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lavoro pubblicato venerdì 11 agosto 2017
ultima lettura lunedì 21 agosto 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Caramelle

di nicolalorusso. Letto 139 volte. Dallo scaffale Amore

Valeva la pena rinunciare al cuore per riempire le tasche? Gli mancava sentire quel battito forte e emozionato nel petto quando si avvicinava una ragazza. Gli era mancato appassionarsi a qualcuno, e non lo aveva saputo fino ad ora...

Quel giorno stava comodamente seduto su un sedile di seconda classe di un volo Londra-New York, e con fare lemme sorseggiava un cocktail del servizio bar che la compagnia offriva. Nonostante fosse un uomo d’affari rinomato da anni e il suo conto in banca superasse le sei cifre soleva sempre sedere su sedili di seconda classe. Per avarizia dicevano in molti, per amore per la gente comune diceva lui. Da piccolo, quando ancora il suo nome era conosciuto esclusivamente da familiari e amici e qualche maestro della scuola locale, i suoi genitori non potevano permettersi cifre esose per spostamenti via aria e la economic-class di qualche compagnia low-cost finiva sempre per essere la scelta migliore. Forse per nostalgia del dolce passato, forse per esigenza di sentirsi come gli altri, o forse davvero per amore per la gente, i suoi importanti viaggi di lavoro passavano sempre inosservati. Un passeggero fra tanti, parte della massa, una formica in un formicaio. Molte volte gli era stato chiesto il significato di ciò che ripeteva, amore per la gente, e altrettante volte aveva spiegato con dolcezza di essere assuefatto dall’ambiente che il ceto medio della società riesce a creare ogniqualvolta salga su un aereo. In viaggi che potevano durare anche più di un paio d’ore all’interno del velivolo pressurizzato venivano a crearsi piccoli nuclei di vita giornaliera. La madre che rimprovera il figlioletto per aver rovesciato la bibita del signore accanto, la donna sensibile che scoppia in lacrime dopo aver visto un film romantico scelto sul database dell’aereo, il trentenne che inizia a dormire ancor prima che l’aereo prende quota e che si risveglia solo quando il cielo torna ad essere sopra di lui, la bambina elettrizzata che guarda fuori dall’oblò e scopre che anche le nuvole hanno un tetto, una fine. Piccoli spicchi di vita normale che nascono al momento del decollo e finiscono inevitabilmente all’atterraggio formando un ambiente magico, quasi fittizio.

Lui si limitava ad osservare, i suoi occhi infantili guizzavano pimpanti da un passeggero all’altro, godendosi ogni attimo di quella sublime visione. Era una manna per lui, una gioia incontrollabile, un orgasmo.

Ebbene, quest’uomo troppo spesso distante dalle dinamiche umane cosiddette normali, si ritrovava a fissare appuntamenti lavorativi in angoli sperduti del mondo apposta per potersi concedere alcune ore di quella cosiddetta normalità. Una volta disceso dall’aereo, chissà se per volere o per dovere, tornava ad essere il famoso uomo d’affari, quello scapolo privo di amici veri, e non più un semplice viaggiatore con tanti problemi quanti sogni nascosti nel fondo dell’anima.

Le pillole avevano molti soprannomi: per i farmacisti e i medici erano le Nembutal, per il popolo erano note come Kill Pill, pillole mortali, per i dipendenti dell’azienda di cui era a capo erano semplicemente il Prodotto, le caramelline da vendere alla gente stufa. La ditta era stata creata dieci anni prima proprio da lui, e in poco tempo aveva ottenuto un successo strabiliante. Le pillole della morte che producevano, utilizzate in ospedali, cliniche e case per anziani, erano vendute a un prezzo di molto inferiore rispetto alla concorrenza, e per questo l’azienda aveva sbaragliato le rivali in poco tempo, ottenendo l’egemonia sul mercato della dolce morte. Erano favolose, e non lasciavano residui nel corpo del morto, non lasciavano nessuna traccia. Inoltre erano solubili in qualsiasi liquido, non per nulla era stato già contattato da mafie di paesi di tutto il globo interessate all’acquisto delle pasticche strabilianti, ma aveva sempre rifiutato per principio, e per questo per la maggior parte del tempo girava con la scorta. Lui era il fondatore e direttore generale della ditta che regalava la morte a chi non ne poteva più, epiloghi a libri stanchi, e non usciva mai di casa senza un paio di quelle piccole caramelline in tasca. Lo facevano sentire sicuro e potente.

Stavano sorvolando l’Atlantico da un paio d’ore quando una giovane hostess dal fare spiccio e determinato gli passò accanto rapidamente urtandogli il gomito e facendogli rovesciare il cocktail sui jeans. Lei si voltò e scusandosi, e lui non riuscì a spiccicare parola dinanzi a quella immensa bellezza. Era poco più che ventenne, occhi neri e capelli ramati raccolti in uno chignon preciso, corporatura magra che si contrapponeva ad un seno esuberante e a delle guance piene. Le era bastato uno sguardo per far innamorare l’uomo, e lei lo aveva capito subito.

Nonostante la giovane età era felicemente sposata, lei e suo marito si erano conosciuti sui banchi di scuola e da quel momento erano diventati inseparabili. Verso la fine dell’adolescenza si erano innamorati perdutamente e sposati subito. La donna decise quindi di non intrattenere un dialogo con l’uomo per evitare noie o eventuali corteggiamenti indesiderati. In cambio gli portò un asciugamano dell’equipaggio per asciugarsi i pantaloni e un bicchiere di whisky offerto per ripagarlo del disturbo subito. Lui la ringraziò calorosamente e lei si dileguò in un batter di ciglia.

Non voleva farsela sfuggire così, non poteva. Doveva in un qualche modo farla riavvicinare e iniziare un discorso, anche futile o sciocco, ma doveva instaurare con la hostess un rapporto di vicinanza. Non provava un sentimento d’attrazione così forte da quando era adolescente, quando si era innamorato della migliore amica di sua sorella, che l’aveva però rifiutato malamente compromettendo così anche il rapporto tra lui e la sorella. Non era mai più riuscito a ricucire il vuoto creatosi tra lui e lei dopo quel rifiuto tanto brutale quanto psicologicamente distruttivo. Da lì aveva sviluppato un sentimento di rigetto verso qualsiasi donna, per istinto naturale di sopravvivenza, per paura o per non riaprire una ferita dolorosa non lo sapeva neanche lui. Prima di incontrare la hostess dai capelli color rame. Era confuso e preoccupato, non voleva in alcun modo scendere dall’aereo senza prima aver parlato con la donna o almeno aver conosciuto il suo nome, ma aveva il timore di fallire miseramente come trent’anni prima o giù di lì. I suoi ex-compagni di scuola erano già in gran parte sposati o fidanzati, lui era uno dei pochi, se non l’unico, a non condividere la propria vita con un partner. Si era spesso chiesto il perché di questa cosa, ma si diceva sempre che era il lavoro che non gli permetteva di trovare moglie. Troppo poco tempo per una relazione. In cambio, quanti dei suoi ex-compagni potevano vantarsi di più di un centinaio di dipendenti e più di sei zeri nel conto in banca? Preferiva di gran lunga la sua vita rispetto a quella delle persone comuni. O meglio, così credeva prima di incontrare la donna, perché improvvisamente un fiume di pensieri, paranoie, sofferenze nascoste era straripato e aveva inondato la testa dell’uomo, facendogli dubitare dei suoi valori effettivi. Valeva la pena rinunciare al cuore per riempire le tasche? Gli mancava sentire quel battito forte e emozionato nel petto quando si avvicinava una ragazza, gli mancava quel senso di giramento di testa di quando vedeva la migliore amica della sorella. Gli era mancato appassionarsi a qualcuno, e non lo aveva saputo fino ad ora. Il ritmo della sua vita era piatto, monotono, scandito da appuntamenti, riunioni, conferenze e cene gala. Aveva appena scoperto che gli mancavano i tempi in cui la vita faceva su e giù, quando poteva essere euforico e sconsolato allo stesso tempo, quando si struggeva per quella ragazza che non lo voleva minimamente. Anche quello struggimento, si rese conto ora, era fondamentale per lui, lo faceva sentire vero, quei pianti sommessi sotto le coperte la sera, quando la tristezza superava il sonno e l’immagine di lei che lo rifiutava gli impediva di dormire, con la testa sul cuscino bagnato di lacrime. Le settimane passate al settimo cielo, quando la migliore amica della sorella andava in vacanza con loro, e lui si appostava alla finestra aspettando di vederle rientrare dalla spiaggia. Fingeva di addormentarsi sulla sdraio sotto il sole cocente solo per origliare i loro discorsi sperando che parlassero di lui, o almeno di amore. La sera aspettava che lei andasse a dormire per poi socchiudere la porta della sua stanza per vederla sognare. Era l’essenza della vita, cui lui aveva rinunciato per abbracciare un’esistenza più materiale, e meno di cuore. Aveva voluto rifugiarsi nel business per reprimere quella vita che l’aveva tanto fatto soffrire. Era stato un processo lento, quasi invisibile, durato mesi, forse anni interi, culminato con la creazione dell’azienda dai profitti miliardari che l’aveva estraniato completamente dalla vita. Solo nei momenti in cui si rilassava in viaggio, per amore per la gente, questo suo trantran quotidiano si alterava, dandogli la sensazione di stare bene. In realtà più che amore per la gente era amor proprio, per amore del lontano ricordo della vita vera. Lui l’aveva capito solo ora, grazie alla hostess dai capelli ramati, e uno dopo l’altro tutti i suoi princìpi, i suoi pilastri che sorreggevano la sua vita erano crollati, distrutti dalla forza della vita stessa, prorompente più che mai.

Ora era spaventato, un cambiamento troppo drastico per essere digerito velocemente. Il volo era al termine e non aveva ancora parlato alla hostess, i suoi pensieri erano divagati per ore, passate fulmineamente, in un batter di ciglia. Aveva ancora il bicchiere di whisky pieno di fronte a lui, non voleva berlo, non voleva sapere che effetto gli avrebbe fatto l’alcol dopo quello che gli era successo. Voleva solo porre rimedio a tutto lo scombussolamento, e sapeva come.

In quel momento l’aereo atterrò e le prime famiglie cominciarono a scendere. Lui rimase comodamente seduto sul proprio sedile e finse di dormire, come in spiaggia anni prima. Tutti scesero dal velivolo e lui sentiva la voce di lei che congedava gentilmente i passeggeri con Arrivederci e grazie per aver viaggiato con noi. Era celestiale. Poi, quando l’uomo rimase l’ultimo a bordo, la bella hostess gli si avvicinò e gli scosse la spalla per svegliarlo. Lui finse un risveglio forzato e guardò l’orologio.

“Caspita, è tardi. Manca mezzora all’appuntamento.”

“Signore, scenda, siamo arrivati. Ma non ha bevuto il bicchiere che le ho offerto? Non le piace? Gliene porto un altro, uno di vino se preferisce.”

“Mi dispiace signorina, sono astemio, lo beva lei per me, e mi tenga i pugni, ho un appuntamento essenziale per il prosieguo della mia carriera.”

“Sarà fatto signore, grazie a lei per il bicchiere allora. Lo berrò alla sua salute e incrocerò le dita.”

Lui si apprestò ad uscire dall’aereo, con un ghigno sul viso e una calma sospetta. Non poteva rovinare tutto, non poteva buttare all’aria la sua carriera per una stupida rimpatriata dei suoi ricordi più profondi e cupi. Sarebbe stata una svolta troppo radicale, troppo veloce. No, non sarebbe successo. Scese dalla scaletta dell’aereo, e sentì dietro di sé un tonfo. Entrò sul bus che l’avrebbe portato in aeroporto, lasciandosi alle spalle una hostess cadavere e un bicchiere di whisky vuoto senza tracce di pasticche strabilianti. In un batter di ciglia, tutto era tornato come prima. L’uomo guardò l’involucro vuoto della caramellina magica appena diluita nel bicchiere di whisky e lo gettò nel cestino, soddisfatto. Tutto era rimasto come prima, nulla di diverso. A passi larghi si incamminò verso l’uscita, lasciandosi andare in una risata liberatoria.



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