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lavoro pubblicato lunedì 21 agosto 2017
ultima lettura lunedì 11 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Lo Specchio Deformante

di Tolkien. Letto 425 volte. Dallo scaffale Pulp

I Racconti di J. Robert – Lo Specchio Deformante   Egregio Diario, sta’ bene a sentire che cosa non mi è andato a capitare: la macchina ondeggiava fra i sabbiosi nastri di strada emulando l’eleganza del gattopardo, ner.....

I Racconti di J. Robert – Lo Specchio Deformante

Egregio Diario,

sta’ bene a sentire che cosa non mi è andato a capitare:

la macchina ondeggiava fra i sabbiosi nastri di strada emulando l’eleganza del gattopardo, nera come il corvo che si staglia all’orizzonte prima del tuono e che in un lampo taglia cielo e campi.

Era il vespro, non un alito di vento, non un suono da lì a molti passi.

Il rigore delle geometrie pastorali somigliava allo scrittoio di certuni impiegati che svolgono il loro ufficio con pigrizia, l’assenza di vento faceva apparire i suoni sempre un po’ più distanti rispetto a dove venivano emessi; quasi non mi capacitai del fatto che lo sfrigolio dei sassetti triturati dalle gomme era quello che indicava una lunga o piccola sosta nei pressi del mio civico.

Lo chauffeur dal viso di gesso tirò il freno a mano, discese dalla Rolls, col medesimo garbo diede modo di farlo al suo unico passeggero: una signora che dietro gli occhiali, sotto il cappello e dentro al boa sarebbe apparsa a chiunque come una donna senza età.

Col capo della mano si coprì il copricapo per tema che una folata improvvisa potesse separarlo da lei. Si guardò intorno con sorriso malcelato, scorse la casa, me, forse; poi, con una dialettica del corpo che dire da diva è poco e dire di dea non è ancora abbastanza, sciolse le gambe fino ad incontrare il mio uscio.

Qui attese di tirare minutamente ogni singolo dito del guanto prima di dar agio al suo indice di schiacciare il pulsante del campanello, ma il lento gesto fu interrotto da quello che smossi nell’atto di anticiparla, allorché un caldo sorriso di compiacimento si fece spazio sul suo volto non privo di grinze.

Alla mia domanda rispose suadente: “Mi lasci accomodare: sarò succinta. Non vorrà assolare il mio povero chauffeur inutilmente…”. Il tipo, piuttosto anziano e lontano, impiegò un bel po’ di tempo per decifrare la reazione dipinta sul mio viso, probabilmente sperando di trovare in quella un motivo di speranza per il suo piantone.

Decisi di dedicarle un po’ del mio tempo e la feci accomodare.

I tacchi alti della donna risuonarono per tutto il corridoio e si amplificarono nuovamente una volta arrivati in salone; con una piroetta del braccio si liberò delle piume che le nascondevano il collo, profumato e marmoreo come lo si vede in alcuni dipinti dell’italiano Modigliani. Ne fece un fugace addobbo per lo schienale di una delle due poltrone che tengo per gli ospiti. Trascurai il divano - anch’esso di velluto e color salvia - mi sedetti sulla più lontana e con la mano la invitai ad accomodarsi lì dove già aveva preso a stare.

Per un po’ ci studiammo sorridenti, io nell’idea di ricevere buone nuove e lei in quella di non deludere le mie aspettative. Tuttavia qualcosa rendeva il suo compito più difficile del previsto o del prevedibile; sicché un po’ osservandomi, un po’ compiacendosi nell’atto d’osservarmi, la cosa prese il suo tempo e io a tossire.

“Mi dica… In cosa posso esserle utile, signora”.

“La sua utilità va certamente oltre ogni umana immaginazione: finalmente l’ho trovata”.

“Mi spiace per il finalmente… Ne avessi saputo mi sarei nascosto peggio”.

“Non importa. Ora è qui. Il velo cade dinnanzi a noi, e i nostri occhi si fanno limpidi”.

“Io… Temo signora che forse ci sia stato un quiproquo; è probabile che lei stia cercando qualcun altro”.

“No, non mi sbaglio. In amore non ci si può sbagliare”.

“In amore…? Allora è assodato, non può che esserci un quiproquo. Primo perché io e l’amore andiamo d’accordo quanto il gatto col topo. Secondo perché fino a prova contraria, noi non ci siamo mai visti prima”.

“Ha ragione, non ci siamo mai visti prima. Ma io non sto parlando di lei”.

“Di chi, allora?”.

Tamburellò le unghie laccate sul pomello della poltrona, mi studiò sorniona e chiocciò sbattendo le lunghe ciglia: “Lei, J. Robert, cosa sa di vampirismo…?”.

“Vampiri…”.

Allentai il nodo della cravatta, le offersi una delle due coppiere prontamente recuperate e mi accinsi a versare un po’ del vino rimasto in dispensa. Il rosso nettare mi scaldò le viscere, ci tuffai lo sguardo e provai a fare il medesimo con memoria e passato…

Ne venne fuori un ricordo molto lontano: “Sarò stato poco più di un bambino, la prima volta che sentii la parola ‘vampiro’ sulle labbra di qualcuno. Anzi: la prima volta che ne ebbi esperienza diretta, quasi… Avevamo i calzoni corti, io e altri amici si scherzava a tirar sassi al povero custode del cimitero. Forse non proprio a lui, quanto piuttosto… Beh: gli si dava a intendere una cosa molto semplice, in fondo, e cioè che mentre espletava le sue funzioni ordinarie qualche scheletro aveva preso a muoversi intorno a lui; credo però che lo scherzo sia degenerato presto in una vera sassaiola contro l’uomo, e che questi, per metterla subito a tacere, facendo largo uso di quella mansuetudine che è propria solo dei nonni, ci abbia invitato ad approssimarci un poco per ascoltare qualcosa che aveva in animo di dire. Noi, di mente vispa e gambe leste, affatto goffi e fuori forma come l’uomo, ci dimostrammo piuttosto spavaldi nell’assecondarlo; tuttavia con nostra somma sorpresa dovemmo constatare che la cosa diede seguito ad un racconto fluente. Ne ricordo solo qualche stralcio, ma piuttosto significativo:

se non ricordo male, l’uomo prese a narrarci di un marchese che aveva abitato in tempi non sospetti proprio nei pressi del cimitero, e che aveva avuto il vizio di accumulare moltissimo denaro lungo tutta la sua vita. Più ne aveva e più ne voleva, più ne voleva e più ne otteneva, più ne otteneva e più il suo maniero si ampliava, tanto da acquisire in poco tempo la parvenza di un raccapricciante castello medievale. Tutti i paesani vi si tenevano a debita distanza, poiché nessuno faceva mistero del temperamento del castellano; ma un giorno questo cuore avvizzito dal vizio fu improvvisamente crepato da una luce folgorante: i suoi occhi pregni di avarizia si liquefecero incontrando quelli di una giovane donna che risultava essere la figlia segreta di uno dei suoi molti famigli. Se ne innamorò perdutamente… A nulla valsero le petulanze del vecchio che intendeva unirsi a lei: per quanto estenuante e spregiudicato potesse divenire il suo corteggiamento, la minuta ragazza aveva giurato amore eterno ad uno dei garzoni del paese. Venutolo a sapere il marchese andò su tutte le furie, ma al contempo comprese che i molteplici ricatti di cui era maestra la sua mente non gli avrebbero ottenuto la vittoria contro il ragazzo, così congetturò e disfece molti piani senza mai decidersi in qualcosa di definitivo.

Passò del tempo, i due innamorati crebbero felici nell’attesa del giorno tanto atteso, non più un ostacolo sul loro passo… Il vecchio deperiva rapidamente in un risoluto desiderio di morte.

Quando infine l’agognata agonia sopraggiunse - e fu proprio di ridosso alle nozze - mandò a chiamare la giovane serviente di cui era tanto invaghito; una volta pervenuta al suo capezzale, ebbe modo di dirle ad un orecchio: ‘Oggi è un giorno speciale per voi: ciò che possiedo smette di appartenermi, e siccome non avrò modo di ereditare le mie stesse sostanze come la mia avarizia bramerebbe, ve ne faccio dono con mio sommo diletto: ciò ch’è mio ora è vostro, la casa vi appartiene, e con lei tutto ciò che in essa è contenuto. Vivrete qui, presso la mia dimora, e sarete felici per tutte le generazioni a venire’. A queste parole la fanciulla divenne rossa, i suoi occhi si riempirono d’inesprimibile felicitazione; ma il morente, proprio un attimo prima che lei potesse ringraziarlo, proseguì sogghignando: ‘Prova ora, però, mia diletta, a mutare il tuo pianto nell’udire il seguito di ciò che ti spetta: quel che vai ereditando non sarà soltanto averi, ma la parte più sostanziosa delle mie sostanze… poiché non solo di denaro ho fatto provvista nella vita, ma soprattutto di tempo. Nulla ci è più prezioso del tempo, poiché in esso si annida ogni nostra speranza. Tu eri la mia vita e la mia speranza, ed è a te pertanto che affido tutto il mio tempo’. ‘Di che tempo ciarli? Tu deliri per l’agonia, di tempo non ne possiedi che un briciolo’, replicò la donna.

‘Qui ti sbagli’, proseguì lui. ‘Tu sai cos’è un vampiro? Egli nasce come un uomo comune, ma la sua riserva di tempo aumenta a seconda dei soggetti che riesce a vampirizzare nell’arco della sua esistenza. Io ho bevuto molto sangue, specie animale, poiché ebbi a pentirmi di questa pratica… Il bestiame ridotto all’osso di cui senti parlare non è frutto di fantomatici succiacapre. Ma ho smesso di cibarmene perché ho deciso di porre fine a questa squallida vita: ho vissuto troppo tempo nell’attesa di poter incontrare un volto di cui potermi innamorare, ed ora che finalmente l’ho trovato - morte bara - il tempo è tutto ciò che meno m’occorre… Non più mi serve, non più ne bramo: io te ne farò dono. Se non potrò essere l’uomo della tua vita, allora mi contenterò di essere la tua stessa vita’.

Proferite queste parole, l’uomo spirò. La giovane pianse di un dolore ineguagliabile: sarebbe sopravvissuta al suo amato per molte vite ancora, divenendo sempre più giovane e più bella, ma per il piacere di chi? Di nessuno, e per il solo contento dell’uomo che più d’ogni altro al mondo detestava. C’è chi dice che si sia tolta la vita nell’intendere che la sua fiorente bellezza sarebbe stata frutto d’una tale malia, chi invece che si sia ritirata a vita monastica, e chi infine che sia ancora viva oggigiorno, e che conservi nel più totale nascondimento la medesima bellezza d’un tempo…”.

“E… le esperienze dirette di cui parlava…?”, chiosò allusiva l’ospite.

“E’ presto detto: al termine del racconto il vecchio custode del cimitero scoperse il coperchio della bara che aveva rinvenuto e che risaliva a circa due secoli prima. Noi ragazzi rimanemmo scioccati alla vista di ciò che conteneva… Il vecchio allora riprese: ‘Vedete? Quest’uomo nella sua vita è stato avaro di donne, di tempo e di denaro. Girate al largo da queste tre avarizie e avrete sicuramente una vita più felice’, e mentre lo diceva le serpi che si aggrovigliavano nel fondo della bara presero a strisciare con maggior guizzo”.

“E’ una storia molto affascinante”, commentò la signora; “Vedrà che la mia non sarà da meno”.

Prese dalla borsa una sigaretta molto sottile, attese che le dessi del fuoco e la imbrattò lungamente di rossetto… Sgonfiò le guance sollevando morbidamente il collo e liberando una piccola nuvola di fumo; poi tornò sui miei occhi e fece brillare i suoi dando principio al racconto:

“La storia che lei ha sentito sul fenomeno del vampirismo è interessante, ma credo non si tratti che d’una parte molto piccola della verità - ammesso vi sia qualcosa di vero in ciò che il custode del cimitero raccontò. Il fenomeno del vampirismo è un fenomeno molto più antico e complesso, ha richiesto molti anni di studi e documentazioni da parte dei miei avi. Vede, J. Robert… io ho ereditato un castello inglese molti anni or sono, il castello di uno zio che mi elesse testimone testamentaria della sua fenomenale eredità. Nel castello si parlava di presenze notturne alle quali preferii non badare in un primo momento. Mi interessai di questi fenomeni allorquando scoprimmo nei recessi del castello un’antichissima biblioteca segreta nella quale furono trovati libri legati al vampirismo e alla mia nobile discendenza. Dovetti constatare nel tempo che le due cose erano insospettabilmente collegate, ma… le dà fastidio il fumo…?”.

“Mai quando si parla di vampiri. La prego, continui”.

“Bene. Dico che esiste un collegamento fra le due cose perché ormai so bene cosa sia e non sia un vampiro: il cinema e i libri ce lo propongono come un oscuro morditore di colli femminili languidamente offerti, il suo racconto come un uomo soggetto al prolungamento della vita a seconda di quanti ne riesce ad adescare; ma in realtà il vampiro non è altro che una presenza, uno spettro. La sua esistenza è legata a molto prima che la terra fosse, e il suo perdurare non conosce né tempo né spazio, né è o potrà mai essere soggetto a mortalità alcuna, quale che essa sia. Ogni legge della natura è a lui sconosciuta e inutile al contempo; ma uno scopo lo detiene, questo sì, e in questo - ed io direi solo in questo - la letteratura ha avuto ragione: in questo spirito cova un inesauribile desiderio di congiunzione. Lui non è un uomo che va a caccia di donne, ma uno spirito che nel tempo e nello spazio si sforza di far nascere quelle giuste. E’ innamorato d’un concetto tanto alto della bellezza che non può avere paragoni terrestri, il suo unico sforzo è tutto concentrato nell’accoppiare le persone che ritiene adatte al suo scopo senza mai darsi una tregua, senza mai provare un rimorso che ne sfibri l’audacia o l’obbiettivo. Non si fa scrupoli nell’unire persone molto diverse d’età o di pensiero, né si preoccupa alquanto del loro umore o temperamento… Un guasto famigliare non lo crogiola nel pianto per giorni interi, l’idea che una donna appartenga a più persone non lo mortifica. Una cosa sola ha chiara in testa: la figura della donna che brama e che ama di far venire al mondo. Il suo unico scopo è questo, tutta la sua vitalità è in questo, ogni perché della sua esistenza è da ricercarsi in questo. Le donne belle che sono servite al suo nobile scopo le lascia agli altri, di codeste non pare menomamente geloso. Ma di colei per la quale ha atteso per intere generazioni senza badare né a cuori infranti né a crepacuori, di costei no: ne sarà sempre sommamente geloso, e non permetterà mai a nessuno di portargliela via”.

“Beh; questa sì che è una storia di vampiri… Ma perché sarebbe venuta a raccontarla proprio a me, signora…”.

“Thompson”.

“Signora Thompson”.

“In realtà sarei signorina, Signor Lovesmith. Ecco… lasci che le mostri qualcosa e capirà…”.

Infilò le mani nella borsa ancora una volta; stavolta ne trasse uno specchio dalla cornice molto antica, preziosamente lavorata e smaltata d’oro. Ovviamente molto antico era anche lo specchio, e questo pareva essere sottolineato soprattutto dalla tarlatura della superficie, completamente annerita ai bordi e punzecchiata di ruggine lungo l’area. Vi si specchiò un attimo con fare quasi materno; poi me lo offerse incontrando le mie mani e intendendo di volere in quelle lasciarlo.

“Questo vuol essere un regalo, J. Robert: in questo specchio molto antico appartenuto ai miei avi io ho veduto cose inenarrabili. E’ così che ho veduto a quale casa bussare per sapere dove… Insomma: il suo uscio, il suo spassoso passeggiare prima di incontrarmi e molto altro ancora. La prego, non desista. Per quanto strana potrà mai apparire la mia offerta, lo tenga con sé, lo consulti di tanto in tanto come ho fatto io. Semmai noterà in lei o nello specchio dei mutamenti, quali che essi siano, e intenderà comunicarlo, potrà reperirmi alla pensione che certamente conosce, quella in fondo al paese. Le lascio il numero”.

M’omaggio di quello, del suo sorriso da attrice e d’un bacio a fior di guanto. Poi tornò al suo chauffeur, alla sua Rolls, alla mia strada… Mantenne lo sguardo su di me per un bel pezzo; dunque si dileguò del tutto e di lei non mi rimase che uno specchio fra le mani e un profumo rarefatto.

Per un po’ non volli sentir parlare di specchi; la sola idea di incontrane uno mi fastidiava. Mi rasavo sbadatamente cercando di badare ad altro, e quando ne incontravo uno mio malgrado passeggiando per la casa ecco che subito m’irrigidivo nel pensiero e nelle movenze; accorgendomene tentavo in tutti i modi di congetturare qualcosa per riavermi, ma un giornale spulciato grossolanamente non bastava, uno sguardo al calendario e alle ricorrenze mi rendeva patetico… Non volevo dirmi, in fondo, che quello studio analitico dell’oggetto da effettuarsi così, in maniera del tutto disinteressata proprio come la signora aveva suggerito di fare prima di andarsene, fosse tutto ciò che dentro di me avevo più in animo di eseguire.

Il fondo del cassetto mi guardò sospettoso allorquando lo apersi per controllare - strano, vero? - se fosse ancora lì dove lo avevo riposto l’ultima volta; quasi seppellito, direi. Era lui, lo specchio della signora. Sul quale l’inebetita mia espressione si rifletteva sinistramente. Per un attimo fui curioso di capire perché l’aggettivo sinistro fosse tutto ciò che riuscissi ad associare allo specchio e alla sua strana qualità rifrangente, dunque lo afferrai cauto e lo studiai così come una bertuccia studierebbe per la prima volta un apparecchio radio… Mi convinsi che fosse uno specchio normalissimo; dunque lo riposi e andai a riposarmi.

Ma nel riposare non pigliavo sonno: mi crogiolavo da una parte all’altra come un ossesso, il lenzuolo era una coperta invernale, il ticchettio dell’orologio tamburi da azzittire nel peggiore dei modi… Al secondo bicchiere di rosso riuscii finalmente a chiudere gli occhi. Li riapersi a seguito di ciò che alle mie orecchie dovette apparire come un lontano richiamo ancestrale, flebile in un primo momento e più sostenuto in un secondo. Proveniva a scanso d’equivoci proprio dal salotto, o almeno questo dovette sembrare alle mie povere orecchie assonnate, ed è lì che mi spinsi con passo malfermo… Riapersi il cassetto, stavolta risoluto. Diversamente da prima, il fondo sembrava guardarmi ora con una vena di sollecitudine: ‘Prendilo’, sembrava dirmi, ‘è tuo’. Feci come mi disse, mi sedetti e rovistai riflessivo tra i riflessi dell’ovale reperto, cogitabondo come un filosofo antico… Lo inclinai più volte: era uno specchio vetusto, questo sì, ma perfettamente normale, dopotutto; tuttavia non normalmente perfetto, e questo va detto…

Infatti quello che è il naturale riflesso di uno specchio, solitamente soggetto a leggere storpiature per via della forma, ma nulla più, qui era tutto fuorché naturale: il mio viso si allungava, si storceva lungo i bordi, si appiattiva verso il centro, e queste tre varianti potevano essere legate o slegate fra loro a seconda di come ci si specchiava o di come si inclinava o direzionava lo specchio… Somigliava a quegli specchi magici che solitamente si vedono in alcune giostre dei luna-park, a titolo ‘il labirinto degli specchi’ o cose simili…

Mi convinsi comunque che a parte queste giocose caratteristiche, evidentemente suscitate dalla vecchiezza del manufatto, non ci fossero così tanti indizi da poterlo ritenere a ragione particolarmente misterioso, e lo riposi… Ma anche stavolta non riuscii a riposare; si perché - ne ero quasi certo - uno strano dettaglio nascosto nello specchio, o forse addirittura dallo specchio, quasi beffardamente, pur vero infinitesimale, impercettibile ad occhio nudo - ma comunque allo stesso tempo particolarmente evidente, quasi palpabile - si sottraeva di volta in volta al mio sguardo analitico.

Un dettaglio assurdo che mi tarlava il pensiero tanto quanto il tempo aveva fatto su quel vetro polveroso.

Non pago mi sollevai nuovamente dal letto… Stancamente seguii i rintocchi del pendolo, come ipnotizzato dal richiamo del dettaglio che andavo disperatamente cercando. Mi sforzavo di credere che la donna non potesse avermi lasciato uno specchio come tanti altri al mondo, e che... qualcosa di inimitabile dovesse ad ogni costo abitare lo specchietto di quella cornice in stile vittoriano.

Andai alla ricerca di quel qualcosa, ma senza frutto. Ticchettavo il mio tagliacarte qui e lì senza che il suono metallico potesse destare alle mie orecchie un qualche tipo di suggerimento, fosse anche fugace. La cornice rimaneva perfettamente integra, la lastra disastrosamente normale - cioè perfettamente integra nella sua normalissima anormalità. Cosa mai dunque rendeva quello specchio tanto speciale?

Mi sforzavo inutilmente di capirlo.

Poi una comprensione si fece largo nella mia mente stordita dal sonno e dalle ripetitive verifiche, dapprima minima, appena l’ombra di una congettura, poi sempre più grande, un pensiero che divenne quasi prominente, risolutivo, e al quale decisi di prestare ascolto quasi immediatamente.

Forse che quella sottile specialità avesse qualcosa a che spartire direttamente con me - cioè che fosse direttamente collegata a coloro che in quello specchio desideravano riflettersi o che addirittura da quello specchio desideravano guardare - ?

Mi tornarono alle mente le parole della donna: vi ho veduto attraverso delle cose inenarrabili… E poi la storia che mi aveva raccontato, piena di misteri che ammantavano la sua persona non meno del perché della sua visita… Che cosa stava esattamente a dire quello specchio, di me, di lei, di se stesso?

Quando in esso vi trovai tutti i sospetti necessari per sospettare adunque persino di me, che son di certo il meno sospettabile dei vampiri, ritenni che quello fosse il momento giusto per nascondere una volta e per sempre lo strano pervenimento e iniziare a non dare alcun credito alle parole della forestiera.

Pur nel caldo della stagione, un brivido percorse rapido la mia schiena come se lo specchio avesse dischiuso per un attimo i meandri più inaccessibili della mia persona rivelandomeli con orrore, ma solo per richiuderli con dispetto l’attimo dopo, quasi come scorgendo nella mia eventuale supposizione un motivo di sgomento maggiore che non nella certezza verso la quale la stessa allusione indicava.

In questo baratro di interminabili ipotesi la mia mente lambiva le languide rive della follia latente, il vino cominciava a correre giù lungo il collo e la gola come il tuffo di un torrente tumultuoso, maestro d’un guado che porta verso l’ignoto. Vagheggiavo molte cose, e tornando a specchiarmi le confermavo quasi tutte.

“Non si può essere… vampiri… che per un solo attimo…”, mi dicevo sospinto dai flutti del vino; poi di nuovo crollavo dentro sonni febbrili, o tornavo a specchiarmi dubbioso, o confrontavo le affrettate conclusioni di fronte alle confusioni che adducevano altri specchi rispetto a quello - specchi nei quali ricercavo voci dal parere identico od opposto.

La realtà mi si fece maschera, e in questa maschera turbinavano immagini di un trascorso mai trascorso, di un passato mai passato, di un presente mai presente… Smarrii la ragione. Compresi in un baleno di lucidità frettolosamente accordatomi da quel letto di delirio qual premio al desiderio di uscirvi, che la maliarda di cui sopra, omaggiando chicchessia d’uno specchio di siffatta specie, chiedeva implicitamente in cambio la parte più autentica di costui, e cioè la sua identità - poiché la sua identità non sarebbe stata più identica a se stessa accettando sommessamente di tenere in casa, pur se riposto nel fondo di un cassetto, uno specchio che ha come unico intento quella di metterla profondamente in discussione.

Ma stavano effettivamente così le cose…? Chi era costei per dire chi fossi io, e chi ero io per dire chi fosse lei? E soprattutto cos’era mai quel vecchio specchio per dire chi fossimo entrambi?

No, le cose non stavano così; stavolta non volevo dirmi un’altra cosa, qualcosa che persino fra i bagliori frastornanti del vino appariva alla mia coscienza tanto chiara da smembrare ogni difesa…

Lo sguardo perso nel vuoto, specchiai la mia anima così come un guitto sa specchiare il suo volto impiastricciato prima di andare in scena. Borbottai qualcosa che non saprei ricordare, ma è evidente che ciò che vidi non mi piacque… Non mi piacque a tal punto che presi lo specchio e lo scagliai contro quello del salotto: il secondo s’infranse, il proiettile cadde a terra senza nulla di rotto, di nuovo specchiandomi.

Lo presi, mi riconobbi, mi piacqui ancor meno; lo volsi e perpetrai la mia vendetta, aprendo da cima a fondo il suo velluto col tagliacarte che ancora stringevo nel pugno. Da quello cadde qualcosa, qualcosa sulla quale i miei occhi a loro volta caddero… facendo cadere ogni velo e aprendosi alla piena comprensione di ciò che lo specchio effettivamente nascondesse… Attraverso quella scoperta compresi molte cose. Cose che però eviterò di trascrivere, anche perché non credo vi potrà mai essere persona al mondo in grado di aver chiaro in testa se le mie deduzioni siano nella ragione o nel torto.

Diciamo che tale scoperta - che poi a ben vedere è una scoperta nella scoperta, almeno stando al racconto della signorina Thompson - fu la porta attraverso la quale riuscii ad uscire da quel ginepraio.

La apersi e la varcai.

Era quella della pensione in cui lei soggiornava, e che riconosciutomi, oltre alla porta aperse un sorriso ancor più caloroso di quando ne aprii una io per farla accomodare. “Buonasera, signorina Thompson. Ho dato un’occhiata al suo specchio proprio come mi suggeriva di fare; debbo dire in tutta franchezza che le scoperte più interessanti le ho avute non proprio osservando lo specchio nel suo fronte, quanto nel suo”. “No”, interruppe lei - mentre si aggiustava gli orecchini di madreperla che nel frattempo le avevo porto, facendo del mio sguardo come uno specchio e apparendo ai miei occhi un vero e proprio incanto.

“Io la pregai di studiare lo specchio e di essere sollecitato dalle scoperte che ne avrebbe tratto; non di rivelarle. Entri pure, parleremo d’altro”. Si mise comoda, occupò la parte centrale del letto e m’invitò a sederle accanto. Spense poi l’abat-jour, della testa di cervo fece candelabro, la luna alta e sospirosa soffiava sui tendaggi preferendo il buio pur dando la luce…

Per qualche minuto sottraemmo il mondo alla vista di noi.



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