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lavoro pubblicato giovedì 3 agosto 2017
ultima lettura venerdì 10 luglio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La vera domanda

di Sue. Letto 483 volte. Dallo scaffale Filosofia

Quel giorno mia madre mi aveva invitato a pranzo. Che avesse una spiccata propensione per le seghe mentali lo sapevo da un pezzo, ma quel giorno… Bè, quel giorno lo considero una sorta di salto di qualità, nel campo delle seghe men...

Quel giorno mia madre mi aveva invitato a pranzo. Che avesse una spiccata propensione per le seghe mentali lo sapevo da un pezzo, ma quel giorno… Bè, quel giorno lo considero una sorta di salto di qualità, nel campo delle seghe mentali.

Aveva preparato una pasta al ragù e un’insalata di pomodori; io l’avevo aiutata ad apparecchiare la tavola e poi ad infilare piatti, bicchieri e posate nella lavastoviglie.

Non mi chiese se volevo il caffè: una tazzina dopo pranzo è una delle poche certezze che ho al mondo. Me la mise di fronte e iniziò a mescolare il suo, con aria assente. Era evidente che stava pensando ad altro, e del resto durante tutto il pranzo mi era sembrata insolitamente assorta nei suoi pensieri.

“Qualcosa non va?” chiesi. Per qualche secondo lei rimase ferma a fissare la tazzina che aveva fra le mani, apparentemente alla ricerca delle parole giuste per rispondermi.

“Stavo pensando alle pecore.”

“Pecore?”

“Sì, pecore. Quelle bestie lanose piene di zecche che ti attraversano la strada quando vai di fretta, hai presente?”

“So cos’è una pecora, grazie tante. Perché pensavi alle pecore?”

“Perché sono animali ottusi: li chiudi in un recinto elettrificato e loro passano la vita lì. Basterebbe che imparassero a scavare un buco sotto la recinzione, come fanno certi cani, e sarebbero libere. E invece il loro cervello è troppo limitato per riuscirci.”

Presi tempo bevendo un sorso di caffè mentre la guardavo negli occhi per capire se stesse scherzando o meno. No, non stava scherzando.

“Da quando in qua ti interessi delle capacità cerebrali delle pecore?”

Lei si strinse nelle spalle. “Mi chiedo se una di quelle bestie, nella sua percezione limitata, possa illudersi di essere libera solo per il fatto di poter camminare in circolo all’infinito all’interno del suo recinto.”

“Dì un po’, nel ragù c’era qualche sostanza allucinogena?”

“Non fare l’imbecille, il mio è un ragionamento serio.”

“Se lo dici tu…”

“Ci credi in Dio?”

“Che?”

“Ci credi o no?”

“Mah, suppongo…”

“Bene", mi interruppe. “Vediamo se è valsa la pena di mandarti a catechismo per anni e anni: perché siamo qui, secondo te?”

“Per, uhm, volontà di Dio?”, azzardai.

“Bene", fece lei, entusiasta. Almeno avevo azzeccato la risposta che si aspettava. “Ma la vera domanda è: a che diamine serve la nostra esistenza?”

“Santa pazienza, e io che diavolo ne so?”

“È proprio questo il punto: siamo tanto diversi, noi, dalle pecore chiuse in un recinto? Siamo qui, confinati in un pezzetto di universo dal quale non abbiamo la capacità di uscire, non sappiamo da dove veniamo e dove andiamo, non sappiamo neanche perché siamo qui!”

“OK, adesso calmati, se no ti viene un infarto.”

Lei sorseggiò un po’ di caffè, sogghignando soddisfatta per aver solleticato la mia curiosità. Poi il sorriso si trasformò in@ una smorfia: il caffè faceva veramente schifo.

“Dev’essere l’umidità: quando piove il caffè viene sempre pessimo.”

“È quella tua macchinetta vecchia come il mondo, il problema. Non puoi cavare sangue da una rapa.”

“Ecco, giusto: quanto vecchio è il mondo? Anzi, quanto vecchio è l’universo?”

“Cos’è, adesso non ti va più bene neanche la storia del big bang?”

“Sì, sì, ma cosa c’era prima? Ci deve pur essere stato qualcosa, prima. Qual è l’origine del tempo?”

Appoggiai il mento sul palmo della mano. “Me lo dici tu?”

“Certo che no, il mio cervello è limitato quanto il tuo, non riesco neanche a concepire una cosa del genere. Come non riesco a immaginare cosa ci sia dopo la fine dell’universo. Il nulla? E fin dove arriva, il nulla? E dopo che cosa c'è?”

“Mi stai facendo venire il mal di testa.”

“Ma se dovessi tirare a indovinare”, proseguì lei, imperterrita, “se davvero siamo come pecore in un recinto, direi che l’universo è tondo. È tondo in un modo che noi non riusciamo assolutamente a capire, per quanto ci si possa sforzare. E magari anche noi abbiamo la soluzione a portata di mano: basterebbe avere l’intelligenza sufficiente a farci venire in mente di chinarci e scavare un buchetto sotto la recinzione.”

La guardai negli occhi per un lungo istante, a corto di parole.

“E quindi? A cosa dovrebbe servire tutto questo, secondo te?”, chiesi infine.

“Per quale motivo si alleva il bestiame?”

“Oh.” Presi un altro sorso di caffè, giusto per fare qualcosa. “Questo è parecchio blasfemo”. Lei ridacchiò, compiaciuta, neanche le avessi fatto un complimento.

“Non è un ragionamento così insensato, se ci pensi”, proseguì. “ Grazie alla nostra intelligenza, noi esseri umani, gracili e spelacchiati, siamo arrivati in cima alla catena alimentare. Se davvero vogliamo credere ad un’intelligenza superiore, è abbastanza logico pensare che ci permetta di vivere e prosperare per la propria sopravvivenza. O magari siamo una specie di animali da compagnia, che ne so? Oppure cavie, confinate su un pianetino in mezzo al nulla, libere di muoversi ma solo fino a un certo punto. Nessuno di noi ha idea di quale sia il proprio destino, non più di quanto ce l’abbia una vacca da latte piuttosto che da macello. E che facciamo quando succede una tragedia, una catastrofe naturale, qualcosa che non siamo in grado di capire? Tiriamo in ballo un qualche nebuloso disegno divino.”

“... e tiriamo avanti bovinamente. Certo che ne hai, di fantasia.”

A quel punto si alzò e si diresse, con calma, ad una mensola disordinatamente affollata di libri e riviste di cucina, e ne trasse un raccoglitore per documenti giallo, di plastica, chiuso da un elastico dello stesso colore.

“Il fatto è che, da che mondo è mondo, siamo convinti che le divinità vadano blandite, placate.”

“Dove vuoi andare a parare?”

“Ci siamo convinti che cercare di capire sia una sorta di sacrilegio, un peccato dei più imperdonabili”, continuò lei, posando il raccoglitore davanti a me, sul tavolo.

“Credo che sia il momento che questo malloppo passi a te.”

“E cosa sarebbe? Tutto questo sta diventando inquietante.”

“Dacci un’occhiata, il giorno che deciderai di scoprire cosa c'è al di là del recinto”, fece lei, con un sorriso sornione e amaro allo stesso tempo.

“Ma che significa?”




Buona domanda, mi aveva risposto, per poi cambiare bruscamente argomento. Lo ricordai la settimana successiva, al suo funerale. Un colpo, il classico fulmine a ciel sereno, nessuno se l’aspettava.

Nessuno, forse, tranne lei. È impossibile, per me, non chiedermi se già sapesse, quando la notte mi alzo dal mio letto e prendo dallo scaffale lì accanto quel raccoglitore giallo. Certe volte mi siedo al tavolo della cucina e resto lì a guardarlo, rabbrividendo nel mio pigiama, chiedendomi se sia o no il momento di aprirlo.

Il momento di iniziare a scavare sotto il recinto.




“Bene, bambini, venite tutti qui attorno. Questa è la coltura microbica numero 42. Ora, senza spingervi, guardate a turno attraverso la lente d’ingrandimento. Vi raccomando la massima attenzione: questo campione è stato già seriamente danneggiato da un’altra scolaresca, qualche milione di anni fa, provocando l’estinzione di innumerevoli specie sotto osservazione. L’istituto di ricerca ha appena gentilmente ripreso a consentire le visite al pubblico, quindi vediamo di comportarci bene. Come potete notare, alcune specie hanno colonizzato le aree più favorevoli alla propria sopravvivenza, producendo insediamenti ben visibili. Ehi, tu, cosa fai con quel succo di frutta? Vi avevo raccomandato di lasciare merendine e bevande fuori dalla stanza! Allontana quella roba dal microscopio, finirai per allagare il campione! Fermo, fermo!”


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