ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 24 giugno 2017
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Senza sogni

di romeodelguasta. Letto 305 volte. Dallo scaffale Fantascienza

800 miliardi di anni fa   Si dice che un uomo prima di morire riveda la propria vita per intero. Che sia vero? Era questa la domanda che gli ronzava in testa in quel momento. Alain Robert sedeva sulla sua poltrona dietro la scrivania, fissando il ...

800 miliardi di anni fa

Si dice che un uomo prima di morire riveda la propria vita per intero. Che sia vero?

Era questa la domanda che gli ronzava in testa in quel momento.

Alain Robert sedeva sulla sua poltrona dietro la scrivania, fissando il vuoto. Oltre la vetrata del trentesimo piano vi era il grande panorama di quello che era Capital District.

Le auto volanti sfrecciavano avanti e indietro, illuminate da quel sole bianco ormai spento.

I grattacieli della General Television e Raymovie sorgevano imponenti su quella che era l'alba. E un altro giorno stava per iniziare.

Alain era un docente di Psicologia, studio e ricerca sulla mente.

Il suo paziente, Onet, se ne stava nella sua cella dall'altra parte del corridoio, fuori dal suo ufficio.

Il docente e altri professori avevano speso giorni e impiegato metodi all'aldilà dell'immaginazione per far rinsavire l'uomo, che si diceva aveva vissuto l'odissea spaziale a bordo della Cornet 131. Un incrociatore stellare enorme, che aveva viaggiato per dodici anni nell'universo, senza destinazione, a causa di un attacco estraneo.

Alain si alzò, e decise di tornare da Onet, percorse tutto il corridoio, incrociando un'inserviente che quasi gli rovesciò addosso un pacco di medicinali.

Onet era all'angolo nella cella. Quella non era una prigione, i degenti venivano trattati con certo riguardo, avevano comode sedie e pasti abbondanti. Ma lui preferiva sedere all'angolo e così rannicchiato coprirsi gli occhi e fingere di essere l'ultimo uomo al mondo.

Infatti talvolta diceva "gli incubi mi affliggono." Oppure "gli Dei dello spazio non mi lasciano in pace, o povero me superstite."

Inutile dire che era suonato.

Quando passavano medici, dottori, infermieri, lui rimaneva impassibile. Ma quando passava Alain, Onet si toglieva le mani dagli occhi e lo seguiva con lo sguardo mentre si avvicinava a lui.

Alain si era sempre chiesto come facesse a percepirlo con gli occhi coperti, forse riconosceva il suo passo.

"Buongiorno Onet, come hai passato la notte?" Disse protendendogli una mano per aiutarlo ad alzarsi.

Nessuna risposta, solo uno sguardo compassionevole.

"Seguimi in laboratorio, continuiamo la terapia."

"Fame." Affermò.

"Non hai fatto colazione?" E si girò per guardare il tavolo.

Onet non aveva mangiato niente ma il cibo era ancora lì perché nessuno lo aveva portato via.

"Voglio le mie pillole."

Povero Onet, non prendeva pillole dall'attacco dei Dro*.

"Qui su Genda non abbiamo pillole, quelle si prendono nello spazio."

Onet lo guardava disorientato come se avesse perso qualcosa.

"Mi capisci?" Chiese Alain, chiedendosi se la terapia stesse funzionando o se il paziente stesse pian piano diventando più disconnesso dal mondo.

Con quelle due fette di formaggio e bacon che vi erano gli fece un piccolo panino, gli aprì la mano e glielo infilò tra le dita, poi con forza lo spostò fino alla porta.

"No, non ci voglio andare."

"No. No. No. No!" Continuò.

Alain si fermò, e Onet smise di gridare, poi sospirò.

"Se la vorrai rivedere ancora, sai che questa è l'unica possibilità".

All'udire quelle parole Onet smise di dimenarsi e di opporre resistenza, poi insieme uscirono dalla cella.

Il panino gli era caduto dalle mani, ma Alain non si era fermato a raccoglierlo. Onet si limitò a lamentarsi mostrando la mano vuota.

Rivedeva sua moglie ogni volta che faceva una seduta, riviveva gli ultimi momenti con lei. Era come se fosse ancora viva quando era in sogno.

A quanto pare Alain voleva fare una seduta anticipata quella mattina e Onet stava cominciando a rallegrarsi.

Il centro di ricerche Gostrup era molto grande, il laboratorio si trovava sul piano più basso mentre l'ufficio e la cella si trovavano al penultimo piano.

Scesero dall'ascensore e percorsero un lunghissimo corridoio. Questo era poco illuminato, ed era molto più fresco.

Alain si asciugò il sudore dalla fronte.

Il giorno era appena cominciato e già cominciava a faticare. Onet aveva bisogno ogni tanto di qualche spintarella.

Entrarono in una stanza con scritto 9RA sull'insegna, e la porta automatica si chiuse dietro di loro.

Un ragazzo di bella presenza si accorse di loro, li salutò e aiutò Onet a sedersi sulla sedia del paziente.

"Di buon'ora questa mattina, vero signor Alain?"

Di risposta si limitò a fare un cenno.

"Lo sanno che lui è qui?"

Alain si asciugò la fronte con uno straccio che aveva trovato, prese una sedia e si sedette a cavalcioni di fronte ad Onet.

Non badò nemmeno al ragazzo, il quale era rimasto interdetto e aveva deciso di andarsene.

" Come preferisce, chiami se ha bisogno. Io sono qui intorno a fare le pulizie."

"Grazie."

Qualche secondo dopo i due rimasero soli.

Onet era sdraiato sulla sedia del paziente, che sembrava quella dei dentisti. Fissava un punto sul soffitto, o forse stava viaggiando con la sua astronave nello spazio?

Alain tirò fuori un registratore e cominciò a registrare.

A quel punto Onet si mise a fissare la luce rossa della macchinetta.

"Seduta 38 Anno XXS, base terrestre giorno131"

Silenzio.

"Proprio come la Cornet 131".

Onet aveva lo sguardo perso, sapeva che le sedute erano l'unico momento in cui poteva rivedere la sua amata, prima che venisse risucchiata all'interno del buco nero.

La terapia e le sedute gli permettevano di rivivere quello che era successo, ma invece di migliorare la sua salute mentale, essa peggiorava.

"Cosa accadde il giorno 90 dell'anno XXB? Ripeti la sequenza degli eventi."

Onet chiuse gli occhi, Alain gli passò la mano sopra la faccia con lo Pnotis attivo.

La Cornet 131, prototipo di incrociatore interstellare cargo militare, stava oltrepassando il confine dell'area 8, nella griglia stellare oltre l'orizzonte lunare.

Dopo Genda ci sono varie aree, ognuna larga il doppio della precedente. Da Genda alla luna; dalla luna a Marte; e così via.

Appena giunti nell'area 9, la griglia stava cambiando nel computer, ed io, Ufficiale di Vedetta (o di Coperta), stavo controllando la direzione, che non coincidesse con la traiettoria di qualche stella in rapido movimento.

Mia moglie era all'interno della stessa nave, e in quel momento stava controllando che vi fossero rifornimenti. Lei si occupava anche di riparare piccoli guasti, quando ve ne erano.

Stavo guardando lo schermo, quando intravidi una macchia nera nel settore 6 est. Con la coda dell'occhio vidi mia moglie, le sorrisi, poi rimisi gli occhi sullo schermo. La macchia non c'era più. Ero sicuro che era solo un insignificante errore del computer.

Stetti a guardare lo schermo ancora per un po'.

Avevo calcolato la traiettoria di tutte le stelle che vi erano per i prossimi dodici anni luce e vi avevo tracciato la rotta sicura dell'astronave, quindi potevo concedermi una pausa.

"Lascio il fortino Manu! Dacci un'occhio." Dissi a voce alta.

"Sissignore" rispose il subordinato, scattante e pronto ad eseguire il mio ordine.

Scesi le scalette della torretta di comando e raggiunsi mia moglie sul ponte.

"Ah, eccoti. Ti ho cercato dappertutto" disse lei.

"Ho preparato la nostra nuova stanza e ti ho preparato la colazione."

"Grazie amore." Risposi.

Un bacio e ce ne andammo insieme.


*

Alain stava istallando un computer sulla sedia di Onet, mentre egli parlava con gli occhi chiusi.

Quel computer conteneva l'ultimo programma capace di catturare l'energia dei sogni e delle immagini, assegnare un punto digitale per ogni punto dell'immagine e riprodurre il contenuto su uno schermo. Praticamente Alain si stava per guardare un film. Lo stesso film che aveva ascoltato negli ultimi mesi ora poteva anche vederlo.

Con quell'attrezzo poteva anche registrarlo e riguardarlo ogni volta che voleva.

Che progressi che faceva la tecnologia!

Inserì nello slot della memoria un grosso disco. Poteva contenere miliardi di informazioni, e secondo i calcoli poteva registrare un sogno di quaranta minuti con tutte le percezioni.

Lo stesso distretto scientifico Gostrup stava sviluppando degli strumenti per percepire i sensi come se stessero avvenendo nella realtà. Ma quegli strumenti, e anche il registratore, erano ancora prototipi e lui non era supposto ad usarli. Li aveva presi senza che fossero approvati e assicurati dal dipartimento della Salute Mentale. Non poteva succedere nulla, erano mezzi sicuri, ma per un attimo stava per rimettere tutto a posto, alla prospettiva che stava compiendo un atto illecito.

D'altronde le teorie degli psicologi lo dicevano chiaramente, il paziente deve rivivere un episodio doloroso in ogni suo particolare per cancellarlo dalla mente.

Mentre Alain lavorava Onet intanto stava continuando a parlare. Aveva descritto il tempo passato insieme a sua moglie.

Alain schiacciò gli ultimi pulsanti e si rimise a sedere.

Funzionava tutto come previsto.

E quindi mi alzai, mentre la sirena suonava. Non era un allarme importante, ma un "tin tin" ripetitivo, come quello che nelle auto ti avverte di allacciarti le cinture antigravità.

E continuava a raccontare la storia. Il computer nel frattempo registrava. Alain poteva anche rilassarsi ora.

Mi ero alzato dal letto, lasciando lì mia moglie. Ero arrivato al pannello, che dava un sommario delle attività della nave.

Vi era scritto che un piccolo detrito di stella aveva colpito un'antenna.

Quando avevo fatto i calcoli non avevo incluso le antenne e le estensioni ma solo lo scafo. Significava che avrei dovuto rifare tutti i calcoli da capo.

Tornai nel letto, finii con mia moglie, poi insieme andammo sul Ponte.

Il mio superiore mi stava aspettando.

"Ufficiale di coperta, dove le hanno insegnato a fare i calcoli della rotta le hanno dato anche il diploma?"

"Mi scusi Signore, riparo immediatamente." Risposi

salendo le scalette, poi mi misi allo schermo.

"Onet io vado a riparare il danno..." Disse mia moglie.

"Non sapevo fossi specializzata in cose lunghe e protuberanti, sorellastra." La interruppe un uomo uscendo da una cabina laterale.

"Locen smettila."

"Ma se ho appena cominciato!"

Locen si avvicinò a lei e le strinse le guance.

"Buongiorno sorellastra."

"Se il buongiorno si vede dal mattino oggi sarà una giornata orrenda, lasciatelo dire."

Io stavo a guardare dalla cima della torre, avevo distolto ancora lo sguardo dallo schermo mentre la mappa delle stelle continuava a scorrere.

Lei gli dette un bacio sulla guancia e se ne andò dicendo:

"Ciao fratellastro!"

E scomparve dietro una porta.

Locen lanciò un'occhiata in cima alla torre e incrociò lo sguardo con me. Mi sorrise con scherno e anche lui se ne andò da una porta.

Lo spazzino che si crede l'uomo più importante della nave!

Ma che vada a pulire i detriti dai bordi magnetici dello scafo!

Mi rimisi a guardare lo schermo, ma ero stato molto furbo, lo avevo diviso in due e nell'altra metà avevo messo la visuale della fotocamera più vicina al guasto. Così potevo guardare come andava mia moglie con le riparazioni.

Si stava appoggiando alla parete che sorreggeva l'antenna.

Salì la scaletta e si mise ad armeggiare con i suoi componenti danneggiati.

Se era brava in dieci minuti poteva essere già dentro.

Guardando dalla fotocamera vidi qualcosa di anormale. In genere una macchia nera nella mappa, come quella che avevo visto poco prima, avverte la presenza di una stella negativa, massa inconsistente che assorbe calore e altre forme di energia. Se ne trovano nello spazio, al largo, oppure era un altro fenomeno e stava a indicare la fase iniziale di un buco nero artificiale. Guardai quindi lo schermo e la griglia delle stelle. Non vi era rappresentata, ma era ben visibile da quella fotocamera quindi era già a una buona fase di sviluppo. L'errore del computer non era il fatto che era comparsa la macchia per un secondo, poco prima. Il vero errore era che non veniva rappresentata ora.

Quella che doveva essere una riparazione di pochi minuti poteva diventare l'impresa più agitata della mia vita, da un momento all'altro.

In quel momento i cavi che collegavano la nuca di Onet fecero corto circuito. Uno dei due andò in fiamme. E l'altro si fuse all'interno dello spinotto inserito nella nuca.

Alain era stato a guardare, incapace di fare alcunché. Quello era un vero problema. Schiacciò subito l'allarme sperando che qualcuno di veramente esperto si precipitasse a riparare quel danno prima che diventasse irreparabile.

Si era recato lì di buon'ora per fare in modo che nessuno sapesse ciò che stava facendo, e così accadde la catastrofe che avrebbe potuto fargli perdere il posto. Sperimentare un prototipo su un paziente prima che fosse comprovato dagli enti adatti, ovvero i Signori della mente**, era un crimine su Genda.

I colleghi si precipitarono nella stanza, uno ancora in tuta da notte. L'altro, che era un esperto elettronico, spense l'allarme facendo passare la propria tessera sullo schermo magnetico.

"Alain. Cosa ci fai tu qui?"

Lui non rispose, si limitò a indicare la scena e a borbottare. Erano entrati tanto di fretta che si era spaventato.

Onet invece era ancora in trance ed era rimasto impassibile, continuando a raccontare la sua storia.

Ero ancora sulla torre di vedetta. Da là sopra ero responsabile di tutto quello che succedeva alla nave ed ero anche responsabile del suo equipaggio, pertanto ero tenuto ad avvisare la Difesa in caso di attacco o di qualcosa di anormale.

I soldati dovevano mettersi al computer e lanciare sonde all'esterno per trovare il nemico.

Io invece mi limitai a parlare allo schermo.

"Janette torna dentro, adesso."

"Un minuto di più là fuori ed è la fine".

Lei non mi sentiva ovviamente, ma stava facendo davvero un bel lavoro all'antenna. Non sapendo riconoscere una Macchia negativa era ignara del pericolo.

Il mio superiore mi arrivò alle spalle e mi mise una mano sulla schiena.

"Che cosa aspetti a suonare l'allarme Ufficiale Renk, vuole che tutti ci lasciamo la pelle qui?"

"No signore." Risposi prontamente, e premetti col palmo il pulsante rosso sotto il tavolino.

L'allarme suonò in tutte le ali della nave, e avendo notato che ero rimasto interdetto, visto che non sapevo cosa dire, l'Ufficiale Superiore prese il microfono e parlò nelle casse di tutta la nave.

"Attacco ignoto all'ala destra, vicino l'antenna di ricezione previsioni meteo e coordinate di rotta."

"Puntare fotoscopi e minimissili-sonda sul bersaglio rintracciato."

"Autorizzazione Torre di vedetta Est, Ufficiale Onet Renk."

"Se fosse per lei saremmo tutti morti forse." Mi disse con tono aspro.

"Si prenda un'ora di congedo, sistemo io la faccenda qui." Disse infine.

Non risposi nemmeno, scesi la scaletta e andai in direzione della porta da cui era uscita Janette.

Mi misi una tuta da esterno in tutta fretta, quasi dimenticandomi di collegare la centralina al magnete di attivazione. Così facendo sarei rimasto senza ossigeno in pochi secondi.

Appoggiai la tessera sul magnete della porta, che si aprì con uno scatto, e proprio in quel momento l'Ufficiale Superiore che ora stava in coperta al posto mio mi chiamò dagli altoparlanti.

"In caso di attacco nessun Ufficiale o nessun membro dell'equipaggio è autorizzato a lasciare la nave, senza l'autorizzazione del Capitano o dell'Ufficiale Superiore, ricorda Renk? Non le concedo il permesso. Non oltrepassi quella porta!"

A quel punto rimasi immobile. Feci un passo indietro e la porta si richiuse.

"Sua moglie sta per tornare dentro, l'ho avvisata tramite il ricettore di emergenza all'interno del casco. In pochi attimi sarà di nuovo al sicuro. Ora torni indietro e si rilassi."

Io non ero del giusto stato d'animo per rilassarmi, mia moglie stava per essere risucchiata da un buco nero!

Mi sfilai la tuta e raggiunsi in tutta fretta il corridoio delle cabine. Avevo avuto una bella idea. Mi intrufolai in una camera che guardava a Est e mi affacciai al vetro della finestra.

Ecco lì mia moglie, riuscivo ancora a vederla.

Stava tornando indietro come aveva detto l'Ufficiale Superiore.

Lentamente si avvicinava all'apertura pressurizzata. Ancora pochi metri e sarebbe stata in salvo.

Inoltre sembrava che fosse riuscita a riparare l'antenna.

Dio solo sapeva chi aveva congegnato un attacco del genere. I buchi neri artificiali si usavano nelle grandi guerre, e la Cornet 131 non era in guerra.

Doveva trattarsi di una stella vagante, fenomeno molto raro.

In ogni caso non avevo più alcun motivo di cui preoccuparmi, lei stava per raggiungere l'apertura.

Un attimo dopo però, Janette cominciò a penzolare, e la macchia nera nello spazio cominciò ad espandersi.

Janette cercava di tenersi salda alle maniglie del percorso prestabilito per i meccanici, ma la forza del risucchio era tanto forte da farle male ai polsi.

Dopo un minuto, in cui non riusciva a staccare una mano per avanzare, mettendola alla maniglia dopo, lei mollò la presa.

Era stata una decisione molto ardua. Soffrire ai polsi e venire risucchiati comunque, o non soffrire e dire addio prima del tempo?

Io avevo guardato tutta la scena urlando contro il vetro della finestra.

Il buco nero si era espanso diventando violaceo, con il nucleo bianco, e si era chiuso proprio dopo averla risucchiata, trascinandola chissà dove ai confini dell'universo, o forse in uno stato di non materia.

A quel punto scappai dalla stanza e urlando in preda al delirio mi rifugiai nella mia cabina. Mi strappai la divisa di dosso, lasciando volare i suoi pezzi qua e là, e mi buttai sul cuscino a piangere.

Singhiozzavo e sbatteva i pugni imprecando. Non avevo mai provato tanto sconforto in tutta la mia vita.

Avevo lasciato la porta aperta e proprio per questo un'inserviente entrò, camminando lentamente. Era una giovane ragazza, che aveva visto tutta la scena. Era rattristata per la perdita di Janette.

Ero ancora sul cuscino, mi ero girato appena avevo sentito i suoi passi avvicinarsi, e poco prima che lei potesse anche solo rivolgermi la parola, per confortarmi, l'allarme principale scattò e con i suoi strilli invase l'intera nave.

Quella sirena significava attacco nemico. Dopo qualche istante gli altoparlanti gracchiarono e uscirono delle parole.

"Tutto l'equipaggio di terza classe al riparo, sottufficiali di prima classe e Ufficiali sul ponte di comando. Seconda Classe alle armi in caserma".

"Muoversi alla svelta."

Questa era la voce dell'Ufficiale Superiore molto allarmata!

La ragazza vicino a me si allontanò, guardò fuori dalla porta tutte quelle persone che correvano nel corridoio, infine uscì dalla stanza senza nemmeno salutarmi. Era ovvio che si sentiva in pericolo.

Mi alzai, mi rimisi i pantaloni e la camicia, poi mi rivestì del tutto con le mie spille e i galloni e corsi alla Torre di vedetta.

L'Ufficiale Superiore stava barcamenandosi con il radar e il computer per tracciare la rotta sicura. Doveva portare la nave fuori dalla scia dell'attacco. Stavano per spuntare altri buchi neri.

La nostra torre di Vedetta era equipaggiata con ottime armi, d'altronde la "Vedetta" aveva il compito anche di proteggere nelle emergenze, quindi accesi il sistema e mi misi a sedere.

Schiacciai i pulsanti sulla tastiera, e comparve uno schema e una griglia con le coordinate.

Anche su quella mappa potevo riconoscere le macchie nere. Apparivano e scomparivano.

Nella nave c'era un gran trambusto. Molti che correvano avanti e indietro. E i pochi soldati alle postazioni con le armi non sparavano ancora.

Il nemico era invisibile!

Io cercavo di scoprire da chi o cosa fossero generati quei buchi neri.

Guardai in lungo e in largo sulla mappa e vidi, in lontananza, un enorme e feroce Galeone spaziale. Sarà stato dieci volte più grande della nostra nave. Si avvicinava molto lentamente.

Gridai alle postazioni d'attacco la direzione in cui dovevano sparare.

In quel momento me ne fregavo di qualsiasi autorizzazione dell'Ufficiale Superiore, dovevo abbattere quella nave nemica. Era una questione di vendetta personale.

L'ufficiale Superiore si alzò dalla sua sedia e mi si avvicinò lentamente.

"Senza autorizzazione non hai il permesso di attaccare, lo sai questo vero?"

E mi batté una pacca sulla spalla.

"Rischi il titolo di Ufficiale davanti alla corte, l'iniziativa bellica ha la sua amministrazione e un Ufficiale semplice non può puntare il mirino senza la mia, e ripeto, solo mia, autorizzazione, o del Capitano! Quella potrebbe essere una nave che viene in nostro soccorso e non avete nemmeno verificato!"

Finalmente ebbi il coraggio di alzare la testa, lo guardai quasi afflitto. E mi accorsi che avevo le lacrime agli occhi.

Già era un momento difficile, inoltre lui me lo rendeva ancora più arduo da sopportare.

Quel bastardo aveva uno sguardo duro in quel momento, guardava me e guardava lo schermo in cui si stava avvicinando la nave nemica.

Presto il mostruoso Galeone ci avrebbe inghiottiti nelle sue enormi fauci e nessun Dio avrebbe potuto farci nulla. Avevano i cannoni puntati quindi non sembrava una vera e propria nave di salvataggio in nostro soccorso.

Impotente di fronte al destino l'Ufficiale Superiore disse le sue ultime parole, prima di tornare alla sua postazione.

"Non temere, non ti succederà nulla di tutto ciò, Ufficiale Renk. Ma per l'amor di Dio trovi il punto debole di quel mostro gigantesco e distruggilo senza lasciare tracce."

"Dopodiché porta questa astronave il più lontano possibile da questo settore dell'universo! Sono stato chiaro?"

Aggiunse con tono duro.

"Sissignore." Risposi, poi ricominciai a gridare in direzione delle postazioni da combattimento.

Dopo alcuni minuti di trambusto il nemico si era avvicinato moltissimo, e non aveva subito molti danni. Gridai agli altoparlanti di mettersi al riparo sulle navette di salvataggio.

Era ora di evacuare la nave.

Dalle fotocamere e i radar si vedeva il grosso galeone avvicinarsi come uno squalo affamato. Aveva i cannoni puntati contro di noi, probabilmente pensavano che noi della Cornet fossimo invasori, anche se non avevamo mostrato intenzioni ostili inizialmente. Ma non c'era tempo da perdere a capire quali fossero le ragioni dell'attacco, era una questione di mera sopravvivenza.

Tutta la terza classe, la seconda e la prima evacuarono.

Come procedura si dovevano tutti rifugiare sul pianeta abitabile più vicino. Avrebbero inoltre dovuto rendersi visibili all'avvicinarsi degli Ufficiali quando lo scontro era finito e il pericolo era cessato.

Se fossimo riusciti a sopravvivere...

Il Capitano invece aveva il dovere di seguire con il Capomastro la ciurma nell'evacuazione, e compilare il diario di bordo segnando gli specifici dell'attacco. Ovviamente gli avvenimenti dovevano essere ben tracciati e ogni possibile indizio era importante, per evitare in futuro di incorrere negli stessi problemi.

L'Ufficiale Superiore proferì alcune parole al Macchinista capo tramite il fono-trasmettitore per le comunicazioni interne.

Alcuni minuti dopo, quando la nave si era ormai svuotata dal suo equipaggio, tutti gli Ufficiali si erano riuniti in Vedetta e stavano sparando come forsennati contro il nemico.

La nostra nave e il galeone nemico erano in rotta di collisione l'uno con l'altro, ma il nostro pilota aveva abilmente scansato l'impatto, e gli Ufficiali, puntando le armi a dritta al momento esatto, sfondarono l'intera fiancata del galeone a colpi di cannone.

Trovandosi ora sul retro lanciarono un missile che distrusse la poppa del grosso nemico. I brandelli caddero nello spazio fluttuando nel vuoto, la coda si incendiò, e tutto sommato quella era stata una bella mossa, ma i nemici non avevano ancora iniziato ad attaccare! E molto probabilmente erano più arrabbiati di prima, quindi erano ancora più pericolosi!

Loro non avevano ancora sparato nemmeno un colpo.

Ora era il loro turno!

Effettuando una manovra piuttosto bizzarra il galeone riuscì a rivolgersi faccia a faccia con la nostra Cornet e sparando due siluri con una mira perfetta distrussero le nostre antenne, ora il computer non aveva alcuna mappa con cui orientarsi nello spazio.

Questo creò una reazione curiosa negli Ufficiali!

Nessuno era disposto ad arrendersi, anche se ormai era palese che non avevamo speranza.

Avevamo quasi finito le munizioni e ora i cannoni nemici erano tutti puntati al cuore della nostra Cornet. Ma gli altri Ufficiali urlavano ancora in coro, cantavano l'inno della patria.

Si era creata una strana atmosfera. Io li stavo a guardare tenendo le mani pronte a sparare.

Urlavano a gran voce mentre premevano di gran lena i pulsanti delle loro tastiere. I mitra e le canne della Cornet levavano scie blu nello spazio aperto e con la spinta del botto in canna quei colpi andavano a schiantarsi contro lo scafo nemico. Purtroppo sbattevano senza quasi creare alcun danno.

Arrivarono altri due siluri nemici e i danni della Cornet erano ormai irreparabili.

A farla breve fummo sconfitti con quattro colpi, e la nostra nave emise un ruggito meccanico.

Il Capo macchinista aveva intanto eseguito l'ordine dell'Ufficiale Superiore.

Pochi secondi dopo vi fu un annuncio.

"Teleporto innescato. Destinazione Uth quinta stella."

E un altro annuncio ancora:

"Disconnettere sistemi di combattimento e prepararsi all'ibernazione."

Qualche istante dopo gli altri Ufficiali erano nella sala dove vi erano le celle di ibernazione, e il Macchinista Capo si stava occupando di connettere i cavi e accendere i programmi che avrebbero mantenuto indenni tutti quei corpi, all'ipervelocità.

Io ero per regolamento l'ultimo ad abbandonare la Torre di vedetta, per prassi sarei stato congelato dopo tutti gli altri. Ma prima di muovermi avevo visto un piccolo torpedo abbandonare il galeone nemico.

Quel minuscolo mezzo di trasporto poteva a malapena trasportare due uomini. Si era attaccato allo scafo della Cornet e gli esseri che vi erano all'interno erano usciti. Avevano poi raggiunto l'apertura più vicina, seguendo il percorso dei Meccanici, appigliandosi alle maniglie. Infine avevano sfondato la porta pressurizzata con le loro armi.

Erano piccoli omuncoli e si muovevano piuttosto meccanicamente. Che siano stati robot?

Era già troppo tardi per avvertire gli altri, ed era avvenuto tutto così in fretta. .

Il pilota automatico era già inserito, presto si sarebbe sentito il primo motore avviarsi. Infine quelli ausiliari. Se quell'attacco nemico non fosse stato annientato in tempo quegli alieni sarebbero arrivati su Uth assieme a noi. E ci sarebbe stato un bel subbuglio!

Gli altri Ufficiali erano ignari dell'arrivo del torpedo e stavano entrando nelle loro celle sotto lo zero.

Mi lanciai sul microfono dell'altoparlante e annunciai il potenziale attacco ravvicinato. Era la prassi.

"Esseri sconosciuti sono sbarcati e sono entrati dal Gate sull'ala ovest. Entrata non autorizzata a babordo. Soldati in difesa." Poi mi ricordai che non vi erano soldati semplici, quelli erano scesi prima!

Saltai giù dalla torretta e passando da una porta automatica entrai nell'armeria.

Usando la tessera di riconoscimento presi due fucili e lame di luce in abbondanza.

Era un'arma che funziona come un frisbee, e fende i nemici come se fossero fatti di burro.

Tolsi la sicura e a canne spianate tornai alla torre di Vedetta. Da lassù potevo vedere tutto. Accesi un altro computer, quello con i visori delle videocamere.

Lo schermo si accese e mi presentò tutte le visuali delle stanze nella nave. Con occhio svelto trovai il lato ovest. L'apertura era sfondata, ma non vi era traccia degli invasori.

In quella zona non vi era più aria pressurizzata, quindi non potevo andare sul posto a terminarli.

Cercando li trovai qualche secondo dopo sulla telecamera 16, vicino alla stanza del server, il computer centrale.

Se erano tanto intelligenti avrebbero potuto distruggere il computer, lasciando la nave completamente incapace di alcunché, senza difesa né attacco, e probabilmente sarebbe stata la fine. Speravo non lo facessero.

Ma ecco cosa stavano facendo. Erano robot!

Uno dei due omuncoli tirò fuori un cavo dal proprio addome e lo collegò con una presa al computer.

Aveva cattive intenzioni!

Onestamente mi aspettavo che la luce si spegnesse presto, invece l'omuncolo tolse la presa e indicò all'altro una direzione.

Un minuto dopo erano nel campo visivo della telecamera 8 e della telecamera 9, nella mensa.

Scesero una scala che nemmeno l'equipaggio usava, e si trovarono direttamente confinanti con l'area delle celle di ibernazione! Vi era solo un muro a separarli dagli Ufficiali ora.

Si stavano orientando benissimo! Dovevano aver scaricato la mappa della nave.

Ecco cosa aveva fatto l'omuncolo col cavetto!

Quelle dovevano essere creature molto avanzate tecnologicamente, ma prima che cominciassi a congetturare da dove arrivassero e su quanto potessero essere pericolosi, vidi il Capo Macchinista uscire dalla stanza delle celle, credo che stesse per venire da me, probabilmente si era accorto che mancavo all'appello. Si stava dirigendo proprio verso quelle scalette, e a metà strada si scontrò con quelle due creature. Fece un salto di un metro, tirò fuori un pugnale e glielo puntò contro!

Non ci mise molto ad accorgersi che era inutile mostrarsi pericolosi. La pelle di quei due mostriciattoli diventò di colore blu intenso, e con una frusta spuntata da chissà dove colpirono l'uomo.

Il Macchinista Capo cadde a peso morto.

Ora non erano rimasti più Ufficiali svegli a bordo. Erano tutti dormienti come ghiaccioli!

Spettava a me darmi una mossa.

Alain Robert stava fronteggiando Jess Rock, un uomo sulla trentina, capelli schiariti, ciuffo con il Gel e occhiali da sole. Aveva un completo nero e una valigetta.

Stavano uno di fronte all'altro, in un ufficio vicino al laboratorio, e quella riunione aveva più un aspetto da interrogatorio che da chiacchierata con amici.

Erano in completo silenzio, poi all'improvviso l'Ispettore parlò.

"Quello che ha fatto le farà perdere il posto, e la registrazione dell'avvenuto sulla Cornet ovviamente. Quel contenuto verrà analizzato dal nostro Centro di Ricerche Spaziali, non è di proprietà collettiva!"

E si tolse gli occhiali da sole. Spuntarono due occhi da barracuda.

Alain rimase in silenzio ad ascoltare.

"Ha violato la legge utilizzando strumentazione non approvata dal nostro regolamento, danneggiando così la mente di quell'uomo irreparabilmente." E gli puntò il dito.

Alain non rispose all'accusa, ma fece una smorfia di disgusto.

Parlava lui, di illegalità! Un Signore della Mente, con le sue abilità era capace solo di friggere il cervello delle sue cavie, storcendogli informazioni che gli permettevano di avere lo stipendio. I Signori della Mente erano sanguisughe e vivevano sulle spalle degli altri!

Nell'altra stanza intanto Onet stava finendo il racconto.

"Quando ha iniziato la sua carriera Signor Robert?"

"Quando lei era ancora un lattante signore!"

L'aspetto dell'Ispettore si fece più serio. Indietreggiò sulla sedia e si alzò. Aprì la valigetta e prese una busta.

Gliela porse, poi gli diede una pacca sulla spalla.

"Dopo che l'avrà letta le passerà la voglia di fare tanto lo spiritoso."

Onet rimase nella stanza, l'Ispettore uscì.

Aprì la busta e ne lesse il contenuto. Poi tornò di là.

I due ispettori della mente sedevano ai lati di Onet. E i due colleghi di Alain erano in piedi, con l'espressione assai nervosa.

"Quando finirà di raccontare la storia sequestreremo la registrazione. E dovrete occuparvi di sistemare quest'Uomo.

Se non lo staccate da questa macchina finirà col raccontare la stessa storia all'infinito, fino all'esaurimento."

I tre fecero cenno di sì con la testa. Alain non si mosse né disse nulla.

Sapeva che l'unico metodo per salvare Onet fosse farlo secco, così che potesse raggiungere l'amata in paradiso.

Il corridoio era sgombro, da quando avevo lasciato gli schermi li avevo persi di vista e non sapevo dove fossero.

Ma forse potevo ancora evitare la strage.

Arrivai alla stanza delle celle, e lì vidi la carneficina che avevano fatto.

Non era rimasto un solo Ufficiale vivo.

Erano stati veloci!

C'era da dire che almeno gli Ufficiali non avevano sofferto.

Morire nel sonno dell'ibernazione non è doloroso.

Ecco lì il corpo dell'Ufficiale Superiore senza vita. Era tanto tempo che aspettavo questo momento, avevo sempre desiderato vederlo morto. Ma non mi aspettavo che finisse così.

Uscii dalla stanza e percorsi il corridoio nell'altra direzione. Raggiunsi la mensa, poi la sala motori, ma loro non erano nei dintorni.

Decisi di tornare alla Torre di Vedetta per progettare meglio il mio attacco.

Cominciavo a credere che se ne erano andati! Forse avevano creduto che quelli erano tutti gli Ufficiali a bordo!

Tornando indietro non li trovai e non li vidi nelle telecamere, eppure avevo percorso tutti i corridoi. Si erano nascosti nelle cabine? Il torpedo era ancora attaccato allo scafo, quindi non avevano lasciato la nave.

In quel momento vidi il torpedo staccarsi dalla parete, sollevarsi nello spazio e tornare alla grossa nave madre.

Se ne erano andati!

Dopo qualche minuto anche il galeone si era allontanato.

Ero sopravvissuto ma ora mi aspettava il peggio.

Non avevo più alcun sistema di orientamento, le antenne erano fuori uso, e mi era impossibile usare le coordinate per tornare a casa.

Prima che arrivassero quelle strane creature stavo per tornare su Uth, ma il danno alle celle di ibernazione aveva disattivato il pilota automatico per sempre. Dovevo guidare manualmente.

Avrei vagato per sempre nell'universo, e avrei dovuto orientarmi alla vecchia maniera: osservando le stelle, e calcolando a mente la distanza tra i pianeti.

Per fortuna ci misi solo qualche anno ad andare su Uth.

E mi sono salvato solo perché ero riuscito ad attirare una nave di commercianti a me! Trovare qualcuno nello spazio è come trovare un'oasi nel deserto!

Il suo Capitano mi aveva rifornito di carburante e cibarie per qualche settimana, e aveva chiamato una pattuglia di Trovatori alla mia ricerca, per trarmi in salvo.

Dopo qualche settimana mi trovarono. Ed ero sbarcato su Uth in meno di un mese. Avvisai della scomparsa dell'intero equipaggio della Cornet. Dovevano ancora trovarsi sul pianeta più vicino al luogo in cui avevamo subìto l'attacco.

In tutto quel tempo non ero riuscito a comprendere il motivo dell'attacco di quegli alieni.

Fanno comparire dei buchi neri allo scopo di inghiottirci, poi ci distruggono i sistemi di difesa e orientamento e ci fanno fuori gli Ufficiali.

Azioni non consequenziali. Probabilmente erano pirati dello spazio che si stavano annoiando. O forse avevamo invaso il loro spazio senza autorizzazione?

In seguito tornai su Genda a bordo di una Trasporta merci.

In quelle settimane di viaggio avevo cercato di scoprire come accedere all'altro lato di un buco nero. Ho ficcato il naso in numerosi libri e voluminosi tomi, invano.

Ero pian piano caduto così in apatia che non riuscivo nemmeno ad alzarmi dal letto.

Mia moglie era intrappolata in uno stato di non materia, chissà dove, ai confini di ciò che esiste e con altri universi ipotetici.

Non l'avrei mai più rivista, se non in sogno. E quella poca speranza che Alain Robert e gli altri mi avevano promesso, non bastava a rinfrancarmi.

Annuncio sul Gendai Day qualche giorno dopo:

A causa dei danni al cervello dovuti a un cavo fuso nella sua testa, Onet Renk Ufficiale di Vedetta sulla Nave Cornet 131, settore Trek Esplorer, Genda (Via Lattea) è deceduto in uno stato di trance ipnotica, raccontando gli ultimi anni della sua vita in continuazione.

Aveva passato dodici anni sulla sua nave prima di ritrovare la via, a causa di un attacco estraneo.

I dottori e nemmeno i Signori della Mente sono riusciti a salvarlo. Ma sono riusciti a registrare l'accaduto sulla Cornet 131, e il documentario verrà mostrato prossimamente all'Università del Centro Spaziale.

Ottima occasione di ritrovo per studiosi e scienziati, e per appassionati di altre forme di vita.

*Dro: antica civiltà galattica composta di robots. Piccoli omuncoli dall'aspetto innocuo, ma perfidamente intelligenti. Era l'evoluzione di quella che una volta era una civiltà non tanto diversa dalla stirpe Umana.

** Signori della Mente: Lo scopo dei Signori della mente (non tanto pubblicizzato) era quello di raccogliere tutte le esperienze vissute dall'Uomo registrandole su sistemi computerizzati. Effettuando sedute di psicoanalisi a tutta la civiltà, potevano accedere a un'infinita raccolta di informazioni sulla traccia dell'esistenza della razza umana, e volevano immagazzinare il tutto in un enorme archivio computerizzato.

Svolgono funzioni di Ispettorato per quanto riguarda le tecnologie riguardo la mente, praticamente ovunque, e possiedono l'Istituto della Sanità Mentale Galattica, situato su una stella dalla locazione segreta, e possiedono vari ospedali sparsi nella galassia che portano avanti l'intento per cui sono stati concepiti.

Sono Viaggiatori, conquistatori e abili ipnotizzatori.




Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: