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lavoro pubblicato lunedì 17 luglio 2017
ultima lettura mercoledì 19 luglio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Iveonte (Capitolo 82)

di Iveonte. Letto 75 volte. Dallo scaffale Fantasia

KODRUN CONTRO IL MOSTRUOSO AQUILUP - Al compimento del suo venticinquesimo anno di età, quindi, Kodrun aveva sposato la sua amata Lurella. Ella da un anno era diventata orfana anche di padre, il quale era morto per aver contratto una grave forma .....

KODRUN CONTRO IL MOSTRUOSO AQUILUP

Al compimento del suo venticinquesimo anno di età, quindi, Kodrun aveva sposato la sua amata Lurella. Ella da un anno era diventata orfana anche di padre, il quale era morto per aver contratto una grave forma di malattia polmonare. In verità, il matrimonio era stato sollecitato dagli stessi genitori del giovane che si erano mostrati molto preoccupati per la ragazza. La poveretta, dopo la morte prematura del genitore, praticamente viveva da sola nella sua casa. Perciò nessuno avrebbe potuto difenderla in famiglia, nel caso che alcuni malintenzionati avessero tentato di farle una sgradita visita.

Quanto alla loro unione matrimoniale, essa si era svolta tra grandi festeggiamenti e aveva preso parte alle nozze l'intero popolo di Litios con grande allegria. Durante i tre giorni di festa che c'erano stati, ogni abitante del villaggio, approfittando della cerimonia nuziale, aveva manifestato la propria gioia con brio ed esultanza incredibili; ma alcuni non si erano astenuti dall'esagerare nel darsi alla baldoria. Secondo loro, poiché si presentavano di rado occasioni del genere, nelle quali si poteva mangiare e bere a ufo, bisognava essere dei veri allocchi, per non approfittarne. Così ciascuno giustamente vi aveva partecipato anima e corpo, dandosi a ingurgitare pietanze e a tracannare vini alla salute dei novelli sposi.

A ogni modo, non volendo tacciare i Litiosidi di esagerato opportunismo, chiariamo subito un particolare. Tutti gli abitanti di Litios stimavano e amavano il loro campione Kodrun per un'infinità di motivi. Per questo, partecipando ai festeggiamenti indetti per le sue nozze, essi lo avevano fatto principalmente per congratularsi con lui e condividere la sua immensa felicità di quel fausto giorno che per lui sarebbe stato memorabile.

Un mese dopo il matrimonio di Kodrun, una decina di allevatori si erano presentati al capo Ursito, con l'intento di lamentarsi di uno strano fenomeno. Una volta la settimana, sistematicamente veniva portato via del bestiame dal recinto rurale di qualcuno di loro, senza che i guardiani se ne accorgessero. Inoltre, gl’ignoti autori degli abigeati non avevano preferenze per nessun tipo di bestiame, per cui indifferentemente rubavano sia buoi e cavalli sia pecore e capre. Al riguardo, s’ignorava nel modo più assoluto com’essi facessero a portarseli via e dove poi andassero a divorarseli. I furti degli animali da pascolo avvenivano in una maniera insolita; era come se le bestie sparissero prima di lasciare il loro recinto. Siccome la sottrazione delle bestie da tale luogo avveniva sempre di notte, tutte le volte al mattino non si era in grado di trovare la benché minima traccia che potesse indicare il percorso seguito dai ladri nel portarsele via.

Al termine dell'esposizione dei fatti, avvenuta con un evidente rammarico da parte degli interessati, il capo di Litios, chiaramente si era mostrato di non saper dare una giusta valutazione alla vicenda. Perciò aveva risposto loro:

«A esservi sincero, miei cari allevatori, anche se volessi aiutarvi, non saprei come fare per sbrogliare la vostra matassa, la quale è assai ingarbugliata. Se non ci siete riusciti voi a cogliere in flagranza quelli che vi derubavano del bestiame, pur essendo sul posto, mi dite come potrei risolvervi io il problema, che abito lontano dal luogo in cui si verificano i furti? Prima di fare intervenire i miei soldati, non vi pare che debba io già conoscere le persone sospette dei reati che vi danneggiano in continuazione? Dovreste già sapere che questa è la prassi, quando si decide di denunciare alle autorità competenti un torto subito da qualcuno! E non ce n’è una differente da essa!»

«Sarà senz’altro vero quanto hai affermato, Ursito.» era intervenuto a obiettargli uno degli allevatori presenti, il cui nome era Linkus «Ma i tuoi soldati potrebbero darci una mano a scovare i ladri, siccome essi vengono retribuiti anche per svolgere questo compito, se non ci sbagliamo! Oppure siamo in errore a pensarla in questo modo?»

«Anche se è così, Linkus, non se ne parli nemmeno! Potrebbe trascorrere moltissimo tempo, prima che i soldati riuscissero a conseguire dei risultati concreti. In quel caso, il loro distaccamento presso le vostre mandrie e le vostre greggi mi verrebbe a costare un occhio della testa, considerati gli aumenti di salario che ci sono stati in questi ultimi tempi! A meno che non vogliate accollarvi voi le spese relative al loro vitto e al loro alloggio, per il tempo che essi saranno distaccati presso le vostre case coloniche! Quindi, decidete se la mia proposta vi sta bene o se invece volete ignorarla, facendo a meno dell’aiuto dei miei soldati. È il caso di dire: "Prendere o lasciare!"»

In quell’istante, era entrato nella casa paterna anche Kodrun, il quale si era presentato dal genitore per avere da lui alcune informazioni. Avendolo poi sentito rivolgere ai suoi ospiti quelle parole che avevano avuto il sapore di un aut aut, ne aveva voluto approfondire le motivazioni, insieme con l’intera faccenda. Così era venuto a sapere ogni cosa da Linkus, essendo stato pregato dal suo capo di riepilogare al figlio la loro intera vicenda che li aveva spinti a rivolgersi a lui. Dopo averla appresa, il giovane aveva voluto esprimere anche la sua opinione in merito ai furti lamentati dagli astanti sfiduciati. Dunque, prendendo la parola, aveva iniziato a parlare loro:

«Mi dispiace per ciò che vi sta accadendo, preoccupati allevatori; ma non è giusto che voi dobbiate subire delle autentiche razzie da parte di emeriti sconosciuti. Perciò avete il diritto di essere difesi da coloro che, riuscendo a farla sempre franca, continuano a frodarvi delle vostre bestie. D’altro canto, mio padre non ha torto nell'informarvi che il trasferimento di un drappello di soldati in zone lontane dal villaggio ha un costo non indifferente. Voi dovreste essere a conoscenza che i soldati possono muoversi e soccorrere qualcuno, solo quando si conosce la persona che abusa nei suoi riguardi e non pure nei casi in cui il prevaricatore è ignoto. In quest’ultima circostanza, spetta al fruitore di una scorta militare farsi carico delle spese di vitto e alloggio per l'intera durata del servizio. Dunque, siccome questa procedura è contemplata dalle leggi del nostro villaggio, vi prego di non prendervela con il vostro capo che non ne ha alcuna colpa. Invece provate a mettervi nei suoi panni!»

«Ciò vuol dire, valoroso Kodrun,» gli aveva risposto Linkus, a nome pure degli altri «che dobbiamo arrenderci a coloro che, a dispetto di ogni legge, esercitano impunemente la loro attività di abigei? Non credo che una persona del tuo stampo, in qualità di guerriero imbattibile e intollerante dell’ingiustizia, sia d’accordo nel ritenere che ciò sia giusto e che i delinquenti possano abusare indisturbati degli onesti! Se questo dovesse risultare vero, la tua fama, di cui tutti parlano, sarebbe suscettibile di demistificazione. Inoltre, avremmo ben poco da sperare dal futuro capo di Litios, il quale risulterebbe affetto da un'appariscente incoerenza! Ecco come la penso io!»

«Invece, Linkus, sarei io per primo a ritenermi tale, se mi dimostrassi tollerante dell’iniquità altrui. Si dà il caso, però, che neppure l’ho immaginata una cosa simile; né mi sarei mai permesso di arrivare a tanto! Poco fa ho inteso solo schiarirvi le idee su ciò che prevede la legge del nostro villaggio, riguardo al vostro caso. Comunque, l'ho fatto unicamente perché non pensiate male del vostro capo, il quale è anche il mio genitore. In riferimento poi alla mia fama, non ho alcuna intenzione di discreditarla in questa occasione, siccome mi passa per la testa un'idea ben diversa!»

«Ci vuoi spiegare, valoroso Kodrun, in quale altro modo vorresti non smentirti e farmi così ricredere di quanto poc'anzi ti avrei ingiustamente accusato? Anche i miei amici attendono di saperlo, essendo anch'essi arrabbiati a causa di chi li deruba!»

«Adesso mi affretto a rivelarvi ciò che desidero fare a vostro favore, indipendentemente dalla legge vigente nel nostro villaggio. Dal momento che non potranno essere i soldati di mio padre a venire con voi, per scovare i ladri e rendervi giustizia, sarò io a farlo di mia volontà. Vi seguirò con un pugno dei miei amici migliori, i quali collaboreranno con me nel trovare il bandolo del vostro problema. Vedrete che alla fine scopriremo i ladri incalliti che da lungo tempo abilmente riescono a sottrarvi il bestiame. Così vi libereremo per sempre da loro! Ora vi ritenete soddisfatti?»

«Adesso sì che hai parlato da vero te stesso, Kodrun!» era intervenuto a elogiarlo Linkus «La tua fama, quindi, non rimane minimamente scalfita. Da parte mia, non avrei dovuto neppure sospettare della tua integrità morale ed eroica, anche se a questo punto non serve più piangere sul latte versato. Intanto, però, fatti ringraziare, anche a nome degli altri allevatori qui presenti, per aver deciso di venirci incontro nella nostra vicenda, la quale non si presenta per niente allegra a tutti noi! Comunque, ti anticipo che la nostra gente sarà molto onorata di averti dalle sue parti!»

Il giorno seguente, Kodrun si era già messo alla ricerca degli amici che avrebbero dovuto accompagnarlo in quella missione, della quale si era fatto volontariamente carico. Egli, però, avrebbe accettato l’adesione soltanto di coloro che godevano della sua massima fiducia, sia come combattenti sia come persone giudiziose. Quando ne aveva trovati una trentina, il primogenito di Ursito, insieme con loro e con gli allevatori denuncianti, si era messo in cammino verso la nuova avventura. La quale non gli dava la possibilità di apprendere anticipatamente con chi avrebbe avuto a che fare.

Il loro arrivo nei luoghi, dove venivano consumati i reati di furto da parte d’ignoti, c’era stato dopo un paio di giorni di galoppate, le quali erano state interrotte dalle pause di ristoro diurno e di riposo notturno. Ma la loro prima tappa era stata la fattoria di Linkus, dove Kodrun aveva stabilito di assegnare un terzetto dei suoi uomini a ogni mandria e a ciascun gregge. Così di notte non sarebbe mancata la loro sorveglianza al bestiame di ogni allevatore. Essi, perciò, erano stati accompagnati ai rispettivi recinti di appostamento dagli stessi proprietari delle mandrie e dei greggi. Almeno quella sera, però, egli sarebbe rimasto presso l'abitazione di Linkus insieme con tre suoi amici e vi avrebbe anche pernottato. In tale casa, durante il pasto serale, egli era venuto a conoscenza di altri fatti strani che riguardavano le sparizioni di bestiame. A parlarne, era stato il genitore dell'allevatore Linkus, che si chiamava Nuvet, anche se il figlio non avrebbe voluto; ma soltanto perché non desiderava che egli venisse deriso dagli ascoltatori. Così, mentre si cenava, l'uomo aveva detto all’eroe litiosino:

«Sono contento, valoroso Kodrun, che mio figlio stasera abbia voluto ospitarti nella nostra casa. La tua presenza in essa non può che onorarla! Conoscendo il motivo che ti ha spinto a venire dalle nostre parti, nel caso tu sia d’accordo, al riguardo vorrei metterti al corrente di alcuni fatti che tu ignori del tutto. Sono convinto che essi non ti sono stati raccontati dal mio primogenito e dagli altri allevatori che lo hanno accompagnato a Litios. Allora posso permettermi di riferirteli io, mio eroico guerriero?»

«Se sono inerenti al nostro caso, Nuvet,» gli aveva risposto il figlio di Ursito «puoi pure cominciare a parlarmi di essi, poiché li ascolterò volentieri. È risaputo che più sono i dati che si conoscono su un certo problema, prima si riesce a risolverlo. Anzi, così si evita di andare incontro alle diverse difficoltà che ne rallentano la soluzione!»

«Invece io dico che sarebbe meglio non lasciarlo parlare, Kodrun.» si era opposto il figlio, mostrandosi un po’ seccato «Dovresti sapere che, a una certa età, il cervello umano si fonde e allora ne vengono fuori gli sproloqui più assurdi! Ma poi non credo che saresti disposto ad ascoltarli, pur sapendo che dopo ti ritroveresti con la mente in disordine e interamente frastornata! Al posto tuo, io ne farei volentieri a meno!»

«Non mi sembra giusto, Linkus, che tu abbia una pessima reputazione di tuo padre, che io trovo perfettamente sano e molto equilibrato. Ho sempre saputo invece che la saggezza alberga nelle persone avanzate nell’età e non nei giovani inesperti. Perciò, se non ti dispiace, ci terrei a conoscere la sua versione dei fatti su quanto riguarda i furti di bestiame. Dopo sarò io a trarne le debite conclusioni. Intesi?»

«Se questa è la tua volontà, Kodrun, non ho più nulla da obiettare. Il mio genitore, quindi, può riferirti ogni cosa che desidera, a condizione però che dopo non lo si prenda in giro, a causa di ciò che ha raccontato prima! Oramai so per certo che, dopo il suo racconto, si arriverà unicamente a questo risultato, come le altre volte!»

«Invece, Linkus, non è mia abitudine deridere le persone vegliarde e non mi permetterò di farlo neppure quando, a causa della loro infermità mentale, essi si rendono autori di qualche baggianata! Adesso che sai come la penso in merito, lascia pure parlare tuo padre con serenità e non temere che poi gli possa provenire da me o dai miei amici la mancanza di rispetto con la nostra derisione! Mi sono spiegato?»

«Ebbene, Kodrun,» aveva iniziato a dire l’anziano uomo «i ladri qui non c’entrano per niente. Non sono loro a far sparire le bestie dai recinti degli allevatori, com'essi sostengono erroneamente, a cominciare da mio figlio. Non capisco perché dalle nostre parti tutti vogliono ignorare la verità, finendo per metterti su una falsa pista!»

«Allora chi si porterebbe via le bestie dai loro recinti, Nuvet, secondo quanto pensi tu? Non venire ad asserirmi nessuno, dal momento che, se vi vengono a mancare, qualcuno dovrà pur esserci a condurle via! È la logica che c'induce a credere un fatto del genere! Non pare anche a te, brav'uomo, che i fatti stanno come ho detto?»

«Certo che c’è chi se le porta via dai recinti, Kodrun! Ma non sono delle persone a farlo! Il responsabile è un mostro alato, che presso di noi è ritenuto frutto di una leggenda. Se non è stato mai avvistato da qualcuno, è perché esso opera esclusivamente nelle ore notturne, ossia quando nessun uomo possa scorgerlo. Quanto al fatto che il mostruoso ibrido evita di mostrarsi a noi, è perché esso teme le nostre armi!»

«Puoi dirmi qualcosa di più su di esso, Nuvet, ossia sull’essere mostruoso che hai citato? Oppure è tutto quello che conosci sul suo conto? Mi piacerebbe apprenderlo, con il solo scopo di farmene una mia idea. Basandomi su taluni particolari fatti presenti dagli allevatori, come l’impossibilità di reperire le tracce sia dei predatori che delle prede, quasi quasi potrei essere indotto a darti ragione. Comunque, preferisco approfondire meglio tutta la vicenda, prima di sposare l'interessante tua tesi!»

«Al riguardo, sono del tuo stesso parere, Kodrun. Voglio che nessuno creda a occhi chiusi a ciò che io affermo, senza averlo prima vagliato. Adesso, però, passo a raccontarti ogni cosa che conosco sul mostruoso essere. Dopo potrai trarre le debite deduzioni in merito. Così deciderai se ritenere il contenuto del mio racconto di sapore fiabesco oppure ancorato a una convincente realtà, ossia secondo la mia visione.»

Di lì a poco, l'ottantenne Nuvet aveva iniziato a narrare una bizzarra storia, la quale esisteva da un ventennio dalle sue parti e a cui nessuno aveva mai dato credito. A dire il vero, appositamente si evitava di parlarne da parte di tutti; al contrario, la si era voluta accantonare nel dimenticatoio. Il motivo di tale loro atteggiamento verso di essa? Probabilmente, perché si trattava di una storia dai risvolti grotteschi e carichi di una forte dose emotiva. Infatti, essi venivano a svolgersi in un ambiente surreale e raccapricciante, per cui noi non commetteremo la sciocchezza di non seguirlo con la dovuta attenzione, considerata l'evidente straordinarietà del racconto. All'inverso, baderemo ad apprenderlo nella sua interezza, esattamente come il vecchio padre di Linkus lo aveva narrato al valoroso Kodrun e agli attoniti suoi amici litiosini.


"Il mostro, al quale mi sono riferito in precedenza, trae il nome dalla sua origine. Infatti, la gente volle chiamarlo Aquilup, essendo nato da un’aquila (aqui) e da una lupa (lup). A volte nella natura si verificano fenomeni inverosimili e la nascita del mostro in questione, avvenuta in violazione di ogni legge naturale, ne è un esempio incontrovertibile. Ma adesso interessiamoci principalmente della strana circostanza che, sfidando tutti i presupposti della genetica, contribuì a farlo nascere e crescere.

Venti anni or sono, apparve nei nostri cieli una coppia di arpie. Si trattava di due stupende aquile, le quali erano immigrate per caso in questi luoghi da altre regioni ed erano venute a far parte del nostro patrimonio faunistico. Esse rappresentavano due maestosi esemplari di rapaci diurni dalle dimensioni notevoli. Perciò venivano ammirate da quanti le scorgevano, mentre arabescavano lo spazio aereo con i loro voli acrobatici. In verità, tutti i volatili nostrani, compresi gli altri rapaci di diversa specie, li temevano e stavano alla larga da loro. La ragione? La loro prestanza fisica e la loro aggressività si presentavano davvero eccezionali. Entrambe le arpie, come anche alcuni pastori se n'erano resi conto, erano in grado di sollevare da terra un agnello o un capretto già ben formato. Così se lo portavano via agevolmente e ne ricavavano il proprio pasto quotidiano.

Dopo il decimo giorno della loro danza del cielo che veniva eseguita dai due rapaci allo scopo di accoppiarsi e di prolificare, la femmina non era stata più scorta compiere insieme con il maschio il suo affascinante volo. La poveretta, mentr’era intenta a nidificare, era rimasta schiacciata sotto una pesante lastra, la quale, dopo essersi staccata dalla parete rocciosa sovrastante, era finita proprio sopra il suo nido scoperto. L’incidente, di cui era rimasta vittima la compagna, in un primo momento, aveva riempito di dolore il maschio della coppia, il quale, a causa della sua morte, aveva deciso di non volerne più sapere di vivere. In seguito, però, siccome il suo dolore si tramutò in un odio feroce contro tutte le altre specie di uccelli, il temuto volatile si diede a ucciderli in qualunque posto li trovasse.

L’arpia maschio aveva un corpo massiccio, un becco poderoso e due zampe munite di potenti artigli che erano dotati di una forza considerevole. La sua lunghezza raggiungeva i cento centimetri, mentre la coda ne misurava altri quaranta. Con un’apertura d’ali superiore ai duecentoquaranta centimetri, il formidabile rapace si dimostrava un vero asso nel volo battente e nella caccia. Perciò le sue spettacolari evoluzioni risultavano qualcosa di superbo e facevano rimanere col fiato sospeso chiunque si trovasse ad ammirarle.

Un giorno, dall’alto del cielo, l’aquila avvistò tre cuccioli di lupa. In assenza della madre, essi avevano abbandonato la loro tana e ora se ne andavano in giro da soli. Percorso qualche miglio, i tre lupacchiotti si ritrovarono in una radura, dove stavano per essere raggiunti da un orso affamato che era sulle loro tracce. Nel frattempo, anche mamma lupa, non avendoli trovati nel loro covo, si era data alla loro ricerca assai preoccupata. Comunque, era plausibile che l’orso, precedendola di un quarto di miglio, li avrebbe raggiunti prima, come appunto avvenne poco dopo. Quando però i cuccioli si trovavano oramai alla mercé del tozzo e robusto carnivoro, accadde un fatto incredibile. L’arpia, dando di picchiata, si diede ad assalire il bestione alle spalle e lo distrasse dalla sua intenzione di divorarsi i tre piccoli lupi, i quali apparivano spaventati e tremanti.

Il rapace continuò a comportarsi allo stesso modo, ogni volta che l’orso tentava di agguantare le sue piccole prede. Con le sue aperture alari, pur di spaventarlo, esso voleva dare all’enorme predatore terrestre l’impressione di essere più grande di quanto fosse realmente. Non bastando ciò, l'arpia gli lanciava contro i suoi acuti stridi per cercare d'intimorirlo e raggiungere così il suo scopo. Quando poi arrivò anche la lupa nei paraggi, si rese subito conto di ciò che stava succedendo in quel luogo. Così, intanto che l’uccello distraeva l’orso e gl’impediva di divorarsi i suoi piccoli, essa quatton quattoni riuscì a portarsi via la propria prole. Soltanto quando ebbe preso coscienza che la lupa e i suoi lupacchiotti erano definitivamente salvi altrove, il grosso rapace abbandonò l’impari lotta. Allora decise di ritornarsene nel cielo per darsi di nuovo ai suoi molteplici voli distensivi.

Dopo aver protetto e salvato i piccoli canidi, l’aquila, che non era ancora appagata di quanto già aveva fatto per i due cuccioli di lupa, si diede a cacciare dei piccoli mammiferi, che lasciava poi cadere davanti a loro, al fine di farli sfamare. Comportandosi in quel modo, essa si guadagnò la stima e l’affetto della lupa, la quale pure aveva perduto da poco il compagno, che era stato ucciso da un cacciatore. Andando poi avanti quel modo di fare del gigantesco pennuto che si rivelava un atto di generosità più che manifesto, alla fine la femmina di lupo gli consentì di entrare a far parte della sua famiglia. In pari tempo, essa accettò che l’uccello andasse a vivere nella loro tana e facesse perfino le veci del capofamiglia, dal momento che era il volatile a badare al loro sostentamento con la sua proficua caccia. Al compimento del loro mese di convivenza, i rapporti di familiarità tra i due animali divennero intimamente avvertiti. Perciò, quando si muovevano nel bosco, a volte la lupa permetteva all’aquila perfino di starsene appollaiata sul suo dorso.

Ovviamente, essa la lasciava fare non per evitarle di stancarsi; bensì unicamente per farla sentire felice e beata in quella posizione, a cui oramai il generoso volatile si era abituato. Così, via via che i giorni trascorrevano, tra le due bestie, pur essendo di specie diverse, si andò rafforzando la simpatia, fino al punto che l’una riteneva l’altra il proprio compagno e viceversa. Per come si fissavano, pareva che esse si trasmettessero con i loro occhi lucidi sentimenti alquanto profondi, non escluso quello dell’innamoramento. Anche se non era ancora la stagione degli amori, entrambi gli animali cominciarono a sentirsi attratti anche sessualmente. Perciò, se fossero stati in grado di farlo, volentieri essi avrebbero soddisfatto insieme anche i loro istinti che facevano parte della sfera sessuale.

Qualche tempo più in là, essendo andata in fregola, la lupa cominciò a sentire una voglia irresistibile di accoppiarsi, della qual cosa non riusciva a fare a meno. Allora, con vari segnali, essa iniziò a far capire all’aquila maschio che dentro di sé il bisogno di accoppiamento era diventato urgente e insopprimibile. Per cui, con vari atteggiamenti, la invitava a fare qualcosa per appagarglielo nella maniera migliore. Fu a quel punto che l’uccello, stimolato ed eccitato dalla compagna in modo irrinunciabile, in un attimo volò sul suo dorso. Stando poi accovacciato sulla sua groppa, a tutti i costi tentò di accoppiarsi con essa, cercando di far combaciare i loro organi copulatori. Così, in seguito ai ripetuti contatti dei loro organi genitali, alla fine esso riuscì ad appagare la foia della compagna e a inseminarla, proprio com’essa pretendeva dal compagno.

Avvenuta la loro prima esperienza, la quale aveva soddisfatto appieno entrambi gli interessati nei loro giochi amorosi, seguirono altri accoppiamenti tra i due partner animali. Essi durarono, fino a quando la lupa non ritornò a essere normale, essendo venuto finalmente meno in essa l’estro sessuale. Ma, col passar del tempo, la lupa, a dispetto delle leggi della natura, si ritrovò a essere pregna del suo compagno volatile; però l'una e l'altro erano ancora all’oscuro del tipo di prole che sarebbe nata da una simile gravidanza. Probabilmente, entrambi si ponevano il seguente interrogativo: con il parto, sarebbero nati piccoli di lupa o di aquila? Non potendo rispondere a tale domanda, i due compagni attesero con impazienza la loro nascita. Solo così, dopo essersene accertati da sé, si sarebbero tolti il pensiero.

Cinque mesi dopo, la partoriente, anziché andare incontro a un parto multiplo, com'era abituata ad attendersi, mise al mondo un solo cucciolo, il quale era da definirsi geneticamente modificato, siccome esso appariva un vero mostriciattolo. Tutte e due le specie, quella materna e quella paterna, si erano riprodotte nel suo corpo. Più precisamente, esso aveva la testa della madre e il corpo del padre. Quest'ultimo, però, era nato con quattro zampe, anziché con due, ma tutte dotate di potenti artigli. Quanto all’allattamento, esso durò solo un paio di settimane, poiché il piccolo, crescendo più velocemente dei normali lupacchiotti, manifestò di non gradire più il latte della madre. Allora toccò al padre procurargli carni fresche con la sua copiosa caccia.

L’aquila dovette andare avanti in quel modo fino al suo intero svezzamento, il quale ebbe a completarsi solamente dopo il compimento del suo primo anno di vita. A quell’età, l’Aquilup aveva già raggiunto una mole di tutto rispetto, che non gli consentiva più di entrare nella sua tana di nascita e lo costringeva perciò a vivere nei dintorni. Ma fu quando compì i suoi tre anni di età che la crescita del suo corpo finalmente si stabilizzò, per la qual cosa si poté parlare delle sue reali dimensioni definitive.

Per esattezza, il mostruoso e ibrido essere era lungo sei metri e alto tre; mentre la sua testa era dieci volte più grande di quella di un lupo normale, con delle zanne proporzionate a essa. Invece le sue ali, le quali avevano un’apertura di cinquanta metri, erano potenti a tal punto che consentivano al peso del corpo di spiccare un agevole volo e di alzarsi da terra con grande rapidità. Inoltre, con i suoi poderosi artigli, l’Aquilup poteva ghermire e sollevare da terra perfino un cavallo o un bue. Anzi, dopo riusciva a portarselo via in volo fino alla sua tana o nido che fosse, dove ne ricavava il suo abbondante pasto giornaliero. Si tramanda pure che esso un giorno, essendosi ritrovato senza cibo, decise di divorarsi la madre lupa e il padre arpia.

Naturalmente, senza provare per nessuno dei due neppure un briciolo di pietà; né se li pianse, come se fosse un coccodrillo! Divenuto infine libero e indipendente dai propri genitori, la caccia del mostro alato non ebbe più termine contro le varie specie di mammiferi. In seguito, avendo scoperto l’esistenza del nostro bestiame, il quale era costituito da mandrie e da greggi, esso si diede a nutrirsi esclusivamente delle carni di tali animali, siccome poteva rifornirsene a sufficienza senza difficoltà di sorta.

Arrivato a questo punto, Kodrun, poiché non c'è altro da aggiungere, il mio racconto può considerarsi terminato. Spero solamente che tu non commetta lo stesso errore degli altri, prendendo la mia storia troppo alla leggera! Comunque, io insisto nell'affermare che è l’Aquilup a sottrarre le bestie da pascolo dai nostri recinti, allo scopo di cibarsene. Vagliando meglio la faccenda, possiamo ritenerci fortunati, se esso risparmia gli esseri umani e non ha ancora deciso di saziarsi con i nostri corpi. La mia preoccupazione scaturisce dal timore che esso, ritenendo il vostro intervento un'indebita ingerenza, possa cambiare dopo idea nei confronti della specie umana."


Secondo Kodrun, la narrazione di Nuvet in gran parte si era calata nella leggenda, per cui non lo aveva affatto impressionato. L'eroico giovane, però, l’aveva presa in grande considerazione solo per taluni aspetti, i quali dovevano essere ancora verificati da lui, se intendeva prenderli sul serio e agire di conseguenza. Si trattava della sparizione quotidiana, da uno dei recinti degli allevatori, a volte di un cavallo o di un bue e altre volte di sei pecore o di sei capre. L'altro aspetto riguardava l’assenza di tracce all'esterno dei recinti, le quali sarebbero dovute essere la dimostrazione dell’avvenuto furto. Entrambe le cose, per il momento, non contribuivano ancora a farlo schierare dalla parte di una di loro. La prima lo teneva inchiodato nella realtà; mentre la seconda, non conoscendosi un altro modo di far volatilizzare i capi di bestiame, lo costringeva a dar credito al racconto del padre di Linkus. Comunque, era portato a crederci solo in parte, pur manifestando esso un contenuto fiabesco.

Egli intendeva rifletterci sopra ulteriormente, prima di giungere a una conclusione sul caso. Perciò, dopo aver ascoltato l’anziano Nuvet, le sue considerazioni erano state le seguenti:

«Per il momento, Linkus, siccome i fatti non mi appaiono ancora convincenti, evito di prendere qualche provvedimento a tale proposito. Dunque, devo prima attendere che il quadro della situazione mi sia molto più chiaro e poi saprò come comportarmi nei confronti di coloro che vi derubano del bestiame. Nel frattempo, però, suggerisco di allontanare da questi luoghi tutte le mandrie e le greggi, lasciandovene soltanto una. Essa, fornendoci le prove che i furti avvengono realmente e che il prelevamento delle bestie rubate non si effettua via terra, dovrà svelarci il grande mistero. Logicamente, con l’allontanamento degli altri armenti, i miei amici di Litios non saranno più distaccati presso gli stessi. Invece essi resteranno tutti con me ad attendere quegli ordini che io deciderò d’impartire loro, durante le prossime assidue indagini.»

«Spero, Kodrun, che tu non voglia usare proprio la mia mandria come cavia, facendomi perdere un numero imprecisato di capi! Essendoci anche gli altri allevatori, dovranno pure loro contribuire nel portare avanti il tuo esperimento! Ciò sia chiaro!»

«Se non ti dispiace, Linkus, sarà proprio essa a essere tenuta da noi sotto diretta osservazione, per tutto il tempo che si reputerà necessario. Perciò, invitandoti a non prendertela, sarai il solo allevatore a rimetterci ogni giorno un bue, almeno fino a quando non riusciremo a porre fine al misterioso latrocinio. È pacifico che, in una operazione del genere, uno di voi dovrà pur rendersi disponibile a cederci la propria mandria per consentirci di portarla in porto e di liberarvi per sempre da chi continua a depredarvi nelle ore notturne! A missione compiuta, gli altri allevatori ti corrisponderanno, in capi di bestiame, quanto ti sarà dovuto per le perdite da te subite.»

Linkus non si era opposto alla decisione di Kodrun, anche perché gli altri allevatori si erano impegnati a risarcirlo di tutti i danni a cui egli sarebbe andato incontro durante le visite del predatore notturno. Infatti, nessuno dei proprietari delle mandrie e delle greggi si era mostrato contrario a quanto aveva proposto il figlio del loro capo, ritenendolo una persona di valore degna della loro massima stima. Per questo le cose erano procedute secondo il suo piano, il quale innanzitutto aveva previsto l’allontanamento delle bestie degli altri allevatori dalla zona in questione. Così erano rimasti i soli buoi di Linkus a pascolare in quel luogo dove lo sconosciuto predatore notturno era solito rifornirsi del pasto. Il quale perlomeno doveva essere in grado di far fronte al proprio fabbisogno alimentare della giornata successiva.

Verso il tramonto, i capi bovini si trovavano già rinchiusi nello stazzo. Logicamente, intanto che ve li facevano entrare, quattro mandriani avevano eseguito anche la loro conta, dalla quale era risultato che essi erano trecentoventicinque. Quella notte, a ogni modo, Kodrun aveva voluto vigilare di persona sulla mandria, ovviamente insieme con i suoi amici di Litios. Ma aveva rilevato che lo stabbio, essendo abbastanza esteso, non avrebbe permesso una vigilanza efficiente a sé e ai propri compagni.

Ciò nonostante, egli aveva raccomandato a tutti loro di stare bene attenti a ogni fenomeno strano che vi si fosse verificato. Inoltre, aveva precisato agli stessi che alcuni muggiti, se non avessero manifestato insistenza e inquietudine, si sarebbero dovuti considerare un fatto normale. Essi, infatti, da parte dei buoi, potevano aversi anche nel mezzo della nottata per svariati motivi. Invece, durante le ore notturne, oltre a una repentina e rapida folata di vento, i sorveglianti non avevano registrato nient’altro di anormale.

Malgrado l’apparente calma, però, la sottrazione di un bue dal recinto c’era stata ugualmente ed era stata dimostrata dal nuovo conteggio delle bestie. Esse al mattino erano diventate trecentoventiquattro; ma non si era riusciti a trovare alcuna traccia né del capo scomparso né di quelli che se n’erano impadroniti con il massimo silenzio. Il quale evento aveva fatto pensare che la refurtiva fosse stata sottratta e portata via, unicamente agendo dall’alto. E poiché a nessun essere umano era possibile allontanarsi dal recinto per via aerea con il bestiame rubato, secondo Kodrun, il furto poteva essere stato esclusivamente opera di Aquilup. Il mostro, perciò, non doveva essere più considerato una leggenda vera e propria, bensì una realtà a tutti gli effetti.

Da una riflessione più attenta, egli aveva arguito che il refolo di vento, il quale a un dato momento li aveva investiti in modo subitaneo e rapido, molto sicuramente era stato originato dai battiti d’ali del mostro. Il cui volo aveva dimostrato una velocità non comune nel condurre a termine la sua operazione di prelevamento del bue dal sorvegliato recinto. Allora, presa coscienza del fatto reale che avveniva nello stazzo del bestiame ogni volta un’ora dopo la mezzanotte, Kodrun era passato a progettare un piano che avrebbe dovuto mirare a due scopi precisi. Da una parte, esso avrebbe dovuto consentire a tutti loro di avvistare il mostruoso Aquilup, nel momento stesso che assaliva la sua preda e cercava di portarsela via in gran fretta.

La qual cosa sarebbe successo, unicamente se il mostro avesse trovato difficoltà a farlo, poiché così avrebbe dato tempo ai suoi uomini di avvistarlo e di colpirlo con delle frecce incendiarie. Dall’altra parte, invece, esso avrebbe dovuto nascondere alla vista del mostro quelli che gli stavano tendendo la micidiale insidia, pur essendo appostati vicini al recinto delle bestie, il quale però dopo doveva risultare assai ridimensionato. La vicinanza alle bestie domestiche e la sorpresa, quindi, erano indispensabili a coloro che erano di guardia, se li si voleva fare intervenire tempestivamente contro l'Aquilup, con l’intento di abbatterlo o, in alternativa, di procurargli il maggiore danno possibile.

Fatto un attento esame della situazione, il futuro capo di Litios era ricorso a tre provvedimenti. Con il primo, aveva fatto restringere al minimo il campo d’azione del mostruoso volatile, riducendo il branco a una decina di buoi e lo stazzo a pochi metri quadrati di superficie. Con il secondo, aveva fatto conficcare dei paletti a terra, ai quali poi erano stati legati gli zoccoli delle bestie, allo scopo di rendere difficoltoso l’asporto di qualcuna di loro all'ignoto essere che avrebbe cercato di portarla via. Con il terzo, invece, aveva fatto scavare intorno al recinto una trentina di buche cieche. In esse, si sarebbero dovuti celare i trenta guardiani a notte inoltrata, quando le stesse sarebbero state anche coperte con delle grosse frasche, per occultare con esse la loro presenza agli occhi del mostro alato in arrivo. Così, prima di sera, era stata approntata ogni cosa che doveva servire a far cadere in trappola il mostruoso essere.

Intorno alla mezzanotte, Kodrun aveva fatto nascondere nelle buche i suoi amici e altri uomini della zona che erano stati messi a sua disposizione. Tutti avevano a portata di mano del fuoco, nonché erano forniti di arco e di frecce incendiarie. Ma prima aveva raccomandato loro di attenersi alle seguenti sue disposizioni:

1) Non appena avessero avvertito le sferzate di vento, le quali erano da riferirsi unicamente ai battiti d’ali dell’Aquilup in avvicinamento, tutti avrebbero dovuto liberare le fosse del materiale ricoprente. 2) Immediatamente dopo, gli stessi si sarebbero dovuti affacciare dai loro nascondigli con le frecce già pronte per essere scagliate. Ma essi avrebbero dovuto evitare di sporgersi troppo, siccome le ali in movimento del mostro alato potevano risultare dei colpi mortali per quelli che erano troppo esposti. 3) Pur continuando poi a restarsene nelle rispettive buche, gli arcieri avrebbero dovuto iniziare a lanciare i loro dardi di fuoco contro qualunque cosa oscura venisse a impedire la loro visuale, potendo trattarsi delle ali spiegate del predatore. Infatti, i suoi organi alari erano così grandi, da riuscire a coprire l'intero recinto dei buoi e le circostanti buche. 4) A quel punto, essi avrebbero dovuto cercare di colpirlo a volontà, lanciandogli addosso quante più frecce possibili.

Dopo che l'astuto Kodrun aveva impartito le suddette disposizioni agl’interessati, costoro si erano dati ad attendere lo scorrere dei minuti. Il fluire dei quali dopo la mezzanotte aveva assunto un carattere snervante, poiché si era avuta la sensazione che tali frazioni di tempo fossero diventate più lunghe delle ore. Infine, come ipotizzato dall’organizzatore del piano, si era appena superato di un quarto d’ora il tempo previsto per la comparsa del mostro, allorquando l’attesa ventata prodotta dalle ali si era presentata in tutto il raggio d’azione entro cui si effettuava la sorveglianza. Allora, non appena era stato avvertito l’improvviso colpo di vento sopra le loro teste, gli uomini a disposizione di Kodrun si erano allertati all’istante. Essi, una volta scoperchiate le loro fosse, togliendo i rami e le foglie sovrastanti, erano apparsi con gli archi già tesi e pronti a far partire le frecce dalle punte infiammate. Vedendosi poi minacciati dal moto vorticoso di un remolo e assaliti da un’ombra che pareva volesse oscurare ogni cosa, gli uomini che erano nascosti nelle buche si erano messi a scagliare i loro dardi contro la massa nerognola che stava per sopraffarli.

Così, prima che ne venisse strapazzato, ciascuno di loro accortamente si era ritirato nella rispettiva buca, la quale adesso non era più cieca. Da lì poi avevano continuato a tirare con l’arco verso quell’essere che, oltre a creare molta inquietudine tra i pochi capi di bestiame, sottraeva il cielo e le stelle alla loro vista. Comunque, il fenomeno del buio, questa volta, anziché durare appena qualche minuto, come avveniva di solito, al contrario sembrava non volesse più cessare di permanervi. La ragione? Essendo la sua preda legata a dei solidi pioli piantati nel terreno, essa non si lasciava facilmente portar via. In quel modo, la protratta permanenza del mostro al suolo aveva permesso agli uomini in agguato di colpirlo più volte, ossia a ripetizione. Gli scocchi di frecce erano durati, fino a quando non lo avevano visto rinunciare al bovide che stava per divenire sua preda e alzarsi nuovamente in volo. La qual cosa aveva fatto beare quanti ne erano stati testimoni. Perciò adesso essi si scorgevano paghi e risollevati.

Poco più tardi, il gigantesco uccello, mentre volava verso il cielo, era stato avvistato muoversi con evidente difficoltà. Infatti, in quel momento lo si poteva scorgere senza difficoltà, grazie alle frecce incendiarie conficcate nel suo corpo e nella parte sottostante delle ali. In quella circostanza, il suo volo avveniva con il fuoco attaccato al suo corpo: esso gli stava bruciando l’apparato alare in molti punti, poiché veniva alimentato dai suoi stessi battiti. Questi, infatti, agendo come grossi mantici, con il loro soffio non facevano altro che accrescere il propagarsi delle fiamme sul proprio corpo. Ma pur rendendosi conto che il volo gli riusciva pesante e difficoltoso, a causa delle fiamme che lo avvolgevano in modo preponderante, l’Aquilup non rinunciava a volare. Anzi, preferiva proseguirlo, emettendo dei lamentosi versi che parevano un misto di ruggiti e di ringhi.

Dopo una volata abbastanza breve, all'improvviso c’era stata nel cielo una grande fiammata, per cui si era scorta una massa di fuoco precipitare giù nel vuoto. Quando infine il falò aveva raggiunto il suolo, si era udito anche un forte e sordo tonfo, il quale era stato causato dall’impatto con esso della gigantesca massa corporea del mostro che seguitava a bruciare. Qualche attimo più tardi, il gigantesco uccello-lupo giaceva sul prato sfracellato in modo così orribile, da fare grande impressione a quanti erano accorsi per assistere alla sua tragica fine.

Si concludeva così la vicenda del mostro Aquilup, il quale era stato il predatore delle mandrie e dei greggi appartenenti ad alcuni allevatori delle terre del sud. Ma tale conclusione era stata resa possibile, grazie alla sagacia del primogenito di Ursito, a cui giustamente erano andate la riconoscenza e la gratitudine di coloro che erano stati beneficiati dall'uccisione del mostruoso volatile. A ogni modo, dopo che la vicenda aveva avuto un risultato più che positivo, Kodrun e i suoi uomini, avendo deciso di ritornarsene al loro villaggio, si erano messi subito in viaggio verso Litios.




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