ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.089 ewriters e abbiamo pubblicato 71.814 lavori, che sono stati letti 45.103.781 volte e commentati 54.448 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 13 settembre 2017
ultima lettura domenica 24 settembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Amore impossibile

di Abarbaricyawp. Letto 88 volte. Dallo scaffale Pensieri

  “ Dovrei smettere di fumare”. Così ragionò Dragan. Alle 2.53 della notte stava iniziando il suo secondo pacchetto di sigarette di contrabbando. Certo, fare il cecchino era molto stressante, ma avrebbe potuto masticare...

“ Dovrei smettere di fumare”. Così ragionò Dragan. Alle 2.53 della notte stava iniziando il suo secondo pacchetto di sigarette di contrabbando.

Certo, fare il cecchino era molto stressante, ma avrebbe potuto masticare una gomma, mangiare qualcosa. Attendeva inesorabilmente che qualche civile sprovveduto uscisse di casa oltre l’orario del coprifuoco per freddarlo, lasciandogli solo il tempo per accorgersi che la sua vita finiva lì. Stop. Ma nessuno passava, e forse mai sarebbe passato. In fondo la gente non era stupida, restava chiusa in casa; anche se, altrove, qualche sventurato la sua fine tragica l’aveva avuta. Almeno così Zeljko aveva raccontato a Dragan in un afoso pomeriggio del giugno appena trascorso. Il soldato che attendeva lì nella sua postazione, apparentemente abbandonata, s’accorse che quella zona era fin troppo tranquilla.

Il coprifuoco durava dalle sette di sera alle sei del mattino, quando i contadini lasciavano le loro case per andare 5 km più in là ad arare la terra. Dragan li vedeva uscire, mentre coi loro corpi pesanti e stanchi si trascinavano in processione. Per costoro la guerra non sembrava mai essere iniziata: in fin dei conti la loro esistenza procedeva regolare nell’anonimato, nella quieta tolleranza di una realtà che li vedeva oppressi tra oppressori anche della stessa etnia. Tuttavia nessuna protesta, il loro atteggiamento nei confronti di tale sudditanza era simile al loro procedere verso i campi: testa china, passo lento e regolare, rassegnazione alla realtà.

Dragan si chiedeva per quale motivo la guerra fosse iniziata, ma non aveva le idee chiare; c’erano origini remote, fatte d’odi vecchi quanto quelle terre, perciò a lui sembrò naturale che il suo popolo, il popolo serbo, “benedetto” da Slobodan Milosevic, punisse i ribelli Kossovari. Per questo motivo nessuno si sarebbe avventurato fuori di casa in quella splendida notte stellata, eccezion fatta per un cane randagio che frugava tra le macerie in cerca di qualcosa di commestibile.

Erano ormai le 3.41 e Dragan sentiva assalirlo la stanchezza, la monotonia di quel luogo lo tediava; ma ad un tratto un rumore lo colse di soprassalto e si fermò ad ascoltare. Fissò con lo sguardo il punto dove supponeva provenisse il rumore: in realtà non vedeva nulla, eppure gli ordini impartitigli dal caporale erano di sparare a chiunque, uomo o topo che fosse. Un topo non era, valutò Dragan, ma non era sicuro: si ripromise di non sparare immediatamente, perché aveva l’impressione che la “cosa” che si era maldestramente mossa nell’oscurità avesse capito o sapesse era lì. Tutto ciò gli provocò una tale ansia da chiedersi se davvero tra le tenebre vi fosse nascosto il nemico.

In guerra, si sa, la lotta per la sopravvivenza è tale che chi esita un secondo di troppo muore. Il cecchino pensava “O io o lui”, ma in realtà non sapeva se sparare: e se non fosse stato il nemico? Avvertiva in quel punto che fissava nell’oscurità una presenza per nulla pericolosa e questo lo tranquillizzava. Prese tuttavia il fucile e lo puntò nella zone dove sapeva s’era nascosta la “cosa” che turbava il suo turno di guardia: l’indice della mano destra esitava sul grilletto.

Era passata più di un’ora, tra un po’ sarebbe sorto il sole e per la “cosa” non vi sarebbe stato scampo. Lui definiva “cosa” quella presenza, ma in cuor suo sapeva che era un essere umano: un animale sarebbe scappato subito; era questa una sua deduzione che prendeva corpo man mano che passavano i minuti e la “cosa” lo sfidava a chi cedeva prima.

Alle 5.07 pensò che la “cosa” avesse paura: non si muoveva da più di un’ora, però era pur vero che essa sapeva che lui era lì. Il sole spuntò, o cominciò a farlo, poco più tardi e la paura di Dragan fu che qualche commilitone s’accorgesse della sua “cosa” e lo spifferasse ad un suo superiore: per lui sarebbe stata la fine, perché nelle migliori delle ipotesi lo avrebbero degradato a qualche compito infimo oppure posto in prima linea durante gli assalti kossovari.

I contadini quella mattina si levarono prima per andare a lavorare e quest’avvenimento fu una fortuna per Dragan e per la “cosa”: il primo avrebbe potuto costatare chi fosse la “cosa”, non appena questa si fosse allontanata (e lo avrebbe fatto!) dal suo nascondiglio per andare a mischiarsi con la folla dei morti-che-camminano; la seconda invece si rese conto subito che solo quelle persone le avrebbero permesso di scampare un foro di proiettile nella nuca.

Il momento tanto atteso avvenne pochi istanti più tardi, quando tra la folla di contadini s’intrufolò una figura esile che Dragan osservò attentamente dalla sua postazione nascosta ad occhi indiscreti. La “cosa” era in realtà una ragazza sui vent’anni, alta, lunghi capelli scuri e leggermente arruffati per la notte all’aperto e sotto il segno dell’angoscia d’essere scoperta. La sua pelle aveva un colorito olivastro, e gli occhi erano grandi e neri come la notte che li aveva avvolti fino ad un’ora prima. Dragan vide solo per un istante la ragazza, che lo ricambiò con uno sguardo intenso rivolto verso la torretta; non sapeva come potesse conoscere il luogo dove si nascondeva, però più di tutto lo colpì quello sguardo. Era stato così intenso che, quando Mirko lo sostituì nel turno di guardia, Dragan non spiaccicò una parola e s’avviò mesto verso il dormitorio dei soldati serbi.

Restò così fino all’ora di pranzo, un modesto pasto costituito da fagioli e carne, pensando a quanto gli era accaduto. Nessuno poteva sapere e tantomeno doveva conoscere quanto era accaduto nella notte appena trascorsa.

Dragan accese una sigaretta e aspirò pesantemente, mentre guardava fuori dalla finestra cercando quel volto; un violento colpo di tosse lo assalì, e bestemmiò quando riuscì a riprendersi da quell’attacco. Un lungo istante separò la sua bocca dalla sigaretta nel momento in cui vide tra la folla colei che lo aveva stregato.

Corse fuori dall’edificio in cui si trovava e si diresse verso la piazza poco distante, valutando che lei si sarebbe diretta lì. La vide di spalle mentre camminava a fianco di una donna, che valutò essere sua madre, e pensò che l’avrebbe raggiunta e…e poi cosa? Lui soldato serbo, lei albanese, contadini stanchi di soprusi e sevizie, un amore impossibile. Aveva ormai abbandonato ogni speranza quando la donna a fianco della ragazza si staccò da lei, che proseguì sola per un vicoletto. Dragan la seguì, rimanendo staccato quanto bastava per non farle intendere che la stava pedinando. La vide entrare in una modestissima casa e pensò d’entrarvici una volta giunto davanti l’entrata.

Si fermò invece poco prima, titubante, e pensò di non rischiare così tanto; perciò si posizionò non troppo distante dalla finestra della casa, quella che guardava sulla strada. Accese una sigaretta e rimase lì a guardare: dopo una decina di minuti la vide comparire velocemente attraverso la cornice disegnata dalla finestra e ritenne che i migliori ritrattisti avrebbero fatto a gara per poterla dipingere.

Si stupiva dell’inusuale dolcezza che riservava a quella ragazza, quand’ecco che lei notò la sua presenza e s’avvicinò alla finestra; lo fissò con la fierezza tipica del suo popolo e lo fece alla stessa maniera del loro primo incontro qualche ora prima. Tuttavia questa volta quello sguardo sembrò dirgli che lei avrebbe voluto parlargli, che quella notte non era lì per caso, ma perché voleva vederlo essendone innamorata, da quando la prima volta lo vide salire le scale che portavano alla torretta dei cecchini. Gli avrebbe detto che sarebbe fuggita con lui, ma non poteva; pochi secondi dopo Dragan capì perché. Le si affiancò un uomo che non era di certo il padre o il fratello, bensì il suo uomo. Lui la cinse a sé, a ribadire che era sua; poi in albanese disse al soldato di andarsene e la fece rientrare in casa.

Dragan vide per l’ultima volta quella ragazza: del resto morì tre giorni dopo durante un’offensiva dei ribelli kossovari. Ma nessuno portò fiori alla sua tomba.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: