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lavoro pubblicato sabato 22 luglio 2017
ultima lettura martedì 18 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il maledetto

di Misantropo. Letto 368 volte. Dallo scaffale Fantasia

Passi attutiti. Il clangore del metallo che colpisce il metallo, seguito dal cigolio sommesso di cardini pesanti."Mi avete portato la carta che vi avevo chiesto? Siete stato ra..." Il bardo si zittì, socchiudendo gli occhi in un'espres...

Passi attutiti. Il clangore del metallo che colpisce il metallo, seguito dal cigolio sommesso di cardini pesanti.
"Mi avete portato la carta che vi avevo chiesto? Siete stato ra..." Il bardo si zittì, socchiudendo gli occhi in un'espressione indagatrice. La guardia era scivolata nell'angolo, per permettere ai due elfi di entrare nella piccola cella. Portavano entrambi le vesti color ardesia dell'Ordine e quello più alto aveva il capo coperto da un'infula nera.
"Sono l'Inquisitrice Velodil e questo è il mio scrivano, Gareth." Lo scrivano, un giovane col volto coperto di lentiggini, accennò un sorriso e si sedette al tavolino, scostando la scodella sporca per fare posto a calamaio e codice.
"Vi aspettavo."
Ad un cenno dell'inquisitrice, la guardia richiuse la porta. Il bardo rimase immobile, seduto sul pagliericcio con le gambe incrociate, la schiena curva e un'espressione indefinibile sul volto.
Velodil prese posto di fronte a lui. Nulla, nei suoi gesti placidi, nel suo portamento delicato e nel suo sguardo impassibile, avrebbe potuto tradire l'autorità della sua carica: solamente le vesti.
"A quanto mi è stato riferito, avete una storia piuttosto interessante in serbo per me."
"Cosa vi hanno raccontato?"
"Molte cose e nessuna. Vorrei ascoltare la vostra versione dei fatti prima di giungere al processo."
"Chiedete pure. Tanto non ho altro da fare."
"Sembrate tranquillo. Non avete paura di morire? Presumo siate stato informato che se le accuse a vostro carico fossero confermate, vi attenderebbe il patibolo."
"Se voi aveste visto quello che ho visto io, la morte vi sembrerebbe una liberazione."
L'inquisitrice rimase in silenzio, scrutando l'interlocutore per qualche secondo. Era sollievo quello che leggeva nei suoi occhi? Oppure rassegnazione?
"Siete rimasto nascosto per diciassette anni. Nessuno avrebbe mai scoperto il vostro crimine. Perché siete tornato a Torre Marmorea? Perché vi siete consegnato?"
"Perché Dianthus, figlio di Telchar, dev'essere distrutto." Il volto del bardo si contrasse in una smorfia. "Ho compiuto un errore atroce e adesso potrebbe essere troppo tardi per rimediare." Si voltò verso la finestra, chiusa da pesanti sbarre. Si mise in ascolto, con i muscoli del collo contratti. "Sta venendo qui, lo sento. Sta venendo a prendermi!"
L'inquisitrice sorrise. "Se fossi in voi non mi preoccuperei per una simile eventualità. Per farvi evadere da questa fortezza, il ragazzo dovrebbe abbattere un intero contingente di guardie."
"Voi non lo conoscete. Non avete visto quello che è capace di fare. Voi..." La voce del bardo era sempre più stridula. "Dovete abbatterlo prima che si accorga della vostra presenza. Per gli Dèi, non fatevi vedere! Lui non è come..."
"Calmatevi, ora. Questa non è una delle vostre ballate. Prendete dell'acqua...ecco." Lo scrivano riempì il bicchiere di coccio e lo porse al prigioniero. "Questo è il mondo reale, Calimor. Qui non ci sono eroi capaci di sterminare, da soli, intere legioni. Le mura della prigione sono solide e le guardie ben addestrate. Siete al sicuro." Al sicuro da una fuga ma non dalla forca, ovviamente. Il bardo bevve, prese un profondo respiro e rimase per qualche secondo con gli occhi chiusi.
"Iniziamo dal principio. Come vi chiamate?"
"Il mio nome è Calimor, figlio di Othar. Un tempo ero noto come uno dei più celebri lindar di Torre Marmorea."
"Proseguite. Raccontatemi la vostra storia."
"Mio padre avrebbe voluto che io diventassi un mago, ma non era la strada per me. Tutte quelle ore sui libri, tutte quelle dispute su argomenti di pura teoria mi annoiavano. Io cercavo la vita, la passione, l'irrazionale. La Verità non mi importava, perché avevo capito che non aveva nulla a che fare con la Bellezza o, meglio, che la fredda Bellezza del Trivio e del Quadrivio non mi interessava. Io odiavo la misura, odiavo l'ordine scandito dalla matematica. Agognavo l'Amore e l'Assoluto. Ero solo un ragazzo ingenuo. Adesso darei un braccio pur di riavere indietro anche solo un briciolo di quella noia, di quella certezza. Vorrei poter vedere di nuovo il mondo secondo le sue leggi."
"Dall'archivio dell'Università risulta che voi ne siate stato espulso alla fine del primo anno. Potreste dirmi il motivo?"
"Nel corso di una disputa insultai uno dei miei insegnanti. Come vi ho detto, sopportavo male le restrizioni del metodo. Che importanza ha ora?"
"Cos'avete fatto dopo l'espulsione?"
"Mi sono unito a un piccolo gruppo di teatranti. Il poco che avevo imparato all'Università mi permetteva di eseguire dei trucchetti e dei giochi che riscuotevano molto successo, soprattutto fra i bambini. Ricordo che la mia prima esibizione si tenne fuori dalla cattedrale di Kalym, durante la Fiera di Mezza Estate."
"Kalym è una città umana."
"Al tempo, gli scambi con le altre razze non erano vietati. Dovreste saperlo meglio di me."
L'inquisitrice reagì all'insolenza con un sorriso sornione.
"Per favore, non anticipate gli argomenti della nostra conversazione: vi chiederò conto della vostra ribellione a tempo debito. Per ora, mi interessa solamente..."
"La mia ribellione è stata..."
Un vago cenno dell'inquisitrice fu sufficiente a zittire il bardo.
"A tempo debito. Adesso parlatemi di voi, Calimor. Amavate la vostra nuova, confusionaria vita?"
"Sì, signora, anche se all'epoca non ero in grado di rendermene conto appieno. Vivevo da ramingo e avevo tutto quanto potessi desiderare: la passione, la libertà e l'amore."
"Frequentavate una donna?"
"Più di una, ma non era loro che amavo. Io vivevo per la mia arte e per il plauso dei miei molti ammiratori. Mi acclamavano, pendevano dalle mie labbra, si accalcavano attorno a me nelle locande, mi lasciavano un posto accanto al fuoco e rimanevano in attesa, mentre con lentezza sapientemente calcolata accordavo il liuto e mi accingevo a cantare. Tutti amavano le mie storie. Del resto, chi non ama i bardi? Le ragazze mandavano le loro amiche a implorare la mia attenzione, arrossivano innanzi al mio sguardo e, lo so, formulavano fantasie in cui io, l'affascinante straniero appena giunto in paese, donavo a loro, e a loro sole, il mio cuore. Lei sarebbe stata l'ispiratrice delle mie ballate, non l'amica d'infanzia, non la corteggiatissima figlia del Conestabile. Lei sola.
Negli ultimi anni ho compiuto molti sbagli. Sono stato arrogante, cieco! Pensavo che il loro amore mi fosse dovuto, che il mondo intero dovesse inchinarsi innanzi a me e baciare, adorante, i miei piedi. Pensavo che il mondo fosse solamente una rassegna di spunti, che il mio status di eterno osservatore e di geniale poeta mi mettesse al di sopra di tutto e di tutti. Solo adesso mi rendo conto di quanto sia stato stolto. Se solo potessi tornare indietro, riavvolgere il corso degli eventi come si avvolge un filo intorno alla spola!"
L'inquisitrice si protese verso il prigioniero.
"Non ci è concesso cambiare il passato, Calimor, ma gli Dèi non sono sordi ad un cuore contrito e sofferente. Io sono qui perché voi possiate sgravarvi l'anima e ritrovare la pace."
Il bardo si ritrasse, incerto.
"Dianthus..."
"Procedete con ordine. Quando è iniziata l'ultima avventura di Calimor il bardo?"
"L'ultima avventura di Calimor il bardo è iniziata circa diciannove anni fa, nell'ufficio di un nano. Alla miniera di carbone si era verificato un cedimento, che aveva portato alla luce un tratto di un tunnel scavato nel cuore della montagna. Era appena iniziata la primavera ma fuori faceva ancora freddo. Rammento distintamente l'odore del legno che ardeva, scoppiettando, nel caminetto. La superficie del tavolo, decisamente troppo basso per me, era leggermente scheggiata. Il mio interlocutore se ne stava seduto con le spalle al caminetto e i tratti severi del suo volto erano accentuati dal chiaroscuro. Le gote che sporgevano dalla folta barba mi facevano pensare a una maschera comica. Pur provando un profondo rispetto nei confronti di quel popolo, non sono mai riuscito a prenderlo sul serio: gli arti corti, la corporatura massiccia e i modi decisi mi sono sempre sembrati buffi, come quelli di un cagnolino che si arrabatti a scendere una scala rincorrendo una palla.
Il direttore della miniera aveva un timbro vocale grave e parlava arrotolandosi un baffo rossiccio fra le dita tozze, senza guardarmi in faccia. La mia presenza sembrava irritarlo, come nella migliore tradizione comica sui difficili rapporti fra elfi e nani. Ripensandoci ora, i tempi precedenti alla Grande Riforma di Losille mi sembrano così lieti da sfiorare l'idillio, ma...no, intendevo dire che..."
Lo scrivano lanciò un'occhiata al volto dell'inquisitrice, immobile come quello di una statua.
"Dovete esservi sentito molto fiero di voi stesso! Venire convocato in una miniera nanica!"
"Ero stato incaricato di visionare alcuni reperti rinvenuti nell'ala appena scoperta. Fu con passo tronfio che mi incamminai nella miniera, compiacendomi dell'eco provocata dai miei stivali e dal baluginare delle mie chiome candide nell'oscurità. La volta era bassa, quindi dovevo rimanere piegato e lasciare che il bordo del mio mantello strusciasse sul pavimento lercio.
Ecco, l'eroe viene contattato dal popolano smarrito per risolvere l'arcano: la misteriosa iscrizione conduce alla scoperta di una favolosa città che, rimasta sepolta nel mito per millenni, cela conoscenze e artefatti di immenso potere. Già mi immaginavo intento ad esplorare sotterranei pieni di trappole, abbattere mostri terrificanti, conquistare fanciulle di rara bellezza e guadagnare una gloria sempiterna. Io, abituato a narrare, sarei stato, questa volta, protagonista della saga più epica che fosse mai stata cantata! Fantasticavo ma, in fondo, non credevo affatto a simili prospettive."
"Giungeste a destinazione e...cosa trovaste?"
l bardo, esaltato dal proprio racconto, si era seduto sull'orlo del pagliericcio, lasciando che i piedi toccassero terra ed enfatizzando le parole con ampi gesti.
"L'ala misteriosa si trovava molto in profondità, in fondo ad un tunnel percorribile solo per mezzo di un ascensore azionato da una complessa serie di carrucole. L'oscurità, il silenzio e la consapevolezza di essere separato dall'accecante mondo di superficie da centinaia di metri di roccia infondevano in me un senso di protezione e di calma. Gli operai avevano rimosso i detriti, quindi penetrai nel cunicolo senza fatica.
La prima cosa che notai fu l'altezza del passaggio, che sembrava essere stato progettato per gente della mia taglia. Il breve corridoio, sormontato da una volta ogivale, era chiuso da un muro, a metà del quale di apriva una bifora cieca. All'epoca pensai che quell'elemento architettonico fosse più curioso che inquietante, mentre adesso non posso che ricordarlo con un brivido d'orrore. Quella finestra si apriva sul nulla eterno.
Ai suoi piedi erano accasciati i resti mummificati di un individuo. Nemmeno questo mi turbò. Nemmeno il ghigno al tempo stesso beffardo e disperato modellato sulla materia tragica del suo volto. Ero ipnotizzato dalla scena. Le vesti del morto, conservate molto bene, tradivano la sua appartenenza a un ceto elevato del periodo della Reggenza, mentre il ciondolo che portava al collo - e che, da solo, mi avrebbe permesso di acquistare una casetta nel Quartiere dei Mercanti - lo identificava come un Mago Errante. Fra le dita incartapecorite reggeva ancora un piccolo codice e un pennino. Stavo per avventarmi sulle pagine, quando un leggero scricchiolio sotto le suole mi fece sobbalzare. Il silenzio era così totale che un rumore attutito come quello mi parve più intenso del rombo di un tuono. Mi voltai di scatto verso l'entrata, col cuore che mi martellava nel petto. Il corridoio sembrava sprofondare in un'impenetrabile oscurità. Solo in quel momento mi resi conto dell'evidente contraddizione insita in quel luogo che, all'apparenza, non possedeva né entrate né uscite."
L'inquisitrice aggrottò le sopracciglia.
"Spiegatevi meglio."
"Nella stanza...o corridoio...non c'erano aperture. I nani avevano sfondato la parete ovest che, appunto, era murata."
"Nemmeno una porta magica o qualcosa del genere?"
"Formulai anch'io questa ipotesi, ma l'équipe dell'Università che, più tardi, fece un accurato sopralluogo non trovò niente."
"Non mi state dicendo tutto. Ve lo leggo negli occhi."
"Ho elaborato un'altra ipotesi, ma ve la esporrò al termine del racconto. Non la capireste senza aver prima sentito parlare di Malbeth. Nessuno potrebbe capire. Tenete solo a mente questo dettaglio: i granellini, sparpagliati sul pavimento in una polvere sottile, luccicavano come diamanti."
"Erano magici?"
"No, non magici. Non nell'accezione che credete. Ascoltatemi, ora. Con molta delicatezza sfilai il libriccino dalla morsa del suo proprietario e iniziai a sfogliarlo. Le pagine erano pene di appunti in quella che ipotizzai essere una corsiva arcana, per me del tutto incomprensibile, nonché da schizzi che, accurati nella prima metà delle pagine, si facevano sempre più infantili, fino a ridursi a veri e propri scarabocchi."
"Cosa raffiguravano?"
"I primi ritraevano volti, dettagli architettonici e indicazioni di un percorso."
"E gli ultimi?"
"Non lo so. Erano ammassi di segni incoerenti."
"Il quaderno è rimasto in vostro possesso?"
"L'ho recuperato dalle rovine, prima di fuggire."
"Cosa ne avete fatto?"
Calimor conficcò le pupille in quelle dell'inquisitrice, con aria di sfida.
"L'ho bruciato."
"L'avete...per gli Dèi! Avete distrutto un documento storico di enorme valore!"
"Io sono l'unico a conoscere la strada per giungere a Malbeth. Sono l'unico e quel segreto morirà con me. Deve morire con me."
Lo scrivano impallidì e si chinò sulle pagine, mentre sul volto dell'inquisitrice si dipingeva un'espressione feroce.
"Proseguite. Fu allora che contattaste Telchar?"
"La soluzione di quel mistero richiedeva conoscenze ben più approfondite delle mie, quindi ricorsi a lui. Ero sicuro che il materiale sul quale avevo messo le mani l'avrebbe mandato in visibilio, dato che era un grande appassionato di paleografia e si era da poco laureato con uno studio su un manoscritto della Reggenza. Era stato il mio coinquilino all'Università e gli volevo bene come a un fratello. All'epoca viveva in un piccolo appartamento nel Quartiere Universitario, assieme a due compagni di studi."
"Eravate a conoscenza della sua identità? Sapevate chi fosse sua madre?"
"Certamente. L'ho anche incontrata, un paio di volte, quando era solo una sacerdotessa come tante."
Il tono irrispettoso con il quale il bardo si era riferito alla Riformatrice disegnò una profonda ruga sulla fronte di Velodil.
"In quali occasioni?"
"La prima volta fu all'Università. Lei aveva annunciato la sua visita, quindi io e Telchar trascorremmo qualche giorno a pulire, riordinare e rassettare l'appartamento, in modo da renderlo degno della sua presenza. Lui mi parlava spesso della severità della madre, della quale avrei voluto prendermi gioco. Non ho mai sopportato di dovermi uniformare alle aspettative altrui."
"Avete mai pensato che questo sia uno dei motivi per cui ora vi trovate a marcire in una cella?"
"Ve lo ripeto, inquisitrice. Ci sono cose, a questo mondo, che superano di gran lunga l'autorità e i feticci che vi stanno tanto a cuore. Le mie certezze, le nostre certezze sono solo polvere! Io l'ho visto a Malbeth e l'ho visto quando Dianthus ha scannato quei briganti senza nemmeno toccarli! Io..."
L'inquisitrice si alzò di scatto, rovesciando lo sgabello dietro di sé. Lo scrivano si appiattì contro la sedia.
"Voi...!"
Calimor balzò a sua volta in piedi, protendendo il petto contro il dito teso dell'inquisitrice.
"Io non sono uno sciocco! Credete che non abbia colto il vostro intento? Voi volete sapere dove si trovi Malbeth!"
La chierica, furente, ritrasse la mano, indietreggiò di un passo e, con un movimento ampio, indicò la porta.
"E lo saprò, feccia d'un bardo! Quando inizieranno a strapparvi le unghie piangerete come un suino scannato! Gareth!"
Lo scrivano scattò sull'attenti, bianco in volto.
Il bardo era fermo come una polena.
"Credete che le vostre minacce possano intimorirmi? Io so quello che pensate, inquisitrice, so quello che pensano Losille e il Consiglio, perché è esattamente quello che pensavamo noi."
"Vale a dire?!"
"Che a Malbeth si celassero conoscenze e tesori di immenso potere. Non intendo negarlo: è tutto vero."
"Un potere di cui voi vi siete appropriati. Non è vero?"
"No. Lo dico a voi come lo dissi alla Grande Sacerdotessa, diciassette anni fa. La missione è fallita." Calimor si sedette di nuovo sul pagliericcio, scuotendo il capo. "Malbeth era un osso troppo duro per noi, come lo sarebbe stato per chiunque; forse addirittura per un dio."
"Perché dovrei credervi?"
"Vi chiedo solo di ascoltare il resto della storia. Non vi eravate offerta di aiutarmi a trovare la pace?"
L'inquisitrice rispose con un lungo, gelido silenzio. Dopo aver fatto appello a tutto il proprio coraggio, Gareth si schiarì la voce e si rivolse alla sua superiore. "Signora, potrebbe essere interessante sentire cosa il prigioniero abbia da dire. E se non..."
"Se non mentisse?" Tuonò l'inquisitrice. "Vuoi dire questo, Gareth?"
Lo scrivano deglutì rumorosamente. "Scusate, signora." Si umettò le labbra. "Pensavo fossimo qui per apprendere la sua versione dei fatti."
L'inquisitrice incrociò le braccia sul petto, corrucciata. "Appunto. Queste sono solo menzogne." Folgorò Calimor con lo sguardo. "Un cuore tanto duro può essere mosso solo dalla tortura."
Il bardo rivolse ai due prelati uno sguardo sconfitto. "Cosa volete sentire? Sono morti tutti. Malbeth ci ha vinti senza scampo."
"Menzogne!"
"Guardatemi in faccia, inquisitrice. Vi sembro un individuo potente?" L'elfo abbassò il capo. "Da diciassette anni non ho pace né conforto. La mia mente si è rivoltata contro di me! Potete capirlo, questo? E voi mi parlate di potere! Ho visto cose che non dovrebbero esistere a questo mondo, che sembravano troppo assurde anche per un incubo! Non riesco a liberarmene! Quei ricordi sono come un tarlo che si fa strada nel mio cervello. Vi siete mai trovata a fuggire lungo corridoi ove ogni curva cela un paradosso, lungo scalinate infinite, accanto a cascate che cadono verso il cielo, ad affannarvi e affannarvi per fuggire dalle urla atroci di una bestia deforme, solo per scoprire che quelle urla, che quei riflessi mostruosi erano il vostro stesso riflesso? L'avete mai fatto, se non in un incubo? Ricordate ogni dettaglio? Io sì. Sono morti tutti! Tutti, dal primo all'ultimo e avevano sul volto i segni di un terrore disumano! Quell'ombra cammina ancora accanto a me! Mi credete pazzo? Forse lo sono. Se la mia è follia, allora, o se gli Dèi hanno anche solo un minimo di pietà nei confronti dei mortali, perché nessuno vi pone fine? Perché sono stato troppo codardo per farlo io stesso?"
Calimor si avventò contro l'inquisitrice, afferrandola per la veste e scuotendola con una violenza disperata. "Parlate! Voi conoscete gli Dèi! Non c'è speranza?!" La sua domanda echeggiò nella bassa volta in muratura, perdendosi nel rimbombo attutito di uno scalpiccio e in una breve serie di colpi alla porta.
"Inquisitrice?" La guardia aprì lo spioncino. "Inquisitrice, cosa sta succedendo?"
Velodil era atterrita. Il bardo scivolò a terra.
"Inquisitrice!"
La chiave girò nella toppa con due scatti secchi. Non appena la porta si aprì, Gareth si parò innanzi alla guardia, bloccandola prima che potesse entrare nella stanza.
"Non c'è nulla di cui preoccuparsi, non temete."
Gareth sfoggiò il più convincente dei suoi sorrisi. La guardia cercava di sbirciare da sopra la sua spalla.
"Ho sentito delle urla."
"Non è null..."
La guardia scostò lo scrivano.
"Non avete sentito il mio segretario?" La voce dell'inquisitrice non tradiva alcuna emozione. "Il prigioniero si sta confessando."
"Signora, costui è pericoloso. Fate attenzione."
"Lo sono anch'io. Adesso andate."
"Come ordinate."
Dopo un paio di secondi di esitazione, la guardia richiuse la porta.
Velodil lasciò ricadere una mano lungo il fianco, in modo da sfiorare il capo chino e i capelli sporchi di Calimor. Il bardo strinse la mano dell'inquisitrice e, dopo averle rivolto uno sguardo carico di gratitudine, affondò il volto fra le pieghe della sua veste, singhiozzando.
Gareth sollevò lo sgabello, lo avvicinò alla sua superiore e tornò a sedersi al suo posto; dopo essersi versato dell'acqua e averne bevuto una lunga sorsata rimase in attesa, con lo stilo in equilibrio fra le dita. L'inquisitrice si sedette, mentre il prigioniero continuava a piangere ai suoi piedi.
Quando il bardo si fu sfogato, l'interrogatorio riprese da dove si era interrotto.
"Parlatemi di quando vi recaste da Telchar, dopo aver lasciato la miniera."
"Giunsi all'appartamento verso sera, proprio nel momento del cambio della guardia, e fui accolto da Telchar e Pegol, che in quel momento erano soli: i coinquilini erano già usciti per il consueto giro delle taverne, mentre Telchar si era attardato su un volume e non sembrava avere la minima intenzione di separarsi dalla coperta e dalla tazza di tisana fumante che stringeva in mano. Non ci vedevamo da parecchio tempo, quindi trascorremmo buona parte della serata a scambiarci aneddoti e pettegolezzi. La luce fredda e sognante dei cristalli, la calma di quella serata, il peso di Pegol sulle ginocchia, il suo pelo ispido sotto le dita mi sembrano così belli, ora! Non mi rendevo conto di quanto fossi fortunato, di quanto la mia vita, le nostre vite fossero perfette. Telchar se ne stava comodamente seduto sulla panca e mi fissava col suo consueto sguardo benevolo e placido."
"Pegol era il famiglio di Telchar?"
"Sì. Era il frutto di un esperimento: un assemblaggio di diversi pezzi di gatto, animati con la necromanzia. Sembrava in tutto e per tutto un gatto vivo e, anzi, sono convinto che in cuor suo lo fosse. Per qualche strana ragione sputava anche le palle di pelo, di tanto in tanto."
Gareth rise.
"Appena iniziai a raccontare della miniera, Telchar raddrizzò la schiena e si protese verso di me, incuriosito; i suoi occhi sfavillavano di curiosità quando, al termine della narrazione, gli mostrai il ciondolo e il quaderno. Me li strappò entrambi di mano e iniziò a esaminarli. Pegol, dal canto suo, ebbe una reazione bizzarra: non appena estrassi gli oggetti dalla borsa schizzò via dal mio grembo e iniziò a soffiarmi contro, col pelo ritto e le piccole zanne scoperte. Mentre Telchar iniziava a sfogliare le pagine, io cercai di avvicinare nuovamente la bestiola, offrendogli le dita da annusare e parlandogli in tono calmo, ma non ci fu niente da fare. Telchar sembrava non accorgersene nemmeno. Estrasse un poderoso dizionario da sotto una pila di altri volumi e si mise subito all'opera, congedandomi rapidamente.
Un paio di mesi più tardi, varcavo trionfalmente l'imponente atrio della sala delle udienze della Matriarca, accompagnato da Telchar e niente meno che Losille e Sua Eccellenza l'Arcimago. Inutile dire che non mi ero mai sentito così esaltato in vita mia. Di più: mi sentivo al mio posto, al cospetto delle massime cariche della mia città, meritevole d'aver effettuato una scoperta d'importanza capitale. Malbeth, la Città Perduta, citata in leggende già antiche duemila anni fa, esisteva veramente! L'Università si era precipitata nella miniera, per iniziare subito gli studi sul sito e l'Arcimago aveva preteso di dirigere i lavori di persona. Il taccuino conteneva informazioni abbastanza precise sull'ubicazione della città e, a quanto mi era stato riferito, cenni su tesori così favolosi da costituire essi stessi una leggenda. Le mie fantasticherie si stavano avverando! Ero fuori di me per la gioia: io, Calimor, avrei varcato per primo le porte della Città Perduta, dopo millenni di silenzio e, soprattutto, avrei visto riconosciuto il mio talento. Telchar, dal canto suo, sembrava consapevole delle conseguenze che le scoperte avrebbero avuto sia sullo stato dell'arte che sulla sua carriera. Avremmo guadagnato fama, conoscenze, esperienze e denaro. Nel taccuino si accennava a immensi tesori ed io ero certo che i responsabili della spedizione ci avrebbero permesso di intascare almeno qualcosa.
Ricordo che il palazzo della Matriarca mi lasciò alquanto deluso: mi era stato descritto come un portento di architettura, sfavillante di gemme, bracieri lavorati, tessuti preziosi e artefatti esotici, mentre mi trovai davanti ad uno stanzone spoglio, debolmente illuminato e presieduto da un'elfa dall'aspetto modesto e dimesso. Dov'era lo splendido diadema di cui avevo tanto sentito parlare, forgiato ai tempi della Seconda Dinastia e imbevuto del sangue di una fata? Dov'erano le vesti cerimoniali intessute con la seta della Regina Ragno? Forse la nostra visita non era abbastanza importante? Non potevo sospettare le reali motivazioni di quel contegno, quindi ne fui mortificato.
L'Arcimago espose brevemente l'entità della scoperta, spiegando che il rinvenimento di Malbeth avrebbe apportato un contributo quanto mai significativo alle ricerche inerenti l'epoca del Grande Bando, ma la Matriarca lo stroncò subito con un cenno della mano: in quanto reggente di Torre Marmorea, avrebbe finanziato solamente progetti utili alla città nel suo complesso, non "piccoli dibattiti da ciarlatani". Stavo per intervenire ma Losille mi precedette: le conoscenze e gli artefatti celati fra le rovine avrebbero potuto avere un ruolo determinante nella guerra contro gli infedeli. Ricordo che io e Telchar ci scambiammo uno sguardo perplesso: la Città si era aperta agli scambi con gli altri popoli - compresi quelli di superficie - circa cinquecento anni prima, per volontà del predecessore della Matriarca, e da allora anche il clero si era fatto tollerante. Conoscevo bene la rigidità della Grande Sacerdotessa, ma sentirla parlare di guerra mi turbò profondamente. In seguito Telchar mi rassicurò, spiegandomi come sua madre avesse inteso riferirsi ad una "guerra culturale", ossia a una manifestazione di superiore conoscenza."
L'inquisitrice si accigliò. "L'Arcimago Voronwer era un miscredente. Se la Riformatrice gli avesse palesato i propri santi intenti avrebbe ottenuto solo opposizioni e sabotaggi."
Calimor non rispose. Si rigirava un filo di paglia fra le dita e un pensiero appena balenatogli davanti nella mente.
"Mi chiedo se Telchar sapesse..." mormorò.
"Vi state chiedendo se il vostro amico fosse una spia di Losille? Vi state chiedendo se vi abbia ingannato di proposito?"
"L'ha fatto?"
"Non lo so." rispose l'inquisitrice. Gareth sorrise fra sé: cercare di interrogare l'inquisitrice sarebbe stato come interrogare un muro di granito.
"Per favore, continuate. Otteneste i finanziamenti?"
"La Matriarca acconsentì subito a stanziare una parte dei finanziamenti necessari alla spedizione. Il denaro restante sarebbe stato offerto dall'Università, dal Tempio e da alcuni privati. Stando alle spiegazioni di Telchar, sua madre aveva convinto alcuni facoltosi devoti a fare delle offerte per il "pellegrinaggio", che a detta sua avrebbe potuto portare alla luce alcune preziose reliquie. Io stesso riuscii a convincere la comunità che ruotava intorno alla miniera a offrirci un po' di strumenti. Tutta la città fu coinvolta nell'allestimento della spedizione: i cartografi della Gilda dei mercanti ci aiutarono a tracciare un percorso parziale, che avrebbe dovuto condurci fino al villaggio umano di Suttgandr, situato ai piedi dell'imponente catena dei monti Helkaer. Da lì avremmo dovuto affidarci a guide autoctone, dato che i mercanti non si spingevano mai in terre così remote."
La chierica sorrise. "Pensavo preferiste morire piuttosto che rivelare l'ubicazione della città."
"La prima parte del tragitto, dal porto di Torre Marmorea a Suttgandr, è noto. Vorreste convincermi di non aver già consultato gli archivi dell'Università? Anzi, scommetto che siete già a conoscenza di molti dei dettagli che sto per riferirvi."
Velodil ignorò la domanda.
"Era la prima volta che viaggiavate in superficie?"
"Sì. I miei precedenti viaggi si erano svolti quasi esclusivamente in città del sottosuolo, quindi non ero preparato ad affrontare gli spazi aperti, i colori fastidiosi e, soprattutto, l'assenza di protezione della superficie: non solo mi sarei spinto molto lontano da casa, ma per buona parte del tempo non avrei avuto nulla sopra la testa. Solamente il cielo. Chissà quali orribili creature potevano proliferare in tutto quello spazio! Sapevo che le genti di superficie nutrivano gli stessi timori nei confronti del sottosuolo, quindi ero anche consapevole del fatto che il mio timore fosse dovuto solamente all'ignoranza; tuttavia non riuscivo a mettere a tacere la sgradevole sensazione che, se mai mi fossi trovato in pericolo, avrei finito per smarrirmi in quel mondo enorme, finendone inghiottito."
"Chi guidava la spedizione?"
"Il professor Beleg, dell'Università, e Sorella Rhun."
"Vi uniste a una carovana?"
"Ci imbarcammo su un battello fluviale che stava per salpare da I'naur e risalimmo il corso del Vanima fino al porto di Tenn'ata. Per nostra fortuna, questa parte del viaggio si svolse nel sottosuolo e senza troppe complicazioni."
"Quanto durò la traversata?"
"Circa un mese, durante il quale continuammo a studiare il diario di Dylath. Per nostra fortuna, l'antico sapiente era stato un individuo estremamente puntiglioso e aveva annotato moltissimi dettagli delle sue ricerche, corredando descrizioni fittissime con disegni e riproduzioni. L'inchiostro di galla aveva in parte corroso le pagine, rendendo la decifrazione di alcuni passaggi molto difficoltosa, se non impossibile. Uno dei dettagli che più mi stupì fu proprio l'evoluzione del tratto, dalle prime pagine alle ultime: la grafia iniziale era composta da caratteri minuti, disposti in righe fittissime e regolari, mentre quella finale risultava disordinata e, a tratti, furiosa, al punto che il pennino aveva strappato la spessa carta di stracci in uso al tempo. Alcuni paragrafi presentavano una mano diversa e altri ancora erano scritti in un linguaggio incomprensibile sia per me che per gli accademici. C'erano alcune lettere sormontate da una serie di segni: la prima ipotesi, ovviamente, fu che si trattasse di abbreviazioni, simili a quelle in uso nei conventi della Reggenza. Gli accademici trascorsero quasi tutta la traversata chini sul testo e bauli interi di dizionari, senza risolvere nulla. Il professor Beleg concluse che, in base ai paragrafi trascritti sul taccuino - e assumendo che la trascrizione fosse accurata - dovesse trattarsi di una lingua completamente diversa da qualsiasi idioma proto-elfico a lui noto. Certo, non era affatto da escludere che, visto lo stato mentale in cui Dylath sembrava versare in quella fase dell'esplorazione, le trascrizioni fossero carenti, se non completamente sbagliate; per quanto ne sapevamo avrebbero potuto addirittura essere solo scarabocchi partoriti da una mente prossima al collasso. La questione era: cosa poteva aver spinto lo studioso in un simile stato di sovreccitazione e delirio?
La seconda metà del diario era composta da un'alternanza di annotazioni lucide e una serie di resoconti assurdi, infarciti di tintinnii fantasma, apparizioni fugaci, corridoi che sembravano sfidare ogni legge architettonica, stanze che, a seconda del punto di vista, mutavano proporzioni e odori che sembravano provenire da un altro mondo. Molti di questi fenomeni potevano essere ascritti a trappole magiche basate sull'illusione o sull'impiego di sostanze allucinogene, quindi il mistero ruotava quasi esclusivamente intorno alle reazioni di Dylath e del suoi compagni: perché non se ne erano accorti? Perché innanzi a fenomeni perfettamente spiegabili per chiunque abbia anche una limitata conoscenza delle materie arcane avevano reagito come popolani superstizioni, lasciandosi soggiogare dal panico? Quegli incantesimi erano così potenti da non poter essere arginati? Avremmo dovuto attendere prima di allestire la spedizione ma il ritrovamento del diario ci aveva gettati tutti in uno stato di concitazione irresistibile. La stessa concitazione che emergeva dalle parole di Dylath. Noi dovevamo raggiungere Malbeth il prima possibile. Perché? Per la gloria, per la ricchezza, per non essere preceduti dagli infedeli, per avere subito accesso a conoscenze sopite. Malbeth esercitava su tutti noi una compulsione subdola e fatale.
Una sera, mentre intrattenevo i miei compagni e la ciurma con i miei canti, ebbi un'intuizione o, meglio, l'intuizione che diede una svolta radicale alla spedizione: io avevo già visto le virgole e gli svolazzi trascritti sul taccuino. Li avevo visti e sentiti. Qualche mese prima, durante un concerto organizzato dalla Gilda dei Bardi di Beleger. Alcuni studiosi avevano trovato un manoscritto recante uno dei rarissimi esempi di notazione musicale precedente alla riforma di Gannir Edlennen, avevano ricostruito la melodia e l'avevano eseguita. In quel manoscritto, le note erano sostituite da alcuni tratti, che indicavano l'ascendere e il discendere della melodia. Certo, ipotizzare che la trascrizione di Dylath avesse come contenuto uno spartito era quanto mai azzardato, ma una parte di me sembrava certa - certa oltre ogni possibile dubbio - che quella fosse la soluzione, geniale, dell'enigma.
Procedetti seguendo solamente l'istinto: identificai il carattere più semplice con un do, avanzando nella scala in base al numero di tratti; una volta elaborato questo elementare codice, non feci altro che seguire le indicazioni del taccuino, prendendole come base per l'improvvisazione. Dopo le prime note, assai esitanti, mi resi conto che era tutto molto più semplice e spontaneo di quanto avessi inizialmente previsto. Era come se una parte di me avesse già sentito quella melodia.
Il capitano mi strappò di mano il liuto prima che riuscissi a completare la prima riga. Le sue pupille erano dilatate per il terrore. "É qualcosa di malvagio!" Minacciò di farmi gettare fuori bordo, se avessi osato suonare un'altra nota. Sembrava essere a conoscenza di qualcosa che mi sfuggiva, quindi cercai di indagare, ma senza risultato. Come Pegol, sembrava essere atterrito dalla mia presenza. Telchar ebbe più fortuna e riuscì ad apprendere che la melodia, sia pure solamente accennata, aveva risvegliato nel capitano una ben precisa e vividissima memoria: il silenzio abissale che regnava in un tratto d'oceano che si era trovato ad attraversare in gioventù, nel quale aveva perduto quasi tutta la ciurma. Lui non aveva solo ricordato l'esperienza. Era come se fosse rimasto intrappolato al suo interno. Anche uno degli studiosi, un giovane di nome Aier, che aveva assistito al mio esperimento, riferì di aver sperimentato la sensazione di trovarsi dentro a un incubo, in balia dei propri più intimi terrori, senza possibilità di scampo.
L'episodio, per quanto inquietante, sembrava aver confermato la mia teoria, in base alla quale il linguaggio trascritto da Dylath sarebbe stato una forma di notazione musicale, se non un vero e proprio incantesimo attivabile solo dalla musica."
Gli occhi dell'inquisitrice sfavillavano di curiosità. "Poi che accadde?"
"Da quel giorno, i membri della spedizione iniziarono a farsi sempre più inquieti. Telchar e io litigammo per una sciocchezza e una rissa fra due marinai finì con un morto.
L'arrivo al porto fu una liberazione. Sbarcammo di sera, sotto una pioggia fitta e penetrante e ci dividemmo per trascorrere la notte in alcune locande. La mia prima città di superficie! Ricordo tutto come se ce l'avessi ancora davanti agli occhi. Tenn'ata era costituita per lo più da edifici di legno e adobe, molti dei quali erano stati imbiancati con la calce, e aveva l'aspetto modesto dei luoghi di provincia. Doveva aver piovuto per giorni, dato che il terreno era attraversato da passerelle di legno, indispensabili per non sprofondare nel fango, e l'odore dominante era quello del legno imbibito d'acqua e degli animali bagnati. Io, Telchar e una decina di altri compagni ci infilammo in una stradina, dalla quale provenivano musica e canti, ma dovemmo subito uscirne o appiattirci contro al muro, in modo da schivare due uomini che stavano litigando violentemente. Io riuscii a spingere Telchar giù dalla passerella appena prima che il coltello di uno dei due contendenti lo colpisse per sbaglio. Si rincorsero fuori dal vicolo e, appena giunti sulla piazza, si avventarono di nuovo uno contro l'altro, finendo presto a rotolarsi nel fango come cani. Furono raggiunti da un altro uomo, che con fare deciso riuscì a separarli. Uno dei due gli balzò addosso, ma quello riuscì a schivarlo, atterrarlo e puntargli al collo una specie di spada corta a un solo filo. Dopo qualche secondo di pausa, il contendente che aveva avuto la peggio caracollò via. Senza scomporsi, l'ultimo arrivato aiutò il compagno a rialzarsi, lo colpì con una sberla alla nuca e lo spinse nella nostra direzione. Più tardi, alla locanda, appresi che i due uomini facevano entrambi parte della carovana che ci avrebbe scortati fino al Passo: quello che era intervenuto, un mezzosangue di nome Wayne, era il cognato dell'altro, un ragazzo scapestrato e insolente con una bruciante passione per l'alcol, le prostitute e il gioco d'azzardo.
La compagnia loro e dei mercanti rese la seconda parte del viaggio molto piacevole, anche perché riuscì a distrarci completamente dalla nostra missione. Procedevamo a cavallo, fra genti e panorami che non avevamo mai visto, quindi nessuno di noi - nemmeno Beleg, che guidava la spedizione - aveva voglia di ripescare volumi e reperti dai bagagli. Non ci discostavamo mai dalla strada principale, che era piuttosto trafficata e costantemente pattugliata dalle truppe regie, trascorrevamo la notte accampati o sistemati nelle molte locande e stazioni di posta che puntellavano il paesaggio e avevamo spesso modo di percorrere tratti di strada con altri viaggiatori o con i molti pellegrini che si recavano al santuario dell'Alba, sito a poca distanza dalla nostra destinazione. Procedevamo attraverso colline erbose e declivi dolci, coperti di fiori colorati ed erbe verde scuro. Mi sembrava di camminare in un sogno, nonostante le nostre guide fossero sempre tese e guardinghe. Le giornate erano ravvivate da un sole pallido e tiepido, sempre velato da una sottile coltre di nebbia. Gli umani rabbrividivano e rivolgevano alcune fugaci preghiere agli spiriti, mentre io e Telchar rimanevamo ammaliati come bambini.
Di tanto in tanto mi sovvenivano alcuni passi del diario di Dylath, che aveva computo il nostro stesso cammino oltre duemila anni prima; mi divertivo a immaginarlo, vivo ed entusiasta, affaccendato nelle piccole azioni quotidiane, negli scherzi con i compagni, nella contemplazione del cielo stellato. Lui non era solamente un mago, un sapiente, ma anche uno squisito poeta e un elfo antico, vissuto nei tempi lieti in cui la nostra razza viveva ancora in connubio totale con la Natura. In merito a questo non posso che concordare con Losille: le ultime generazioni si sono lasciate corrompere dagli umani, dal loro modo gretto di concepire il mondo e il sacro, dalla loro arrogante pretesa di dissezionare il mondo come un freddo cadavere. Telchar e Dylath erano separati da quei duemila anni come dal velo che avvolge il sogno e la realtà. Dylath guardava con gli occhi del mistico, eppure...eppure anche lui era stato distrutto. La sua sorte mi tormentava, nonostante vivessi nella speranza che, al ritorno, avrei appreso ogni dettaglio.
Dopo un paio di settimane giungemmo a un bivio e imboccammo la strada che correva a nord. Il paesaggio iniziò a mutare, facendosi sempre più brullo e spoglio. Potevamo vedere le montagne che costituivano il nostro obiettivo e iniziavamo a risentire della stanchezza. Il cielo sembrava coperto da una parete di ardesia e, dopo un altro paio di settimane, fummo investiti da un persistente nevischio che non ci abbandonò fino all'arrivo. Era come se un presentimento oscuro avesse iniziato a scavare un tunnel nel mio cuore; da un giorno all'altro, il ghigno della mummia iniziò a ossessionarmi. Dylath non parlava più, ma mormorava un lamento monotono come il nevischio, ancestrale come i ghiacciai che biancheggiavano all'orizzonte, inesorabile come un esercito in marcia. Attorno a noi, le rovine erano come denti rotti. Una parte di me fremeva per inoltrarvisi, mentre un'altra rimaneva inchiodata alla sella. Attendevamo qualcosa. L'arrivo, ma anche qualcos'altro. Malbeth.
Quel termine mi risuonava in testa come una cantilena. Malbeth.
Quando giungemmo al villaggio abbandonato sperimentai la paura, per la prima volta da quando avevamo lasciato Torre Marmorea. Non era la prima volta che mi imbattevo nei resti di uno scontro, ma quella volta fu diverso. Diverso e simile al tempo stesso. C'erano i cadaveri riversi al suolo, un po' congelati, un po' putrefatti e mangiucchiati. C'erano le porte spalancate, i pochi mobili rovesciati, i bauli aperti, le suppellettili sparpagliate. C'erano le chiazze di sangue rappreso e le macchie nere dei falò. C'erano le frecce conficcate nel legno, o scivolate nella ghiaia dopo aver mancato il bersaglio. C'erano i corvi, pasciuti e neri. C'erano l'infante sgozzato nella culla, la fanciulla violata, il guerriero scannato. Nulla di nuovo. Poi c'era quel rumore leggero di campanelli e ossa accarezzate dal vento. Quello, quello congelò la mia anima. Era il rumore della morte. No. Era l'eco del silenzio della morte, come la bifora cieca nella miniera ne era stato il riflesso.
Quando, da ragazzo, mi ero inoltrato assieme a Telchar nella cripta abbandonata e vi avevamo trovato degli scheletri a guardia avevo udito lo stesso suono. Sguainai la spada e mi preparai a fronteggiare il nemico, ma innanzi a me c'erano solo un turbinio di neve e un piccolo scaccia-sogni. Una delle guide mi derise con un compagno e si chinò nuovamente su un corpo, cercando di sfilare un anello dalle dita irrigidite.
Io non sono un codardo. Nel corso della mia vita mi sono trovato innanzi a spettacoli peggiori ma quel suono...! Déi, quel suono! Ossa nel gelo. Non c'era nulla da cui potessimo difenderci, nessun bandito, nessun mostro deforme, nessun sacrilego non morto contro i quali combattere! Solo il silenzio.
Quando ripartimmo tentai di suonare, ma la mia mente mi faceva sovvenire solo la bizzarra melodia che avevo improvvisato nella cabina del capitano. Telchar, Beleg e i compagni non facevano che discutere del manoscritto e delle fasi successive della spedizione, mentre io avevo solo voglia di tornare a casa. Wayne mi cavalcava spesso a fianco, raccontandomi leggende fosche al solo scopo di prendersi gioco della mia inquietudine. Secondo lui non avremmo mai raggiunto Malbeth, perché l'esercito congelato ci avrebbe sbarrato la strada, trascinandoci per sempre nel mondo dei morti."
"L'esercito congelato? Si trattava di una leggenda locale?"
"Una leggenda così antica da trovare posto nelle pagine di Dylath. Quel nemico si parò innanzi a noi poco oltre il Passo di Volsungar."
"A quel punto non eravate più scortati dalla carovana, giusto?"
"I mercanti ci lasciarono a Suttgandr, come pattuito. Quando giungemmo al villaggio, Pegol fuggì e Ike..."
"Ike?"
"Il ragazzo, il cognato di Wayne...strisciò da me, implorandomi di convincere i miei compagni a tornare indietro. Sembrava sinceramente terrorizzato, ma io non ci feci caso. Pensai che fosse ubriaco, o che condividesse le molte superstizioni della sua razza.
In effetti, Beleg riuscì a procurarci alcune guide solo con molta fatica, molto oro e molto alcol, giacché i popolani disposti a inoltrarsi fra le montagne erano pochi: molti dei luoghi che avremmo dovuto attraversare erano ritenuti maledetti - ossia proibiti per divino decreto -, oltre che esposti ai pericoli classici delle escursioni in alta montagna. Fra i coraggiosi c'erano i fratelli Snorri e Gudrun, due cacciatori di pelli abituati a trascorrere buona parte dell'anno nella foresta, per tornare al villaggio solo in occasione del mercato; due giovani temprati che non capivano una sola parola di Comune, ritenuti selvaggi dai loro stessi compagni di tribù. Lo sciamano acconsentì a fornirci qualche informazione in merito al Passo di Volsungar e alla zona nella quale avremmo dovuto inoltrarci: confermò la storia, ormai arcinota, nell'esercito congelato e ci consigliò di rimanere lontani dalle "fortezze splendenti", ove gli spiriti avrebbero avuto dimora. Beleg si era ben guardato dal rendere nota la nostra destinazione, quindi l'avvertimento di tenerci lontani dalle rovine della Città Maledetta cadde completamente nel vuoto."
"Presumo che l'abbia comunicata almeno alle guide." intervenne l'inquisitrice.
"Certamente. Avevamo selezionato gente del tutto priva d'immaginazione, selvaggi dalla tempra e dal comprendonio duri come sassi, quindi non avevamo alcuna ragione di ritenere che si sarebbero fatti problemi innanzi a un divieto religioso. La prima prova di questa loro attitudine ci venne fornita la sera prima della partenza, quando lo sciamano eseguì un rito per "comunicare agli Spiriti che ci saremmo inoltrati presso le loro dimore." Tutto il villaggio era riunito intorno al fuoco, con gli abiti sgargianti e i capelli neri ornati da nastrini; tutti tranne i due fratelli. Snorri e Gudrun erano nella loro capanna, intenti a completare i preparativi per la partenza. Quando indicai la piazza, cercando di interrogarli a gesti sui motivi della loro defezione, Gudrun si limitò a sputare a terra, borbottando qualcosa nella sua lingua aspra. Lei e il fratello erano...esotici. Pittoreschi. Sembravano i campioni di un'umanità barbarica, non ancora ingentilita - o corrotta - dalla civiltà. Lei aveva il volto coperto di tatuaggi e i capelli ridotti a un ammasso di treccine dure come corde di canapa, mentre il fratello aveva la fronte solcata da una profonda cicatrice, che tagliava a metà l'orecchio sinistro. Accettarono entrambi di seguirci non appena mostrammo loro una delle nostre asce dalla lama d'acciaio, mentre ignorarono le spille e, ovviamente, gli strumenti scientifici."
"Si stupirono per l'acciaio?" chiese l'inquisitrice.
"Quella gente era primitiva, signora. Usavano la selce e la pietra scheggiata come quando i loro antenati scesero dagli alberi e avevano timore dei fulmini e delle tempeste. Tutti tranne i fratelli. Solo una volta li ho visti vacillare e i loro occhi sfavillavano come quelli di un animale selvatico."
"Fu quando incappaste nell'esercito congelato?"
"No. Gli altri umani che ci accompagnavano fecero del proprio meglio per convincerci a cambiare strada, per non violare la Grotta Sacra, ma i fratelli furono irremovibili: quella era la strada più breve. Gli appunti di Dylath descrivevano il luogo come un sito di sepoltura antichissimo, abitato solo da morti: alla luce delle nostre abilità, affrontare quelli sarebbe stato comunque più sicuro che inerpicarsi fra picchi e crepacci."
"Cosa trovaste?"
"Solo corpi e corredi. Nessuno degli Spiriti tanto temuti dai selvaggi ci attaccò, né in quella grotta né nei molti altri luoghi "maledetti" che attraversammo. Quelle montagne erano silenti, vuote e, proprio per questo, terrificanti."
L'inquisitrice aggrottò le sopracciglia. "Spiegatevi meglio."
Calimor se ne stava curvo, con gli occhi fissi sulla punta delle scarpe e i muscoli contratti.
"La parete esterna della Grotta Sacra era coperta di nicchie, entro le quali erano stati incastrati dei feticci con le fattezze degli antenati. Intere famiglie ci osservavano con ciechi occhi di pietra dipinta, come a teatro. Le guide, atterrite, non facevano che ripetere scongiuri. Snorri mi aiutò a issarmi fino ad una delle nicchie più basse, in modo da osservare meglio i manufatti. Quelle figure umane così grezze, spigolose e scolorite mi misero i brividi, quasi più di ciò che trovammo dentro alla grotta. Come vi ho detto, ero preparato ad affrontare dei non morti e, magari, anche un paio delle creature mastodontiche che avevo intravisto lungo il cammino, ma non accadde nulla. Per un tempo che mi parve interminabile attraversammo corridoi lunghi e gelidi. Passando fra ali di morti. Erano là, appoggiati alle pareti, congelati, con ancora indosso gli abiti coi quali erano stati sepolti. Ogni fibra si era conservata. Ogni dettaglio delle cinture intrecciate, delle pellicce, dei bracciali e delle corone di fiori. Intere famiglie. Altari apparecchiati come tavole da pranzo. Un neonato nella culla. Tutti muti. Chiusi per sempre nel loro silenzio."
Il bardo ebbe un sussulto.
"Avrei preferito se ci avessero attaccati. Mi ritrovai a pregare per poter affrontare quell'orda di morti. Non c'era nulla da combattere. Nulla contro al quale ribellarsi. Solamente il nulla eterno, pesante come la montagna. Solamente una desolante solitudine. Una delle guide, un uomo di nome Keld, non faceva che cantilenare, spargendo dei semi innanzi alle spoglie. Snorri lo colpì con una pedata, accompagnando il gesto con una fragorosa risata. Io procedevo con gli occhi fissi al pavimento.
Uscimmo al tramonto. Non ricordo quando fossimo entrati, se all'alba, a mezzogiorno oppure, addirittura, la sera prima. Ricordo solo il gelo."
Il prigioniero rimase in silenzio. L'inquisitrice gli appoggiò una mano sulla spalla, rivolgendosi a lui col tono benevolo di una madre. "Voi non siete solo. Gli Dèi non abbandonano i mortali, nemmeno quando questi sbagliano."
"In quelle terre non c'erano gli Déi. Non quelli che conosciamo noi. Non quelli che hanno modellato il nostro mondo."
"Quali, dunque?"
Il bardo cercò di formulare un pensiero, ma la voce gli morì in gola. Lo stomaco dello scrivano emise un brontolio sommesso.
"Perché non mi parlate di Gudrun e Telchar?"
Calimor rise debolmente. "Mi state chiedendo dei pettegolezzi da comare, Eccellenza?"
"Pensavo che i pettegolezzi da comare fossero una specialità di voi cantastorie."
"Conoscete la mia professione meglio di quanto io conosca la vostra." disse il prigioniero, distendendo nuovamente le gambe e appoggiando la schiena al muro.
"La mia professione è semplice." nicchiò Velodil. "Si tratta solo di saper ascoltare."
"Come sapete di Gudrun e Telchar?"
"Ne avete parlato voi. L'avete già dimenticato?"
"Io ho parlato di Gudrun e di suo fratello. Non ho mai citato Telchar."
"Non oggi."
Il prigioniero strabuzzò gli occhi, confuso. "Ma quand...non ci credo! Eravate presente quando feci rapporto alla Matriarca!"
"Molto brillante. Ero presente quando voi e Beleg varcaste di nuovo le porte di Torre Marmorea, diciassette anni fa, com'ero presente quando Losille vi ordinò di portarle Dianthus, per sacrificarlo innanzi agli Dèi e placare la Loro ira. Non c'ero, invece, quando giungeste in città col bambino. Che sciocca! Non l'avete mai fatto."
"Se davvero eravate presente, se davvero ricordate quei fatti, perché mi avete accusato, prima? Voi sapete che la spedizione è fallita! Sapete che Beleg si è ucciso gettandosi da una finestra della biblioteca, a nemmeno un anno dal nostro ritorno! Come potete pensare che..."
"So anche che uno dei favolosi artefatti di Malbeth ha lasciato la città." Lo interruppe l'inquisitrice, con la voce alterata dalla cupidigia. "Ho sentito delle storie. Storie che parlano di un violino maledetto, capace di mettere in rotta interi eserciti e di alterare la trama stessa della realtà."
"Un oggetto che voi sembrate bramare sopra ogni cosa." ridacchiò Calimor, per poi rabbuiarsi d'un tratto. "Voi siete una sacerdotessa e, ne sono certo, un'esperta di materie occulte. Dovreste sapere che non è saggio giocare con certe potenze. Nessuno potrebbe confermarvelo meglio di me."
Le mani dell'inquisitrice si chiusero in un pugno livido.
"Risparmiatemi la vostra morale da due soldi. Dove si trova il violino?"
"Assieme a Dianthus. Perché non andate a cercarlo, se vi sta così tanto a cuore? Credete forse di poterlo domare? Stolta!" La voce del bardo era sempre più simile a un ringhio rabbioso. "Voi non sapete niente, niente del Cosmo e niente delle forze che lo dominano! Siete come un umano, ossessionata dal potere, dalla gloria, dal controllo! Voi, i vostri Déi non sono nulla. Ascoltatemi bene, inquisitrice e poi fate di me quello che più vi aggrada. Non siete nulla. Se metteste le mani su quel...come l'avete chiamato? Artefatto? Lui ha una volontà, una mente, addirittura un nome! Dianthus lo chiama Menel. L'ha sempre avuto. Ci credereste? Nessuno di noi l'ha mai trafugato da Malbeth - non io, non Beleg, non Snorri e non la povera Gudrun! Lui ci ha seguiti. Ha seguito Gudrun e il figlio che lei portava in grembo, ha atteso che quello nascesse e l'ha rubato.
Le monache avevano capito che quella cosa era maledetta, hanno tentato di bruciarla, ma Lui è sempre tornato. Lui è antico, signora. Lui è astuto. Ha visto mondi che noi non possiamo nemmeno sforzarci di concepire, Divinità delle quali si è ormai smarrita ogni memoria. Lui era già vecchio quando i nostri progenitori muovevano i loro primi passi, gli umani erano solo bruti con la coda e intere stirpi erano già vissute e scomparse! Ere intere trascorse come un battito di ciglia. Montagne sprofondate negli abissi, foreste pietrificate, oceani di fuoco e quel rombo assordante! Odore di zolfo e di fiori mai visti. Corolle accese..." Calimor reclinò indietro la testa, con gli occhi socchiusi. "Se aveste visto quello che ho visto io! Se aveste mai ascoltato la musica di Dianthus, i racconti di Menel!" Si raddrizzò di scatto. "Anch'io ho visto poco, ho sentito poco. Dianthus mi chiedeva sempre di tapparmi le orecchie, quando voleva lasciar parlare Menel. Se non l'avessi fatto sarei morto. Come Telchar, Beleg e tutti gli altri. Non lasciatevi spaventare dalle mie parole, signora inquisitrice. Cercate Menel. Lo riconoscerete senza fatica. Ha la forma di un violino, ma sembra intagliato in un cristallo cangiante. Rammentate lo scricchiolio sotto le suole dei miei stivali, alla miniera? Adesso credo si trattasse proprio di quel materiale. E le fortezze splendenti dello sciamano, le ricordate? Stessa cosa. Sembravano coperte di miche, ma non lo erano. Risplendevano come i ghiacciai dai quali erano attorniate e i loro riflessi entravano in risonanza fra di loro, producendo una sinfonia inconcepibile. Di notte, sotto stelle senza nome, eravamo attorniati da un tintinnare di piccole luci, da ondate di echi che nessuno strumento mortale potrebbe mai sperare di riprodurre. Eravamo smarriti in terre mai disegnate su alcuna cartina, quasi ignote anche alle nostre guide e sapete perché? Perché quei paesaggi cambiavano ad ogni passo, come in un labirinto di specchi. Abbiamo vagato per mesi prima di giungere a Malbeth. Per anni. Per secoli. Quando feci ritorno a casa rimasi sconvolto nell'apprendere che il nostro viaggio era durato appena due anni. Lo smarrimento e il delirio di Dylath sembravano perfettamente sensati. Noi ci trovavamo in superficie, potevamo vedere le stelle ruotare e alternarsi, eppure il sole non superò mai la linea dell'orizzonte. I nostri sensi confermavano ciò che le nostre menti non avrebbero mai potuto credere.
In quel mondo alla rovescia, in quella stravagante fantasmagoria di illusioni, Telchar consumò la sua passione con Gudrun. Proprio lui, il figlio della pia Losille, l'impassibile mago e studioso, si gettò fra le braccia della selvaggia. Non so quando, non so dove. I miei ricordi sono confusi ora come diciassette anni fa. Non ricordo nemmeno quando la mia mente abbia smesso di essere lucida.
So solo che, ad un certo punto, giungemmo a Malbeth. Non ricordo nemmeno se la stessimo cercando. Anzi, sapete che vi dico? Che probabilmente Malbeth non era nemmeno il nome della città. Secondo Gudrun, era il termine con cui i nani di quelle terre definivano l'aurora boreale. Nessuno sapeva che fine avessero fatto, ma la parola si era conservata nelle ballate. Una città senza nome in una terra senza nome.
Ci comparve davanti come un sogno, sospesa fra i ghiacci perenni e la volta nera e porpora del cielo. L'aurora boreale si stendeva sopra di lei come un manto seducente, che mi fece subito pensare alla mollezza di un bordello che ero solito visitare da ragazzo. L'associazione sembra paradossale, lo so, eppure le rovine avevano un non so che di sensuale, di accogliente, di tiepido. Erano immobili, imponenti e meravigliose come un gioiello appena estratto dalla sua custodia, come una magnifica dama coperta di panneggi cangianti."
Il bardo tacque per qualche secondo, scrutando il soffitto con occhi vuoti.
"Era come se la stanchezza, la tensione e la paura accumulati nel corso del viaggio fossero scomparse d'un tratto, come se le nostre esistenze stesse avessero raggiunto il loro obiettivo. Per la prima volta dopo molti, moltissimi anni sperimentai il sollievo del bimbo che, dopo essersi smarrito nella folla, viene sollevato dalle mani della madre e stretto al suo petto caldo.
Camminavamo come una folla di pellegrini, agognando e desiderando. Telchar e Gudrun, abbracciati sotto lo stesso mantello, sembravano i progenitori mitici di una nuova stirpe, incaricata dai Numi di prendere possesso di una terra incantata, di un'età dell'Oro appena risvegliata da un millenario letargo. Mi trovai a pensare che Malbeth fosse davvero la capitale di un Regno fatato, risalente all'epoca lieta in cui Dei e mortali abitavano insieme e tutto il mondo era avvolto da un'armonia senza fine. Mi sembrava quasi di udirla, ma per quanto mi sforzassi non riuscivo ad afferrarla e a trattenerla nella mente.
Non saprei dire per quanto tempo procedemmo, scivolando come sonnambuli su quella distesa candida e sfavillante. Beleg teneva gli occhi fissi sulle cartine che stava disegnando, scrutava il cielo e cercava di fare dei calcoli, di orientarsi, di resistere alla meraviglia e mantenere un approccio rigoroso. Fu lui a ordinarci di montare il campo e riposare, non appena giungemmo nei pressi delle rovine. Io e Telchar ci saremmo gettati senza esitazioni nell'intrico dei muri e delle arcate colossali, quindi obbedimmo ai suoi ordini di mala voglia, con la rabbia impotente di un puledro appena domato. Avevo previsto di scivolare fuori dall'accampamento e concedermi una rapida esplorazione clandestina, ma il sonno mi vinse appena mi raggomitolai sotto la pelliccia. Quando mi svegliai, notai che Aier stava armeggiando con un paio di stampelle. Lo aiutai a rialzarsi e ad appoggiarvisi, pensando di essere ancora intrappolato nel mio sogno: il mago, infatti, aveva sempre camminato senza difficoltà. Un po' di tempo dopo mi sovvenne che avevamo dovuto amputargli una gamba, che a causa del gelo stava andando in cancrena; ricordai il seghetto di Omentien, l'odore di sego bruciato, di erbe e di pelliccia, l'espressione atterrita del paziente, Keld in piedi vicino all'entrata della tenda, col coltello che pendeva dalla cintura colorata. Ricordavo tutto come si ricorda un sogno. I colori. Le forme. I suoni. Soprattutto i suoni: l'ululare del vento quando attraversammo il Passo; le voci dei miei compagni, lo scalpiccio sulla neve, il tintinnare di armi e suppellettili; il silenzio atroce della Grotta Sacra; gli accordi insensati di Malbeth. Il vento si infilava negli arabeschi delle rovine come nella canna di un flauto, producendo echi, sospiri e canti. Più volte ebbi l'impressione che la città fosse, in realtà, un organismo vivente, immerso in un placido sonno. O in agguato.
Io e Telchar fummo fra i primi a iniziare ad inoltrarci fra le rovine. Non avevamo paura. Il paesaggio era costellato da pareti diroccate, colonne tronche e pietroni, sparpagliati in uno spazio di diverse leghe; le dimensioni della città dovevano essere state considerevoli. In cielo brillava una falce di luna. Gli elementi architettonici erano molto consumati, ma conservavano ancora qualche traccia di fregi e decorazioni: si trattava, per lo più, di linee sinuose, che disegnavano motivi floreali e forme geometriche astratte. Soprattutto spirali. In alcuni punti, meno esposti alle intemperie, erano ancora visibili dei raffinati giochi cromatici, che lasciavano intuire uno sviluppo culturale, estetico e tecnico non indifferente. Con estrema sorpresa, scoprimmo che una bifora conservava ancora la vetrata, intatta fino nei più minuti dettagli. I cristalli colorati proiettavano sulla neve una copia perfetta del loro disegno: un'ampia valle, impreziosita da alberi dorati e da una cascata zampillante. La brezza mi accarezzava i capelli e c'era quel profumo...il profumo di una Natura primordiale, di un'esistenza perfetta, di una Bellezza che rispecchia l'Assoluto! Bello, Vero e Giusto erano fusi e stavano proprio davanti ai miei occhi. Io ne ero parte. Mi ritrovai sdraiato sotto fronde che oscillavano lievi, col capo appoggiato sulle sue cosce e la sua mano che mi carezzava il viso, tiepida e profumata. Lei cantava..." Calimor aggrottò la fronte. "Non mi ricordo. Dannazione!"
"Chi era lei?" sussurrò Velodil.
Il bardo riaprì gli occhi e si guardò intorno, sbattendo le palpebre smarrito.
"Lei...lei...non lo so. Quando ripresi conoscenza mi trovavo di nuovo all'accampamento, accudito da Aier e Beleg. Il giovane mi riferì che eravamo mancati dall'accampamento per tre giorni e che ci avevano trovati intenti a vagare per le rovine, deliranti e semi-congelati. Beleg voleva sapere cos'avessimo trovato. Io farfugliai qualcosa in merito al boschetto e sulla vetrata, al che lui si precipitò fuori dalla tenda. Presumo sospettasse la presenza di trappole magiche, o qualcosa del genere. La seconda squadra d'esplorazione, più numerosa della prima, non ebbe incidenti né fece grandi scoperte.
Trascorsero altri giorni, durante i quali ci dividemmo fra esplorazione e sistemazione dei dati. Catalogavamo tutto, annotando accuratamente posizione, dimensioni e stato di conservazione dei reperti. Bjorn e Haltad avevano disegnato alcune cartine, in modo da tener traccia del nostro percorso, mentre Beleg e un paio di altri studiosi si occupavano di confrontare gli appunti di Dylath con i dati raccolti; Snorri, Gudrun, Skjalfi e Keld si alternavano fra la caccia e la guardia al campo.
Telchar era riuscito ad apprendere qualche rudimento della lingua dei montanari e ad insegnare a Gudrun quelli dell'elfico: quando, dopo molti sforzi, la selvaggia scrisse il proprio nome, volò fuori dalla tenda fra alte grida di gioia e si precipitò dal fratello e dai compagni, trionfante. Telchar la seguì fino alla soglia e rimase a guardarla da lontano, col viso circonfuso di tenerezza.
Ci eravamo abituati a mangiare, parlare e combattere con quegli umani, che ormai ci sembravano quasi dei fratelli. Fratelli minori, selvaggi, animaleschi e goffi, ma ugualmente vicini. Io avevo trovato in Keld una fonte inesauribile di storie, nonché un guerriero di grande valore: il suo arco era micidiale quanto la sua ascia e il suo spirito era quello di un eroe, traboccante di coraggio, dignità e rispetto. Lui sembrava uscito direttamente dal mio liuto."
La voce pastosa del bardo si tinse di tristezza.
"Ho sempre amato gli eroi, le belle storie e le belle morti. Mi hanno accompagnato per tutta la vita. Adesso non posso impedirmi di chiedermi se ne sia valsa la pena. Tutti quegli eroi, tutte quelle persone, tutte quelle vite sprecate! Tutte quelle speranze infrante! Telchar non ha mai conosciuto suo figlio. Sarebbe stato un ottimo padre, lo so. Molto meglio di quanto lo sia stato io."
"Lui e i vostri compagni sono morti facendo ciò che amavano. Non vi consola saperlo?" fece eco l'inquisitrice.
"Non lo so." Calimor serrò la mascella, trattenendo le lacrime. "A volte vorrei solamente un po' di conforto. Vorrei indietro l'innocenza e la noncuranza di quando ero ragazzo. Vorrei poter credere ancora."
"In cosa?"
"Nell'Ideale. Nella Bellezza e nell'Amore.
Telchar era così felice quando seppe che Gudrun era incinta! Venne da me correndo e mi riempì il corno di idromele. Fantasticammo sul nostro ritorno a Torre Marmorea, sul futuro radioso che ci attendeva, sulle meraviglie che avrebbe potuto mostrare a Gudrun e al bambino. Sapeva che Losille avrebbe disapprovato, ma era anche certo che si sarebbe ricreduta dopo aver posato gli occhi sul nipotino. Sarebbe cresciuto nei fasti della nostra terra, ma avrebbe conosciuto anche gli spazi sublimi della casa di sua madre e io gli avrei riempito la testa di imprese eroiche e avventure incredibili!
Snorri entrò subito dopo, scuro in volto, e trascinò fuori Telchar quasi di peso. Gli altri uomini della tribù e i membri della spedizione erano riuniti innanzi alla tenda. L'energumeno lo colpì, facendolo rovinare a terra."
"Telchar fu assassinato, quindi?" L'inquisitrice inarcò un sopracciglio. "Pensavo che..."
"Tutt'altro. Snorri rientrò nel circolo, per lasciare posto a Beleg e Keld. Il professore afferrò Telchar per i capelli, lo sollevò sulle ginocchia e si rivolse a Keld, chiedendogli se quello fosse lo straniero che aveva preso Gudrun. Keld annuì. Beleg sguainò il pugnale e, con un gesto secco, recise i capelli di Telchar. Anche Gudrun venne trascinata a viva forza entro il circolo, dove subì il medesimo trattamento."
"Si trattava di un rito?"
"La prima parte di un rito. Telchar e Gudrun vennero tenuti separati per tutto il giorno, fino a quando Keld e Beleg non mostrarono all'accampamento una specie di corda ottenuta intrecciando insieme i capelli dei due giovani e qualche filo di lana colorata. A quel punto, furono dichiarati fidanzati. Rhun rimase in disparte per tutto il tempo."
"Quella cerimonia era chiaramente pagana."
"Già. Permettete?" Il bardo si alzò, stirò la schiena e procedette a passi lenti fino alla parete della cella. Gareth lo seguiva con lo sguardo, masticando un po' di carne secca. "Siete qui da diverse ore, signora. Non avete fame?"
"No." Rispose secca l'inquisitrice. "Voglio solo sapere come si concluda questa storia."
Calimor appoggiò una mano alla pietra e rimase a fissarla per qualche istante. "Non temete, manca poco ormai. La storia del bardo è quasi finita." Si voltò verso l'inquisitrice. "Finirò impiccato?"
"Non lo so."
"Mi piacerebbe poter suonare ancora una volta, prima di morire. Potrei farlo per voi. Vi piacerebbe?"
"Completate il vostro racconto. Cosa trovaste dentro alla città?"
"Senza gli appunti di Dylath non avremmo mai identificato l'ingresso della città sotterranea. Non era esattamente nascosto, ma le rovine e l'assenza di punti di riferimento avevano fatto di quella valle un autentico labirinto. Nonostante procedessimo in modo rigoroso, c'era sempre qualcosa che ci sfuggiva, obbligandoci a girare in tondo, a tornare sui nostri passi, a imboccare passaggi che non avevano notato. Ormai ci eravamo rassegnati ad affidarci completamente agli strumenti, sia per quanto riguardava l'orientamento che per il computo del tempo, eppure sbagliavamo ugualmente. Haltad si rese conto che il minerale misterioso, così diffuso in quelle montagne, faceva impazzire le bussole. Beleg ne ha riportati indietro alcuni campioni ma non so che fine abbiano fatto. La curiosità ci divorava: eravamo tutti consapevoli di trovarci innanzi a un enigma portentoso, la cui soluzione stava spingendo al limite le nostre facoltà fisiche e intellettuali.
Seguendo gli indizi del taccuino, giungemmo ad una bassa costruzione di marmo, levigata dalle intemperie e chiusa da due lastre contrapposte. Sulla superficie perfettamente levigata risaltava, ancora brillante, un glifo d'interdizione. Telchar notò subito che si trattava di una notazione relativamente recente, codificata proprio durante la Reggenza e che, di conseguenza, doveva essere opera di Dylath. La domanda era: il suo intento era stato quello di impedire ad altri l'accesso alla Città Perduta o quello di sigillare qualcosa al suo interno? Il disegno era molto elaborato, quindi Dylath doveva aver fronteggiato - o creduto di dover fronteggiare - una minaccia terrificante.
Quando, dopo mezz'ora buona, i maghi riuscirono a sciogliere il sigillo, le lastre si aprirono, scivolando di lato in silenziosa sincronia e lasciandoci distinguere una scalinata che si inoltrava nell'abisso. Dall'apertura proveniva un profumo che ci lasciò storditi per qualche attimo."
"Un profumo? Volete dire un odore."
"No, era un profumo. Una bizzarra fragranza di incenso, zolfo e fiori, ma fiori che nessun mortale potrebbe aver mai visto. Fiori vivi. Non so come fare a spiegarvi...non era l'odore nauseante dei fiori appassiti che ornano le tombe, ma quello, fresco e limpido, dei campi che sbocciano sul fiorire della primavera. Avete presente i giardini paradisiaci dipinti in molte miniature? Quei giardini eterni, ove non esiste alcuna corruzione? Ecco. Era l'odore di fiori che, mai sbocciati, non sarebbero mai appassiti, ma era mescolato a effluvi discordanti, che invece narravano di oceani di fiamma, distese brulle e fiumi di sangue putrescente.
Quella sembrava, in tutto e per tutto, la porta degli Inferi.
Beleg ci ordinò di coprirci i viso con alcune maschere che aveva fatto preparare prima della partenza, sospettando già allora la presenza di trappole progettate per rilasciare sostanze allucinogene. Obbedimmo e iniziammo la discesa. I gradini, ampi e squadrati, non sembravano affatto consumati, non erano coperti da un solo granello di polvere e le pareti erano bianche e lisce, prive di qualsiasi decorazione. Keld e Beleg procedevano in testa alla colonna. L'oscurità era densa come vapore.
Dopo una lunghissima discesa, giungemmo ad una seconda porta, che sembrava costituita da una lastra d'ossidiana scolpita: sulla superficie nera era incisa la prima parte dello spartito copiato da Dylath. Evidentemente lo studioso non conosceva la musica antica, poiché aveva compiuto diversi errori di trascrizione. Chiesi agli altri di turarsi le orecchie con dei coni di cera e presi il liuto, con le mani che mi tremavano per l'eccitazione. Proprio come il profumo, anche la melodia mi sembrava stranamente familiare; anzi, era come se si stesse componendo nella mia mente, in modo del tutto indipendente dalla mia volontà. Credo di aver chiuso gli occhi, ad un certo punto. Non avevo bisogno di leggere e interpretare, perché io sapevo esattamente quali note e quali accordi dovessero essere suonati. Persi completamente la percezione di quanto mi circondasse.
Non avrei dovuto compiere quell'esperimento. Una forza immane aveva preso possesso della mia volontà, una forza maestosa e magnifica, irresistibile e implacabile! Le mie dita non erano mai state così fluide! Non credevo di essere capace di immaginare simili accordi, di eseguire virtuosismi che sembravano andare oltre alle capacità di qualsiasi mortale! In quel momento io ero un dio! Creavo e ridevo, mi libravo oltre al tempo e allo spazio!
Poi tutto tacque. Ero solo. I miei compagni, la scalinata e la porta erano scomparsi. Mi trovavo in una stanza vuota, priva di entrate ed uscite, seduto sul pavimento. L'unica fonte di luce, calda e tenue, proveniva dall'alto soffitto. Intorno a me regnava un tale silenzio che potevo sentire il fruscio del sangue nelle mie vene. Alzai gli occhi. Sopra di me c'era una specie di piccola cucina, la cui foggia ricordava in tutto e per tutto quella della casa di mio padre."
"Cosa accidenti state dicendo?!"
"Che io ero seduto sul soffitto della casa della mia famiglia. O, meglio, della sua copia identica e gigantesca. Il tavolo era alto come la cattedrale, le sue gambe erano colonne e..."
"Smettetela di prendermi in giro, Calimor!" sbottò l'inquisitrice. "Vi parlate di cose senza senso!"
"In quella città nulla aveva senso, inquisitrice. Sulle prime pensai che i miei nervi avessero ceduto, o che il sonno mi avesse colto mentre suonavo. Forse eravamo ancora tutti all'accampamento, addormentati. Non sono in grado di dirvelo. So solo che camminai e camminai, lungo stretti corridoi sospesi nel Nulla, attraverso saloni invasi da foreste ancestrali, accanto a stanze che - per gli Dèi! - non avrebbero mai potuto essere costruite! Quelle architetture non avevano nulla di...di...possibile. Le linee e gli angoli si ripiegavano in modo...non trovo le parole...sfidavano la geometria. Non riesco a ricordarle con chiarezza. Fu allora che udii le urla.
Rhun era a poca distanza da me, in mezzo ad un corridoio. I vestiti le cadevano addosso informi, le braccia erano scheletriche e il volto portava i segni della consunzione e di un terrore a lungo covato. "Aiutami, Calimor!" Non riusciva a raggiungere la porta, che pure era proprio innanzi a lei, a pochi metri di distanza. La superai e abbassai la maniglia. Lei non mi seguì. Non so perché. La vidi rannicchiarsi a terra, piangendo e bestemmiando. Pensai che anche lei fosse caduta vittima delle illusioni e rabbrividii, temendo che esse fossero provocate da qualche creatura sconosciuta e ostile."
"Perché non la soccorreste?"
"Non lo so. Ci ho riflettuto a lungo, ma non lo so. Forse ero convinto che facesse parte della mia illusione."
"Poco fa avete detto che..."
"Avete mai provato la sensazione di non essere padrone della vostra mente, di osservare le vostre stesse azioni e i vostri pensieri senza poterli controllare in nessun modo? Certo che l'avete provata! Tutti noi la sperimentiamo ogni notte, quando giaciamo a letto. Solo che io ero sveglio. Ero cosciente, lucido e incapace di distinguere la realtà dal delirio. Mi sforzavo di ragionare, di concentrarmi sulla realtà, ma essa si era frantumata in mille riflessi, come uno specchio rotto. Non avevo fame né sete; al contrario, mi sentivo riposato e lucido come quando avevamo lasciato Torre Marmorea. Sapevo di aver vagato per giorni, ma al tempo stesso avevo la sensazione di aver appena varcato le porte di Malbeth o, addirittura, di essere ancora a casa, davanti al fuoco scoppiettante. Una parte di me era tranquilla: probabilmente, la musica aveva attivato un incantesimo, che mi aveva spinto a separarmi dal gruppo per rincorrere delle assurde fantasticherie. Non mi rimaneva che ricongiungermi agli altri, abbattendo qualsiasi creatura si fosse parata sulla mia strada. Sapevo di poterlo fare! Io ero l'eroe! Sguainai la spada e continuai a procedere lungo il corridoio, spavaldo. Per evitare di girare in tondo, incisi una croce sul muro. Non so per quanto tempo camminai.
Sulle pareti correvano intere sinfonie, che mi risuonavano nella mente. Ardevo dalla voglia di suonare, ma non osavo estrarre nuovamente il liuto dallo zaino. Vorrei potervele descrivere ma non ci riesco. In quel contesto avevano un senso, ma ora, qui, sembrerebbero solo suoni insensati. Dev'essere una questione di acustica. Quella del nostro mondo non è adeguata. Non ha le forme giuste. Non ha la matematica giusta. Sentite?" Fece sbattere le catene che gli serravano i polsi contro il muro e canticchiò qualche nota. "Non sono i rapporti giusti. La musica è basata sulla matematica, lo sapete?"
"Cosa trovaste alla fine del corridoio?" La voce dell'inquisitrice ardeva d'impazienza.
"Una massiccia porta di legno. Non appena la aprii, la musica si tramutò in un fischio dissonante, intervallato da tonfi e ringhi sordi. La brezza fresca cadde e il profumo di fiori sfumò in quello di zolfo e incenso. Spirava il vento del deserto, la luce era accecante e la mia ombra si allungava sul corridoio a dismisura. Mi avvolsi completamente nel mantello, cercando di coprire ogni pollice di pelle. Sentivo che quel sole rovente mi avrebbe bruciato fin nelle ossa.
Avanzai ancora, strisciando contro il muro con gli occhi socchiusi. Il pavimento tremava, come scosso da passi molto pesanti. Io ero tranquillo. Non avevo paura. Era tutto troppo irreale. Avevo tentato di coprirmi le orecchie, ma il fischio e i tintinnii erano continuati, conficcandosi nel mio cranio come lame di gelo. Malbeth era penetrata nella mia mente come un liquido vischioso, l'aveva sondata e, ora, la stava divorando.
Il pavimento e le pareti erano percorsi da ombre liquide, che si deformavano ad ogni battito di ciglia. Io percepivo la presenza di quelle creature, percepivo lo spostamento di un'aria densa come l'acqua, sentivo chiaramente i loro mugolii, ma non vedevo niente. Non riuscivo ad aprire completamente gli occhi. Tenevo la spada innanzi a me, stupidamente, sapendo che non sarebbe servita a niente.
Non vidi la trappola. D'un tratto mi mancò il terreno da sotto i piedi e iniziai a precipitare dentro a un budello di tenebra. Chiusi gli occhi. Dopo alcuni secondi mi resi conto che dovevo aver percorso una distanza tale da essere prossimo a sfracellarmi al suolo. Pensai che nessuno avrebbe mai ritrovato il mio corpo, inghiottito dall'Abisso. Non stavo proprio cadendo, infatti, quanto sprofondando e...dissolvendomi. Mi sentivo al sicuro, cullato dalla tiepida oscurità come da una madre che culla il proprio bambino per farlo addormentare. Gli affanni, la paura, l'orrore sarebbero presto scomparsi; avrei solo dovuto lasciarmi andare. L'avrei fatto. Stavo per cedere. Ero così stanco! Sono così stanco, inquisitrice!"
"Cosa vi trattenne?"
"La curiosità, credo. Se fossi morto non avrei visto più niente! Niente più avventure, niente più ballate. Avrei varcato l'Ultimo Cancello insoddisfatto. Aprii gli occhi.
Ero a terra, supino, circondato da ossa spolpate. Intorno a me, nella caverna immane, echeggiavano i rumori di una furiosa battaglia. Versi, scalpiccii, cozzare di oggetti, passi concitati, tonfi, urla indistinte. Poi una specie di ululato, acuto e straziante. Un esercito mi stava inseguendo e io non vedevo niente. La mia spada era come un futile balocco; ero impotente e indifeso come un infante.
Mi rialzai e iniziai a correre, in preda al panico. Dalla turba si staccarono alcuni passi, i cui rimbombi sembravano venire proprio nella mia direzione! Mi infilai in una stanza, poi in un'altra, mentre i passi si facevano sempre più vicini.
"Calimor!"
La cosa urlò il mio nome. Mi fermai di scatto, ansimando. Era Beleg. O, meglio, una cosa smagrita, lacera e miseranda che, un tempo, doveva aver avuto il suo aspetto. Gli puntai contro la spada, intimandogli di non avvicinarsi. Quella cosa non poteva essere viva! Non con quel volto, non con quella postura! Eppure lo era, almeno nel corpo. Alzò le mani e crollò in ginocchio, implorandomi di non fargli del male. Le sue vesti erano chiazzate di sangue. Con gli occhi fuori dalle orbite e la voce che tremava, mi disse che gli altri erano tutti morti. Io non volevo né potevo crederci. Perché avrei dovuto? Il suo aspetto era quello di un pazzo. Farfugliò di essere venuto a cercarmi, assieme a Keld e alla sacerdotessa, di essersi smarrito e...non riuscì a completare il racconto. Passando su un ponte sospeso aveva visto il campo venire invaso da creature orripilanti, ma non era riuscito a raggiungerlo in tempo. Al suo arrivo, erano tutti morti. Cercai di consolarmi e consolarlo spiegando la mia teoria sulle allucinazioni ma, in fondo, sapevo di avere torto.
Era...fu..."
Il bardo si interruppe, con gli occhi sbarrati e le labbra che tremavano.
"Come morirono, Calimor?"
"Le creature...quando arrivammo c'erano solo...sangue dappertutto, fin sul soffitto...li avevano fatti a pezzi..." Si prese il volto fra le mani, singhiozzando. "Io...non voglio ricordare. Basta, per pietà! Il povero Aier era...Déi! Déi! Non ce la faccio!"
"Com'erano le loro ferite? Rammentate qualche dettaglio?"
"Che importanza ha?! Erano scannati!"
"Calmatevi, Calimor. Forse la vostra teoria sulle illusioni era corretta. Ho esaminato i corpi dei briganti uccisi da Dianthus e..."
Il bardo si raggomitolò contro al muro, con le mani sulle orecchie. "Basta! Basta! Non voglio sentire! Impiccatemi! Ho tradito la Città. Impiccatemi, torturatemi, ma smettetela con le vostre domande! Andate via!"
L'inquisitrice lo afferrò per le spalle e lo scosse violentemente. "Ascoltatemi! Si erano massacrati tra di loro! I medici che erano con me non hanno avuto dubbi: le ferite erano state provocate tutte da lame e frecce. Nessun segno di artigli o di zanne."
Calimor si era fatto piccolo come un vecchio. "Come? Io le ho viste. Volete dire che..."
"Che quelle creature non sono mai esistite. Erano solo illusioni." concluse, trionfante, l'inquisitrice.
"Io le ho viste. Loro sono..."
"Certo che le avete viste! Eravate anche voi vittima dell'incantesimo. Sedetevi." Velodil fece per avvicinare lo sgabello al bardo. Questi si lasciò scivolare lungo il muro, fino a trovarsi accucciato a terra. Velodil si inginocchiò accanto a lui.
"La mia teoria è che i vostri compagni, proprio come i banditi, siano rimasti uccisi nel tentativo di combattere contro un nemico che esisteva solo nelle loro menti e che, così facendo, abbiano finito per colpirsi a vicenda. Avete detto voi stesso che le rovine erano piene di trappole."
Calimor la fissava con occhi vuoti.
L'inquisitrice riprese. "Pensateci. Ricordate quando eseguiste lo spartito, sulla nave? Rispondete."
"Il capitano mi fermò." La voce del bardo era un sussurro.
"Perché?"
"Perché quella maledetta musica era maledetta! Come tutto quanto si trovasse a Malbeth!"
"No. Il capitano rimase intrappolato nei propri incubi. Voi cosa vedeste quando, in città, vi separaste dagli altri?"
"Casa mia. Non era affatto un incubo."
"Ma vi dimostra che la potente magia di quel luogo era in grado di sondare le vostre menti. L'avete detto voi stesso. Malbeth vi stava divorando."
"Sarebbero morti per nulla? Questo è insensato! Mi rifiuto di crederlo!" Il bardo diede uno spintone all'inquisitrice e si rialzò di scatto. "Non eravamo così sciocchi! Per chi mi avete preso?! Ombre della mente! Stupidaggini!"
Velodil si rialzò con movimenti lenti, spolverò gli abiti e si aggiustò l'infula. "Proprio voi sottovalutate il potere della mente? Non ditemi che non avete mai visto un uomo spaventato farsi impavido a causa della vostra musica, o un morente sorridere di gioia pregustando un Aldilà promesso dal prete. Voi create mondi illusori ogni giorno. Non è forse il vostro mestiere?"
"Non è la stessa cosa!" gridò Calimor, furioso. "Io non..."
"Voi cosa, bardo? Dite solo la verità?"
"Io rendo felici le persone!"
"Come lo fate? Ci avete mai pensato?" L'inquisitrice si avvicinò a Calimor, tagliente e beffarda. "Voi indossate una bella maschera sorridente e riempite il vostro uditorio di frottole."
Il bardo era livido di rabbia. "Frottole..."
"Voi siete un truffatore, una canaglia. Vendete racconti eroici e belle imprese, quando sapete bene che, a questo mondo, non esiste alcuna gloria. Avete visto la follia, avete visto la disperazione, avete visto la morte. Dov'è la bellezza, in tutto questo? Il vostro amico, Telchar, era giovane e pieno di promesse, eppure adesso giace in una tomba dimenticata, all'altro capo del mondo. Vi sembra bello? Vi sembra eroico?"
"No, non lo è. " Calmor fece una pausa. "Avete ragione. Io racconto frottole. Copro la verità con il velo della bellezza e, così facendo, inganno me stesso e gli altri."
"Bravo, bardo." ridacchiò l'inquisitrice. "Torniamo a noi. Come fece Gudrun a sopravvivere?"
"Credo che Telchar l'abbia protetta. La trovammo rannicchiata sotto al cadavere di lui. O forse è stato Menel a salvarla."
"Non vi ha raccontato niente del massacro?"
"No, era completamente demente. Riusciva solo a bisbigliare qualcosa in merito a delle voci nell'oscurità. Non l'avevo mai vista spaventata, capite? Eppure mi guardava come un animale in trappola. Si teneva il ventre, rideva e gridava nella sua lingua. Non aveva più niente di umano."
"Perché non tornò al villaggio?"
"Ce la portammo ma fu bandita, giacché lo sciamano era convinto che, assieme a noi, avesse offeso gli Spiriti. Pensavano tutti che noi avessimo meritato quella sorte. Anche voi. Credete che non ricordi lo sguardo di Losille? Lei ci guardava con disprezzo."
"Perché voi avete disonorato la nostra stirpe." lo interruppe l'inquisitrice. "Telchar ha sporcato il nostro sangue, macchiandolo con quello di un'umana e voi avete tradito Torre Marmorea per salvare il bastardo."
"Voi non l'avreste fatto?" Il viso del bardo si contrasse in una smorfia. "Era il figlio del mio amico. Aveva solo me. Non sono riuscito a condannarlo a morte. Non me la sono sentita. Lo so che avrei dovuto, che così avrei salvato la sua anima, ma non ce l'ho fatta. Non ce l'ho fatta."
Passi attutiti. Il clangore del metallo che colpisce il metallo, seguito dal cigolio sommesso di cardini pesanti.
"Credo sia la vostra cena, Calimor." disse lo scrivano, con un sorriso.
L'inquisitrice si voltò verso la porta.
"Perfetto tempismo. Abbiamo quasi fini..."

***

Il Governatore della prigione fu interrogato a lungo, ma non poté fornire alcuna spiegazione soddisfacente. Un giovane mezzosangue aveva chiesto di parlare col bardo e, nonostante le guardie gli avessero chiaramente spiegato che egli stava già ricevendo la visita di un'inquisitrice, si era avviato lungo le scale, con un passo tranquillo. Una delle guardie riferì di essere rimasta così agghiacciata dallo sguardo del ragazzo da non aver avuto il coraggio di fermarlo. Circa un'ora più tardi - l'indicazione era precisa, giacché il campanile stava battendo le dieci - lo vide risalire, in compagnia del prigioniero e con le vesti lorde di sangue. Curiosamente, non portava armi con sé; solamente un violino dall'aspetto bizzarro. Il prigioniero sembrava atterrito.
Una commissione esaminò i corpi delle guardie, dell'inquisitrice e dello scrivano e, dopo una brevissima consultazione, decise di darli alle fiamme e sigillare le ceneri in una cripta del Tempio.
Forse la teoria di Velodil avrebbe richiesto qualche piccolo ritocco, o forse nemmeno lei era stata in grado di trionfare contro il più terribile dei nemici: se stessa.



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