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lavoro pubblicato venerdì 11 agosto 2017
ultima lettura lunedì 18 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Prototype: Human Trials (12)

di SpencerJHarvey. Letto 256 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Fino a che punto siamo disposti a sacrificare qualcun altro, per salvaguardare il bene dell'umanità e il futuro dell'economia che ne verrà? Tra cyborg, ibridi e droni, il futuro non è poi così tanto certo. Una pedina nelle mani del Centro Protezione, r

Avviso/Note autore: ecco il nuovo capitolo, è molto lungo, perciò preparatevi ah! Se vi piace il capitolo, non esitate a votare o commentare, per aiutarmi a crescere ;) buona lettura.

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TORY

Il treno era partito già da un'ora, e Tory iniziava a brontolare sottovoce la sua impazienza. La cabina in cui stava, puzzava di incenso e le faceva venire la nausea. Quella stanza era riservata, solo per lei e il suo tutor, o così le aveva spiegato Dorian.

L'aveva conosciuto da poco, ma la ragazza, voleva fidarsi. Forse il viso dolce di quell'uomo le infondeva una certa sicurezza, le ricordava casa, perché emanava lo stesso calore che percepiva quando nei sogni sfiorava le dita di sua madre.

Il piccolo scompartimento veniva illuminato da tante luci, poste verticalmente sulla parete, perché la grossa vetrata che avrebbe potuto svolgere il loro lavoro, oscurava la cabina, in quanto, in quel momento, viaggiavano a tutta velocità sotto terra, verso chissà dove.

Tory si massaggiò lo stomaco, provando ad alleviare il dolore che minacciava di farla scoppiare in lacrime. L'odore del cibo che le aveva offerto il suo tutor, iniziava a stuzzicarle il palato, facendola contorcere tra il desiderio di ingozzarsi e tra quello di resistere alla tentazione di cedere.

Provò a distrarsi, ma i denti fremevano in attesa di frantumare qualcosa.

"È solo cibo, non farne una questione d' orgoglio"

Così, consapevole di essere nel giusto, raggiunse il piatto di biscotti che giaceva sulla panca in cui restava seduta. Ne addentò un pezzo, facendo scivolare le gocce di cioccolato avidamente giù per la gola che bruciava. Si lasciò trasportare dal sapore morbido di quella leccornia, cullata da tutta quella dolcezza.

Ne mangiò un altro, e un altro ancora, fino a quando non rimasero solo briciole sul vassoio. Ogni volta che ne mordeva la soffice e croccante superficie, dentro di lei qualcosa scattava. Mai nella vita, aveva assaporato qualcosa di così delizioso, tanto che bramò un altro assaggio. Aveva solo immaginato quel sapore durante tutti gli anni passati al C.P, ed il ricordo di quel cibo così insipido, cupo scarso, le aumentò il desiderio di avere dell'altro.

Insieme al vassoio che le aveva offerto Dorian, c'era una tazza non più grossa della sua mano. Conteneva un infuso verdastro, che sprigionava una nube di fumo bollente. Fuori faceva caldo, e ancora di più lì dentro, ma l'odore di quella poltiglia era troppo forte per essere ignorato. Così prese tra le mani la tazzina, trangugiando avara il liquido.

Fu sorpresa quando tastò quella miscela verdastra. Si aspettava di bere una bevanda calda, che l'avrebbe consolata da quella paura che minacciava di tornare, ma quando andò giù, tutta insieme, fu il freddo ad avvolgerle le viscere. Un brivido le attraversò la spina dorsale, gelandole il petto.

Fu solo una sensazione, perché passò non appena si degnò di farle visita. Quando svanì, le lasciò dentro una strano benessere, come se si fosse appena risvegliata in un posto più fresco, dove l'aria è più leggera e facile da respirare.

-Sono tornato- esordì Dorian, non appena la porta scorrevole si chiuse dietro di lui. Cacciò uno sguardo al vassoio che aveva portato minuti prima, e sorrise non appena vide che era quasi vuoto.

La cadetta spostò l'attenzione da un'altra parte, mentre sentiva le guance bruciare per l'imbarazzo. Provò a coprirsi il rossore che iniziava a farsi strada sul suo viso, fingendo di assecondare un prurito inesistente.

-Non preoccuparti, hai fatto bene a servirti- continuo l'uomo, cercando di rassicurarla. Dorian si sistemò la divisa, forse per portare via un po' di quel tempo che ancora, sarebbe passato lento.

-Vorrei illustrarti la situazione, mettiti comoda- La sua voce parve rimbombare per tutta la cabina, risuonò come se fosse un inno che aveva paura di ascoltare. Era profonda, così profonda che arrivò dentro di Tory con una violenza passiva che l'avrebbe logorata lentamente.

La giovane iniziò a sentire le mani sudare sotto tutta quella pressione. I suoi pensieri si rivolsero a Tee, che aveva salutato poche ore prima. Tutto le ritornò alla mente, presa dalla debolezza di un momento. Ricordò il motivo per il quale era lì, e non poté fare altro che iniziare di nuovo a porsi delle domande.

La convinzione di stare per morire, si fece largo dentro di lei, incatenandola ad un torbido tormento che le avrebbe dato la caccia fino alla fine.

Continuò a pensare a quanto le sarebbe mancata la vita, a quanto avrebbe voluto fare tante cose prima di andarsene via per sempre, fino a quando le luci non si affievolirono e dalla parete frontale uscì uno schermo.

Una parte di muro si sporse in avanti, andando a formare quel piccolo pannello, che si distaccò dalla stessa parete che, Tory, scrutava poco prima. Quella porzione rettangolare, si illuminò, o meglio, si accese, proiettando il logo del C.P al centro della stanza.

Un ologramma fluttuava proprio davanti alla giovane, che trattenne l'istinto di toccare quella proiezione. Si bloccò grazie alla paura, perché se c'era qualcosa più forte della curiosità, era di sicuro il terrore di finire nei guai.

Lo stemma del centro protezione pareva danzare nell'aria che si respirava. Di una tonalità simile al ciano, rifletteva tutte le flebili luci della cabina, che si erano sottomesse al suo cospetto. Tory sapeva che nessun ologramma può essere toccato, se non si indossa la giusta attrezzatura, ma alla vista di quell'oggetto bizzarro, qualcosa scattò dentro di lei. Non un qualcosa di pericoloso, ma ingenuo, spinto dal desiderio di saperne di più.

Il suo colore era vivo, forte, non trasparente, come spesso erano quelli del C.P, in quanto c'era, in alcuni periodi, una mancanza di energia elettrica.

-So che sarai confusa dopo ciò che sentirai, è normale. Sono costretto a chiederti di non fare domande dopo, né tantomeno di provare a scappare, altrimenti ho l'ordine di punirti- Dorian la riportò alla realtà. Il modo in cui sputò quella parole, scosse Tory più di quanto si aspettasse. La sua voce, sempre profonda come chissà quali paure, sfiorò un'altra tonalità, simile alla compassione. C'era un velo di tristezza sopra quelle parole che ancora scavavano nella mente della giovane.

Tory iniziò a percepire tutte le sue convinzioni crollare, una ad una, senza il minimo preavviso. Rimase senza fiato, mentre la paura la squartava da dentro. Cercò di trattenere le lacrime, e si sforzò con tutta se stessa, per cercare di non vomitare proprio davanti alla persona che l'aveva minacciata poco prima.

"Voglio uscire da qui. Mamma aiutami, dove sei?"

Ma nessuno l'avrebbe aiutata, perché quando sono i più deboli a chiedere aiuto, nessuno ha il coraggio di farsi avanti. Le persone vogliono compiacere altre persone, non solo per il semplice gusto di farlo, ma per essere accettati, così come fanno dei piccoli favori, per riceverne in cambio in futuro. Nessuno fa niente per niente, i gesti non valgono più come valevano un tempo, proprio perché dietro di essi si nasconde solo il desiderio di essere ricambiati dopo, e quindi per lucri interessi.

-Tutto chiaro?- continuò Dorian.

Lo sguardo di quell'uomo nascondeva qualcosa, ma Tory aveva fin troppa paura per scoprirlo.

Non l'aveva sfiorata minimamente l'idea di fuggire via, aveva imparato la lezione molto tempo fa, quando ancora veniva punita per i piani che Alisea si inventava.

-Sì- rispose semplicemente, con un filo di voce.

Dorian si limitò a fare un cenno con la testa, e affiancò l'ologramma che ancora illuminava la stanza. La ragazza lo vide sollevare leggermente la testa, poi posò entrambe le mani sull'addome, e la guardò dritto negli occhi.

Tory si morse il labbro, scaricando tutta la sua frustrazione su quello strato di carne che non aveva fatto nulla di male. Iniziò a percepire le gambe tremare, mentre cercava di rimanere il più lucida possibile.

-Adesso ti sarà mostrato un filmato, dopodiché verrà spedita fuori con tutti gli altri arrivati-

Dorian uscì dalla cabina, lasciando Tory ancora più confusa.

L'ologramma che ritraeva il simbolo del C.P, scomparve, rientrando nello schermo che si era formato dalla parete. Venne proiettato un video, proprio come le aveva detto Dorian. Mostrava i cadetti cel centro, i loro insegnanti, la direttrice, i coordinatori, e tutti quelli che ne facevano parte.

Il filmato era accompagnato dalla voce di una donna, spenta, faceva risuonare le parole di una propria melodia.

-Secondo l'articolo terzo del regolamento che coordina le dinamiche del Centro Protezione, ogni cadetto, compiuta la maggiore età, verrà spedito fuori per difendere l'incolumità dei nostri cari cittadini. Dopo anni di dura formazione, ritenuti idonei per poter difendere ciò per cui sono stati addestrati, tutta la nazione, si affida al coraggio di coloro che rischieranno la vita per salvare quella di tutti noi. I nostri cuori batteranno all'unisono per chi fallirà nell'intento, nonostante lo spirito delle gesta che compiranno, continuerà ad ardere il nostro orgoglio. La paura non conosce il vostro nome, perciò non temete, l'oscurità non è destinata a durare per sempre-

Si concluse così quel video, lasciando Tory al buio. Durò solo un momento, ma fu abbastanza per nascondere le lacrime che avevano iniziato a scorrerle in viso. Bruciavano, scavandole solchi infuocati che le ricordavano la sua imminente morte.

"Dove mi vogliono portare? Chi devo difendere? Da cosa? Io non voglio morire, NO!"

Le luci si riaccesero subito, ma non entrò nessuno nella stanza. Forse Dorian era andato via, annoiato della solita routine che era costretto a seguire. Tory avrebbe voluto urlare, ma si limitò a piangere.

Singhiozzò con una tale violenza, che il petto iniziò a farle male. Pianse senza più nascondersi, senza vergogna, né filtri. Avrebbe lasciato scorrere le lacrime, liberando qualsiasi disperato verso si fosse fatto largo tra le sue labbra. In preda al panico si alzò di scatto, dimenticando tutte le parole che aveva udito poco prima.

Non appena fu davanti alla porta, questa non si aprì, così provò a colpirla finché non percepì la presenza di qualcuno nella stanza.

Provò a scostarsi, ma il suo corpo pareva non rispondere ai comandi. La porta scattò di lato, lasciando passare due guardie armate.

-Aiutatemi! Dovete aiutarmi, vi prego, vogliono uccidermi- gridava Tory, colpendo l'uomo più giovane.

Con il viso inzuppato di lacrime, il labbro le tremava in cerca di sicurezze. Cercò in tutti i modi di farsi notare da quei soldati, ma parevano dei busti senza vita, imbalsamati e pronti ad eseguire chissà quali ordini. I loro occhi erano coperti da un visore oscurato, che fuoriusciva dal casco protettivo che indossavano. Copriva solo una parte della loro testa, in quanto, le labbra restavano scoperte, così come una gran parte del naso.

-Contro il muro!- urlarono all'unisono, puntando il manganello verso la parete. Tory non percepì le loro parole, ma continuò a chiedere aiuto. Cercò di andare incontro alle guardie, sperando di poter spiegare il grande malinteso che l'aveva portata lì.

Avrebbe dimenticato, si sarebbe dimenticata di tutti i ricordi che aveva custodito così avidamente nel resto degli anni. Non le importava più niente, voleva solo sopravvivere.

Dentro di lei, si mosse qualcosa che bruciava, le ardeva la pelle e le faceva bramare qualsiasi cosa pur di poter uscire da quel treno.

-CONTRO IL MURO!-

Ma Tory non obbedì e ci pensarono loro a farle rispettare gli ordini. L'impatto con la parte le fece formicolare il collo, mentre la mandibola scricchiolò sotto il peso di tutto il suo corpo. Entrambe le guardie la tenevano ferma, stringendole i polsi. Tory sentì la gola farsi secca e faticò a deglutire senza provare dolore.

Qualcuno alla sua sinistra le iniettò uno strano liquido nel collo, che la fece stare calma.

All'inizio sentì le gambe cedere, quando il suo corpo cadde inerme sul freddo pavimento di quella cabina. Poi non percepì più le mani, mentre le lacrime continuavano a scorrere. Dopo le mani, fu il turno della lingua. Non riuscì più a muoverla, a parlare, ed iniziò a respirare a fatica.

L'aria si fece più pesante e tutto intorno a lei parve assumere forme bizzarre. Quando pensò di stare per soffocare, perse i sensi.




Si risvegliò in un posto nuovo, che non conosceva.

All'inizio i suoi occhi rimbalzarono per tutta la stanza, in cerca di qualcosa che le avrebbe fatto tornare la memoria, ma poi fu talmente assorta ad assorbirne i particolari, che si dimenticò il motivo per il quale stava effettivamente scrutando la stanza. Tornata in se, provò a tirarsi su dal pavimento sudicio.

Più il tempo passava, più Tory scorgeva un nuovo particolare, così come si accorse di non essere sola. Quella stanza che le era parsa così piccola un attimo prima, si presentava come un lungo viale, quasi una distesa infinita, che ospitava un migliaio di ragazzi come lei. I letti erano accantonati ai lati, che andavano a formare un corridoio centrale.

Gli occhi erano tutti puntati sulla ragazza, forse perché era la nuova arrivata, ma il modo in cui la guardavano era carico di tristezza. Nessuno rideva, e chi non ammirava la giovane, o dormiva o scrutava il vuoto.

La luce conferiva alla stanza un'aria ancora più cupa, mentre le pareti grigiastre appesantivano l'aria, dando un senso di smarrimento a chi le guardava. Non c'erano finestre, perciò Tory si limitò ad immaginare il luogo in cui l'avevano portata.

L'atmosfera era umida, e l'odore di tutte quelle persone, andava a creare una nube di fragranze contrastanti.

Tory si alzò lentamente, mentre percepiva ancora le mani formicolare, ma riusciva a muoverle come se non fosse mai stata sedata. Dorian non c'era più, il treno tozzo e massiccio era sparito, tutte le cose a cui si era aggrappata poco prima, si erano sgretolate sotto la forza impetuosa di un altro mare, colmo di altrettante paure.

Le parole che aveva udito prima di svenire, ancora bruciavano vive, consapevoli del loro stesso peso.

Nessuno in quel dormitorio, che pareva tutto uguale quasi ci fosse il riflesso della stessa medesima cosa ripetuta all'infinito, aveva intenzione di correrle incontro per tenderle la mano. Tory si sentì annegare, nonostante ci fosse solo aria a perforarle i polmoni.

Sprofondò in un pozzo di insicurezze, non le sue, ma di tutte quelle che racchiudeva quel posto. Nonostante tutte le bugie che nascondeva, l'unica verità che forse legava tutti quei ragazzi gli uni agli altri, era la consapevolezza di stare per morire.

"Cosa hanno intenzione di farci? Come morirò?" Erano queste le domande che assillavano Tory.

Si decise a domandarle al primo che le capitava a tiro, ma durò tutto così poco, che non appena finì di tirarsi su, qualcuno entrò nel dormitorio, che nonostante fosse lungo chissà quanti metri, era strettissimo.

Fu un uomo ad interrompere i brusii che riempivano la stanza. Era alto, robusto e il modo in cui camminava sfiorava il rigido, talmente statico che, Tory, per un momento dubitò che si trattasse di un essere umano. La barba rossa era curata e corta, mentre alcuni ciuffi di capelli, fuoriuscivano dal cappello nero che indossava.

Con le mani dietro la schiena, percorse tutto il corridoio formato dai letti, e vi si posizionò al centro, sperando che tutti riuscissero a vederlo.


Nell'esatto momento in cui varcò la soglia della porta, tutti i presenti si posizionarono davanti al proprio letto, irrigidendosi e alzando leggermente la testa, mentre le mani ricadevano lungo i fianchi. L'unica postazione libera, era davanti al letto vicino alla stessa giovane.

Non voleva più essere punita, perciò decise di seguire tutto ciò che facevano gli altri.

Riuscì a mettersi in posizione poco prima che quell'uomo iniziò a parlare.

-Sono il generale Ian Sandes molti di voi mi conoscono già, ma è mio dovere presentarmi ai nuovi arrivati. Non c'è tempo da perdere, perciò adesso faremo l'appello-

- Non voglio sentire fiatare una mosca- aggiunse, non appena notò i sussurri che strisciavano fuori dalle labbra dei presenti. Tory notò un velo di paure negli occhi di quelli come lei, e il cuore parve scoppiarle in petto da quanto batteva veloce.

Trattenne di nuovo l'istinto di piangere. Si mordicchiò l'interno della guancia, sperando bastasse a farla distrarre. Si sentì sull'orlo di impazzire, divorata dalla paura di dover condividere lo stesso destino di chi, prima di lei, lo aveva affrontato.

Avrebbe voluto morire subito, in quell'istante, così si sarebbe risparmiata altre sofferenze, preoccupazioni, è tutto ciò che n veniva di conseguenza.

Il generale venne raggiunto da un uomo poco più giovane di lui, era scarno in viso, con occhi piccoli che lo facevano assomigliare ad un topo. Aveva il naso che pendeva leggermente verso sinistra, e tra le dita affusolate e ricoperte di lividi, impugnava uno Schermo.

Iniziò a scorrere il display, mentre urlava il codice di alcuni cadetti.

-R18-

-H2-

-M7- finì, uscendo dalla porta che era rimasta aperta. Tory deglutì, provando a cacciare via l'angoscia che stava per farla vomitare davanti a tutti. Non appena si sentì nominare, un brivido gelido le percorse la spina dorsale, dandole l'illusione di non riuscire più a respirare.

Eseguì esattamente gli stessi movimenti che facevano gli altri cadetti scelti . Un passo in avanti e tutti e tre si allinearono davanti al generale Ian.

-Soldati! Seguitemi-

"Soldati?"

Gli occhi freddi di quell'uomo, pietrificarono la giovane, che nonostante si sforzasse di spiaccicare qualche parola, non riuscì nemmeno a far uscire un lamento.

"Soldati? Che soldati? Con chi dovrei combattere? No, impossibile, non può essere"

Tory cacciò di nuovo lo sguardo verso quella stanza, notando come tutte le persone che non erano state scelte, sorridessero silenziose.

Uscirono dal dormitorio, percorrendo gli stessi passi del generale.

Si ritrovarono fuori, e la ragazza, neanche se ne rese conto. Non badò al sole, al terriccio umido sotto i piedi, alla calda aria che le sfiorava la pelle, non riuscì ad apprezzare tutte quelle cose che, poco tempo prima, avrebbe pagato per vedere.

Tutta la sua attenzione era rivolta verso un una moltitudine di automobili parcheggiata di fronte all'infrastruttura da cui erano appena usciti.

Erano veicoli blindati che, neri come la pece, spiccavano sotto i raggi del sole. Avevano una forma tozza, rude, quasi quanto le guardie che le guidavano. Le ruote erano tre, spesse e circolari, ottimizzate per avere una maggiore aderenza in qualsiasi superficie. Avevano scanalature profonde, che parevano dei piccoli ruscelli pronti a sfociare via, diramandosi sul primo squarcio di terra che si fosse preso la briga di ospitarli.

Incutevano terrore, non per l'aspetto che presentavano, ma per cosa avrebbero potuto contenere.


Il generale mandò la prima cadetta scelta, verso la prima vettura, dove fu accolta da una donna zoppa, che bisbigliava qualcosa di incomprensibile ancor prima che la nuova recluta si avvicinasse. Fu così anche per il secondo estratto: seconda automobile, accolto da una guardia diversa.

Quando fu il turno di Tory, Ian le indicò un uomo alto, dal petto rigoroso e la carnagione scura come il mogano. La mattina, faceva brillare il colore della sua pelle, come se fosse ricoperta di diamanti. Le sorrise, non appena intravide il generale accompagnarla verso la vettura corazzata.

Sandes la spinse leggermente, facendole fare due passi avanti. Tory si girò a guardarlo, in cerca di risposte e rassicurazioni, ma questo si limitò solamente a farle un cenno con la mano. Poi si voltò via e la lasciò sola con quell'uomo.

-Benvenuta- esordì, con un tono di voce calmo e profondo.

Indossava una divisa che Tory non aveva mai visto al Centro Protezione. Ammirò silenziosa, mangiandosi con gli occhi la delicata ed elegante linea che baciava le curve di quella tuta.

L'uomo portava una tuta aderente, simile all'uniforme degli addestratori del C.P, di colore scuro, un blu intenso, profondo, che sulle spalle e verso il colletto rigido sfoderava una tonalità di ciano che contrastava la durezza della divisa. Questa mostrava dei rinforzi alle ginocchia e gomiti, diramandosi, in parte, verso gli avambracci, che venivano protetti da eventuali cadute. Il tessuto era opaco, quasi spento, nonostante ci fosse solo luce ad accarezzarlo, appariva sciupato. Sopra di essa, l'uomo, indossava una giubba antiproiettile in lega Nixon, il nuovo super metallo creato dalla Co Company.

Aderiva stretto al petto del soldato maggiore, lasciando scoperte entrambe le braccia e una piccola porzione di ventre.

-Sei la nuova recluta, giusto?-

Tory mosse la testa, sussurrando solo la risposta. Restò in attesa, sperando che bastasse.

-Partiremo tra pochi minuti, non preoccuparti, ti sarà tutto più chiaro una volta capita la situazione-

La giovane, ormai in balia della disperazione, si lasciò guidare dentro quel mezzo blindato. L'unica porta che ne consentiva l'accesso, si aprì non appena il soldato posò il dito sul sensore di rilevamento.

Al suo interno, l'aria era fresca, e il fracasso che prima l'alimentava, cessò di colpo. Il comandante sorrise, ed andò subito via, chiudendo la porta dietro di se.

In quella stanza, erano presenti altri tre soldati, intenti a squadrare Tory dalla testa ai piedi.

-Carne fresca!- esultò il ragazzo seduto su una delle poltrone presenti.

La giovane donna vicino, non esitò a colpirlo con il gomito spigoloso che si ritrovava, facendolo sussultare.

L'altro ragazzo presente nella vettura, si limitò a lanciarle un'occhiataccia e a nascondersi dietro lo schermo di un grosso portatile.

-Sei nuova vero? So che è così perché non ti ho mai vista prima, ed io ho visto un sacco di persone- continuò, dopo aver preso fiato.

Era un cadetto poco più giovane di Tory, portava i capelli corti, rasati ai lati, mentre alcuni ciuffi grigi vi ricadevano sopra. Sottili labbra rosa, andavano a sfumare la sua pelle olivastra. L'altra donna presente nella sala, quella che poco prima l'aveva colpito, possedeva uno sguardo sfuggente, intimidatorio, come se fosse pronta a saltarti alla gola.

Il suo viso però era fine, sfiorato da chissà quali carezze, emanava una sicurezza che quasi regalava un po' di conforto a Tory.

-Che cosa è questa cosa?- domandò Tory, indicando la vettura corazzata. Ignorò il giovane, mentre si guardava intorno. Oltre alle poltrone laterali, una parete scura separava il posto di guida rialzato, dalla zona passeggeri.

Una cabina in vetro,a forma di tubo, giaceva in fondo alla stanza, mentre la parete opposta era occupata da armi mai viste prima.

-Questa bambolina è Skylar, una versi bestia sullo sterrato- quasi gridò euforico.

-E tu invece, chi saresti?- continuò, socchiudendo gli occhi. Si sfregò le mani aspettando una risposta.

Tory non riuscì più a capire la differenza tra ciò che stava succedendo e ciò che aveva paura succedesse. Non riusciva a separare l'agonia in cui sguazzavano i suoi pensieri, dall'energia che metteva nelle sue parole quel ragazzo.

"Se sta per morire, perché è così felice?"

-Qui non possiamo usare i nostri nomi, ma tanto quelli non li ricordiamo comunque, quindi non frega un cazzo a nessuno. Però abbiamo dei soprannomi, nomi in codice. Esempio, io sono Cerbero- disse tutto d'un fiato, alzando la mano come se stesse mimando un saluto. Sorrise, e dalle guance uscirono due piccole fossette, che rendevano meno invasivi, gli sporgenti incisivi che spuntavano dalla sua bocca..

-Quella ragazza che finge di essere una dura, è Civetta- sputò ridendo, mentre la indicava.

-Vai a farti fottere, Cerbero- giocò di rimando, infilandosi le scarpe. Salutò Tory chinando leggermente la testa verso il basso e poi tornò a fissare le armi appese alla parete, tramite forza magnetica.

-E per ultimo, ma non meno importante, c'è Picchio! Lui non parla molto, però è in gamba-

Indicò il ragazzo che si nascondeva dietro il computer. Da quando era entrata nel mezzo blindato, quel soldato non l'aveva nemmeno considerata di uno sguardo. Forse era il più grande dei due, ma era difficile dedurlo sono dal suo aspetto.

Portava i capelli neri, che ricadevano ondeggianti sulle sue piccole orecchie. Il ticchettio che si sprigionava ogni volta che le sue dita sfioravano la tastiera, pareva quasi formare una melodia propria.

-Quindi, come ti chiami ragazza ?-

Anche Civetta era curiosa, Tory lo vedeva nei suoi occhi, anche se non voleva farlo percepire. Le ricordava un po' Alisea, che nonostante cercasse di nascondere qualsiasi cosa, la verità le si annidava sempre nello sguardo. Forse perché, nonostante non lo credesse, era una brava persona, fin troppo forte per un mondo di avidi, e fin troppo debole in un mondo di carogne.

Immaginando l'amica, Tory sorrise, pensando che la vita, alla fine, faceva schifo proprio come le diceva sempre. Eppure, al contrario suo, bramava di vederla e viverla, consumarla fino a farla cessare di esistere.

"Oh Alisea, se solo potessi vedere com'è veramente qui" pensò, mordendosi il labbro.

Non aveva potuto salutarla, perciò si decise a volerla percepire un'ultima volta, a sentirla vicino, nonostante si trovasse a chissà quanti chilometri da lei.

Ricordò il viso di sua madre, gli occhi verdi che non riusciva a collocare in nessun volto, le mani calde di chi l'abbracciava prima di farla addormentare. Ricordò ogni cosa un'altra volta, e si convinse che tutto si sarebbe risolto prima o poi.

-Io sono Tory- rispose una volta per tutte, sfiorandosi il petto. Percepì una scarica d'adrenalina percorrerle lo stomaco, facendola sussultare.

Centauro sorrise, soddisfatto d'aver ottenuto un nome.

-Digitalo nella targa della divisa. Ora vatti a cambiare in cabina, stiamo per partire- le suggerì Civetta, brusca.

Tory fece come le era stato detto. Entrata nella cabina, premette l'unico sensore presente, lasciando aprire uno sportello, che si scansò di lato, venendo inghiottito dalla parete. Intravide la sua tuta brillare sotto la luce neon della cabina. Lo spazio era angusto, ma simile a quello degli spogliatoi del C.P, perciò per Tory non era un problema.

Indossò la divisa, protezioni e i guanti. La giubba aderì al suo corpo di colpo, scattando in una morsa che le comprimeva il petto. L'interno, però, era morbido, e non le impediva di respirare correttamente.

Per ultima lasciò lo spesso cinturone che ospitava la fondina. Una moltitudine di cinghie, andavano a cingerle le cosce e l'inguine, mentre finivano per stringerle la vita.

Era vestita esattamente come gli altri, proprio come il soldato maggiore che aveva incontrato poco prima.

Quando finì, raggiunse gli altri.

Prese posto nell'unico posto disponibile, separato da un corridoio, che la divideva da Cerbero. Questo si voltò e le sorrise, avvicinando leggermente le testa verso la giovane.

-Benvenuta nella squadra Cobalto- disse, tirando su i pollici.

La vettura si mise in moto e, silenziosa come se ne dipendesse la vita, sfrecciò in avanti, verso un ignoto che faceva meno paura.

-Dove stiamo andando?- provò a domandare, Tory, sperando che qualcuno le rispondesse. Le parole parvero tremarle in bocca e non appena ne sentì il suono, si accorse della debolezza che le accompagnava.

-Non moriremo, se è questo che ti preoccupa- tagliò corto Civetta, dietro di lei.

-Smettila di essere sempre così cinica- battibeccò il ragazzo, facendole la linguaccia. Rise davanti al suo stesso gesto, ed accavallò le gambe, come se stesse aspettando qualcosa.

-Dio, come sei noioso- iniziò a controbattere l'altra.

Tory trattene una risata, è così fece anche Cerbero, mentre si scambiavano degli sguardi.

-Comunque ha ragione, non morirà nessuno. Almeno non in questa squadra. Siamo solo un gruppo di soldati esplorativi, il sangue sta al di là delle mura, verso i campi e le montagne, tra le trincee- le spiegò il cadetto, fissando sempre davanti a lui, in cerca di chissà quali risposte.

-Soldati?- chiese Tory, avida di domande. Desiderava più di ogni altra cosa, capire cosa stesse succedendo e scoprire la verità che l'attendeva. Però più il tempo passava, più le cose andavano a complicarsi e tutto diventava ancora più confuso di quanto non lo fosse già.

-Sì, facciamo quello che fanno i soldati, quelli semplici però. In questa zona non c'è da avere paura, chi combatte sta lontano da qui- La sua voce era agitata, stridula, come se fosse sul punto di scoppiare per l'emozione.

-E perché? Non potrebbero stare tutti qui?-

Cerbero si voltò verso di lei, guardandola negli occhi. Ruotò leggermente la testa, quanto bastava per impedire al suo collo ossuto di spezzarsi.

-Qualcuno deve pur sporcarsi le mani-ridacchiò, ritornando alla sua posizione originaria.

-Chi combattono? Voglio sapere contro chi rischiano la vita- Tory si sentì in colpa. Chissà quante persone in quel l'esatto momento stavano morendo, mentre lei se ne stava seduta con le mani in mano, ad affrontare un destino meno crudele, che chissà quale dio le aveva concesso. Ancora una volta, non era stata all'altezza della situazione.


-Beh vedi....- si bloccò, posando tutto il peso del suo corpo, sullo schienale del sedile.

-Questo nessuno lo sa-


Quando la vettura si fermò, la porta si aprì automaticamente, lasciando intravedere il soldato maggiore che Tory aveva scoperto chiamarsi Javar, o così le aveva detto Civetta.

Dietro di loro c'erano altre tre auto, con altrettanti soldati. La giovane si sentì meno sola.

-Ascoltatemi bene! Questa è una missione semplice, il tempo di riuscita stimato dalle nostre attrezzature è di mezz'ora. Io sono il capitano del vostro gruppo, perciò dovrete seguire me-

-Dobbiamo entrare nel tunnel sotterraneo che sta proprio sotto i nostri piedi. Perlustriamo l'area e vediamo se possiamo utilizzarla per trasportare bio combustibile- strillò, nonostante i soldati della sua divisione lo sentissero comunque.

Gli altri cadetti arrivati, si erano già messi all'opera, andando ad esplorare l'ala sinistra del tunnel.

Alla squadra cobalto spettava la parte destra, così scesero giù per le scale incassate alla parete, e raggiunsero l'entrata principale. Quando la aprirono, si ritrovarono di fronte ad un profondo pozzo, anch'esso dotato di sottili scale.

Faceva troppo buio per vedere ciò che vi si nascondeva sotto.

-Drone!- ordinò Javar, a Picchio, che frettoloso, porse un'oggetto sferico al suo cospetto. Lo posò sul palmo della mano, e questo sfoderò due sottili pale che iniziarono a girare veloci, facendolo levare in aria. Questo andò giù, verso quel pozzo che nessuno aveva avuto il coraggio di scendere per primo.

Il drone emanò un segnale acustico, e non appena le orecchie di Javar lo percepirono, non esitò più e scese le scale per il tunnel. Tory fu l'ultima.

L'aria era umida, e puzzava di muffa. Aveva un odore fresco, ma pungente, che ti stuzzicava il naso.

Si aggrappò con tutta la forza che le era rimasta, determinata a non cadere nel vuoto, e quando finalmente tocco terra, un sospiro le lasciò le labbra, facendole sciogliere il nodo alla gola che la stava strangolando.

-Tenete il passo- rimproverò Javar, aprendo la fila. Era l'unico a possedere un'arma.

Nonostante la missione non fosse pericolosa, la giovane si sarebbe sentita molto più sicura, dietro il potere di dieci proiettili in canna.

Tory seguì il soldato maggiore, mentre attraversavano un lungo corridoio buio, che veniva illuminato dal drone che li precedeva.

Era deserto, vuoto, fuori uso chissà da quanti anni, se non secoli. Il pavimento era sudicio, talmente sporco che gli scarponi quasi ci si incollavano sopra.

Tory sentiva il sudore colarle lungo la fronte, mentre stringeva i denti per cercare di smorzare la tensione che le tirava ogni muscolo. Nel sangue scorreva la paura di un'imminente catastrofe, nonostante ci fosse solo la calma a regnare.

I loro passi rimbombavano, arrivando chissà dove, tornavano sempre indietro ancora più forti.

Quando un rumore interruppe il silenzio che si era creato, Javar puntò l'arma contro la porta che avevano raggiunto. Questa aveva iniziato a sbattere, muovendosi freneticamente, ma non avendo alcuna intenzione ad aprirsi.

Tory cacciò un urlo, che soffocò sul nascere, e quasi sparì ancor prima di manifestarsi. Picchio si nasconde dietro un pilastro che reggeva il tunnel, mentre gli altri ragazzi restavano attenti, ammirando le mosse del soldato maggiore.

La porta si aprì, ed uno dei soldati che Tory aveva visto scendere dall'auro dietro di loro, si cacciò a terra piangendo. Gridava parole incomprensibili, mentre la sua divisa era ricoperta di una sostanza nera, che assomigliava a catrame. Poi si alzò, spingendo Javar e scappò via, veloce, senza badare ai cadetti.

-SCAPPATE!- urlò in preda al panico, con gli occhi sgranati dal terrore di un qualcosa che nessuno conosceva tranne lui.

-Che fine ha fatto il tuo gruppo? Chi è il generale che ti è stato affidato, parla ragazzino!- lo minacciò il sodato maggiore.

Non appena svoltò l'angolo, inghiottito dal buio, un'altro rumore sordo si fece strada da molto lontano. E poi la videro: una grossa onda nera che spazzava via tutto quello che le capitava a tiro. Si faceva strada verso di loro, veloce e famelica, pronta a strappare le loro anime.

Era formata da una sostanza appiccicosa, densa e puzzolente, che non avrebbe esitato ad annegarli nel suo stesso catrame.

-Correte! Avanti!- urlò Javar, spingendo Cerbero verso la via d'uscita.

Tory era la prima della fila, e corse, nonostante non riuscisse a vedere niente. La gola diventò secca, e la paura di dimenticare la strada, diventava sempre più costante nella mente della giovane. Sentiva il cuore battere talmente forte che temette si rompesse, ma percepirlo ancora dentro di lei, la rassicurava di avercelo ancora. Le gambe bruciavano per lo sforzo, ed il fiato iniziava a cedere sotto il dolore atroce che i polmoni provavano.

Non appena raggiunsero le scale, notarono il ragazzo che era scappato poco prima, battere lo strato metallico che ricopriva l'uscita dalla quale erano venuti. Il buco ere stato tappato da una lastra sigillata ad entrambe le pareti. Con il sangue che gli colava dalle mani, il giovane chiese aiuto, mentre Civetta si precipitò a salire le scale, provando ad aprire lo sportello.

-Non si apre, è chiuso!- strillò la ragazza, mentre l'onda iniziava a riempire anche la seconda stanza. Quella marea nera avanzò senza farsi scrupoli, mentre portò giù con se altri soldati dell'ala sinistra che si erano uniti alla squadra Cobalto.

-Mettici un dissuasore, cazzo! Datevi una mossa- rispose di rimando Javar, aggrappandosi anche lui alle scale, mentre l'onda si innalzava sempre più, ricoprendola fino alle scapole.

-Avanti, muoviti!- urlò Cerbero, cercando di spronare Picchio.

Tory sentì la caviglie bagnarsi, sporcarsi di quella sostanza melmosa che aveva già annegato tre soldati. Era fredda e granulosa, e ricoperta da bolle d'aria che ogni tanto scoppiavano.

La cadetta quasi urlò per la paura, e cercò di salire di più, ma il passaggio era occupato da quel ragazzo che iniziava a perdere la testa.

La melma si innalzava, iniziando a ricoprire i fianchi di Tory. Nell'esatto momento in cui la sentì sfiorarle le spalle, il freddo le gelò le viscere.

Le mancò il respiro, come se si fosse bloccato nei polmoni, che per lo sforzo di provare a buttare giù un po d'aria, facevano male, come se fossero trafitti da pezzi di vetro. Sentì Javar urlare, mentre gli altri soldati intimavano Picchio di muoversi.

Iniziò a girarle la testa, ma quando la luce le abbagliò gli occhi, tirò fuori la sicurezza che aveva sempre tenuta nascosta. Scalò quel pozzo, strappandosi dalle grinfie di quell'onda nera.

Scappata alla morte, si gustò il sapore della libertà, lasciandosi sfiorare dall'aria che le baciava la fronte. Qualcuno la aiutò a tirarsi su, iniziando a riempirla di domanda che non riusciva a capire.

-Tory?- Quella voce fu come un richiamo, un suono familiare che le sue orecchie già conoscevano. Una melodia che la fece voltare di scatto, mentre Castor la fissava incredulo dall'altra parte della strada.




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