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lavoro pubblicato martedì 29 agosto 2017
ultima lettura domenica 21 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

FFfH

di pablas. Letto 347 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Fuori infuria la tormenta.Dalla finestra si vede soltanto un unico, immenso turbinare bianco. La baita in cui mi trovo, la stessa in cui io e i miei compagni ci eravamo rifugiati prima degli avvenimenti che hanno portato alla nostra separazione.....

Fuori infuria la tormenta.

Dalla finestra si vede soltanto un unico, immenso turbinare bianco.

La baita in cui mi trovo, la stessa in cui io e i miei compagni ci eravamo rifugiati prima degli avvenimenti che hanno portato alla nostra separazione, sembra solida; sono sicuro che è stata programmata per resistere a ogni tipo di intemperie.

Potrei avere i minuti contati e rifletto su quanto la situazione sia precipitata in fretta.

Quel pomeriggio era iniziato esattamente come ogni altro: dopo una noiosa mattinata a scuola ci eravamo dati appuntamento nel mio modulo abitativo per catapultarci dentro Final Fight for Earth, il nostro ologame preferito; in realtà, il gioco era in testa alle classifiche di vendita dal giorno della sua uscita e ce n’era una copia praticamente in ogni casa del pianeta.

Ma per noi era diverso: quando non giocavamo a FFfE, parlavamo di FFfE. E se non stavamo giocando o parlando di FFfE, voleva dire che stavamo dormendo.

Matt era già arrivato e sedeva sul divano rollandosi una sigaretta, Sarah e Ren-D sarebbero giunti a breve.

Anche Steph giocava con noi all’inizio ma dopo qualche settimana ci disse che voleva proseguire da solo.

Non si vedeva neanche più a scuola ma nessuno ci fece caso: non era raro che uno di noi giovani, ricchi e annoiati figli dell’élite cittadina decidesse all’improvviso di andarsene in qualche località esotica o semplicemente di saltare le lezioni per qualche settimana.

E comunque tutti i giocatori erano connessi in rete: avremmo potuto ancora incontrarlo nel gioco.

Attaccai la consolle allo schermo e controllai che i cavi dei quattro visori fossero ben collegati; le sacche di Limphotal che ci avrebbero nutrito e idratato durante la partita erano piene e pronte a centellinare il loro mix di nutrienti e soluzioni fisiologiche nelle nostre vene: avremmo potuto giocare ininterrottamente per giorni senza problemi.

Inoltre mia madre sarebbe stata fuori tutta la settimana e non vedevo mio padre da anni: c’erano tutti i presupposti per una partita epica.

Chissà, avremmo potuto persino finire il gioco, anche se nessuno di nostra conoscenza c’era ancora riuscito.

Il trillo del videofono mi strappò alle mie fantasie: il faccione di Ren-D occupò tutto lo schermo con le sue smorfie e dietro di lui intravidi la cascata di capelli castani di Sarah.

Ren-D era carico, appena entrato urlò:

– Andiamo a rompere un po’ di culi zombie! ­

Poi si lanciò sul divano accanto a Matt.

Salutai timidamente Sarah e le chiesi se avesse notizie di Steph.

Lei si rabbuiò ma fu questione di un attimo.

– No, non lo sento da parecchio ormai.

– Ok.

Sentii Matt urlare dal salone:

– Pavel, Sarah, muovete le chiappe!

Prendemmo posto e ci infilammo i visori; una miriade di aghi microscopici si insinuarono nella nostra corteccia cerebrale collegandosi alle sinapsi e ci ritrovammo a fluttuare nel vuoto nero del menù d’avvio dell’ologame.

Chiesi:

– Riprendiamo la nostra partita, no?

– Ma certo! – Esclamò Ren-D.

–Tu e Sarah dovete stare attenti però, – disse Matt, – vi restano solo due slot poi sarete fuori e tornerete al primo livello.

– E col cavolo che vi aspettiamo!

– Sei un tesoro, Ren. – Rispose Sarah. – Comunque non preoccupatevi, oggi saremmo invincibili, vero Pav?

La guardai sorridendo e annuii risoluto.

Che idiota…

Matt cliccò l’icona e fummo risucchiati.

La trama di Final Fight for Earth non era molto originale: si trattava di combattere degli zombie piuttosto schifosi e agguerriti in vari livelli ambientati in giro per il mondo. Niente di speciale.

Ma Yasutora Kano, il misterioso ideatore del gioco, aveva progettato il sistema di interazione sinaptica rivoluzionando il mondo degli ologame: tu non stavi più giocando a combattere gli zombie, tu stavi combattendo i maledetti zombie.

La conseguenza fondamentale della superiorità dell’interfaccia ideata da Yasutora fu che tutte le case di produzione, tutti gli editori e chiunque avesse dei diritti su qualsiasi personaggio di finzione fecero a gara per concedere di usare i propri all’interno del gioco.

Infatti la prima vera difficoltà in FFfE arrivava ancora prima di iniziare, nel menù della scelta del personaggio: si avevano a disposizione tutti i protagonisti di ogni film, di ogni libro e di ogni fumetto horror, fantasy o di fantascienza, dagli anni Sessanta del secolo scorso ad oggi; cavolo, stiamo parlando di più di duemila categorie di personaggi.

Ricordo che quando è toccato a noi fu davvero un problema.

Il primo a decidere fu Ren-D che optò per Iron Man, rumoroso e sopra le righe proprio come lui; Sarah lo imitò, soprattutto perché non essendo molto brava negli ologame vedeva nell’armatura e nel suo arsenale la sicurezza e la potenza che le serviva.

Io brancolavo ancora nel buio, indeciso tra Ash Williams e qualche supereroe, quando vidi Matt: avevo detto che eravamo stati tutti in difficoltà ma sbagliavo, lui aveva sempre saputo cosa scegliere, ancora prima di infilarsi il visore.

E quando lo vidi in quei panni, capii che era anche la mia strada, senza ombra di dubbio.

Comparimmo sulla neve, in un livello che mi ricordava le Alpi o qualche altro posto del genere, nel punto esatto in cui avevamo salvato l’ultima volta.

Ren-D e Sarah si alzarono subito in volo con le loro armature mentre io e Matt ci guardammo: eravamo entrambi incappucciati, coperti da pesanti mantelli marroni e le nostre vesti bianche ricordavano dei kimono.

Ci scambiammo un sorriso d’intesa.

Sentii la voce di Ren nel mio auricolare, eravamo tutti connessi.

– Ehi bellezze, invece di farvi gli occhi dolci, preparatevi; stanno arrivando da nord-est e sono tanti.

Matt rispose:

– Perfetto, voi ammassi di ferraglia pensate a coprirci mentre noi facciamo il lavoro vero – . Poi rivolto a me: – Sei pronto?

Il mio battito iniziò ad accelerare.

– Cavolo se sono pronto.

– Allora tiriamole fuori.

Con una simultaneità studiata nei minimi dettagli durante ore e ore di gioco, estraemmo dalle nostre cinture i familiari cilindri metallici e prememmo i pulsanti.

Vedere la lama verde fosforescente scaturire dall’impugnatura era sempre un’emozione indescrivibile, il sogno di una vita.

Sapevo che non era reale ma il ronzio, il peso nella mano, lo sfrigolio di ogni fendente…

Cavolo, stavo usando una spada laser ed era fichissimo.

Facemmo roteare le lame con esperta maestria e ci mettemmo in posizione: sì, eravamo due Jedi, due cazzutissimi maestri Jedi.

All’orizzonte iniziammo a distinguere la barcollante massa dei nostri avversari.

– Sono davvero tanti. – Dissi.

Matt sorrise.

– Meglio così. Nessuno di noi rimarrà a bocca asciutta.

Poi si lanciò all’attacco.

Era sempre stato il migliore in ogni ologame da quando eravamo bambini ma FFfE tirava fuori il meglio da Matt.

Sapeva a memoria tutte e tre le trilogie dei film, conosceva ogni mossa, ogni giravolta, perfino ogni espressione del viso degli Jedi.

Guardarlo combattere, infatti, era un piacere per gli occhi: scivolava tra i non morti con grazia, tranciando teste e arti. Aveva perfino imparato a bloccare con la Forza quattro o cinque zombie alla volta per decapitarli con un unico fendente.

Io non ero elegante come Matt ma me la cavavo: mi buttavo a capofitto nella mischia, falciando nemici con furore e, quando mi accorgevo di essere in difficoltà, facevo un salto Jedi di quelli lunghi, atterrando alle spalle della marmaglia zombie e ricominciavo il mio bel massacro.

Ren-D, del resto, non stava certo a guardare: forte della sua superiorità tecnologica, attaccava dall’alto, dando fondo al suo quasi infinito arsenale, non disdegnando qualche sortita a terra per spappolare qualche cranio con i suoi pugni d’acciaio.

Sarah, invece, manteneva un profilo più basso, limitandosi a rimanere in volo sparando qualche razzo. Più che altro le avevamo affidato il ruolo di vedetta e retroguardia. Avrebbe dovuto avvertirci di qualsiasi imprevisto.

Dopo aver sterminato il primo gruppo di zombie, la neve era lorda di sangue e resti putrefatti.

Al limite del mio campo visivo comparve una freccia rossa che puntava verso nord; voleva dire che potevamo avanzare e che il prossimo checkpoint per il salvataggio si sarebbe trovato in quella direzione.

Io e Matt iniziammo a correre veloci come fulmini mentre gli altri ci precedevano in volo.

Giungemmo ai piedi di un crinale roccioso sulla cui sommità si distingueva una forma.

– Ren-D, che cos’è? – Chiesi.

– Sembra una specie di rifugio, una baita.

– Il checkpoint sarà sicuramente lì. – Disse Sarah.

– Beh, non sarà difficile arrivarci.­ – Conclusi.

Ebbi giusto il tempo di terminare la frase che si alzò un tormenta di neve.

Il vento ululava, insinuandosi in ogni piega delle nostre vesti e la visibilità divenne praticamente nulla in un attimo.

Anche se io e Matt eravamo a meno di un metro di distanza la lama della sua spada laser era diventata un fioco bagliore azzurro.

La estrassi anch’io; la tempesta non preannunciava nulla di nuovo.

Sentii la voce di Ren-D, resa gracchiante dalle interferenze.

– Pavel, devi imparare a stare zitto. Porti una sfiga leggendaria. Ehi, ma che succed…

Poi la comunicazione cadde.

Provai a contattarlo ancora e ancora ma senza successo. Eravamo tagliati fuori.

Sentii Matt urlare:

– È la prima volta che succede da quando giochiamo. Neanche nel livello acquatico abbiamo avuto problemi di comunicazione. Stai in guardia, credo che questo checkpoint dovremmo sudarcelo.

Annuii anche se sapevo che non mi avrebbe visto.

D’un tratto sentii un tonfo secco e il ronzio di un fendente laser.

Matt aveva compagnia e presto l’avrei avuta anch’io.

Infatti dalla massa bianca che mi circondava spuntarono all’improvviso due mani pelose dirette alla mia gola. Repressi un grido e colpii d’istinto.

Percepii il terreno appesantirsi delle viscide interiora dello zombie.

Dopo l’attacco a sorpresa rimasi ansimante e disorientato.

Non vedevo nulla, non sentivo nulla e non avevo idea di dove fossero i miei compagni.

Avevo solo la freccia rossa ad indicarmi la via e decisi di seguirla confidando che gli altri avrebbero fatto lo stesso.

Ci saremmo incontrati direttamente al rifugio.

Grazie alle mie abilità Jedi non pativo il freddo e il terreno accidentato non mi creava alcun problema.

Dovevo solo stare in guardia ed evitare che qualche mangia-cervelli mi prendesse di sorpresa.

A un certo punto della salita mi sembrò di sentire un rumore, metallo contro roccia o qualcosa del genere.

Forse Ren-D o Sarah erano in difficoltà. Provai ancora a mettermi in contatto con loro ma la tormenta disturbava le comunicazione.

Così aveva deciso il gioco.

Non potevo fare altro che avanzare da solo.

Mancava poco alla baita quando una forma velocissima e sbavante emerse dalla foschia ringhiando; ebbi appena il tempo di vedere i suoi occhi rossi e potei solo abbassarmi.

Era un lupo, un dannatissimo lupo zombie.

Dopo avermi mancato, scomparve nuovamente nella tormenta ma sapevo che avrebbe attaccato ancora.

Diavolo, anche gli animali adesso?!

A pensarci bene era ovvio.

Ma restava il fatto che il quadro era salito di difficoltà troppo rapidamente: la tempesta, le comunicazioni interrotte, perfino le bestie.

Non era comunque il momento per elucubrazioni del genere. C’era ancora lui nei paraggi, il maledetto lupo.

Tentai una mossa che avevo visto fare a Matt in un livello notturno particolarmente buio: chiusi gli occhi e lasciai fluire la Forza attorno a me.

Dovevo pensare ad una cupola, più estesa possibile per avere maggiori chance di localizzare l’avversario una volta entrato al suo interno.

Giunsi al mio limite e attesi.

Colsi una vibrazione alle mie spalle, leggermente sulla sinistra.

Ma rimasi calmo, era ancora presto.

Mi limitai a poggiare la mano sull’impugnatura della spada.

All’improvviso percepii l’animale avanzare di un altro passo prima di lanciarsi verso di me e in unico movimento estrassi la spada, premetti il pulsante che attivava la lama e squarciai il ventre dell’essere che ricadde a terra.

Le sue viscere disegnarono un inquietante arabesco sulla neve.

Sorrisi, fiero della mia bravura ma la freccia rossa lampeggiante mi ricordò che dovevo muovermi.

Ormai riuscivo vagamente a distinguere la forma del rifugio.

Mi affrettai, ero ansioso di sapere che fine avessero fatto gli altri.

Inoltre uno strisciante senso di disagio stringeva in una morsa il mio stomaco.

Respirai a fondo cercando di rimanere lucido.

Era sempre e solo un ologame, no?

No?

Mi avvicinai con circospezione alla baita e feci il giro del perimetro provando a sbirciare dalle finestre ma non vidi nulla.

Non mi rimaneva che entrare.

Sguainai la spada e aprii la porta con un calcio ma nel caldo e confortevole soggiorno della baita c’erano solo Matt e Ren-D seduti a un tavolo, in silenzio e scuri in volto.

– Che succede? Dov’è Sarah? – Chiesi spaesato.

Matt mi guardò senza espressione.

– Sarà meglio che ti siedi.

– Già e chiudi quella porta prima che entri il freddo o peggio. – Aggiunse Ren-D.

I pezzi della sua armatura erano ammassati in un angolo ed era rimasto con una calzamaglia nera che non aveva l’aria di essere molto calda.

L’interno del rifugio era ampio e rassicurante, con teste di vari animali impagliati appese alle assi di legno delle pareti.

Un enorme camino in cui scoppiettavano grossi ciocchi di legna troneggiava in fondo alla stanza, emanando un gradevole tepore.

Presi posto al tavolo.

– Allora, che diavolo succede?

Matt guardò Ren-D che iniziò a parlare.

– Dopo lo scoppio della tormenta e la caduta delle comunicazioni fui attaccato all’improvviso da non so che bestia volante zombie, un’aquila, un condor, non saprei. In ogni caso era un maledetto uccellaccio e a momenti mi levava uno slot di vita. Riuscii comunque a difendermi e sparando all’impazzata lo eliminai. Adesso la mia vera preoccupazione era Sarah. Non eravamo mai stati attaccati in volo prima e dovevo difenderla o quantomeno provare ad avvertirla.

– Anch’io sono stato attaccato da un lupo zombie. – Intervenni.

Matt si girò di scatto.

– Un lupo? E sei riuscito ad affrontarlo?

– L’ho aperto in due.

– Grande!

Stavamo per batterci il cinque ma ci ricordammo all’improvviso che non era il momento di festeggiare.

Ren-D infatti ci fissava torvo.

– Posso continuare? Se vi disturbo, ditemelo! Del resto, non abbiamo alcuna fretta a parte il fatto che il membro più debole del gruppo è disperso in una tormenta con un solo slot di vita.

Sbiancai in volto.

– Cosa? Un solo slot? Ma ne aveva due, come me!

Matt mi posò una mano sulla spalla.

– Lascialo parlare, Pav.

Annuii cercando di non sembrare troppo in ansia.

Ren-D si passò nervosamente le mani nei capelli e continuò:

– Dopo aver sistemato quella bestia volante, mi misi alla ricerca di Sarah. Le comunicazioni erano fuori uso ma il resto della mia attrezzatura era funzionante al cento per cento. Volai lentamente verso il checkpoint con lo scan ad infrarossi attivato. I propulsori dell’armatura di Sarah emettono calore, così avrei avuto una chance di localizzarla. E infatti la trovai poco più avanti. Come me, aveva azionato il visore ad infrarossi e cosi ci venimmo incontro. Non feci neanche in tempo a parlarle degli uccellacci zombie che uno stormo, un intero stormo, ci attaccò.

– Cristo – sospirai.

– Proprio così, Pav. Sarah si fece prendere dal panico e scappò verso l’alto. Dovevamo rimanere uniti quindi mi lanciai al suo inseguimento anche se ciò mi rendeva vulnerabile ai nemici. Comunque la raggiunsi senza subire danni e la costrinsi a mettersi schiena contro schiena con me.

– È la tattica migliore quando si è circondati. – Confermò Matt.

– Già ma Sarah ormai non era più lucida e dopo neanche un minuto perse uno slot di vita. E, ragazzi, a quel punto ha dato proprio di matto. Ha iniziato a urlare così forte che la sentivo attraverso il casco dell’armatura anche in mezzo alla maledetta tormenta. Ho fatto in tempo a capire il nome di Steph tra le sue grida e poi si è lanciata in picchiata verso la baita.

– E poi? – Esclamai.

­– E poi niente, genio.

– Stai dicendo che Sarah è da qualche parte in mezzo a quel casino da sola con uno slot di vita mentre noi stiamo qui a chiacchierare davanti al camino?!

Matt intervenne:

– Pav, finché le comunicazioni sono interrotte è un pericolo inutile uscire. Potremmo non trovarla mai e rischiare noi stessi. Ricorda che tu hai solo due slot e Sarah… Sarah potrebbe già aver riaperto gli occhi su divano del tuo soggiorno.

Mi alzai di scatto facendo cadere la sedia.

– Non mi interessa, io la vado a cercare.

– Pav…

– E lascialo andare, – scattò Ren-D furioso, – così rimarremo io e te e senza i due pesi morti finiremo il gioco in due ore.

Stavo per saltargli addosso quando la porta si spalancò facendo entrare una folata di vento gelido.

Dall’ombra emerse Sarah, chiusa nella sua armatura. Non appena alzò la protezione del viso vedemmo tutti che era livida e molto scossa.

Subito la aiutammo a liberarsi della battlesuite e la facemmo sedere vicino al fuoco.

– Cristo, ma dov’eri finita? – Esordì Ren-D.

– Mi sono schiantata poco lontano da qui e credo di essere rimasta svenuta non so quanto. Una volta tornata lucida ci ho messo pochissimo a trovarvi. Ma tanto è tutto inutile…

E scoppiò in lacrime.

Subito Ren le fu accanto.

– Ma che dici?! Uno slot non vuol dire game over. Ricordati che giochiamo insieme, non ti perderò di vista un attimo. Vedrai, sarà come se non fosse successo nulla…

Poi Matt disse la frase sottintesa a cui tutti pensavamo.

– E comunque, Sarah, è solo un gioco. Anche se dovessi esaurire gli slot di vita potremmo sempre iniziare un’altra partita. Noi tre continueremo questa quando non ci sei. Non è una tragedia.

Si nascose il viso tra le mani, scossa da singhiozzi sempre più forti.

Tutti e tre capimmo che c’era qualcos’altro, qualcosa che noi non sapevamo.

Aspettammo che si calmasse, coccolandola a turno poi le chiesi:

– Sarah, che cosa è successo a Steph?

Lei sgranò gli occhi, poi il suo sguardo divenne vitreo e iniziò ad annuire piano.

Bingo.

– Che c’entra Steph, adesso? – esclamò Ren-D.

Matt lo trattenne.

– Lascia che ce lo dica lei.

Sarah raccontò sommessamente.

– Una settimana fa, ci eravamo sentiti per telefono e mi aveva confidato che era rimasto con un solo slot dopo aver superato questo livello.

– Ma non poteva aspettarci, quell’idiota? – Esclamai.

– È quello che gli ho detto anch’io ma lui non sentì ragioni. Del resto, lo sapete come è fatto. Comunque la cosa non mi aveva colpito più di tanto, anch’io, come voi, pensavo che tutto questo fosse solo un gioco.

Ci irrigidimmo tutti.

Perfino quello spaccone di Ren-D iniziò a sudare, e non per il caldo.

– Poi Steph iniziò a non venire più a scuola, uno, due, tre giorni di seguito. E iniziai a preoccuparmi. Se fosse partito ci avrebbe avvertito di sicuro, no? Così richiamai a casa sua e mi rispose una voce sconosciuta, un uomo che mi disse di essere il nuovo inquilino dell’appartamento e che la famiglia di Steph non abitava più lì.

– Che cosa? – Esclamai.

– Neanch’io potevo crederci, – proseguì Sarah, – infatti recuperai il numero di Rosa, la sua governante e riuscii a contattarla. All’inizio non voleva parlare con me, farneticava ma poi le tirai fuori cos’era successo veramente a Steph.

Ci guardò negli occhi, uno ad uno.

A malapena respiravamo.

– Quella povera donna mi disse che Steph era impazzito, uscito di senno; i suoi furono costretti a rinchiuderlo dapprima in un ospedale psichiatrico in città e poi in una struttura in Europa. Tutta la famiglia lo ha seguito oltreoceano senza dire nulla, sapete, per non creare scandali.

– E tutto questo cosa c’entra con FFfE? – Chiese Matt.

– Matt, apri bene le orecchie. Rosa ha trovato Steph in preda alle convulsioni con ancora il visore sulla testa e la scritta game over sullo schermo. Non appena ha provato a levargli il visore, Steph è diventato una furia. Sbavava, si muoveva a scatti e, dico sul serio, ha provato ripetutamente a morderla.

Ren-D mormorò:

– Come… come…

– Come un dannato zombie. – Conclusi.

Calò il silenzio.

Matt, il più razionale tra noi, scuoteva la testa tentando di trovare una logica in tutto quello che avevamo appena sentito.

– Sarah, un ologame è un ologame. Non può influenzare la realtà. E se anche fosse così e tutti quelli che perdono a FFfE diventassero degli zombie, ormai lo sapremmo. Diavolo, il mondo ne sarebbe pieno.

– E tu cosa ne sai? Potrebbe davvero esserlo. Quando mai tu, io, tutti noi, abbiamo guardato un videogiornale? Quando mai ce n’è fregato qualcosa di ciò che succede nel mondo? Pensa solo a tutta la gente che da mesi non sta vendendo più a scuola.

Matt abbassò lo sguardo.

– Magari, adesso i primi casi stanno passando sotto silenzio ma è solo questione di tempo.

Ren-D prese a camminare nervosamente per la stanza.

– Cristo, ma basterebbe uscire dal gioco! Tornare a casa di Pavel, levarci i visori e buttare tutto nel cesso. Basterebbe non giocare più.

Sarah scosse la testa mestamente.

– Basterebbe, Ren? Sarebbe così facile? Provate a pensare; da quando abbiamo comprato FFfE c’è stato un solo giorno in cui non ci abbiamo giocato? Uno solo?

Obiettai debolmente:

– Ma lo sai come siamo con gli ologame, Sarah. Ci piacciono, ci giochiamo da quando siamo bambini.

– Non così tanto, Pavel. Matt e Ren-D, forse. Ma non tu e sicuramente non io.

– Stai dicendo che il gioco ci costringe a tornare qui ogni giorno? – Chiese Matt.

– Qualcosa del genere. Quei dannati aghi che ti si infilano nel cervello devono creare una sorta di dipendenza. Altrimenti, come dice Ren, basterebbe buttare il gioco nel cesso. Ma nessuno lo fa, nessuno.

Matt si avvicinò alla finestra, scrutando nell’oscurità.

– Cristo, non ha senso. – Sospirò.

– Il fatto che non abbia senso non significa che non stia accadendo. – Rispose Sarah.

Adesso era la più lucida tra noi, la più determinata.

Ma non avremmo mai immaginato a cosa puntava la sua determinazione.

Si alzò in piedi e si diresse verso la porta della baita poi premette i pulsanti dei braccialetti che portava ai polsi.

Allargò le braccia e tutti i pezzi dell’armatura si assemblarono sul suo corpo con la precisione e la velocità che ormai avevano smesso di stupirci.

– Che stai facendo? – Esclamai.

L’elmo copriva il suo volto ma dalla sua voce capimmo che stava piangendo ancora.

– Io… io non ce la faccio. Non voglio essere un peso per voi ma non posso più andare avanti così, sapendo che sono ad un solo passo da… da…

Fu scossa da un singhiozzo poi continuò:

– Spero che voi riusciate a finire il gioco. Finitelo anche per me… Io… Io non voglio più…

Nessuno di noi fece in tempo a muoversi, a reagire in alcun modo.

Aprì la porta e decollò a tutta velocità nel buio della tormenta.

Urlammo il suo nome e ci precipitammo fuori ma era troppo tardi.

Si sentì un’esplosione proveniente dalla cima della montagna e per un istante mi sembrò di distinguere una luce, come un lampo che subito scomparve nella tempesta.

Ren-D cadde in ginocchio.

– Si è andata a schiantare… Ha perso l’ultimo slot di proposito…

Sentii una mano sulla spalla.

– Portiamolo dentro, – mi disse Matt, – senza armatura all’esterno rischia di perdere uno slot anche lui.

Lo trascinammo all’interno e ci ritrovammo seduti ancora una volta al tavolo.

Matt sospirò poi disse:

– Ragazzi, io non voglio sembrarvi insensibile ma se quello che ha detto Sarah è vero i nostri corpi potrebbero essere in pericolo.

Né io né Ren-D rispondemmo. Non ne avevamo la forza.

– Siamo arrivati al checkpoint. Usciamo dal gioco e vediamo in che condizioni si trova Sarah. Dovremmo chiamare qualcuno, un’ambulanza, non so…

– Non ce ne sarà bisogno, utente JD09186.

Non era stato nessuno di noi a parlare.

Vicino al camino era comparso un uomo.

Si era materializzato un uomo, per la precisione. Se fosse passato dalla porta o da una delle finestre ce ne saremmo accorti.

Diavolo, eravamo scossi, non rincoglioniti.

Portava un completo scuro e sembrava orientale.

– E tu chi diavolo sei? – Urlò Ren-D mentre si accingeva ad indossare l’armatura.

– Utente IM110686, ti assicuro che non ho intenzioni offensive e in ogni caso nessuna delle armi che hai in dotazione può nuocermi. Quindi ti prego di tornare seduto.

Matt lo scrutava torvo, la mano sull’impugnatura della spada.

– Sì, ma tu chi sei? Come hai fatto a entrare?

Mormorai quasi in trance:

– Yasutora Kano.

– Ottima deduzione, utente JD09187. Sono proprio io. O meglio, sono un’interfaccia con le sue sembianze che il signor Yasutora Kano ha programmato per intervenire quando uno o più utenti si trovano nella vostra situazione.

– E quale sarebbe la nostra situazione, signor interfaccia? – Lo canzonò Ren-D. Nonostante l’avvertimento dell’uomo aveva indossato l’armatura al completo e lo guardava con malcelata rabbia.

Ren-D era fatto così, lo conoscevo bene.

Ciò che era successo a Sarah lo aveva sconvolto più di quanto mostrasse e adesso tutto quello che voleva era solo un bersaglio da riempire di buchi.

– La vostra situazione, utente IM110686? Ve lo spiego subito, in realtà è molto semplice. Voi state per comprendere la vera natura dell’ologame chiamato Final Fight for Earth. E io sono qui per chiarire alcuni punti che potrebbero disorientarvi.

Matt tagliò corto:

– È vero che si diventa zombie quando si esauriscono gli slot?

– Quando si arriva al game over i collegamenti sinaptici progettati dal signor Kano rilasciano una scarica elettrica che azzera le funzioni superiori del cervello umano lasciando intatti solo alcuni degli istinti primari: nutrirsi e sopravvivere, per la precisione.

– Dei dannati zombie, quindi. – Ringhiò Ren-D.

– Il signor Kano ha creato il gioco perfetto, un gioco con il potere di cambiare la realtà, trasformando essa stessa in un gioco.

– Qui dentro giochiamo ad uccidere gli zombie. – Dissi. – Ma chi perde diventa uno di loro là fuori…

– È una visione abbastanza corretta, utente JD09187. – Rispose l’uomo.

Matt aveva iniziato a camminare avanti e indietro e una strana luce brillava nei suoi occhi.

– Diamo pure per certo che chi finisce gli slot diventa un mangia-cervelli. Ma cosa succede a chi vince? E soprattutto, si può vincere a questo ologame?

– Sì, utente JD09186. Final Fight for Earth può essere concluso. Come ho già detto, Yasutora Kano voleva trasformare la realtà in un videogame. E in un videogame deve esserci un villain ma anche chi lo combatte. E gli utenti che riusciranno a completare tutti i livelli avranno una grande ricompensa ma anche una grande responsabilità.

Ren-D sorrise sarcastico.

– Sarei proprio curioso di sapere quale sia la ricompensa! Non finire col cervello fritto?

– Non solo, utente IM110686. Il sistema d’interazione sinaptica condanna chi esaurisce gli slot di vita ma per i giocatori più validi risulta essere uno strumento straordinario.

– Cosa intendi dire? – Chiese Matt.

Il simulacro di Yasutora Kano continuò:

– L’interfaccia traduce in esperienza reale tutti i movimenti, le abilità e le caratteristiche dei personaggi scelti nel gioco, un’esperienza che immagazzina nella zona del cervello umano dove risiede la capacità di apprendere. Ovviamente tutto quello che imparerete dovrà essere messo in relazione alla forma fisica dei vostri corpi reali.

Non potevo crederci.

– Stai dicendo che tutte le ore passate a combattere qui dentro diverranno una sorta di allenamento anche al di fuori? – Esclamai.

– Esattamente.

Matt venne preso dalla frenesia.

– Cioè, se ho capito bene quando finiremo il gioco saremo in grado di utilizzare le spade laser con la maestria di uno Jedi… ma nel mondo reale?

– Proprio così. Come l’utente IM110686 sarà in grado di pilotare una battlesuite con la stessa competenza di un pilota professionista.

Ren-D proruppe in una risata amara.

– Peccato che fuori dall’ologame non ci sia nessun Tony Stark né alcuna spada laser da usare. Non esaltarti senza senso, Matt.

Il simulacro intervenne:

– Non è del tutto esatto. Il signor Kano ha segretamente lavorato per anni a questo progetto e non ha lasciato nulla al caso. Vedete, se riuscirete a completare tutti i livelli di Final Fight for Earth vi verrà comunicato il luogo dove risiede il creatore del gioco. Si tratta di un’isola di sua proprietà dove ha riunito le migliori menti del pianeta per realizzare la tecnologia necessaria alla realizzazione di tutti gli equipaggiamenti dei personaggi dell’ologame.

Restammo tutti senza fiato. Su quell’isola c’erano davvero astronavi, armature da combattimento, spade laser?

Rimanemmo imbambolati a fantasticare per un attimo, un lungo attimo.

Eravamo pur sempre ragazzini e ci era appena stato detto che saremmo potuti diventare come i personaggi che avevamo sempre amato.

Ma non durò.

Il volto di Sarah continuava a tormentarmi.

– Cosa succede su quell’isola? – Chiesi.

– Ai giocatori che avranno completato tutti i livelli verranno fornite le attrezzature dei personaggi scelti nell’ologame e in seguito dovranno seguire specifiche sessioni di allenamento per allineare le capacità fisiche con l’esperienza e le nozioni apprese durante il gioco.

– E poi?

– Poi i vincitori dovranno farsi carico della grande responsabilità cui accennavo in precedenza. Il destino del pianeta e della razza umana.

Pendevamo dalle sue labbra.

– Secondo i calcoli del signor Kano, – continuò l’uomo, – entro un massimo di dieci giorni il numero degli utenti che hanno subito lo shock neurale non risulterà più essere gestibile da chi li circonda e inizieranno i primi disordini. Nel frattempo i giocatori più validi inizieranno a completare l’ologame e si recheranno sull’isola. In seguito, ben addestrati ed equipaggiati, verranno riportati nelle città da cui provengono e allora avrà inizio la grande battaglia, il combattimento finale per la terra.

Wow, anche la frase a effetto con tanto di citazione del titolo del gioco…

– Ma non abbiamo scelta? – Urlai. – Trasformarci in zombie o diventare i soldatini di Yasutora Kano, dei personaggi di un gioco malato!

– Utente JD09187, le domande a cui sono programmato per rispondere sono limitate e sicuramente non comprendono questioni di natura filosofica. L’ultima cosa che devo comunicarvi riguarda l’utente IM110687. Non dovrete preoccuparvi finché non le verrà tolto il visore. La scarica viene emessa non appena l’utente perde l’ultimo slot di vita ma gli aghi sinaptici bloccano le funzioni motorie. Una volta rimossi, ovviamente, l’utente ormai trasformato sarà libero di muoversi e di attaccare.

Ci guardammo mestamente.

Per Sarah era davvero troppo tardi…

L’immagine di Yasutora Kano fece un passo avanti e allargò le braccia.

– Questa interfaccia ha esaurito il suo compito. Se sarete all’altezza conoscerete di persona il signor Kano sull’isola. Altrimenti cadrete nell’oblio. Buona fortuna, giocatori.

E scomparve, lasciandoci attoniti e vagamente inebetiti.

Matt fu il primo a riscuotersi.

– Beh, non mi sembra abbiamo molte alternative. – Disse piano.

– Già, dobbiamo farci forza e andare avanti. – Concordò Ren-D.

Tutto ciò iniziava davvero a diventare insostenibile.

– Andare avanti, dove? – Sbottai. ­– Volete finire il gioco e diventare schiavi del pazzo che sta distruggendo il mondo e uccidendo le persone a cui vogliamo bene? Vi siete bevuti il cervello? Oppure siete talmente schiavi di questi dannati ologame da desiderarlo realmente?

– E tu cosa proponi, genio? – Urlò Ren. – Che alternative abbiamo? Te lo dico io: nessuna. O combatti gli zombie o diventi zombie. Questo è il nostro mondo ormai, qui dentro e là fuori.

– Calmatevi, adesso. – Intervenne Matt. – Siamo tutti scossi ma dobbiamo rimanere uniti. Prendiamoci il tempo che serve, recuperiamo le forze e poi ripartiamo.

– Un’alternativa esiste. – Dissi calmo.

Ren-D, che stava lentamente indossando l’armatura, scosse la testa.

– No.

– Sì, invece. Io resto qui.

Anche Matt si girò verso di me guardandomi come se fossi pazzo.

– Qui dove? Dentro FFfE?

Era difficile da spiegare.

– Io rimango qui nella baita. Non mi muovo.

– Ma a che scopo?

– Ancora non lo so. Forse solo per oppormi a ciò che il gioco vorrebbe che facessimo.

Matt mi parlò come ad un bambino.

– Pav, il gioco non vuole niente. Il gioco è solo un gioco.

– Chiedilo a Sarah.

Matt rimase interdetto per un attimo poi sbuffò scuotendo tristemente il capo.

– Lascialo stare. – Intervenne Ren-D. – Io sono pronto. Se vuole venire con noi non deve fare altro che seguirci. Altrimenti rimanesse pure qui a fare l’eremita.

Pochi minuti dopo lasciarono il rifugio senza una parola e rimasi solo.

Trascorsi un lasso di tempo non quantificabile nella più totale immobilità. Nel gioco non avevo lo stimolo della fame e della sete, ero virtualmente immortale, almeno finché il Limphotal non si fosse esaurito.

La tormenta sembrava durare all’infinito, calando d’intensità ogni paio d’ore per poi tornare a ruggire fuori dalla finestra.

In seguito mi decisi ad uscire per delle brevi ricognizioni, vagavo senza meta fino a quando non trovai ciò che inconsciamente cercavo: il punto dove Sarah si era schiantata.

Ovviamente non c’erano resti, nell’ologame il suo corpo e l’armatura erano solo delle lunghe sequenze di zero e di uno, ma i segni dell’impatto erano inequivocabili.

Nella mia mente eressi quel cratere poco profondo a monumento per la mia nuova missione: sabotare il gioco dall’interno.

Non sapevo come fare né se fosse possibile farlo ma finalmente capii perché avevo lasciato andare Matt e Ren-D.

Le mie prossime mosse erano chiare: avrei percorso a ritroso tutti i livelli cercando di raggiungere più utenti possibili prima di Yasutora Kano.

Avrei spiegato loro che le loro opzioni non si riducevano a combattere gli zombie o diventare uno di loro.

C’era una terza via: distruggere il gioco.

Stretto nel mio mantello, mi avviai incappucciato nella tormenta.



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