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lavoro pubblicato giovedì 31 agosto 2017
ultima lettura lunedì 30 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ULTIME DALLA CRONACA

di indomitata. Letto 438 volte. Dallo scaffale Horror

Milanov non vede un accidente.La pioggia si abbatte furiosa contro il parabrezza, e deve procedere con cautela.“Spiegami perché siamo usciti con questo tempo” esclama Petrov, seduto al suo fianco. Mastica rumorosamente una ...


Milanov non vede un accidente.
La pioggia si abbatte furiosa contro il parabrezza, e deve procedere con cautela.
“Spiegami perché siamo usciti con questo tempo” esclama Petrov, seduto al suo fianco. Mastica rumorosamente una gomma. Ogni tanto se la toglie dalla bocca, la attorciglia su un dito e se la ri-caccia di nuovo in bocca. È disgustoso.
“Li hai visti i notiziario, no?”.
“Mm mm!”.
“Cos'è che non capisci, allora?”.
“Perché siamo qui. E perché il capo è così nervoso”.
Milanov alza lo sguardo verso il tetto del furgone, quasi esasperato, ma decide di non prendersela.
Non ha senso.
Non con Petrov.
“Cioè...” esclama Petrov per poi zittirsi improvvisamente. Magari ci sta arrivando, ma potrebbe essere un processo lento e macchinoso per il suo cervello e così Milanov si concentra sulla guida. Nem-meno lui è contento di trovarsi qui, sotto il fottuto diluvio universa-le, ma il capo gli ha consegnato una lista di posti da controllare e loro due si stanno recando sul primo. Sarà una lunga notte, ma se non altro è contento di avere Petrov con se. È enorme, un vero scherzo della natura, però farà tutto quello che lui gli ordinerà, ed è questa l'unica ragione per la quale il capo non si è ancora liberato di questo inutile ammasso di ossa e muscoli.
“Tu non hai fame?” Domanda Petrov.
“No”.
“Nemmeno un pochino?”.
“No”.
“Non possiamo fermarci a prendere qualcosa?”.
“No, non possiamo”.
“Perché no?”.
“Hai visto che ore sono?”.
L'orologio sul cruscotto segna le 01:15.
“E comunque siamo arrivati”.
“Davvero?”.
“Almeno spero”.
Questa zona a Milanov sembra famigliare, e lui si ferma davanti ad un vecchio cancello arrugginito di un cantiere abbandonato. Il posto è di proprietà del capo, anche se in realtà risulta appartenere ad una società di costruzioni.
“Queste sono le chiavi del lucchetto; scendi e apri”.
Petrov afferra le chiavi con le sue grosse dita carnose, e scen-de senza lamentarsi della pioggia battente. Spalanca il cancello, e ri-sale sul furgone completamente fradicio. Milanov guida il furgone all'interno, fino ad una tettoia precaria che probabilmente teneva al riparo gli attrezzi dalle intemperie, scende e fa cenno al compagno di seguirlo. Apre il portellone del furgone, afferra una torcia, due incerate per la pioggia e una pala e consegna una e l'altra a Petrov. Camminano in silenzio sotto l'acqua sferzante per un centinaio di metri attraverso un terreno incolto, con Milanov che fa luce con la torcia.
Si fermano.
Milanov è già stato qui circa un anno prima, ma senza Petrov. Solo lui, il capo e un tizio mingherlino e piagnucoloso; un piccolo spac-ciatore locale. Il capo aveva sparato a quell'uomo due proiettili nel petto e lui aveva seppellito il cadavere esattamente lì, solo che ades-so la terra è tutta smossa e fangosa. Milanov percepisce che qualco-sa non va, afferra la pistola e si rivolge a Petrov per consigliargli di fare altrettanto, quando qualcuno appare dall'oscurità e si scaglia contro il gigante. Finiscono entrambi a terra, ma la colluttazione dura poco ed è Petrov il primo a rialzarsi mentre l'altro rimane giù, la testa che affonda nel fango, sotto al peso del suo scarpone inzup-pato e impaltato.
Milanov si avvicina, illumina con la torcia l'aggressore e inorridisce nel riconoscere l'uomo che un anno prima il suo capo ha ammazza-to. È di certo lui, anche se il soggiorno sotto ad un metro di terra non gli ha giovato. Rabbrividisce. Quindi è vero quello che dicono i notiziari; che i morti risorgono dalle tombe. E il capo ha ragione di essere allarmato; con tutti quelli che ha ucciso e fatto uccidere...
“Sei tutto intero?” chiede a Petrov.
“Chi cazzo è questo stronzo?”.
“Stai bene?”.
“Perché mi ha aggredito? Che cazzo gli ho fatto?”.
“È un nemico del capo” spiega Milanov, non trovando niente di me-glio da dire.
“Oh!”.
“Siamo venuti qui per ucciderlo”.
“E non potevi dirmelo prima”.
“È che...”.
Petrov afferra la pistola, solleva il piede dalla testa del tizio che non ha mai smesso di dimenarsi e ringhiare e spara.
L'esplosione si perde nell'oscurità.
Quello che rimane del cranio è poltiglia.
“Lo seppelliamo qui?”.
“Si” dice Milanov dopo una indecisione.
“Sicuro?”.
Ha brandelli di materia celebrale sull'incerata, e del sangue misto a fango gli è finito sul volto e forse anche in bocca.
“Si, certo, lo seppelliamo qui”.
Petrov prende la pala e si mette a scavare, mentre Milanov resta alle spalle, e guarda incredulo il cadavere. I vestiti che indossava quan-do è stato seppellito si sono deteriorati col tempo, ma i fori di pal-lottola sul petto sono ancora visibili.
“È abbastanza profonda?” chiede Petrov, indicando la fossa.
Milanov annuisce senza nemmeno guardare, perché pensa che han-no ancora quattro posti da visitare prima dell'alba, e teme che in o-gnuno di questi troveranno quelle cose da abbattere.
Tornano al furgone.
“E quello cos'è?” domanda Milanov, fissando il dorso della mano di Petrov.
“Quello stronzo mi ha morso” spiega il gigante “Ma non è niente, tranquillo”.
Milanov annuisce e mette in moto il furgone.


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