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lavoro pubblicato venerdì 11 agosto 2017
ultima lettura mercoledì 20 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Prototype: Human Trials (11)

di SpencerJHarvey. Letto 242 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Fino a che punto siamo disposti a sacrificare qualcun altro, per salvaguardare il bene dell'umanità e il futuro dell'economia che ne verrà? Tra cyborg, ibridi e droni, il futuro non è poi così tanto certo. Una pedina nelle mani del Centro Protezione, r

ALISEA

Mancavano ancora cinque minuti alla riunione che, Jacob Hollers, aveva indotto poco prima.

Alisea restava in piedi, a fissare la porta del suo dormitorio. Si mordicchiava il labbro, mentre picchiettava i polpastrelli sulla lastra metallica del freddo muro dietro di lei. Ignorò qualsiasi cadetto le passasse davanti, cercando di non lasciarsi portare via da quei volti indistinti. Doveva smetterla di pensare.

Faceva caldo, non come nelle settimane precedenti, ma abbastanza da farti appiccicare la maglietta al petto. La giovane non si era cambiata, decidendo che sarebbe stato meglio non perdere altro tempo in cose futili come quella.

Se ci fosse stata Tory, l'avrebbe costretta a mettersi la divisa più elegante, o almeno pulita, che custodiva nell'armadio. Purtroppo, però, l'amica era sparita da giorni, chiusa in quarantena per uno strano virus, e Alisea era rimasta sola. Non poteva contare nemmeno su Castor, che l'aveva umiliata in sala mensa, colpendola in pieno viso.

Al solo pensiero, le venne la nausea.

Quando vide che il corridoio si stava svuotando, la cadetta, decise di incamminarsi verso l'atrio. Si sentì elettrizzata all'idea di vedere cosa l'avrebbe aspettata. Jacob non rappresentava un problema, e scoprire quali segreti nascondeva quel posto, che era stato chiuso per molto tempo, le faceva scoppiare il cuore di curiosità.

Scese le scale rimuginando su cosa avrebbe potuto trovare, o su cosa volesse comunicare il sostituto della direttrice. Hollers era un pazzo, ma il C.P lo teneva sotto sorveglianza, cercando di far sfogare la sua creatività lontano dagli affari interni. Giravano voci, tra i cadetti, che prima di vederla sparire, Tory era stata vista insieme all'uomo.

Alisea non credeva ai pettegolezzi che circolavano al campo, non erano sicuri. Le persone tendono a costruirsi altre realtà, mentre cercano di sfuggire dalla propria.

Arrivò fino al piano terra, dove si trovavano i magazzini e altri uffici di scarsa importanza.

I corridoi che si trovavano nella zona bassa del centro, erano più illuminati rispetto agli altri. La luce era quasi accecante, e il pavimento pareva brillare sotto il suo cospetto. L'andito era costeggiato da una dozzina di guardie, che posavano le spalle al muro vetrato che costituiva la parete. Dietro a queste maestose finestre, lavoravano alcuni operai, dietro schermi di computer fin troppo costosi.

I cadetti iniziavano ad accumularsi, fino a formare una folla che si muoveva lentamente verso la meta. Ogni tanto qualche Avamposto strillava cercando di far mettere tutti in fila, e allora gli allievi si allineavano componendo ordinati schieramenti.

Alisea provò a distrarsi, provando a non pensare a quanto si sentisse soffocare. Tutte quelle persone insieme, le facevano girare la testa. Ormai, però, era circondata e chiusa in quel vortice di voci che provenivano da ogni parte, senza darle tregua.

-Alisea- si sentì chiamare. La giovane pensò di aver immaginato quella voce flebile che, arrancando, le era giunta all'orecchio. Quando scorse Jim tra la marea di ragazzi, una strana sensazione le invase lo stomaco. Non aveva nulla contro quel piccolo cadetto, ma meno persone conosceva, meno persone cacciava nei guai.

Man mano che si avvicinava a lei, la giovane, lo squadrò attentamente, come se non l'avesse mai visto prima. Non ci aveva badato più di tanto, spesso si distraeva facilmente. Jim aveva un viso paffuto, che si nascondeva dietro un paio di occhialoni rotondi che sporgevano sempre di lato. Nonostante ciò, però, il suo corpo era magro, quasi scarno, come se tutto il grasso si fosse concentrato nelle guance. Non era alto, forse neanche superava Alisea.

-Ciao!- disse non appena raggiunse la ragazza. Ancora spiccava il livido che Castor gli aveva lasciato, e ogni volta che Alisea lo guardava per sbaglio, si sentiva in colpa come se fosse stata lei a colpirlo.

Non rispose al saluto, ma si limitò a fare un cenno con la testa, cercando di mantenere le distanze.

-Sai dove si trova l'atrio?- continuò, forse rivolgendo la domanda a se stesso. Si sistemò gli occhiali, facendoli scivolare su per il naso tozzo che si ritrovava.

-Non lo so, seguiamo gli altri- rispose Alisea, cercando di non essere troppo disinteressata.

Quando i cadetti iniziarono a bisbigliare sempre più forte, capì che erano vicini.

L'atrio si trovava in fondo al corridoio che stavano percorrendo da almeno due minuti. Quel grosso portone che era sempre stato chiuso, finalmente lasciava intravedere ciò che si celava al suo interno. Tutti iniziarono a correre e Alisea venne travolta da quella folla, che pareva, tutta d'un tratto, attratta da chissà cosa.

Quando anche l'ultimo cadetto l'ebbe superata, raggiunse anche lei quella porta.

Sentì una brezza leggera accarezzarle il viso, mentre le scompigliava un po' i capelli. Intravide i sorrisi dei ragazzi che correvano nell'atrio, così veri che quasi facevano paura. Alisea varcò la soglia, e un immenso spiazzo di cemento si parò davanti a lei. Circondato da mura alte almeno ottanta metri, guardò in alto, scorrendo e contando i piani che formavano quelle pareti mastodontiche.

-Porca puttana- sussurrò, mentre lasciò scivolare la testa all'indietro, ammirando il cielo che le stava sopra. La giovane trattenne il respiro, mentre si lasciava cullare da quell'aria fresca che mai aveva assaporato . Quella distesa azzurra pareva così distante, che neanche sembrava reale. Sentì gli occhi bruciare, mentre il cuore batteva forte in petto. Percepì tutta la stanchezza scivolare via, mentre le nuvole scorrevano lente, sopra la sua testa.

Chinò il capo, solo quando il collo iniziò a formicolarle.

Non capì il motivo per il quale l'atrio era stato chiuso così a lungo. Forse volevano privarli di quel briciolo di libertà che avrebbe distrutto le loro sicurezze, spingendo i cadetti a chiedere di più.

C'era un eco di risate, grida, canti, qualsiasi suono sprigionato dalla felicità di quegli istanti. I cadetti si rincorrevano tra di loro, si spingevano, restavano seduti, ma ognuno di loro, contemplava quello squarcio di cielo che mai aveva dipinto i loro occhi.

Alisea pensò che se quello era il sapore della libertà, non ne avrebbe più fatto a meno.

"Farò di tutto pur di uscire da qui"

Quando i suoi occhi incrociarono la sagoma di Crabb e della ragazza tatuata, un brivido le percorse la schiena al ricordo di ciò che le aveva detto in mensa il gigante. Non aveva intenzione di farsi ammazzare di botte, perciò rinunciò a quello spicchio di felicità che si era creata al momento, e andò via, non badandosi di partecipare al discorso di Jacob Hollers.

Riuscì ad uscire convincendo una delle guardie di dover andare in bagno, così fu scortata a quello più vicino.

Non capì il senso di un gesto così estremo, ma lasciò perdere le domande non appena varcò la porta. Si avvicinò allo specchio, squadrando la sua stessa sagoma. Era dimagrita parecchio in quelle settimane, tanto che i suoi occhi parevano più grandi di quanto non lo fossero realmente. La mascella risultava più pronunciata, quasi affilata in certi punti. Ma quella era solo un'illusione, dovuta al riflesso sfocato che intravedeva.

Si sciacquò il viso, e mentre delicate goccioline le scivolavano lungo le scapole, notò qualcosa. Sgranò gli occhi e si voltò di scatto, raggiungendo quell'oggetto che aveva intravisto. Il cuore parve uscirle dalla gola, quando lo prese tra le mani tremolanti.

Lo strinse fino a sentire dolore, non capendo se fosse frutto della sua stessa immaginazione, o se ce l'avesse davvero davanti. Lo toccò ancora, tastandolo e domandandosi chi diavolo l'avesse perso.

-Oh mio Dio! Cazzo...- sussurrò trattenendo le lacrime, mentre impugnava il pass di una guardia. Quello sarebbe stato il suo biglietto per uscire da lì. Tutte quelle porte che la separavano dalla verità, si sarebbero scostate davanti al suo cospetto. Alisea era furba, ce l'avrebbe fatta. Al solo pensiero di poter uscire da lì, sentì lo stomaco attorcigliarsi in una morsa di gioia che non la lasciava respirare.

Tutto il suo corpo si irrigidì, sotto una forza che non conosceva.

-Cosa credi di fare?- Fu quella voce carica d'odio a riportarla alla realtà. Si infilò il pass dentro i pantaloni, in preda alla paura di essere scoperta.

Le gambe parvero sciogliersi sotto il peso del suo corpo, non appena si mise in piedi. Le ginocchia ancora le bruciavano, ma cercò di non badarci. Crabb e la sua amica la guardavano, proprio come si scruta una preda prima di cacciarla.

Alisea si sentì in trappola nell'esatto momento in cui altri due cadetti entrarono nella stanza. Uno era più alto del gigante, mentre quello più magro zoppicava verso la ragazza tatuata. Entrambi non avevano capelli che ricoprivano la loro testa a punta.

La cadetta provò ad ignorarli, cercando di uscire dal bagno senza causare troppi danni. Qualcuno, però, le afferrò la manica della giacca, facendola indietreggiare.

-Se ti crea tanto fastidio perdere, la prossima volta impegnati di più per vincere- sbottò furiosa Alisea, cercando di stuzzicare Crabb. Non fece in tempo a reagire che venne scaraventata a terra.

Sentì le costole incrinarsi ogni volta che incassava un calcio. Il dolore le spezzò il fiato, facendola annaspare in cerca d'aria. Provò a coprirsi il viso, cercando di rannicchiarsi in posizione fetale. Non percepì le parole che uscivano dalle bocche dei suoi aggressori, perché anche le orecchie avevano iniziato a farle male. Assaporò il gusto del suo stesso sangue, mentre continuavano a colpirla senza sosta.

La vista iniziò ad offuscarsi, facendole confondere l'ambiente che la circondava. Alisea cacciò indietro le lacrime e strinse i denti, pronta ad affrontare il dolore che sarebbe arrivato dopo. Si cullò nella consapevolezza che tutto, prima o poi, sarebbe finito in qualche modo.

Sul punto di perdere conoscenza, Alisea scorse qualcun altro fare irruzione nella stanza. Intravede gli altri ragazzi, cadere inermi sul pavimento freddo, in preda a violente convulsioni. Non vide altro quando la portarono via.

Non perse i sensi, ma non riuscì a capire cosa stesse succedendo intorno a lei. Si sentì persa, come se fino a qual momento, non avesse fatto altro che vagare chissà dove. Fu di nuovo in infermeria, in un reparto che non conosceva.

Quando riuscì a mettere a fuoco ciò che la circondava, notò di essere chiusa in un gigantesco cubo tanto alto quanto lo era lei. Era uno spazio angusto, che conteneva solo il lettino sul quale riposava.

Ricoperta da una crema che le avrebbe fatto sparire i lividi dal corpo in meno di un'ora, si alzò da quella branda così scomoda, avvicinandosi alla porta. Il vetro le mostrò il riflesso del suo viso tumefatto e ancora leggermente gonfio, le fece venire il volta stomaco. I potenti dolorifici che usavano al C.P, insieme alle creme curative, agivano in meno di cinque minuti, ma come conseguenza ti lasciavano una spossatezza che ti faceva dormire per intere settimane.

Alisea uscì da quella gigantesca incubatrice, cercando di non fare troppo rumore. Per sua fortuna non incontrò nessuno per la strada.

Corse su per le rampe di scale, fino a raggiungere il suo dormitorio. Ad ogni passo sentiva il corpo perire sotto quel dolore così lancinante. Si accovacciò per un attimo, sputando il sangue che le stagnava in bocca. Strinse i pugni e si rimise in piedi, entrando nella sua cabina. Prese una nuova giacca e si infilò un altro paio di scarpe.

Rivolse un ultimo sguardo alla città, consapevole che, a breve, l'avrebbe vista da vicino. Sfilò il pass dai pantaloni e se lo nascose nella manica della casacca che indossava.

Ci vollero tutte le sue forze per non crollare, ma si rimise in piedi, come era solita fare. Avrebbe voluto sputare i polmoni che tanto bruciavano come carboni incandescenti. Era pronta ad uscire, quando tutto si fece buio.

La luce andò via, lasciandola in balia dell'oscurità che l'avrebbe divorata. Fu una questione di secondi, quella che separò il blackout dall'amara verità. Tutto riprese colore, e la stanza si illuminò di nuovo.

Alisea dovette reggere tutto il suo peso, aggrappandosi alla parete scivolosa, mentre guardava inorridita ciò che c'era dall'altra parte del vetro. Al posto della città che tanto desiderava vedere, al posto di quelle luci che coloravano il cielo di notte, al posto di quella bellezza che la distraeva dalla sua monotona routine, c'era un uomo. La stanza in cui stava seduto era piccola, ancora più stretta di quel cubo in cui l'avevano rinchiusa. Era colmo di schermi e dati che scorrevano. Quando quella figura notò Alisea, il suo viso stanco cambiò espressione, contraendosi in un misto di emozioni troppo dure da poter descrivere. La giovane lo vide, mentre il sangue si congelava nelle sue vene. Quella sagoma misteriosa si alzò di scatto, premendo un pulsante che giaceva dall'altra parte della parete.

L'allarme risuonò per tutto il Centro Protezione. Alisea aprì la porta del suo dormitorio, ormai in preda al panico. Percepì i muscoli sciogliersi sotto gli antidolorifici. Corse senza badare al dolore che sentiva, perché la ferita che si era appena aperta, minacciava di spaccarle la testa in due. Sentì le lacrime tagliarle il viso, a contatto con l'aria fredda che si respirava, erano come sciabole affilate. La giovane pianse, in preda a spasmi irregolari che le facevano sobbalzare il petto. Tutto iniziò a girare, ma nulla si muoveva.

Una guardia la prese, e la gettò per terra. In pochi secondi le legò le mani, trascinandola verso il punto di raccolta più vicino. Alisea urlò, ma nessuno la sentì veramente. Provò a dimenarsi, a sfuggire dalla presa salda del soldato, ma ormai l'aveva in pugno e ciò che l'aspettava era anche peggio della morte.

Tutto stava per finire e la realtà che conosceva, non era mai esistita se non nella sua testa.



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