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lavoro pubblicato lunedì 18 settembre 2017
ultima lettura lunedì 9 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL PIANETA DELL'INGANNO capitolo 5

di AlelArtist. Letto 381 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Thomas è un cacciatore di misteri. Non potrebbe non esserlo, perché qualcosa di terribile ha cancellato il suo passato e ora sta tornando a prenderlo, inarrestabile come lo scorrere delle ore. "Voi non siete soli" ...

CAPITOLO 5 NOI SIAMO QUI PER PROTEGGERTI

Assieme al nuovo anno scolastico cominciarono anche i corsi di motocross. Io e Alberto ci eravamo iscritti al corso di base annuo, la categoria inferiore per eccellenza. A farci compagnia, bambini totalmente inesperti dai nove anni ai tredici. Questo non era totalmente una delusione, non eravamo ovviamente allo stesso livello dei bambini più piccoli, ma era quasi patetico gareggiare con loro. Ogni tanto Alberto riusciva a farsi battere e spaventarsi come loro per le cadute più insignificanti. Ma proprio perché eravamo fra i più grandi c’era da sentirsi i migliori, però anche tredicenni partecipavano e questa non era che una sfida per me. Dovevo essere più forte di loro. Era una questione di soddisfazione personale, di sfida al limite. Perché mai avrei dovuto valer meno di un tredicenne prossimo alla categoria più avanzata? Ormai, fra pochi mesi avrei compiuto dodici anni e solo un anno dopo anche noi due avremmo fatto il salto di categoria.

Guardai Alberto andare a piedi ad esaminare tutta la pista prima di cominciare, si piazzava davanti alle minuscole dune e ne misurava la pericolosità con lo sguardo. Io lo raggiunsi in minimoto e le saltai, neppure un brivido di paura ma un’immensa voglia di correre ancora e più veloce mi pervase. Mi fermai lì accanto e gli dissi:<< Su! È bassa!>>.

<< Sì, vedo>>, mi assicurò, impacciato.

<< I bambini lì non hanno paura. Tranne due>>.

<< Sì ma sono piccoli, non conoscono pericoli>>.

<< Sei tu l’unico pericolo per te, in questo sport. Se la tua moto sta bene>>.

<< Spero per entrambi, allora>>, ammise guardando da lontano la sua moto.

<< Non ho voglia di invogliarti a battere dei bambini>>, gli dissi. << Ma non ho intenzione di vederti ancora perdere>>.

<< Sì, neanche io>>.

Irritato dalla sua aria di sottomissione mi feci un giro e sostai ai cancelletti prima della gara improvvisata dagli allenatori.

Un bambino dal carattere forte ma insopportabile si faceva beffe di Alberto il quale non si sapeva difendere nemmeno oralmente. Percepii Alberto partire perfino in ritardo rispetto a noi. Ma cosa non andava in quel ragazzo? Corsi più forte che potevo, ridendo per la velocità e feci un giro in più, seguendo la massa di ritardatari, poi un altro e mi fermai solo quando tutti furono all’arrivo. I bambini giocavano e gridavano convinti che io fossi l’ultimo ma non mi dava un gran fastidio. Alberto invece insisteva:<< Ma non lo avete visto? Quanti giri ha fatto? Non sapete neanche contare! Eh? Non sai contare! Sì, tu! Non sono arrivato ultimo! Ma no! Che dite … siete tutti pazzi qui … >>.

Guardai il cielo e soffiai, << Alberto>>, lo richiamai.

<< Sì?>>.

<< Lasciali fare, non ci perdi niente>>.

<< Ma dicono che sei ultimo!>>.

<< Se non lo sanno chi è arrivato per primo è un problema loro>>.

<< Ma non si fa così … >>, continuò lamentoso, sconfitto.

Soffiai ancora, << Vuoi vedere chi comanda le creature, qui?>>.

Mi guardò incuriosito e misi in moto girando casualmente per il campo, come mi pareva. L’istruttore non era molto preoccupato, sapeva che io facevo bene, ma i bambini incominciarono un po’ alla volta a seguirmi finché Alberto non se ne rimase coi più timidi fermo là. L’istruttore assieme al suo compagno impazzì e corse subito dietro ai bambini che continuavano a girare a caso, senza regole, mentre io me ne ero già tornato ad ammirare la scena con Alberto, me la risi. << Guardarli! Sembrano delle gallinelle>>.

Lui rise un po’, << Sì. Così sono meno fastidiosi>>.

<< Lo sai perché anche quei tredicenni che corrono là con loro sembrano più deboli di noi, adesso?>>.

Mi guardò perplesso, << Deboli?>>.

<< Se avessero voluto correre in pista hanno dovuto aspettare uno più intraprendente e coraggioso per poter poi buttarsi. Se invece non lo avessero voluto … sono cascati nell’imitazione o in una sfida non lanciata>>.

<< Ma quanti giri mentali ti fai, Tom!>>.

Risi ancora, guardando i polli colorati correre per il campo, mi sentivo superiore, era come correre con il vento.

Alberto scosse la testa notando il delirio nel mio sguardo e guardò la scena aspettando che tutto si risistemasse. Così iniziai ad amare il caos ed il caos ad amare me, io sapevo crearlo, dominarlo e in cambio esso mi donava un certo spasso.

<< Che verifica avevi oggi?>>, domandai ad Alberto, all’intervallo.

<< Ah, mi interroga in matematica … >>.

<< Hai studiato?>>.

<< No! Sì … quasi!>>, e parve quasi iniziare a lamentarsi.

<< Senti, se l’interrogazione saltasse?>>.

E sorrise al mio sguardo vispo, poi guardò l’accendino che gli mostrai e che nascosi nuovamente nelle mie tasche, << Vai a prendere un foglio in classe, faccio partire l’allarme>>.

<< Adesso?>>.

<< Ma no! Appena suona!>>.

<< E perché devo prenderla io la carta? Cosa centro?>>.

<< Hai paura? Non ci beccheranno! Non siamo mica stupidi>>.

<< Ma lo fai per farmi saltare l’interrogazione?>>.

<< Sarebbe il pretesto>>.

<< E per cosa lo fai?>>.

<< Muoverei l’intera scuola! Io da solo! Con un accendino nella mano … voglio provarlo!>>.

<< Mi sembri quasi esaltato. Ma se la cosa ti dovesse sfuggire di mano? Se la scuola prendesse fuoco veramente?>>.

<< Ma no! Voglio provare a comandare io adesso, una sola volta. Il fumo farà tutto il lavoro. Non ci sarà nessuna fiamma reale>>.

<< Io non centro … >>, disse preoccupato. << Non sono d’accordo>>.

<< Come?>>.

<< Non … mi va>>, e andò via. << Gioca da solo>>.

<< Lo farò>>, risposi, al corridoio ormai vuoto e mi arrangiai da solo.

In questo modo Alberto saltò l’interrogazione e io mi sentii un mago delle folle. Dopo qualche altro giorno di falsi incedi, nei mesi successivi, cominciai a non provare più la stessa attrazione per il movimento delle masse provocato dal mio volere, ormai sapevo di poterlo fare, ma senza alcun senso non mi restituiva più alcun gran piacere. Nel frattempo Alberto incominciò a diventare più ambizioso, sognava già di vincere dei campionati di motocross ma non aveva mai vinto una gara normale. Io invece stavo in testa alle classifiche, in cerca di un senso a quel gioco e a quelle sue regole. Il motocross era ormai una distrazione minore, ritornai sul sentiero dello spirituale e del paranormale. Una sera fui di ritorno vincente dall’ennesima gara, sapevo che il giorno dopo mi avrebbero acclamato a scuola e mi chiedevo già se Alberto si sarebbe eclissato alle mie spalle, come al solito. Quando sarebbe diventato forte, quel ragazzo? Tutti i ragazzi avevano qualcosa di eroico nell’aspetto quando si apprestavano a salire sulla loro moto, persino i tratti di Alberto sembravano più forti, affascinanti e decisi quando stava per montare alla carica sulla sua moto, ma il solo fatto che dietro quel casco ci fosse lui declassava quasi totalmente la sua posizione e tutto il fascino si concentrava attorno a me. Non mi dispiaceva il fascino, ma non mi appassionavano le attenzioni, iniziavo ad essere una figura di spicco, limitato nelle regole di un gioco, iniziavo a confondere la passione con le regole del gioco stesso. La mia passione era la velocità, non rispettare quattro punti che altri avevano dettato. Così incominciai a pensare di lasciare l’ambiente delle gare e allenarmi da solo, dove io e la mia passione avremmo potuto vivere senza compromessi.

Tornando a casa con Alberto, dopo aver giocato intorno casa una sera, s’accorse di qualcosa di strano, nel cielo. Puntò il dito su una stella che si faceva sempre più grande come avvicinandosi a noi. Rimase a fissarla, affascinato, confuso. Alle nostre spalle s’espanse un lampo di luce che però lui non notò e un forte vento ci invase all’improvviso, guardai nuovamente in direzione della stella misteriosa ma era scomparsa.

Lui mi guardò confuso e io non aggiunsi niente, non avevo niente da aggiungere, ne sapevo meno di lui. L’evento non mi spaventò, decisi di tornare in quel punto, quella stessa sera, prima di andare a letto e una sfera arancione si piazzò in cielo a vorticare intorno alla mia posizione. Nonostante l’immensa quiete che l’atmosfera mi concedeva, iniziavo a lasciarmi spaventare dalla luce anomala, poi emersero dal bosco come delle ombre che si lanciarono in direzione di essa e a quel punto indietreggiai tornando in casa. La scena era talmente anomala che non capivo nemmeno se fosse vera, valeva la pena di spaventarsi per una luce qualsiasi e qualche effetto ottico casuale scatenatosi nel buio?

Forse sì. Non mi era dato sapere. Chiusi la porta a chiave per sicurezza e andai a rifugiarmi sotto alle coperte, però del tempo dopo mi scivolarono giù e mi paralizzai dai brividi, dal terrore.

<< Sono tornato>>, disse Mattia e mi guardò, incuriosito. << Da cosa ti nascondi?>>.

<< Cos’erano quelle luci?>>.

Rimase un po’ zitto ma poi mi spiegò:<< Loro ti stanno cercando. Noi siamo qui per proteggerti>>.

<< Non mi hanno attaccato>>, risposi, tremante.

<< Non lo faranno. Siamo qui per proteggerti. Ti stiamo proteggendo>>.

<< Con chi sei? Chi siete?>>.

<< Ti diremo tutto, Thomas>>.

<< Chi erano loro? Cos’erano le luci di oggi?>>.

<< Loro vogliono rapirti>>, mi disse. << Portarti via da qui. Ti mentiranno, ti useranno>>.

<< E voi? Chi siete? Perché devo crederti? Chi sei?>>.

Scosse la testa, << Sei un bambino cattivo, così tante domande>>.

Mi spaventai. Potevo averlo irritato? Era mio nemico? Chi poteva essere nemico della verità se non qualcuno con qualcosa da nascondere?

<< Io servo ad aiutarti>>, rispose, come se avesse udito i miei pensieri. << Noi siamo amici, ti riveleremo tutto quanto>>.

Mi risvegliai il mattino dopo, deciso di voler scoprirne di più. Decisi di andare a Calà dopo scuola. Una creatura di ferro, silente, mi seguiva tra gli alberi accompagnando i miei passi in salita, osservandomi, pacificamente. Giunto in cima alla scalinata di Calà la creatura si mostrò a me, perfettamente. Era una piccola navicella, s’adagiò a terra e un poco eccitato rimasi in attesa di vedere qualcuno smontarvi, ma nessuno scese mai, le luci della navicella incominciarono a preoccuparmi, fisse su di me, come un carceriere, non come un genitore attento.

“Dove siete?”, domandò una voce, attraversando le mie orecchie.

Mi guardai attorno, non c’era nessuno. Di chi era la voce?

Tre oggetti lucenti comparvero nel mezzo del cielo e s’avvicinarono alla navicella nel tentativo forse di circondarla. Io corsi a ripararmi dietro un albero mentre un suono metallico sottile incominciava a tremare nell’aria accompagnato da luci anomale. La navicella amica rimase intrappolata come in un campo d’energia invisibile fra i due oggetti, un terzo si sganciò dalla formazione e fluttuò aggraziato verso di me. Poi suoni di elicotteri, qualcuno giungeva a salvarmi. Ma che fine avrebbe fatto? Degli aerei militari giunsero rapidissimi facendo un gran rumore. Poi un botto, alle spalle della creatura che tentava di raggiungermi. La navicella amica scosse con un’invisibile forza le navicelle vicine e crollarono tutte e due a terra, assieme ad essa. Gli aerei che giunsero sganciarono piccoli droni che rotearono intorno all’essere luminoso nemico e questo svanì. Confuso, rimasi ad osservare, poi decisi di cambiare silenziosamente postazione per non farmi ritrovare da quelli che forse erano amici ma che potevano non esserlo, strisciai sotto dei cespugli e mi nascosi fra i rami fitti e pungenti, ferito di graffi in faccia e sulle mani. Mi risvegliai in camera, era ancora giorno. Andai alla finestra:<< Ma cos’è successo?>>.

Forse l’enigma di Calà iniziava a risolversi. Forse sapevo cosa c’era a Calà. Erano alieni. Potevano esser altro? Ero sicuro. Questo era successo.

Mi precipitai di corsa alla porta per andare a Calà ma mia mamma mi chiese subito:<< Dove stai andando?>>.

<< Nel bosco! Ho lasciato lì … delle cose!>>.

Raggiunse l’entrata dove io stavo e chiese preoccupata:<< Cosa sono quelli che hai sulla faccia? Sono graffi?>>.

<< Sì … sono inciampato su un cespuglio, oggi. Stavo giocando col cane>>, mentii.

<< Ah, hai portato a passeggio Sport?>>.

<< Sì, era da tanto che non lo facevo>>.

<< Infatti! Come mai ti è venuta questa voglia?>>, domandò, colpita.

<< Mamma non ho tempo … devo andare a cercare le mie cose prima che piova! Si rovineranno!>>.

<< Vai, vai pure … >>.

Questa volta presi uno zaino, ci misi una fotocamera, del cibo, dell’acqua e partii. Andai di corsa per non fare tardi ma risalire Calà fu estremamente faticoso. Non potei nemmeno giungere in cima perché dei militari avevano proibito l’accesso alla zona.

<< Perché non posso passare?>>, mi lamentai, insistentemente. << Il mio cane è lì! Devo andarlo a prendere!>>.

<< L’accesso è vietato>>, insistette l’uomo in divisa, a guardia della zona con altri dei loro.

<< E perché è vietato proprio oggi?>>.

<< Sono informazioni riservate>>.

<< Avanti! Io ho visto le luci. So benissimo che è caduto qualcosa dal cielo! Le hanno viste tutti in paese!>>, mentii.

<< Sì>>, rispose l’uomo. << Hai visto bene, abbiamo già rilasciato delle interviste>>.

<< E cosa avete detto nelle interviste?>>.

<< Oggi pomeriggio dei nostri prototipi aerei sono atterrati. Li stiamo disattivando e raccogliendo i dati, vai a rassicurare i tuoi amici e non insistere>>.

L’impazienza mi arse, c’era un solo modo per saperne di più. Rischiare.

<< Io c’ero>>, dissi. << Fatemi passare, non avete niente da nascondermi!>>.

L’uomo guardò confuso dei suoi compagni, parlarono fra loro e mi disse:<< L’esperimento è pericoloso, potresti farti del male. Torna a casa, non inventare altro per passare!>>.

Allora dissi ad alta voce:<< Io c’ero! Fatemi passare!>>.

L’uomo mi afferrò un braccio e mi spinse via minaccioso, << Vattene, ragazzino!>>.

Dovevo andare oltre. C’erano i miei amici lì dietro, erano alieni, loro mi avevano protetto. Avrei scoperto altro. Non ero mai stato così vicino alla verità come ora. Avrei lottato per rivederla.

Ma era evidente, quelli lì di guardia non avevano idea di cosa ci fosse alle loro spalle altrimenti si sarebbero allarmati a sapere che io conoscevo il loro segreto, erano stati ingannati.

<< Sono già stato qui! Mio padre è lì dentro! Ho il permesso per venire! Fatemi parlare con qualcuno di più competente!>>, sbraitai.

<< Non abbiamo tempo per un ragazzino così fastidioso>>.

<< Thomas Manero>>, disse qualcuno.

Io guardai sbalordito un’agente giungere verso di me.

<< Vedi? Mi conoscono!>>, dissi all’uomo e raggiunsi l’agente. << Sono io!>>.

Mi guardò bene e disse, << Di qua. Seguimi, ragazzino>>.

Guardai le armi che tutti tenevano con sé e preoccupato camminai al suo fianco.

<< Perquisitelo>>, disse ad altri che mi controllarono tutto, aprirono lo zaino e lo svuotarono, controllando ogni cosa. Mentre controllavano le mie cose, l’agente mi portò per un’altra direzione dentro delle tende bagnate dalla pioggia che incominciava a cadere su di noi.

<< Dove mi sta portando?>>, domandai, preoccupato.

<< Siedi>>, disse, aprendo la tenda.

Guardai la sedia libera posta con le altre occupate attorno ad un tavolo pieghevole. Mi sedetti timidamente ma mantenni lo sguardo duro e sicuro, non avrei mostrato debolezza, non sarebbe servito a niente mostrarla, forse sarebbe stato addirittura sconveniente.

<< Cos’è questo bambino?>>, domandò con riluttanza uno degli uomini che stavano seduti al tavolo. Una donna anch’ella in divisa disse:<< Questo è uno scherzo, agente?>>.

<< Ho ricevuto istruzioni da Prometeo stesso>>.

Prometeo? Mitologia greca? Cosa centrava con la mia situazione?

<< Prometeo?>>, fece eco la donna, sorpresa.

Nella tenda eravamo in cinque, l’agente, tre uomini e una donna. Io ero solo.

<< Controllate voi stessi. Thomas Manero, Terra-Noàn 147>>.

La donna assieme ad uno degli uomini guardò dei dati sul proprio tablet e mi guardò dritto negli occhi.

Rimasi zitto, ripetendo solo in me stesso le domande che mi assalivano.

<< Nòan 147>>, concordò lei. << Sì … è uno di loro>>.

Uno di loro. Ma di chi? La voglia di sapere divampò. Bruciò come rabbia un immenso desiderio. Io dovevo sapere altro.

<< Mh! Tu verrai con noi fra un bel po’, ancora>>, commentò un uomo che fin ora non aveva ancora parlato, fumandosi una sigaretta lontano dal gruppo. << Cosa ordina, Prometeo?>>.

Con noi? Fra quanto? Perché? Era minaccioso? Era una minaccia, quella? Cosa volevano da me?

Chi ero?

<< Vogliono che lo lasciamo abituarsi>>, rispose l’agente che mi aveva portato lì.

Quindi Prometeo non era una persona. Era come minimo un gruppo. Era un’organizzazione, forse.

<< Che sia libero di vedere ciò di cui ha bisogno>>, continuò.

<< Cosa potrà mai fare un ragazzino così piccolo?>>, concordò l’altro uomo. << Senza telecamere, senza microfoni. Nessuno mai ti crederebbe. Tutto ciò che vedi qui, per questo mondo, Thomas, non esiste>>.

Annuii, muto.

Appena mi fu possibile andai a cercare le creature di metallo e luce cadute, in mezzo alle strutture e alle tende. Ma non trovai niente. Avevo fatto tardi, ripresi lo zaino e degli uomini mi accompagnarono fuori senza dire una parola. Ritornai verso casa, silenzioso.

Confuso.

Nòan 147. Poteva essere un nome in codice? Il mio nome? Io facevo parte di qualcosa … ma di che cosa? I segreti si infittivano ma chiarivano sempre di più. Ero pronto a capire altro. Continuai le ricerche, su di me, sul mondo, dentro i libri, attraverso la natura, la fisica, la filosofia. Provai poi a fissare gli eventi non solo nella memoria, ma anche nel mondo fisico, non fatto di ricordi ma di cose, di fatti. Avrei fotografato qualcosa di anomalo, avrei provato l’esistenza di tutto questo. Avrei documentato ogni cosa.

Mi capitò addirittura di conoscere decine di persone convinte di essere adotti ma si perdevano palesemente in sciocchezze comuni di disinformati e disagiati tipi di individui. Forse le loro magiche credenze li univano, permettendo loro di stringere amicizie profonde e sopportare la durezza del mondo. Ma io non mi limitavo ai sogni vividi, alle paralisi notturne, alle forti sensazioni, agli avvistamenti di fenomeni astronomici poco comuni ma normali, io li avevo visti … avevo visto coi miei occhi le loro navicelle e da troppo vicino.

Anche in questo caso io ero superiore ad un’altra categoria umana.

Anche in questo caso ero diverso.

Forse …

… ero anche solo.

Guardai Sport che si grattava noncurante all’angolo di una stanza. Ripensai a Mattia, cacciato dal potere incontrastabile delle verità troppo grandi e inaccessibili, troppo forti, sconvolgenti, destabilizzanti.

Ripensai ad Alberto e non saper cosa pensare di lui, paradossalmente, mi diede sicurezza, o per lo meno, speranza. Non sapevo se avrei mai raccontato tutto questo ad Alberto ma incominciai a pensare che se gli eventi si sarebbero incastrati perfettamente fra di loro, come ingranaggi dell’esistenza, allora sarebbero diventati reali, non potevano che andare avanti. Non era la storia del fato o del caso, quella in cui credevo, ma dell’armonia fisica delle cose, persino degli eventi.

E tutto ciò che mi ricordava

sarebbe andato come avrebbe dovuto.

Mi colmò d’un indescrivibile sicurezza,

io ero col mondo

intero

e sarei diventato solo ciò

che io sarei dovuto diventare.

Niente sbagli, solo ritardi, manovre immense verso fatti non programmati nemmeno dall’armonia delle cose. Sbagli che mi avrebbero permesso di provare strade diverse, per arrivare sempre a ciò per cui io ero portato.

Ed ero portato per la scoperta.

Per l’unicità.

Ma in che cosa io ero diverso? Perché difendere con forza la mia salute e la mia unicità?

Perché proprio io

Ero unico?


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