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lavoro pubblicato giovedì 3 agosto 2017
ultima lettura lunedì 19 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

AVRAI PAURA DI VIVERE: Prologo

di GiosephGhost. Letto 407 volte. Dallo scaffale Horror

PROLOGODalle candele, quasi esaurite le cere, il fumo saliva verso l'alto mantenendo quella sua fittizia trasparenza che l'occhio assimila al grigio.L...

PROLOGO

Dalle candele, quasi esaurite le cere, il fumo saliva verso l'alto mantenendo quella sua fittizia trasparenza che l'occhio assimila al grigio.
La piccola stanza era inondata dall'odore nauseabondo, mentre i presenti incuranti dell'ovvio problema olfattivo stavano ad occhi chiusi e tenendosi per mano. Il rito, simile ad un canto stonato, sarebbe stato indecifrabile per un comune cittadino, ma loro conoscevano ogni singola parola a memoria del lungo testo ed il macabro senso.
Recitavano il tutto in piedi attorno ad un piccolo tavolo, dove tre candele rosse non avevano ancora dato vita ad una fiamma.
Terminata la fase orale venne il momento d'aprire tre piccoli scrigni identici: contenevano ognuno un capello di diverso colore. C'era il biondo, il rosso e il moro. I loro involucri erano semplici, abbastanza facili da reperire sul mercato, ragione per cui un occhio esterno avrebbe pensato solo al loro scopo da contenitore. Tale era in loro facoltà. L'elemento principale risiedeva in quel DNA prelevato a tradimento ad ignare, ma designate, persone.

La padrona di casa, dalla chioma bionda, era un'anziana donna. Ormai in pensione per via dell'età, appassionata d'arte antica, dopo l'insegnamento aveva preso una strada che fino a quel momento aveva ignorato: la magia.
Dicono che la mente sia un ferro caldo che può essere plasmato solo da giovane, poiché gli anni sono un vento gelido che la raffreddano, ma con il suo modo di essere quel calore aveva mantenuto e forse aumentato.
C'era un libro che aveva trovato da bambina dallo strano aspetto: ogni singola pagina all'interno era bianca, tranne la copertina che citava un titolo e qualche frase sottostante in una lingua sconosciuta. Decise di tenerlo con sé, pur lasciandolo per tantissimi anni a riempirsi di polvere e finire nel dimenticatoio.
Con il nuovo tempo a disposizione, Delia, capì il significato della parola noia e si recò nella casa dei suoi genitori: vuota perché defunti da tempo, alla ricerca di ricordi per creare un proprio film a ritroso. Tra le mani bambole povere che da innocente fanciulla toccò raramente, distaccandosi dai membri dello stesso sesso di quell'età: i suoi giocattoli preferiti erano creativi, dai noti puzzle ad enigmi matematici. Il tempo trascorreva a ricreare un'immagine, in molti casi un'opera d'arte, divisa prima in tanti pezzettini. Adorava la fase della ricerca dei tasselli giusti da unire, con tutta la voglia di scoprire l'esito finale. Il padre, poiché Delia non voleva spoilerato il tema, nascondeva la scatola che su di essa ne raffigurava il contenuto. Donava la gioia della scoperta che poi veniva ampliata con lo studio a tal riguardo con il nonno, un esperto, che ne raccontava i particolari e i retroscena per mantenere viva la curiosità dell'adorata nipote.
Prima di ritrovare il libro il solito dolore al petto: nei pressi del cuore e quel pulsare che s'avverte con il crescere della paura. L'ex professoressa d'Arte, tanto amata dagli alunni per il suo modo non tradizionale d'insegnare, aveva accusato nell'ultimo periodo malori. Dispiaceri di salute che l'avevano costretta a qualche giorno d'ospedale, in quelle stanze dove non si può non essere triste. Le numerose visite, effettuate in diverse strutture specializzate, non avevano portato ad alcuna risposta al perché non si sentisse bene. “Non è possibile che sia solo un fattore d'età” si infuriava all'idea di passare per una vecchia che stava logorando velocemente. Nei suoi pensieri escludeva che i sintomi fossero dovuti al tempo infame che del controllo agli uomini ne da solo l'illusione.
Su una poltrona dallo stile che difficilmente si apprezza, dal verde intenso identico al baccello di fave, trovò l'effimera comodità di aspettare il dissolversi del fastidio e quei secondi per sperare di non morire.
Delia, seppure nella via irreversibile del cedimento corporale, aveva ancora forza residua e superò il momento come eventi simili, ormai assidui, che si presentavano ad avvizzire un vecchio corpo glorioso. Tutto ciò che però terminava nelle cartelle dei suoi esami medici era la dicitura più voluta dai pazienti: esito negativo.
Quando sparì la nebbia di lacrime, arrivate agli occhi ma non versate, smise con i pensieri dal tono malinconico e lo sguardo si poggiò sulla libreria. I tre scaffali di legno grezzo sostenevano libri posizionati in modo maniacale, ordinati per argomento ed importanza. Delia scavò nei ricordi e come se facessero parte del suo diario personale ricordava esattamente le frasi riportante in quelle pagine. Una memoria invidiabile, frutto della voglia di apprendere e scacciare via l'ignoranza che assediava molti suoi conoscenti.
Con il dito, non importandosi della polvere che trascinava con sé come fosse un panno, tracciava una linea retta e con sguardo veloce leggeva nei bordi i vari titoli. Delia non li aveva letti tutti, ma quasi. Li divorava come un uomo con la pancia evidente, di quelle che certe maglie sono costrette a scoprire l'ombelico, svuota il piatto di lasagne del pranzo domenicale.
“Siete parte di alberi strappati alla natura, ma avete riempito una mente affamata di sapere!” Delia era in parte contraria al delitto della selva per il movente della cultura, anche perché e molto spesso aveva ragione: i tronchi finivano per l'inutilità dell'uomo incolto, all'uso stracciato e smisurato di chi lascia pagine non lette. “Sangue bianco del verde mondo, tatuato di lettere nell'agonia della solitudine”.
Il piede, una misura non resa nota come fosse mica l'età, inciampò su un solido apparentemente duro. Situato sotto la libreria, si materializzò uno sgambetto quasi a fare notare che era giunto il momento.
Un'imprecazione accompagnò il secondo successivo al tocco. Si chinò per capire cosa aveva appena urtato e raccolse l'oggetto colpevole.
Delia lesse quelle strane parole e niente sobbalzò tra i ricordi, fino a quando lo aprì e notò il bianco assoluto delle pagine. Quel che aveva tra le mani non era vittima di uno scrittore afflitto dal temuto blocco, ma una maledizione che superò i cinquant'anni d'età per giungere allo scopo.
Prima d'essere riposto Delia fu scossa da una strana sensazione. Il suo tremore era strano, non sentiva freddo, eppure se qualcuno fosse stato lì a tenerle compagnia avrebbe preso subito una coperta e avvolto il suo corpo, giudicandola infreddolita.
La donna non riusciva a crederci, appariva sbalordita e più volte chiuse gli occhi per riaprirli e verificare, forse anche sperare, d'avere preso un abbaglio.
“Malata e adesso visionaria” aspramente s'incolpava per quello che stava accadendo: il vuoto delle pagine iniziò a colmarsi di scritte della stessa lingua sconosciuta riportata in copertina. Era come quei puzzle composti alla tenerà età, il tutto prendeva forma: caotico dapprima, poi incominciò a delinearsi. Quel che sembrava un libro da riempire a piacimento o la bislacca idea economica di un'azienda, mettendo il lettore nei panni dell'autore stimolando la fantasia, risultò un insieme di concetti e simboli.
Delia superò la paura di annegare nella pazzia e si vestì di curiosità: non si era mai posta limiti d'apprendimento e quel giorno, seppure l'ostacolo linguistico, non era l'occasione per arrendersi.
Il libro magico, come se avesse un'anima o un proprio pensiero, si nutrì di quella voglia di sapere della persona che lo reggeva tra le mani. Capì, dopo l'intuizione di mostrarsi nella sua vera forma, di avere trovato l'apprendista giusto. Illuminandosi di una luce dorata, come raggi del Sole che picchiano sul viso a chi sposta la tenda della finestra, investì di chiarore il capo dell'ex professoressa del liceo scientifico.
Il bagliore durò per circa tre secondi, forse anche meno, il tempo necessario per trasmettere al cervello della nuova lettrice gli input: essenziali per tradurre simultaneamente l'arcano messaggio riportato in lettere nere stampate su carta.
Oltre la conoscenza sembrò chiaro che qualcos'altro penetrò il corpo della donna: il viso apparve meno stanco del solito, i suoi capelli presero vigore e s'intensificò la tonalità del biondo: un colore che sembrava con il passare dei mesi tendesse a spegnersi.
Delia leggeva con scrupolosa attenzione, ma di sé era rimasto poco: ormai in preda alla malvagità, una pedina alla prima mossa, una causa per un effetto devastante.

Quel rito era il culmine dell'esperienza. Il suo arrivo a ciò che per il mondo intero ebbe l'inizio.
Accese la candela rossa alla sua sinistra, prese il capello rossiccio e sulla fiamma lo bruciò. Solo lei recitava il copione cerimoniale, distaccando il processo che fino alla bruciatura era stato un unico coro dei sette.
Successivamente ad ardere toccò il turno del moro, passato sulla cera alla destra. In posizione centrale la destinazione dell'ultimo rimasto: il capello biondo era il completamento di un sacrificio che portò il possessore iniziale alla morte imminente. Così Delia avvertì con dolore l'arrestarsi del cuore e non ebbe tempo per parole d'addio o qualche esclamazione, morì per procedura: il capello utilizzato era il suo, a differenza delle altre due persone a cui era stato sottratto senza accorgimenti. L'unica delle tre a perire: la sua vita per propiziare il diffondersi del Male.


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