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lavoro pubblicato sabato 16 settembre 2017
ultima lettura domenica 29 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

"Come mi devono vestire da morto"

di mario. Letto 1216 volte. Dallo scaffale Pensieri

 Non è proprio un discorso facilissimo da fare. Però è importante. Si possono fare figuracce anche da morto. Mi spiego. Se non lasci detto qualcosa, può capitare che una volta passato dall’altra parte qualcuno ti ...

Non è proprio un discorso facilissimo da fare. Però è importante. Si possono fare figuracce anche da morto. Mi spiego. Se non lasci detto qualcosa, può capitare che una volta passato dall’altra parte qualcuno ti vesta in una maniera da farti fare qualche brutta figura. C’è sempre il fantasioso che salta fuori con qualche bella trovata dell’ultimo momento e ti ritrovi lì, bello sistemato coi piedi avanti, magari un vestito ignorante addosso, che non avevi mai messo o con qualche accessorio che avevi sempre odiato, ma che a qualcuno è venuto in mente di farti indossare per l’ultimo viaggio. Ed ecco che in un momento così importante, in un’immagine che tutti si ricorderanno per sempre (insieme alla foto sulla tomba), tu sarai immortalato così (e non è una battuta): in un modo che a te fa pena! Ma ormai sei morto, e non puoi reagire.

E’ per questo che mi piacerebbe lasciare detto qualcosa in merito.

Il primo problema è la cravatta. Un morto come si deve, in genere, veste sempre la cravatta. Almeno secondo l’immagine ufficiale del morto. Ma io non porto mai la cravatta. Non l’ho messa neppure quando mi sono sposato: avevo un bellissimo foularino. L’unica volta che ho messo la cravatta (e ho delle foto che lo testimoniano) è stato quando siamo andati con la scuola in visita al Senato, io e il mio collega. Dunque, dovrò mettermi la cravatta da morto (non una cravatta tipica da sepoltura, ma proprio la cravatta come accessorio …)? La giacca sì. La porto sempre. Mi piacciono. Ultimamente uso: giacca e una T-shirt collo a “v”. Potrebbe essere un’idea. Sono sicuro che però in molti protesteranno: il morto deve avere la cravatta per fare bella figura; almeno da morto!

E qui subentra un’altra questione: chi mi deve vestire? Moglie? Figli? Fratelli? Parenti vari? E’ anche per questo che due righe non sarebbero male scriverle. Lasci detto tu chi deve decidere. Per il momento opterei per la moglie. E’ quella che ti ha sott’occhio tutti i giorni. Lei sa (le mogli sanno sempre tutto). Sa che non porto mai la cravatta e che mi piacciono le giacche con le magliette scollo a “v”. Anche perché è stata proprio mia moglie a dirmi che quelle girocollo non mi stanno molto bene: ho il collo un po’ grosso e allora le altre mi “sfilano” di più.

Quindi, sembra che la cravatta venga eliminata. Non metterei neppure il foularino; non lo uso quasi mai, averlo su per sempre mi sembra un po’ esagerato. Metti poi che per qualche motivo mi incominci a stringere … non vorrei morire soffocato da morto!!! Allora la prima indicazione ufficiale è una giacca sullo scuro (lo scuro va sempre e poi sono morto …), ma di un modello un po’ sportivo, in modo da fare pendant con la maglietta scura scollata. L’immagine complessiva non dovrebbe essere male e poi lo scuro dovrebbe esaltare il pallore del viso … (insomma, si tratterà di essere un po’ “smorto”).

(Osservazione: faccio tutte queste battute, ma se penso che potrei morire davvero, me la faccio sotto!!!)

La descrizione si potrebbe fermare qui. Non so se ci avete fatto caso, ma del morto si vede infatti solo l’ultimo quarto superiore. Il resto è coperto dal lenzuolo decorativo della bara. Così, se qualcuno volesse risparmiare, potrebbe pure mettermi dentro in mutande ché tanto nessuno se ne accorgerebbe. Vorrei vedere chi avrebbe il coraggio di entrare e sollevare il lenzuolino per vedere che pantaloni mi hanno messo! Non voglio però scartare del tutto l’ipotesi, perché qualche zabetta di paese, in assenza di parenti, potrebbe anche farlo. Ma continuiamo. Niente per favore nel taschino della giacca. L’ho visto fare in diversi casi. Nulla da obbiettare, ma a me non piace. Nel taschino non ho mai portato niente. Spesso, neppure lo scucivo. (Sto incominciando a usare l’imperfetto; non vorrei entrare troppo nella parte e considerarmi già morto!). Altri oggetti in evidenza? Al momento non me ne vengono in mente e la cosa comunque non mi attira molto. In passato ho sentito di un mazzo di carte infilato nella bara. Mi sembra sia stata un’esplicita richiesta dell’interessato. Bello così. Mi piace questa idea di continuare con questa goliardia post-mortem.

Ma io nel caso cosa potrei farmi mettere? A oggi direi un libro. Quale? Eh! Difficile scelta. Anche perché non posso farmi mettere dentro una mezza biblioteca! Forse, per il momento, penso ancora alla Chimera di Sebastiano Vassalli. Sarei tentato anche da altri titoli, ma l’equilibrio di questo capolavoro, la sua atmosfera storica mi convincono moltissimo. Penso non mi stuferei di leggerlo e di tempo ce ne sarà!

E qualcosa per scrivere? Nooo quello che c’era da scrivere è già stato scritto. Se non l’ho scritto, peggio per me. L’eternità è l’eternità. La pace. Tutto deve quietarsi. Io la penso così la vita dopo la morte (curioso concetto questo: la “vita” dopo la “morte”; in sé è un assurdo confronto). Tutto si calma e rallenta. Diventa meditazione. O forse neppure. Diventa quel Nirvana di cui parlano molte religioni. Un sorta di contemplazione, come si legge nelle nostre Sacre Scritture. Sospeso senza spazio né tempo. Nell’Eterno (con la “E” maiuscola). E allora non serve scrivere. Tutti lì sanno già tutto. Ci si emoziona? E’ una domanda. Non so. Forse in quella beatitudine non serve, appunto, emozionarsi; lo si è già a sufficienza. E quindi è come se tutti si stesse scrivendo nello stesso momento per emozionare gli altri!

Nelle mani? Un Rosario intrecciato alle dita? Potrebbe essere molto d’effetto, però non sono mai andato molto a messa. Pregare prego; ci credo; a messa mi annoio tremendamente. So che è un precetto fondamentale. Un pilastro della nostra fede potrebbe dire un islamico (loro ne hanno cinque); ma non mi ha mai attratto più di tanto. Poi, un tempo, odiavo questo momento per motivi politico-sociali. Ero più giovane e più scatenato. Vedevo nella messa domenicale solo un momento in cui una parte di cittadinanza faceva sfoggio di pellicce o abiti di marca per sottolineare un certo status sociale; nessun slancio di fede. Forse esageravo. Molte persone lo fanno comunque davvero. E molti non sarebbero assolutamente degni di oltrepassare il portone della chiesa. Almeno se non si sono pentiti.

E’ incredibile vedere come sia variegata la composizione del pubblico dei fedeli a una messa domenicale. E assolutamente incredibile vedere con quale faccia di bronzo siano lì a recitare la parte del pio devoto fedele! “Ma ti rendi conto?!” – Mi verrebbe voglia di andare lì a dire a qualcuno -“Non ti ricordi cosa hai fatto ieri sera in quel posto?! E quante persone hai raggirato questa settimana e sei qui a baciare le pile!!!”. Amo follemente un proverbio popolare: Quand al cü l’è früst, anca al Patar Nost a’l diventa giüst!. Traduciamo e commentiamo, merita! (Bisognerebbe tradurre rispettando le rime, ma non è facile); però risulterebbe una roba del genere: Quando il culo è frusto, anche il Padre Nostro diventa giusto! Ci siamo capiti. E’ stupendo! Passata una vita di bagordi, lussurie e peccati, nel momento in cui invecchiamo e quei ritmi non riusciamo più a reggerli, o ci siamo forse un po’ stancati, dunque il nostro “culo” è stato usato a sufficienza tanto da essere abbastanza consumato, bene, a quel punto si cambia registro e sostituiamo il nostro didietro con la preghiera. Ahhhh facile così! Conversione ad orologeria! Siamo capaci tutti. Stanchi di correre, diciamo che non abbiamo più voglie di fare gare, che non ci sono mai interessate! Qualcosa di simile alla volpe che dice che l’uva è acerba perché non ci arriva!!!

E quanti di questi didietro si muovono su e giù per gli altari o anche solo lungo la navate centrale a ricevere l’eucarestia! Sarà la paura. Penso. Quando invecchi e si avvicina il momento in cui qualcuno deve sceglierti il vestito (vedi titolo di questo scritto), allora strizzi di brutto! Le vedi davvero le fiamme dell’inferno. Così corri il più presto possibile ai ripari: l’espiazione! No no, non voglio morire nel peccato! Santa Madre Chiesa Cattolica Apostolica, apri le tue braccia e accogli la pecorella dispersa!

Facile. Comodo. Ma forse meglio così che niente. Recita un altro bellissimo proverbio: Pütöst che nient, pütöst! Stupendo.

E allora mi scoppia la vocazione. Messa una volta al giorno. O almeno vita parrocchiale. Qualche iniziativa per l’Oratorio. Due o tre donazioni. Un bel pellegrinaggio che non guasta mai. Per i più arditi anche una letturina dei Vangeli durante le funzioni o, ancora meglio, prendere qualche “Voto”, tutti quelli che si possono prendere da laici e vai alla grande! La metamorfosi! Dalle stalle alle stelle! Ma nel vero senso della parola! Tra le schiere di arcangeli e cherubini.

Boh! Magari hanno ragione quelli.

Io da piccolo in chiesa ci andavo sempre. Ho fatto pure il chierichetto. Il top è stato quando abbiamo fatto credere all’ultimo venuto che per diventare un chierichetto si doveva superare una prova iniziatica. Si sarebbe trattato di mangiare un intero cucchiaio di incenso, quello che si usava per il turibolo. Certo che non era vero. Ce lo siamo inventato. Però il bambino se lo è mangiato sul serio. Bene, l’incenso non è velenoso più di tanto; il ragazzo è vivo e vegeto; non al postissimo, d’accordo, ma forse non è stata colpa dell’incenso.

Un’altra nostra passione era suonare le campane; proprio quelle azionate a mano con la corda; non quelle computerizzate di adesso. Il meglio era il “campanone” di mezzogiorno. Si doveva fare molta attenzione. Sbagliando i tempi la campana suonava “a morto” e allora subito le donne uscivano in strada a chiedere chi se ne fosse andato: “ma gh’eva ‘nzün malaviu!”, “non c’era nessuno malato (o meglio in agonia”), e allora chi è morto?”.

Ci lasciava suonare mezzogiorno l’operaio del Comune, l’incaricato ufficiale. Lo scherzo per i novellini poteva essere anche molto doloroso. Se qualcuno di questi aveva fatto troppo il furbo o stava alzando troppo la cresta, lo si invitava a tirare le corde del campanone. Eravamo piccoli, quindi dovevamo attaccarci in tanti per poter tirare la corda. Ma si doveva pure mollare la stessa al momento giusto, quando risaliva richiamata dal movimento contrario della gigantesca campana. I veterani il movimento lo conoscevano. Al pivellino macchiatosi di troppa furbizia, il particolare non veniva reso noto. Così letteralmente volava appeso da solo alla corda, inchiodandosi le mani nello stretto buco di legno dei ripiani che dividevano il campanile.

Dunque, il Rosario? Alla fine non l’ho mai usato. Mi piacciono molto. Ho approfondito la conoscenza dei Misteri del Rosario, ma non mi è mai piaciuto molto recitarlo. Però il vecchio “Don”, il parroco di una volta del nostro paese, l’ho seguito tantissimo e lui credeva molto in me. Ecco, non ho mai frequentato più di tanto la Chiesa, ma ho frequentato molto i preti in cui credevo. E’ per questo che penso a un funerale religioso. Mi ritengo un cristiano credente; non molto frequentante, come dicevo prima, ma credente. Ricordo ancora un 31 gennaio di tantissimi anni fa. Io e il Don, da soli. In bicicletta a Gignese. A lui piaceva molto la bici da corsa. Abbiamo fatto tante belle cose insieme, anche un giro del Lago Maggiore. Ma quel Capodanno, nel senso di ultimo giorno dell’anno, è stato speciale. Anche lui se lo ricorda ancora adesso, nonostante la sua mente non sia più troppo perfetta. Salite epiche con la neve a bordo-strada. Poesia? Meditazione? Preghiera sui pedali? Chi lo sa! Ma sono questi i momenti che contano per l’anima. Liturgie speciali ed eccezionali. Quando entri in contatto con l’Eterno, sotto qualsiasi forma si presenti. Un pensiero che perdura nel tempo. Una sintonia perfetta. La preghiera che sgorga dalla vicinanza, dal gesto che non ha bisogno di parola per dire, per comunicare. In piedi sui pedali o qualsiasi altro movimento che ti fa entrare in sintonia con l’altro e ti permette di entrare col pensiero in te stesso e scavare, scavare per vedere cosa c’è davvero dentro. Questa è sempre stata la Chiesa che mi è piaciuta. La raccolta della carta. Le gite a piedi a San Martino. Andare ai convegni con la vecchia Fiat Seicento verde-azzurra e vedere in funzione “l’oscillometro”: una pallina da tennis che il Don aveva chiuso in un cartone tondo dei pasticcini e che si muoveva in tutte le direzioni a seconda delle curve. Quanto amore a quel ricordo dell’oscillometro non avete idea di come mi sgorghi da dentro! Quelle comunicazioni metafisiche. Non si possono spiegare. Lui te la mostrava la strada, poi tu decidevi. La meta è là; fai tu. “Teologia e olio bollente” dove si facevano cuocere le uova per quelle cene leggere leggere. Ma che non dimenticheremo più. Grazie Don. E’ per te che voglio un prete al mio funerale.

A proposito ancora di Rosari: oggi vado al rosario di una mia amica. Tornava da una riunione l’altra sera, sul tardi; non si sa perché ma è finita nell’altra corsia, toccando una vettura che proveniva in senso contrario e schiantandosi sul guard-rail. Vado al rosario per poter incontrare i famigliari. Una settimana prima c’eravamo visti. E ci siamo lasciati scambiandoci delle belle parole. Chissà se lei ha lasciato detto come avrebbero dovuto vestirla in caso di … Ecco due cose bisogna scriverle, non si sa mai.

Ho saputo che un tempo del funerale si faceva anche un servizio fotografico. Una mia amica ha trovato l’album del funerale del padre. Una cosa strana. Dalle mie parti non mi sembra sia mai stata un’usanza diffusa. Io però ho fatto delle foto a mia mamma e a mio padre da defunti. Ho pure fotografato il nostro cortile addobbato per il feretro della mamma. Mi sembrava giusto fermare nel tempo questa immagine. Chiedo che sia fatto anche con me. Sarà una foto che terranno i parenti: i figli la moglie; insomma, rimarrà in casa, ma è necessaria. Si fotografa l’inizio; deve essere fotografata anche la fine. A tal proposito c’è gente che ha videoripreso l’uscita del figlio (o della figlia) dalla vagina della moglie durante il parto. Questo mi sembra un po’ esagerato. Soprattutto se poi lo riproponi a qualche cena! Ma è possibile che uno non si senta un attimo in imbarazzo??? Caspita! Dovrebbe almeno intervenire la moglie! Dico, Siamo lì tutti insieme e tu, marito, mi metti su un video del genere? Stiamo magari mangiando il tiramisù e tutti devono vedere la mia berny in televisione? Con una roba strana che mi spunta in mezzo??? Noooo dai!!! Troppo brutto! Eppure succedde!

Un’altra cosa a cui bisogna pensare post-mortem oggigiorno è anche il discorso social-networks. Cioè, come gestire il nostro sito, le pagine virtuali sulla rete, sul web, una volta andati. Non ci avete mai pensato? Bisogna a mio avviso lasciare delle indicazioni anche per questo.

Potrebbero inventare un dispositivo che disattivi il sito al momento del trapasso; ovviamente se è nostra intenzione farlo. Oppure prevedere, creare delle pagine che entrino in visione al momento della nostra dipartita, già preconfezionate dagli interessati in precedenza. Come potrebbero essere? Beh, io farei tutte e due, e magari brevetto il tutto!

Allora, preparerei delle pagine che entrino in gioco una volta che sono defunto. Mi stanno in rete per – diciamo - un mesetto? Due? E poi farei scattare l’altro meccanismo, attraverso il quale il mio sito, le mie pagine ecc. scompaiano dalla rete.

Oppure, d’accordo, una sorta di loculo virtuale perenne. Un cimiterino on-line! Pagine che rimangano per sempre in rete a ricordo della mia persona. Così che tutti possano venire a trovarmi, come se venissero al cimitero dove sono seppellito. Ancora di più: inventiamoci il cimitero on-line! A cosa servirebbe? Io diparto dalla vita reale. Mi faccio cremare, in modo da non occupare spazi. Ceneri da tenere o spargere, a scelta. E poi una bella pagina/lapide on-line. Dove tutti, vicini e lontani, possono venire a trovarmi. Ci starebbero molte più cose della semplice fotografia ed epitaffio sul marmo. Uno potrebbe pure lasciare un frase, un pensiero … Mica male come idea!

Idem con patate per il telefonino. Ehhhhh cari miei … è diventato la base, il fulcro della nostra vita. Uno strumento – diciamo - virtuale, che rappresenta però la nostra vita reale, vera. E’ il soggetto che sa davvero tutto di noi. Non può parlare, ma può dire tutto di quello che abbiamo fatto e che stiamo facendo; pensateci.

E allora, vuoi lasciare una cosa così delicata al pubblico ludibrio??? No no. Forse altrettanto importante del vestito è diventato il telefonino. Il problema è come gestirlo nell’immediato della nostra morte. Sulle pagine web stiamo abbastanza abbottonati. Ma sul telefonino ci sfoghiamo! Si potrebbe inventare una “app” per cui, ogni tot tempo ci chiede: - Ci siamo? -. Dandole il via libera, essa procede. Se non ottiene risposta, blocca il tutto, oppure fa scattare le pagine “del defunto”, cancellando dati, telefonate, pagine, tutto quello che sono dati sensibili. Usando i social anche sul telefonino, sullo smart-phone, come si dice adesso, si potrebbe integrare il tutto: pagine web e telefono; ma quest’ultimo è davvero importante! Quanti di noi, senza un’adeguata pulizia dei dati, darebbe tranquillamente in mano il proprio telefono al partner? Almeno che non ne abbia due di telefoni!!! (Ma se non ci sei più, anche far sparire il secondo, non è impresa facile).

Passiamo ad un altro punto. Musica o non musica? Spesso i funerali erano accompagnati da una banda o avevano una qualche colonna sonora. Non da scartare come idea. La banda fa sicuramente piangere (nel senso di emozionare, è chiaro). Mi immagino una bara portata a spalla; spoglia; senza fiori; e la banda che precede: fighissimo! Si farebbe un figurone della Madonna (senza far battute)!

Ma, se per quanto riguarda la banda, la si può semplicemente noleggiare, farsi portare a spalla non è la stessa cosa. Mi spiego. Possiamo sì affittare anche quattro portatori delle Pompe Funebri, ma non fa lo stesso effetto. Il portarti a spalla prevede che degli amici lo facciano spontaneamente. Solo così il tutto acquista peso. E ci sarà qualcuno disposto a farlo, se tu, eventualmente, lo chiedessi nelle tue volontà, come in uno scritto come questo? Bella domanda. I quattro (o anche di più) te li devi aver meritati. Sono loro che spontaneamente dicono: “Se ha voluto così, vado io!”. E dipende cosa hai seminato nella vita.

Dico sempre che il valore di una persona si misura anche (o soprattutto) dal suo funerale. I funerali dei miei genitori hanno registrato una folla oceanica! Se io riuscirò anche solo a sfiorare quelle presenze, allora potrò dire di avere combinato qualcosa di buono nella vita. Certo, tirassi gli ultimi adesso, ancora relativamente giovane, bambini abbastanza piccoli, nel pieno dell’attività lavorativa, avrei gioco facile. Un bel pacchetto di persone lo metterei in piedi comunque. I miei, invece, erano già tutti e due in pensione, anzianotti, un po’ tagliati fuori dalla vita pubblica. Eppure c’è stato il tutto esaurito! Davvero grandi! Vuol dire che hanno proprio lasciato un bel ricordo.

Chissà chi verrebbe domani al mio funerale. I colleghi, se non vogliono fare brutta figura, devono venire (almeno al rosario; lo si fa ad un’ora per cui non ci sono scuse). Qualcuno, sono sicuro, sarebbe lì con l’orologio in mano; una formalità da espletare. Messa, o cimitero, salutino ai familiari e via; spesa, commissioni … non si può stare simpatici a tutti; o non puoi pretendere che tutti ti amino, è naturale. Alunni? Molti di loro verrebbero davvero volentieri! In tanti hanno capito che io nel mio lavoro mi ci butto proprio con passione. Quindi verrebbero spontaneamente. Me li immagino. Un po’ disordinati; qualcuno sgraziato o solo impacciato, ma partecipi: una cosa vera. Parenti? Mizzega! Li sto perdendo pezzo per pezzo. Invecchiano. Se ne vanno prima loro. E con alcuni non ho grandi rapporti. Un peccato. Su questo dovrei fare mea culpa. A volte mi preoccupo di gente lontano, che neppure conosco, e non mi ricordo dei miei parenti dietro l’angolo, che possono avere bisogno. Sbagli che si pagano. I figli? Mamma mia! Loro sì. E’ il momento in cui avrebbero più bisogno di me. Sarebbe davvero cattivo da parte mia andarmene proprio ora. Ma sarebbe anche difficile opporsi al destino. Loro la riterrebbero una grave ingiustizia. Siamo noi che abbiamo deciso di metterli al mondo; e poi li lasciamo così? No no. Ci avete voluti e adesso ci curate. Avrebbero perfettamente ragione! E a tal proposito ho tanta voglia di scrivere un qualcosa tutto dedicato a loro! Ma ho paura che farei fuori qualche tastiera del computer a furia di piangerci sopra!

Un’altra formula originalissima di funerale è stata quella organizzata da un nostro conoscente per la sua compagna. Se la Montagna non viene a Maometto, Maometto va alla Montagna. Proverbio preso alla lettera. E’ andato lui con il feretro da tutte le persone che avrebbero potuto partecipare alla cerimonia. Sì, vi sembrerà una trovata cinematografica ma avvenne proprio così. Girava lui, con la sua macchina davanti e il carro funebre dietro. Si fermava sotto casa degli amici; suonava il campanello e chiedeva: - Volete salutare la R.? - . Questi, incuriositi, chiedevano: - Come, scusa? -. – Sì, volete salutarla per l’ultima volta? E’ qui sotto -. Gli amici scendevano, scioccati, si avvicinavano al feretro e farfugliavano qualcosa imbarazzatissimi. Poi lui risaliva in macchina e partiva alla volta di un’altra casa.

Un altro aspetto interessante della faccenda è dove si vorrebbe morire. Nessuno se l’è mai chiesto? Curioso. Un finale tipo “motel” non sarebbe male; molto spettacolare (io e un mio amico volevamo andare al funerale di un signore abbastanza anzianotto morto a letto con una escort in uno di questi posti!). Ma sarebbe poco adatto a un padre di famiglia. Incidente o simili? Troppo violento. Rimarrebbero: letto di casa oppure ospedale. La casa è sempre il top; ma ci sarebbero delle controindicazioni. Ad esempio: rimani secco accanto alla moglie di notte; bene, non hai disturbato, non hai sofferto, sei morto “nel tuo letto” come si suol dire, però vuoi mettere per la povera donna? A parte lo spavento al mattino, pensate per il resto dei suoi giorni: dormire dove ti è morto il marito? Mah! E se mai si portasse a casa qualcun altro e questo dovesse mai venire a sapere (o già sapeva) che sei morto lì?! Nooo … io non ci starei a copulare dove le è morto il marito! Porta pure sfiga.

E allora? Perfetto sarebbe riuscire a terminare il cammino in una qualche altra stanza della casa e poi un bel allestimento al pian terreno, in un qualche locale abbastanza spazioso. Sei a casa tua; non disturbi più di tanto; possono venire a trovarti senza impegno … Nella stanza in questione rimarrebbe il tuo ricordo, ma non sarebbe così invadente o, peggio, opprimente per i futuri abitanti della casa. Una cosa carina e soft. L’ospedale non è troppo brutto. Il fatto è che sei solo; lontano dai tuoi cari. Possono anche succedere cose strane. Tempo fa è stato arrestato un infermiere che sembra proprio approfittasse dei cadaveri delle donne in obitorio: cose incredibili! (Bastardamente si erano poi diffuse battute davvero ciniche! Tipo: - Un po’ freddina la ragazza”; o anche: - Carina, ma forse un pelo rigida -; oppure: - Ma chi ha fatto la mano morta dei due?! - ecc. .

Poi anche la questione del posto nella tomba di famiglia. Cioè, se uno si fa cremare d’accordo; ma io per il momento avrei il posto nel cimitero nuovo, dove ci sono le tombe con i cognomi. Si è un po’ complicata la situazione all’interno della Tomba di Famiglia. In primis la moglie ha dato disposizioni che non prevedono la sua presenza; e la geometria degli incroci di coppia non è proprio così lineare. Si sono complicati i parallelismi. Non si riuscirà più a mettere per le coppie future il marito vicino alla moglie. Già adesso non sono proprio così. Ma a casa mia siamo stati sempre abbastanza originali e anarchici; così la tomba di famiglia riflette e rifletterà questo simpatico caos.

Altra questione: e dove si andrà dopo essere trapassati? Non nel senso di cimitero, cremazione o roba del genere; ma proprio: andremo in un luogo fisico? Ci scioglieremo in una grande anima universale? Oppure?

Beh, per tutte le religioni la risposta è già stata data da tempo. Ed è proprio su questo che voglio ragionare. Buttando un occhio qua e là, non sono poi così distanti le varie interpretazioni. E poi a chi dare ragione? Davvero esiste una religione più importante di un’altra? Non credo. Tutte sono bellissime. Si nasce in una piuttosto che in un’altra per questioni storico-geografiche. Ma tutte contengono davvero un sacco di messaggi positivi. E tutte mirano alla nobilitazione della nostra anima.

E quindi noi andremo da qualche parte con la sola nostra anima? Sembra di sì. Appunto, quasi tutte le religioni parlano solo di anima. Anche perché la carcassa del nostro corpo l’abbiamo sempre vista rimanere in giro per cimiteri o simili. Mi sa che non potremo scegliere con chi passare l’eternità. Oppure sì, magari si starà tutti insieme! Pensate che bello poter chiacchierare con Dante Alighieri o farsi raccontare dal vivo (non per fare battute) qualche novella dal Boccaccio. Poter farsi spiegare qualche passaggio complicato di matematica dal Fibonacci o poter mettersi con un cavalletto di fianco a Van Gogh en plein air e farsi dare qualche consiglio sul colore da usare! Stupendo!

Ma questo succederà solo in Paradiso! E negli altri due Regni: Purgatorio e Inferno? Però sembra che i Papi vogliano escludere queste ultime due possibilità. La grandezza di Dio non prevederebbe più la punizione dell’Umanità. Nella sua immensità l’Altissimo riuscirebbe a perdonare i nostri peccati; cosa che noi nella nostra meschinità non riusciamo a fare neppure sulle colpe più lievi rispetto al nostro prossimo. Omuncoli. Siamo davvero piccini piccini. Non meriteremmo di poter stare fianco a fianco con i grandi della storia.

Quelli, ad esempio, che vanno a rubare i fiori dalle altre tombe, per metterli sulla propria. Ma dico, non ti fai schifo da solo? Piuttosto capisco quelli che rubano i vasi di rame per farsi qualche soldino, sempre ammesso che ne abbiano bisogno di questi soldi. Qui ci sta un minimo di senso dietro, ma il fiore!!! Oltretutto penso porti anche sfortuna; un po’ come rubare in chiesa. Eppure …

Anche il funerale in sé merita una particolare attenzione. La cerimonia che accompagna la nostra anima verso l’aldilà. Se tralasciamo quelli davvero tragici, in cui non riesci a darti pace per la scomparsa di un figlio giovane, una persona in piena salute che ti muore in un incidente, insomma, qualcosa che percepisci come innaturale, altri possono essere considerati quasi una naturale e logica prosecuzione della vita (come in effetti dovrebbe essere).

Il top sono stati quelli delle mie zie. Defunte tutte a una veneranda età e molte di loro senza essersi sposate. A parte la solita pièce teatrale al cimitero, dove nessuna voleva esser sepolta agli strati più bassi della tomba di famiglia, comperata come slancio di generosità dallo zio Filippo, “quello della Svizzera”, e che mai avrebbe pensato poi di seminare così tanta discordia tra la parentela. Discussioni che duravano anche molto, con tanto di addetti delle pompe funebri e operai del cimitero che, basiti, rimanevano ad osservare gli scontri incrociati tra le diverse fazioni del gruppo, tenendo in mano le corde a cui avevano agganciato la bara.

Il meglio però era dato al rosario. Ma non male anche il famoso funerale in cui al Bar (perché di solito gli uomini andavano lì e non in chiesa) quando un mio parente aveva apertamente teorizzato la superiorità della razza bianca su quella nera; salvo poi ricevere incredibili sorprese da quello che il futuro gli avrebbe riservato. Ma ritorniamo ai rosari. La prassi era: fare in modo di ritrovarsi verso il fondo della chiesa, o appena fuori, terminata la funzione. Con aria pseudo-afflitta si incominciava a buttare lì frasi del tipo – Ma cosa fate? Andate subito a casa? -. L’interlocutore, fingendosi dubbioso, vagamente rispondeva cose come: - Mah! Non so. Voi vi fermate da qualche parte? -.

Il finale era che la merenda terminava intorno all’una di notte, con gente che spesso scendeva la scala quattro gradini per volta, e che si fermava solo perché si schiantava contro la porta chiusa che dava sul cortile.

E a proposito di funerale ho anche preso accordi con una mia carissima vicina di casa, e non sto scherzando. Mi ha fermato in strada mentre stavo partendo con la macchina. “Allora – ha esordito – ‘sta tenti ben: voglio anch’io una lettera come quella che hai scritto per il Luigi”. Volentieri, d’accordo. Però mi è anche subito sorto un dubbio. “Ma se muoio io prima, allora tu mi porti la croce davanti al corteo?”. “Sì!” – mi ha risposto entusiasta lei!

Allora, vedete? E’ già tutto pronto …



Commenti

pubblicato il domenica 17 settembre 2017
SCARAMALROBERTINO, ha scritto: Complimenti a Mario, che è riuscito a trattare un'argomento così in maniera leggera e non superficiale, inserendo aneddoti personali che strappano un sorriso pur rimanendo seri come il tema trattato. COMPLIMENTI!
pubblicato il lunedì 18 settembre 2017
lagattab, ha scritto: la morte quale spunto per parlare della vita, ironia, malinconia, gioia, tristezza, amori, affetti, piccole antipatie, grande sensibilità, profonda spiritualità e un pizzico di guasconeria. Uno spunto, mille rivoli che diventano un fiume in piena. Anima bella, la chiesa sarà piena, la gente si riverserà sul sagrato, sulle vie, seguendo la banda... un vezzoso foularino non sarà certo inopportuno. E porta una buona bottiglia di rosso per brindare con le stelle. Ma tra molto, molto tempo... bb
pubblicato il giovedì 1 febbraio 2018
LoenaDePicch, ha scritto: Molto bello Mario, ne ha altri?

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