ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato domenica 17 settembre 2017
ultima lettura domenica 21 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL PIANETA DELL'INGANNO capitolo 1

di AlelArtist. Letto 300 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Thomas è un cacciatore di misteri. Non potrebbe non esserlo, perché qualcosa di terribile ha cancellato il suo passato e ora sta tornando a prenderlo, inarrestabile come lo scorrere delle ore. "Voi non siete soli" .....

PARTE PRIMA: INFANZIA

CAPITOLO 1 VOI NON SIETE SOLI

Cadevano i sogni in quella notte d’estate. Piccoli desideri, stagliati contro una volta nera dal sapore misterioso dell’infinito. Decidevano d’un tratto di andarsene, di realizzarsi o spegnersi, come lacrime della notte e non mi restava che ammirarli, irraggiungibili … ed amarli. E chissà … chissà dove sarebbero andati! Ero ancora bambino, un po’ ingenuo, un po’ curioso. Credevo che il tempo fosse tutto ciò che noi abbiamo davanti, il vento della vita che cambia le cose, che le volta e rivolta, le ricolora, le sposta … e che tutto vivesse nel futuro più inarrivabile, infinito. Ma c’era tanto più passato nel mio futuro, di quanto del futuro stesso avrei potuto immaginare. Ma il mio passato non avrebbe saputo di immenso, come quel nero freddo e profondo che mi si dispiegava davanti e che avvolgeva le stelle e quel futuro avvolto da un manto candido d’esse. Avevo nove anni, non lo conoscevo il mio passato, ma non ero solo, avevo una famiglia, un piccolo cane, la montagna, le stelle … Sentivo in me la vita, tutta la sua forza, tutto il suo splendore che odorava di mistero. Poi la gente, intorno a me, danze in maschera, feste di colori, ciascuno era un mondo da esplorare ed io volevo capire il mondo.

I misteri, principalmente, sarei partito da quelli! Le faccende storiche, già spiegate, non brillavano di novità, sicuro! Io volevo ciò che stava oltre il limite, qualunque esso fosse … Io ero un finto razionale, un sognatore. Vivevo di ciò che serve e di ciò che serve immaginare per stare bene, nelle follie dell’uomo che viveva con me e nel mio stesso pianeta. L’immensità dell’inconosciuto disegnava orizzonti vuoti, sconfinati, intorno a me. Da grande avrei fatto l’esploratore o il programmatore. Ma per adesso vivevo ad Asiago, con nonna Amalia, mio padre Roberto e mia madre Serena.

Quella notte guardavo le luci graffiare l’Universo intero, poi svanire … Luccicavano come misteri i satelliti, si libravano nell’aria gli aerei. Ed io, sul terrazzo, ammaliato dalle invitanti carezze di un soffice sonno, caddi nel suo morbido candore, sereno, come fra suoni teneri di piano che accompagnavano i miei ultimi ricordi ad un mondo fatto di luce e poi di niente …

Dove siete? Dove siete? Dove siete? Dove siete? Dove siete?

Una voce nelle orecchie, non sognavo, era vera! Mi staccai dal terrazzo con un sobbalzo e piombai sul letto, poi guardai la porta della stanza, chiusa, pronto a scappare. Poi la porta del terrazzo ancora aperta. Il mio respiro, gelido, mi scaldava il petto, allarmato … dal sussulto. Ed il tremore, le orecchie tese, i muscoli pronti a scattare. Ma niente. Poi un suono, il vento … Le foglie dell’albero vicino scrosciavano … Mi chiamavano. Andai con coraggio a scoprire l’inganno, qualcosa pur aveva parlato o qualcosa mi aveva ingannato. Scorsi le ombre nere degli alberi sul cielo ancora scuro ma tenero, una luce selvaggia illuminava le cose, non era artificiale, pareva di stare ancora in un sogno. Nell’incertezza persi la prudenza e misi i piedi nelle scarpe. Avevo espresso un desiderio, quella sera, ammirando le stelle, un sogno per ogni stella ma sempre lo stesso: io volevo vedere qualcosa di straordinario, qualcosa di più grande del tempo a me avverso. E se non era stato il vento a svegliarmi dal sonno, se non stavo ancora sognando qualcosa mi aveva parlato! Non poteva che essere amico, io stavo bene, ero intatto. Forse era quello il momento, sarei andato per il Bosco Nero, verso le sculture rupestri che gli ufologi della zona amavano! Lì si trovavano antiche forme che non avevo mai decifrato. Ero andato tante volte a vederle di giorno, ma me lo sentivo, era quella la notte dei misteri e dei desideri. Guardai ancora fuori nel terrazzo, in cerca di segni, fra gli alberi spaventosi ed il vuoto infinito del cielo, fra le stelle, ma niente. Nessuna voce nell’aria … E temevo così tanto di udirla ancora … Quanto la temevo! Temevo i miei ricordi … Temevo … persino il mio respiro! Rimasi immobile, travolto dal buio ... Raggiunsi il corridoio, poi la porta principale … guardai fuori indugiante, non era quella la notte dei desideri, era la notte dei terrori. La richiusi, posai le scarpe e affrontai il buio nuovamente, in ritirata, nel pieno del fallimento. Era quella … la notte dei fallimenti.

E, arso dalla voglia di scoprire, dalla voglia di vedere la meraviglia, dalla consapevolezza che qualcosa di grande accadeva mentre io stavo nascosto avvolto nel mio letto, non potei dormire. E ogni suono fu per me un gran spavento mentre i minuti passavano lenti come le ore.

Rassicuranti giochi di luce tinsero lentamente le cose d’un rosa materno, erano le luci del mattino e del mio gran sollievo. Se i veri misteri non avrebbero fatto per me, avrei fatto il programmatore. Avrei vissuto di logiche matematiche, di sistemi già fatti e pronti da assemblare. Avrei vissuto di cose conosciute da riscoprire in combinazioni diverse, le nuove invenzioni, ecco, forse anche di idee. Ma non avrei vissuto di grandi spaventi, era troppo per me l’infinito e le sue spaventose meraviglie.

Ore infinite però le trascorsi anche dietro ai banchi delle scuole elementari, fra bambini che non capivo. Che litigavano, che giocavano, fra le pecorelle ed io ero una di quelle, o forse ci provavo e non ci riuscivo neanche tanto bene. Oggi ero già in castigo per una gomma appiccicata sulla sedia dell’insegnante e isolato dai compagni che ridevano delle mie pazzie, delle voci notturne di cui non avrei dovuto parlare. Ma il fascino dell’ignoto … era più grande di me.

“Dove siete?”, chiedeva ancora quella voce nella mia mente, nei ricordi che mi tenevo stretti. “Dove siete?”. E rabbrividivo. Tutti quei brividi, lungo le braccia, lungo la schiena, fin nel mio cuore, tremante.

<< Ma c’era stata>>, assicurai Mattia, il mio buon amico. Eravamo nel cortile di scuola ed ero irrimediabilmente scosso dal mistero della sera precedente.

Rise, << Sei ridicolo, Thomas>>.

<< Mi sarei spaventato se non ci fosse stato niente?>>.

<< Mah sì, anch’io mi spavento! Tipo questo, mette i brividi! Fortuna che non è vero!>>.

<< Fai te! Io l’ho vissuto … è ancora sulla mia pelle!>>.

<< Ma hai visto niente?>>.

<< No, niente … la paura, quasi, avrei potuto vedere!>>.

<< Tu non hai sentito niente>>, parve dedurre.

Lo spinsi, nel tentativo di svegliarlo dall’incanto dello scetticismo, << Io ti dico che è vero!>>. Ed era proprio possibile che niente potesse esprimermi meglio di quelle poche parole?

<< Tu cerchi sempre il grande nelle cose piccole! Non trovi mai niente!>>.

<< Io esploro, alla faccia di voi che … >>.

<< Piangi?>>.

<< Tu non devi dire niente!>>.

<< Non urlare!>>, tuonò lui. << Voglio capirti>>.

<< Penserò a un modo migliore … >>, gli risposi, sconsolato. Avrei trovato il modo di esprimermi, un modo migliore di dimostrare la realtà così com’era.

<< La realtà>>, mi spiegava la maestra di religione l’ora dopo. << È fatta di persone>>.

Ma era fatta di persone materiali o dei mondi che le persone creano esistendo, pensando? La realtà? Non poteva che essere il fatto, ed era successo. Non era un’opinione, la mia. Era realtà. Era quella. Esistono persone che pensano troppo per cose inutili, io non ero fra quelle. Io sapevo cos’era vero, non mi restava che ammettere la chiarezza dei fatti …

Andai a cena, quella sera ero in punizione pure a casa, i miei si vergognavano a dire ai parenti delle mie bambinate e quella sera li avevamo a cena! Parenti loro, io non ero imparentato con nessuno. Adottato, tutto qui …

Ma il mistero … il mistero tornò a prendermi.

E quella sera ancora quel terrazzo, ancora quelle stelle … ancora quel suono … “Dove siete?”.

E io malinconico e scherzoso risposi:<< Dove siete? Voi che … non esistete?>>.

Il mattino seguente raggiunsi subito Mattia, a scuola e gli dissi:<< E se tu non hai paura … vieni>>.

<< Dove?>>, domandò spaesato.

<< Calà! Di notte! Le vedrai belle … >>.

<< Di notte??>>.

<< Una sola notte!!>>, insistetti.

<< Non al Bosco Nero. Quella è zona chiusa ai visitatori non accompagnati!>>.

<< Calà!>>, gli proposi ancora. << Una sola prova! Non andiamo a vedere le rupestri … dai, una volta soltanto!>>.

<< Calà del sasso?? Ma col buio? È pericoloso … E poi non posso uscire di casa alla notte>>.

<< Certo che puoi se nessuno lo sa>>.

<< Calà del sasso? … Neanche morto>>.

<< Allora facciamo un patto! Tu vieni con me di notte e mi comporterò come vorrai tu per un mese>>.

<< Farai tutto ciò che ti dico?>>.

<< Tuttissimo>>.

<< Ma perché di notte?>>.

<< Perché nessuno saprà niente … Perché le verità segrete devi andare di persona a cercarle, nel loro habitat abituale, il nero del mistero!>>. E lui, comunque, già tremava. << Tu hai paura?>>.

<< A Calà ci sono andato tante volte … Ma questa volta è una vera bambineria>>.

<< Tu hai paura!>>.

<< No!>>.

<< Sai dire solo no? Anche io so parlare. E fare? Cosa sai fare?>>, lo intimai.

<< E allora vengo, ma per un mese la smetterai con queste cavolate!>>.

<< Affare fatto, se ti ritirerai … sarà sfortuna per una vita>>, e me la risi.

<< Eh! Così non vale!>>.

<< Ci credi?>>, lo tentai.

<< Tu sei pazzo!>>.

<< Ma io non sono superstizioso … io cerco, cerco … non credo!>>.

Era l’ignoto stesso, il senso di quelle cose … Ma il mondo non capiva il mio animo afflitto dalla ricerca senza soddisfazione … da un vuoto più grande dei tempi che risucchiava la mia anima … E ancora quel terrazzo, ancora quelle stelle … ancora quel suono … “Dove siete?”.

Ma nonostante quel suono rimanesse lo stesso, intorno a me le voci del mondo cambiavano … Si dicevano di me molte cose. All’inizio erano voci, ma ora erano torrenti e m’invasero, mi costrinsero a scegliere fra la ricerca ed il silenzio più sano, la normalità. Ma questa normalità, dov’era? Chi aveva il coraggio di cercare? Chi aveva il coraggio di non tacere? Chi di noi stava sbagliando?

Gli zii vennero a cena ancora, si erano presi dei giorni di ferie ed erano lì, ad Asiago, a godersi un bell’angolo di Terra, fatto di verde domato e selvaggio.

<< Anch’io ero come te, da piccolo!>>, mi assicurava lo zio, seduto con me su una panchina. Ci prendevamo un gelato in centro, approfittandone per conoscerci meglio. Eravamo soli, sotto un manto grigio e caldo che oscurava le stelle e circondati da edifici vecchi che sembravano sempre giovani, come una volta, in un paese di montagna che non sentiva la sua età, come molti altri. Non riuscivo facilmente a sentirmi parte di quella famiglia, ma non potevo nemmeno disprezzare la compagnia di un caro amico che giocava ad essermi zio.

<< Ed hai smesso di seguire il mistero?>>, gli chiesi.

<< Uh, se ce ne sono di misteri! Dalla perdita di capelli … Alle etichette nei posti sbagliati … l’hai vista quest’etichetta?>>, e si indicò sotto la nuca. << Sembrerebbe una maglietta storta e invece non lo è. È un mistero, vedi?>>, e rise, da solo. << Poi ci sono le donne … poi i calzetti, ma questo centra con la lavatrice, tu non lavi ancora niente, vero?>>.

Lo guardavo, silente. << Che cosa? No … io intendevo di più i … >>.

<< Il mostro dell’armadio>>, m’interruppe facendo poi una pausa incredibilmente lunga. << Era solo un maglione nell’armadio. Che tu lo abbia mai avuto o no … prendila metaforicamente>>.

Profondamente rimasi scosso da un’insolita perplessità scaturita da così banali parole. Erano solo banali parole! E comunicavano molto più delle mie.

Ma qual era il mio mostro dell’armadio?

Tornato in camera aprii silenziosamente l’armadio, ancora immerso nel mondo metaforico e dissi:<< Tu non esisti>>, lo richiusi, feci le spallucce. Io non avevo terrificanti illusioni, avevo i fatti, puri, com’erano.

O forse …

<< Quando Calà?>>, domandò Mattia, il mattino seguente.

<< Presto>>, risposi.

<< Cosa aspetti?>>.

<< Il … momento>>. Il momento … o la certezza, la sicurezza …

Ma sarei andato. Non avrei rinunciato all’ultima esplorazione. Sarebbe stata l’ultima, nella notte più adatta. In caso di fallimento … mai più niente. La realtà avrebbe demolito la debole voglia bambina di scoprire la meraviglia dove non c’era niente. Avrei lasciato agli artisti il compito di dipingere meraviglie invisibili. Io … ero un ragazzo di tecnologia, sarei stato utile ad altro. Ma in caso di disfatta non sarebbe finita così. Era una guerra quella, della realtà dei fatti.

I nostri passi erano piccoli, su di un’immensa nera terra aliena, i gradini di pietra di Calà stavano nascosti nel bosco. Il freddo s’intrometteva nella nostra salita, spettro del terrore in una calda serata d’estate. Gli occhi attenti avrebbero voluto vedere tutto ma erano bendati dalla notte che si svegliava a ogni nostro rumore, spiandoci, cacciandoci … E sentendoci osservati a volte correvamo, fingendo fretta ma quello era solo chiaro terrore, più chiaro della notte. Le nostre timide pile disturbavano l’oscurità, avremmo dovuto andarcene, in ogni istante. Calà del sasso era una scalinata immensa e prima della fine qualcosa sarebbe successo. Forse, speravo non accadesse ciò che cercavo, speravo che nessun telo cadesse, che nessuno spaventoso mistero mi si mostrasse.

<< Va bene>>, ammisi, con voce fragile. << Qui non c’è niente. Sei coraggioso … volevo … vedere questo! Andiamocene!>>.

Mattia esultò piano piano e ci voltammo per la discesa, ma in fondo alla curva degli scalini in discesa fra la vegetazione. Una luce azzurra mi spaventò ed il terrore fu così intenso da colpirmi: mi s’aprì un taglio immenso fin dentro l’animo. Tremavo, la paura si diffondeva dal colpo al petto fin sui capelli e verso i piedi. Mattia già correva su per la scalinata, la sua pila oscillava come lampi di luce su di una salita senza fine. Il pericolo mi scosse ancora e mi fece salire le scale rapidamente, volevo guardarmi alle spalle, vedere se la luce c’era ancora ma non potevo distrarmi. Un riparo, una via, dov’era l’uscita da quell’incubo? C’era un posto sicuro? C’era la realtà dietro di me che giungeva a prendermi in risposta al richiamo? C’era il destino? Cos’era la luce da cui scappavo? La verità? Rallentai per guardare dietro, non c’era niente.

<< Mattia!>>, lo chiamai bruscamente, sottovoce. << Mattia fermati!>>.

Mattia si nascose dietro un albero e spense la pila, i suoi occhi lucidi mi fissavano nel buio. Io, in piedi sulla scalinata, mi poggiai ad una parete rocciosa per non essere in vista e guardai il mio amico, facendo respiri rapidi e profondi. << Non c’è niente>>, lo assicurai. << Era lo spavento>>.

<< Era vero!>>, disse con voce di pianto. << Voglio tornare a casa! Era vero>>.

Feci appello alla mia calma e tremante gli dissi, nascondendo la paura dietro al buio che ci divideva:<< Noi siamo qui, stiamo bene. Torniamo indietro … >>.

<< No>>, disse, terrorizzato. << Io rimarrò qui! Verranno a prendermi! Digli di venire a prendermi!>>.

Ma la luce s’incuneò alle sue spalle scivolando nel cielo, dietro ai rami degli alberi e dietro alle loro vette.

<< Resta immobile>>, gli sussurrai temendo di essere allo scoperto ma temendo anche di muovermi, in cerca di riparo.

La luce colpì la sua sicurezza e si gettò a terra, spaventato. Essa scivolò verso di lui, abbassandosi, come se qualcosa senza corpo, fatto d’azzurro luminoso e vibrante tagliasse l’aria e ogni ostacolo avanzando inesorabilmente verso il mio amico. Io corsi verso di lui dopo un attimo di esitazione ma la luce era troppo rapida e mi avrebbe preceduto. Così cambiai direzione, salii a gattoni, svelto, la scalinata e giunsi ad una grotta, mi ci tuffai dentro. Ero solo, col mio respiro. Non c’era più niente.

Era un incubo. Era per forza un incubo.

Tremavo, la paura mi congelava fin nell’anima. Guardai fuori, dove era più buio. Ascoltai il silenzio. Perché c’era silenzio? Perché il bosco era così indifferente al suono della confusione nelle mie orecchie? Mattia? Solo, nascosto, tremante? Era stato ingoiato dalla luce fredda della tenebra? Aliena o spirito infastidito della foresta?

Trattenni il respiro per udire più lontano, poi sussultai, due piccole lucciole volavano zitte davanti alla grotta. Le osservai, immobile, poi ne giunse una terza e lì fermo sperai che non avvertissero il bosco della mia presenza. La grotta mi avvolgeva, abbraccio materno della Terra, mi avrebbe difeso nel buio dalla luce terrificante.

Ma quelle piccole luci sembravano quasi organizzate.

“Dove siete?”, era la voce raggelante che udivo, mentre delle luci poco più grandi invadevano la scena, illuminandosi a vicenda, tentacoli fluttuanti nella tempesta buia dei timori. Poi davanti alla grotta comparve la luce, grande, vincente, incorniciata da spaventosi tentacoli luccicanti nel buio. Aveva vinto, contro le sue prede d’ingenua imprudenza. Avevo la roccia attorno e alle spalle. La luce corse su di me.

Mia madre mi svegliò, io ebbi un brutto risveglio. Ero a letto, facevo tardi a scuola. Il mio cane per giocare mi tirava i pantaloni. Confuso mi preparai ma non c’era alcuno zaino in casa … Mia mamma già mi rimproverava, non potevo che averlo lasciato a scuola ma, giunto nel cortile, prima delle lezioni, nemmeno Mattia c’era e mi perforò la mente una terribile domanda. Se fosse stato vero?

A scuola non c’era niente: non era lì lo zaino, non era lì il mio amico … I suoi genitori telefonarono la segreteria, non era nemmeno a casa. Era allarme, il mio amico era scomparso … Mattia non c’era più.

Io sapevo? Ma questo? Sapevo cos’era vero in questo?

Dopo scuola corsi a Calà con Sport, il mio cane, lì dove i gradini sapevano ancora di terrore ed era fresco. Eravamo passati di lì, eravamo scappati, c’era stato qualcosa … io me lo sentivo, era troppo forte quella sensazione dentro di me.

Trovai qualcosa di colorato contro una parete, andai a vedere. Sostai, davanti ad esso. Era uno zaino. Aveva il colore del mio. Era il mio. Lo aprii, guardai dentro, erano le mie cose. Potevo averlo lasciato cadere per correre via più velocemente. Potevo averlo lasciato contro la parete nel momento in cui …

E guardai l’albero. L’albero dietro cui si nascondeva Mattia, nei miei ricordi, prima che la luce lo prendesse con sé. Lui era stato lì … ed io guardavo l’ultimo luogo in cui lui era stato davvero. Andai a vedere, indugiando. Non c’era niente. Pareva che nessuno fosse mai passato di là, solo la mia memoria vi disegnava la presenza.

Tentai di insistere affinché il mio cane potesse riconoscere da qualche parte l’odore di Mattia ma si ostinava a non voler annusare. Sembravo uno stupido.

Poi qualcosa gracchiò lamentosamente nello spazio ricolmo di alberi che mi impedivano sempre di vedere oltre. Cercai la direzione giusta verso cui porre l’orecchio, mi feci coraggio, chiesi ad alta voce chi fosse.

<< Thomas!>>, tentò lui, sfinito. Era Mattia!

Balzai verso la sua direzione, sorvolai ogni ostacolo, lo raggiunsi. Si stringeva una gamba al petto asciugandosi il volto, << Mi sono rotto una caviglia!>>.

<< Cosa ci fai qui?>>, domandai contento e ferito dal fatto mentre il mio cane gli infilava la lingua in tutti gli angoli, in festa.

<< Mi sono trovato qui … Ho paura>>.

<< Stai tranquillo, è giorno>>.

<< Ma i misteri non vivono solo di notte!>>.

Lo guardai, profondamente colpito, confuso, << I … misteri? Qui non c’è stato niente>>.

<< Forse tu avevi ragione! Io … sono comparso qui! Qualcosa deve avermi attirato nel sonno! Chiama aiuto … La mia caviglia!>>.

<< Ma non posso lasciarti solo!>>.

<< Lo ero già! Corri!>>.

<< Corro>>, annuii, gli lasciai il cane, poggiai lo zaino vicino a lui e scattai via. Non doveva essere successo niente. Era successo qualcosa. Era niente. Era qualcosa ed era niente … doveva … doveva essere niente. Una realtà così profonda, terrificante, sfaccettata, non doveva essere vera! Non lo avrei mai permesso, non per me, non in me … non era vero. Non lo avrei permesso. Perché il buio si era permesso di ferirmi col suo grande mistero? Doveva allontanarlo, difendermi … io cercavo, ma non volevo davvero sapere … ero bambino, giocavo! Il buio avrebbe solo dovuto giocare con me e difendermi dalla verità. Perché questo? Chi voleva questo su di me? Chi lo voleva? Ma soprattutto … cos’era?

Comparve sui giornali la notizia della sua misteriosa scomparsa, ma nessuno suppose niente, nessuno, dopo un po’, disse più niente e tutto svanì, cancellato dal tempo. Mattia divenne paranoico, non poco e la sua famiglia con lui. Loro supponevano tutto … Per loro Asiago era maledetta, una forza malvagia l’aveva scelta, la nostra terra. Si spaventavano per tutto, creavano leggende e se ne sottomettevano impietriti dalla paura. Non potevano più vivere lì, si trasferirono altrove e io il mio amico lo salutai con gran insicurezza. Qualcosa era accaduto, qualcosa che non avevo mai raccontato. Nemmeno a lui che la sapeva diversa, eppure come me l’aveva vissuta! Proprio con me … Eravamo in due, ma chi la ricordava giusta? Io avevo le prove, lo zaino, il luogo. Indubbiamente la mia versione non poteva che essere vera.

La mia famiglia mi allontanò dalla sua, li credevano dei pazzi e se non lo fossero stati, allora sarebbero stati pericolosi, semplicemente, inseguiti da forze negative più grandi di noi tutti.

Sinceramente, non sapevo a quale versione pensare ma non potevo credere che una maledizione gravitasse intorno a loro. Erano rimasti un mese prima di andarsene, avevo visto le loro paure per le cose più semplici. Loro non erano maledetti, erano malati, forse di stress, forse di spavento. Ma maledizione era una parola troppo grande per star nelle bocche delle persone fra le inutili chiacchiere.

Così la famiglia maledetta non venne ascoltata, chissà di cosa aveva bisogno per riemergere dal mare del terrore, ma io, confuso, non potevo fare … ancora niente. Non potevo fare nulla per me, non avrei fatto nulla per loro.

CONTINUA, vedi il mio sito o il mio profilo



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: