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lavoro pubblicato giovedì 7 settembre 2017
ultima lettura mercoledì 15 novembre 2017

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Il Cielo Di Sotto

di Tolkien. Letto 203 volte. Dallo scaffale Pulp

I Racconti di J. Robert - Il Cielo Di Sotto   Il seguente racconto non è esattamente un racconto, ma un documento pervenutoci attraverso la stesura di un diario personale. E’ stato rinvenuto nella casa che a Baltimora appartenne ad .......

I Racconti di J. Robert - Il Cielo Di Sotto

Il seguente racconto non è esattamente un racconto, ma un documento pervenutoci attraverso la stesura di un diario personale. E’ stato rinvenuto nella casa che a Baltimora appartenne ad E. A. Poe, e molti studiosi ritengono plausibile la tesi che glielo attribuisce direttamente. Io mi limito ad una traduzione garbata, e spero io piuttosto fedele alla nobile vergatura di codesto fantomatico scrittore.

… Successe che passai notti da incubo, funestato continuamente dal ricordo ossessivo di lei nel suo letto di morte. Che fosse allor quello il castigo di Dio sulla congiunzione che strinsi con la mia congiunta…?

Il pensiero mi stringeva il cuore fino a stritolarmelo, lottavo contro la lotta che istante dopo istante sosteneva per non cedere alla degenerazione e alla pazzia, quasi ne udivo lo scricchiolio incessante.

Divenivo spesso arrendevole preda di follie visionarie e di lunghe febbri notturne molto dure ad andarsene, benché in questa veglia sonnambula avessi ormai da tempo smarrito ogni concetto dello spazio e del tempo medesimo… La mia cameretta era una prigione angusta nella quale consumavo ore agghiaccianti, pasti frugali e bottiglie di whisky che avevano vuotato ogni sorta di assurdità possibile - pensieri di morte - deliri alcolici.

A stento potevo ricordarmi chi fossi.

Ma la lucidità, pur non essendomi di compagnia, m’era comunque compagna, e a queste parole va aggiunto che mai ne smarrii completamente il senso, mai mi spinsi in frenesie che la mia memoria non fosse in grado di registrare minutamente, mai accadde che me ne ritrovassi completamente privo… I miei sensi erano appannati, ma vivi alquanto, ed era anzi la triste congiura di ritrovarmeli ancora piuttosto vivi, a farmi dar fondo ad ogni genere di espediente che fosse atto a reprimerli, ottunderli, ottenebrarli…

Io ero sconvolto, ma lucido, perdiana; di questo, almen di questo non mi si biasimi.

Poiché saprei riconoscere un ubriaco da un alticcio e un alticcio da un sobrio da un miglio di distanza.

Ed io ero qualcuno che beveva per smettere di dar credito alla ragione, qualcuno che la ragione l’annacqua, ma senza effettivamente decidere di affogarla; era piuttosto nella mia stessa disperazione, che mi disperavo, non nella disperazione che le furie alcoliche per loro natura eccitano.

E poi, chi come me ha il gomito logoro e una toppa per chiuderlo - logora anch’essa - sa bene di che parlo.

Ed è allora con un grido lancinante dell’anima, straziata dal troppo dolore ma comunque vigile a se stessa, che io vi espongo quanto segue, quanto cioè ebbe seguito rispetto a queste premesse… Premesse, dirò, alle quali era solita anche la mia bella, e questo costituiva per me un motivo di strazio ulteriore.

Ma bando alle ciance: io, miei lettori - cioè: chi mai oserà reperire queste mie screditabili memorie, qualora davvero non dovessi mai e poi mai sbarazzarmene, e specie qualora non dovessi mai trovare tempo o modo di farlo personalmente - avvertivo soggiungere attraverso lo spiraglio della porta un chiarissimo spiffero…

Che mai, si dirà… Uno spiffero.

Ma questo non era uno spiffero come tanti altri; era uno spiffero diverso…

In questo spiffero - mi raggela il sangue nelle vene il solo ricordarlo, il solo menzionarlo - pareva condensarsi una gran quantità di cose misteriose alle quali ancora non oso dare nome o verbo. So per certo che non ne troverei l’eguale girando tutto il mondo in lungo e in largo più e più volte.

Proviamo a chiarificarci anzitutto su cosa intendiamo per spiffero: con questo termine siamo soliti indicare quei freddi sospiri che solitamente s’intrufolano nelle case fino a percorrerne stanze e corridoi secondo un certo verso, sospiri sospinti da aliti più o meno furiosi a seconda della stagione, e che sogliono arrestarsi sulla soglia di porte, imposte o scuri fino a diradarsi, a sfilacciarsi per filtrare a poco a poco attraverso i più svariati spiragli, facendoli cantare, scuotere o agitarsi…

So per certo che di queste cose ogni nostra casa è piena e ogni nostro infisso ne è o ne sarà piuttosto logoro; ma ciò che tento di spiegarvi è l’enorme diversità che passa da questi naturali fenomeni, so bene spaventevoli di per loro, a quello che si verificò a me personalmente in una sera come tante di quelle, quando più non potendo crogiolarmi in quei dolori, e più non scorgendo nell’ebbrezza del vino alcun tipo di conforto, presi a consolare il mio pianto come farebbe un bambino fra i banchi di scuola, gettando cioè la mia povera fronte madida di sudore e il mio povero viso asperso di pianto sul cavo del braccio destro.

Da quello lentamente mi discostai, come invitato da qualcosa di misterioso ad esser partecipe dello strano fenomeno che da lì a qualche giorno m’avrebbe riguardato così tanto da vicino da avere i brividi ancora oggi al solo ricordo. Filtrava dallo spiraglio della porta, chiusa come la bara nella quale giorni prima deposi il gracile corpo della mia bella, il più strano spiffero che vi potesse mai filtrare… Non strisciava di piatto lungo il pavimento come farebbe un serpente invisibile, né cadenzava la sua corsa con un lungo ululato come spesso accadeva in quella stanza… Era freddo e inodore, e scompigliava la mia rada chioma come farebbe una viziosa in cerca di danaro coccolando il suo partner. Non da un verso né dall’altro, ma arruffando i ciuffi con stranissimi moti centrifughi, piuttosto difficili da enumerare o considerare.

Questi moti elicoidali mulinavano liberamente lungo la stanza filtrando di soppiatto in un numero comprensivo di due o tre alla volta, sfiorando e ravvivando tutto ciò che capitasse a tiro… Considerai tornando in me stesso se la mia follia non avesse preso a giocarmi brutti scherzi, ma non può uno spettro della mente prendersi il gioco dei sensi di un uomo, non col medesimo capriccio di quegli spifferi infernali… Non può un fantasma del pensiero solleticarti il viso fino a paralizzarti dalla paura, o muovere i fogli sul tuo scrittoio come se un monello si stesse divertendo a far girare due calamite, o far danzare i lembi della tua vestaglia come se ti ritrovassi sul ciglio di un burrone dipinto da Friedrich.

Non può.

Ed è alla luce di queste considerazioni che lentamente, con somma costernazione e meraviglia, mi sollevai dalla seggiola e mi avvicinai allo strano fenomeno, ciabattando flemmaticamente come un infermo lungo la corsia di un ospedale.

Volsi i miei occhi in basso, fermi come biglie, lacrimevoli come quelli di un’anima purgante, il viso puntellato di ghiacce aspersioni che mi rendevano ancor più sensibile allo spavento…

La mia nera chioma fu scarmigliata energicamente da un nuovo gemito di vento, lungo e supplichevole come quello di uno spirito penante, ‘sì che per istinto mi ritrovai le mani avanti al viso e a gemere a mia volta, ma per paura e per difesa… Vigliacco come una donnicciola, tremante come un vecchiaccio, titubante come un moccioso, ignobile ai miei stessi occhi come un verme, come un perfetto smidollato!

Abbassai lentamente la guardia, nuovamente curioso, ed ora potei chiaramente notare come il turbinio del frullio misterioso avesse preso a disfarmi il nodo del cravattino fino a farne una piccola sciarpa snodata.

Con mano tremante raggiunsi la maniglia, la sentii cigolare nell’atto di abbassarla con estrema cautela, la porta si lamentò ruotando intorno ai cardini ed io mi ritrovai sul corridoio accompagnato dalla mia stessa ombra. Un nuovo lamento del vento spense la candela con la stessa sollecitudine di un monaco che raccomanda veglia e silenzio, ed io mi volsi a guardarla con terrore come se… come se una supplica avesse quasi potuto aiutarla a rianimarsi ancora un poco.

Scivolai come uno spirito lento e curioso verso la finestra, sobbalzando all’idea che fosse perfettamente chiusa, trasecolando nel constatare che purtroppo lo era.

Tirai le maniche della vestaglia fino alle mani per farmi più caldo - perché uno strano freddo prese a scendere nella mia persona - ciondolai come un beota più che come un beone lungo il corridoio con l’intento di tornare nella mia stanza, ma fui bloccato da un non so che nell’atto di percorrerlo tutto, e precisamente da qualcosa di strano che notavo sopraggiungere dabbasso, più o meno occupando il principio della scala di legno che vi si trasmette con due rampate, una diagonale e una dritta.

Cosa c’era di sotto…?

Percorsi lentissimamente le due rampe, fermo sul guardamano come solo sanno essere i bisnonni, quasi facendo scivolare su quello una mano e poi l’altra, una mano e poi l’altra, e a volte tutt’e due insieme, persino, tanta la paura che quelle sfuriate prodigiose avevano infisso nella mia povera anima sfibrata.

Gemevo di tanto in tanto con dei lamenti acuti e involontari, suoni gutturali quasi di donnetta, come di chi è prossimo a vedersi incarnato davanti ai propri occhi da un momento all’altro il terrore di cui tanto teme… Ma io non sapevo bene cos’è che temessi, e più congetturavo, più occhieggiavo curvo, più occhieggiavo curvo, più mi sembrava di scorgere ad ogni angolo della casa motivi più che sufficienti a giustificare il perché di tanto turbamento.

Il fuoco crepitava debolmente tingendo le fredde pareti d’un rosso brace, e pulsando pareva emulare quel terrore che mi covava dentro nel cuore e nella mente - e specie creare ogni gioco d’ombra che fosse in grado di sollecitarlo invece che acquietarlo un poco col conforto della luce.

Infine adocchiai quel qualcosa di particolare che, a scanso d’equivoci, mi aveva allertato a tal punto da scegliere le scale anziché la porta pur con tanta paura indosso… Davanti a me - e la scorsi rannicchiandomi tutto come fa un gatto prima della fuga - era come l’ombra di un dosso o qualcosa di simile…

Era un’ombra prominente, che mi sovrastava tutto nonostante fossi ormai disceso e stessi ciabattando, pur con lemma di funerea specie, lungo il principio del piccolo salotto che quasi rappresenta la casa in cui vivo nella sua interezza.

Poi l’ombra fece un leggero movimento, e quasi con l’idea di strappare la mia con la sua, sfuggì ratta da un lato e ad ogni altro esame costringendomi ad un urlo di donna pazza, ad indietreggiare, quasi ad inciampare davanti al caminetto fumigante… Il mio urlo l’aveva spento, ed io mi ritrovai solo nella casa completamente buia, nel pieno di una notte senza stelle.

Il trotterellare svelto del ratto destò i miei sensi alla comprensione di quanto avevano percepito, e con curiosità crescente provai a spingermi lì dove vidi quell’ombra veloce partire come un satanasso verso la parete della porta.

Lì, proprio al centro della sala, è una botola chiusa con chiavistello. Il topo avverte forse l’odore delle provviste, vi si reca nella speranza di raggiungerle, o forse in qualche modo riesce nell’intento.

Sentii il chiavistello lamentarsi con suono metallico, e uno strano vapore emergere dagli interstizi della botola… Fui avvolto da questi miasmi a più riprese, che all’odore di chiuso della cantina mescolavano altri olezzi di dubbia provenienza e classificazione. Ma non mi spinsi oltre, quella notte, e alla luna pallida scoperta dal cielo fece coppia il mio viso paonazzo sul guanciale: sofferente, madido, tetro.

Alla notte fece seguito il giorno. Mi diedi degli impegni per non pensare troppo allo strano fenomeno avvenuto la sera prima, e scribacchiai un poco senza spostarmi troppo dal mio scrittoio - non ricordo se la bozza di queste stesse pagine. Voltavo la testa ad ogni falso allarme, forse me ne procuravo alcuni senza volerlo… Quel ricordo mi sorvegliava di continuo, una vera e propria sentinella.

Si fece dunque sera… Provai per tutto il giorno a non dirmelo, ma in fondo la attendevo con una certa sollecitudine. Finsi di guardare fuori della finestra, come quando si ha un ospite in casa sul quale invece preferiremmo deporre tutta la nostra attenzione; la notte era fredda e umida, ma non un alito di vento da me a molte strade… La città era assorta in un silenzio tombale.

Mi volsi angosciato come per scongiurare ogni sospetto - sei lì, vero…?

La porta mi fissò con impassibile rigore. Quasi la sentii darmi dell’idiota.

O ero io che intendevo farlo…? Mi gettai una mano sulla fronte, dandomi dello sciocco, dell’ebete… Scossi la testa e versai nuovo vino nel solito bicchiere… Ma prima che io potessi portarlo alla bocca… ecco avanti ai miei occhi sollevarsi il foglio che stavo scrivendo! Sì, tenuto precauzionalmente fermo dal calamaio che vi avevo posto sopra… Ecco a quel foglio fare un’orecchia, poi un’orecchia sempre più grande, sempre di più, finché potei quasi vedere il foglio di sotto per intero…

“Vergine Maria!” esclamai febbricitante. Posai il bicchiere con un busso, mi accostai alla porta accalorato dal terrore anziché dal vino che avrei voluto bere. Fissai l’infisso, fisso. Fissai poi il suo interstizio, stizzoso.

E da lì, senza troppo farsi attendere, sgusciò per la seconda volta lo spiffero: gelido come ghiaccio etereo, turbinoso come un piccolo tornado, sospiroso come il più sordido amante!

La mia pazzia aveva preso dunque forma, per mai più lasciarmi…?! L’avrei dunque portata meco sempre, ovunque andassi…?! L’avevo evocata a forza d’invocarla, o invocata a forza di evocarla…?!

Qualunque cosa quello spiffero fosse mai stato, la cosa mi riguardava personalmente; avevo anche timore che quel mio modo di stare al mondo avesse come dischiuso qualche guaio infernale di cui ero diretto responsabile, e quasi come per rimediare al torto che a me e ad altri avevo fatto, mi strinsi svelto la cintola della vestaglia e ciabattai risoluto lungo il corridoio pronto a seguire codesto spiffero ovunque avesse creduto di portarmi, e a risolvere la questione per come mi avrebbe fatto vedere che si presentasse.

Non mi destò dunque troppa preoccupazione l’idea di essere sospinto da questo vento, o tirato giù dal medesimo fino al salotto, e quando di questo aprì tutte le finestre una dietro l’altra con gran fracasso di vetri e imposte sbattuti, non mi diedi troppo pensiero del fatto che il vento fosse uscito dalla mia casa piuttosto che entrato…

Ora ero certo che quel vento avesse qualcosa a che fare con me, o io con lui, e che risolvere le impellenze che tacitamente scortava rappresentasse in fin dei conti la vera urgenza di tutta la mia vita.

“Vieni fuori, sei qui-i…?! Spirito della casa! Antenato che l’abitasti! Mio Dio, sono solo…” miagolai infine come un cucciolo che non riceve risposta al suo impellente grido - più d’aiuto che di verace curiosità, lo ammetto.

“Aiuto! Qualcuno riesce a sentirm”, smorzai le mie urla in un fremito di timore; timore di essere infine effettivamente udito… Se qualcuno fosse sopraggiunto, mi sarei così tanto vergognato di me che è difficile dire a parole quanto; non vergognato del mio stato, questo genere di vergogne un alcolizzato le dimentica svelto, o s’aiuta in ogni modo a dimenticarle… Né del fatto di aver paura, poiché anche la paura è un sentimento umano… Se poi è associata ad un alcolista cronico, è addirittura plausibile. Ciò che non lo era - e davvero non lo era - era il fenomeno di cui più che essere partecipe mi sentivo come autore.

Poiché più che ad ogni altra era a questa tesi che io credevo e mi attenevo… Certo, dentro di me, inconsciamente, ma, come dire… In qualità di ipotesi alla quale non è possibile dar credito e alla quale pure bisogna ad ogni modo dar credito - l’ultima ipotesi possibile che in qualche modo dentro di me già sapevo essere l’unica possibile. In fondo, il mio castigo, la mia onta, la mia maschera d’infamia…

Un conto è essere accusati di pazzia - a questo forse ero già da tempo abituato. Un conto è essere accusati di contagio maniacale - la cosa è ancora più bruciante, più infamante.

Mi spinsi fino alla botola. La guardai scettico. Posai quanto avevo fra le mani, ‘sì che il lume ad olio fece scivolare la sua luce oleosa per tutta la sala, ingigantendo il mio profilo sulla parete così come la sera prima era avvenuto con la groppa del ratto. Quatto-quatto m’acquattai, m’acquietai… Non un respiro, non un sol suono… Allentai la tensione, discostai l’orecchio dal legno della botola e considerai se fosse stato possibile discendere… Sì che lo era, perché non avrebbe dovuto esserlo.

Mi feci coraggio, disserrai il chiavistello e sollevai il legno della botola. Sbatté sul pavimento e rimbombò per tutta la sala, tanto che mi volsi a capire se non fosse stato altro a procurare un suono tanto reboante.

Non c’ero che io e la mia ombra; insieme c’infilammo dentro al vano, lentissimi… Io, incurvandomi come un Dante che discende negli Inferi, lei, scivolando svelta assieme al lume che tornai a stringere - dunque quasi disparendo col sottoscritto proprio come farebbe il foulard d’un mago prima di essere completamente appiattito nel fondo d’un bicchiere… Lume che ora portava luce lì dove era solo ombra.

Alcune ragnatele disfatte mi salutarono carezzandomi il viso e impigliandosi ai miei gomiti, tele di cui mi liberai con vivo raccapriccio. Strinsi gli occhi per scorgere meglio cosa mai fosse stato ad attendermi lì con tanta solerzia nel pieno corpo di quel regno sotterraneo, ma la luce, pur vero ancora debole nelle lunghe distanze, non rivelava altro che le solite botti e le solite cassette di viveri… Il mio respiro affannoso, gelato per via dell’umido, smorzava il saltellio della fiamma e il fumigagnolo che sollevava assieme al suo puzzo.

Inorridii scorgendo la mia ombra da un lato - quasi la sagoma d’un invasato - e l’urlo che ne conseguì mi terrorizzò ancor di più, non avendo avuto ancora modo di comprendere fino in fondo che la mia ombra urlasse per conseguenza dell’urlo mio.

Qui non c’erano guardamani, e non saprei ben dire cosa mai sia stato a tenermi e sostenermi evitandomi il precipizio: forse l’istinto di andare masochisticamente incontro a quel mio incubo sulla parete, scoprendo infine essere l’ombra della mia stessa demenza…?

M’appoggiai un poco sulla fredda pietra, attesi che il cuore allentasse la sua corsa e mi gettai nuovamente lungo la ripida rampa, un passo dopo l’altro, un sinistro scricchiolio dietro l’altro, un flemme ciabattio dopo l’altro… Ora non camminavo più curvo per via del soffitto - cioè del pavimento - e tornato eretto - e toccato il pavimento della cantina, freddo e duro come ghiaccio artico - presi a considerare l’idea di visitare meglio il centro di quello strano luogo solitamente tanto lontano dai nostri occhi affaccendati.

Mi curvai fin quasi a porvi il lumignolo* [*neologismo del librettista e compositore italiano Arrigo Boito, autore del Mefistofele]… Non una sola traccia di fuliggine, non un solo tizzo di carbone…

Quegli strani vapori e spifferi me li ero dunque sognati…?

Ma poi, con mio sommo stupore, quasi chiamati dalle mie fantasie in merito, i vapori e gli spifferi tornarono lesti in quel bugigattolo: un piccolo arricciamento fumoso si svolse con molta lentezza partendo proprio dal centro della cantina, e sinuoso s’estese lungo tutta l’altezza dell’alto scantinato… Io rimasi lì a rimirarmelo come un bambino che non riesce a indovinare il trucco di un prestidigitatore.

Provai un urlo, afono, la mascella tentennò, tentò qualcosa senza riuscire in nulla, tremando come quella di un teschio animato dal vento… Paralizzato arretrai, terrificato e terrificante; il lume mi cadde di mano, s’infranse in mille vetri e si spense… M’uscì infine un urlo, ma smorzato dal torace in cerca d’ossigeno; poi mi chinai ancora per vedere meglio cos’era che stesse accadendo davanti ai miei occhi stravolti dalla suggestione: l’olio della lampada, allargandosi sul pavimento, esalando ed esaltando il suo tipico olezzo molto acre, m’aggredì l’olfatto e fu complice di uno strano fenomeno - ancor più strano di quello legato agli spifferi, a ben vedere. Fece ‘da tappo’ al fumo, così che quello, quasi fuoriuscendo dai più strani meandri possibili nascosti al di sotto del pavimento, prese ad evitarlo, si potrebbe dire, continuando a sollevarsi come se avesse incontrato un muro sul suo cammino!

Mi morsi un dito, gelido… Tremavo come una foglia al vento; avrei voluto scappare, urlare pazzamente, ma quell’assurda indecenza mi teneva bloccato come un serpente davanti al piffero del suo incantatore!

Poi un nuovo fatto, qualcosa che mi costrinse alla fuga. Ma si potrebbe poi parlare di fuga…? Me ne tornai di sopra più per non sentirmi come un topo in trappola che per verificare coi miei stessi occhi cosa mai fosse stato…

Uno sparo. Ebbene sì: una deflagrazione, chiaramente udibile, inconfutabilmente riconoscibile… O per meglio dire, non così irriconoscibile, almeno, visto che l’eco che produsse avrebbe potuto confondere l’orecchio del più esperto fuciliere di fanteria.

Mi gettai su per le scale, afferrai botola e coraggio con entrambe le mani e mi sollevai. Poi, portandomele agli occhi per verificare cosa mai le avesse unte - illuminato unicamente dalla luce della luna che dalle finestre entrava nel salotto - scorsi il mio stesso sangue… Orrore! Orrore!

Piansi e gridai; mi volsi a cercare aiuto, ma non un’anima viva in quella buia prigione che avevo per casa.

Chi mi aveva colpito, e dove…? E come, visto che ero dabbasso…?

Considerai sveltamente tutte queste ipotesi, allorché compresi che il sangue non era mio: era del topo.

Mi volsi a guardarlo, riverso nel suo stesso fiotto di sangue.

Aveva evidentemente tolto la sicura della pistola che avevo dimenticato accanto alla botola, forse curiosandovi sopra. Stavolta la curiosità non aveva ucciso il gatto, ma il suo storico rivale.

Sconvolto mi coricai; crollai sul letto sfatto, ansimante, folle, addormendomi con gl’occhi strabuzzati, sbarrati e pietrificati. Il nuovo giorno non mi tolse da quello stato di catalessi.

Quando mi riebbi era nuovamente buio. L’orologio ticchettava come un ingranaggio di fabbrica dabbasso, troppo lontano da me o dalle mie urgenze. Lentamente mi sollevai, mi asciugai la bava odorosa, mi grattai il capo e la barba rada non rasa; tornai ai pensieri di qualche ora prima… Avevo scritto qualcosa…?

Mi sollevai malconcio, mi strinsi la vestaglia e barcollai fino ai fogli.

No, nulla di nuovo. Non mi ero addormentato scrivendo. Già, ora potei ricordare per filo e per segno cos’era successo la notte prima! Mi portai una mano alla bocca, m’accigliai e me ne stetti in silenzio come se la casa fosse stata infestata di spiriti spioni. Cristo, che fare…?!

Mi arruffai i capelli scervellandomi sul daffare. Ma sì, sarei dovuto riscendere… e lì capire meglio cosa ci fosse stato di tanto urgente da fare! Pistola, lanterna, un po’ di coraggio. Rifeci le scale, lento ma deciso.

Sollevai la lanterna avanti a me, lanterna che illuminò la macabra scena del giorno prima - il ratto distratto rattrappito sul suo sangue rappreso, strisciate di sangue che evidentemente disegnai con la ciabatta, ronzio di mosche che nel frattempo erano sopraggiunte per far proprio il lauto banchetto.

La botola era rimasta aperta…

Ci feci ciondolare sopra la lanterna. Illuminò la stretta fila di gradini di legno che lentamente disparivano nel buio. Nessuna novità né da un verso né dall’altro. Afferrai meglio la mia arma e mi calai nel sotterraneo. Ecco lì i vetri rotti della lucerna, e il suo olio allargato sul pavimento. Tornai sul luogo del misfatto, il viso disfatto, la pistola tremante nella mano destra… Lo strano soffio non tardò ad arrivare; mi soffiò dritto in faccia, mi scompose i capelli, tornò a infastidire la vestaglia in più modi…

Per la miseria! Cosa stava accadendo?!

Di nuovo il fumo, stavolta più denso ma più svelto a diradarsi, e a roteare intorno alla mia persona facendo di me come il centro d’un ipotetico orologio ad ombra. Ed era ombra, appunto, ciò che lasciava in suo luogo, ombra che si allargava ai miei piedi proprio come aveva fatto la chiazza d’olio il giorno prima.

Stavolta non urlai, non scappai. Qualunque fosse stato l’evento nella sua interezza, con quello s’era fissati un appuntamento improcrastinabile. Ero pronto, dovevo esserlo!

Tremai, ma non cedetti d’un passo. Sobbalzai, ma non mi misi a urlare. “Forza, chi sei, che cosa vuoi…?! Parla!”. Il mio grido si risolse in un boato informe… Poi qualcosa accadde proprio davanti ai miei occhi, appena sotto i miei piedi calzati. Vidi da quel buio emergere un lieve lucore, molto intenso e distante, quasi di lucciola… Dunque un secondo, un terzo, a pochissima distanza l’uno dall’altro, come… ma sì: uno strano paesaggio stava prendendo lentamente forma sotto i miei occhi esterrefatti senza che io me ne potessi completamente avvedere!

Quando le lucciole furono molte, troppe, tanto che quasi non potevo più contare i molteplici riflessi disposti sulla mia vestaglia o su, su, lungo le pareti ed il soffitto, compresi che quello che stavo vedendo - pur strano ma vero - era un universo cosparso di minutissimi circuiti stellari e di nubi interstellari, di pianeti e galassie dal moto perpetuo e di astri che saettano alla velocità della luce davanti ai miei occhi fuori delle orbite.

Ammassi di polveri colorate slittavano lente seguendo la scia di certune gravità, e con loro erano gruppi di rocce non più grandi di un’autovettura, strane greggi degli abissi siderali.

Il mio cuore batteva come quello di un cavallo gettato alla carica, il sudore m’imperlava la fronte e da quella stillava a più riprese… Ero tutto un fremito, un tremolare, un pazzo occhieggiare da una parte all’altra alla ricerca di qualcuno o qualcosa!

Qui urlai, ma sentii il mio urlo distante da me, già ingoiato dal buio obnubilato dell’oltremondo… Da quel momento in poi, qualunque cosa mi fosse accaduta sarebbe rimasta tra me e me.

Ora il buio aveva raggiunto i lati del pavimento, e il quadro apparve ancor più completo: c’erano montagne, al di sotto di me e della mia cantina, disposte lungo ogni lato… montagne capovolte come orripilanti stalattiti di gigantesche grotte dalle quali nugoli di strani pipistrelli cosmici prendevano il volo disparendo in più cerchi ai loro piedi.

Vidi giganteschi vermi monoculari rodere le fondamenta di queste montagne e da queste piovere con grida infinite di dolore, precipitando a precipizio in una lenta corsa senza fine.

Vidi in quanti modi le stelle unendosi fra loro possano dar vita a forme e disegni e a strane congiunzioni astrali che di per loro costituiscono il cuore pulsante di oscure divinità - divinità dal nome impronunciabile - divinità dal nome impronunciabile per più e più ragioni.

Vidi tutto questo e molto di più… Non saprei ridire in poche righe tutto quel che compresi in tanto poco tempo sullo spazio. Per la mia debole mente fu devastante.

Mi aggrappavo alla ragione come un derelitto a un relitto, allegoria più che calzante se si pensa che da lì a poco il pavimento cedette sotto i miei piedi… Intendetemi: il buio aveva preso maggior consistenza, ed ora mi chiamava a far parte di quanto i miei occhi non stavano trascurando.

Precipitai con un urlo pazzo, atterrai sopra una di quelle rocce vagamente vaganti, continuai ad urlare in preda al suo costretto percorso intergalattico, stretto da altre rocce ed altre angosce.

Vidi occhi di luce abbacinante strappare i lembi del cosmo per adocchiarmi torvi, e gatti dal pelo arruffato che unghiano pianeti sui quali atterrano come piovendo. Vidi tenebre tanto fitte da rimanere quasi ciechi per molto tempo ancora dopo averle vedute, e barbagli di luci lontane che comprendevo essere come i custodi dei più grandi segreti stellari di cui l’intero universo si possa mai fregiare.

Ma poco prima che queste luci potessero unirsi completamente fra loro oscurando tutto il resto - facendosi spazio così nel mio pensiero fino ad indurmi alla pazzia, la pazzia della ragione, la più terribile e irrecuperabile di tutte, poiché sobillata dalla troppa conoscenza - io fui raccolto da terra così come si raccoglie un pargolo che grida aiuto e che ha smarrito i propri cari.

Sentii con i polpastrelli qualcosa che anziché a roccia somiglia al freddo ferro di un lume innevato, il mio pianto, la calda voce di un uomo dalla barba lunga che sussurra a qualcun altro ‘ci penso io’.

Una pezza bagnata sulla fronte… le coperte rimboccate fino al collo… brevi sogni e ancor più brevi dormiveglia. Ripresi coscienza in un mattino limpido, terso come cristallo di boemia.

Di quanto accaduto avevo solo vago ricordo…

Mi disfeci delle coperte e scesi dal letto come qualcuno che per la prima volta usa le gambe dopo molta infermità, e le sgranchii con gioia facendo su e giù per la stanza.

Ecco che, incontrandola con lo sguardo mio malgrado, mi tornarono dei sospetti sulla porta, ma provai a gettarmeli repentinamente dietro le spalle… Mi si fece chiara in testa una filastrocca che qualcuno nottetempo mi aveva insegnato - il ricordo delle strane folgori celesti era completamente disparso, in effetti. “La porta che porta alla porta porta alla porta che porta alla porta…”. Chi mai mi aveva insegnato qualcosa del genere…? Corsi dabbasso, non avrei saputo giurare per quale stranissimo motivo…

Ed ecco il motivo: la botola. Qualcuno aveva fatto pulizia del ratto, del sangue rancido, delle mie impronte sparse ovunque… Non questo tuttavia ad attirare completamente la mia attenzione, quanto piuttosto una novità, una ben strana novità, sostanziale anzichenò: il chiavistello era stavolta munito di catena, una catenella nuova di zecca, lucente… e di lucchetto! Chi mai si era spinto a tanto…?!

Tirai, ma invano. Mi ci provai con tutte le forze, ma nulla. La botola era completamente inaccessibile.

Chi è stato, chi?!” urlai; ma fu come urlare al vento… Il colpevole era ormai lontano, irraggiungibile.

Oh, vi prego, vi scongiuro…! Ancora un sorso, un sol sorso! Un sorso solo del mio miglior Amontillado…! Il mio barile di Amontillado… Il mio barile di Amontillado… Il mio barile di Amontillado…”, e m’addormii così, come s’addorme un feto nel grembo materno: rannicchiandomi tutto dentro quel misero legno.

Da quel giorno non toccai più un goccio, ed imparai a stare meglio.



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