ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.499 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 57.540.171 volte e commentati 55.650 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato giovedì 31 agosto 2017
ultima lettura mercoledì 25 novembre 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Diavolo in frac

di pablas. Letto 421 volte. Dallo scaffale Pulp

Il foglio è bianco, il cielo plumbeo. Questi sono i fatti. E mi sa tanto che, anche oggi, almeno uno di essi rimarrà invariato. Seguire il consiglio di quel diavoletto per ora non è servito a niente. ..

Il foglio è bianco, il cielo plumbeo. Questi sono i fatti.

E mi sa tanto che, anche oggi, almeno uno di essi rimarrà invariato.

Seguire il consiglio di quel diavoletto per ora non è servito a niente.

Se non sai più cosa scrivere, lascia che sia la vita la tua ispirazione. Aveva detto così.

Trasforma la tua vita in un romanzo, poi non ti rimarrà che riportarla sul foglio.

Facile a dirsi.

London, Hemingway, Bukowski, loro sì che avevano abbattuto il confine tra letteratura e vita.

Ma io cosa avrei dovuto fare? Sono troppo vecchio per avere un’infanzia da scavezzacollo, non ho abbastanza soldi per girare il mondo e unirmi a guerriglie varie (e sinceramente non è che mi vada tanto).

Bere smodatamente come Buk? Credetemi, più o meno già lo faccio.

Ma l’alcol non rende le mie pagine più sincere, non mi sussurra graffianti e scomode verità, non mi comunica improvvise suggestioni.

Mi fa solo pisciare come un idrante e venire voglia di farmi una sega.

A queste inoppugnabili obiezioni il diavoletto non si era scomposto. Stuzzicandosi uno dei suoi sottili baffetti arricciati all’insù (il destro per la precisione) aveva sorriso.

Poi aveva appoggiato il gomito sull’angolo dello schermo del mio laptop (era alto, il diavoletto, una trentina di centimetri) e mi aveva chiesto:

– Tu, di preciso, che genere di libri scrivi?

Risposi che scrivevo thriller; assassini psicopatici, detective tormentati, descrizioni dettagliate di scene truculente, cose così.

– Capisco.­ Molto bene.

Si sistemò i polsini della camicia affinché sporgessero in uguale misura dalle maniche del frac nero che indossava e tornò a guardarmi, sempre sorridendo.

Diamine, non ho mai visto nessuno indossare un frac con tale disinvoltura.

– La soluzione non cambia. Trasforma la tua vita in uno dei tuoi romanzi.

Gli chiesi, leggermente confuso, cosa intendesse di preciso.

– Sei un tipo sveglio. Hai capito benissimo.

Obiettai debolmente che non era possibile, non poteva pretendere, non ero in grado…

Sul volto del diavoletto comparve un’espressione di disappunto (simulato, si capiva benissimo); le piccole corna si mossero seguendo il movimento della rossa pelle della sua fronte che si corrugava.

– Amico mio, ma da dove viene tutta questa mancanza di autostima? Sei perfettamente in grado di farlo altrimenti io non sarei qui. Facciamo così: adesso ti lascio un po’ in pace. Tu riflettici con calma e quando sarai pronto ne riparleremo.

Mi aspettavo che scomparisse in uno sbuffo di zolfo o volasse via su ali di pipistrello ma invece si limitò a saltare giù dal tavolo e si sedette sul mio divano a leggere una rivista.

Era il catalogo Ikea del mese corrente ma il mio ospite vi si dedicò con vivo interesse.

Alzai le spalle e tornai a fissare il foglio bianco.

Ma non scrissi nulla, neanche una parola.

La suoneria del cellulare mi fece sobbalzare: era il mio agente.

Sapevo esattamente come si sarebbe svolta la conversazione, avrei potuto riportarla fedelmente, battuta per battuta, prima ancora di avervi partecipato.

Sospirando risposi.

– Pronto.

– Ehilà! Come sta il mio genio?

– Bene, grazie. E tu?

– Io alla grande come al solito. Ma non parliamo di me, sei tu la star. Allora come procede il nuovo lavoro? O dovrei dire capolavoro? Ah ah.

– Un po’ a rilento ma procede.

– Molto bene, molto bene. Io e l’editore ci aspettiamo molto dal tuo nuovo lavoro. Sai bene che purtroppo dopo il tuo esordio le vendite degli altri romanzi non hanno più raggiunto lo standard che ci aspettavamo da un autore del tuo talento.

– Lo so bene.

­– E sai bene che il prossimo sarebbe l’ultimo romanzo previsto dal contratto.

– Lo so bene.

Una pausa. Sapevo altrettanto bene cosa stava per dirmi.

­– L’editore ci tiene a comunicarti che il contratto potrebbe non esserti rinnovato se le vendite non si allineano con le nostre aspettative.

– È una specie di ultimatum?

– Consideralo un incentivo per stimolare la tua creatività.

– Ci proverò.

– Allora ci aggiorniamo presto. Ciao, genio.

E attaccò.

Posai il cellulare sul tavolo e tornai a fissare il foglio bianco, inesorabilmente bianco.

Sospirai e coprii la breve distanza che separava la mia scrivania dal divano.

Il diavoletto fece finta di non accorgersene.

Va bene, dissi.

Chiuse la rivista e accavallò le gambe, sorridendomi affabilmente.

– Molto bene. Non te ne pentirai.

Chiesi cosa avrei dovuto fare nello specifico.

– C’è un ripostiglio in questo appartamento?

Risposi affermativamente.

– Bene. Allora avremmo bisogno solamente di uova. Tante uova.

Scoprii in seguito che non servivano le uova in quanto uova ma i cartoni che le contenevano.

Erano necessari ad insonorizzare il ripostiglio.

Proposi di chiedere a qualche pasticceria o supermercato direttamente e solamente i suddetti cartoni.

Per lo scopo che ci proponevamo ne servivano almeno quaranta, formato trenta per trenta; stavamo parlando di circa mille uova.

Avrei dovuto mangiare frittata a colazione, pranzo e cena per un anno.

Ma il diavoletto scosse la testa.

– Queste richieste particolari lasciano indietro testimoni. Persone che potrebbero riconoscerti.

Obiettai che non era una richiesta così particolare. Molti ragazzi usano quei cartoni per allestire sale prove in box auto e roba simile.

– Mio caro amico, tu non sei più un ragazzo. Gente della tua età se vuole suonare va nelle sale a pagamento senza troppi problemi. Sarebbe comunque strano.

Obiettai più debolmente che avrei attirato comunque l’attenzione acquistando un battaglione di potenziali pulcini in un qualsiasi esercizio commerciale.

Il diavoletto sorrise sistemandosi il baffo (sinistro questa volta).

– Oh, ma non lo farai in una sola volta.

Concordammo un itinerario di supermercati, centri commerciali e perfino autogrill, sparsi per la città e dintorni.

Dovevo acquistare due cartoni ad ogni tappa; una volta uscito, salivo in macchina, percorrevo duecento metri circa, ne svuotavo il contenuto in un sacco nero anti-strappo e anti-perdita da giardinaggio e buttavo tutto nel primo cassonetto disponibile.

Guidai parecchio (e buttai davvero tante uova) ma in quattro giorni accumulai il giusto numero di cartoni.

In seguito mi dedicai a svuotare il ripostiglio, smontai tutti gli scaffali e, armato di colla al silicone, applicai i cartoni alle pareti e al soffitto.

– Molto bene. Davvero un bel lavoro. ­– Disse il diavoletto.

Chiesi: e adesso?

– Manca il tocco finale e la fase preparatoria sarà ultimata. Ti ho preparato una lista di articoli da acquistare.

Tirò fuori da una tasca interna della sua giacca un foglio ripiegato almeno dieci volte e me lo porse. La scrittura del mio socio era ordinata ed elegante ma iniziavo ad abituarmi ai suoi modi così compiti e non me ne stupii.

Devo ammettere che il contenuto della lista, invece, mi mise addosso una certa inquietudine.

Alzai gli occhi dal foglio. Il diavoletto mi guardava con un sorriso, un sorriso, beh diabolico ovviamente.

– Non preoccuparti, amico mio. – Disse, – Fa tutto parte del progetto. Non vacillare proprio ora.

Annuii incerto.

– Bravissimo. Mi raccomando, non comprare tutto nello stesso negozio e poi butta tutti gli scontrini. Posso usare il bagno?

E senza aspettare una risposta vi si chiuse dentro.

Non avevo proprio voglia di sapere cosa fanno i diavoli nei cessi quindi uscii subito per le ultime commissioni.

Gran parte degli oggetti scritti nel foglio erano facilmente reperibili in qualsiasi ferramenta e farmacia e ne entrai in possesso facilmente.

L’ultima voce della lista invece era leggermente più problematica ma solo a causa delle mie personali remore, insomma mi vergognavo.

Ma, come mi aveva ricordato il diavoletto, non dovevo vacillare.

Feci un bel respiro ed entrai nel sexy shop.

Dietro il bancone sedeva una ragazza dall’aria annoiata che sfogliava distrattamente un catalogo di vibratori.

Cercando di sembrare disinvolto, dissi: salve, avrei bisogno di un paio di manette, manette resistenti.

Tornato a casa, trovai il diavoletto davanti a un telegiornale. Si stava sbellicando dalle risate.

Appena mi vide, si animò.

– Oh, eccoti. Hai trovato tutto?

Si mise a rovistare nelle buste.

– Molto bene, molto bene. Forza mettiamoci al lavoro.

Salì sul bracciolo del divano e mi diede una pacca sulla schiena.

– Domani si va in scena. – Disse sorridendo.

Armato di trapano e viti, fissai alla parete del ripostiglio una piastra metallica a cui saldai un anello d’acciaio; presi una robusta catena e la feci passare nell’anello.

Agganciai la catena alle manette (da cui avevo rimosso con delle cesoie quella originale) e la stanza era pronta.

– Ben fatto, amico mio. Davvero ben fatto. – Confermò il diavoletto.

Stavo per mettere via il trapano ma mi disse di lasciarlo a portata di mano.

Gli chiesi il perché e lui mi guardò. E sorrise (ormai sapete come).

– Magari ti verrà voglia di usarlo ancora.

Preferii non commentare.

Passammo la serata a guardare la tv. Io avevo provato senza troppa convinzione a scrivere ma, neanche a dirlo, nulla di fatto.

Inoltre non sarei mai riuscito a concentrarmi col baccano che faceva il diavoletto.

Stava facendo uno zapping sfrenato: rimaneva su ogni canale non più di venti secondi, scoppiava a ridere fino alle lacrime, poi passava al successivo e ricominciava a sbellicarsi.

Alla fine mi sedetti accanto a lui sul divano ma non risi mai.

E la cosa da un certo punto di vista non poté che rallegrarmi.

Il giorno seguente lo trascorsi dentro una bolla che attutiva tutti i miei pensieri e sensazioni. Credo fosse una specie di meccanismo di sicurezza mentale scattato per non pensare a ciò che avrei dovuto fare quella notte.

Man mano che il tempo passava il diavoletto diveniva sempre più eccitato: si guardava continuamente allo specchio, sistemandosi i baffetti e i capelli neri impomatati.

Lo sorpresi perfino a lucidarsi le corna con un apposito panno in microfibra.

Passò il pomeriggio e anche la sera.

L’orologio sul microonde segnò la mezzanotte.

Il diavoletto saltò in piedi.

– Forza, socio. È ora.

Gli chiesi se sarebbe venuto con me.

– Ma certo. Non potrei mai lasciarti solo nella fase più delicata del progetto.

Percorrevo in macchina il buio viale incorniciato da mucchi di immondizia, divani e materassi abbandonati.

Il diavoletto stava in piedi sul sedile del passeggero.

Doveva alzarsi sulle punte dei piedi per guardare fuori dal finestrino.

Ogni centinaio di metri circa le puttane mettevano svogliatamente in mostra la loro mercanzia.

– Ah, il mestiere più antico del mondo… Uno dei migliori prodotti mai concepiti dalla mia azienda. Così semplice eppure cosi geniale. Come direste voi moderni? Un prodotto smart, vero?

Non risposi.

Indicai con un cenno una stangona mezza nuda poco più avanti.

– No, quella no. Prosegui, ti dirò io quando dovrai accostare.

Poco dopo una piazzola di sosta, sedeva vicino ad un falò improvvisato una prostituta africana, larga e sformata.

Il diavoletto iniziò a saltellare sul sedile eccitato.

– Lei! Lei! Lei è perfetta! Accosta.

Abbassai il finestrino; la puttana si avvicinò e disse in un italiano stentato:

– Trenta. Andiamo?

Mi feci forza e risposi che abitavo vicino e se veniva a casa mia le avrei dato cento euro.

Lei rimase in silenzio soppesandomi con aria ottusa.

– Soldi. Soldi, prima. – Disse.

Le mostrai due banconote da cinquanta e gliele porsi.

Salì in macchina senza dire altro.

Il diavoletto si era spostato sul sedile posteriore. Potevo vederlo dallo specchietto retrovisore, la puttana ovviamente no.

– Bravo, socio. Bravo. Mi raccomando, una volta dentro l’appartamento sangue freddo.

Aprii la porta di casa e la feci entrare.

Le chiesi se voleva un bicchiere d’acqua e trattenni il fiato.

Fece segno di no con la testa e subito si mise ad armeggiare con la lampo dei miei pantaloni.

Imprecai silenziosamente. Se avesse accettato l’acqua sarebbe stato più semplice.

La bottiglia che avevo in frigorifero era stata generosamente corretta col valium e lei sarebbe scivolata nel sonno senza neanche rendersene conto.

Adesso avrei dovuto agire diversamente.

– È un peccato, socio. Ma dovrai ricorrere al piano b. – Mi sussurrò il diavoletto, ­– non perdere tempo, agisci subito o la faccenda si complicherà.

Mi feci forza e mi divincolai dalla presa della puttana.

Dissi che dovevo pisciare.

Nel bagno mi guardai nello specchio, iniziavo a provare un po’ d’ansia. Presi la bottiglia di etere che avevo acquistato il giorno prima e innaffiai abbondantemente un panno.

Tornai in salotto e dissi alla donna di girarsi. Mi fissava con aria corrucciata, iniziava ad essere diffidente.

– Socio, levati la maglietta e diglielo ancora.

Feci come mi aveva consigliato il diavoletto e lei finalmente mi diede le spalle, iniziò addirittura ad alzarsi la sua striminzita minigonna.

Iniziai a respirare velocemente. Cercai il diavoletto con lo sguardo. Stava in piedi sul bracciolo del divano e mi guardava con aria risoluta.

– È il momento. – Disse.

Mi lanciai sulla puttana premendole con forza il panno su naso e bocca.

Iniziò a divincolarsi ma io la tenevo stretta; dopo un lasso di tempo che non riuscii a quantificare (a me sembrò un’eternità ma sarà stato meno di un minuto) si accasciò sul pavimento.

Per un attimo rimasi immobile ad osservare la mia opera.

L’avevo fatto.

Iniziai ad avere paura, paura che tutto quello che avevo fatto e stavo per fare sarebbe stato inutile.

Se alla fine comunque il foglio sarebbe rimasto bianco? Che diamine avrei fatto?

Il diavoletto mi riportò alla realtà.

– Bravo, socio! Bravissimo! Ma non rilassarti proprio ora. Manca pochissimo: imbavagliala, ammanettala nel ripostiglio e chiudi la porta. Poi potrai finalmente concederti il meritato riposo.

Trascinai con fatica il corpo della donna nello sgabuzzino e conclusi l’opera.

Poi mi sdraiai e chiusi gli occhi. Stranamente mi addormentai quasi subito ma sospetto che ci fosse stato lo zampino del diavoletto dietro il mio sonno così pesante e istantaneo.

E adesso?

– Adesso devi lavorare con la fantasia, socio. Avanti.

Il giorno seguente decisi, per cominciare, di aprire la porta del ripostiglio e di non fare niente. Mi sarei limitato a fissare la mia vittima con espressione neutra.

Per saziarmi della sua paura o qualcosa del genere, non avevo ancora le idee molto chiare…

Misi la mano sulla maniglia e la girai.

La prostituta era accasciata al suolo, saldamente ammanettata al muro.

Il trucco era colato per le lacrime e in prossimità delle sue gambe c’era una scura macchia di urina.

Tenevo una prigioniera da neanche dodici ore e già la sua cella puzzava come il cesso di una discoteca.

Non appena mi vide My Valentine (così battezzai mentalmente il suo personaggio) iniziò a mugolare, tremando come una foglia.

Cercai di stagliarmi sulla soglia con fare minaccioso e vagamente folle ma non avevo idea di come sembrassi.

Quando l’intensità dei suoi mugugni raggiunse il parossismo le dissi di smetterla con quei versi, che presto sarebbe venuto il suo momento.

Poi richiusi la porta con vigore.

E nel farlo quasi ci lasciai un dito.

Cazzo, che dolore, sibilai tenendomi la mano.

Il diavoletto disse conciliante:

– Allora, sicuramente dobbiamo migliorare le entrate e le uscite di scena ma non è andata male. Ricordati che è tutto nuovo per te. Nessuno nasce imparato. Nessuno di voi, intendo.

Risposi acido che la precisazione non era necessaria.

Poi mi scusai: ero solo nervoso per essermi chiuso il dito nella porta del ripostiglio.

– Tranquillo, non me la prenderei mai col mio socio. – Rispose posandomi amichevolmente una manina rossa sulla spalla. – Piuttosto, inizia a pensare alla tua prossima mossa.

Risposi che ci avrei riflettuto.

Dopo pranzo giacevo sul divano con lo sguardo fisso nel vuoto. Il diavoletto sedeva accanto a me.

Pensavo al trapano.

– No, dai. Procedi per gradi. Siamo pur sempre al primo giorno.

Coltello da cucina?

– Sicuramente meglio. Ma continua a pensare.

Mi guardai intorno, soffermandomi su un cassetto sotto la credenza in cucina.

Mi venne un idea. Chissà se me ne erano rimasti ancora?

Mi alzai e tornai al cospetto del diavoletto.

In mano tenevo un pacchetto di fiammiferi.

Lui sorrise.

– Adesso sì che mi piaci.

Passai il resto del pomeriggio a bruciacchiare My Valentine sulle gambe e sulle braccia.

Un paio di volte svenne.

Non mi divertivo affatto ma ormai ero arrivato a quel punto e dovevo tentare.

Ne andava della mia carriera.

Quando la puzza di pelle bruciata saturò il ripostiglio, nauseandomi, conclusi la seduta.

– Beh, come è andata? Che sensazioni hai provato? – Mi chiese subito il diavoletto, molto eccitato.

In realtà non molto, risposi.

– Non fare il modesto, socio. Sei stato bravissimo lì dentro oggi. Vedrai che domani inizierai a riempirti di ispirazione e appagamento. Forza, cena leggera e a letto presto.

L’indomani decisi di dedicarmi alle lame.

Il diavoletto concordava.

– Sì, ormai hai rotto gli indugi. Vai e divertiti.

Entrai nello stanzino con un vassoio su cui erano ordinatamente disposti vari oggetti, tra cui un bisturi, una mannaia, un coltello in ceramica e anche una grattugia (nota creativa consigliatami dal socio).

My Valentine aveva gli occhi vitrei e ormai delirava ininterrottamente attraverso il bavaglio producendo una nenia che salì di tono quando feci il mio ingresso.

Iniziai col bisturi.

Neanche quel giorno mi sembrò un granché, anzi dovetti anche disinfettare e fasciare tutte le ferite di My Valentine o sarebbe morta dissanguata.

E sinceramente la cosa mi tediò alquanto.

– Abbi fiducia, socio. – Mi rassicurò il diavoletto, – sono sicuro che nel tuo inconscio rumoreggia un turbine di sensazioni pronto a esplodere. Sensazioni che ti inonderanno. Traboccherai letteralmente di ispirazione. Devi solo togliere il tappo. E lo farai domani, col gran finale.

E sorrise (sì, sempre allo stesso modo).

Speriamo, mi limitai a rispondere.

Il giorno seguente mi alzai determinato.

Il diavoletto mi accolse in soggiorno con un consiglio.

– Spogliati. Completamente. Ogni schizzo di sangue, ogni goccia di sudore deve imprimersi sulla tua pelle. Ricordati qual è lo scopo. Non perderlo mai di vista.

Annuii.

Dal ripostiglio proveniva un odore eufemisticamente sgradevole ma non me ne curai: presto sarebbe tutto finito.

Rimasi nudo e tolsi il trapano dalla carica.

Il diavoletto mi saltellava intorno, eccitatissimo.

– Ma guardati! Fai paura! Sei terribile! Vai, socio. Vai!

Presi un bel respiro e, vestito solo di un trapano, mi presentai a My Valentine.

Effettivamente, durante l’atto mi sentii potente ma a mente lucida realizzai che la sensazione derivava solo dal trapano in sé: ho sempre adorato quegli affari.

Comunque penetrai My Valentine tre volte: sulla pancia, nel petto e in mezzo alla fronte.

Uscii dal ripostiglio completamente ricoperto di sangue e materia cerebrale.

Il diavoletto esclamò:

– Wow, socio! Speriamo che il mio principale non ti veda o rischierai di farci perdere il lavoro a tutti noi, poveri diavoli. Ma non distrarti! Assapora tutto e archivialo. Questa è la tua vita, questo è il tuo romanzo più riuscito, il tuo capolavoro.

Non risposi, non dissi una parola.

Avevo appena ucciso un altro essere umano e come potete immaginare ero un tantino scosso.

Mi chiusi in bagno e mi feci una laboriosa doccia.

E ora eccomi qui, in questo giorno nuvoloso.

Il foglio rimane bianco.

Dopo tutti la fatica e i soldi spesi, dopo tutte le bruciature i tagli, le lesioni e gli schizzi di sangue.

Bianco.

Come il latte, come le nuvole che oggi ricoprono il cielo.

Sospiro, decido di uscire in balcone per prendere un po’ d’aria.

Passo davanti al diavoletto che seduto sul divano intercetta il mio sguardo carico di disappunto.

– Ehi, non guardarmi così. Non puoi darmi la colpa. Lo conoscevi il piano, ogni dettaglio. Chi poteva immaginare che tutto quello che abbiamo fatto non ti avrebbe neanche sfiorato? Evidentemente il tuo problema creativo è più grave di quel che sembra. E, a proposito di problemi, ti ricordo che a breve dovrai occuparti dello smaltimento di ciò che un tempo chiamavi My Valentine e di tutte le attrezzature collegate alla sua morte.

Rispondo che adesso ho altro a cui pensare.

– Come vuoi. Io mi limito a fartelo presente.

Esco in balcone e mi appoggio alla ringhiera osservando distrattamente il mondo sottostante.

C’è un piccolo parco con alcune panchine e un viottolo di terra battuta che lo attraversa.

Una giovane coppia cattura la mia attenzione: sono giovani ma non giovanissimi. Parlano animatamente stringendosi la mano e poi si abbracciano, sciogliendosi in un bacio appassionato. Lei singhiozza ma capisco che è per la gioia.

Qualcosa si accende dentro di me.

Con gli occhi sgranati per conservare quell’immagine residua sulle mie retine, rientro di corsa e mi siedo davanti al computer.

E per tre giorni e tre notti, quasi senza sosta, scrivo.

Scrivo una storia d’amore e di resistenza.

Scrivo di persone che non si lasciano schiacciare, che lottano per un proprio posto nel mondo accanto alla persona che amano.

In parole povere, scrivo un romanzo della madonna.

E la conseguente telefonata col mio agente è un autentico trionfo:

– Ho ricevuto il manoscritto.

Bene. L’hai letto?

– Sì, sono senza parole. L’editore ha quasi pianto. Hai davvero superato te stesso, genio.

Ne sono lieto.

– Lo mandiamo in stampa tra un mese. Preparati a una tournee promozionale in grande stile.

Voglio un prolungamento del contratto.

– Fatto.

Voglio un anticipo sulle royalties: il doppio del solito.

– Fatto.

Direi che non c’è altro.

– A presto, genio.

Poso il cellulare sul tavolo e mi rilasso sulla sedia.

Il diavoletto, in piedi sul tavolo, mi dice sorridendo:

– Chi lo avrebbe mai immaginato. Sono davvero colpito, socio: un colpo di scena degno di uno dei tuoi thriller.

Penso che non scriverò più quella roba, rispondo.

– Lo credo bene, socio. Beh, direi che la mia consulenza è giunta al termine. Ti lascio con la tua gloria. Ma ci rivedremo al momento di saldare quanto dovuto per la mia prestazione.

Me ne ero completamente scordato.

Io non ti devo niente, dissi. L’ispirazione mi è tornata guardando dal balcone, certo non seviziando quella povera battona. La tua prestazione non ha portato i risultati che mi avevi garantito e pertanto considero il nostro accordo nullo.

Il diavoletto non si scompose.

– Ti ricordo che questo genere di insolvenza non è tollerata. Avrai serie rimostranze da parte della mia azienda.

Non è affar mio, risposi trattenendo il fiato.

Mi aspettavo qualche fiammata, qualche apparizione mortifera, qualche voragine buia e mefitica.

Ma non successe nulla di tutto questo.

Il diavoletto mi porse la manina rossa e disse:

– Come desideri. È stato comunque un piacere fare la tua conoscenza. Ci vediamo.

Io non credo proprio, risposi.

– E io sono convinto del contrario. Beh, arrivederci.

Saltò giù dal tavolo, si arrampicò fino alla maniglia della porta del mio appartamento e se ne andò.

Dallo spioncino lo vidi avviarsi tranquillamente per le scale.

Due mesi dopo mi trovavo in una grande libreria.

Ero tornato nella mia città dopo un tour promozionale che aveva iniziato ad assumere proporzioni bibliche. Ogni mia apparizione pubblica, ogni ospitata in tv, ogni presentazione si trasformava in un bagno di folla.

Ero diventato un caso, il mio romanzo era sulla bocca di tutti, primo in classifica, osannato da critica e pubblico.

Mi sentivo quasi onnipotente.

I giorni passati in società col diavoletto erano archiviati in un angolo buio della mia mente, ormai neanche ci pensavo più.

Dopo aver firmato le copie dei fan e risposto alle loro domande, strinsi la mano al titolare della libreria e mi avviai verso l’uscita dove attendeva il mio agente.

Ma qualcosa non andava.

Non aveva la solita espressione adorante nei miei confronti (falsa ma comunque piacevole) e, dietro di lui, le luci blu di tre volanti della polizia riverberavano nelle vetrine dei negozi.

Per un attimo vacillai, come se mi fosse stato tolto il pavimento da sotto i piedi: My Valentine.

Totalmente preso dalla stesura definitiva del romanzo e dai preparativi del tour mi ero scordato di sbarazzarmi di lei.

Ma come potevo essere stato così stupido? Come?

Il mio agente mi venne incontro pallidissimo e disse:

– I poliziotti vogliono parlarti. Dicono che i tuoi vicini si sono lamentati di un odore proveniente dal tuo appartamento. Hanno sfondato la porta e, cristo, neanche oso ripetere ciò che mi hanno detto di aver trovato. Ma che cazzo hai combinato, genio?

Mentre mi infilavano nella volante, scorsi una silhouette tra il capannello di curiosi che si era venuto a creare.

Lo vidi di sfuggita ma lo riconobbi subito: nessuno indossava un frac con la sua disinvoltura.

E sorrideva.

Diabolicamente, ovvio.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: