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lavoro pubblicato domenica 27 agosto 2017
ultima lettura giovedì 17 gennaio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Istantanea

di UncoveredSpace. Letto 336 volte. Dallo scaffale Epistole

A volte anche il passato può essere vissuto come un continuo presente. Magari di fronte ad una tazza di caffè che si raffredda vicino ai binari di una stazione.

Ciao Théo.

Detesto lo stridere dei treni sulle rotaie. Il caffè si sta freddando nella tazza di vetro. Lo zucchero si è depositato sul fondo. Faccio ancora quello strano gioco con il cucchiaino: tiro su i granelli depositati sul fondo e poi li rispingo giù. Una signora vicino a me sta fumando: le nuvole di fumo continuano a farmi starnutire. Tu saresti scoppiato a ridere scuotendo la testa, nascondendoti il viso dietro le mani. Spero perdonerai la mia grafia: non sono più abituata a scrivere senza tastiera, mi tremano un po’ le mani. Sto aspettando il treno per York: è in ritardo, ancora una volta. Non vedo l’ora di tornare in quel negozio di tè a fianco della casa di Karen. Mi bruciano gli occhi: ho passato tutta la notte a ricontrollare le foto. Centinaia di strade, di volti, di artisti di strada e di valigie. Bambini, angoli, autobus. Alcune sono interessanti. Per questo ho pensato di scriverti una lettera: volevo potessi toccare le istantanee che ho scattato. Sai che è sempre stato il mio formato preferito: la scatola di un attimo. I cavalli e la macchina sono quelli della giostra vicino a Saint-Germain-des-Prés. Ti ricordi quell’odore di ottone consumato da mille mani? Riesco ancora a sentirlo nel naso. Girare, girare come in un vortice. Non sarei mai scesa.

La seconda foto l’ho scattata a Marsiglia. Tranquillo ho scelto l’angolo che ti piace di più, quello della banchina da cui i ragazzi si tuffano sempre nell’acqua scura del porto. Sono passata davanti ai magazzini, poi nelle vie della città vecchia. Dio solo sa se non ti ho visto in ogni angolo, se non ho creduto di vedere i tuoi capelli rossi ovunque. Passeggiare per le strade di Marsiglia è stato come camminare nella tua mente. Marsiglia eri tu: una continua contraddizione, la capacità di amare la costante incertezza del vivere. Andando lì ho capito perché l’ami tanto, perché mi hai detto che sulla terra non poteva esserci posto più bello.

La terza foto, invece, è un pezzo di me. Lo so che l’hai riconosciuta. So perfettamente che hai riconosciuto il labirinto di Camden Market. Ci sono tornata questa domenica, alla fine del mio viaggio. Forse ricorderai ancora che mangio sempre per ultima la cosa che mi piace di più per poter continuare a sentirne il sapore. Per Camden è stata la stessa cosa: volevo che quell’odore di sporco e di vivo potesse restarmi impresso nelle narici. A lato del ponte forse riuscirai a vedere un tavolo con una vecchia macchina da scrivere sopra. Era il banco di una scrittrice: batteva le dita su quei tasti e scriveva senza fermarsi mai. Poi sfilava il foglio dalla macchina e regalava ciò che aveva scritto ai passanti. E sorrideva, sempre. Quando alzava lo sguardo dalla tastiera sollevava gli zigomi, stringeva gli occhi fino a farli diventare due fessure e stirava la bocca, fino a scoprire i denti. Era la stessa espressione che avevi quando ascoltavi Chopin o quando raccontavi una cosa divertente che ti era successa e gesticolavi come un bambino, cercando di ricreare la scena con le mani.

E poi c’è l’ultima foto: sei tu, seduto in un treno per non so dove. Stai guardando fuori dal finestrino, mentre nella tua testa si creano legami invisibili tra i passanti: quei due si amano, quello è un gruppo di amici che ha appena scoperto di non avere i soldi per il biglietto, la ragazza si sta abbassando il vestito perché non vuole scoprire le gambe, quell’uomo non vede l’ora di sedersi al bar e fumare l’ultima sigaretta del pacchetto. Non negarlo: so che fai sempre la stessa cosa in stazione. Racconti a te stesso la storia di chi ti passa accanto. Li guardi con quello sguardo che hanno i bambini sulla giostra e vorresti che le porte della stazione non smettessero mai di offrirti la vista di più vite. Tamburelli le dita sul tavolino davanti a te, riproducendo una musica che soltanto tu riesci ad ascoltare. La foto non è vecchia, te l’ho scattata oggi. Oggi alla stazione c’eri anche tu. Mentre ordinavo il caffè ti ho visto dentro al vagone. Avevo dimenticato quella morsa allo stomaco; mi ha colto di sorpresa. Hai ancora quella bellezza che non ho trovato in nessun altro, quella non perfetta, ma viva. Per un solo attimo mi sono sentita di nuovo come qualche anno fa. Sai, tutti credevano che allora io mi sentissi al di sopra di questo mondo, in un’altra dimensione. Non era così. Con te io mi sentivo ancorata alla Terra, sentivo di poterla vivere. Ti chiederai perché oggi non ho cercato di salutarti. Théo, ti ho sempre detto che è meglio incastrare alcune storie nel passato, lasciarle plasmare infinite volte dalla memoria. Tu sei una di quelle storie, quella che mi racconto quando la notte il silenzio della solitudine non mi lascia dormire, quella che riscrivo ogni volta che voglio tornare a sentire quella fitta allo stomaco. Salutarti oggi avrebbe significato ricominciare a scrivere quella storia. Io invece voglio che resti immutata nella mia memoria: soltanto lì posso stringerti la mano per la prima volta infinite volte, soltanto lì posso vederti ridere infinite volte sulla giostra di Saint-Germain-des-Prés.

So perfettamente che questa lettera raggiungerà le altre mille che ti ho scritto e non ti ho mai inviato. Le custodisco nel cassetto di un vecchio mobile, lasciando che le parole che non ti ho mai detto si mescolino al passato che ho vissuto. È masticando questi ricordi che cerco di capire il modo in cui tutto è scivolato via dalle nostre mani. Ma forse questa è una di quelle domande alle quali non serve rispondere. Il tuo treno sta ripartendo, il mio caffè è ormai freddo. I vagoni stridono sulle rotaie, detesto questo rumore sempre di più. Ti ringrazio per tutti gli attimi che mi hai permesso di imprigionare in un’istantanea. Sei nei miei pensieri, sempre, indissolubilmente legato al nostro splendido passato infinito,

Blanca



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