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lavoro pubblicato sabato 5 agosto 2017
ultima lettura venerdì 10 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Gasoline

di energolego. Letto 298 volte. Dallo scaffale Fantasia

Scegliamo tre personaggi, femminili, possibilmente, affidiamo loro menti altisonanti e voci senescenti, bastoni nodosi e fiati mortiferi, associamo alle loro figure anche un'età, no, anzi, facciamo solcare le loro mani rugose e chiazzate da vene...

Scegliamo tre personaggi, femminili, possibilmente, affidiamo loro menti altisonanti e voci senescenti, bastoni nodosi e fiati mortiferi, associamo alle loro figure anche un'età, no, anzi, facciamo solcare le loro mani rugose e chiazzate da vene bluastre e affioranti, gettiamo addosso ai loro corpi tessuti insignificanti color caffelatte, sediamole in un ghiaioso vialetto provinciale e iniziamo a girare loro intorno, alziamo con i piedi più polvere possibile, i capelli, diamo loro anche i capelli, non molti, ampie rose bianche vuote di capelli, e dopo qualche passo siamo ancora di fronte a loro, noi in piedi e loro sedute, facciamoci scrutare dai loro occhi profondi di vecchiaia e accigliati, dietro spesse lenti rettangolari lenticolari, ma non turbiamoci, li abbiamo scelti noi così cattivi gli occhi e dunque non possono farci alcun male, poi cos'altro manca? ah sì, due cagnolini color tabacco, magari madre e figlio, tanto piccoli quanto rumorosi, che li faremo appendere al fondo dei nostri calzoni, dove affonderanno denti e asciugheranno bave, ma anche queste ultime sono briciole della nostra immaginazione e dunque fanno poco schifo, sferriamo una pedata violentissima ai due ammennicoli di pelo perché per ora non ci servono, tratteniamoci dal desiderio di andarci a sedere con loro per abbassare un po' l'età media del gruppo, e incominciamo a provocare i nostri vecchi fantasmi, solitari come tre distributori di gasoline di Hopper, avviciniamoci e allontaniamoci, facciamo BUH! allunghiamo le dita divaricate di fronte ai loro occhi, moduliamo i nostri fischi in sincronia con lo stato delle nostre pazienti, come sono? sedute, ancora, se avessero settanta anni in meno ci insulterebbero con un dito e coprendosi le cosce se ne andrebbero disgustate, ma adesso ci insultano solamente, ci sfiorano il naso con i loro bastoni impolverati e ci dicono che siamo dei bastardi, di avvicinarci se abbiamo fegato che ci fanno vedere loro spezzandoci la schiena a suon di legnate, qua e là tentano di alzarsi ma ricadono subito dopo con larghi tonfi di natiche BAM BAM sulla panca color verde scrostato, ci guardano girare in tondo, occhi acidi, baricentri di una vecchiaia coraggiosa che non ha niente da perdere se non l'alito pesante di morte, ancora rutti, peti, gesti osceni, dita medie corna e manciate di polvere, ciocche strappate e bubbolii interni, quando finalmente vediamo i loro denti, non hanno denti, le lingue opache, pelose, lesbiche, biascicate di livore, continuiamo a immaginare, ecco l'ascensore, una claustrofobia quadrata sigillata da due porte manovrate da molle ostili, all'interno una vecchia carcassa con qualcosa appeso alle spalle, tipo uno scialle traforato, dall'alto pioggia di luce invernale, giallo nebbia anche in luglio, i due ammennicoli svicolano fra i piedi della vecchia come scarafaggi, rilasciando l'inebriante odore di cane bagnato, depositando umori di bolle vischiose da cui traspare il pavimento rosso, e la squadra giunge a un sesto piano di un palazzo a sette piani e da questa altezza si esercita attorno alla chiave, cercando di fare centro nella toppa, vincere la miope vittoria quotidiana, immaginiamo di vederli entrare tutti e tre, superare la soglia, con tristezza, in fila, come vagoni di un trenino in legno che affronta l'ultima curva in salita prima di entrare nella stazione di plastica rossa, dagli alberi quasi bidimensionali, la porta si chiude e sul pianerottolo rimane una tristezza grigia, un lembo di inverno che ronza nell'aspiratore di un angolo cottura senza finestre, una sedia un appendiabiti un portaombrelli una fuga di porte, il necessario per una vita che ha inizio ogni mattina prima dell'apertura degli occhi, è strano come il livore si sia attenuato improvvisamente una volta all'interno del loculo domestico, anche i quadrupedi hanno preso posto all'interno di cerchi di panno a quadri anzitempo predisposti, e basta poco, veramente poco per prendere visione di tutto, una colonna portante è sufficiente a nasconderci dalle attenzioni di una cataratta che rende acquosa una giornata di fine estate, sulle mensole e sui mobili della cucina, i barattoli di metallo e di vetro vuoti e pieni hanno tutta l'intenzione di custodire antichi segreti di emolumenti pensionistici, poi a uno di quegli stessi barattoli la nostra ignara Hopper si avvicina, al più alto, raggiungibile soltanto attraverso l'ausilio di una sedia, la stessa di cui si sta servendo, traballando dentro ciabatte basse, morbide, dello stesso colore dei gambaletti antracite, che sessanta anni davano tanto da logorare, afferra il barattolo quindi, bianco sperma, da sotto il coperchio estrae un coniglio di due compresse due, divisibili ma che non dividerà, come indifferente scenderà timorosa dalla sedia, appoggiandosi per ogni dove e non più con indifferenza verrà verso la nostra colonna portante di cataratta, dove dietro ci stiamo nascondendo, senza guardare in questa direzione, allungherà poi una mano, chissà perché o per cosa, a pugno chiuso, come un gioco da bambini, pugno destro o pugno sinistro, dov'è la caramella? solo che qui non c'è scelta e non c'è gioco, una sola caramella e un solo pugno, lo apre e ci offrirà una materna nostalgia di senza parole, la nostra filiale posologia di due compresse di Seroquel.


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