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lavoro pubblicato mercoledì 2 agosto 2017
ultima lettura giovedì 14 dicembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IN MISSIONE IN SPAGNA - Il viaggio delle cellule staminali da ……. a …….

di MariellaBergamini. Letto 841 volte. Dallo scaffale Viaggi

Sono un volontario trasportatore di midollo osseo e cellule staminali. Questo è il racconto di una missione interna in Spagna. Si è conclusa felicemente, ma ci sono stati alcuni imprevisti. Nel bene e nel male sono le persone che fanno la differenza.

Gli angeli della vita

(Questo paragrafo esplicativo è comune a tutti i racconti delle missioni)
Da tempo svolgo attività di volontariato in qualità di trasportatore di midollo osseo e cellule staminali presso il Nucleo Operativo di Protezione Civile di Firenze (NOPC). Parto da Firenze, dove vivo, vado nella località di prelievo, che può essere in Italia o all'estero, e ritiro le cellule prodotte dall'anonimo donatore. Le colloco in un piccolo frigorifero a temperatura controllata e le porto nella città del paziente, a cui verranno trapiantate per la cura di una grave patologia ematica. Il mio compito consiste nel garantire la sicurezza di tutto il trasporto - con particolare riguardo ai controlli negli aeroporti, in quanto le cellule non possono passare attraverso i raggi X - e monitorare le temperature del frigorifero. Il frigo contiene alcune mattonelle per il ghiaccio, che noi in Toscana chiamiamo "i siberini", una sonda che registra le temperature e dei panni isolanti. Le cellule staminali devono essere conservate fra i 4 e gli 8 gradi centigradi, ma soprattutto non devono mai congelare. Se la temperatura non si stabilizza su un valore compreso nell'intervallo di riferimento devo intervenire per aumentarla o ridurla, a seconda dei casi. Non posso mai separarmi dal frigorifero contenente le cellule staminali e devo prestare massima attenzione ad eventuali criticità, perché da me dipende una vita umana. E' una grossa responsabilità, ma la soddisfazione di aver portato a termine con successo una missione è ancor più grande. Costituisce la molla che spinge noi volontari, "gli angeli della vita", ad andare sempre avanti, anche in contesti e momenti storici non facili, come quello che stiamo vivendo.

Tutti i passaggi cruciali della missione vengono comunicati in tempo reale alla centrale operativa, mediante un programma di tracciamento, il tracker. La centrale è autorevolmente diretta da Patrizia, che noi volontari affettuosamente chiamiamo "La Capa", o meglio, "La hapa", con la c e la p strascicate tipiche dei fiorentini. Ci supporta ininterrottamente, h/24, 7 giorni su 7: un'attività di questo tipo richiede necessariamente un coordinamento forte e continuo.

Dopo avervi raccontato delle missioni a Tel Aviv a Luglio 2016 (www.ewriters.it/leggi.asp?W=108660) e a Boston a Dicembre 2016 (www.ewriters.it/leggi.asp?W=112279), ora è la volta di una missione svoltasi interamente in Spagna, che ho effettuato a Giugno 2017. Sulla carta si presentava come tranquilla, ma in realtà nascondeva delle insidie. Trattandosi di un trasporto interno in territorio spagnolo, non posso menzionare né la località di prelievo né quella di consegna. Inoltre, sempre per ragioni di riservatezza, ho omesso alcuni dettagli che potrebbero identificare l'itinerario. Come di consueto, ho aggiunto solo qualche "appunto di viaggio" personale.

Chi volesse saperne di più su altre missioni e sulle attività del NOPC può trovare tutte le informazioni sul relativo sito e sulla pagina Facebook. E se chi legge volesse candidarsi per diventare donatore/trice e/o volontario trasportatore ci contatti liberamente!

La cosiddetta "missione da pensionato"

A causa di impegni professionali, quest'anno a Giugno ho un'unica settimana disponibile per le missioni. Inizialmente mi viene proposto Los Angeles, poi Tel Aviv, ma entrambe le missioni vengono annullate. Infine, per quelle date si concretizza una missione interna in Spagna. Una di quelle che il nostro Presidente chiama scherzosamente "missioni da pensionato": a basso livello di criticità, per quanto possibile data la nostra peculiare attività. A me, sinceramente, va benissimo. Non troppo stressante, mi consente di rispettare il numero di missioni richieste dal nostro protocollo. Al lavoro mi aspetta un periodo pesante e denso di scadenze, per cui preferisco conservare le energie fisiche e nervose. Oltretutto, sono rientrata dalla vacanza in Cina appena un mese fa; meglio distanziare i fastidiosi jet lag, Accetto subito.

Verso la località di prelievo

Arriva il giorno della partenza. Ormai ho preso l'abitudine di fare la valigia la mattina stessa, perché il mio gattone appena la vede entra in crisi e comincia a disperarsi. Come di consueto, prendo "il navetto" per l'aeroporto, ossia mio fratello, che si presta a fare da autista e scatta le foto della partenza. A conferma della bontà della scelta, la missione inizia con i migliori auspici. Per la prima volta indosso la nuovissima maglietta della nostra associazione, per cui sono facilmente riconoscibile. Sull'autobus che mi porta all'aereo una signora italiana mi racconta di aver subito un auto-trapianto di cellule staminali dieci anni fa e, successivamente, di aver avuto una bambina. Ai piedi dell'aereo una signora spagnola, invece, mi dice di essere dovuta andare in Canada per essere sottoposta ad un trapianto cuore-polmoni. Mi fa un sacco di complimenti ed insiste per aiutarmi a portare il frigo per la scaletta, anche se è ancora vuoto. Mi è capitato altre volte di trovare persone, o loro familiari, che sono state sottoposte a trapianto e mi rappresentano la loro stima e la loro gioia. Fa sempre un sacco di piacere!

Arrivo in Spagna. Dopo la tratta in aereo, devo prendere un treno. In tutte le principali stazioni spagnole c'è il controllo dei bagagli. Dato che il frigo è ancora vuoto non ci sono problemi, per cui lo metto sul nastro trasportatore insieme ai bagagli e mi sposto verso la zona di ricezione. L'addetta ai controlli vede la mia maglietta, quindi il frigo sul nastro e mi urla "vacìa?? " (la parola frigo è femminile in spagnolo) "Vuoto??" Rispondo subito: "Sì, vale, la nevera està vacìa. Gracias!" "Sì, tutto a posto, il frigo è vuoto. Grazie!" Ho l'impressione che avesse già il dito pronto sul pulsante di blocco. Fa piacere incontrare persone così scrupolose. Arrivo in tarda serata nella località di prelievo, che si trova sul mare. Per protocollo dobbiamo arrivare almeno il giorno prima. Il giorno successivo faccio finta di essere in vacanza e trascorro una piacevolissima giornata di relax sulla spiaggia. Malgrado la protezione 50, riesco comunque a scottarmi nei punti non ben coperti dalla crema. Fa un caldo terribile. Per questo motivo, Patrizia, la Direttrice, mi ha dato un siberino in più, da utilizzare in caso di necessità.

Maschio o femmina?

La mattina seguente mi reco in ospedale per il ritiro delle cellule. L'edificio è enorme, neanche il tassista sa bene dove si trovi la banca del sangue. Mi lascia all'ingresso principale. Inizio a cercare il laboratorio, perdendomi in quel labirinto di corridoi e ascensori. Chiedo ad un addetto con un grande carrello della biancheria che, gentilissimo, mi accompagna fino al luogo del prelievo. Ritiro e confeziono le sacche. La missione entra nel vivo. Come mi accorgerò ben presto, la vacanza è finita ed iniziano le complicazioni. Arrivo in aeroporto. Ora che ospita le cellule, il frigo non può passare ai raggi X. Lo prende in consegna un poliziotto. Lo seguo e gli consegno i documenti di trasporto ed il mio preziosissimo passaporto. Mi chiede di aprire il frigo e mostrargli il contenuto. Ci sono la sacca con le cellule, una di plasma e tre provette. Il poliziotto obietta che il sangue è liquido e che i siberini superano i 100 ml. consentiti. Gli spiego che non ci sono alternative: il sangue non può assolutamente congelare, mentre le mattonelle per il ghiaccio sono congelate, quindi allo stato solido. Speriamo non realizzi che a lungo andare si scongelano... Il poliziotto non sembra molto convinto. Mi dice che chiederà conferma della mia identità all'organizzazione spagnola che garantisce il trasporto delle cellule. Fortunatamente ho tempo, sono in anticipo. Si allontana con i miei documenti e il telefono. Rientra dopo un po' e mi dice che dovrà telefonare di nuovo, perché non hanno confermato immediatamente la mia identità. Ne approfitto per impacchettare meglio il contenuto del frigo. Sono in un corridoio separato dal flusso dei viaggiatori da una corda, accanto alla scrivania della polizia. Mi sembra di essere in vetrina: capisco come si sentono gli animali allo zoo. Si avvicina un altro giovane poliziotto, incuriosito da cosa sto facendo. Mi chiede di dove sono e quando rispondo Firenze mi dice che è stato in Italia, ma Firenze non gli è piaciuta granché. Invece è rimasto entusiasta di Venezia. Sorrido a denti stretti.

Nel frattempo il poliziotto più anziano non torna. C'è qualche problema. Lo cerco con gli occhi e alla fine lo vedo avvicinarsi perplesso. Mi chiede a che ora ho il volo, mi rassicura che non me lo farà perdere. Però mi dice che dall'organizzazione spagnola gli hanno dato un nome che non coincide col mio, per cui dovrà telefonare di nuovo. Sta cercando comunque di aiutarmi. Mi chiede se c'è stata una sostituzione all'ultimo momento. No, era la mia missione fin dall'inizio. Gli dico che ci sono altri nostri volontari in servizio in Spagna oggi, di cui uno consegna nella mia stessa località. Forse hanno sbagliato a leggere la riga col nome. Mi chiede il nome dell'altro volontario. E' Andrea. "Masculino o feminino?" Rispondo "Es un hombre.". Inizio a capire... Gli hanno comunicato che il corriere deve essere un uomo. "Lei non è Andrea, vero?". A parte che il poliziotto ha in mano il mio passaporto, io vesto la linea curvy dell'OVS. Difficile farmi passare per un uomo... Anche il poliziotto avrebbe preferito che gli avessero dato una risposta diversa. Mi chiede anche se le parole "courier" e "correo" scritte nei documenti accanto al mio nome sono sinonimi. Sì, io sono il corriere, ma certamente non sono un uomo, non sono Andrea. Decido che, se la situazione non si sblocca con la prossima telefonata, chiamerò la centrale operativa. Immagino che Patrizia sia stata già contattata dall'organizzazione spagnola per la conferma della mia identità e sia attaccata al telefono per risolvere il problema. Il tempo passa. Il poliziotto mi ribadisce che non mi farà perdere l'aereo. Finalmente l'ultima telefonata conferma la mia identità. Il poliziotto si scusa, mi dice che ha due figli, io porto liquidi non controllati ai raggi X e se sbaglia paga di persona. Gli rispondo che lo capisco: lui sta facendo il suo lavoro e io il mio. Mi avvio di corsa verso il gate. L'aeroporto non è enorme, ma io non ci sono mai stata. Mi chiama il nostro Presidente, Massimo. Mi chiede dove sono. Gli dico che è tutto risolto, sono al gate. "Sì, ma di quale aeroporto?" Mi conferma che c'è stato un'incomprensione fra l'organizzazione spagnola e la polizia, per cui è stato erroneamente comunicato il nominativo di un altro volontario - maschio - in partenza, più o meno alla stessa ora, da un altro aeroporto spagnolo. Ok, l'importante è aver risolto. Almeno per ora.

Inutile chiedere quando non c'è la volontà di aiutare

Mi imbarco finalmente sull'aereo. Il posto assegnatomi è sull'uscita di sicurezza, per cui non posso tenere con me il frigo con le cellule. Chiedo alla giovane hostess che sta in coda la cortesia di cambiarmelo. Ce ne sono diversi liberi, l'aereo non è al completo. Mi dice che posso mettere il frigo nella cappelliera. Dopo che le ho ripetuto per tre volte che non posso separarmene, chiede istruzioni via telefono e quindi mi assegna un altro posto. Controllo la temperatura del frigo, per vedere se ha recuperato lo sbalzo termico dell'apertura. Ancora non si è stabilizzato, ma siamo comunque nel range. La giornata è caldissima, malgrado l'aria condizionata.

All'ora stabilita il volo non parte. I portelloni sono aperti, non ci viene data nessuna informazione. Solo dai discorsi dei passeggeri capisco che stanno aspettando un gruppo di persone con disabilità. Ho un po' di tempo per la coincidenza nell'altro aeroporto, per cui aspetto a preoccuparmi. Il gruppo arriva dopo una quarantina di minuti, con la sua guida. Uno di loro si siede accanto a me e, gentilissimo, insiste per tenere la mia borsa sotto il suo sedile, dato che io ho anche il frigo. Ma il volo ancora non parte. Informazioni zero. Probabilmente ha perso lo slot e sta aspettando quello nuovo dalla torre di controllo. In questi casi i tempi possono farsi lunghi e avere a bordo un passeggero che ha urgenza documentata di partire può essere utile anche per la compagnia aerea. Mi rivolgo quindi nuovamente alla solita hostess. Mi dice che stiamo per partire e che molto probabilmente riuscirò a prendere la coincidenza. Probabilmente? E se i tempi si allungano? Non mi fido. La temperatura del frigo si sta leggermente, ma inesorabilmente, rialzando. Se i tempi di consegna vengono rispettati rimango nel range, altrimenti no. Per prudenza mi gioco il siberino di riserva, consapevole che da quel momento in poi, qualunque cosa succeda, non potrò riaprire il frigo, pena un eccessivo innalzamento della temperatura, contro il quale non ho più armi. Si rivelerà la scelta vincente.

Finalmente partiamo. Atterriamo nella località di connessione nello stesso momento in cui si apre l'imbarco del mio volo. L'aeroporto è immenso, rischio di non farcela. L'altoparlante annuncia i gate di connessione, ma non il mio. Bruttissimo segno, danno già per scontato che io abbia perso l'aereo. I passeggeri destinati ad un'altra città spagnola, anche loro parecchio precisi sui tempi, verranno recuperati direttamente dall'aereo. Io no. Col frigo in mano, in controsenso, fendo la fila di passeggeri già in piedi per recuperare i bagagli e contatto la solita hostess. Le spiego il problema. Stavolta in inglese, non in spagnolo, per essere sicura che mi capisca bene. Le chiedo che avvisi il gate che sto arrivando con le cellule. Mi dice che proverà a farlo, ma secondo lei non servirà a niente. Se avesse segnalato le mie necessità fin da quando gliele ho fatte presenti probabilmente ci sarebbe stato qualcuno ad aspettare anche me per condurmi all'aereo. Collaborazione zero. Nel frattempo, un passeggero spagnolo si lamenta con la hostess che "Quella col frigorifero sta importunando con le sue continue richieste." Gli rispondo che il frigorifero contiene midollo osseo destinato ad un malato di leucemia spagnolo che aspetta un trapianto. E che io sono una volontaria, partita apposta dall'Italia per portarglielo. Mi spiace solo di non avere un adeguato livello di conoscenza di parolacce in spagnolo, ma mi ripropongo di impararle alla prima occasione. Qualcuno mi ha detto che avrei dovuto augurargli di trovarsi, lui o un suo familiare, nella situazione di aver bisogno di un trapianto. Sinceramente non riesco a farlo. E comunque, anche in quel caso, non cambierebbe niente. Se il passeggero scortese avesse bisogno, noi ci saremmo sempre e comunque. L'importante è perché si fa, non per chi lo si fa.

L'ultimo volo

Pur non trovando aiuto in aereo, decido di provare comunque fino in fondo a prendere il mio volo. I due gate non sono lontanissimi e il volo risulta in last call. Mi metto a correre verso l'imbarco. Il tabellone riporta sempre last call. Forse ce la posso fare. Quando giro l'ultimo angolo, proprio di fronte al gate, l'imbarco viene chiuso. Mi rivolgo all'impiegata, chiedendole se può riaprire il volo che è stato appena chiuso. Mi qualifico, le mostro tutti i documenti. Le spiego che il paziente sta aspettando le cellule per il trapianto ed un ritardo potrebbe essere fatale. Lei controlla a video e chiama subito qualcuno al telefono. Specifica che sono Bergamini, il corriere delle cellule. Dall'altra parte le chiedono la conferma del nome. Mi illudo di farcela. Invece si scusa, dicendomi che non è stata autorizzata a farmi salire. Il volo è inesorabilmente perso. Mi rendo conto di essere sudata da capo a piedi e non solo perché fa caldo. Anche quando sono andata in Cina, due mesi fa, il nostro aereo è arrivato in ritardo per la connessione, ma la compagnia aerea ha riaperto il volo per Pechino, che non era pienissimo, per recuperare 8 passeggeri, che stavano arrivando di corsa in ordine sparso. Oggi la compagnia spagnola ha ritardato la partenza del primo volo, facendomi perdere la coincidenza, per aspettare un gruppo di passeggeri. Ma io sono una sola e, pertanto, non ho lo stesso peso contrattuale. Purtroppo è solo una questione di costi e ricavi.

Se fossi riuscita a prendere il volo programmato, entro due ore la consegna delle cellule sarebbe stata felicemente conclusa. Invece vengo riprotetta sull'ultimo volo della giornata, per cui consegnerò in notturna. Devo aspettare oltre 5 ore in aeroporto, però c'è l'aria condizionata e mi sono portata del lavoro da fare. Mi potrebbe andare peggio. Chiamo Patrizia e le confermo che, purtroppo, non ce l'ho fatta a prendere il volo, per cui aspetterò l'ultimo. Ma lei, giustamente, teme ulteriori imprevisti, che potrebbero mettere a repentaglio il buon esito della missione. Nel caso, per qualunque motivo, l'ultimo volo avesse dei problemi, non sarei in grado di raggiungere in tempo la località di trapianto. Fa molto caldo, il frigo non reggerebbe per un'intera notte e non ho più siberini aggiuntivi. Viene quindi deciso che raggiungerò la località di trapianto con un treno veloce a lunga percorrenza, anziché in aereo. E' più lungo e faticoso, ma senz'altro più sicuro. Patrizia compra il biglietto per l'ultimo treno della giornata e me lo manda sullo smartphone. Impiego circa un'ora per raggiungere la stazione ferroviaria, dove trovo l'altro volontario, il famoso Andrea. Ha fatto il prelievo negli USA e consegneremo insieme, nella stessa località, in tardissima serata. Se avessi preso il mio volo, a quest'ora avrei già consegnato. Invece sono ancora molto distante dalla destinazione.

Malgrado il treno sia di quelli veloci, il viaggio è lungo. La giornata è caldissima: fuori dall'aeroporto si registravano addirittura 40 gradi. Alle 21 siamo a 35°. Nello scompartimento fa così caldo che sembra che l'aria condizionata non funzioni. Però, non appena vado in bagno, sempre portandomi dietro il frigo, mi accorgo della differenza. L'aria condizionata c'è, ma più di così non riesce a fare. Fortunatamente il frigo regge e la temperatura si è stabilizzata. Arriviamo all'ospedale poco prima di mezzanotte. Io avrei dovuto consegnare oltre 6 ore prima. All'ingresso ci intercetta un vigilante, che ci accompagna fino al banco del sangue, dove c'è un'infermiera ad aspettarci. Controlla la lista, ma nel suo elenco i codici dei nostri trapianti non ci sono. E ora? Chiama un altro laboratorio, fortunatamente lì aspettano proprio noi. Finalmente riusciamo a consegnare. Nella foto ricordo sorrido, ma oltre che contenta sono stanca, appiccicosa e molto arrabbiata con la compagnia aerea che mi ha lasciata a terra. Nello stesso aeroporto, la settimana successiva, un altro volontario verrà bloccato al check in e rischierà seriamente di perdere l'ultimo volo utile per la destinazione di trapianto, col rischio di compromettere l'intera missione e mettere a repentaglio la vita del paziente. Fortunatamente anche in quell'occasione dimostriamo di essere più forti delle avversità.

Ritorno a casa

Trascorro con Andrea una piacevolissima giornata nella località di consegna, anche se l'adrenalina è ancora in circolo. Il giorno successivo ripartiamo. Facciamo scalo nell'aeroporto dell'andata. Lì incontriamo un'altra nostra volontaria, Roberta, che ha consegnato anche lei in Spagna, dopo aver ritirato in Polonia. Voliamo sempre con la solita compagnia aerea. Salgo per prima e metto il frigo vuoto nella cappelliera. La hostess mi chiede cosa c'è dentro. La rassicuro che c'è solo strumentazione medica, non contiene più le cellule. Dopo pochi minuti mi invita a recarmi dal comandante con tutte le mie cose, frigo compreso. Siamo tutti lì: io, Andrea e Roberta, sotto gli occhi degli altri passeggeri che stanno salendo. Il comandante ci pone le stesse domande sul contenuto dei frigoriferi e, malgrado le rassicurazioni sull'assenza di cellule, ce li fa aprire. Contesta la presenza dei siberini, ancorché congelati, e anche la sonda non lo convince. Chiede più volte se trasportiamo ghiaccio secco. Sostiene che non è ammesso dalla sua compagnia aerea. A dire il vero, nessuno aveva mai sollevato il problema prima d'ora. Comunque non ne abbiamo, il nostro protocollo non ne ammette l'uso. Finalmente riusciamo a partire e torniamo a casa. Ma se avessimo avuto le cellule la situazione sarebbe stata molto più complicata. Durante il viaggio sfoglio la rivista della compagnia aerea. Fra i gadget c'è una graziosissima targhetta per i bagagli con il logo della compagnia. Mi piace molto e mi farebbe anche comodo, dato che ho perso una delle mie. Sto per comprarla, ma ci ripenso. Penso ai problemi sorti durante il viaggio e decido di compiere un piccolissimo gesto di boicottaggio verso la compagnia aerea. Niente targhetta. Così impara a lasciarmi a terra.
Il mese di Luglio trascorre veloce, caldissimo e pieno di impegni come si era preannunciato. Mi cercano per una missione, ma non ho proprio disponibilità di tempo fino alla metà di Agosto. Per quelle date mi viene proposta un'altra missione interna in Spagna, tranquilla, proprio una di quelle "da pensionato". Ci devo credere? Vi farò sapere...



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