continuarono anche nella Conference contro i Dallas Patriots, sempre 4°tempo, 35 secondi dalla fine, questa volta, i Bighorns sono sotto di 4 punti, 46 yard dalla End Zone, e in più già il quarto tentativo, contro la ostinata difesa di Dallas, provano con il Field Goal, anche se gli lascerà comunque in svantaggio e quindi la perdita di un solo punto che brucia tantissimo, i tifosi sono già sconsolati, altri già se ne vanno, ma se ne pentiranno di questa decisione, perché Adrien Hilton riceve la palla per Jay Gadner, pronto a calciare, ma a sorpresa Hilton scatta palla in mano, e corre, la difesa spiazzata non riesce a raggiungerlo e Touchdown Bighorns!!!, vincono così anche la Conference.

Così si ritrovano al Superbowl contro i Miami Marlins, con alle spalle una stagione quasi perfetta 15-2, i Bighorns avevano bisogno del loro migliore Kavendish, purtroppo la sua spalla ricominciò a far male, proprio nel momento meno opportuno, ma Kavendish volle giocare comunque.

La patita fu pesante per il QB, in più di un occasione si fece sostituire per un paio di tentativi di attacco, per poi tornare a concludere l’azione, erano sotto di un TD, così Lucchese decise di attuare uno dei suoi trick plays,

il QB indietreggia fa la finta di lancio, Payne gli passa dietro facendo credere di aver preso la passa, passata dietro la schiena come si fa nel Basket, ma in realtà rimase nelle mani del QB che libero se ne va in Touchdown realizzando i 2 punti di conversione che fanno passare i Bighorns in vantaggio di un solo punto, ma non è ancora finita mancano 50 secondi e si sa che nel football tutto può accadere, così, i Miami avanzano sfruttando al meglio il tempo con attacchi precisi e rapidi, mancano solo 10 secondi alla fine sono a poche yard dalla End Zone, basterebbe una corsa in sfondamento o laterale o un lancio facile all’interno, i QB dei Miami, James Dorsey, tira facile facile al suo Wide Reciever Doug Ryan, era sicuro che la prendeva, in questo modo i Miami avrebbero vinto, ma dal nulla spunto un Cornerback dei Bighorns di nome Jason Banks che afferrò saldamente la palla, facendo esplodere lo stadio in un boato, avevano vinto quel Superbowl e Banks diventò eroe della città.

In conference stampa Banks disse:”Il coach mi ha detto prendila o ti licenzio”. battuta che fece ridere tutti i giornalisti poi disse:”Ho individuato a chi Dorsey la voleva passare così mi sono precipitato con tutte le mie forse dall’altra parte della End Zone e sono riuscito nell’intento.

Così i Bighorns vinsero il loro secondo Superbowl, ma nelle vesti di Los Angeles l’anno dopo Fossom decise di cambiare il simbolo, dal muso argento con le corna rosse del Bighorn ad un corno che creava una figura quasi ovale al cui interno vi era la scritta L.A. a molti non piacque soprattutto ai fedelissimi di Milwaukee, e non piacque ancora meno quando a fine contratto di Kavendish e anche di Burton, Fossom decise di non rinnovarglielo, così Kavendish finì ai Denver Vipers, mentre Burton ai Minnesota Barbarians, al loro posto furono acquistati il QB dei Kansas City Cherokees Terrence Freeman e il Wide Reciever degli Charlotte Lions Benjamin Stock.La reazione dei tifosi di Milwaukee, fu contraria al grande entusiasmo di quelli di Los Angeles, con il simbolo cambiato, oltre alla città, e con i loro pilastri più importanti che se ne erano andati, molti tifosi del Winsconsin decisero di seguire si la squadra, perché la fede sportiva non deve cambiare, ma non fecero più abbonamento per andare a vedere gente che non conoscevano, portare magari la loro squadra alla rovina, come disse i presidente del fan club dei Bighorns a Milwaukee.Sembrava che la tifoseria, nominata tra le più rumorose di tutta la lega fosse diminuita, in realtà aumento di gran numero quella dei Los Angelini, che ormai ritenevano la squadra tutta loro.

Un altro cambiamento che volle fare Fossom, ma che poi fu bocciato da chiunque, era cambiare nome da Bighorns ad Redhorns.

La stagione 1962, iniziò in sordina per i Bighorns, sembrava che la nuova formazione d’attacco non fosse poi così forte come annunciava ai quattro venti il coach Lucchese, mentre invece la difesa si mostrò in gran forma con il nuovo acquisto il famoso Middle Linebacker di Detroit, il Black Giants come veniva chiamato, Odell Brown.Brown anche prima di arrivare a L.A. era l’incubo dei QB, non si fermava davanti a nessuno pur di arrivare a placcare il QB avversario, non vedeva altro, come se avesse un mirino negli occhi, ed a L.A. non fu diverso, anzi con la squadra di difesa tra le migliori della lega, fecero faville, come si dice spesso la difesa fa la differenza e vinse la partita, ma non il campionato, infatti la delusione di Lucchese fu tanta quando vide che Freeman e Stock non si davano poi così tanto da fare in attacco, non erano certo quel fenomeno come Kavendish e Burton.

Per cui quell’anno nonostante una difesa numero uno della lega, e Odell Brown nominato miglior difensore dell’anno, non vinsero niente furono fermati prima dei Playoffs dai San Diego Raiders, e l’errore di scelta cadde tutta su Lucchese, “Il grande King sta perdendo colpi???”, intitolarono i giornali.

L’anno successivo Lucchese avrebbe voluto scambiarli con altri giocatori più talentuosi, ma Fossom voleva dargli una seconda chance ad entrambi, e chiese al coach di dedicarvisi, perché secondo lui vi era del potenziale.

Purtroppo nemmeno la stagione 1963 da i frutti desiderati, ottima stagione si, ma ancora bloccati prima dei Playoffs sta volta dai San Francisco Rebels, e questa volta Freeman e Stock vengono ceduti in cambio vengono presi il QB dei Baltimore Claws, Ralph Madison e il WR dei Tampa Bay Sharks, Philip Mack sulla carta ottimi giocatori.

Ma il 1964 fu praticamente identico al precedente, niente di fatto per i Bighorns, e i giornali come le trasmissioni tv dedicate si domandavano il perché non riprendevano Kavendish e Burton, anche se Kavendish aveva dichiarato quell’anno.

”Gioco ancora il prossimo anno, per la squadra che mi vuole, poi smetto voglio dedicarmi alla mia famiglia”.

Inoltre dichiarò che la sua spalla gli dava ancora molto problemi, anche per quel motivo voleva smettere.

Così nell’agosto del 1965 Lucchese regalò a Kavendish il suo ultimo anno da grande QB qual’è stato, facendogli un contratto cospicuo con tanto di premio uscita, Lucchese sostituì Madison mettendolo in panchina.

L’Irish Thunder, come venne chiamato per tutta la sua carriera fece il miracolo che tutti si aspettavano portando ai Bighorns, il loro terzo titolo, lasciando il campo acclamato come un vero eroe, dichiarando commosso:”Ho avuto alti e bassi con questa squadra, ma anche quando non ne facevo più parte, mi sono sempre sentito legato ai Bighorns, loro saranno sempre nel mio cuore e li tiferò sempre dal comodo divano di casa mia insieme ai miei figli, Go Bighorns Gored All”.L’anno dopo oltre a Kavendish mollò pure Barton e Beuford anche Osbourne si ritirò soprattutto per il suo ginocchio malandato, e tanti altri arrivati al limite, così il 1965 fu l’anno in cui le vecchie glorie si ritirarono lasciando spazio ai giovani talenti arrivati freschi freschi dai college, una nuova era stava iniziando nella MFL.

Nel 1966 i Bighorns furono scossi da uno scandalo, il loro QB Ralph Madison, tornato titolare dopo il ritiro di Kavendish, fu visto ubriaco in campo prima della seconda partita di campionato, ma non fu questo a scatenare lo scandalo bensì, la scoperta che Madison insieme ad altri due giocatori il Safety Tony Wayde e il Kicker Justin Hoyer, furono trovati a spacciare droga tra i loro compagni di squadra, oltre al fatto che erano diventati alcolizzati, fu indagato il WR Philip Mack trovato però innocente, se non con un problema di alcool anch’egli, ma risolvibile, questo scandalo mise i Bighorns in stato di fermo per tutta la stagione, fu un pesante macigno, ma la MFL giustamente dovette punire.

L’anno 1967 iniziò con un aria diversa, si doveva lasciar alle spalle lo scandalo dell’anno precedente, e guardare al futuro ora che vi era metà squadra da ricostruire, non solo per i 3 arrestati e Mack in disintossicazione, ma anche per diversi infortuni e fine contratti, così cercarono nel Draft e nel Free Agent, fu un lavoro meticoloso per il coach Lucchese e gli altri, cercarono tutta l’estate e alla fine speravano di aver trovato quelli giusto, l’obbiettivo era il Superbowl, puntarono in alto per rialzarsi da un anno di stop dovuto allo scandalo.Fu l’anno degli strani record, segnarono 52 in tutto negli ultimi nove week, quindi niente di che ma poi nel week 10 cambiò tutto, solo in quella partita segnarono 55 punti seguiti dai 53 in week 11, e 57 nel week 12.

Il rookie Runnin Back, Carson Brooks realizzò 149 yards in una sola partita contro i New Orleans Gators, segnando anche 4 TD, un record che fino ad allora apparteneva solo ad Scott Blunt, Runnin Back dei St.Louis Rhinos nel 1958 di 121 yards. Nel dicembre di quell’anno, segnarono 45,6 punti di media a partita, record NFL eguagliato solo dai San Diego Raiders l’anno precedente.Vinsero quattro partite, tante quante quelle vinte nei dicembre degli ultimi tre anni ed in tre delle quattro partite hanno segnato più di 45 punti, nei dicembre delle precedenti stagioni era avvenuto solo due volte.

Nonostante tutto questo non riuscirono ad arrivare al Superbowl.Vinsero comunque la Division nonostante una striscia di sette partite consecutive senza una vittoria, 6 sconfitte e un pareggio, quest’ultimo con gli antichi rivali Black Hawks, nessuna squadra era riuscita a fare tanto fino ad allora.Ma alla fine si fermarono lì, battuti dai San Francisco Rebels, per 12-6 partita tra l’atro storica poiché fu la prima volta che una partita ebbe termine senza nemmeno un TD solo Field Goal.Dal 1968 al 1975, furono 7 anni di inferno per i Bighorns, non riuscirono a realizzare nulla, i giocatori cambiavano di continuo, non ci fu più una vera squadra con la S maiuscola, risultarono la peggior squadra della lega per 4 di quei 7 anni e una delle ultime per il resto degli anni, il pubblico di Los Angeles, anno dopo anno, mollarono la squadra poiché sembrava senza speranza, alla fine del campionato 75-76 erano talmente privi di fans Los Angelini che lo stadio era quasi completamente vuoto se non per i fans delle squadre avversarie, tant’è che Fossom dovette pagare di tasca sua, abbonamenti e viaggi in aereo ai fans di Milwaukee per venire a L.A. a riempire lo stadio, sembrava la fine per i Bighorns.

Nella primavera del 1976, con una squadra allo sbaraglio che persino Lucchese rinunciò al suo rinnovo di contratto, Fossom cercò un venditore per la Franchigia, ma sembrava che nessuno li volesse tranne gli irriducibili vecchi fans di Milwaukee, non sapevano però come fare a riaverli nella città d’origine, finché il sindaco Mike Hotstadter, indisse una colletta cittadina, in cui contribuirono tutti.

Riuscirono ad ottenere la Franchigia, il gesto commosse tutto il paese, compreso Fossom che disse;”Sono commosso dal grandissimo gesto dei cittadini della città di Milwaukee e con grande onore cedo la Franchigia a questa audace città del Winsconsin, auguri di cuore per le vostre prossime stagioni”.

Così nella Pre-Season del 76 si presentarono i nuovi, ma allo stesso tempo vecchi Milwaukee Bighorns.

La franchigia fu data in mano al Head Couch, Rick “The Wall” Murray, l’ex Middle Linebacker dei Bighorns negli anni alla fine degli anni ’50, appena si insediò, gli diedero il potere d’acquisto per il mercato, quindi subito acquistò uno dei migliori QB della lega, Shawn “The Man” Graham, uno dei migliori, e poi il Tight End con un record appena fatto di 6.000 yard e 48 TD, C.J. Reid, e ancora, uno del duo dinamico di Washinghton, il WR Matthew Price e il Cornerback infrangi record Calvin “Breaker” Rivers, con questo squadrone, con l’aggiunta all’ultimo del Defensive End, Samuel Ortiz strappato dei neo campioni Chicago Gangsters, si prospettò un nuovo inizio per i Bighorns, una nuova rinascita non solo per loro, ma anche per tutta la città di MilwaukeeFin dalla prima partita di stagione si capì che fu l’anno dei Bighorns, con una vincita di 56 a 21 sui Nashville Falcons, iniziarono la loro scalata vincente e con facilità batterono tutte le più grandi fino ad arrivare al Superbowl che vinsero con poca fatica e molte azioni spettacolari, MVP della partita fu Matthew Price che prese ben 7 tiri Hail Mary lanciati da Shawn Graham diretti in End Zone, vinsero per 52 a 32 contro i New York, finalmente il loro quarto e desideratissimo titolo fu nelle loro mani, e soprattutto fu a Milwaukee.Dall’inizio del 1977 si capì subito che per i Bighorns sarebbe iniziata la loro età d’oro infatti vinsero in modo incontrastato quell’anno e i successivi 9 anni, in cui dominarono l’intera lega, fu la più duratura dinastia della storia 11 anni di assoluti successi, non solo della squadra ma anche dei singoli giocatori, pieni di Awards, l’allenatore Murray fu nominato leggenda vivente, e i suoi schemi a Trick Plays, furono poi presi anche da altre squadre e aprirono le porte verso un nuovo tipo di gioco, più moderno, più accattivante, portando al grande pubblico un vero e proprio show, in realtà non vinsero tutti i Superbowl di quegli anni, ma furono comunque una presenza costante sia nei Playoffs che spesso anche al Superbowl stesso alcuni persi pochissimi punti, mettendo a dura prova tutte e altre squadre.

In pratica vinsero oltre a quello del ’77-’78, contro i San Francisco, quello del ’79-’80, contro i Dallas ’82-’83 contro i Seattle e ’85-’86, ancora contro San Francisco, e con ben 8 Superbowl in totale nel loro palmares fu record MFL.

1986 i tempi cambiarono, le regole pure e vennero inserite anche nuove squadre, la leggenda dei Bighorns ormai era stampata a fuoco nella memoria degli appassionati e non solo, quel anno molti giocatori finirono la carriera ritirandosi come delle vere star, anche Murray ormai troppo vecchio per continuare si dedicò al solo rimanere co-proprietario della squadra, nominato nel lontano 1977, la città però non poté più sostenere le spese di una squadra al top assoluto, Murray decise di trovare un altro Co-proprietario si proposero in tanti, anzi troppi tanto che dovette fare dei colloqui per dei giorni, alla fine decise di pagare l’altra parte e diventare proprietario per intero a tutti gli effetti, al suo posto come Head Coach suo figlio Michael, ex allenatore dei Miami, Houston e dei Philadelphia con ottimi risultati.

In quel anno Los Angeles che era rientrata nella lega con una nuova squadra chiese hai Bighorns di concedergli una parte del nome come legame e ricordo dei vecchi tempi a L.A. chiamando così la squadra, Los Angeles Redhorns, considerando anche il simbolo che avevano prima, composto da un corno che girava su se stesso con l’interno le due lettere identificative della città degli angeli.

Murray non volle dire ne si ne no, lasciò questa decisione ai fans, che con un ballottaggio votarono per il si, da allora comparve una nuova squadra i Redhorns, retaggio dei vecchi Bighorn.Quello stesso anno, io Marshawn Douglas, iniziai la mia carriera da giornalista, proprio parlando della nuova squadra di Los Angeles, fu l’articolo che mi fece trovare lavoro, ero molto giovane, ma molto appassionato e tifoso sfegatato dei Bighorns, sapevo tutto di loro, pregi e difetti, ma purtroppo per me, il giornale per cui lavoravo, il Winsconsin Sports Tribune, mi mandò come primo incarico ad intervistare la seconda squadra del Winsconsin, i giovani Green Bay Bigfoot, odiavo i Green Bay, e pensavo che l’unica squadra che doveva esserci nel nostro stato erano i Bighorns, loro erano solo di intralcio, per fortuna non erano nella stessa divisione, comunque sia ci andai, ma non a casa loro, ma in trasferta ad Atlanta, giusto il giorno prima della partitaFu la prima volta che entrai in uno stadio non dalla parte dei tifosi, ma da quella della stampa, mi sentii importante e lo stadio degli Atlanta Colts era bellissimo molto moderno per l’epoca, nominato tra i 5 stadi più belli del mondo nel 1986, entrai nel campo e mi sentii così piccolo, ma allo stesso tempo grande, mi girai attorno, e provai ad immaginare come sarebbe stato giocare in un campo come questo, con la folla in delirio, le luci puntante su di me ed io pronto a ricevere palla, per poi lanciarla verso un Wide Receiver o Tight End, ma una voce mi svegliò dal sonno ad occhi aperti, era Roger Campo, l’addetto stampa dei Green Bay, mi accompagno negli spogliatoi in cui avrei potuto fare la mia intervista.

Arrivato là pensai di andare subito dal QB Chris Kapner o dal RB Nigel Bregman, ma avevano già addosso 5/6 giornalisti a testa nemmeno i WR erano liberi così vidi uno degli Offensive Tackle, il gigante dei Green Bay, quello che chiamavano Hulk, poiché quando gli sfuggiva anche solo un avversario e riusciva a fare Sack sul suo QB, egli si infuriava animatamente e successivamente atterrava con violenza chiunque si avvicinasse al proprio QB, lui era Clay Washington seduto li tranquillo, senza giornalisti intorno ed io ne approfittai.

Quella fu la mia prima ed ultima intervista ad Hulk poiché, poche settimane dopo ebbe una commozione celebrale piuttosto forte e non poté più giocare, la subì non durante una partita, ma a causa di un incidente stradale, lui rivolse la sua rabbia di non poter giocare più contro la federazione, accusandola di avergli indebolito la testa, ma in tribunale non resse come accusa e fu la federazione a chiedergli i danni di un milione di dollari a lui. la vicenda si concluse nel giro di pochi mesi, ma ancora oggi se ne parla e soprattutto se ne discute.La partita fu sensazionale molto combattuta i Greenbay nonostante fossero una squadra nata da solo 3 anni diedero del filo da torcere ai vecchi Atlanta Colts, e riuscirono a vincere con solo un punto di vantaggio ottenuto con un extra point da due punti.

Alla fine della partita cercai di andare ad intervistare qualche giocatore, ma gli altri giornalisti spingevano di continuo, uno di loro mi disse di farmi da parte perché ero solo un pivello, io determinato cercai di infilarmi tra la folla ma ricevetti di tutta risposta una bella gomitata sul naso, che mi sanguinò copiosamente.

Rimasi seduto li dall’entrata del campo tenendomi un fazzoletto al naso quando all’improvviso passò davanti a me Philip Brink, il Runningback dei Colts, pensavo non ci fosse più nessuno dentro lo stadio, si fermò davanti a me e mi allungò un fazzoletto pulito sorridendomi, Eheh! rido perché ho ancora quel fazzoletto con il suo anagramma nell’angolo lo pure incorniciato, ma non lo mai usato per pulirmi dal sangue.

Cercai per tutta la stagione di avere un servizio durante una partita dei miei amati Bighorns con qualche intervista alla fine, ma purtroppo non ebbi l’occasione, la cosa mi fece innervosire, quando poi non mi mandarono per i playoff mi infuriai con il mio direttore che per poco non mi licenziò, ero stupido e impulsivo, ma il mio direttore capì che ci tenevo a fare un bel articolo da prima pagina così mi diede l’incarico di scrivere un articolo sul “Kick Money”.

Il “Kick Money” fu uno sciopero generale di tutti i Kickers e Punters della lega che durò quasi tutto la stagione ’86, i Kickers e i Punters si sentivano sottovalutati e sottopagati rispetto a tutti gli altri così per 10 partite della regular season, essi si rifiutavano di giocare in ogni squadra, si erano uniti in una sorta di sindacato improvvisato, scendevano in campo quando era il loro momento, si toglievano il casco lo lasciavano in terra e ne andavano al grido di “Give Me money for kick!!!”, alla fine la lega dovette aumentare gli stipendi come da richiesta.

Il mio articolo venne pubblicato in prima pagina come promesso dal mio direttore, fui entusiasta vennero vendute migliaia di coppie e gente per Milwaukee mi riconosceva e mi faceva i complimenti per strada, fu la mia prima grande soddisfazione, i miei famigliari mi fecero una festa a sorpresa nel giardino del retro della nostra casa di famiglia con tantissima gente rimasi stupefatto ma ancora di più quando mio padre mi regalò un casco originale dei Bighorns firmato dal nuovo talento dei Bighorns il QB Tyrod Smoove che stava portando i Bighorns di nuovo in vetta, di nuovo verso il titolo, di nuovo ai vertici.

Tyrod Smoove nonostante iniziò la regular season con un straordinario record di 11 TD con più di 2.000 yards nelle sole 3 prime partite, i Bighorns iniziarono con un record di 5-0 ma da lì non si mossero, il resto della stagione fu un disastro il ricevitore numero uno della squadra, Greg Lash si infortunò gravemente alla gamba all’inizio della settima partita, la difesa non era per niente compatta e i Linebackers non difendevano come avrebbero dovuto, quindi Tyrod che si prese 46 sack in tutta la stagione, come ho già detto un vero disastro, finirono la stagione con un penoso 5-11.Tutti pensarono e scrivevano i miei colleghi che Tyrod era solo una meteora, ma io ero sicuro che Tyrod aveva del potenziale e che avrebbe portato i Bighorns al loro nono titolo.E l’anno successivo Tyrod stupì tutti gli scettici portando facilmente i Bighorns ai playoff con un record incredibile di 15-1, l’unica partita persa fu quella in cui il WR Grag Lash, era ancora in panchina dovendo finire il suo training di riabilitazione, i due misero su un attacco invincibile grazie anche al aiuto del TE eclettico Randy Stegall sempre pronto al momento giusto.

I tre portano i Bighorns dopo dure battaglie dai playoff, alla finale contro gli Houston, ma lì ci fu un intoppo e nonostante gli sforzi di tutti, e nonostante che Tyrod riuscì a sfuggire ai numerosissimi sack riuscendo anche a chiudere da solo dei primi down, persero la finale 35-31.

Finalmente ebbi l’occasione di intervistare Tyrod anche se il giorno dopo la partita in conferenza stampa e con delle domande già programmate, fui comunque emozionato per me Tyrod era il migliore nonostante tutto quello che pensavano gli altri.

L’anno dopo fu il copione identico cambiavano solo gli avversari del Superbowl, ed ironia della sorte erano proprio i loro Step-Brothers come venivano chiamati i Los Angeles Redhorns ed anche in questo caso finì male per Tyrod e compagni in Overtime persero 49-46.

Molti pensavano che Tyrod non era in grado di sostenere la tensione del Superbowl per quello falliva, ma queste affermazioni non potevano essere più sbagliate di così poiché Tyrod faceva spettacolo durante il Superbowl e giocava al meglio delle sue abilità.

Nel 1989 tutti si aspettavano che stavolta i Bighorns riuscissero a vincere, ma la stagione ’89 fu cancellata per via del enorme scandalo chiamato “RefereeGate”.

Scandalo che portò al licenziamento immediato di 21 arbitri che furono comprati dal nuovo proprietario dei Boston Hawks, Clay King Jr., gli arbitri in questione furono pagati per 12 partite a dare penalità inesistenti oppure non dare penalità evidenti contro i Boston in modo tale da farli vincere nei momenti cruciali.

Lo scandalo uscì a playoff inoltrati in cui i Boston erano ad un passo dal Superbowl, la decisione della lega dopo le numerose proteste di milioni di tifosi delle squadre che hanno perso per colpa loro, fu irrevocabile, licenziamenti immediati di tutti gli arbitri coinvolti, multa di 10 milioni di dollari ai Boston Hawks, annullamento della stagione ’89 e la richiesta di dimissioni immediate al proprietario dei Boston, Clay King Jr..

Pure i Bighorns furono vittima degli arbitri venduti, clamoroso fu il fantastico lancio da 82 yards di Tyrod per Lash all’interno della Red Zone verso la fine del campo, ma palesemente dentro la End Zone, nemmeno l’allenatore di Boston protestò lanciando una Red Flag, ma l’arbitro lo diede come incompleto, Tyrod e Lash si infuriarono, dovettero calmarli prima che commettessero un gesto inconsulto.

Essendo che fu la seconda volta che successe uno scandalo del genere già nel 1955 ci fù uno scandalo molto simile, misero dei paletti seri e furono molto rigorosi nel scegliere ed assumere i nuovi arbitri.

Il 1990 si aprì con nuove prospettive, i Bighorns iniziarono la stagione con un basso profilo, ma con buoni risultati ed io finalmente ebbi l’occasione di entrare in campo come giornalista ufficiale, con tanto di pass per la stampa mi misi in tribuna stampa vicino a dei grandi giornalisti sportivi che ammiravo avevo alla mia destra il graffiante Jerryd Francis del Milwaukee Press, alla mia sinistra il puntiglioso Charlie Moffett del Winsconsin Football Magazine, e davanti a me la partita Bighorns vs i Chicago Gangsters non vedevo l’ora che iniziasse.

La partita fu entusiasmante e molto combattuta i Bighorns vinsero con un solo punto di distacco io era eccitatissimo scrissi tutto quello che vedevo e tutto ciò che mi veniva in mente in quel momento e consegnai tutto al mio direttore, che si stupì di un così bel articolo molto appassionato e me lo stampò in prima pagina, il mio primo articolo in prima pagina si intitolava “Fino all’ultima Yard”.

Quell’anno fu anche l’anno chiamato “The QB War”, fu una vera e propria guerra tra Quarterback vi era il nostro Tyrod Smoove che già partiva con un ottimo background dato gli anni precedenti, vi era a San Francisco la matricola molto promettente Crandall Grove, a Washington un altra ottima matricola dalle grandi potenzialità, Keenan Gleason, a Jacksonville il nuovo acquisto Elon Worth preso a fine contratto da Philadelphia, ad Atlanta vi era il veterano ma ancora molto in gamba Rex Taylor, a Baltimore il sette volte campione di divisione ed MVP dell’anno precedente premio ottenuto nonostante lo scandalo che però non lo riguardava affatto Austin Page e infine ma non ultimo nella Detroit che agognava da tanto tempo il titolo l’eclettico e ottimo Runningback improvvisato Chip Carmichael, non scordandoci però anche del Texano DOC il veterano quattro volte campione ed MVP del Superbowl con i Dallas, Reggie Baylor, anche lui fece la sua porca figura durante la QB War.

Tutti questi grandi QB si sfidarono a colpi di Yard e Touchdown ogni Weekend la gente controllava i dati per vedere chi aveva fatto di più e alla fine delle partite si faceva addirittura uno show proprio su questo il “QB Fighting Show”.

Quell’anno fu uno spettacolo memorabile per tutto il paese, la QB War prese così tanta popolarità che pure oltre oceano cominciarono a seguirla in modo assiduo e ogni QB aveva la sua tifoseria che non era quella della squadra, ma solo quella del QB che spesso era mista era come una seconda tifoseria spesso capitava che dei tifosi avessero e tifassero la loro squadra del cuore, ma contemporaneamente il loro QB del cuore che magari non era della stessa squadra, era un anno molto appassionante e incredibile.

Confesso che pure io ebbi una certa simpatia per un altro QB tifavo e amavo i Bighorns e Tyrod Smoove, ma Chip Carmichael mi piaceva in modo particolare e le sue corse improvvisate che spiazzavano la difesa mi entusiasmavano, diciamolo pure, ero fan di Carmichael.

Quando poi vi erano gli scontri tra loro era spettacolo puro, la regia del allora FLN, Football Live Network, scriveva in sovrimpressione tutti le statistiche in tempo reale dei QB che giocavano in quel momento, da allora tutte le TV lo fecero non solo con i QB, ma anche con tutti gli altri giocatori così era più facile per i tifosi seguire l’andamento del proprio beniamino e della propria squadra, la QB War prese così tanto piede anche nella lega collegiale, che venne organizzato un premio nella lega dei College, NCFL, National College Football League,il QB War Championship, e alla fine dell’anno venne nominato il migliore QB della NCFL, all’epoca fu un certo Solomon Simpson della North Carolina University.

La QB War la vinse anche se solo con 12 yards in più e un solo TD in più, Rex Taylor con subito dietro Chip Carmichael e al terzo posto il nostro Tyrod Smoove, il Superbowl fu proprio tra i due primi in classifica, cioè tra Detroit e Baltimore, vinse Detroit 42-38 finalmente ebbero il loro titolo tanto desiderato fui felice per Carmichael e i Detroit cominciavano a starmi molto simpatici, scrissi anch’io un paio di articoli sulla QB War e uno sul Superbowl non ebbi molto credito poiché a queste cose ci avevano pensato giornalisti sportivi molto più in gamba ed esperti di me, ma per me fu comunque un piacere scrivere di questo.

La QB War diede inizio ad un vero e proprio format all’interno di ogni network sportivo del paese anche se con il tempo si affievolì poiché col passare del tempo non vi erano più così tanti talenti tutti insieme, ma rimase per valutare i vari giocatori tanto che vennero aggiunti anche altri ruoli come Wide Receiver o Linebacker, ogni giocatore aveva la sua statistica anche durante la partita in sovraimpressione.

L’anno successivo come gli altri tre anni dopo, i Bighorns ebbero un periodo molto anonimo, non stravincevano e nemmeno perdevano di brutto, erano una di quelle squadre che sai che ci sono sempre, ma che non fanno nulla di eclatante quelle squadre chiamate “Old Brand Team”. a malapena andavano alle Division le quali spesso vincevano, ma poi crollavano per errori davvero stupidi, palle mancate, flag chiamate per falli stupidi e inutili, Sack a Tyrod, tanti Fumble almeno due a partita come media come un intercetto a partita sempre come media, insomma non andavano un gran che erano tipo in un limbo, da cui uscirono solo nel ottobre del 1996.

L’anno iniziò malissimo con un record di 0-5 tutti pensavano che i Bighorns stessero per sprofondare nell’abisso del Imperfect Season, ma una partita diede una fievole speranza, vi ero anch’io a quella partita speravo in una vincita, quell’anno in particolare ne avevamo bisogno.

La partita fu in salita per i Bighorns alla fine del 3°quarto erano 21 a 3 per i Seattle, molti la davano già per persa, “0-6 imperfect season coming soon” dicevano, ma io ci speravo ancora, e in un solo quarto recuperarono tutti e tre i Touchdowns, fu incredibile, mancava un minuto dalla fine la palla era dei Bighorns, Tyrod al quarto tentativo, fece un Drive incredibile verso Lash che la prese dentro la End Zone, ma i Cornerback dei Seattle, Kaleb Roach, nell’impatto riuscì a sfilargliela di mano, la palla rimbalzò, era Fumble, ma il Safety dei Seattle, Okalani Fisher, non prese la palla la toccò appena giusto da spingerla fuori, questo implicava una penalità e un first down automatico con tanto di possibilità di vincere per i Bighorns, ma l’arbitro diede incomplete pass, lo stadio si scatenò pure io mi alzai in piedi urlando e scrissi un feroce articolo sul caso, sta di fatto che la partita la persero di tre punti.

Molti tifosi accusavano Tyrod per il periodo molto negativo della squadra e anche per gli anni precedenti in cui non ci furono risultati seri anzi, io da mio canto cercai con i miei articoli di difenderlo ormai ero diventato piuttosto famoso e affermato e molto mi seguivano e mi davano retta.

Ma la partita dopo, Tyrod mostrò a tutta la lega il suo immenso talento, realizzando ben 5 TD e 519 yards con una percentuale di tiri andati a segno del 94% vinsero 51-23 contro i Kansas City, ma i diffidenti dissero “Ma si! era facile, i Kansas City sono anni che fanno schifo e sono ultimi in classifica”, ma Tyrod li smentì nella partita successiva contro New York altri 5 TD e 532 yards percentuale del 98%, fu impressionante, vinsero 35-14 e l’anno continuò tutto così fino ai Playoffs, spezzò record su record non lo avevo mai visto così, era leggendario.

Tyrod vince quasi tutti gli MVP della settimana ormai era soprannominato “The G.O.A.T.” (Greatest Of All Time), come tanti altri prima di lui, ora Hall Of Famers, ed era pronto e voglioso di indossare anche lui l’anello del Superbowl.

E al Superbowl ci arrivò alla grande stravincendo i Playoffs con una media di 4 TD a partita, fu straordinario, in finale si trovarono davanti i Detroit, così ebbi davanti a me nel giorno più importante dell’anno per un tifoso appassionato e non solo i miei due QB idoli Chip Carmichael e Tyrod Smoove con i miei Bighorns, fu uno scontro senza precedenti tra i due QB entrambi realizzarono 6 TD a testa entrambi più di 500 yards a testa, ed alla fine a decidere l’incontro ormai arrivato al secondo Overtime, fu Lucky Beyer il Kicker dei Bighorns, che con un calcio incredibile da 67 yards, realizzò i tre punti della vittoria per i Bighorns, fu decisivo e con quel calcio da quella distanza fece pure il record della lega del Kick più lungo, che Superbowl a dir poco spettacolare anche i Runningback di entrambe le squadre si fecero notare con delle prestazioni incredibili, come ad esempio la corsa di 93 yards di Byron Matisse, Runningback dei Detroit che schivando, saltando e spingendo ben sette avversari arrivò alla End Zone con il clamore del pubblico che aumentava sempre di più yard dopo yard, ma anche il Runningback dei Bighorns fu incredibile, era il rookie Leonard Sparks, che con un Kick Return direttamente sulla End Zone, fece la finta di inginocchiarsi poi, partì come un razzo, mai vista una persona così veloce, arrivò al TD in un lampo, quello fu il primo TD della partita, il Superbowl finì 52-49 per i Bighorns, devo dire niente da recriminare ai Detroit, anzi non potevano giocare meglio di così, ma gli dei del football quella sera erano girati verso il Winsconsin.

Stagione 1997 detta anche “Black Ball Season”, perché questo nome? Ora ve lo spiego.Il soprannome di quell’anno proviene da dichiarazioni estremamente razziste del Tight End dei Nashville Bart Middleton durante varie conferenze stampa post partite.

Questo portò ad un grande ed immediato senso di Black Power da parte dei giocatori, e multe salate con scuse pubbliche obbligatorie da parte della lega, ma non finì perché Middleton non fu l’unico, altri tre giocatori Richie Bladowski, Roland Khorz e Nick Zummerman si aggregavano difendendolo, in campo tutti alzavano il pugno al cielo dopo ogni ottima azione, i quattro vennero massacrati, i difensori non li difendevano e i Quarteback e pure gli altri li ignoravano, ogni partita fu massacrante per loro, alla fine i quattro decisero di ritirarsi anche se giovanissimi.

Fu una strana stagione anche a livello di squadre campioni infatti il Superbowl lo vinse Houston una squadra che non ha mai vinto nulla, contro i Portland una squadra nata da soli due anni che non ha mai manifestato nulla di positivo, ma fu un gran bel Superbowl finito al Over Time con una presa spettacolare dentro la End Zone da parte del Tight End degli Houston, Craig Maxtone-Graham.

Il 1998 iniziò con una novità assoluta per la lega, le International Series, cioè il trasferimento di una partita in una capitale europea, per promuovere ed allargare la cerchia dei fan delle squadre, quell’anno fu scelta Londra, in Gran Bretagna, come città e fu scelta una partita epica dalla rivalità infinita Chicago Gangsters Vs San Francisco Rebels, nel Wembley Stadium, fu un successo incredibile arrivarono persone da tutte europa per vedere la grande sfida, io sperai di essere inviato là, ma purtroppo fui surclassato dal mio collega e rivale Alfred Lambert, fui molto infuriato, e avrei giurato che il suo articolo su quella partita non sarebbe stato più bello del mio, ma ora mi serviva una storia che potesse surclassare la sfida dell’anno in una atmosfera unica e mai vista prima.

Non trovai nulla che riuscisse a competere per mesi, poi un giorno mi chiamò mio padre e mi disse:”Figliolo so che sei in cerca di una storia, ne ho una per te”.

Andai da lui e mi raccontò che aveva sentito delle voci di corridoio che parlavano del ex Fullback dei Los Angeles ora in prova contratto con i Tampa Bay, Freddy Carlson, egli avrebbe così dicevano le voci picchiato quasi a morte la propria compagna, la modella di lingerie, Jasmine Singer, erano solo voci da verificare, ma se fosse stata una storia vera forse avrebbe surclassato quella di Alfred, così volai a Tampa per fare domande in giro, e tutti mi confermavano queste voci, ma ancora nulla di certo, io scrivendo per un giornale serio non potevo basarmi sul solo gossip avevo bisogno di sapere se questa storia era vera oppure no.

Così ottenni il numero dell’agente di Freddy un certo Bradley Helms, gli chiesi se potessi fare una intervista al suo cliente, ma subito Helms mi fermò chiedendomi se gli avrei domandato delle accuse, io gli dissi di si, ma lui mi disse che non si poteva fare, riprovai ma niente.

Provai anche andare davanti alla sua villa e chiederglielo di persona, ma non ci fu nulla da fare, avevo perso il giro ormai dovevo rassegnarmi, sta volta aveva vinto ancora lui.

La stagione per i Bighorns, non fu niente di che, molto mediocre, e non si capì il perché giocarono partite perfette e altre con errori grossolani, tanto da perderle con molto margine, non riuscirono infatti ad arrivare ai Playoffs, Tyrod Smoove sembrava non essere nelle corde giuste, e si capì il perché nella conferenza stampa, disse che aveva accettato l’offerta di San Diego, la reazione dei fans fu immediata, tutti a gridare al traditore, ed effettivamente non avevano del tutto torto, poiché le dichiarazioni dell’anno precedente di Tyrod furono molto convincenti del fatto che sarebbe stato un Bighorn a vita.

Non avrei voluto ma era il mio lavoro, scrissi di lui e dato che in quel momento fui infuriato come tutti i fans dei Bighorns ne scrissi molto male, bastava il titolo per capire come era indirizzato l’articolo “There’s who follow the heart and there’s who follow the money”.

(C’è chi segue il cuore e c’è chi segue i soldi).

Al Superbowl tutti erano sicuri che i Washington Skorpions avrebbero vinto facilmente il campionato, con la loro squadra fresca di nuovi elementi e molto forte con un QB giovane geniale ed eclettico oltre che dal carisma dirompente, finora avevano vinto 15 partite su 16 più le partite di playoff con risultati altissimi l’ultima partita contro gli acerrimi nemici i New York Gangsters avevano vinto 52-17, tutti davano quasi per scontato che avrebbero vinto il Superbowl nonostante dall’altra parte vi fosse il QB veterano alla sua ultima partita di carriera con numeri a vari zeri Dalvin Charles e una difesa a dir poco spaventosa, in particolare uno di loro il geniale, Travis Glaze detto The Glazenator.

Tutti scrissero articoli pro Washington anche perché se avessero vinto sarebbe stata il loro primo Superbowl della loro storia, mentre io scrissi tutt’altro.

Scrissi:”Siete sicuri che Washington passeggerà sui Rangers e porterà a casa il loro primo Superbowl?, Trevis Glaze in stagione ha 82 Pressioni sul QB dalla Sinistra della linea offensiva, il suo rivale Alan Stokley è il peggiore componente della O-Line di Washington, Quel duello sarà fondamentale per accaparrarsi l’anello più prestigioso, se Stokley va sotto, la reazione a catena si potrebbe sentire anche sul resto della copertura al loro eclettico QB, Glaze è ciò che si dice di lui sin dall’inizio della sua carriera un rusher estremo, innovativo forse l’unico, lo sanno perfettamente gli Sharks che non hanno avuto alcuna possibilità di attacco nonostante un ottima linea e uno dei più forti QB della lega”.

Conclusi con una frase:”Volete ancora puntare sui Washington? ne siete sicuri?”.

L’articolo fece il giro del paese in un batter d’occhio avevo tutti contro pure i miei colleghi tranne il mio direttore, orgoglioso del fatto che fossi andato contro tutti i pronostici, e ovviamente contento che l’articolo fece schizzare le vendite, così mi invito a vedere il Superbowl con lui nella suite dei VIP, fu la prima volta per me al Superbowl e la prima volta in una suite di lusso, le volte che riuscivo ad andare allo stadio ero sempre nelle curve su scomode sedie al freddo, niente a che vedere su dove andai ad ammirare la partita dell’anno, ero veramente emozionato.

La partita dell’anno fu entusiasmante e come avevo previsto, Glazenator fece un ottimo lavoro difensivo ben 12 sack, ma l’attenzione era tutta puntata su i due QB, il veterano e la nuova stella, colui che chiamavano The King, Davis Charles e colui che chiamavano The Die Hard, Antonio Jordan chiamato così perché riusciva incredibilmente a fuggire a quasi tutti i sack di più difensori nello stessa azione, ma quella sera Die Hard, non fu poi così tanto Hard, Glaze gli piazzò 12 sack nei primi due tempi, sack che permisero ai Rangers di avere un grande vantaggio alla fine del primo tempo chiuso 28-3, sembrava già scritta la partita.

Die Hard mostrò tutto il suo talento nel terzo quarto, riuscendo a raggiungere i Rangers il 3° si chiuse 28-28, poiché dall’altra parte the King, Dalvin Charles, non riuscì a realizzare nulla, anzi subì pure due intercetti dal giovane Rookie di talento, il Cornerback, Skip Taylor, detto Spiderman.

L’ultimo quarto fu colpo su colpo si arrivò a 2 minute warning 49-49, ma non si sbloccò, mancarono 18 secondi palla ai Skorpions, tutto in mano a Die Hard, sulle 32 in territorio Rangers, 3rd e 4, Jordan carica, vede libero il suo ricevitore, Saul Nimmons, sembra perfetto, Nimmons è sulle 10 e davanti a lui nessuno, ma dal nulla sbuca lui, Glazenator che intercetta la palla, spiazzando tutti corre a zig zag fino oltre le 50 evitando ben 4 Skorpions poi continua la sua glorioso corsa fino in TD facendo vincere il Superbowl ai Rangers, il loro sesto Superbowl della loro storia dopo 15 anni, mentre Glaze ovviamente vinse meritatamente MVP della partita, non scorderò mai quell’azione, saltai in piedi dalla sedia, urlando a squarcia gola, premetto non sono mai stato tifoso dei Rangers, sono e sarò sempre un Bighorns a vita, ma fu così entusiasmante che mi prese del tutto, mi risedetti sconcertato, vedere un Superbowl dal vivo non ha prezzo, da quel momento lo avevo capito, finalmente lo avevo capito.

Il mio capo entusiasta anche lui, poiché tifoso del Rangers, e che era seduto a fianco a me, mi disse:”Che stai li a fare comincia a scrivere domani voglio l’articolo sulla mia scrivania e voglio che sia esplosivo, voglio sentire l’entusiasmo chiaro?”.

Mi misi subito al lavoro mentre tutti festeggiavano.

La festa per me continuò, poiché il mio articolo vendette il triplo di quello di Alfred, che soddisfazione enorme.

Il 1999 iniziò con uno acquisto da parte dei Bighorns molto discusso, Il QB ex Philadelphia, Cassius Laroo, forse ritenuto uno dei peggiori QB della lega, tutti non capirono la decisione, davano già per persa la stagione.

Il QB Coach dei Bighorns A.J. Moon, lo prese sotto la sua ala lo allenò giorno e notte, allenamenti veramente intensi e i risultati si videro durante la prima partita di campionato contro i Minneapolis, Laroo realizzò ben quattro TDs e più di 300 yards, il pubblico che lo accolse con dei buuuh! ad inizio partita, ma poi esplose di entusiasmo vedendo il grande talento nascosto di questo giovane QB, io stesso rimasi a bocca aperta.

Cassius Laroo era veramente un fenomeno, e lo dico perché non fu ne la prima nell’ultima partita in cui porto a casa risultati strabilianti, c’è da dire che aveva chi lo difendeva alla perfezione dal Blind Side, lo chiamavano The Immovable Thing “la cosa inamovibile”, nessuno riusciva a toccare Laroo dal Blind Side, era un difensore perfetto lo vidi fermare anche due avversari contemporaneamente come fosse una piovra, era impressionante, oltre che enorme, il suo nome era Koa Makaiau come tanti bravi difensori di origine Hawaiana.

Quei due insieme erano formidabili, certo dalla parte dei Wide Receiver/Tight End non c’era molto talento, ma quei due compensavano, d’altronde Laroo poteva lanciare a chiunque a qualunque distanza stando anche fermo grazie alla protezione di Makaiau.

Makaiau era un rookie, ma da quando mise piede sul campo da football della Major League fu subito una superstar, e portò all’attenzione del pubblico un ruolo che fino a quel momento non era molto noto, anzi dieci anni prima nemmeno esisteva si può dire, ma con Makaiau milioni di persone si appassionarono a lui e al suo ruolo, paragonandolo ad un soldato che difende la patria.

I Bighorns riuscirono facilmente ad arrivare ai playoffs, e Laroo in una sola stagione infranse numerosi record, diventando immediatamente una leggenda, ai playoffs incontrarono i Philadelphia Tigers per le Divisional, ma soprattutto il loro uomo dei Sacks dal nome indimenticabile, Nathanian Juggernaut detto anche The Sackmaker, o meglio ancora The King Of Sacks, aveva una media di 7,5 sack a partita, era il terrore di tutti i QB, Laroo mi disse in una intervista in esclusiva, che aveva timore di Juggernaut, e la sua paura non era mai stata così tanto fondata.

Quella sera, era un Monday night quindi in prima serata, i terrore di Laroo si concretizzò, subito Makaiau riuscì a fermare la furia di Juggernaut un paio di volte, ma poi se lo lasciò sfuggire per un mezzo secondo, si bastò un mezzo secondo a rovinare una carriera che sarebbe diventata strepitosa per Laroo, gli fiondò addosso e nell’impatto gli spezzò la gamba in due, il pubblico si ammutolì, Juggernaut stesso si accorse subito di cosa era successo chiamando i barellasti saltando come un grillo togliendosi il casco e mettendosi le mani nei capelli.

Egli si accorse subito di aver stroncato una delle più brillanti stelle che ancora doveva splendere, tra le leggende del football, fu così in colpa che non volle più tornare in campo per finire la partita che tra parentesi era appena iniziata da soli 2 minuti, e per la cronaca la partita la vinsero i Tigers, il sostituto di Laroo non era un gran fenomeno anzi.

Juggernaut si scusò pubblicamente con le lacrime agli occhi dicendo che avrebbe voluto ritirarsi, in seguito poi dopo tre settimane di assenza ci ripensò e tornò in campo, in quelle tre settimane però, andò a trovare Laroo quasi tutti i giorni, stando con lui ore ed ore a chiacchierare diventando così grandi amici, fu proprio Laroo che lo convinse a tornare in campo, giusto giusto per il Superbowl, Laroo andò a vederlo gli permisero di stare in panchina era li in sedia a rotelle di fianco al coach della difesa Benjamin Rostov, ogni tanto Jugs come lo chiamava lui lo guardava prima della azione, e Laroo gli faceva segno con in pugno dentro la mano, per dirgli di colpire forte, e lui rispondeva con un ok, con la sua enorme manona, l’intesa tra i due era incredibile, Rostov comprese che avendo Laroo in campo Jugs non si sarebbe distratto e non avrebbe avuto rimorsi prematuri o paure di colpire gli avversari, così per tutta la carriera di Jugs, Laroo era li in side line a motivare il suo migliore amico.

Quando Philadelphia vinse il Superbowl, il secondo della loro storia, Jugs volle Laroo sul palco con lui ad alzare la coppa, fu un momento storico e commovente per la storia del football.

Arrivò il nuovo millennio, passata la assurda paura per il millennium bug, il 2000 per i Bighorns non iniziò molto bene senza Laroo come QB il sostituto temporanea Nat McLoud era veramente un pessimo QB, solo alle prima cinque partite si prese 16 Sacks e 11 intercetti, facendo solo quattro miseri TDs.

Carson Deon III il nuovo GM dei Bighorns, prese subito provvedimenti e puntò sul acquisto di vari possibili QB, come Marcus Jay Cormega dei San Antonio, Tyrone Carbin dei Dallas e Brandon Armor dei St.Louis, riuscì a spuntarla con le trattative per Cormega, un ottima scelta per quanto mi riguarda, certo non era un talento esplosivo come Laroo, ma era comunque un ottimo QB.

Carson Deon III aveva idee rivoluzionarie cambiò simbolo, cambiò divisa, cambiò casco e infine investì milioni di dollari per un nuovo stadio super tecnologico, rinominato Milhorns Coliseum, un impianto all’avanguardia il più avanzato del paese vi era persino un motel con cento stanze all’interno oltre a numerosi negozi, compreso quello ufficiale della squadra e vari locali dove mangiare di tutto e poter seguire comunque la partita sui maxi schermi, vi era persino un maxi schermo all’esterno nella zona del Tailgate per poter vedere quello che succedeva all’interno dello stadio prima, durante e dopo la partita, vi era persino un parcheggio sotterraneo con ascensori che portavano direttamente sugli spalti desiderati, e dall’esterno aveva un forma futuristica molto bella, aperta dalla parte del lago Michigan.

Molti conservatori criticarono la scelta di cambiare il vecchio Bighorns Arena e il fatto di aver speso milioni secondo loro inutilmente, ma le critiche ebbero vita breve, e Mr.Deon invece ebbe un enorme successo tra i fans.

Ma poi iniziò a circolare dei rumors riguardo al fatto che con tutti questi cambiamenti in casa Bighorns, Mr.Deon avrebbe portato via la franchigia così avrebbe completato il totale cambiamento, rumors che cozzavano con la costruzione già avviata del nuovo stadio, come era possibile che avesse iniziato a costruire un nuovo e super tecnologico stadio, se poi voleva trasferire la squadra in un altra città, non aveva senso, Mr.Deon infatti, smentì subito questi rumors, dicendo chiaramente che finché lui sarebbe stato il GM dei Bighorns, la squadra non si sarebbe mossa da Milwaukee per nessuna ragione al mondo, questo conquistò anche i fans più critici e conservatori, Mr.Deon venne rinominato Mr.Revolution, o semplicemente chiamato e conosciuto da tutta la lega con il nome di Revs, abbreviazione di Revolution.

Ma poi la realtà si rivelò tutt’altro, i rumors si rivelarono veri ma solo dopo alcuni anni, ma poi ci arriveremo.

2001, anno nato con un tragedia il crollo delle torri gemelli come tutti ben sanno, fu un anno abbastanza nelle righe nulla di fatto per i Bighorns, ma comunque una buona stagione erano riusciti ad arrivare ai Playoffs, superando una partita incredibile in Wild Card contro i Cleveland, nel quale alla fine del secondo tempo erano sotto 21 a 0, al terzo quarto la grande rimonta fino ad arrivare a pareggiare 45-45 pochi secondi dalla fine, Cormega controlla il suo equilibrio dopo essere stato quasi placcato e lancia lunghissimo il tiro disperato verso Buckner che la prende, ma si trova il muro di un certo Connor McGill davanti che lo sbatte a terra a 10 yard dal touchdown, Cormega chiama immediatamente Time Out l’ultimo rimasto e per fortuna dei Bighorns c’è il tempo per un calcio, vincono di 3 punti e passano ai Playoffs dove però vengono schiacciati dai New York.

Ora soffermiamoci un attimo sul numero del WR dei Bighorns, Drake Buckner Ci tenevo a spiegare a molti perché il 34 di Buckner, il 34 è la storia di Colin Butler.Nato e cresciuto a New York, Drake Buckner lascia i Gangsters per andare nella franchigia dei Milwaukee Bighorns, però porterà lì con se una piccola parte di New York… Quale? Il numero 34. Perché quel numero non è scelto a caso; quel numero rappresenta la gente di New York, racchiude una storia che lascia l'amaro in bocca. Il numero 34 racchiude la storia di Colin Butler.A New York ci sono tantissimi quartieri brutti, quartieri in cui tutto va male e domina la criminalità, quartieri dimenticati da Dio in cui è impossibile sognare. Ed è in questi quartieri che, nel ’77, nasce Colin Butler. In Questa città ci sono tantissime di storie di talenti rimasti schiacciati dalla droga, dall'alcool e dalla vita di strada, ma Colin non è uno di quei talenti! Lui ce l'avrebbe fatta senza alcun dubbio, sarebbe diventato prima una stella del college e poi della Major League.Ma qualcosa è andato storto, Colin nasce nel quartiere di Brownsville a Brooklyn è la capitale degli omicidi, come viene rinominata, zona in cui ognuno è obbligato a scegliere la propria gang, perché restare soli è più pericoloso che entrare in una di esse. Per gli atleti però c'è una sorta di rispetto, le gang stanno lontano da loro, e Colin è un atleta, non solo è un atleta che ha un sogno, lui punta in alto. Quando alle medie gli venne chiesto quale High School frequentare e cosa volesse diventare nella vita, Colin risponde andare alla “Sheffield High School" e fare “Football player". Fin da bambino matura un amore spassionato verso il Football, sport che a New York è praticato in tutti gli angoli delle strade, nei parchi, nei parcheggi anche di notte, ovunque. lui ama giocare a football, ma spesso la grandezza nasce da umili inizi, nonostante le tante ore passate ad allenarsi con la palla ovale, viene lasciato in panchina. Colin però non è semplicemente un buon giocatore, lui è un campione, Lui ha una passione dentro di se, la passione per il gioco. In estate cresce di 20 centimetri, passando da Tight End a Wide Receiver. Un WR con i piedi da cestista e mani da free climbing. La leggenda ha inizio.

Il suo nome inizia a circolare ovunque, a New York si dirà “Colin Got Game!", la competizione in città è tanta, ma Colin è inarrestabile! La sua consacrazione arriva quando approda nella Sheffield School, scuola che non si è mai aggiudicata il titolo statale.

Colin giunge lì, fa parlare di se appena arrivato. Nessuno riesce a fermarlo, i tifosi gridano "Wow"! È inarrestabile sì, ma anche elegante, è un piacere vederlo giocare! "He’s Smooth" diranno di lui.

Colin domina, la città è sua, i tifosi sono pazzi di lui, va tutto alla grande, Nessuno è come lui, Il numero 34 della Sheffield School è il numero uno fra tutti i liceali d'America! Sì, perché lui non è solo il numero uno della sua città, del suo stato, ma di tutta la nazione! Il telefono squilla ogni minuto, tutti i coach lo vogliono nella loro squadra! I coach fanno letteralmente la fila fuori casa sua, ma lui sa già dove andrà, Louis Murano University, LMU, è ambizioso sì, ma anche determinato.

Il figlio della città che non dorme mai, non è solo il numero uno della nazione; è diventato un'icona.

1 metro e 89 centimetri di puro talento, afferra i palloni come nessuno altro, corre come il vento e domina fisicamente la partita.

Colin però a 17 anni ha un figlio, e da quel momento le cose iniziano a complicarsi, deve riuscire a gestire tutto, ma è troppo giovane per farlo.

Tutti parlano di lui come se ce l'avesse già fatta, ma la realtà è un'altra, abita ancora a Brownsville con la sua famiglia e vive tutti i giorni i problemi di un realtà povera, troppo povera per far finta di niente.

Quel giorno ha una partita importante, è la prima del campionato e bisogna dimostrare a tutti che la sua squadra è all'altezza di vincere ed arrivare alla finale per poi vincere anche quella, prima di raggiungere la squadra, accompagna la ragazza alla fermata del bus, mentre discutono Colin si urta leggermente contro un certo Prince Jack, Colin neanche si accorge, in fondo è in piccolissimo urto sulla spalla che può accadere accidentalmente a chiunque, quindi non si volta, non dà molta importanza alla cosa, ma Prince… Prince ce l'ha con il mondo, è nervoso, arrabbiato con la società, con il padre che l'ha abbandonato troppo presto a causa del cancro, è arrabbiato con la sua gang che l’ha scaricato dicendogli che era troppo debole per stare con loro, arrabbiato per la morosa che lo ha mollato per suo cugino più grande di lui, per questo ha rubato una pistola, e quel urto alla spalla non lo può proprio sopportare.

Prince urla, Colin si gira, qualche parola e poi il colpo, le urla, le lacrime, un fuggi fuggi generale.

Hanno sparato a Colin Butler, hanno sparato al numero uno della nazione, hanno sparato al miglior giocatore High School d'America, hanno sparato alla speranza, l'unica rimasta a Brownsville! L'ambulanza lo porta in ospedale, ma le attrezzature sono insufficienti, Colin muore a soli 17 anni. era il 7 Settembre del 1994 e la notizia scorre in tutto il paese. Da quel giorno poco o nulla è cambiato, a Brownsville rimane il posto dove non c'è spazio nemmeno per la speranza.

Il 34 è stato ritirato dalla Sheffield High School.

Il 34 di un talento,che non è mai riuscito a sbocciare, il numero di una speranza che non fu.

Ecco perché il 34 sulla maglia di Buckner, lo dichiarò durante la conferenza stampa, dicendo che sarebbe venuto a Milwaukee solo a patto di poter tenere il numero e quando gli domandarono come mai raccontò questa drammatica e incredibile storia, dopo di lui seguirono altri atleti provenienti da New York anch’essi per onorare Colin Butler e i ragazzi che hanno talento e non ce la fanno perché il loro contesto abitativo non lo permette.

Dal 2002 al 2006, I Bighorns furono con facilità tra le Big la combinazione Cormega-Buckner era vincente e in difesa il duo Cornerback-Safety, Treadwell-West non era da meno, ma non riuscirono mai ad arrivare al Superbowl vi era sempre qualcosa che andava storto, ma al di là di questo ebbero grandi risultati vinsero la Divisional quattro volte e la Conference tre volte e Cormega fu per due volte MVP.

2006 fu l’inizio della fine.

Come detto in precedenza i rumors del 2000 si rivelarono veri, infatti Mr.Deon, originario di Oklahoma City volle portare a casa sua la squadra, costruì comunque lo stadio super tecnologico poiché aveva un contratto di 6 anni con la città, e per far vedere ad Oklahoma City cosa poteva fare anche laggiù, se ha fatto così tanto per Milwaukee figuriamoci per la sua città natale no?.

Nel 2006 per l’appunto, decide di spostare la franchigia ad Oklahoma City, dovrebbe pagare una penale molto salata alla lega e alla città, ma si mette d’accordo con la città di Milwaukee e nell’accordo vi è scritto che, alla città di Milwaukee rimarrà il nome e ovviamente il simbolo, con la piccola speranza che un giorno i Bighorns torneranno in vita, ci fu per sino un documentario organizzato e girato dai tifosi chiamato Bighornsgate in cui denunciano il tradimento di Deon verso la città che ha regato alla lega la più grande squadra di tutti i tempi.

E quando tornerà, perché noi siamo sicuri che tornerà, saranno chiamati a giocare per essa tutti coloro che sono legati ai Bighorns, tutti coloro che hanno tatuato da qualche parte sul loro corpo il prefisso di Milwaukee 414, ed allora rinascerà la squadra dei Bighorns al grido…

“Four One Four baby! Four One Four!!!”.

Superbowl Vinti

1960-61

1961-62

Trasferimento a L.A.

1964-65

1976-77

Ritorno a Milwaukee

1977-78

1979-80

1982-83

1985-86

1995-96

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