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lavoro pubblicato lunedì 18 settembre 2017
ultima lettura giovedì 23 maggio 2019

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COMMIATO

di thortorval65. Letto 282 volte. Dallo scaffale Generico

Le dinamiche di certe  vicende sono difficili da raccontare. Difficile farne un resoconto che non sia solo cronaca.  Trovare  “le mot juste” è come cercare di pescare quell’unico pesce. La parola che si attacca a.........

Le dinamiche di certe vicende sono difficili da raccontare. Difficile farne un resoconto che non sia solo cronaca. Trovare “le mot juste” è come cercare di pescare quell’unico pesce. La parola che si attacca al foglio come una zecca. Il fatto è che di una vicenda si può fare una cronaca giornalistica del suo inizio, svolgimento e fine. Vale a dire unire questi tre baluardi con dei dettagli. Introduco due parole abusatissime come trama e dipanare e vorrei farci entrare anche cartina al tornasole. In quasi tutti i libri le trovi. Questa mattina mi sembra che le prime due abbiano un senso preciso. L’ultima spero di ripescarla alla fine. Mi sbarbo. Abbasso con l’indice il saltarello contro la piletta dello scarico in modo da tapparla. Alzo la leva del miscelatore e faccio scorrere l’acqua nell’acquaio. Osservo le bolle che emergono dalla superficie mossa dell’acqua. Mi insapono con il pennello da barba e mi rado. Abbasso la levetta sistemata sul rubinetto che alza il saltarello in modo che l’acqua dall’acquaio defluisca velocemente nella piletta e più giù nel sifone fino a scomparire. L’acqua se ne va con un moto a spirale. Osservo il residuo di peli e sapone sedimentati sulla ceramica bianca del lavandino.

Mi rimangono nella testa le bolle dell’acqua e il sedimento della rasatura che ancora non ho lavato via.

Torno a capo cioè sulla difficoltà di certe vicende che come l’acqua per una rasatura o una lavata di faccia scorrono velocemente e ci tocca ricostruirle, se si ritiene, a partire dallo sporco lasciato. Seguo le tracce in questo tentativo o azzardo di archeologia domestica. Uso l’aggettivo domestica in quanto sono un amatore. Faccio bricolage. Scrivo su post it e poi li appiccico ad una statua bianca alta come me un metro e settanta circa che sta nel corridoio. Bianca come la ceramica di un lavandino.

Inizio dall’alto, dalla testa.

La statua è un reperto kitsch. Rappresenta una figura femminile, forse una dea dell’olimpo greco o un personaggio mitologico.

La chicca sta all’altezza della cintura pelvica. Giocando con una disposizione papale in periodo di Controriforma, che imponeva di nascondere la nudità dei santi, la statua è rivestita in quella zona da una fascia trattata con cloruro di potassio. Questa sostanza ha la proprietà di volgere al colore rosso quanto l’aria è satura di umidità e all’azzurro quando è secca trasformando il pube e i glutei in un soprammobile segna tempo. Viste le dimensioni che ne impediscono di tenerla in vista sopra un mobile sarebbe meglio definirla oggetto di scarsa intelligenza artistica poggiata sul pavimento.

Giuro di non averla acquistata ma semplicemente avuta in regalo da una zia che dopo la morte del marito volle disfarsi della paccottiglia di casa. Ricordo la fatica di quel pomeriggio che me la portai a casa insieme a uno scalda brandy “Vecchia Romagna” completo di imballo di cartone originale e a una dozzina di Liquore Strega in mignon.

Alla fine la statua la tenni da me relegata in un angolo del corridoio e cominciai ad attaccarci dei post it invitando anche amici e amiche che ne avessero voglia a farlo prima di accomiatarsi alla fine di una serata insieme.

Spesso i foglietti li ritrovavo in terra e allora confinai la statua dietro alla porta di ingresso incastrata fra un mobile e il muro.

Qualche settimana fa mi decisi a toglierla dal suo nascondiglio con l’intento di portarla in discarica ma dopo averla ripulita volli, credo per pigrizia, rispolverare la sua funzione di bacheca. Ho esaurito la premessa e incomincio dal primo post it appeso sulla testa in cui ho scritto un pensiero non mio ma preso da un post su facebook: “La nostra immagine corporea si costruisce anche attraverso progressive identificazioni mitiche di cui è importante prendere coscienza. In quei miti abitano sia i sogni, le illusioni, le limitazioni alla nostra piena espressione che al tempo stesso le più ampie risorse per esprimere le nostre reali potenzialità individuative.”

Il secondo foglietto che appiccico è la voce, si scrivo proprio la voce di Sergio Tavcar. Sergio Tavcar per essendo un monumento per gli appassionati di basket è vivo e vegeto. Commentava le partite da Capodistria a partire dai primi anni settanta. L’ho rivisto su YouTube. E’ un triestino della minoranza slovena. E’ un uomo asciutto e schietto, lui si definisce adamantino e mi ricorda la spigolosità delle pietre del Carso che conosco per averci sbattuto contro durante le esercitazioni con la seconda compagnia fucilieri del 13° battaglione “Friuli Venezia Giulia”.

Fra i numerosi aneddoti che raccontava scrivo questo. Parlando di cestisti serbi lui diceva che come in genere per tutti i balcanici essi siano amanti dello scherzo. Una faccenda che invece prendono su serio è il gioco. Si può essere bastonati dalla vita, traditi dalla moglie ecc. ma al gioco non si può perdere. Perdere al gioco è l’unico ambito dove una sconfitta sarebbe presa male ed è per questo che i cestisti serbi si allenano molto e al netto dei loro mezzi fisici sono così forti.

Il terzo biglietto riguarda odori elencati in questo modo: linoleum, pasta scotta e citronella.

Odori dell’infanzia. I primi due riguardano il rivestimento del pavimento dell’asilo e il profumo che veniva dalle cucine perché allora si cucinava sul posto e una delle cuoche era una mia vicina di casa. Il terzo riguarda il profumo dei cespugli di citronella piantati in alcune fioriere a casa della nonna. Quando la palla ci finiva dentro si sprigionava un profumo di limone e di qualcos’altro a cui non riuscivo a dare un nome e che mi rimaneva nelle narici.

Altro biglietto il cui spunto mi viene dal nome di un gruppo musicale: gli Spandau Ballet. Questo nome mi riporta all’adolescenza e al non essere né carne n’è pesce. Di questo motto riprendo il significato originario che si riferiva alla carenza di cibo: se non c’è “né carne né pesce”, rimane ben poco. Scrivo sul post it semplicemente Spandau Ballet=adolescenza=solitudine.

Ne ho appesi molti altri di biglietti scendendo sempre più in basso verso il basamento della statua e quindi al pavimento. Non riporto il contenuto perché mi accorgo che non è così importante. Siccome si riferiscono precisamente a me mi è venuto da pensare che la mia vita sia stata un completo fallimento. La postura che mi sorprendo ad assumere, carponi con il sedere in aria impedito dalla mole abbondante nell’azione di appiccicare gli ultimi foglietti credo abbiano alimentato questo pensiero. Qualcosa salverei certamente e allora forse dipende dal mio umore influenzato dal tempo autunnale che incombe mi dico. Mi ritorna l’idea di una tana calda e stretta sotto la terra da cui uscire, boh, a primavera.

A rifletterci per molti credo che le cose vadano più o meno così, in cui i sogni e le illusioni si scontrano con le limitazioni nostre, dell’ambiente in cui si cresce e delle persone che non si è avuto la fortuna di incontrare. Una come Sergio Tavcar che avrebbero potuto con un aneddoto magari svelarmi una nuova prospettiva.

Per concludere mi riprometto, ma a questo proposito non sono mai venuto meno, di continuare a giocare seriamente e a fare incantesimi come le streghe medioevali che del resto cosa potevano opporre al potere costituito in Terra come in Cielo se non giocare a fare il mago.

La zona pelvica della statua è l’unica a non avere post it in quanto si staccherebbero per via della igroscopica granulosità. Per la cronaca è rossa, la mia cartina al tornasole mi conferma che è giunto il momento di cambiare aria.



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