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lavoro pubblicato domenica 17 settembre 2017
ultima lettura lunedì 22 aprile 2019

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Una storia triste

di OrazioAshlee. Letto 327 volte. Dallo scaffale Fantasia

Fu l’aforista Lichtenberg, se non erro, a trarre argomento sulla scarsa intelligenza della gioventù tedesca del suo tempo dalla circostanza dei numerosi suicidi che seguirono alla lettura del Werther.Nell’Italia del 2017 non vi &e...

Fu l’aforista Lichtenberg, se non erro, a trarre argomento sulla scarsa intelligenza della gioventù tedesca del suo tempo dalla circostanza dei numerosi suicidi che seguirono alla lettura del Werther.
Nell’Italia del 2017 non vi è alcun Lichtenberg e non sappiamo dunque cosa pensare della misteriosa sequela di suicidi tra giovani che hanno appena letto il romanzo Una storia triste, di Agata Perruzza Bonfanti. La quale, va pur detto, non è esattamente una Goethe rediviva.
Del fulgido successo editoriale di Una storia triste i recensori professionali hanno preferito porre in evidenza il commovente ritorno dei giovani alla carta stampata dopo il sequestro di persona operato in massa dai social media e dagli smartphone. Sulla qualità dello stile, sull’ingegnosità dell’intreccio, sulla capacità di far risaltare a sbalzo i personaggi si è sorvolato con un sospetto riserbo; solo nel caso di due recensori (Ottavio Piccolomini della Stampa e Francesco Colapietro del Resto del Carlino) si è arrivati alla franchezza di una chiara stroncatura. A essi va un saluto postumo, vista la straordinaria coincidenza della morte per suicidio per entrambi. Ma va rilevato subito che nel loro caso non sono stati trovati biglietti d’addio in cui si faceva risalire la tragica decisione alla lettura della fatica letteraria di Agata Perruzza Bonfanti.
Menti matematiche attente hanno comunque richiamato l’attenzione sulla somiglianza numerica tra l’impennata di suicidi registrati in Italia dopo la pubblicazione di Una storia triste e il numero di copie vendute del romanzo. Voci incontrollate hanno messo in circolazione la notizia che ogni suicida possedeva una copia di Una storia triste, ma su questo mancano conferme ufficiali.
Ho sulla mia scrivania una copia del romanzo, recapitatami dalla casa editrice che me ne ha fatto omaggio. Ne occhieggio la copertina sulla cui fronte un dipinto ad acquerello di buona mano mostra una giovane donna con cappellino che si deterge una lacrima sotto l’occhio sinistro con un minuscolo fazzoletto di seta. Un’immagine piena di grazia e delicatezza.
Immagino che la casa editrice si aspetti da me che legga il romanzo e ne scriva sul settimanale a cui collaboro. Confesso che non ho ancora aperto il libro.
Mi capita di conoscere Fausto Inglesiente, il direttore editoriale della collana che pubblica Una storia triste. Gli ho fatto un colpo di telefono per ringraziarlo dell’omaggio e lui ha risposto schermendosi e protestando che il piacere era tutto suo. Ho ringraziato ancora e ho chiesto cosa ne pensasse lui, personalmente, del romanzo di Agata Perruzza Bonfanti, e lui mi ha risposto che ne pensava tutto il bene possibile. Gli ho chiesto se la sua ammirazione potesse farsi più specifica, e lui mi ha risposto che entrare nei dettagli è compito di noi scrittori di cose letterarie. Ho detto di rimando che in tutte le nostre precedenti discussioni sulle attività della casa editrice da cui dipende mai lo avevo trovato così abbottonato. E lui mi ha confessato tra i denti che non aveva ancora letto Una storia triste ma che i suoi collaboratori gliene avevano detto un gran bene e che lui pensava di colmare al più presto la sua lacuna. L’ho salutato e gli ho detto che presto avrei letto anch’io il romanzo.
«Davvero?», ha detto lui con un tono di voce incerto e in cui mi è sembrato di cogliere un tono di colpa e dispiacere.
Sto leggendo proprio ora l’incipit di Una storia triste. Se non torno a parlarvene nelle prossime due settimane…



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