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lavoro pubblicato giovedì 3 agosto 2017
ultima lettura venerdì 16 ottobre 2020

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Maddalena

di Ortho. Letto 495 volte. Dallo scaffale Amore

  La tazzina di un caffè appena consumato, ancora calda, formava l'inizio di un ponte di calore che veniva interrotto dal flusso freddo dell'acqua del rubinetto che nella sua struttura, il ponte, avrebbe dovuto se il mondo fosse un posto mi...

La tazzina di un caffè appena consumato, ancora calda, formava l'inizio di un ponte di calore che veniva interrotto dal flusso freddo dell'acqua del rubinetto che nella sua struttura, il ponte, avrebbe dovuto se il mondo fosse un posto migliore, emanare fino ai polsi di Umber, perdendosi piano nell'atto del diffondersi, in un percepibile movimento ondulatorio circondato dal tepore di una temperatura umana stabile. Invece, interrompendosi per poi riprendersi quasi istantaneamente, il calore non faceva altro che aumentare la pungente sensazione dell'acqua fredda sulle mani; mani che se Umber avesse tenuto costantemente sotto l'acqua fredda prima o poi si sarebbero abituate alla temperatura e avrebbero sofferto meno lo sbalzo, ma questo non avveniva visto che tra le variegate mansioni di un apprendista barista non c'era solo il prelavare le tazzine, e le mani di un apprendista barista erano dedite anche ad altre funzioni lontano da un lavello e dalla sua acqua semiglaciale. La tortura del flusso freddo era a quanto pare necessaria a sentire il suo capo, visto che le tazzine se non le ripassi poi in lavastoviglie non è che il rossetto o i fondi del caffè vanno via da soli. E l'acqua calda costa.

Di tutte le cose infami che gli era toccato fare da quando aveva iniziato a lavorare al Pueblo, quella rientrava nella sua personale top five [a]. Primo, chi cazzo lo sapeva di dove/cosa poteva aver messo/fatto con le labbra il tizio che si è bevuto sto caffè. Poteva essere un depravato o uno che si mangia le caccole, o le unghie, o tutte due insieme. E questa era l'opzione più auspicabile. Secondo, come cazzo è possibile che noi, noi inteso come razza umana, mandiamo satelliti nello spazio, costruiamo fisicamente microprocessori oggettivamente complessi grazie ai quali le auto si parcheggiano da sole, e lui fosse costretto a togliere i fondi di caffè e il rossetto a mano. A mano. Se fossero esistite macchine per caffè e tazzine già dal medioevo, pensava Umber, la tecnica per pulire le tazzine dai fondi non sarebbe cambiata in più di dieci fottuti secoli di gente che beve caffè. Se fossero esistite macchine per caffè e tazzine già dal medioevo, la tecnica per la pulizia delle tazzine sarebbe rimasta invariata, trasmessa di generazione in generazione sapientemente istruite a lordarsi per bene il pollice, girandolo in senso orario e facendo girare la tazzina nell'altro verso con la mano libera, sprofondandolo (il pollice) in un moto vagamente anulare nella fanghiglia stagnante chiazzata di nero, endocrinologicamente poco invitante di suo, molto meno invitante se in un momento di vacuità mentale tipo esercizio zen (che non tarda ad arrivare dopo cinque/sei ore passate a pulire tazzine) si finiva per lasciar perdere il culo rinascimentale della biondina appena uscita dal bar a livello di immagine mentale, per pensare con disgusto invece al contatto proto-infettivo che il fruitore di quel particolare caffè in quella particolare tazzina aveva avuto con la tazzina stessa ed il liquido contenuto al suo interno.

Tra l'altro, nelle mansioni previste per un apprendista barista, sono particolarmente frequenti leggeri infortuni di tipo epidermico (fastidiosissimi taglietti sulla punta delle dita causati a volte da un bicchiere scheggiato, a volte dal coltello scivolato sul seme di un limone mentre si cerca di tagliarne una fetta), infortuni assolutamente non pericolosi e non limitanti per la funzionalità di un apprendista barista, ma il pensiero di immergere un pollice tagliato, incerottato velocemente spesso senza l'ausilio di un antisettico, in una tazzina dove aveva appena bevuto un'altra persona non faceva impazzire di gioia Umber. Umber pensava che magari avrebbe potuto lavorare con dei guanti di lattice, ma quando tentò di proporlo al suo capo questo gli rispose che i guanti poteva metterseli in sala operatoria dopo essersi laureato in medicina [b], e di non fare troppo la fighetta che lui veniva da una generazione dove il preservativo lo usavano solo i froci. Forse esistevano lavastoviglie moderne cazzute di quelle che puoi buttarci dentro una tazzina da caffè lercia di tutto e te la risputano fuori limpida, ma quella lavastoviglie purtroppo non era una di quelle.

A dire il vero, niente al bar Pueblo sembrava coincidere con il concetto associato alla parola modernità. A partire dal nome, scelto alla fine degli ottanta quando il primo proprietario decise di convertire un vecchio garage nel suo personalissimo sogno o forse necessità d'impresa, e per differenziarsi dalla concorrenza che iniziava a sorridere agli anglicismi che sarebbero stati preponderanti negli anni a venire per quanto riguarda la materia nomi-da-dare-a-un-bar, se ne uscì orgoglioso con Pueblo, nome che oltre a non essere collegabile a nessuna forma linguistica angloamericana, aveva anche il pregio di andare a toccare alcune corde politiche care più alla sua futura clientela da piccola città emiliana storicamente schierata che a lui. E il bar funzionò bene per circa una decina d'anni tra alti e bassi, con i suoi biliardi e le sue nottate a saracinesche mezze abbassate, da dove se ci si fosse trovati a passeggiare in quella via in una di quelle notti, sarebbe stato impossibile non notare la quantità esagerata di fumo di sigaretta che spingeva per uscire. Una nube di fumo grigio compressa, che trovava una piccola via di fuga sbuffando tra il ferro battuto e i vetri della porta che si apriva quando qualcuno che era stanco di politica popolare e vino rosso, abbassando la testa se ne andava. Una nube di fumo grigio compressa, che trovava una piccola via di fuga sbuffando tra il ferro battuto e i vetri della porta che si apriva quando qualcuno che aveva perso tutti i suoi soldi a poker o a biliardo, abbassando la testa se ne andava. La saracinesca a metà era democratica, anche quelli che vincevano erano costretti ad abbassare la testa per uscire. Le partite a poker invece lo erano un po' meno. Non tanto per l'aleatorietà che contraddistingue il gioco in sé, che nel lungo periodo mantiene una sorta di giustizia paritaria tra colpi di fortuna avuti e subiti [c], quanto per l'agire non proprio da gentiluomini di alcuni clienti fissi del bar nella sua funzione bisca, che non esitavano a formare cartelli aventi come unico ed improrogabile scopo la spennatura metodica dei polli che, agganciati tra le notti della Ferrara dei ruggenti ‘90, facevano l'errore di superare con i loro portafogli gonfi da post boom economico la saracinesca democratica semiabbassata di quello che dall'esterno sembrava un posto democratico. La vera fregatura era che anche all'interno sembrava un posto democratico, tutti potevano bere vino e parlare di calcio o politica liberamente, vi si incontravano pittori, operai, imprenditori o poeti alcolizzati, che aspettavano in un angolo sigaretta-in-bocca che qualcuno li avvicinasse per attaccare con le loro tiritere sulle conseguenze dello smantellamento di un muro o di una guerra in un golfo. L'atmosfera di presunta libertà e fratellanza tra uomini che vi si respirava insieme alla mole massiccia di fumo passivo, non era del tutto ricreata artificialmente a scopo precottura dell'ignaro pollo. Era quasi un tratto distintivo di quel posto. O forse la cricca di clienti fissi traente entrata più o meno fissa dal barare a carte si era talmente impegnata nel simulare un ambiente rilassato e amichevole e stimolante per il pollo di turno, e di conseguenza per tutti gli altri avventori/non-giocatori che giovavano di questa cosa in maniera riflessa ed innocua, da perdere di vista la cognizione di cosa fosse spontaneo e cosa artificiale nei loro gesti e parole ripetuti sera dopo sera, in una pièce sempre perfetta, perché indistricabile ormai da quella che era diventata la loro realtà.

Ma Umber ignorava tutto questo.All'alba del duemila delle nottate di biliardo&fumo&poker erano rimasti soltanto i fantasmi, ed erano fantasmi piuttosto riservati. Il suo microcosmo sostanziale all'interno del Pueblo era fatto soprattutto di caffè da servire e tazzine da lavare. Soltanto su qualche tavolo in legno scuro (mai cambiati), un occhio consapevole avrebbe potuto scorgere il segno di un coltello che era stato piantato e trascinato verso di sé con fare intimidatorio, anche se il solco tracciato dalla lama andava confondendosi con i graffiti, per la maggior parte autoreferenziali, incisi, per la maggior parte, con le chiavi di appartamenti presi in affitto da studenti universitari nel corso degli anni.

Per fortuna di tazzine da ripassare prima di essere buttate nel ciclo lavaggio asciugatura veloce con straccio pulito e riposizionamento non ne rimanevano tante, visto che erano le 3:54pm e lui staccava alle 4:00pm dopo un onesto turno di nove ore a buongiorno mi dica grazie arrivederci. Ma almeno adesso erano quasi le 4:00pm e lui staccava. Sarebbe tornato a casa e dopo essersi svestito si sarebbe fatto nell'ordine: una doccia caldissima, una birra gelata e una grossa canna d'erba che avrebbe mollato teneramente la sua presa solo verso ora di cena, permettendogli di gustare pie-na-men-te quella pizza che gli pareva fosse rimasta sul fondo del freezer. Altra birra, poi forse in tv c'era una partita, chissà. Trascinava la sua mappa in una spirale di lavoro umile e ricreazioni chimiche da così tanto tempo, che non si accorgeva del rischio di diventare quello che stava facendo. La linea di demarcazione fondamentale tra il suo essere e il suo fare svaniva in una nebbia cannabinoide innaffiata da qualche birra di troppo, sul palcoscenico di un lavoro umile e ripetitivo, e i momenti offerti dalla quotidianità per alzare la testa sopra quella nebbia, come una scopata o un film o gli amici, cominciavano a risultare pesanti, perché si era accorto che al pari di una droga agente a livello chimico, una volta che lo sballo da scopata libro o amici passava si ritrovava con la testa sempre più nascosta in quella nebbia che ogni volta sembrava più fitta di prima, parendo accelerare di volta in volta il suo ritorno ad essere nebbia fitta dallo stato iniziale di nebbia che sembrava essersi diradata. In poche parole, sentiva il down della vita. Quella nebbia di alienazione almeno lo faceva sentire protetto, perché non gli prometteva niente e non aveva niente da chiedergli in cambio. Semplicemente esisteva al suo fianco e tutta intorno a lui, schermandolo, in una bolla di soffice anedonia.

Erano le 3:57pm quando la bolla scoppiò in un mosaico di piccole immagini cristallizzate, uno specchio rotto ed esploso in aria, contenente passato presente e futuro delle relazioni prettamente ormonali che Umber aveva vissuto[d], avrebbe effettivamente vissuto, e quelle che avrebbe potuto vivere in potenza.

Erano le 3.57pm quando Maddalena fece il suo ingresso al bar Pueblo.

Ripensando all'immagine tridimensionale di lei, la sua mente veniva attraversata da una serie di flash dal cromatismo floreale, forse dovuti al vestitino prendisole che indossava la prima volta che la vide. I flash non mancavano mai di soffermarsi sui piedini dalle unghie laccate Tiziano, che intravide quella prima volta, grazie all'apertura vagamente voyeuristica delle zeppe estive indossate da lei, piedini che ebbe in seguito il piacere di esplorare in lungo e in largo, immaginando di risalire i fiumiciattoli delle vene in alto, verso la sorgente. Questi flash fecero nascere in lui la leggera preoccupazione di essere un portatore sano, non aggressivo, di una sorta di idolatria per il piede femminile, cosa che gli fu confermata quando una sera al cinema gli capitò di ingarbugliarsi in una discussione estetica con il vicino di sedile[e] sul piede perfettamente smaltato di Diane Kruger in Inglorious Basterds, piede che lo fece letteralmente sobbalzare per il fiume di ricordi che invase la sua mente. La discussione non si protrasse che per un paio di minuti, un po' per il fatto che il vicino di sedile fosse indiscutibilmente un weirdo di livello preoccupante, cosa che fu confermata oltre che dal suo aspetto pittoresco, dagli aggettivi che utilizzava per descrivere il piede della Kruger, vagamente sintomatici di una perversione profondamente radicata [f]. Un po' perché non riuscì, Umber, a togliersi dalla testa l'immagine del piede di Maddalena, della pianta del piede di Maddalena che riempiva a 180° il suo arco visivo la prima notte in cui scoparono, prima di scoparla, subito dopo aver aspirato per la prima volta in assoluto cocaina per via nasale, poco prima [g] di aver fumato per la prima volta cocaina freebase, o crack, basato direttamente nella cucina dell'appartamento di lei, poco fuori Ferrara.

Fu una notte sostanziale. Fu una notte che contenne tutte le altre notti che Umber avesse mai potuto immaginare di vivere.

Maddalena aveva 36 anni, quando Umber ne aveva 19.


***

NOTE

a. Oltre al prelavaggio delle tazzine, che occupava una dignitosa quinta posizione:
4° sorridere costantemente fino al rischio paresi.
3° obbligo alla chiacchera coercitiva con i vecchietti che affollavano il bar nel postprandiale.
2° solo una sigaretta a turno.
1° lavare i cessi.

b. Umber non studiava medicina.

c. Non è mai stato riscontrato nessun caso di essere umano che abbia vissuto tanto a lungo quanto il lungo periodo.

d. Soprattutto una di queste, la prima, al liceo, con una ninfetta castano-chiaro-occhi-nocciola con la quale aveva intrapreso la senziente ma poco consapevole avventura iniziatica nel labirinto del sesso adolescenziale. Alle 3.57pm il suo viso e i suoi occhi nocciola, caldi e dolci e innocenti, di quell'innocenza che sperimentano solo due amanti vergini, gli erano apparsi come in un flash, poi improvvisamente il viso è diventato come di vetro, di ghiaccio e vetro, per poi rompersi in mille coriandoli a forma di pixel sempre meno luminosi.

e. Quarantenne, t-shirt nera di Darth Vader recitante ‘THE FORCE LET YOU DO WHAT THOU WILT', occhiali fondo di bottiglia, invadente alopecia fronto-parietale, accentuata e resa alquanto ridicola per i dettami della moda odierna, a causa dei capelli che si ostinava a portare lunghi nei punti in cui gli crescevano, che non erano molti. Tipico rappresentante anzi addirittura macchietta e/o archetipo del quarantenne nerd del genere che inquieta le ragazzine. E non solo.

f. Non che il feticismo che Umber sentiva fosse meno imponente. Non aveva la presunzione di fare una classifica dei reciproci feticismi, ma almeno cercava di contenersi in pubblico, evitando di utilizzare frasi che potessero far trasparire la sua morbosa attrazione per, in questo caso, il piede smaltato di Diane Kruger. Tra gli aggettivi utilizzato dal weirdo: succulento, appetitoso, orgasmico, babilonese.

g. Poco se, dalla prospettiva dell'-adesso-, si considera il tempo passato da quando questo è successo, ovvero anni prima; un'oretta abbondante, che la sera in cui queste cose capitarono sembrò moltissimo tempo a lui, con conseguente boost del suo ego di giovane cacciatore sessuale. Abbastanza a Maddalena, che comunque valutò la prestazione ad un aperitivo con le amiche qualche giorno dopo come speranzosa, nel senso che si aspettava qualcosa di più dal punto di vista qualitativo, ma né la sostanza della cosa, né l'unità del soggetto avevano lasciato a desiderare.



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