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lavoro pubblicato lunedì 10 luglio 2017
ultima lettura domenica 11 giugno 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Disgusto, a pelle.

di EC. Letto 202 volte. Dallo scaffale Generico

Sono stesa a terra: l'aria è ferma ed il cuore mi pulsa in gola. I suoni del sabato sera si infrangono sui vetri, seguendo il ritmo di un divertimento animale...................

Sono stesa a terra: l'aria è ferma ed il cuore mi pulsa in gola. I suoni del sabato sera si infrangono sui vetri, seguendo il ritmo di un divertimento animale.

- "Te che fai, vieni?"
- "No, ho da fare."

Nemmeno l'alcol e i neon rimangono in disparte, avanzando nel tumulto di luci epilettiche a gamba tesa ed ignoranza assicurata: le pareti sembrano tremare.

- "La tristezza crea empatia, il riso solitudine.", sospiro.

Una fitta improvvisa mi lascia senza fiato: serro la mascella e mi arrotolo su me stessa. Sento quasi la consistenza delle mie interiora, stropicciate come carta velina tra le mani dei sensi di colpa. Trattengo il fiato mentre aspetto che la contrazione mi lasci andare: un brivido, la pelle si tende e i capelli si rizzano dal freddo.

_Una maglietta, no?

Guardo inebetita i riflessi che scorrono a cascata nel bidet: chiudo gli occhi e tento di rilassarmi. D'un tratto sento un rivolo caldo scorrermi sul volto, sobbalzo e vedo due macchie scure allargarsi all'altezza del petto.

- "Merd..!"

Tolgo la canottiera e la immergo nell'acqua del sanitario: il sangue sembra essersi affezionato alla stoffa, non ne vuole sapere di lasciarla andare.

- "'Spetta, famme restà, un po' di rosso non ha mai fatto male a nessuno!"
- "Fottuta macchia, ora te la faccio vedere io." rispondo, strofinando ancora più forte.

Afferro la borsa con le mani bagnate, apro la cerniera e frugo all'interno: le lacrime mi appannano la vista.

- "Dove cazz.." borbotto, mentre cerco il mazzo di chiavi.

Tra le dita scorrono caramelle appiccicose e materiali da modellismo: i bulloni fanno a botte con i centesimi, pronti a finanziare l'ennesimo snack alle macchinette: la mischia, crea un rumore insopportabile.

- "Le moindre bruit me derage." sussurro, coprendomi le orecchie.

Tiro fuori la catena ed osservo i pezzi di ferro attaccati al moschettone: stacco quello più appuntito e lancio la sacca dall'altra parte della stanza.

_Spero tu non lo voglia fare davvero.

Impugno lo stiletto e lo posiziono con cura sull'avambraccio: inizio a premere.

_

"Hello darkness, my old friend
I've come to talk with you again
Because a vision softly creeping
Left its seeds while I was sleeping"

Simon & Garfunkel accompagnano la mia corsa verso le Centre Pompidou, suonando nelle cuffie le note del silenzio: la biblioteca del museo ha aperto almeno da mezz'ora e già immagino l'orda di studenti arrapati in attesa di entrare.

- "Dio abbi pietà di me."

Arrivo all'ingresso con il fiatone e le scarpe slacciate, apro la borsa per il controllo e mi intrufolo nel body scanner, inciampando nel cordino dei sandali: la guardia sembra divertita. Accenno un sorriso prima di balzare sulle scale mobili, ansimando verso il primo piano: scatta la ricerca al posto.

_ Modalità falco: ON.

Adocchio uno spazio libero su uno dei tavoli comuni, sembra esserci addirittura una presa elettrica: plano sul corridoio come un avvoltoio e sguscio tra gli zaini dei pretendenti, scagliando la giacca sulla sedia a monito di prenotazione: quel posto, è MIO.

- "Ehrm, sorry", azzardo senza sentirmi in colpa. Solo tre secondi di manovra e già 6 persone che mi odiano: non male!

_Sembra che tu abbia talento nel fare nuove amicizie.

La mattinata scorre tranquilla tra imprecazioni sussurrate e la voglia di portare a termine il progetto di tesi: ad ogni tavola completata mi concedo qualche minuto di pausa, nell'area relax. I tavolini hanno uno spesso strato di materiale appiccicaticcio, non voglio nemmeno immaginare la natura delle parti lucide: tiro un sospiro, decido di appoggiarmi.

- "Combien ça coute?" mostro un tramezzino alla commessa che mi risponde biascicando un "deux quatre-vingt-dix".

Lo spazio attorno a me è alienante. Le pareti verdi fanno quasi a botte con l'apertura sulla piazza, meravigliosamente ampia tra le separazioni architettoniche: è una struttura che invita ad essere scoperta, vissuta, usata.

- "Le rivoluzioni non le fanno gli architetti. Noi osserviamo, interpretiamo i cambiamenti in atto nel mondo. Allora il cambiamento era nell'aria, qualcuno doveva ben costruire un museo che uscisse dalla sacralità, che smettesse di intimidire. Così è nato il Beaubourg" ammette Renzo Piano, descrivendo con amore paterno il progetto.

- "Quanto hai ragione." Commento io, lasciando la risposta agli sguardi sorpresi dei miei compagni di relax.

_La magia dei viaggi mentali.

Sollevo il computer in direzione della sala da studio quando una fitta al braccio mi fa cambiare idea: faccio dietro-front in direzione del bagno, devo mettere la crema antibiotica.

- "Maledette ferite."

I giorni seguenti agli attacchi sono sempre coronati dalle routine infermieristiche dei danni da autolesionismo: unguenti ed acqua ossigenata sono alleati fedeli nel processo di guarigione.

_Senza dimenticare i quintali di fondotinta usati per simulare la normalità.

Ero venuta a Parigi per poter completare la tesi in un ambiente sereno, privo di stress e coronato dai rassicuranti abbracci notturni del mio Monsieur Bruyant: piano piano, mi stavo riprendendo.

_


Du-dun.. du-dun.. du-dun.. du-dun..

- "Sei nata per sbaglio, capisci? Dopo appena un mese dal primogenito nessuno aspettava te: nessuno v-o-l-e-v-a, te."
- "Basta, smettila."

Du-du-dun.. du-du-dun.. du-du-dun.. du-du-dun..

- "Smettere, cosa? Di dire la verità? Sei così debole, guarda come frigni."
- "Io non piango, non lo faccio di fronte a nessuno."

D-du-dun, d-du-dun, d-du-dun, d-du-dun.

- "Ah no? E io chi sono, nessuno? Sono il principio stesso dell'essere mia cara: il tuo riflesso."

Osservo il mio volto allo specchio: mi scruta in modo disgustato. Distolgo lo sguardo ed infilo le mani tra i capelli, grattando la cute: immagino la carne staccarsi dalle ossa ed i frammenti di impurità che si depositano a terra. Sfioro con la punta delle dita il costato, osservo la pelle tesa e mi aggrappo alle spalle: mi sembra d'un tratto di cercare qualcosa, un peso che sembra schiacciarmi da giorni.

- "Toglimelo! Toglimelo di dosso" mi ripeto.

Nello spasmo mi cade l'occhio sui capezzoli: li studio con ribrezzo mentre comincio a mordermi la lingua. Il mio essere animale è racchiuso in così pochi centimetri quadrati, basterebbe un taglierino e nessuno mi identificherebbe più come donna: sarei libera.

-Ma che fai?

No, non è così facile. Bisogna combattere contro l'ignoranza ogni giorno, ogni secondo della propria vita. Io sono fiera di essere femmina, devo difendere il mio diritto all'eguaglianza, devo diventare la mia eroina.

_Respira

A cosa serve, la carne? Il dolore è frutto di qualche connessione nervosa, alla fine si tratta solo di un allarme: ti avverte quando c'è qualcosa che non va, quando c'è un intruso. Ma allora perché dargli importanza? Perché concentrarsi su qualcosa che di per sé non esiste? Il punto di connessione tra i propri limiti e la consapevolezza di potersi innalzare sopra la mediocrità, sta nel riconoscere che la natura umana si libera attraverso l'esercizio della mente, non la mortificazione del corpo.

- "Diventa più forte", sussurro.

Addestrare il pensiero, fare esperienza, cambiare il mondo.

- "Il dolore, non esiste."

_


"Dlin", è Bernard.

- "Let's meet at 14:20 outside metro Champs-Elysées Clemenceau. Ok?"
- "Okay, see you later" rispondo d'impulso, senza guardare l'ora.

Chiudo il telefono e mi concentro sull'ultima parte della tesi, 20 minuti ed avrò ufficialmente chiuso il progetto: "Emergency Architecture, Origami inspired Response to Natural Catastrophes". Qualche settimana e sarò laureata, eppure non mi sento alla fine: ho sacrificato la convinzione che l'architettura fosse figlia della storia di un luogo disegnando una casa post-emergenza trasportabile.

_Come aiutare i bisognosi laureandosi: effetto combo.

- "Est ce siège libre?" mi chiede un ragazzo, posizionandosi accanto a me senza aspettare la risposta.
- "Il semble que si" rispondo io, ironica: mi sta già antipatico.

Apre la ventiquattrore e tira fuori tre quaderni con un movimento fluido, sistemandoli in ordine di grandezza sul tavolo; preleva con la stessa accuratezza due matite, per poi dedicarsi all'impostazione di un piccolo aggeggio nero: affilo lo sguardo, è un metronomo.

- "Au rythme de l'étude" mi sorride, compiaciuto.

_Scommetto che lo usa anche quando fa sesso.

- "Amore, stai andando fuori tempo"
- "Ma chissen... oh sì... chissenefrega!"
- "No davvero, non lo sopporto. Sai che se non tengo il ritmo non vengo!"

Soffoco una risata, guadagnando l'ennesimo nemico in sala.

- "Excuse-moi, quelle heure est-il?" sorrido al mio nuovo e maldisposto compagno di studi.
- "Quatorze heures dix." mi risponde lui, a capo chino.
- "Quoi?!"

_Al solito, sei in ritardo.

Attivo la modalità "ruspa da cantiere", stendo il braccio destro e spalanco col sinistro lo zaino: rastrello i miei averi con una singola e precisa mossa ad angolo, facendo cadere il tutto in un rumoroso ammucchio sul fondo.

_Fine lavori. Direi che siamo abbastanza in linea con il tuo percorso di studi.

Prendo il computer ed afferro la giacca con i denti, correndo come un giovane Rocky Balboa verso l'uscita: dietro di me, una scia di sguardi di ammirazione misti a disdegno puro.

_Tsè, sti parigini. Troppo educati.

Arrivo alla metro e salto sul primo treno disponibile, creando un'onda d'urto tra i passeggeri ammassati sulle porte: è un miracolo che abbia azzeccato la linea.

- "Fortuna che non capisco gli insulti", dico tra me e me.

Emergo sugli Champs Elysées con appena due minuti di ritardo: Bernard è già lì, in sella al suo bolide a due ruote. Ha i capelli spettinati e gli occhiali appannati dalla pioggia, praticamente l'essenza della seduzione.

- "Hello baby." mi saluta, offrendomi un casco.
- "Hello. Where are we going?" chiedo, fin troppo diretta. Com'è possibile che dopo 8 mesi, quest'uomo mi turbi ancora?
- "You'll see." risponde lui, lasciandomi nel dubbio.

Infilo il giubbotto in pelle e monto in sella: si parte. Sfrecciamo sul pavé bagnato di Place de La Concorde, attraversiamo la Senna e ci ritroviamo sulla rive gauche, nell'arrodissement del Museo d'Orsay. Il mio Monsieur Bruyant parcheggia in una stradina che pullula di gallerie d'arte e profuma di olio di lino: mi innamoro subito del quartiere. Sistema lo scooter e tira fuori un mazzo di chiavi, avvicinandosi ad un portone in legno massiccio.

_Spera solo che non sia l'ennesimo evento brulicante di buone maniere e pregiudizio in taffetà.

Sbuchiamo in quello che sembra un magnifico esempio di edificio del XVII Secolo, mantenuto integro nella sua natura architettonica. Lo stabile si erge su tre lati, lasciando una corte pavimentata al centro della struttura: entriamo nell'ala Ovest.

- "It is so charming" dico, affascinata dall'evoluzione del corpo scala.
- "It is, look at the elevator." ribatte, indicando l'ascensore: l'abitacolo è abbracciato da ferro battuto, profuma di tabacco. Ho giusto il tempo di arrossire sotto il suo sguardo ironico prima di arrivare all'ultimo piano.

Lo seguo avventurarsi tra i corridoi serpeggianti di quelle che dovevano essere le abitazioni della servitù, fino ad arrivare di fronte ad una porta in legno, rossa: infila una chiave e sblocca la serratura. Entriamo in un appartamentino minuscolo, ma ben organizzato; il pavimento è in cotto ottagonale smaltato, sembra essere quello originale. La cucina, sempre rossa, è illuminata da un lucernario mentre l'ingresso e la camera principale si affacciano sul panorama mozzafiato da una finestra sul fondo della stanza.

- "What is this?" gli chiedo, conosco già la risposta.
- "I'm buying it." mi conferma lui: lo sta comprando.

Decide di portarmi al piano superiore dove ha in progetto di ricavare un'ulteriore stanza ed il bagno; passiamo l'ora seguente ad analizzare le varie opzioni a seconda della struttura portante, cercando di capire dove posizionare le eventuali scale tra le luci filtrate dal tetto e i cumoli di materiale da cantiere: quando scendiamo, siamo sporchi dalla testa ai piedi.

_Un appartamento con bagno no, eh?

Mi avvicino alla finestra e guardo fuori, appoggiandomi allo stipite; davanti a me si allarga la signora Parigi, vestita a festa nel tessuto ricamato di edifici perlati e seta di Senna: sembra quasi stiracchiarsi sotto la pioggia estiva.

- "Will I feel home, one day?" mi ero chiesta una volta, dopo una cena formale con i suoi colleghi del circolo.

Avevo passato la serata ad ascoltare signori di mezza età parlare dei casi d'omicidio più famosi della storia, alternando il macabro discorso a sprazzi di nazionalistico populismo: il tutto, in francese. La disparità di ruolo tra i mariti e le consorti era talmente visibile da lasciarmi turbata: donne meravigliose, madri affettuose, femmine assoggettate.

_Che amarezza.

Avevo preso la mia rivincita armandomi di una scollatura profonda, ironia da palcoscenico ed una buona dose di secchezza da affermazioni comuniste difficili da replicare, figuriamoci da ricordare: sveltezza di idee e oscenità flemmatica da porno-star, un connubio pazzesco. Bernard, si godeva lo spettacolo.
L'unica cosa positiva era stata l'evidente accuratezza del design degli spazi interni, palcoscenico di opere d'arte da collezionismo privato: rari acquarelli di Salvador Dalí, statue dell'antichità romana e libri da museo. Ora toccava a Bernard comprare casa, ristrutturandola secondo "status symbol".

_Chiamiamola pure "ristretta convenzione sociale".

- "What do you think?" mi chiede, curioso di sapere cosa pensi dell'appartamento.

Si avvicina lentamente, per potermi accarezzare la schiena.

- "I understand the reason you like it, it is full of potentiality." rispondo, allungando una mano verso i suoi pantaloni.

Questa casa è come un pezzo antico: la sua bellezza risiede nella storia che l'ha modificata nel tempo, basta solo restaurarla. Sto per chiedergli le ragioni dell'investimento quando mi afferra i fianchi stringendoli in una morsa, per voltarmi: assecondo il movimento avvinghiandomi al suo corpo, non aspettavo altro. In men che non si dica ci ritroviamo sul letto, ansimanti nella foga del momento.


_Preservativo?


Comincia a leccarmi l'orecchio scendendo di pochi centimetri alla volta: arrivato all'altezza dell'ombelico si ferma, curioso di scoprire la mia scelta intima.

- "Welcome to the jungle, we've got fun 'n' games, we got everything you want, honey, we know the names" intona a bassa voce, allargando un sorriso complice.

Nota con piacere due sottili lacci in pelle ad avvolgermi i glutei: ne afferra uno e lo fa schioccare sulla natica. Divertito lo afferra ancora, giostrando il mio bacino come un volante nelle sue mani: l'erotico riassunto del concetto di mutandina sembra essere più funzionale ad una presa da dietro che a coprire le zone private.

_Less is more!

- "A-h-i" sillabo, invertendo le posizioni con un colpo d'anca: ora tocca a me.
_

- "Non puoi rimanere qui, devi continuare a lavorare."

Allontano le chiavi dal braccio e le lascio cadere sul pavimento: il suono dell'impatto rimbomba ovattato nelle mie orecchie, tuonando nella bolla del reale. Spalanco il cassetto in cerca del disinfettante, stacco il tappo con i denti e ne verso una generosa quantità sui graffi: bruciano da morire.

- "'Azz.." esclamo, guardando le goccioline di sangue mischiarsi al liquido trasparente.

_ Magari la prossima volta ci andiamo più leggere, eh?

Scaravento la boccetta nel lavandino e mi infilo nella doccia: apro l'acqua e direziono il soffione sul viso, lasciando che mi bagni dalla testa ai piedi. I muscoli si distendono sotto una calda linfa vitale; alzo la testa e chiudo gli occhi: mi sento rinascere.

_

- "I love you."

_

Durante l'attacco la propria coscienza sembra fluire via dal petto, come se quell'ammasso di carne tremante appartenesse ad un altro; durante i momenti di consapevolezza si ha quasi l'impressione di guardarsi dall'alto.

_Sì, sei tu. Ci risvegliamo?

Per tornare in sé non ci vuole che qualche minuto, spesso un paio d'ore: a volte, più di un giorno.

- "Devo andare da Bernard"

Ho bisogno di cambiare aria, qualche giorno a Parigi mi aiuterà a completare il progetto senza la pressione dei giudizi faciloni di chi mi sta intorno: devo concentrarmi.

- "May I come for few days?", gli scrivo chiedendogli asilo.
- "Welcome to Paris!" arriva immediata la risposta.

Il giorno dopo sono a casa sua, avvolta nella tenerezza del suo abbraccio ed accompagnata dal suo respiro rumoroso.

- "Good night, Mr. Bruyant."



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