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lavoro pubblicato mercoledì 6 settembre 2017
ultima lettura sabato 23 settembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Misofonia

di Calatia. Letto 135 volte. Dallo scaffale Generico

-  Ha mai sentito parlare di Misofonia? - - Mi-so…che? – balbettai, mentre l’altra parte di me, quella  cinica, mi stava ironicamente sussurrando:  - Lorenzo, è in arrivo sul binario delle cagate, un treno caric...

- Ha mai sentito parlare di Misofonia? - - Mi-so…che? – balbettai, mentre l’altra parte di me, quella cinica, mi stava ironicamente sussurrando: - Lorenzo, è in arrivo sul binario delle cagate, un treno carico di cantonate, proveniente dal paese delle boiate! - Davanti alla mia scarsità di conoscenza sull’argomento, il volto dello strizzacervelli, si illuminò di uno dei quei sorrisini tipici di chi si compiace della propria superiorità cognitiva. Smanioso pertanto di erudire il mio intelletto, si tolse gli occhialini alla “Elton John”. Assunse un’aria goffamente composta. E si lasciò sprofondare nell’ampia poltrona, che intanto, protestò vibratamente per quei sudici novanta kili che improntarono la sua bella, e liscia imbottitura in pelle nera. - La Misofonia - cominciò a spiegare premendosi il mento tra il pollice e l’indice - è un disturbo probabilmente neurologico di cui non si sa molto. Il termine, coniato non molto tempo addietro, indica secondo alcuni neuroscienziati, un’acuta intolleranza verso un determinato rumore, legato si pensa, a un’esperienza traumatica. - - Quindi io soffrirei di questa cosa? - mi affrettai a chiedere fingendo interesse per quella spiegazione, letta magari da Wikipedia, qualche giorno addietro. - Se vuole dare un nome ai sintomi descritti da lei, è probabile che si tratti di questo, ma vedremo più avanti. Ora si tranquillizzi! Il mondo è fustigato da malattie di gran lunga più complesse e terribili, quindi… - e slanciando il peso della sua mole, con la grazia di un lottatore di sumo, diresse la povera e cigolante poltrona verso la scrivania; tirò fuori il suo magico e risolutivo ricettario, poi riprese: - suvvia, non si preoccupi! Il suo disagio non può rappresentare un problema così invalidante da essere considerato una vera e propria patologia – Le sue movenze, malgrado fossero goffe e lente, avevano un non so che di ipnotico, distogliendo la mia attenzione, di tanto in tanto, dall’ articolata trama dei suoi discorsi. - Ora voglio che lei rifletti e annoti, ogni avvenimento, qualsiasi ricordo che riesce a riportare alla mente, a partire dalla sua infanzia. Nel frattempo, le ho prescritto qualche goccia di passiflora che l’aiuterà a rilassarsi - Così, cinque salsicce, che intuì essere le sue dita, fecero scivolare sotto il mio naso, il foglietto bianco solcato dalla sua elegante calligrafia. Lo afferrai senza fiatare e, spedito, uscì dallo studio più pensoso di quanto ci ero entrato. Non mi sembrava vero che io, proprio io, stavo regalando i miei soldi a quel pallone incamiciato. Io, che non ho mai avuto troppa simpatia per questa categoria di medici: psicoanalisti, psichiatri, psicologi, li ho sempre ritenuti boriosi. Assumono quasi sempre un atteggiamento sopra le righe, pensando di sapere tutto del mondo e dell’essere umano. Ma il mio dramma esistenziale era arrivato a un punto di criticità tale, da non poter più esitare: avevo bisogno di uno psicoanalista! Le parole del pallone incamiciato, quella sera, vorticavano nella mia testa peggio di un tornado. - Vedrà, presto si accorgerà che il suo, è un banalissimo e ordinario disagio che può essere tollerato e demolito con una spolverata di volontà. Basta non badarci, pensare ad altro, imparare a concentrarsi su pensieri piacevoli – - Pensieri piacevoli un corno! - pensai. Potrà anche sembrare una deridente bazzecola, ma quando, a ragion veduta la bazzecola ti sfibra a tal punto, che l’esistenza diventa un vero e autentico calvario, altro che volontà!! Se, ipotizzando, fossi allergico ai peli del gatto, abbatterei l’allergene responsabile del mio malessere, con la sola forza del mio pensiero? Ne dubito! E dato che il mio problema è come una vera allergia, posso garantire che la volontà si è già dimostrata assai striminzita per poterla debellare con un semplice mantra. Ci vorrebbe una terapia d’urto, qualcosa di davvero potente, che riesca ad abbattere, l’unico allergene che irrita di brutto il mio sistema neuro vegetativo: SENTIRE MASTICARE.
Si! Forse qualcuno penserà che sia un demente. E mentre per altri potrà essere qualcosa di sopportabile sebbene fastidiosa, nel mio caso, invece, è un vero proprio tormento. Un dramma esistenziale, un violento uragano che si sfracella nella mia vita ogni volta che sento masticare qualcuno, specie se fatto con una certa rumorosità. E tutto ciò, con gli anni, ha avuto delle ripercussioni disastrose nella mia vita. Quel trangugiare umidiccio, quel girar e rigirar, impastando, imbalsamando, come se la cavità orale fosse un cestello della lavatrice. Infine, il sonoro deglutire di quel bolo, oltre il limite consentito, scatena in me una reazione chimico - fisica devastante: i muscoli si irrigidiscono, i denti stridono, le narici si allargano, il volto si contrae e, nei casi peggiori la testa inizia a ronzare; diventa una pentola a pressione pronta a scoppiare in attacchi di rabbia verso la bocca generatrice di quei rumori infernali. Per intenderci, immaginiamo l’effetto che produce sentire graffiare una parete con le unghie. Beh, l’effetto in me è triplicato. Gli albori di questo fastidio, che mi ha spedito dritto dritto da uno psicoanalista, risalgono qualche tempo dopo la separazione dei miei genitori, ossia, nella mia tarda adolescenza. Ricordo che all’epoca, quando mi capitava di sentirmi infastidito da qualcuno con il suo repellente ingurgitare, semplicemente mi allontanavo, oppure nelle situazioni più vincolanti, mi isolavo, ficcandomi nelle orecchie le inseparabili cuffiette del mio Mp3, e fanculo alle regole della buona convivialità! A volte gli amici mi prendevano bonariamente in giro per questo, e anche io riuscivo volentieri a scherzarci sopra. Arrivati gli anni dell’università, i miei giri iniziarono ad allargarsi, le mie relazioni ad ampliarsi, ergo, il fastidio ad intensificarsi. Ma lo scoppio vero e proprio del mio disturbo, risale a una data ben precisa: 24 Maggio di qualche anno fa. In quel periodo, dopo la laurea, lavoravo come centralinista per una nota azienda di telecomunicazioni. Ricordo che per la pausa pranzo, ero sempre l’ultimo ad andare: prima, aspettavo che tornassero tutti quelli che riempivano la mia lista nera. Quel giorno, come consuetudine, io e il mio collega Giorgio, ci recammo al solito locale di pasti veloci situato al lato opposto della strada, dove ovviamente, si recavano la maggior parte dei colleghi e non. La compagnia di Giorgio non fu una cosa casuale, bensì ponderata e convenuta. Per carità, nulla da eccepire sulla sua personalità: Giorgio era un omino dall’aspetto di un nerd, ma di una prolissità talmente nauseante, da farsi venire l’acido lattico alle mascelle a fine giornata. D’altronde, era anche l’unico che accettava di pranzare con me nell’ultimo turno, e soprattutto, la sua spaventosa loquacità, era contrariamente pari al suo modo di mangiare. Lui aveva l’abilità di divorare un vitello senza che la sua bocca producesse un minimo rumore, e la cosa mi piaceva. Quel giorno del 24 maggio, dicevo, ci sedemmo al tavolo con le nostre due belle cotolette dorate accompagnate con dell’insalatina verde. Altre due ragazze erano sedute a un tavolo in fondo, e un altro tizio solitario, era anch’egli sufficientemente a distanza di sicurezza. Giorgio aveva appena terminato la sua filippica, non perché avesse esaurito gli argomenti, aveva solo la sua fornace impegnata in altre operazioni. Poco dopo, davanti a noi, passò un uomo imbalsamato sulla cinquantina; dai vestiti che indossava e l’aria svogliata stampata sulla faccia, doveva essere di sicuro un’agente di commercio. Quelli, li riconosci ovunque! Si piazzò al tavolo accanto al nostro, appoggiò il vassoio sul tavolo, tolse la giacca un po’ rattrappita, facendo bella mostra delle sue belle chiazze di sudore ascellare, e l’adagiò con cura sullo schienale della sedia. La cravatta, appena si sedette, mostrò subito la notevole protuberanza addominale ben delineata. Cercai di non badare a quella presenza inaspettata, ma al mio secondo boccone, sentii un chiaro e inconfondibile “Gnam”. Il silenzio di quel momento, come un pallone scagliato a gran velocità contro i vetri di una finestra, si frantumò in mille pezzi. Senza alzare il capo, sollevai lo sguardo su Giorgio, il quale masticava a capo chino senza emettere niente di insolito. Attesi comunque che s’ infilasse l’altro boccone, e non appena constatai che tutto era nella norma, riuscii a infilare il mio, di boccone. La brezza di tensione
che iniziava a pervadere, mi seccò non poco la gola, e per far scivolare giù il bolo, mi aiutai con un bel sorso d’acqua fresca. Ma, non appena avvicinai il bicchiere alle labbra, le mie orecchie furono violentate da certi altri rumori decisamente familiari; dati dal maciullare e il tritare di una bocca contaminata. Questa volta percepii chiaramente la direzione dei rumori. Mi voltai allora, lentamente, verso l’imbalsamato seduto di fianco. Il mio respiro iniziava a farsi pesante ed ansioso. Guardai nel suo piatto. Lo vidi infilarsi in bocca due tre forchettate con una rapidità impressionante; rimase, poi, a ruminare per interminabili secondi peggio di un cammello sdentato. Vedevo ogni singolo movimento della sua lurida bocca; producevano quei suoni viscidi e appiccicaticci, manco ci avesse infilato dentro un microfono. Infine, sentii il “clop” conclusivo in cui realizzai che aveva mandato tutto giù, nella sua fogna. Malgrado fossi completamente rigido, tentai di ridurre al minimo il volume di quel concerto di strumenti scordati, tornando a concentrarmi sul mio pranzo. Feci un paio di respiri pregni di impazienza, infilai il boccone in bocca e, guardando fuori la finestra mi sforzai di focalizzare l’attenzione su qualcos’altro. Azzardai persino di coinvolgere Giorgio, facendogli notare cose banali, con affettata curiosità. Ma quel mulinare continuo, penetrava indisturbato nelle mie orecchie, si insediava nella mia testa ronzante, e mi trivellava il cervello. Sentendomi oramai quasi sopraffatto, lasciai andare le posate nel piatto, e iniziai nervosamente, a puntellarmi le tempie con le punte delle dita. Nel buio degli occhi chiusi, cercavo fremente, qualcosa che mi aiutasse a spegnere il fuoco divampatomi dentro. Ma, dopo qualche istante, una serie d’immagini confuse intarsiate da volti sbiaditi, cominciarono a susseguirsi come lampi nella mia testa: l’eco di una risata carica di disprezzo, e un pianto di donna ricco di angoscia. All’improvviso avvertii una stretta al gomito che mi fece trasalire. Spalancai gli occhi, e vidi davanti a me Giorgio, con occhi sgranati, probabilmente spaventato dalla mia inaspettata reazione. “Lorenzo che hai?” mi chiese con voce sommessa e preoccupata. Pur udendo la sua voce, non avevo la forza di rispondergli; ero preso da quella bocca mulinante, quasi come mi avesse risucchiato nel suo interno. E mentre Giorgio ripeteva la sua domanda, ecco che si sentì un risucchio talmente forte da far voltare le altre due ragazze, cogliendo dai loro volti inorriditi, l’evidente ribrezzo. Quel troglodita era passato dal ruminare, all’aspirare ciò che aveva nel suo dannato piatto. A quel punto la rabbia prese definitivamente il sopravvento, e come lava incandescente, mi salì rapidamente alla testa. La vista si annebbiò, digrignai i denti, e battei forte i pugni sul tavolo saltando in piedi. Giorgio sobbalzò e mi fissò interdetto. La sedia cadde e in un balzo fui davanti al brizzolato, fermo, rigido come un soldato sugli attenti. - Signore mi scusi! - dissi con voce ferma ma che tradiva una certa ira. Lui alzò appena lo sguardo con una piena indifferenza. - Potrebbe essere così cortese da consumare il suo pasto senza troppo disturbare gli altri? – - Prego? - replicò il troglodita fingendo di non aver capito. Poi prese un angolo del tovagliolo e pulì, con un gesto aggraziato, il suo brutto muso. - Abbia l’educazione di mangiare senza infastidire gli altri con i suoi risucchi! - spiegai riottoso. - Ragazzo, mi stai dando del cafone per caso? - rispose l’omone adirato. - Signore è lei che lo sta dicendo! - - Senti un po’, io mangio così e se non ti sta bene, va’ altrove! - apostrofò con un tono di sfida. - Forse a casa sua, ma qui siamo in un luogo pubblico, quindi abbia l’accortezza di mangiare senza troppo disturbare- tuonai impaziente. Lui alzò un sopracciglio, e con uno sguardo ironico, diede una rapida occhiata attorno, poi esclamò - Siamo solo quattro gatti! -
A quel punto l’ultimo filo inibitore, che ancora mi permetteva di rivolgermi a quel bifolco con una parvenza di civiltà, si sbrigliò. Nel frattempo sentii Giorgio sfiorarmi una spalla, pronto a intervenire, qualora si fosse presentata la necessità. - Quindi noi saremmo animali, secondo lei? - gridai battendo un pugno, questa volta, sul suo tavolo. Giorgio mi trattenne per un braccio, mentre l’altro, saltò in piedi avvicinandosi minaccioso. - Vada in una bettola! È quello il posto adatto ad uno screanzato come lei! - gli ringhiai a una spanna dal suo brutto muso, notando ancor più da vicino, la sua espressione viscida. - Ragazzi problemi? - domandò una voce sconosciuta dal fondo del locale e carica di allarmismo. All’improvviso, il bifolco mi afferrò per il colletto della camicia, e avvertii sul mio volto il suo pestifero respiro. Arrivati a quel punto, istintivamente la mia mano sfuggì ad ogni possibile controllo; si strinse in un pugno e gli sferrai un colpo alla tempia, che abilmente schivò, pronto al contraccolpo. Ma due mani lo afferrarono con forza facendolo indietreggiare. Altrettanto due braccia avvinghiarono me, trascinandomi fuori dal locale, in preda a convulsioni di rabbia.
Quella, insomma, non fu altro che la prima, di una serie di scatti d’ira, provocate dallo stesso motivo. Lo stesso, che mi induceva spesso a ricorrere alle scuse più congeniali per evitare situazioni imbarazzanti. Fino a che, con il tempo, mi sono ridotto a uscire e mangiare solo, ad avere pochi e necessari rapporti esterni, ed essere lasciato dalle donne con cui tentavo di instaurare un rapporto serio. Toccai davvero il fondo. Una sera fu proprio Giorgio, l’unico che mi rimase vicino in questi anni, a esortarmi ad affrontare questa situazione con un psicoanalista.
Così, quella notte, dopo la seduta, mi giravo e rigiravo nel letto senza riuscire a chiudere occhio. E la mancanza di sonno, accompagnata dal profondo silenzio notturno, può trasformarsi in una forzata circostanza che ti impone di pensare, a ciò che di giorno, ti riesce facile dimenticare. Fu così che mi ritrovai innanzi alle porte spalancate della mia abissale coscienza, e vedere emergere dai suoi meandri, ricordi creduti ormai rimossi. Questa volta, però, li catturai prima che il giorno potesse di nuovo smaterializzarli. Li annotai in un’agendina, e nel giro di poche notti, impressi la mia vita su un paio di fogli. Il giorno della seduta, presentai “il mio compitino” al pallone incamiciato. E lui se ne stava lì, immobile, sulla sua sofferente poltrona, a scandagliare i fogli con occhi bassi e fissi, senza neanche quasi respirare. - Bene! - s’ interruppe all’improvviso. - Mi sembra che ci siano molti punti su cui soffermarci. Ma…veniamo al punto più determinante! Parliamo del rapporto con suo padre! - Corrugai la fronte dubbioso. - Ma come dottore! Cosa dovrei dire? - Il suo sguardo divenne fermo e penetrante. La sua chiara provocazione mi fece avvampare istintivamente non so se più dal timore, o dalla rabbia di ciò che potesse scoprire. In quel breve istante mi sentii umiliato come se mi avessero strappato i vestiti di dosso e messo alla berlina. Lui comprese benissimo la mia difficoltà a gestire e parlare delle mie emozioni, per questo ricorreva spesso al metodo della scrittura; come infatti, ancora una volta, mi chiese di prendermi del tempo, e annotare tutti i ricordi che potessero venirmi in mente su mio padre. Per giorni tentai di abbozzar qualcosa, ma fu del tutto inutile. Qualsiasi cosa che scrivevo, non era ciò che volevo realmente esprimere o non era sufficientemente esaustivo. Era come se le parole si rifiutassero di uscire; forse non volevano concedere tanta considerazione e spazio a chi non meritava. O forse erano troppe per poter farle uscire tutte in una sola volta. Una sera, dopo l’ennesimo foglio scritto e strappato, preso da un momento di sconforto e frustrazione gettai all’aria l’intero blocco. Un’inaspettata sensazione di leggerezza baluginò dentro il mio corpo. Senza
esitare, mi lasciai andare all’ impulso del momento e, con maggior impeto, iniziai scaraventare a terra il resto delle cose che erano sulla scrivania; poi, passai a smantellare tutto ciò che era impilato nella libreria. Gli effetti medicamentosi di quella scarica di tensione, non tardarono a verificarsi: l’ingorgo nella gola iniziò a smuoversi, scivolarono fuori parole come “idiota” “bastardo” “ignorante” e sinonimi. La rabbia calcificata nelle vene si stava fluidificando; mentre, altre serie di immagini riguardanti mio padre, tornarono più vivide che mai. Sudato, con il fiatone, ma decisamente alleggerito, iniziai a buttar giù una lunga lista riguardo a tutti quei ricordi riaffiorati. Da lì a una settimana, ero nuovamente steso sul lettino del mio grosso, grasso analista, pronto a farmi sviscerare. - Bene, se la sente di parlare oggi? - - Si! - risposi con più decisione, e fissando il soffitto, sul quale immaginavo fossero proiettate i ricordi delle sere passate, iniziai il mio “soliloquio”.
- Mio padre è il primo di nove figli. I miei nonni erano contadini e lui ha iniziato a lavorare fin da bambino. D’altronde, è sempre stato un lavoratore instancabile. Non è un uomo a cui piace stare fermo, anzi, al contrario! Oltre al lavoro, ricordo che si dedicava a molte altre cose, che so, il bricolage, le passeggiate in bicicletta. Di questo, almeno, gliene do merito. Infatti, è grazie alla sua ambizione , che è riuscito, più degli altri fratelli, a guadagnarsi una migliore posizione sul lavoro. Per il resto, non ricordo da parte sua, una sola parola buona, o che si lasciasse andare a gesti profondamente affettuosi nei nostri riguardi. Lui era emotivamente pari a un tronco rinsecchito. E quando penso a mia madre, non ho la più pallida idea cosa l’abbia fatta innamorare. Anche se non mi è difficile immaginare che su una donna giovane e inesperta come lei, vissuta in un contesto sociale e familiare, dove la libertà era ristretta ai soli maschi; dove le donne erano precluse da ogni tipo di svago che non fosse conforme, all’austera educazione dell’epoca, era facile esercitare un certo fascino, con poche moine da giovane damerino. Si sposarono dopo un anno e, in breve tempo, venimmo al mondo io e mia sorella. Sa, dottore, nonostante mio padre ci impartisse un’educazione severa, e fosse poco incline a lasciarsi andare a effusioni affettive ricordo molte altre cose che dimostrerebbero il contrario: le passeggiate al parco la domenica mattina, le notti insonni quando eravamo a letto ammalati. Forse a quell’età, per lui erano solo responsabilità dettate da una coscienza, più che da un viscerale amore paterno. Sta di fatto, che mi sono sempre voluto illudere sulla seconda ipotesi. Avevo all’incirca sette, otto anni, quando iniziai ad assistere alle litigate, talvolta violente, tra i miei genitori. Ricordo che durante queste esplosioni, io e mia sorella ci chiudevamo in camera, e da lì, ammutoliti sentivamo, strepitii, urla, oggetti che andavano in mille pezzi, pianti, e non erano rari suon di schiaffi. Veda dottore, mia madre conobbe molto presto le disillusioni di un matrimonio avventato, e soprattutto conobbe l’amarezza, il rimpianto, di aver sposato, il primo uomo senza darsi tempo. Questo succede, a mio modesto parere, quando donne come mia madre sono facili scambiare l’amore, con la voglia di liberarsi dalle ristrettezze familiari. La vera natura di mio padre, si rivelò a poco a poco. E mia madre, ben presto, si ritrovò a vivere con un uomo diverso da quello che si era immaginata; dai modi sempre più rozzi; dal carattere sempre più arrogante, presuntuoso, cinico e soprattutto polemico. Cominciò a vergognarsene. A vergognarsi, soprattutto di sé stessa, poiché si sentiva complice di quella mediocrità; colpevole di essere caduta in basso per la sua stessa dozzinalità. E per queste colpe, decise di abbracciare il suo destino, come una sorta di espiazione, accettando il ruolo di donna sposata incolore e remissiva.
Questa vergogna poco alla volta l’annichilì. Si sentiva vittima abbandonata, avulsa da tutte quelle cose che lei definiva normali, e che credeva non sarebbero potute più succederle. Tuttavia, malgrado il suo atteggiamento apparentemente da disfattista, labili atti di ribellioni si manifestavano di in tanto in tanto in lei; dando prova, del suo orgoglio e della sua dignità sopravvissuti. A tal proposito, ricordo bene, le aspre diatribe che si ripetevano quasi tutte le volte che ritornavamo da una riunione familiare, quale poteva essere, un matrimonio o un pranzo dai nonni con gli zii. Litigi, ovviamente, causati dagli atteggiamenti provocatori e villani di mio padre, anche in presenza d’ altri, e che tanto imbarazzavano mia madre. Era in quelle occasioni che lei, sviscerava tutto ciò che aveva accumulato, con la sana, ma ingenua speranza, di rinsavire mio padre. Devo dire che in quei momenti, ammiravo molto il suo coraggio. La rude veemenza di mio padre non le impediva, malgrado la sua fragilità apparente, di dar voce alla propria infelicità. Dal canto suo, lui sapeva come ferirla, e quello che vomitava da bocca, erano vere e proprie pugnalate. Devo ammettere, però, che non usava mai un linguaggio scurrile. Con nessuno di noi! In compenso appena se ne presentava l’occasione, ci offendeva usando espressioni “elegantemente peggiori”. Era come si sedesse su una scranna e iniziasse a giudicare l’agire, l’aspetto, l’operato e la coscienza di tutti. Cercava sempre di far prevaricare le sue vedute, pregiudicando quelle di tutti gli altri. E credo che provasse addirittura piacere nel farlo. Era come se sentisse il bisogno di farci sentire un branco di incapaci, per far prevalere a tutti i costi il suo ego. Tutto e tutti, dovevano necessariamente sottostare al suo controllo. Come può immaginare, dottore, rinunciare ad essere visto, e soprattutto ascoltato, da un padre così egocentrico, è stata la strada più facile da intraprendere. Alla fine, imparammo noi tutti a parlare solo se costretti. Questo ovviamente, non è bastato per lenire il malcontento. La sua arroganza l’avvertivi anche con i suoi modi sempre più sgarbati e da bettoliere. A tavola, era il palcoscenico migliore: mangiava con una rumorosità allucinante. Mi era talmente insopportabile, che era un gran sollievo quando non era presente. Io e mia sorella spesso ci scambiavamo delle significative occhiatine di rassegnata disapprovazione; e ovviamente, inutili erano i rimproveri di mia madre. So che non si dovrebbe parlare così di un padre, ma si rendeva ancor più sprezzante con quel suo modo rozzo di mangiare. Non era uno sdentato, e non aveva altri tipi di problemi che gli impedissero di mangiare come un vivente normale. Invece lui, non mangiava, il cibo lo assaliva, lo aspirava anche se nel piatto ci fossero stati chiodi arrugginiti e devo dire, che ci vuole una certa abilità per farlo. Mi creda, per anni ho dovuto sopportare quei rumori così viscidi e odiosi. A lei, magari, può sembrare una cosa veniale, ma ai miei occhi era la ciliegina sulla torta che confermava l’assoluta mancanza di considerazione di chi gli stava attorno. Un giorno, tornando da scuola, vidi mia madre riversa sul divano, e con il volto completamente bagnato dalle lacrime, farfugliava cose incomprensibili. Quando mi avvicinai a lei preoccupato per domandare, sentii la risata, sprezzante e provocatoria di mio padre, provenire dalla cucina. Lo vidi lì, seduto a tavola che mangiava indisturbato, sempre con la sua solita teatralità. La ragione cedette il posto all’istinto. - Sei solo un povero cafone, ignorante e presuntuoso! Perché non te ne vai! - mi feci paonazzo in volto. Lui si alzò in piedi e afferrò la bottiglia, ma era sufficientemente avvinazzato per avere la stabilità di lanciarmela contro, difatti, gli scivolò da mano prima che fosse riuscito ad alzarla. Intanto mia madre sentendo il trambusto, si precipitò a trascinarmi fuori dalla cucina temendo il peggio. Chiuse la porta dietro di sé, e rimase a parlottare con lui, per interminabili minuti. Il giorno dopo, mio padre lasciò casa –
Alla fine del mio racconto, il silenzio pervase tutta la stanza, e mai, prima di quel momento, mi sono sentito così liberato; fu come se mi avessero tolto da dosso, cento kili di tritolo.
- Bene! - sospirò il dottore, che fino a quel momento mi ascoltò senza interruzioni. - Credo che basti per oggi! - - Ora mi dica- riprese - lei si sente responsabile del divorzio dei suoi genitori? - - Affatto, dottore! Era già da tempo che si percepiva che sarebbe successo. E poi dottore, i miei non hanno mai veramente divorziato! - Lui corrugò la fronte come per cogliere il senso delle mie parole. - Veda, loro sono legati a certi principi. Hanno solo voluto provare a vivere separati con la speranza che le cose migliorassero in questo modo. Il distacco di sicuro ci ha aiutato a stabilire le linee di confine, entro il quale, ognuno, ha imparato a non oltrepassare per non danneggiare l’altro. Il tempo e l’abitudine poi hanno fatto il resto, e le cose sono rimaste così! - - Capisco, e lei si sente arrabbiato con suo padre per questo? - - Non ho mai scoperto la ragione del suo atteggiamento! - mi limitai a rispondere. Lui mi scrutò in volto, e dopo aver riassunto la sua solita posizione “da professionista so tutto io”, continuò: - Caro Lorenzo, siamo arrivati alla radice del suo problema! - - Cioè? - - Per anni si è arrovellato il cervello senza trovare la ragione del comportamento di suo padre. E questo le ha creato l’ansia che si è manifestata, maggiormente, nella sua misofonia. Un aspetto che la ricollega direttamente a suo padre e alla rabbia che prova - - Beh, dottore, lo credo io! Mio padre aveva l’oro tra le mani e non ha saputo apprezzarlo! – precisai adirato. - Le cose che sfuggono al nostro controllo ci mettono ansia, ma una volta compreso che non a tutto corrisponde a una ragione ben precisa, si smette, e si inizia ad accettare le cose così come sono. È questo vale anche per suo padre. È fatto così. Magari lui stesso si è sentito sminuito dai propri genitori, e vive ora nella sua idea di inferiorità. Quindi smetta di cercare le cause, e si convinca una buona volta della natura di suo padre. Non può cambiarla, così come non poteva cambiare il rapporto tra i suoi genitori. Non ci sono colpevoli in questa storia. - A queste ultime parole, lo guardai con occhi illuminati ma pieni di confusione: accettare era la parte più dura. - Faccia questo esercizio - disse all’improvviso, intuendo forse, i miei pensieri - ripeta per dieci volte appena si sveglia e prima che si addormenti, queste espressioni: “Non sono colpevole nella mia storia, non posso cambiarla e pertanto l’accetto.” Se lo ripeta soprattutto ogni volta che sente la rabbia salire in quelle particolari situazioni. Per quanto all’inizio mi sembrava una cosa stupida, alla fine, e contro ogni mia aspettativa, l’esercizio a lungo andare, pareva sortire gli effetti desiderati: stavo diventando più mansueto. Ma la vera prova della sua effettiva funzionalità, la ebbi qualche tempo dopo a casa di Giorgio, in una tranquilla serata tra amici. Uno di loro, Carlo, era una vecchia conoscenza: un omone di due metri e dieci, dai capelli ricci e rossi, ex collega, nonché, membro onorario della mia vecchia “lista nera”. Non nego che ebbi un leggero sussulto quando lo vidi. - Calma Lorenzo! - mi dissi sostando nell’ingresso, quasi avessi il timore che gli altri potessero ascoltare i miei pensieri – tu sei l’assoluto padrone delle tue emozioni! - Come previsto, Carlo nel vedermi, mi accolse con la sua solita ostentata affabilità. Per quasi tre quarti d’ora di fila, raccontò gli aneddoti più stupidi che gli passavano per la testa; spinto dalla convinzione di essere il più divertente della compagnia. Giunto il momento della cena, si sedette di fronte a me. E non appena a tavola l’imbarazzo dei primi minuti si sciolse, e l’aria si fece più intima, Carlo, come c’era da aspettarsi mostrò il suo naturale modo di mangiare. Era riluttante: ricurvo, con la faccia lentigginosa che a momenti
cascava nel piatto, impugnava le posate come un poppante, e fagocitava il cibo come se non ci fosse più un domani. Giorgio mi osservava furtivamente sottecchi, mentre io ripetevo il mio mantra per mantenere la calma. Ma Carlo, come se sapesse della mia lotta interiore, sembrava volere a tutti i costi attentare alla mia resistenza rincarando la dose con il suo rumoroso mulinare. Al culmine della sopportazione, mi recai in bagno; e fissandomi negli occhi allo specchio, riuscii a superare il momento di crisi con profondi respiri e frasi del tipo: “Lorenzo, puoi farcela…Lorenzo accetta le cose che non puoi cambiare…Lorenzo abbandonati e rilassati…” Uscito dal bagno, mi mostrai meno teso e più gioviale, specie con Carlo. A fine serata, dopo ver salutato Giorgio e gli altri, Carlo continuava a blaterare su eventuali serate future e altri progetti da fare insieme. Era l’unico ad essere venuto a piedi, abitava poco distante, e il suo cicaleggio mi seguì fino allo sportello della mia auto. Quando salii, abbassai il finestrino, e proprio in quel momento, dopo tempo, l’altra parte di me, quella più cinica, venne fuori. – Carlo, sarebbe magnifico organizzare altre serate come queste, ma devi sapere che io non esco con chiunque, e tu sei uno di quelli con cui non uscirei mai. - Il suo volto si tramutò in un’espressione confusa e stupita allo stesso tempo. - Sai perché? – continuai con tono pungente - Perché odio la gente che mangia rumorosamente e senza educazione come fai tu. È per questo che a lavoro eri nella mia lista nera! - Lui spalancò la bocca sbigottito. - E per finire, non sei divertente! Le tue storielle sono patetiche! – Imbambolato, lo piantai lì, e mentre mi allontanavo, lo vidi dallo specchietto retrovisore stringersi nelle spalle, e a testa bassa, andare via.


Commenti

pubblicato il domenica 10 settembre 2017
JorritVoorhemmen, ha scritto: L'ho divorato avidamente. Scusami Lorenzo ma Calatia è uno chef con i fiocchi.
pubblicato il domenica 10 settembre 2017
Calatia, ha scritto: Eh si...:-) grazie per la tua lettura e il gradito commento ;-)

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