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lavoro pubblicato lunedì 3 luglio 2017
ultima lettura mercoledì 13 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Una meta. Un Diario. Miopia.

di Elodie. Letto 226 volte. Dallo scaffale Viaggi

“Hai intrapreso questo viaggio mesi fa, sapevo che saresti arrivato e non avresti comunque compreso, perché ciò che successe non fu una cosa del tutto razionale. “

Stava pulendo gli occhiali accuratamente con il panno apposito mentre ascoltava le storie di viaggio di una ragazza spagnola a dir poco logorroica che gli sedeva accanto da almeno tre ore e gli parlava da due. Come si chiamava? L'aveva dimenticato.
Erano entrambi diretti in Portogallo, lei Lisbona, lui Porto.

"Porto è una città magica, ma è uno di quei luoghi che odi o ami. È rimasta autentica, sembra che il tempo non sia mai passato, te ne accorgerai. Posso consigliarti un paio di posticini carini dove potresti andare, ci sono stata parecchie volte. Sai una cosa? te li scrivo così non li dimentichi"

Prese il diario che Tomàs teneva sulle gambe e iniziò a scrivere. Lui mal sopportava le persone invadenti, soprattutto quelle che non facevano altro che fare domande. Arrivare a destinazione non gli era mai sembrato così liberatorio, l'aria non era mai stata così fresca, come se fosse stato in apnea.

Si mise a guardare attentamente gli azulejos del murales della stazione di Sao Bento. Quelle sfumature lapislazzulo lo fecero perdere nei suoi pensieri. Rimase lì, fermo, in piedi. Si chiese se in qualche modo lei sapesse che era arrivato, se l'aspettasse, se nel suo silenzio si celasse anche un minimo briciolo di interesse. Doveva trovarsi con il suo assistente per un caffè "di benvenuto" al Terrace Cafè, uno di quei barettini hipster dall'arredamento scandinavo e le ampie vetrate, ma al suo arrivo non trovò Salvador.

Agnes era seduta lì, che lo aspettava, lo scrutava in tutta la sua compostezza. Gli fece cenno di sedersi, nessun bacio, nessuna stretta di mano, solo un cenno. Fredda come suo padre, letteralmente, visto che lui era morto.
"Tomàs, so perché sei qua ma non posso rispondere alle tue domande, non perché non voglia, ma non saprei come fare. Non posso darti tuo padre e non posso farti da madre, come tu non puoi restituirmi la mia famiglia. È andata così e così probabilmente doveva andare. So che sei qua perché stai cercando delle risposte che non ti ha dato in vita"

Sorrise, c'era qualcosa di ironico nel fatto che gli avesse lasciato come eredità il diario di quel viaggio, esattamente quello, non altri, quello. Riaffiorarono nella sua mente le domande che poche ore prima gli aveva fatto Luz - ecco come si chiamava - tutti i suoi mille perché a cui non aveva saputo o voluto rispondere. La risposta era strettamente collegata al perché suo padre gli avesse lasciato solo quel diario. Si era innervosito quella mattina, erano domande che avrebbe voluto porre lui stesso a chi scrisse l'originale. Lo aveva colpito il senso di immediatezza che traspariva. In quei mesi aveva ripercorso la rotta dei giovani fratelli Castelli cercando di collegare non solo il paesaggio vario europeo ma anche le speranze e la confusione di due ventenni e loro generazione. Non sapeva se li avesse compresi del tutto ma sentiva che lui stesso era cambiato ma non riusciva ancora a cogliere il perché della scomparsa improvvisa della natura creativa del padre, così, tutto ad un tratto, proprio lì, in Portogallo. Ricordava suo padre, una persona rigorosa, fredda, distaccata, dal diario invece traspariva passione, spensiratezza, pura creatività. Cos'era successo?

Guardava Agnes, tutto in lei era asettico, non traspariva nulla, né dal suo viso né dai suoi abiti, camicia beige e un paio di pantaloni bianchi, nessuna piega. Sembrava una statua di cera e lei lo sapeva. In fondo, non era il primo a pensarlo.
"è inutile che io stia qua a cercare di farti capire certe cose a parole, non capiresti anche se in realtà non lo daresti a vedere. Caro, non sei molto diverso da noi, anzi."
" Scusami ma credo di non seguirti"
Lei si tolse gli occhiali dalla montatura sottile, li appoggio sul tavolo e lo scrutò.
"Pensi di fare qualcosa a riguardo la tua miopia?" Tutti i Castelli erano miopi, era genetico.
"Sto aspettando il via dal medico, ma non credo sia il momento adatto per parlare di questo"
Qualcosa in lei cambiò, così, dal nulla, in pochi secondi.
"E invece ti sbagli. Questo è esattamente il momento di parlarne. Vuoi capire? Vuoi delle risposte? Allora devi lasciarti andare"
" Io sinceramente non ti capisco. Non mi parli da anni, ti mando mail e non rispondi, ti chiamo e non rispondi, muore la nonna e non ti passa neanche per l'anticamera del cervello di venire al funerale dell'unica persona rimasta nella mia vita, oltre te ovviamente, e ora te ne esci con questo? Io sinceramente non capisco."
Non si era reso conto di aver alzato la voce. Lui non alzava mai la voce, non era da lui, doveva ricomporsi, incanalare le emozioni. Non ne poteva più, era stanco di non capire. Il problema è che non era disposto a capire, non in quel momento.
"Hai intrapreso questo viaggio mesi fa, sapevo che saresti arrivato e non avresti comunque compreso, perché ciò che successe non fu una cosa del tutto razionale. "
"Cosa successe?"
"Tuo padre perse gli occhiali."
"E allora?"
"E allora, dammi la possibilità di farti vedere il mondo da un'altra prospettiva"

Quella giornata trascorsa con sua zia, quella un po' pazza e irrazionale, non quella fredda e distaccata che tutti conoscevano, fu il punto di svolta della sua vita. Capì che a Porto non era morta la creatività di suo padre ma che teneva per se quel briciolo di follia.

Erano passati anni da allora ed era seduto in uno dei tavolini davanti al Monumento a Garret, sentiva i raggi del sole che filtravano attraverso le foglie degli alberi. Sentiva la metro che passava sotto i suoi piedi, la città muoversi, i suoi rumori, il tempo che trascorreva inesorabile ora come quando era seduto esattamente nello stesso posto con Agnes.
"Non trovi sia come vedere un quadro impressionista?"
"sinceramente mi sembra più una fotografia sfuocata"
"è perché stai ancora cercando di vedere"

Camminarono così tanto quel giorno, su e giù per le strette e a dir poco ripide stradine della città. I palazzi sembravano tutti uguali da lontano, differenziati solo dal colore, ma quando ci si avvicinava si riscopriva tutta la loro bellezza, le loro piastrelle dai disegni talvolta semplici, talvolta complessi, ma mai uguali a quelle del palazzo adiacente.
Il Mercado di Bolhao aveva qualcosa di zingaresco, sembrava di essersi tuffati indietro nel tempo. Le botteghe appena fuori gremite di gente, emanavano l'odore delle spezie, del sale usato per gli insaccati e quello acre dei formaggi stagionati.
"Questa è la Fransesinha, il panino locale. È un insieme di un po' di tutto, ma fidati, è molto buono."
Non potendosi affidare completamente alla vista quel piatto sembrava tutto meno che appetitoso, navigava in una salsa rossa su un letto di patatine fritte, ma aveva un profumo inebriante. Era buono, molto buono. Così come i Pastel de Nata.
Sviluppò il palato per il vino, era sorpreso dal come non fare più totale affidamento sulla vista gli avesse amplificato tutti gli altri sensi. Fecero tutte le degustazioni delle cantine, erano ubriachi alle quattro del pomeriggio e rimasero sulle riva del fiume Douro ad ascoltare i gabbiani e sentire quel profumo peculiare che hanno le città portuali.
Non si era mai sentito così vivo in vita sua. Era felice. Una felicità primordiale, come quella dei bambini.
Al tramonto stavano attraversando il ponte Luis I, il fado si sentiva in lontananza. I colori si amalgamavano, non era più un mondo solo sfuocato, era qualcosa di più, qualcosa a cui non riusciva ancora a dare un nome.

" Sai, la gente si sorprende scopre che sono io la designer, non li biasimo. Tu, caro architetto, come riesci a dar vita agli spazi?" Gli chiese lei.
"Non so, per me è una questione di equilibrio"
"No, è una questione di sensazione, lo spazio lo vivi, lo senti. Così come per le città"
Lui la guardava, erano fianco a fianco, da quella distanza riusciva a vedere tutti i diversi dettagli del suo viso, le rughe, i ciuffi di capelli bianchi poco sopra l'orecchio, le orecchie piccole, non aveva mai fatto caso a quanto fossero piccole. Aveva gli stessi occhi di suo padre, lo stesso sguardo, e lei si riconobbe nei suoi, il ricordo di una se stessa a cui aveva detto addio anni prima. Ma riconobbe anche quelli di suo figlio e la tristezza si impossessò di nuovo di lei.
"Penso che sia arrivato il momento di salutarci."
"Non vuoi mangiare qualcosa insieme? Parlare ancora? Avrei tante cose da chiederti"
"Ti ho dato ciò che di più prezioso avevo, ho condiviso con te qualcosa che avrei voluto condividere con mio figlio. Se non fossi rimasta con te quella sera probabilmente sarebbero tutti qua. Non c'ero per loro ma c'ero per te e questa è una cosa che non riesco a perdonarmi. So che non è colpa tua, tu eri solo un bambino, ma il punto non è questo."

Rimasero lì in silenzio per un po', lui non disse nulla, non la guardava più, non ci riusciva. Lei lo abbracciò, erano anni che sentiva il bisogno di calore umano. Gli sussurrò dolcemente, con tono quasi materno " Tomàs, prova a perderti tra le vie di Porto, prova a perderti nelle città che visiti, lasciati andare, vedrai che tutto cambierà" Fu l'ultima cosa che gli disse. La sua sagoma si perse in lontananza, non la sentì più e non cercò di contattarla.

Ricordava quel momento vividamente, impresso nella memoria come fosse accaduto poche ore prima, ma non con tristezza. Aveva imparato a sentire lo spazio che lo circondava, non solo a guardarlo, quella sera di 10 anni prima decise di ripartire. fece il viaggio a ritroso, ma questa volta senza occhiali, così come in tutti i successivi cinquantasei.



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