ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 22 luglio 2017
ultima lettura domenica 19 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Affari di famiglia

di Misantropo. Letto 308 volte. Dallo scaffale Fantasia

Alla gente piacciono i bardi e ai bardi piacciono le belle storie, piene di colpi di scena, mirabolanti imprese, eroici sacrifici e scempiaggini di questo genere. Alla gente piacciono i bardi perché, come loro, detestano la verità. Forse ...

Alla gente piacciono i bardi e ai bardi piacciono le belle storie, piene di colpi di scena, mirabolanti imprese, eroici sacrifici e scempiaggini di questo genere. Alla gente piacciono i bardi perché, come loro, detestano la verità. Forse la ritengono noiosa - essendo indubbiamente noiosi loro stessi - o forse si rifiutano di accettare gli aspetti più ingloriosi, macabri e ridicoli di quanto li circondi.
Io non sono un bardo. Io sono uno scienziato, un mago della Lascaris Corporation di Excelsior, e se mi accingo a raccontare questi avvenimenti è solo per avere una base per riconsiderarli e riflettere su di essi a mente fredda.
Tutto è cominciato un paio di settimane fa, quando l'unità di ricerca e raccolta di informazioni NBR-464 è tornata in sede al termine della sua prima missione di esplorazione. Il golem era stato incaricato di unirsi a una banda di avventurieri. La natura del loro incarico è irrilevante in questo momento - ciò che conta è che NBR fosse riuscito a unirsi al gruppo, ricavando informazioni e iniziando a modellare il proprio comportamento su quello dei compagni biologici.
Aspettavamo tutti con ansia il suo ritorno. Io non nutrivo il minimo dubbio sul successo della prima fase dell'esperimento, in virtù dell'assoluta fiducia nell'operato di mio padre, del dott. Onomarkos e dei rispettivi staff, ma tutti gli altri erano in fermento. Sarebbe riuscito ad integrarsi in quella masnada di balordi? In verità, la mia unica riserva era che il nostro prezioso prototipo finisse per integrarsi troppo, assumendo la mentalità di quella gentaglia: per qualche strano motivo, infatti, la carriera dell'avventuriero attrae i peggiori delinquenti. I vantaggi dell'esplorazione e della scoperta vengono in larga misura surclassati dalla rapina, dall'avidità e dalla brama di eccitazione: un connubio, questo, che palesato in individui privi di scrupoli e abili nel combattimento finisce per provocare molti danni alla società. Ci vorrebbero meno avventurieri e più scienziati, meno fantomatici eletti e più tranquille guardie cittadine, meno criminali dalla testa calda e più innovatori. Insomma, se i bardi dedicassero meno tempo alle bravate ed esaltassero i veri progressi della società, il mondo non sarebbe in mano ai farabutti e agli imbecilli.
Tornando a noi, una tranquilla mattina di due settimane fa, NBR varcò le porte della Lascaris Tower con un carico di informazioni e reperti. Nel corso delle sue esplorazioni aveva raccolto diversi campioni biologici e un paio di manufatti estremamente interessanti, i cui dettagli non è mia intenzione rivelare. Dopo aver fatto rapporto, chiese di poter conferire con mio padre in privato. Non vedevo l'ora di poter assistere il dott. Onomarkos nell'esame psicologico, che sarebbe seguito a quello meccanico.
L'ultima serie dei nostri golem ha qualcosa di molto affascinante: da un punto di vista strettamente militare non è performante quanto le vecchie (come la GN345 o la WEP 7, che hanno dato ottimi risultati nel corso della guerra); ha bisogno di molto tempo per ottenere risultati decenti nell'elaborazione degli input sensoriali, ma si tratta pur sempre di un esperimento - riuscito, riuscitissimo! - di interazione fra un sistema nervoso organico e un corpo d'acciaio. Lavorare con la serie NBR è come avere a che fare con dei bambini di un quintale e mezzo, coperti di spuntoni metallici e privi di istinti. Cuccioli ignari delle debolezze che piagano tutte le specie costruite con carne e sangue: non emettono deiezioni corporee, non hanno passioni, non provano sentimenti. L'esperienza può fornire loro la capacità di gestire gli stimoli, ma quegli stessi stimoli non interferiranno mai con le loro capacità di ragionamento. Sono macchine senzienti e lucide.
Non riesco a impedirmi di invidiarle.
Proprio adesso, mentre scrivo, Eudocia e Maurizio stanno giocando a poca distanza dal mio tavolo. Due piccoli, goffi elfetti dai capelli rossi. I miei figli. Partoriti da mia moglie Lotte. Non li avrei generati se non avessi dovuto portare il fardello del mio nome, se non avessi dovuto ossequiare la mia famiglia dandole continuità genetica; avrei preferito trasmettere il suo nome con le opere di intelletto piuttosto che con atti animaleschi, ma non ho avuto scelta. Atti animaleschi. Il che mi riporta alla mia narrazione.
Il caso che intendo analizzare è rappresentato da uno dei miei fratelli, o meglio dal terzo dei quattro figli del dott. Herbert Skagos: Werther.
I suoi tratti e il suo comportamento non mi hanno mai fatto sentire l'esigenza di effettuare un'approfondita analisi antropometrica e fisiognomica sul suo conto, quindi posso solo affidarmi ai dati, superficiali e parziali, forniti dalla mia memoria. L'ultima volta che lo vidi era un giovanotto di novantacinque anni, in perfetta salute. La statura e il peso risultavano nella norma. La corporatura esile era più delicata che macilenta, tale da indicare non una penuria di energie, quanto un'elevata sensibilità. L'apertura delle braccia e l'ambito toracico mi sono parsi privi di anomalie ma, ripeto, non ho mai eseguito un'analisi approfondita sul soggetto. La lunghezza delle dita della mano era proporzionalmente superiore alle dimensioni trasverse. Aveva i capelli rossi e folti degli Skagos, una fronte ampia e la mandibola squadrata, dalla larghezza pari a quella degli zigomi. La faccia era allungata, il naso dritto e sottile e labbra parimenti sottili. Gli occhi, color ambra, erano grandi e leggermente ravvicinati.
Il contenuto del colloquio privato fra NBR e mio padre riguardava proprio lui, o meglio la sua scomparsa. Mentre mi stavo recando dal dott. Skagos fui accalappiato dalla signora West, l'anziana segretaria di mio padre. Il suo sguardo tradiva l'apprensione tutta particolare delle femmine di una certa età, gravate non da preoccupazioni di ordine personale, ma dall'empatia. Lei era preoccupata perché mio padre era turbato. La vita di lei non aveva ricevuto alcun danno, eppure lei soffriva.
La seguii fino allo studio. Mio padre si trovava in uno stato di palese agitazione.
NBR aveva raccolto diverse testimonianze riguardanti la recente dipartita di mio fratello. La notizia, di per sé, non mi sconfortò. Werther era stato dichiarato disperso e io mi ero abituato a ipotizzare che i suoi resti fossero sparpagliati su qualche campo di battaglia o nello sterco di un paio di orchi. Il mio cruccio era rivolto, piuttosto, alla reazione di mia madre: lei non si era mai rassegnata, come mai aveva smesso di rinfacciare a mio padre di non aver approfittato della nostra influenza per richiamare mio fratello a casa.
La guerra non si era portata via solo lui, infatti, ma anche Albert, mio gemello. La guerra. Più corretto sarebbe dire "la cocciutaggine di Albert". Nessuno li aveva obbligati ad arruolarsi. Nessuno li avrebbe aspettati fuori da una locanda, nessuno avrebbe imposto loro di servire il Regno facendosi massacrare. La Corporazione ha fornito fin troppi soldati, soldati efficienti, che obbediscono senza fiatare e disdegnano cibo, acqua e riposo; che bisogno c'era di inviare anche due ragazzi? Albert era così: uno stupido. Un fantoccio sentimentale. Si era fatto sedurre dai chierici e si era infilato in un ordine cavalleresco, una di quelle sette tutte onore, sacrificio e dedizione. Bah! A che cosa servano tutte queste chiacchiere è per me un mistero. Non mi stupisce affatto che masse di plebei si lascino infinocchiare, ma non mio fratello! Non i miei fratelli! Non due menti brillanti, cresciute in un coacervo di cultura, scienza e razionalità. Sono stati i chierici a portarmeli via, non la guerra.
Ad ogni modo, Albert decise di seguire i confratelli al fronte. Aveva appena ricevuto l'investitura, quindi aveva la testa piena di sogni di gloria, canti epici e fervore divino.
Pur essendo astemio, si presentò da noi ubriaco di menzogne. Le sue ultime parole, prima di partire, furono: "Vado a sistemare i nemici esterni del Regno. Al mio ritorno, mi occuperò degli interni." Alludeva a noi. Alla Corporazione. Alla sua stessa famiglia. A quanto pare, il suo Ordine riteneva empi i nostri studi. Non so perché e non mi interessa saperlo. Werther cercò di mediare, di convincerlo a dare almeno un bacio a sua madre, ma lui, sdegnosamente, rifiutò. Werther, che stava per partire assieme a lui. Aveva preso i voti lo stesso giorno in cui Albert aveva ottenuto l'investitura, ma aveva mantenuto uno spirito vigile. Sarebbe partito come ufficiale medico. Non era un fanatico. Non lo è mai stato. O, almeno, così credevo.
Le esperienze traumatiche possono piegare lo spirito di un individuo fino a spezzarlo. Così accadde a mio fratello. Non conto più Albert. Lui ha rinnegato il nostro sangue. Quando se ne andò ci odiava: odiava mio padre, compativa mia madre e disprezzava me. Diceva che i miei occhi somigliavano a quelli delle nostre macchine. Che erano freddi. Morti. Io non dissi niente. Rimasi a fissarlo e basta. Ho detto addio ad Albert con un lungo, glaciale silenzio.
Werther era diverso. Lui riusciva ad essere entusiasta senza lasciarsi sopraffare dall'emotività. Lui amava la famiglia, amava la scienza e amava il suo dio, ma amava come ama un elfo di ragione. Con misura. Con norma. Senza eccessi. Non si consumava, non cedeva a comportamenti volgari e sconsiderati. Era un ragazzo scapestrato, certo: più di una volta, da novizio, aveva sperperato i soldi della questua fra meretrici e locande, preferiva il combattimento alla teologia, ma la sua passione per l'anatomia ne avrebbe fatto un'ottima risorsa. Un ottimo medico. In lui ardeva il fuoco sacro della scoperta.
Purtroppo, nutriva un'ammirazione esagerata nei confronti di Albert. Erano sempre stati legatissimi, fin da bambini. Albert decideva e Werther lo seguiva. Albert si piccava di raddrizzare un torto e Werther gli dava manforte. Werther era intelligente, capiva che il mondo non si può raddrizzare, che la sopraffazione del forte sul debole è una legge di Natura, ma i discorsi del fratello lo seducevano. Più di una volta li vidi tornare sanguinanti, dopo una rissa scoppiata per difendere l'ennesimo bambino troppo debole per proteggersi, l'ennesima ragazzina bersagliata da moleste attenzioni. Mia madre, pur apprensiva, assecondava quegli atteggiamenti, mentre io non potevo che ritenerli volgari. Avevo già intuito che il compito dell'individuo di scienza è quello di osservare la popolazione, non di interferire con la sua naturale condotta. Albert non era d'accordo. La sua attitudine a indulgere in convinzioni puerili l'aveva indotto scegliere la carriera del paladino. Per molto tempo ho cercato di individuare, in lui, i segni palesi di una tara evolutiva, ma sono recentemente giunto a una conclusione assai diversa: la colpa è della nostra essenza. Fatti di carne e di sangue, siamo sempre preda delle nostre passioni.
Albert morì sul campo di battaglia. Tutti i suoi sogni di gloria si infransero contro l'ascia di un orco, ben più affilata della sua lingua. Riuscirono a levargli la corazza e a trasportarlo nella tenda ospedale, solo per permettere al sangue del suo sangue di vederlo spirare. Di vederlo spegnersi in un ultimo guizzo di agonia, fra lacrime, saliva ed escrementi.
Da quel giorno, le lettere di Werther cambiarono.
Ricordare queste cose suscita in me sensazioni spiacevoli. É come se una marea di pesantezza mi attanagliasse lo stomaco, come se un oscuro rimpianto mi offuscasse la mente. Sono uno sciocco. Era uno sciocco ma io gli volevo bene. Sapevo benissimo che era morto, ma sentirlo dalla parole di NBR, dalla sua voce metallica e priva di intonazione, mi ha fatto cogliere tutto il peso di quella certezza con una brutalità che non mi aspettavo. Tutti noi dobbiamo morire, tuttavia sapere che non potrò più rivederlo mi getta in uno sconforto che non riesco a reprimere. La mia mente coglie la realtà ma non riesce ad accettarla appieno. Qualcosa, in me, sembra volersi ribellare all'evidenza. Lui non era uno spietato agente del Bene Assoluto come Albert, ma un elfo che amava gli umanoidi col distacco del chirurgo e l'affetto del poeta. Il sangue degli Skagos ha fornito a tutti noi una lucidità fuori dal comune e lui ne è stato sopraffatto.
Le sue lettere, come dicevo, si erano riempite di sofferenza, di angoscia, ma anche di speranza.
Lui aveva trovato una missione: aiutare i soldati. Anche i nemici. L'ultima lettera proveniva dalla città di Tys, in procinto di essere assediata. Da allora, non abbiamo più ricevuto sue notizie.
Nel frattempo sono trascorsi dodici anni, durante i quali Werther è diventato Rielle.
L'elfo di cui ci ha parlato NBR non aveva niente a che fare con mio fratello. Non potevo credere che le esperienze l'avessero mutato a tal punto. Che la mente di mio fratello si fosse spezzata, come l'armatura di Albert. Ho sentito la storia di un prete pazzo, di un facinoroso assetato di sangue, di un fanatico che ha scelto di immolarsi per il proprio Dio. Un Dio diverso da quello venerato da Werther. Un Dio la cui memoria era sopita da tempo, confusa nella superstizione. Un Dio selvaggio.
Ero certo che NBR si fosse sbagliato, che avesse riportato la storia di un altro uomo. Tuttavia, i dettagli erano troppo calzanti e i reperti al di là di ogni dubbio. L'anello di mia madre e una mazza forgiata dal nostro fabbro. Il golem aveva ricevuto entrambi gli oggetti da uno degli screanzati che affermavano di aver combattuto con mio fratello.
Cosa l'aveva spinto a cambiare nome e diventare un avventuriero, un mercenario, un criminale prezzolato? Feci questa domanda ad alta voce, pur rivolgendola principalmente a me stesso. NBR mi rispose con la sua solita flemma: i biologici amano la violenza quindi, una volta che abbiano ceduto all'irrefrenabile istinto, non possono più sottrarvisi. Questa risposta mi irritò. Lui stava analizzando me. Lui, un costrutto, la nostra creatura, si stava permettendo di insultare la memoria di mio fratello, assimilando lui, mio padre, me...a meri sacchi di carne. Tutti noi. "I biologici hanno un irrefrenabile istinto per la violenza." Il suo sguardo vuoto stava fissando me. I biologici. Io. Non mi sono mai sentito così degradato in vita mia. Nonostante il mio intelletto, nonostante le mie lucide capacità di analisi, rimango e rimarrò sempre solo un sacco di carne. Come ha fatto mio fratello a diventare un ribelle, come ha fatto uno scienziato a compiere sacrifici umani? Come ha fatto a scambiare il bisturi con un coltello di ossidiana?! La risposta è semplice: è impazzito. O, meglio, non è più riuscito a contenere la sua natura. La nostra natura.
Comincio a credere che la classificazione attualmente accettata dai manicomi sia passibile di una revisione: ha davvero senso ritenere che la propensione per il delitto sia connaturata ad alcuni individui degenerati, i cui caratteri sarebbero riscontrabili dall'analisi antropometrica? Non potremmo invece affermare che ogni individuo, in quanto soggetto a passioni e violenti squilibri chimici, sia un potenziale delinquente, frenato solo da una debole facoltà intellettiva e dai legacci della società? La forza primordiale che ha spinto me a generare due figli è la stessa che ha spinto Albert a rinnegarci. L'irrazionalità. La passione. La violenza. Il sangue. La medesima forza funesta, comune ai civilizzati e ai selvaggi.
Per quanto mi sforzi, non potrò mai liberarmi da questa maledizione.
Werther non presentava alcun carattere atavico, eppure era entrato a far parte di una società segreta, di una cabala di ribelli, decisa a rovesciare il Regno. Era partito come medico dell'Esercito, era tornato come traditore, è morto da folle. Le sue azioni non avevano alcun movente razionale.
Io non credo nella patria, o in simili sciocchezze, ma il Regno è il nostro finanziatore. Noi viviamo per fornire arnesi da macello a un branco di politicanti che devono la loro posizione unicamente al nome.
La narrazione del golem mi aveva tolto il sonno, così decisi di indagare. Il giorno seguente lo accompagnai nel tempio abbandonato che, a suo dire, Werther aveva indicato come base dei ribelli. Appena prima di gettarsi nella mischia, cercando il martirio, aveva pregato uno dei compagni di riportare la mazza a un tale di nome Furetto, assieme ad alcune parole di riconoscimento. Il mercenario aveva affidato la stessa missione a NBR, che aveva deliberato di portarla a termine non appena se ne fosse presentata l'occasione.
La nostra destinazione si trovava nei bassifondi della città, motivo per cui molti dei miei colleghi cercarono di farmi desistere: per quanto programmata per raccogliere informazioni, la macchina era dotata di sistemi di difesa piuttosto efficienti, mentre io non mi ero mai trovato in situazioni pericolose.
Il dott. Onomarkos fu l'unico a darmi fiducia anche in questo frangente. Presi con me una daga, mentre le considerazioni di NBR mi risuonavano nella mente. L'avrei usata? Ne sarei stato capace? Avrei ceduto anch'io alla violenza? Non sapevo più cosa pensare. Sapevo solo che mio fratello era giunto a sgozzare un pescatore per propiziare la marea. Sarei stato pronto a scommettere su di lui, sbagliando. Potrei davvero scommettere su me stesso?
Mentre mi infilavo l'arma alla cintola, NBR mi rassicurò, giurando che mi avrebbe difeso da qualsiasi minaccia.
Approfittai del tragitto per interrogarlo in merito ai suoi sistemi di difesa: si era mai trovato a usarli? Avevano funzionato a dovere? Lui rispose affermativamente ad entrambe le domande, riferendo di essersi trovato a fronteggiare diversi attacchi, da parte di animali e di umanoidi aggressivi. Fortunatamente, la fragile struttura fisica di molti biologici gli aveva permesso di prevalere senza subire danni strutturali. Gli chiesi informazioni sulle sue emozioni, ma lui dimostrò di non aver compreso la domanda. Pur avendo partecipato alla sua costruzione, non sapevo nemmeno se fosse in grado di provarne. A quanto pare, riusciva a interpretare il comportamento dei biologici solo in base al confronto con i parametri fornitigli, senza provare alcuna empatia. Appresi anche che, dietro mio esplicito ordine, sarebbe stato pronto ad abbattere i mercenari che, da mesi, gli facevano da modelli e compagni. Come un perfetto soldato. La soggezione che le sue analisi mi avevano imposto scomparve d'un tratto, lasciando posto a una vaga sensazione di potere. Io, un fragile elfo, avrei potuto usare la macchina come arma e questa, priva di passioni, sarebbe diventata uno strumento per soddisfare le mie.
Il tragitto proseguì senza intoppi.
Giungemmo al tempio. NBR, al quale erano state fornite nozioni di architettura e ingegneria, stimò che si trattasse di un edificio risalente a circa un migliaio di anni prima. Nonostante la struttura fosse danneggiata, erano riconoscibili gli elementi caratteristici della Prima Fase: pianta ottagonale, copertura di mattoni, uso di contrafforti per collegare le facce attigue, tiburio sopraelevato e abside poligonale. L'atmosfera era resa spettrale dalla gelida nebbiolina che era calata sulla città quando il sole si era velato.
Ci avvicinammo al portale con passo sicuro, attraversando una piccola porzione di prato, la cui vegetazione doveva essere stata da tempo abbandonata a se stessa. Bussai, pronunciai le parole riferite dall'avventuriero e chiesi di Furetto. Calò il silenzio e su di me calò il gelo: per qualche secondo temetti che l'informatore ci avesse ingannati, che per pura malizia avesse spinto il golem in una trappola. Il mio compagno era impassibile come sempre.
Dopo qualche istante, fummo accolti e condotti da Furetto. L'interno del tempio, illuminato dal grosso falò che ardeva proprio sotto la cupola, mi lasciò a bocca aperta. Il primo elemento che mi colpì fu il ritmo imposto dalla luce: l'alternanza fra le zone illuminate e gli antri oscuri delle esedre, animata dai riflessi dei mosaici, richiamava un senso di ordine ed equilibrio. Pur imponente, la struttura era alleggerita dalle colonne e dai pulvini, che sembravano spingerla letteralmente verso l'alto. I banchi erano stati accatastati intorno al fuoco e si vedevano ovunque gli elementi propri dei ricoveri: mucchi di cianfrusaglie, pagliericci e, accanto al falò, tegami e pentole. Il disordine di quegli elementi quotidiani, che sembrava profanare la sacra armonia del posto, mi disgustò. In luogo dell'aroma dell'incenso, le pareti emanavano ormai gli olezzi ben più prosaici del legno bruciato e degli effluvi umani.
Trovammo Furetto in una nicchia, immerso in preghiera. Si trattava di un mezz'uomo. Altezza nella media della sua razza; corporatura gracile; mani nodose e ossute. Il viso era ovale e scavato, percorso da un intrico di rughe e sormontato da un grosso naso aquilino. La luce contribuiva ad accentuare gli occhi, molto grandi, verdi e infossati sotto le sopracciglia grigiastre. I capelli gli ricadevano sulle spalle in onde grigie. Indossava un umile saio color mattone. L'aspetto generale era piuttosto modesto, nonostante lo sguardo e la posa trasmettessero un vago senso di dignità e fermezza.
Mi sarei aspettato molto di più dal capo di una setta decisa a far sprofondare il Regno in una rivoluzione.
Mi presentai come fratello di Werther e restituii la mazza. NBR mi corresse: il nome era Rielle. Pensavo di aver capito male, quando l'aveva pronunciato, il giorno prima. Rielle. Impiegai diverse ore a capire dove avessi già sentito quel nome e trovai la risposta osservando il mio albero genealogico, raffigurato in un grande arazzo nel salone della Lascaris Tower, accanto a quello dei Lascaris e degli Onomarkos. Rielle Skagos aveva guidato il suo clan nelle ultime, sfortunate battaglie della Guerra dei Regni. A causa della giovane età e della sorte tragica, era stato soprannominato "Lothiar", che nell'antica lingua del mio popolo significava "fiore di sangue". Non destava meraviglia che Werther avesse scelto di chiamarsi come l'antenato. Ero stato proprio io a raccontargli la storia, aiutandomi con un poderoso codice miniato, nella penombra della nostra biblioteca. Mio fratello, che al tempo aveva solo trent'anni, era rimasto tutto il tempo a scrutare le pagine con i suoi grandi occhi ambrati. In particolare, si era soffermato sulla miniatura che apriva la pagina, raffigurante la versione stilizzata di un Haemanthus coccineus. Rammento ancora che mi domandò se ci fossero ballate su di lui. Io, che mi ero già posto la medesima domanda, risposi che non ce n'erano: nessuno dedica ballate agli sconfitti. Allora lui disse che gliene avrebbe dedicata una, in modo che chiunque avesse cantato le sue gesta avrebbe pregato anche per i caduti che nessuno voleva ricordare.
La sua attenzione verso i vinti fu acuita enormemente dalla guerra. Non si trattava più di ascoltare ballate ma di osservare, con i propri occhi, il massacro. Catturato nel corso della battaglia di Tys, sottoposto a mesi di prigionia, finì per adottare il punto di vista degli orchi.
In una lettera aveva fatto menzione a un episodio che l'aveva colpito profondamente. Il suo reparto aveva dato alle fiamme un villaggio, il terreno era coperto di cadaveri e lui si stava affannando coi feriti. Ad un certo punto, la sua attenzione fu attirata da un cucciolo di orco, che stava fuggendo dalle fiamme seminudo e ustionato. Assecondando la sua formazione, gli si era avvicinato per soccorrerlo, ma Albert l'aveva fermato: l'orchetto era solamente un selvaggio, quindi non meritava di usufruire delle risorse del Regno. Werther aveva respinto il consanguineo con uno spintone, ma l'orchetto era già stato placcato da alcuni soldati. Uno di loro lo afferrò per un braccio e, con un gesto fulmineo, lo sventrò. Le interiora scivolarono gorgogliando sul terreno, già chiazzato di sangue.
La sua posizione l'aveva salvato da molti dei deplorevoli spettacoli del campo di battaglia, quindi si trattò di una specie di battesimo del fuoco. Da quel momento, mio fratello iniziò a mettere in dubbio la santità della causa e la sua stessa fede. Valeva davvero la pena venerare una divinità che, a quanto tutti dicevano, aveva ordinato quella crudele campagna di "civilizzazione"? Era davvero sicuro che il mondo fosse retto da Numi benevoli? Mentre i mesi avanzavano, nel petto del paziente crescevano lo sconforto e la rabbia. Fino alla morte di Albert e alla cattura.
Nel villaggio, nella sua gabbia di tronchi incrociati, Werther ritrovò la fede. La storia che raccontò a Furetto dimostrava perfettamente quanto la sua mente fosse sconvolta. Io l'avevo pregato più volte di non partire: sapevo, infatti, che i suoi fragili nervi non avrebbero retto alla realtà di un conflitto. Purtroppo avevo ragione. Gli orchi attaccarono il campo di sorpresa, macellando i soldati che, ancora semi-addormentati, si affannavano a raccattare le armi. Werther fu scagliato a terra da un guerriero. Mentre questi si apprestava a sfondargli il cranio con la mazza, il medico ebbe la visione di un campo di battaglia, sul quale si stendeva un cielo rosso come il sangue; in mezzo alla carneficina c'era un uomo che danzava roteando una mazza. Quando riprese conoscenza, il guerriero giaceva accanto a lui, col volto sfigurato. Qualche giorno più tardi, in preda alla febbre e con il coltello dello sciamano già alla gola, aveva invocato lo sconosciuto, confessando così la visione. I selvaggi non si erano chiesti come mai il loro terribile Dio del Massacro si fosse palesato a uno straniero - si erano limitati ad accogliere mio fratello nel tempio, iniziandolo ai misteri e sottoponendolo a una serie di prove. A detta di Furetto, aveva il volto solcato da tre cicatrici rituali, un orecchio amputato per metà e il corpo coperto di bruciature.
Chi non sarebbe impazzito?
Era stato inviato ad Excelsior per mettersi in contatto con i cultisti locali e aiutarli nella battaglia contro il Male. Ossia il Regno e i suoi "feticci".
Mentre raccontava, Furetto reggeva la mazza col rispetto dovuto a una sacra reliquia.
Non riuscivo a staccare gli occhi dall'oggetto. Quella era stata l'arma prediletta di mio fratello. Non riuscivo a figurarmelo, non riuscivo a costringere l'immaginazione a soprapporre le immagini trattenute dalla mia memoria con le evidenze raccolte negli ultimi giorni. Werther che uccide. Werther, sempre sorridente e allegro che, coperto da una tonaca color ruggine, trascina una vittima su un altare e le conficca un pugnale nella gola. Un Werther di cent'anni, che benedice un piccolo esercito di esaltati. Il suo volto doveva essersi fatto duro e affilato. Chissà com'erano diventati i suoi occhi? Saranno stati gelidi oppure lucenti e bestiali come quelli degli animali? E la sua voce? Con quale tono pregava quel Nume? Con quale tono officiava le cerimonie, al fianco di Furetto, in quello stesso tempio?
Mentre ascoltavo il cultista, non potevo impedirmi di essere assalito da un fiume di sensazioni contrastanti: ero curioso...anzi, ansioso di apprendere quanto più possibile, ma al tempo stesso ero assalito dal disagio. Più di una volta rimpiansi di non essere rimasto al sicuro e più di una volta mi trovai a maledire il mio timore.
L'individuo che avevo di fronte esercitava su di me e su NBR un fascino irrefrenabile: era pazzo, ovviamente, fanatico, eppure in quel momento se ne stava comodamente seduto sul basamento di una colonna, scaldandosi le mani contro il fuoco e parlandomi di mio fratello. Perché lo stava facendo? Perché gli avevamo riportato l'arma? Perché conoscevamo le parole d'ordine? Prima ancora che potessi finire di formulare il pensiero, NBR aveva posto a Furetto esattamente quella domanda, col suo consueto candore. L'uomo si limitò a sorridere. Rielle lo rimproverava sempre per la sua propensione a fidarsi degli altri. Non aveva capito che il Nume non li avrebbe mai abbandonati. Che non li avrebbe mai lasciati affondare. Che li avrebbe condotti alla vittoria nonostante tutto e che se loro fossero stati uccisi non avrebbero fatto altro che glorificare il suo nome. Il Dio del Massacro si compiace del sangue, del tradimento, della guerra. Perché negargli un olocausto? Inoltre, non stava riferendo alcun dettaglio inerente il culto o la setta, ma si stava limitando a ricordare l'amico con un consanguineo.
Il sangue, mi disse, è fondamentale. E' il legame più viscerale che esista. Lui era diventato fratello di Rielle quindi, in fondo, lo era anche di Demetrius. Io ero sangue del suo sangue.
NBR fece per obiettare, ma io lo fermai: si trattava di ragionamenti privi di logica, che però mi incuriosivano.
Il rapporto che si era instaurato fra mio fratello e il prete era così stretto da sembrare a quello fra un padre e un figlio. Tuttavia, quando gli riferii della sua morte, non constatai alcun segno di tristezza. Si limitò a chiedermi come fosse accaduto. NBR prese la parola e riferì quanto appreso dai mercenari. Furetto sorrise. "Il martirio è la più gioiosa delle morti." Mi sembra di udire ancora la sua voce, profonda, pastosa e ferma come le colonne del tempio. L'halfling non soffriva per mio fratello. Non provava, come me, un sordo dolore ma era invaso da una gioia quasi incontenibile. Con mio estremo stupore si alzò e richiamò l'attenzione dei presenti. Gridò che il loro fratello aveva ricevuto l'immenso onore di morire per la Causa, che era finalmente libero. Con un gesto solenne, mi abbracciò. Mi raccontò che Rielle non aveva mai esitato, che provava una fede così viscerale da essere ormai immune alla paura e al dolore. Quando giunse al tempio per la prima volta, gli fu chiesto di fornire una prova della sua devozione. Lui gettò il ciondolo che portava al collo in un braciere, lasciò che si arroventasse e lo estrasse con la mano nuda. Mentre il simbolo nel Nume gli si imprimeva a fuoco sulla carne, facendola sfrigolare, lui non emise un solo gemito. L'ottundersi delle percezioni sensoriali è una caratteristica che si riscontra in molti alienati, ma secondo quei fanatici costituiva un segno d'eroismo.
Io mi guardavo intorno, smarrito, mentre tutt'intorno rimbombavano grida di gioia. Una bella morte per la giusta Causa. Come Albert. Come Lothiar. Un giovane elfo destinato ad una tragica fine. Una delle storie che piacciono ai bardi. Ebbi la strana sensazione di trovarmi io stesso dentro a una ballata. Qualcosa, nel mio spirito, sembrava ardere più delle fiamme che illuminavano il tempio.
Non sono abituato a provare emozioni violente, quindi faccio ancora fatica a interpretare quelle sensazioni. Anche in questo momento, a distanza di due settimane, percepisco l'eco di quella tempesta. I muscoli del torso mi si tendono, come a voler contenere un impulso che, rotolando su se stesso e gorgogliando, cercasse di farmi esplodere i polmoni. Se non avessi avuto innanzi il contegno dignitoso e superiore di NBR avrei afferrato Furetto per il bavero, ricacciandogli in gola tutte le sue stupidaggini. Lo giuro, non avevo mai sperimentato una simile rabbia. Quella setta aveva ucciso Werther. Mio fratello aveva cessato di esistere quando era stato catturato e spinto, con la tortura e le privazioni, alla più completa pazzia. Rielle non era un'evoluzione della sua personalità, ma il suo assassino. L'individuo di intelletto era diventato un animale e un eroe, una marionetta degli ormoni e il protagonista fesso di una narrazione inconcludente. Per un unico attimo, mentre Furetto rendeva gloria ai suoi idoli, mi balenò in mente la daga che portavo al fianco. Io non sono un delinquente, come non lo era Werther. L'influenza di quel tempio malsano mi stava contaminando, rendendo i miei pensieri sempre più confusi.
Con un guizzo, Furetto mi afferrò per le spalle. Il suoi occhi lampeggiavano su un volto reso feroce dalla vampa. Subito dopo, fui spinto violentemente all'indietro. Temendo che il prete volesse minacciarmi, NBR era intervenuto e l'aveva agguantato, strappandomelo di dosso.
Gli eventi che seguirono sono sospesi nella mia memoria come un sogno. La folla che ammutolisce. La consistenza dei grani di terra sul pavimento gelido e consumato, compressi dalle suole dei miei stivali. Il gruppo immobile del golem e del prete.
Le peculiari fattezze di NBR mi colpirono per la prima volta. Il suo volto di bambola e i boccoli biondi che lo incorniciavano gli conferivano un aspetto terribile e inquietante. Una bambola dall'armatura nera, che impugna una falce. Il prete era a terra. La lama, resa infuocata dai bagliori del rogo, incombeva su di lui. Con un tono che faticai ad attribuire a me stesso, ordinai al golem di fermarsi. Lui obbedì.
Furetto, ancora accasciato a terra, scoppiò a ridere. L'uditorio sembrò rilassarsi, anche se sentivo su di me una molteplicità di sguardi inquisitori. Continuando a ridacchiare, il prete si complimentò con la mia guardia del corpo, si rialzò e, avvicinatosi di qualche passo, mi tese il suo coltello. Io non lo afferrai. Rimasi a fissarlo, interdetto. Non capivo cosa volesse da me. Mi parve di leggere, nel suo sguardo beffardo, una sorta di consapevole invito. Qualcosa, nella piega ironica delle sue labbra, faceva sorgere in me la sensazione che lui fosse a conoscenza della mia fugace tentazione. Ovviamente si trattava di una divinazione surreale. Tutto l'ambiente era surreale, per la mia mente sovreccitata. Sentivo di non essere pienamente lucido. Una sensazione estremamente frustrante. Non ero in grado di scorgere la mia espressione, ma ero certo che fosse molto diversa da quella, completamente inespressiva, di NBR. Io ero coinvolto. Mi ero avvicinato troppo al mondo, finendo per esserne intrappolato. C'è un ottimo motivo se ai terapeuti è interdetto di occuparsi dei membri della propria famiglia.
Nonostante tutto, riuscii a reagire in modo impeccabile. Ignorando l'invito di Furetto, tornai a sedermi al mio posto, imitato dal golem. Dissimulando la mia agitazione, chiesi se ci fossero altri argomenti inerenti la nostra conversazione.
Furetto mi pregò di attendere e si allontanò. Tornò dopo qualche minuto, perfettamente calmo, recandomi una lettera. Disse che era stata scritta da Rielle pochi mesi prima, abbozzata ma mai terminata. Doveva essergli scivolata dalla borsa quando era fuggito dalle guardie di Excelsior, dopo l'ultimo assassinio. Lui l'aveva trovata sul pavimento della cappella che fungeva da dormitorio. Era indirizzata a me.
Fatto questo, il nostro interlocutore ci indicò un corridoio e ci pregò di usarlo per lasciare l'edificio. Se fossimo usciti dal portone principale avremmo rischiato di destare dei sospetti. Accomiatandosi, il prete mi chiamò nuovamente "fratello", mi invitò ad essere fiero di Rielle e mi pregò di non respingere la chiamata del Dio. Io non risposi.
Nonostante la curiosità, non ebbi il coraggio di aprire la lettera fino a quando non mi trovai solo, nell'intimo silenzio del mio studio. Pregai Alessandro di non far entrare nessuno e mi apprestai a leggere le ultime parole di mio fratello. La grafia era così disordinata che feci molta fatica a interpretarla: l'inclinazione delle righe e la profondità del tratto indicavano...iniziai ad analizzarla, ma non riuscii a impedire alla mia attenzione di essere attratta dal contenuto.
"All'attenzione del dott. Demetrius Skagos...caro fratello, sono da poco rientrato in città per...[segue un paragrafo cancellato] Questa guerra non avrebbe mai dovuto scoppiare. Mai. [altre righe cancellate] Io...avrei dovuto morire molti anni fa...mio Dio, che cos'ho fatto?! Tutto perduto... La mia anima è perduta, la mia mente è perduta. Non riconosco più me stesso. Non riconosco più il mio riflesso. Vorrei solo tornare a casa, riabbracciare te, Friedrich, il papà e la mamma. Vorrei solo tornare ad essere quello di un tempo. Le mie mani sono macchiate. [parole illeggibili] Solo tu puoi salvarmi. Tornerò a casa, mi sottoporrò a una terapia del dott. Onomarkos...gli incubi mi perseguitano, incubi orrendi! [righe cancellate] Non lo so...forse avrei dovuto fare come molti altri. Avrei dovuto essere solo un devoto. Ma io...non ho mai avuto fede. Non ho compiuto alcuna scelta. E' difficile da spiegare, lo so. Io credo di aver...amato...il mio Dio, più di qualsiasi altra cosa. Non so se tu abbia mai provato, ma ti assicuro che è qualcosa di estremo. E' troppo grande per me. Troppo grande, per me, questa missione, troppo grande l'amore verso un immortale. Io sono affamato, assetato, insonne di Lui! Io sono infermo di Lui, disperato di Lui! Come si può amare un Nume terribile? Come si può amare e temere al tempo stesso, implorando pietà senza desiderarla? Come si ama qualcosa di feroce? Come si ama qualcosa di sublime? Mi sento già marchiato dalla morte. La mia sorte sarà tragica, lo so. Forse sarà una lama, o forse sarà il mio stesso cuore, che strazierà ogni mia fibra fino a consumarla. Sono infermo, arso! Non posso più vivere! E' troppo per me. Troppo per le mie forze. Quello che è successo, quello che ho vissuto, quello che chiunque abbia provato una guerra ha vissuto...tutta la morte, tutta la disperazione, tutte le grida che non ti abbandonano mai! Non posso più sopportarlo. E' per questo che ho deciso di scriverti. Non tornerò più a casa. Non lascerò questo posto. Non lascerò il mio Dio. Se devo cadere, cadrò per Lui.
E' stato...nonostante tutto, nonostante i miei errori...è stato un onore. E' stato un onore averti come fratello. Dì a papà che mi dispiace."
Mi accorsi che sulla lettera erano comparse alcune macchioline.
Dopo un paio di secondi mi resi conto che si trattava delle mie lacrime.


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: