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lavoro pubblicato giovedì 13 luglio 2017
ultima lettura venerdì 21 febbraio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Tre recensioni in cerca di lettore

di loretta81. Letto 396 volte. Dallo scaffale Pensieri

Vado in biblioteca e prendo quattro libri. Penso di leggere quattro libri in un mese? Sono pazza, mi dico. Il fatto è che tutto il mese precedente sono stata concentrata su Vite minuscole di Pierre Michon e ho dovuto leggere con attenzione ogni parola,..

Vado in biblioteca e prendo quattro libri. Penso di leggere quattro libri in un mese? Sono pazza, mi dico.

Il fatto è che tutto il mese precedente sono stata concentrata su Vite minuscole di Pierre Michon e ho dovuto leggere con attenzione ogni parola, ogni frase, ogni riga di una prosa giustamente definita “sontuosa”, per cogliere tutte le sfumature, le citazioni, i rimandi e non farmi sfuggire niente di questo novello Proust, e ora ho voglia di tante storie che abbiano un ritmo veloce e accelerato, per contrapposizione, dopo essere stata costretta alla lentezza.

Il primo dei quattro, Sylvia di Leonard Michaels, soddisfa la mia esigenza di velocità nel narrare, con una prosa non banale, anzi molto intensa, ma che va, che corre, una storia d’amore che, dalla passione iniziale, già dalle prime pagine, si trasforma in un inferno allucinato. Siamo nei primi anni sessanta, al Greenwich Village, e lei è pazza. Non come me, ma una pazza vera, nel senso psichiatrico del termine. Comunque i due si amano, si sposano addirittura, per poi lasciarsi, ma dopo anni di continui litigi, molto sesso, droghe di vario tipo e molto cinema. Le pagine più belle per me sono quelle che descrivono le loro uscite al cinema, quando finalmente, davanti a un film di Antonioni, si pacificano e si placano. Il potere terapeutico del cinema non li salva dal drammatico finale, ma concede loro, nello spazio di un film, una parvenza di normalità, di serenità. “Seduto nella balconata, mentre tutt'intorno si mangiava e si fumava, sprofondavo in una felicità animalesca... i nostri cattivi sentimenti venivano spazzati via dalle grandi facce amorose che scintillavano sullo schermo”. Anni dopo, quando lui sarà solo, perché il romanzo è ispirato alla storia vera del suicidio della prima moglie di Leonard Michaels, sogna di abbracciarla ancora e di chiederle “se avesse voglia di andare al cinema”. E lei “rispose di sì”.

Anche La distanza da Helsinki di Raffaella Silvestri è la storia di un rapporto sentimentale difficile, tra due adolescenti e poi giovani adulti. Viola e Kimi, lei italiana e lui finlandese, si conoscono ad un corso d’inglese a Londra. Lui è affetto da una forma di autismo che lo isola dai suoi simili e dal mondo, che non gli impedirà comunque di diventare un pianista di successo, lei riesce ad avvicinarlo e a scalfirne la corazza, la ritrosia. Dividono lo stesso dolore per la perdita della madre e un cattivo rapporto con il padre. Ma, soprattutto, lei sente che c’è in lui qualcosa d'altro, di diverso dai coetanei. “... quando qualcosa finalmente esce dalla sua bocca è qualcosa di vero, reale e autentico, qualcosa che si schiera in un altro universo rispetto alle chiacchiere vuote della gente, alle parole morte che già i suoi coetanei hanno imparato a dire. Quando parla Kimi è come se scegliesse le parole per la prima volta, come se le pescasse da un'epoca in cui non erano ancora vuote, inutili e già dette”. Negli anni i due continuano a rincorrersi, a incontrarsi e scontrarsi in vari luoghi d’Europa, perché sono la generazione Erasmus, quelli che si muovono da un’università all’altra, oggi a Parigi, dopo qualche mese a Madrid, in una Europa unita che molti ora vorrebbero disunire, invidiabile per noi che non l’abbiamo vissuta. Come dice Claudia De Lillo, in arte Elasti “Quando rinasco avrò i capelli rossi lunghissimi... Quando rinasco farò l'Erasmus a Barcellona”. Il finale del romanzo è ambiguo e triste, riassume l’infelicità irrisolta e la fatica del vivere, anche se ti muovi continuamente, anche se sei un pianista di talento, una giovane donna in carriera.

Quando inizio Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria di Rosetta Loy, capisco che devo rallentare il ritmo. Già il titolo, un verso di Sylvia Plath, induce alla calma, alla riflessione. E' la storia, che ha inizio nel 1941 e termina negli anni sessanta, di un'agiata famiglia borghese. Al centro c'è la guerra. E sulla guerra, e in particolare sulla campagna di Libia, leggo pagine memorabili, di una grande capacità descrittiva. Sembra di essere lì, nel deserto, con il caldo, il sudore, il pane che sa di muffa, le mosche che si accaniscono a grappoli e la sabbia che scricchiola sotto i denti. Mi stupisco ancora una volta di come sono brave le donne a raccontare la guerra, come lo è stata Margaret Mazzantini, in Venuto al mondo, a descrivere l'assedio di Sarajevo.

Forse perché sono allenate, le donne; è da quando sono apparse sul pianeta che sono in guerra con il mondo.

Il libro perde di forza quanto torna alle vicende normali, che poi in realtà molto normali non sono, dei componenti della famiglia che, dopo la fine del conflitto, cercano di ricomporsi in un nuovo ordine e un nuovo equilibrio, cercano un'occupazione, una stabilità sentimentale. Non tutti nella famiglia ce l'hanno fatta, non tutti sono sopravvissuti. Sul romanzo aleggia il senso della tragedia, che verrà svelata e raccontata solo alla fine, assieme alle pagine, anche queste, di nuovo, di vera maestria descrittiva, sull'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, una carneficina insensata che lascia senza parole, sgomenti e increduli, davanti alla ferocia dell'essere umano. “Quella notte mentre scendevano giù in ordine sparso i soldati del 2° battaglione dello SS-Panzer-Grenadier-Regiment 35 furono sentiti cantare. Si erano fermati in una radura e avevano acceso il fuoco per scaldarsi il cibo. Il cielo era pieno di stelle e intanto che aspettavano di mangiare qualcuno suonava un organetto. O una fisarmonica a bocca. Uno suonava e gli altri cantavano”. Avevano appena massacrato centinaia di persone.

Il quarto libro non lo apro neanche, lo riporto in biblioteca. Non posso. Non posso leggere “Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli” di Alan Bradley. Non dopo la disfatta di El Alamein e l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema. Per il rispetto che si deve alle vittime, alla Storia. Mi chiedo come ho potuto scegliere un libro con un simile titolo. Forse perché quando sono in biblioteca mi lascio prendere dall'euforia o forse perché ero veramente sfinita da Pierre Michon. Che comunque scrive molto bene. Ve lo consiglio. Quando avrete voglia di andare lenti.



Commenti

pubblicato il giovedì 13 luglio 2017
michelino, ha scritto: " Mi piace". Non mi riferisco tanto alle recensioni (sono libri che non conosco), ma all'idea di recensirli in questo modo, come un racconto che parla di alcuni incontri che hai fatto.

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