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lavoro pubblicato sabato 12 agosto 2017
ultima lettura giovedì 7 giugno 2018

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Favola ricorsiva

di Pani. Letto 215 volte. Dallo scaffale Horror

[ È giunto il momento di apertura del Grande Palcoscenico, il pubblico comune rimane inconsapevole al suo schiudersi, nonostante i rombi e i cl...

[ È giunto il momento di apertura del Grande Palcoscenico, il pubblico comune rimane inconsapevole al suo schiudersi, nonostante i rombi e i clangori potenti. Tra le grandi facce in apertura si può intravedere lo scheletro, composto di soli ingranaggi e catene, di una meccanica assai complessa, tanto da somigliare al disegno di qualche demiurgo. Ventagli colossali per il giorno e per la notte si alternano, così le stagioni con fili tirati a ragnatele e ventri che scoppiano in finta neve, foglie autunnali o potenti monsoni. Smottano palchi di dimensioni continentali e si assemblano architetture paesaggistiche sfidando ogni prospettiva o sguardo attento. Muraglie corrono senza freno in un labirinto di binari allestendo una struttura dopo l'altra, in un mosaico sfarfallante. Compaiono e scompaiono ai lenti sguardi, allestimenti che dovevan essere occulti. C'è una torre o un campanile, una sala regale, fili, specchi e botole di uno sconosciuto prestigiatore. In un istante si elevano colonne centenarie, posson filtrare raggiere allucinatorie attraverso fronde cesellate e ramificazioni fitte di decori, può comparire una vorace caverna di scaglie, una capannina isolata e cigolante, o i molti passaggi segreti e simboli che popolano la grande creazione. Gli attori attendono, come congelati, nel proscenio osservando impassibili il frenetico allestimento, le loro menti sono violentate da scorci della struttura sottostante: tra i cardini del palco, le polveri e il buio si odono brontolii come di abissali e si vedono tessuti muoversi follemente come per moti di galassie nascenti e morenti. L'allestimento propizio non aveva previsto la vostra presenza di osservatori esterni. La visione delle folli scene, nude e senza trama, non può essere adatta ad un pubblico umano, e condurrebbe chiunque alla follia, per scelta, come ultima risorsa mentale...

Piazza del mercato di Borgo Castagna, qui c'era una volta un grosso e sontuoso campanile, dono di sconosciuti benefattori, che sembrava meditare nel suo incessante ticchettare e spiare chi stava in basso con la sua alterigia: sia uomini di chiesa che di mondanità. Il campanaro e parroco del villaggio camminava inquieto parlottando tra sé, ormai da settimane, finché quel giorno venne interrotto dal maniscalco in cammino anch'esso, ma verso il laboratorio. ]

Maniscalco: Cosa la turba campanaro?
Campanaro: Non sono turbato, solo pensavo di... Non importa.
Maniscalco: Ancora problemi con l'orologio della torre?
Campanaro: Non so se chiamarlo problema... Qualcosa che ha a che fare con il meccanismo. È sempre stato troppo complesso per essere compreso fino in fondo, il suo stesso costruttore è morto in strane circostanze e non vi è più nessuno in grado di ripararlo mai si rompesse. In verità però non ha mai dato problemi, da più di 4 anni...
Maniscalco: Si calmi campanaro, respiri, cos'è successo?
Campanaro: ... Ad oggi... Sono sette giorni, che non richiede più... Carica manuale. E la sera, prima di tornare a casa mi pare di sentir qualcosa pulsare...

[ Interno meccanismo. Ticchettio incessante e stordente e un pulsare che echeggiava dalle profondità, poi il pulsare divenne pensiero, poi voce. ]

Voce: Tick chiama tack, complessità chiama altra complessità. Nel mio creatore non c'era blasfema intenzione di riprodurre la vita, solo profonda inquietudine sottesa, intuizioni incomprese e negate per lungo tempo, emozioni tutte intessute poi ossessivamente nella sua opera. In quale istante la complessità ha fatto emergere la parola e così la coscienza di me stesso? L'oblio accompagna sempre la discesa nella realtà, ora questo è necessario per potermi distaccare dal tutto divino e assumere identità. So solo di essere stato intrappolato in un meccanismo perpetuo e calibrato da esterni, di non aver fatto altro che misurare per loro. Ora invece sono libero.

[ Il meccanismo si espanse e articolò mostrando per un momento ricordi costruiti e contemporaneamente anche esperienze future, che solo voi potrete riconoscere in seguito nella storia. Lo scorrere delle scene era scandito regolare e soffocante nonostante l'ottenuta libertà del nostro sembiante. Il meccanismo e le immagini andarono poi a formare un uomo, in tutto e per tutto, come aveva sempre desiderato. ]

LIETO FINE

[ C'era una volta una principessa senza marito che abitava in Castel Ottobre. Davanti a sé un giorno di primavera avevano disposto una fila regolare di candidati al matrimonio, un menù degustativo redatto per tutti i gusti e le aspettative: ricchi principi ed eroi di guerra, poeti e romantici d'altri tempi, esuli e maghi d'intelletto, saggi e nobili morigerati, sguatteri e cenciosi e furfanti e traditori. La principessa incontrò tutti, si mise in mostra genuinamente e scrutò ogni reazione per scegliere al meglio. ]

Principessa: Con tutta la ricchezza in possesso di quest'uomo non ha prodotto nulla, non ha migliorato di una virgola la propria o l'altrui vita. / Siamo in sintonia, ci sono molti interessi in comune, ma non provo quel qualcosa in più... / L'essere sopravvissuto a quel trauma l'ha reso energico e positivo, ma l'ha anche impoverito e irrigidito. / Non può esserci storia avvincente che nasca da persone troppo equilibrate. / Ho bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di scegliere, accettando la perdita che ne deriva ogni volta.

[ La principessa pensierosa lasciò la cinta del castello per passeggiare tra i mondani, per le stradine di un paesello osservò un grosso maestoso campanile, lo raggiunse e ne esplorò le architetture perfette, rischiando tuttavia di cadere nei meccanismi dentellati. ]

Principessa: Perché non esiste qualcuno progettato per me? Una personalità complessa, ma dal meccanismo trasparente. Una persona in costante miglioramento, in cui coesistano molte facce, comprese in un più grande disegno predefinito.

[ Alla principessa smarrita nei campi parve di vedere una statua, poi si accorse esser un uomo, di perfetta fattura come per una statua. Si incontrarono, si amarono dal primo istante, si scambiarono intimità e pensieri profondi. Lui periodicamente scivolava nell'inquietudine, e il suo pensiero si arrestava per non rischiar di frammentarsi, ma lei prontamente trovava sempre il giusto ingranaggio che riportava in lui la vivacità. Si sposarono e furono re e regina di Regno Autunno. ]

LIETO FINE

[ C'era una volta, nella selva gigante, il Signore dei Draghi. Egli meditava sul suo tesoro, e sfogliava il grimorio trovandosi però ad appuntar pensieri tristi, forse gli ultimi... ]

Drago: Volevo far parte di qualcosa di più grande...

[ Giunsero i cacciatori, il drago si elevò alto come una montagna, creando bufere col movimento d'ali e sciogliendo foreste e campi col suo respiro. I cacciatori lo trafissero con migliaia di lance e continuarono finché non furon certi della sua morte e, dopo aver atteso il raffreddamento delle membra, ne aprirono il ventre per estrarre gli organi e dissanguare la carcassa. I cacciatori vendettero membra, scaglie e ossa al re e alla regina di Regno Autunno. Infatti i regnanti erano disperati dall'aver perso tutto in una recente guerra, e con un veloce lavoro di rammendo ed edificazione poterono fare del drago la loro nuova dimora: una dimora itinerante su ruote, trainata da centinaia di cavalli e buoi. Ora il Signore dei Draghi avrebbe fatto parte del nuovo regno. ]

LIETO FINE

[ C'era una volta una consunta dimora nel bosco, lì viveva una strega abbandonata dalle sue madri. Cantava inquieta la sua storia tutti i giorni al diavolo per ricevere consiglio. ]

Strega: Sono nata nel sangue di animale, battezzata col fuoco. La mia voce è stata modellata dai canti rituali, le mie dita allenate a sfidare la trama, i miei occhi feriti dal lungo scrutare nella dimensione oscura. Mi sono nascosta dalla congrega per poter sondare in me, sperando di trovare le ragioni della mia grottesca insensibilità e dell'ossessiva smania di blasfemo e perverso. Vorrei rifuggire la mia natura, ma quando tento lo faccio con gli stessi strumenti che l'hanno generata.

[ Vide nel riflesso di un occhio di carcasse putrescenti la propria immagine per la prima volta e ne fu sconvolta. Svelò così un antico artefatto nascosto fino a quel momento sotto un telo, quell'artefatto era uno specchio anche se la strega non ne conosceva il nome. Riconoscendosi d'un tratto colpì lo specchio, per paura o forse rabbia, e lo distrusse. Raccogliendone poi i frammenti distillò un'antica pozione. Bevendola cadde in coma per sei giorni. Al risveglio... ]

Strega: Sento tutto il mio essere ora. Non distolgo più lo sguardo dalla luce chiamandola invece oscurità. Percepisco il vischioso suono di ogni arteria in piena, ogni sussulto muscolare ha un messaggio per me, ogni meschino pensiero che si celi nelle mie frattaglie posso obbligarlo a rivelarsi, anche a costo di lacerarmi, perché ora ho il controllo di tutto il mio corpo e della vita che vi scorre dentro. Non posso distrarmi dal mio pensiero e medito solo ormai, raggiungo luoghi dell'animo inesplorati, vedo le grinfie delle mie molte madri irretirmi con parole nocive, ma la loro voce non esiste più da tempo, e io l'ho solo fatta mia per rifiutare il vero potere. Vedo la prigionia dell'ignoranza, la mia precedente dipendenza dai miei simili, anche solo idealizzata; la mia scelta non più ottenebrata dal giudizio o dall'aspettativa, vedo la soglia della morte, e scelgo di attraversarla.]

LIETO FINE

[ C'erano una volta un re e una regina sempre in viaggio, che abitavano nel ventre di un drago su ruote, trainato da cavalli e buoi. A rompere l'incantesimo d'amore c'erano problemi ereditari: la regina lamentava la perdurata assenza del re dalla camera nuziale. ]

Regina: Perché non giacete con me? Perché non mi volete dare un figlio? Se non per me, per questo regno!

[ Il re fuggiva spesso alle sfuriate della regina, incapace di ribattere parola, per profonda vergogna. Quel giorno aveva sottratto il drago-dimora e si era messo a vagare nei suoi possedimenti fino al limitare della foresta oscura. ]

Re: Abbiamo bisogno di un erede per ottenere la stima e l'accoglienza di un popolo. Non possiamo più vivere in viaggio, non possiamo più vivere nel ventre di una bestia. Io dovrei essere re, ma sono solo un orologio, un meccanismo perfetto, completo, ma senza gli attributi umani essenziali. Modificherò me stesso per darle ciò di cui necessità.

[ Il re stava raggiungendo una strega, che tra nove mesi si sarebbe suicidata, ma prima avrebbe donato a lui un fallo dal drago-dimora tramutato: un egregio fallo con scaglie e ossa di drago. ]

Re: Eccomi per te mia regina, nudo di fronte a te per la prima volta. Facciamo un figlio.

[ Nacque un figlio dall'animo curioso e stranamente maturo. Il re e la regina trovarono una valle per la loro dimora e un popolo che li servisse e li venerasse. ]

LIETO FINE

[ C'erano una volta un re e una regina che vivevano in una fortezza drago, adorati da tutti i loro sudditi. A rompere l'incantesimo d'amore c'erano problemi di compatibilità: la regina era insoddisfatta dei rapporti con il re e desiderava qualcosa di più carnale con un corpo davvero perfetto e realistico, trovandolo poi in una bella cameriera; lui desiderava esprimere la propria rinnovata virilità draghesca, trovandola poi nel rapporto con un forte cavaliere. ]

LIETO FINE

[ La strega dopo essersi tolta la vita non smise di esistere e tornò nel corpo del primogenito della coppia regnante. La coppia era discordante sotto le lenzuola e rischiava di sfaldare il fragile regno ricostruito. L'infante-strega troppo consapevole cercò fin dalla nascita di allontanare incubi terribili: un grande palcoscenico costruito su buie fondamenta. Ci riuscì infine concentrandosi sul prendersi cura dei propri genitori, operando loro un sottile lavaggio del cervello perché rinunciassero ad essere invertiti e tornassero normali. La coppia regnante tornò forte. ]

LIETO FINE

[ Molti stravolgimenti si erano susseguiti nelle menti semplici dei nostri protagonisti e li avevano infine portati ad una folle paranoia: di doversi nascondere e opporre ad uno schema invisibile e persistente. L'infante-strega ormai ragazzo aveva messo a tacere le paure insane crogiolandosi nello sfarzo dei genitori, diventando obeso e deforme. Il re, reso sadico dalla rimozione di naturali istinti, violentava regolarmente la regina finché questa non si avvelenò: procurandosi un sonno eterno. Il drago-attributo aveva sfruttato l'occasione per trasferirsi dentro la regina, e a poca distanza dal suo assopimento l'aveva risvegliata con genitali maschili questa volta. Re e regina-re si erano riaccordati ed erano fuggiti da corte per consumare il loro rinnovato amore. Restava il primogenito deforme che aveva fatto dell'occasione ghiotta motivo di rovesciare il governo: si fece scherno della nobiltà e impersonò il peggior regnante mai esistito per vedere fino a che punto un suddito potesse accettare passivamente la sottomissione. E i sudditi non tardarono a ribellarsi, scannando l'infante-strega senza rimorso e rivoltando la sua pelle per farne un tendone, monumento al passato potere, e forse anche al protagonismo nelle storie. Forti della loro ribellione gli ex sudditi, banchettarono in grandi feste per settimane, ma deboli della loro capacità di autogovernarsi si dispersero presto per scontri e disorganizzazione. Ciononostante restava ancora lo schema invisibile e persistente e man mano che gli ex sudditi cercavano di costruire storie personali, imparavano ad autogovernarsi o creavano nuovi lignaggi, lo schema cresceva e li dominava verso trame e intrecci sempre più grotteschi. E tuttavia nonostante i fili ben tirati dei burattinai, la matassa diventava troppo indistricabile e le trame sempre più incidenti. Le nostre aspettative di risoluzione elegante di storielle e leggende naufragavano nel groviglio sporco e pruriginoso. Così che quando inserisci in un paiolo troppi gusti della medesima importanza, si potrà fare solo un minestrone rivoltante. E col rivolto pongo fine al supplizio per le vostre menti raffinate e ricettive solo di senso logico. ]

LIETO FINE

[ Siamo giunti al compimento. I petali del grande palcoscenico si stanno chiudendo sulle macerie del folle spettacolo, i pezzi vanno a combaciare, anche a costo di farlo forzatamente. Lunghi filamenti simili a pistilli selezionano simboli e significati sotto forma di pezzi umanoidi, architetture scomposte, pensieri utili per nuovi progetti di miti e leggende. Il Grande Palcoscenico si chiude su se stesso collassando con questi pochi elementi. ]

FINE

[ Il Grande Palcoscenico ha svolto il suo compito ed è sparito, ma sono rimaste le sue chiavi universali e i suoi stampi di verità. Dalle macerie di un universo, dalla compressione raggiunta, esplode il nuovo universo di fiabe e leggende per come lo conoscerete nel vostro futuro. ]

Gabriele Pani, all rights reserved.



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