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lavoro pubblicato venerdì 14 luglio 2017
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

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La leggenda del fiore nero: La città di Akum -parte1- (cp.1)

di mirco419. Letto 263 volte. Dallo scaffale Fantasia

seguito di "La leggenda del fiore nero:prologo". Le vicende dello spirito vendicativo continuano! In questa prima parte del capitolo 1 il nostro spirito di quartiere dopo essere stato imprigionato in una strana città incontrerà una ragazzina..........

Capitolo 1: La città di Akuma

Passarono dei secoli dopo quell’episodio quasi trascendentale. Come un fulmine che d’un tratto colpisce un albero incendiandolo, quella esperienza aveva colpito l’entità segnandola profondamente nell’animo. Dopo centinaia di secoli, si ricordava ancora di quei tentacoli che lo avevano trascinato in quel luogo estraneo ad ogni concezione umana. Poco dopo il suo arrivo aveva deciso di intraprendere uno studio sulle caratteristiche della città e sul suo popolo. Al primo sguardo pareva essere un città con case, negozi e infrastrutture di ogni genere come una qualsiasi cittadina, ma la sua particolarità era che ogni cosa pulsava ed era vivente: le strade sembravano delle gigantesche vene nelle quali scorreva un liquido rosso insieme a grumi pulsanti di altre sostanze organiche; le case e gli edifici erano costruiti da ossa, pelle e organi riproducendo fedelmente la fisionomia di un volto: la bocca aveva la funzione di porta, gli occhi erano posizionati in più punti dell’edificio come ad indicare delle finestre e dal naso, posizionato solitamente sul tetto, a volte fuoriusciva un fumo nero come se qualcuno all’interno stesse usando il camino. Le infrastrutture più grandi come grattacieli o ospedali, possedevano gigantesche ali posizionate ai lati che a ogni minuto si muovevano in modo da tenere eretto l’edificio composto altrimenti da materiali troppo morbidi e viscosi per poter stare eretto. Non esistevano cimiteri ma anzi sembrava che dopo la morte di un organismo esso si fondesse con il resto del paesaggio contribuendo alla costruzioni di altri edifici o strade. La città era circondata da una cinta formata da ossa e pelle essiccata che assorbendo i liquidi quotidianamente riversategli sopra, aveva assunto la consistenza di una roccia impenetrabile anche dal più potente colpo di cannone. C’era una particolarità però che colpì più di tutte la mente dello spirito. Infatti la città non sembrava appartenere a una epoca storica precisa, erano presenti castelli e strutture come torri di guardia ma anche strutture moderne come caserme di polizia, campi d’addestramento e prigioni. Era come se ci fosse una anomalia temporale in quella città che distorceva lo spazio traendo tecnologie e conoscenze da più epoche nel tempo, corrompendole e modellandole finché non prendevano posto nel tetro paesaggio. Durante i suoi studi, l’entità aveva prestato molta attenzione alla società e alla organizzazione politica nativa del luogo, correndo anche qualche rischio dato che le creature che abitavano la città di Akuma erano ostili contro chi era diverso da loro. Dopo mesi di estenuanti ricerche era riuscito finalmente a raccogliere informazioni sufficienti riguardo le varie razze che ospitavano la città. Esistevano due grandi tipologie di creature: i Da’nei erano una specie metà suino e metà umano prive di grasso o organi e composte soltanto da ossa e una membrana trasparente simile all’epidermide che le ricopriva completamente ad eccezione della bocca, la quale era dotata di quattro arcate ognuna con trentasei denti lunghi circa tre centimetri da infanti fino a dieci da adulti. Normalmente si spostavano trascinandosi sulle ginocchia e sui polsi ma se provocati assumevano una posizione eretta aprendo le fauci al massimo della loro ampiezza come monito per chi li aveva disturbati. Nonostante avessero istinti primordiali erano creature estremamente intelligenti. Tale razza infatti apparteneva a uno dei ceti sociali più importanti ed i suoi membri ricoprivano solitamente ruoli importanti nella società, in particolare l’amministrazione dell’impero e la sua economia. L’altra razza era conosciuta come Ave’m, delle creature totalmente opposte in caratteristiche fisiche e mentali alla specie dei Da’nei: infatti la loro corporatura era robusta e principalmente composta da muscoli e grasso, non avevano una qualche forma di pelle e per questo motivo secernevano da specifici orifizi posti su spalle, addome e cosce, un particolare acido di consistenza vischiosa e densa, dal colorito bluastro come difesa dai batteri patogeni. Inoltre erano dotati di lunghe ali con un apertura di circa quattro metri che rimaneva immutata fin dalla tenera età. Se non provocati, questi esseri si limitavano a volare ad alta quota perlustrando la città lungo tutto il suo perimetro, ma se minacciati si lanciavano in picchiata contro il nemico dilaniandolo con i loro artigli o sciogliendolo tramite il loro acido. Erano esseri quasi indescrivibili, di forma non definita, ma se si volesse in qualche modo delineare io loro aspetto si potrebbe azzardare che assomiglino a un incrocio tra un anfibi e un ottopode dotato di ali e artigli. Rispetto alla razza dei Da’nei essi non ricoprivano un ceto sociale elevato essendo intellettualmente inferiori. Dal momento che erano dotati di grande forza fisica spesso ricoprivano il ruolo di guardiani o soldati al comando dell’imperatore. La città di Akuma, rinominata così dal suo trentaquattresimo imperatore, era suddivisa in tre aree concentriche ben visibili nelle quali alloggiavano le tre differenti caste sociali. Nella parte più esterna alloggiavano le anime dei condannati a morte e di chi, quando era in vita, aveva compiuto crimini maggiori quali violenze o tradimenti. Queste anime non erano considerate dalla popolazione come veri cittadini, non avevano alcun diritto ed erano principalmente schiavi o vittime sacrificali. Nella parte intermedia invece alloggiava la razza degli Ave’m che come tali possedevano tutti i diritti principali tranne quello di voto e la possibilità di assistere ai discorsi dell’imperatore insieme ai Da’nei. Essendo vicini alla sezione più esterna erano incaricati di catturare e se necessario trascinare in apposite celle alcune anime in attesa del prossimo sacrificio. Gli Ave’m che abitavano al confine con l’area esterna erano spesso vittime di pregiudizi non solo da parte dei Da’nei ma anche dagli stessi Ave’m più interni, che li consideravano emarginati sociali pari alle anime con cui entravano in contatto. Nel nucleo della città alloggiavano i Da’nei che appartenevano al ceto più alto. Il fatto che fossero in stretto contatto con l’imperatore, il quale per legge doveva essere eletto solo dai Da’nei e appartenere a quella razza, rendeva quindi impossibile per un’anima o per un Ave’m assumerene la carica. Inoltre, essendo gli amministratori del Paese, avevano la possibilità di prediligere la loro razza a livello economico, lasciando gli Ave’m con gravi difficoltà mentre e le anime in totale povertà e del tutto ignorate. Lo spirito era seduto sotto un ponte d’ossa dedicandosi a rileggere più e più volte i suoi appunti sperando di trovare una soluzione e riuscire finalmente a fuggire da quel posto d’incubo. Tuttavia ciò che era riuscito a ricavare dai suoi ragionamenti contorti non erano altro che sofismi inutili. Ogni tanto la sua attenzione veniva distratta dai rumori degli insetti che saltuariamente si posavano sul fiumiciattolo sottostante al ponte, bevendone il liquido scarlatto per poi tornare a librarsi in volo. Quando finalmente quei maledetti ronzii cessarono, permettendo all’ombra di riprendere i suoi studi, un altro evento disturbò l’atmosfera di tranquillità che aveva faticosamente creato, come se il flagello che portava sulle spalle non fosse già sufficiente. Improvvisamente una luce di un blu elettrico si manifestò alle spalle dell’entità, che sobbalzò in preda allo spavento girandosi di scatto, pronta a fronteggiare il nemico se la situazione lo avesse richiesto. Dal momento che però la luce, rimaneva inerte nonostante il passare delle ore, nell’anima dello spirito l’inquietudine e la curiosità verso di essa si stavano lentamente trasformando in apatia e noia. L’impazienza crebbe a tal punto che l’ombra decise di toccare la luce sebbene fosse consapevole dell’enorme rischio che avrebbe corso. Prese così un bel respiro per darsi coraggio, a prezzo però di subire un forte senso di nausea a causa dell’aria fetida che aleggiava in quel luogo. Con un movimento deciso protese la mano aperta verso la luce, cercando di afferrare e trascinare fuori ciò che potenzialmente era contenuto in quella curiosa apparizione.

<<Siano maledetti gli Dei, non c’è nulla! E io che ho aspettato così a lungo per, per... un robo di luce?>>

L’entità si mise una mano sul volto come simbolo di disappunto e delusione verso quel fascio informe di luce e ritornò a studiare sperando di trovare una via di fuga il più presto possibile. Malgrado fossero passati diversi giorni dalla sua comparsa, quel fascio misterioso restava lì immobile come in attesa che qualcuno o qualcosa lo attivasse. L’entità decise che era il caso di cercare un altro posto per continuare i suoi studi: infatti, benché quella luce fosse all’apparenza completamente innocua, l’ombra era certa che prima o poi qualcosa sarebbe successo. Dopo qualche ora di ricerca trovò un posto di suo gradimento, si sedette e riprese i suoi studi ancora incompleti. Improvvisamente un rumore di passi quasi felpati giunse alle orecchie dell’entità, la quale sul momento non ci prestò troppa attenzione poiché i movimenti della terra circostante producevano spesso questo tipo di rumore.

<<Vi… Vi prego aiutatemi! Questo posto si mostra peggio del più abominevole degli orrori! Sento di impazzire!>>

Fu una giovane ragazzina a parlare. Aveva il viso contorto in una smorfia di terrore e ogni fibra del suo corpo pareva vibrare al solo percepire l’atmosfera di terrore che dominava la città di Akuma. Ella indossava una veste di un bianco candido orlata con un pizzo color perla all’estremità della gonna e delle maniche. A tratti la veste era macchiata da chiazze rosso scarlatto probabilmente dovute al contatto con il sangue che ricopriva interamente il terreno circostante. Aveva dei lunghi capelli biondo cenere che scendevano a boccoli sulle sue spalle e un velo di lino che le nascondeva le labbra. L’entità non graziò la strana figura davanti a se nemmeno di uno sguardo, limitandosi a donarle un foglio del suo taccuino con su scritta una frase. La ragazza non era certa di quali fossero le sue intenzioni e con una leggera difficoltà prese parola per la seconda volta.

<<Vi prego! Se necessario vi donerò la mia innocenza in cambio della libertà! Sto vagando da molti giorni in questo posto angosciante, le mie gambe mi stanno abbandonando, così come la mia sanità mentale! Vi prego aiutatemi! Una pagina?! Grazie infinite signore, anche se non conosco questo posto sono sicura che con questa mappa potrò trovare la via di fuga! Una volta che sarò ritornata alla mia reggia racconterò le vostre gesta a mio padre e… Cosa avete scritto? ”Noli turbare circulos meos”? Non capisco cosa significa>>

L’ombra, in un impeto d’ira si alzò di scatto rivolgendo finalmente lo sguardo verso la giovane fanciulla che gli stava di fronte. Una volta che i suoi occhi si furono posati sul suo vestito, lo spirito, attonito dinnanzi tale visione, fece cadere senza accorgersene tutti gli appunti che aveva stilato in lunghissimo tempo, creando una distesa di fogli intorno a sé.

<<Eleonor!? Sei… sei viva? Quella notte ti ho vista io stesso ardere tra le mie fiamme, contorcendoti e agonizzando fino al tuo ultimo respiro di vita! Come è possibile?>>

L’entità si inginocchiò davanti a quella ragazza somigliante sotto ogni aspetto a Eleonor: Il colore dei suoi capelli, i lineamenti del viso e l’abbigliamento erano pressoché identici a quelli della ragazza di cui conservava il ricordo. L’ombra non riusciva a comprendere il motivo di tale apparizione e il perché la ragazza fosse così simile a quella donna. Quando però si rese conto che la persona davanti a lui non era la vera Eleonor si ricompose e cercò di calmarsi nonostante rimanesse visibilmente agitato per l’evento poc’anzi avvenuto.


<<Hai detto che vuoi uscire da questo posto morente, eh? Non sarà affatto facile, dopo secoli di ricerche io stesso non ci sono ancora riuscito. Ogni cosa, ogni angolo è mortale in questo luogo. Se provassimo a scavare, magari per oltrepassare la cinta d’ossa che circonda la città, il macabro terreno di sangue ci assorbirebbe uccidendoci, rendendo anche noi parte della città. E poi, se anche ideassimo un modo per oltrepassare il muro sfruttando un’altura, gli Ave’m ci finirebbero sciogliendoci con il loro acido>>


<<E allora non c’è via di fuga alcuna? Sarò condannata a cadere nell’oblio della pazzia per poi perire in questo luogo, circondata da tali aberrazioni?>>


<<Silenzio! Sto pensando! Non credere che tu sia l’unica a voler fuggire da questo posto maledetto! In realtà… esisterebbe un modo ma non dispongo delle abilità necessarie. Ma forse tu puoi aiutarmi>>


L’entità spiegò alla ragazza che sfondare il colossale portone, che separava la città di Akuma dall’esterno era l’unica via di fuga, anche se dannatamente rischiosa. La minaccia non risiedeva nelle guardie o nelle creature a protezione del portone, come si potrebbe pensare, dal momento che non erano presenti né tanto meno necessarie: infatti la creatura degli abissi che aveva preso dimora dentro di esso lo aveva corrotto fino a renderlo vivo. Cercare di descriverlo porterebbe alla pazzia qualunque essere umano o creatura esistente nel Creato. La sua struttura era così mutata che si potevano scorgere dei filamenti simili a tentacoli spinati, i quali terminavano con delle appendici che ricordavano vagamente chele di granchio smisuratamente grandi e contorte, così tanto che difficilmente riuscivano ad aprirsi o chiudersi. La maggior parte della superficie del portone era ricoperta da larve di mosca che divoravano poco a poco le carni degli incoscienti che avevano osato toccarlo. Il sangue discendeva verso il basso e si seccava creando una base incredibilmente robusta, difficilmente scalfibile anche dalle armi più efficaci.


<<Ragazza come forse saprai già questo posto non offre molti ripari per riposarsi durante le ore notturne. Tuttavia credo che se organizzassimo dei turni di guarda a cicli di cinque ore potremmo superare le notti in tranquillità. Non abbiamo molta scelta: chiedere riparo nelle agli abitanti sarebbe come chiedere di essere giustiziati davanti alla loro porta>

<<Dei turni di guardia… E come saprete che io rimarrò sveglia? Chi vi garantisce che riesca a svegliarvi se dovesse succedere qualcosa?>>

Sentendo quelle parole, l’ombra decise che era il momento di abbattere il muro di indifferenza che aveva eretto fino a quel momento e decise di fidarsi di quella ragazza come lei aveva fatto con lui rivolgendogli la parola. Si inginocchiò davanti alla ragazza, appoggiandole delicatamente le mani sulle spalle con la premura che soltanto un padre potrebbe avere.

<<Ragazza mia, mi strugge il cuore vederti consumare da cotanta angoscia, ma ora come ora ci possiamo fidare solo di noi stessi nel bene o nel male. Ognuno di noi ha fatto degli sbagli, io ne ho fatti tanti nella mia vita ed è per questo che sono qui. Non so quali orrori o malefici tu abbia subito per arrivare qui ma ti prometto che se anche solo uno di noi dovesse riuscire nell’impresa, quella sarai tu.>>

Purtroppo la rassicurazione dell’ombra non fece altro che turbare ancora di più la povera ragazza che acquietando il suo terrore e stupore che dominavano la sua mente per il cambiamento improvviso intorno a lei, iniziò a nutrire dei dubbi verso la figura a cui aveva rivolto la parola fino ad adesso. Chi era costui? Perché era così disponibile nei suoi confronti? Agli occhi della giovane ragazza l’entità pareva come un uomo alto completamente coperto da una tunica di nero cuoio e incappucciato in modo da non rivelare mai il suo volto. Ciò non face che aumentare la sua inquietudine nei suoi confronti quasi come se per lei l’ombra rappresentasse il tristo mietitore che con un gentile invito la pregava di varcare il cancello del regno dei cieli. D’altro canto permanere in quel luogo tetro l’aveva privata di ogni speranza facendole apparire quella figura sì demoniaca e malvagia ma anche come l’ultima salvezza in cui poteva riporre le sue speranze. Calata la notte i due decisero di accamparsi nel bosco di alberi d’ossa al confine occidentale tra il territorio dei Da’nei e degli Ave’m. Nel bosco degli alberi d’ossa o bosco d’Alfe, ogni albero era costituito alla sua base da minuscole vene e capillari collegati direttamente al terreno, dal quale assorbivano sostanze organiche che successivamente rielaboravano nel loro nucleo alferico simile a un cuore umano. Il tronco era sostituito da ossa ricoperte da un sottile strato di muschio inoltre possedevano, nella parte superiore delle foglie, che variavano dal rosso scarlatto al rosso scuro a seconda della specie, utili per attuare un processo molto simile alla fotosintesi clorofilliana e con analoga funzione. Arrivati al bosco, l’entità strappò dei rami dagli alberi presenti, ne raschiò via il muschio dalla superficie accumulandone a sufficienza per cerare un piccolo fuoco da campo. Fredda e malinconica, la notte nella città di Akuma è dimora di creature dell’abisso che aggrediscono chiunque sia sprovvisto di una fonte di luce, specialmente se lontani dalla zona abitata, per questo luoghi in periferia in particolare boschi e laghi, vengono delimitati da lanterne e fari aventi funzioni di barriera.

<<È sempre così la notte?>>

Chiese la ragazza mentre osservava le fiamme di un verde smeraldo danzare sempre più in alto nel cielo.

<<La trovi triste non è vero? Niente stelle, niente luna solo un buio abissale, come se qualcuno avesse coperto la città con una gigantesca coperta nera>>

L’entità sollevò gli occhi al cielo così soffocante e maligno. Immaginava il tempo in cui finalmente sarebbe riuscito a uscire da quel posto e finalmente donare la salvezza agli essere umani.

<<È dal tramonto che vi accompagno nelle vostre esplorazioni ma ancora mi è sconosciuto.>>

<<Il mio nome? Oh già scusami purtroppo non è stato dei migliori il nostro incontro e mi sono dimenticato di presentarmi. Deinos piacere di conoscerti!>>

<<Deinos è un nome peculiare non l’ho mai sentito nominare. Io mi chiamo Elisabeth è un onore conoscerla. >>

<<Ti ricordi per caso come sei arrivata qui Elisabeth? Potrebbe essere importante magari esiste un modo alternativo per uscire da questo posto>>

<<No mi dispiace. Ricordo solo che prima di ritrovarmi in questo posto, un fascio di luce blu mi ha investito. Una volta riaperti gli occhi ero già in questo luogo>>

<<Un fascio di luce blu hai detto? Sembra quasi come quella cosa che ha disturbato i miei studi qualche tempo fa… potrebbe essere una forma di trasporto a me sconosciuta?>>

L’entità disse Elisabeth che probabilmente lei era comparsa nella zona in cui lui per primo aveva avvistato quella luce bluastra comparsa dal nulla alle sue spalle. Probabilmente quella luce rappresentava lo sbocco di qualche condotto o via d’accesso per un altro luogo. Finalmente dopo tanti secoli di agonia e lotta in quel luogo putrescente una piccola speranza si riaccese nel cuore dell’entità che accennò un timido sorriso, reso invisibile dalla notte. Quando il mantello nero che ricopriva il cielo di Akuma si fece più scuro, un lamento riecheggiò tra gli alberi assumendo un tono sinistro.

<Cos’era quel rumore Deinos? Una creatura della notte sta venendo verso di noi?>

<<Shh fai silenzio! Adesso copriti gli occhi finché non ti dico di riaprirli ok? Mettiti dietro a un albero e aspetta il mio segnale>>

Elisabeth fece quello che l’entità gli aveva ordinato, attendendo che quella bizzarra situazione finisse. Il lamento si faceva sempre più chiaro per poi tramutarsi in un ringhio, probabilmente derivante da una bestia che aveva visto il loro accampamento. Deinos afferrò il primo ramo robusto che vide e si mise in posizione di guardia. Seguita dal suo istinto, la bestia appena visibile a causa della scarsa luce, si lanciò verso Deinos che un colpo deciso la colpìè sul capo tramortendola.

<<Bene Elisabeth ora tieni gli occhi chiusi e copriti le orecchie con le mani, non ti preoccupare finirò presto>>

L’ombra afferrò con forza il collo della creatura trascinandola fino al focolare cosicché prendesse fuoco. Dopo alcuni istanti di agonia e tormento, la bestia cadde a terra ormai deceduta. Elisabeth incuriosita da tutto quel trambusto aveva deciso di aprire gli occhi e assistere a quel macabro spettacolo.

<<Era proprio necessario? Non potevi cacciarla via? Era solo un animale, magari si era sentito minacciato!>>

Chiese Elisabeth amareggiata per la morte di quella creatura.

<<Solo un animale?! Minacciato!? Ascoltami Elisabeth questo posto è come l’inferno se non peggio. Le creature che ospitano la città di Akuma non sono animali normali anzi, non sono affatto animali e con quello che hai visto in questi giorni avresti dovuto già prenderne coscienza!>>


<<Ma se ti sbagliassi Deinos? Se non tutto fosse maligno? Hai mai cercato di capire il loro comportamenti fino in fondo? Chi sei tu per decidere delle vite di queste creature?>>

<<Elisabeth dannazione! Non siamo alla tua reggia ne tanto meno in posto che si può definire normale! Sai da quanto tempo sono qui!? Da cento dannati secoli! Secondo te non ho provato a comprendere queste creature? All’inizio ero disperato, speravo che almeno un essere vivente di questo mondo fosse benevolo ma non è così, capisci! Quindi per favore non fare l’ amante degli animali con me!>>


I due incrociarono lo sguardo per qualche istante cercando di capire i sentimenti dell’altro ma tutto ciò che percepirono non fu che disperazione e rammarico.

<<Questa sarà la nostra fornitura di cibo per i prossimi tre giorni. Da adesso in poi vedrai spesso spettacoli del genere, cerca di fartene una ragione>>


Infine venne la notte. Erano passati alcuni giorni dall’ultima caccia. Un sole malato regnava alto nel cielo, cullando con i suoi fievoli raggi quella prigione vivente. Deinos, seguito da Elisabeth, decise di ritornare nel luogo che per primo gli aveva fatto da culla durante i suoi studi.

<<Perché siamo ritornati qui, Deinos?>>

<<Se non sbaglio, qualche tempo fa mi raccontasti che prima di ritrovarti qui un lampo di luce azzurra ti aveva investito.>>

<<Si è vero ma, non vedo il collegamento con questo posto.>>

<<Non credo di avertelo mai raccontato Elisabeth, ma si dà il caso che qualche tempo fa vidi una luce azzurra comparire proprio in questo luogo. Io penso che possa essere un qualche portale o passaggio che potrebbe farci uscire da qui!>>

Elisabeth si alzò dalla panchina su cui si era posata volteggiando e ridendo estasiata dalla notizia. Deinos rimase immobile ad assistere a quello spettacolo quasi alieno ai suoi occhi. Fino ad allora nel suo cuore non aveva albergato altro che tristezza e rabbia, desiderando avidamente di uscire da quella prigione che ormai da secoli lo teneva rinchiuso fra le sue sbarre. Dopo tutto il tempo passato in quel luogo aveva dimenticato il significato della felicità. Gradualmente la ragazza placò il suo entusiasmo e la veste smise di danzare al vento dopo di che si sfilò il ciondolo appeso al collo rimasto celato dalla veste bianca per tutto quel tempo.

<<Allora non dovrò usarla! Finalmente posso acquietare le mie paure!>>

Deinos si avvicinò incuriosito alla ragazza che stringeva in mano quello che pareva essere un ciondolo dalla forma singolare.

<<Cosa ha di speciale quel ciondolo? Sembra molto importante per te.>>

<<Questo ciondolo è quello che più di prezioso ha la nostra famiglia. Me lo diede mio padre prima che io comparissi qui.>>

<<Deve valere molto! È fatto d’oro?>

><Bhe, in realtà è quello che contiene ad essere prezioso. È un veleno necrotico in grado di sciogliere anche il tessuto organico più coriaceo. Ho pensato che in caso di bisogno lo avremmo potuto usare sul portone, ma adesso non ce n’è più bisogno!>>

Elisabeth mutò il suo viso in un’espressione di beatitudine e felicità pensando che una volta fuggita da quel posto potrà finalmente potare il ciondolo al suo legittimo proprietario.

<<Un momento, perché mai una ragazzina come te dovrebbe essere in possesso di un ciondolo che contiene un veleno così letale?!>>

<<Ehi stiamo calmi qui! Vedi, io e mio padre facciamo parte di una famiglia di alchimisti che pratica questa arte da generazioni. Proprio questo siamo visti dalla gente come servi del demonio e se non fossimo sotto l’ala protettiva del Re, probabilmente saremmo stati giustiziati già molto tempo fa.>>

<<Sì, ma non capisco. Che utilità potrebbe avere una famiglia di alchimisti per un Re?>>


<<Il fatto è che non siamo alchimisti normali. La nostra famiglia utilizza l’alchimia per produrre sostanze biologiche e chimiche che il Re considera un potenziale vantaggio militare. Sinceramente non sono d’accordo con le idee di mio padre a riguardo, ma è solo grazie a lui se fino ad ora ho avuto una vita agiata.>>

<<Quindi quella sarebbe un’arma prodotta dalla tua famiglia?>>

<<Esattamente! Sono stata incaricata di portarla al suo legittimo proprietario ma poi... Bhe, credo tu sappia il resto.>>


Quando il mantello nero avvolse nuovamente la città di Akuma, Deinos e Elisabeth ritornarono ancora una volta nel bosco di Alfe ora mai diventato il loro rifugio. Come da regime, l’entità strappò dei rami e ne raschiò via il muschio ricavando altro combustibile per il focolaio.

<<Oggi è il giorno di caccia?>>


Chiese Elisabeth, ora mai abituata al dover assistere all’orrido spettacolo. <> Guardando Deinos mentre ancora una volta si prendeva cura di lei, Elisabeth chinò il capo e si rannicchiò su se stessa.

<<Sì, come puoi vedere ho incendiato una modesta quantità di muschio in modo che le bestie non si spaventino. Piuttosto, dammi una mano invece di stare lì seduta!>>

Guardando Deinos mentre ancora una volta si prendeva cura di lei, Elisabeth chinò il capo e si rannicchiò su se stessa.

<<Cosa ti succede ragazzina?>>

<<Senti Deinos… Volevo ringraziarti per tutto quello che hai fatto. Non ti conosco, eppure mi hai accolto e accudita come un padre fa con una figlia. Conserverò il tuo ricordo per sempre!>>

Improvvisamente un lamento riecheggiò tra gli alberi d’ossa assumendo un tono sinistro.

<<Bene, Elisabeth ormai dovresti esserci abituata, comunque se ti dovesse dare fastidio copriti gli occhi come al solito.>>

Il lamento si faceva sempre più inteso, sempre più maligno fino a trasformarsi in quello che sembrava un urlo straziato.

<<Questo verso… non sembra appartenere ad alcuna creatura del bosco! Elisabeth, probabilmente mi sto sbagliando, ma vai comunque a nasconderti per sicurezza.>>

Presa dal panico Elisabeth cercò rifugio alle spalle di un albero vicino. Improvvisamente una sensazione di terrore prese posto nel cuore di Deinos che diventò sempre più consapevole di essere braccato come una preda in gabbia. L’ombra prese velocemente altro muschio per rinvigorire la fiamma nella speranza che la creatura fuggisse inquietata dal fuoco, ma quell’essere non desisteva, anzi più il tempo passava e più la urla aumentavano di intensità. Ogni fibra del suo corpo gli suggeriva un imminente pericolo ma decise di rimanere immobile, in attesa che quella creatura facesse la prima mossa. Era a conoscenza che se fosse fuggito nell’oscurità una fine certa, e di certo peggiore dell’essere sbranato, lo avrebbe piacevolmente accolto. I minuti sembravano ore e il rumore metallico prodotto dal ciondolo di Elisabeth era stranamente in sincronia con i passi della bestia, che lenta ma inesorabile si stava avvicinando sempre di più all’accampamento. Due occhi gialli luminescenti affiorarono dall’oscurità annunciando l’arrivo della creatura. Una miscela di sudore e paura permeò la pelle di Deinos quando finalmente si rese conto di quale minaccia era costretto a fronteggiare.



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