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lavoro pubblicato giovedì 8 giugno 2017
ultima lettura venerdì 15 marzo 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Silvia e lo smog

di GiacomoCavaliere. Letto 316 volte. Dallo scaffale Pulp

Il dottore mi ha raccomandato di smettere di fumare. Tracheite, bronchite e asma croniche, uniche eredità lasciatemi dalla mia povera mamma. Una brava madre, senz’altro. Ha avuto l’asma tutta la vita, per poi passarmi il testimone.&n...

Il dottore mi ha raccomandato di smettere di fumare. Tracheite, bronchite e asma croniche, uniche eredità lasciatemi dalla mia povera mamma. Una brava madre, senz’altro. Ha avuto l’asma tutta la vita, per poi passarmi il testimone. Non ho intenzione di seguire i consigli del dottore, né di sprecarmi a comprare una di quelle marche straniere, con pacchetti colorati di insipide sigarette col filtro all’interno. Se dovesse venirmi il tumore alla trachea sarà solo colpa mia, è giusto che io me ne renda conto; il sacrosanto diritto di ogni uomo di farsi venire il cancro a piacimento deve essere avvallato dalla consapevolezza per essere legittimo. È stata colpa mia. Lo è sempre stata e lo sarà per sempre. Non è difficile ammetterlo ora che convivo solo con me stesso. Mi sono distratto un attimo, la mia attenzione al tempo che mi trovavo a vivere si è persa nel plumbeo cielo di questa città e, quando mi sono riappropriato del tutto, intorno a me non c’era più niente. Il brulicare di una città che non accoglie, ma inghiotte. Ammettendo che l’umanità abbia mai avuto una logica condivisa, io vi sono sempre stato un passo a lato. I fili logici esistono perché quelli come me ci inciampino. Tutto andrebbe meglio se avessi una donna, pertanto esistono i matrimoni. Il compimento della nostra missione sociale. Non siamo stati insieme davvero, a mala pena ci siamo conosciuti, e una strana sensazione mi sussurra all’orecchio che Silvia non mi abbia dedicato più tempo di quanto ne richiedessero i suoi biasimi. Silvia frequentava la parrocchia, i crocifissi mi ustionano. Silvia ha conseguito notevoli traguardi scolastici, io occupavo l’ultimo banco. Silvia non ha mai toccato una sigaretta, e ha sempre disprezzato gli aliti pesanti e intrisi di fumo, ed è forse questa la ragione per la quale le nostre labbra non si sono mai incontrate. Eternamente divisi dalla barriera tra l’igiene dentale dei cockney e quella delle frequentatrici femminili della chiesa di St. John a Notting Hill. Non mi avrebbe baciato neanche se fossi stato Alan Laad o Montgomery Clift. Silvia è sempre stata più che selettiva nello scegliere le proprie compagnie, ragion per cui la mia presenza nella sua vita è paragonabile allo sfrecciare supersonico di una cometa che si disintegra entrando nell’atmosfera terrestre. A scuola ci andavo ogni tanto, ho trovato lavoro come ferramenta in un laboratorio nei Docklands ripromettendomi di portare a termine gli studi per evolvermi in un successivo stato d’alienazione culturalmente consapevole. Per scopare basta un lavoro, per coloro con una buona parlantina è sufficiente millantarne uno. Avete memoria di uomini altrettanto patetici? Tutto questo non sembra così pesante mentre annodo un lenzuolo per creare una corda e un cappio rudimentale. Il bagno – che è un cesso per frati pigmei in punizione – ha più di un tubo arrugginito che corre sul soffitto, a due metri scarsi da terra; una mano santa, in certe occasioni. Per prima cosa faccio passare il cappio attorno al collo, poi salgo sul bordo della vasca in porcellana per annodarlo all’altra estremità al tubo: spero di aver preso bene le misure, questa volta. Non immaginavo che un suicidio richiedesse un simile numero di tentativi; neanche stessi cercando di dimostrare il comportamento dei quanti. Anche Heisenberg non deve aver convinto tutti al primo tentativo di spiegazione. Sento la porcellana gelida della vasca sotto la pianta dei piedi. Dicembre è il momento migliore per spingere il proprio cervello oltre i confini dell’insania, una tragedia fatta di regali, bigliettini, tartine e famiglie felici; l’ostentata felicità della gente uccide la speranza di chi crede a quello che vede, Natale e le feste sono il circo che più merita il disprezzo di chi si sforza di trovare un significato nascosto dentro i giorni che vive. Sciolgo il nodo, scendo, zampetto sulle piastrelle ghiacciate del bagno fino all’armadietto a lato dello specchio, per prendere la forbice e tagliarne ancora un pezzettino. Adesso la misura dovrebbe essere giusta. Il tubo non è messo benissimo, la patina di ruggine ossidata esterna è rivestita di muffa e all’interno dei grossi crocchi di calcare impediscono all’acqua di defluire correttamente L’acqua del rubinetto esce nerastra, alle volte tendente al giallognolo, un problema comune che tutti imputano alla rete idrica di Londra e al millennio in cui il Tamigi ha rappresentato la totalità della sua rete fognaria. La città più colerosa e fetida della Terra, un primato che si prodiga di conservare. Quando non sanno più dove puntare l’indice, ogni essere di questo mondo sa bene che Londra è pronta a prendersi la colpa di qualcosa. D’altra parte, quando solo ventitré nazioni della terra possono dire di non essere mai state invase o attaccate in qualunque modo dall’Inghilterra, bisogna pur aspettarsi che l’immagine della capitale ne risenta. Ringrazio qualunque Dio mi stia deridendo, perché questa non sia la mia città. Dovremmo esserci. Ripeto la faccenda daccapo. Chiudo gli occhi. Incredibile come si desideri la morte quando ci appare lontana, e quando ci si impegni a sfuggirle quando ci si avvicina. Ma non stavolta. Chiudo gli occhi. Conto. Cinque: una cifra ragionevole. Mi lascio cadere in avanti a peso morto: il cappio si stringe e rimango appeso. Le misure sono giuste al pelo, le punte dei miei sono staccate dal pavimento da una quindicina di centimetri. Anche cinque sarebbero stati sufficienti. Sento che qualcosa non va. Avrei voluto mettermi in piedi sul bordo della tazza e tirare l’acqua, così avrei scaricato nel cesso la mia anima come lo stronzo che sono stato. I miei occhi roteano all’indietro invitandomi a riferirmi a me stesso col trapassato. L’afflusso di ossigeno al mio cervello è interrotto, questo va bene, ma il tubo non regge il mio peso. Mangiando solo cibo in scatola sono ingrassato, avulso alle critiche fisiologiche e ai giudizi tra esseri umani, mi sono lasciato andare. Avrei dovuto essere più lungimirante. Mangiare verdure bollite, prevedere che l’età del tubo non mi avrebbe sorretto. Sento il gelo delle piastrelle che mi piega le dita dei piedi prima del getto d’acqua gelida che inonda il mio bagno. Il bagno ha le dimensioni di un ripostiglio e la porta è aperta, i l’inondazione si propaga in fretta nel resto dell’appartamento come più di una volta era successo in questa città. Il pigiama che indosso si impregna d’acqua, ho la sensazione di crepare di freddo. Scatto in piedi, in preda a un solenne fervore da massaia preoccupata per la propria casa, esco sul pianerottolo, chiudo la porta di casa col tallone e mi getto giù per le scale; in cinque secondi netti sono di fronte alla porta della cantina. La apro, faccio i cinque gradini e apro lo sportello dei contatori. Chiudo l’acqua in tutto il palazzo, poi cerco la valvola del mio interno e la chiudo prima di restituire l’acqua al resto dei condomini. La signora Winnipeg è già fuori di casa, un sesto senso mortale mi informa che sta già scendendo le scale in vestaglia aggrappata al corrimano. Ha ottant’anni suonati ma ha la vista di un condor, la furbizia di una volpe e l’istinto dell’avvoltoio. Winnipeg, ingorda di fatti altrui, morbosa comare che nessuno è mai riuscito a fregare. – Mi perdoni, signora, ho avuto un leggero problema idraulico! – recito la solita formula rassicurante nello scorgere il suo profilo sull’uscio della cantina. M’accorgo di avere ancora il lenzuolo appeso al collo, ma la cosa non la urta. - Ma cosa combina sempre in quella casa!? Prima o poi riuscirà nel suo proposito di far evacuare il palazzo. – risponde lei senza badare al cappio attorno al mio collo. La sua preoccupazione è un possibile danno all’edificio. La sua mente reagisce alla previsione di un morto in casa come ad un inevitabile problema nella successiva valutazione dell’immobile per i futuri acquirenti – neanche fosse suo tutto il palazzo - saltando a piè pari sia la parte della perdita umana che quella della seccatura di parlare con la polizia. È una buona credente, ovviamente. La saluto, salgo nuovamente le scale e ritorno in casa lasciando una bava lumacosa per le scale, madido e tremolante per il gelo. Dove l’impiccagione ha fallito, la polmonite avrà successo. Due dita d’acqua sommergono l’intero pavimento. Fortuna che tengo i vestiti su una mensola dell’armadio. Mi levo il pigiama a vado a sostituire gli stracci bagnati appiccicati alle fessure delle finestre. Il riscaldamento gli ha asciugati in pochi minuti. Fuori dalla finestra riesco a vedere i pallidi e sfocati bagliori di due luci lampeggianti posti sul tettuccio di un’ambulanza – deduco che si tratti di un’ambulanza dalle luci e dal fatto che ultimamente, a Londra, muore un sacco di gente. La causa della morte è una fitta coltre di nebbia che ricopre la città. Londra assomiglia a Sumatra dopo l’esplosione del vulcano che oscurò il cielo per due anni, soffocando piante, animali e persone sotto un gigantesco coperchio di polveri. Questa spessa nebbia impossibilità il decollo degli aeroplani, inghiotte i palazzi rendendo impossibile discernere le figure dallo sfondo. La fuliggine e lo smog impregnano abiti e pareti, soffocano la gente costretta a coprire gli spifferi con stracci umidi. La morte della Gestalt. Se ne vedono spesso di ambulanze, di gente in strada pochissima, solo in alcune e selezionate ore della giornata lavorativa. Giornali e riveste si sono sprecate per deciderne la causa. Dalle fantomatiche dietrologie sugli attacchi sovietici con armi non convenzionali, all’incendio mai verificatosi in una fabbrica chimica a Edimburgo, alla volontà del male di impedire i fastosi festeggiamenti natalizi dell’anno millenovecentocinquantadue. L’ipotesi più accreditata e meno popolare è fornita dalla scienza. Una serie di bizzarrie meteorologiche, anticloni che hanno deciso di fare il loro lavoro altrove spiazzando tutti, in sinergia con l’uso smodato del riscaldamento dovuto a un inverno particolarmente rigido. Ad ogni modo, non mi interessa. Londra è sparita in una nebbia velenifera che annega i polmoni e soffoca il respiro. Anch’io, come tutti, mi chiudo in casa aspettando che finisca, senza chiedermi perché o per come, commendando dalla finestra gli incidenti automobilistici, sempre più frequenti, dimostro il mio umano scetticismo dubitando dell’efficacia delle mascherine distribuite dall’autorità cittadina. Le disquisizioni religiose sono aiutate dalla mai digerita dottrina vittoriana, e dal fatto che la costante alta pressione impedisce qualunque sbuffo di vento che sposti la nube da qualche parte. Che si tratti di Belzebù o di Berija in persona non cambierebbe granché. Salgo sul divano per asciugarmi prima di rimettere i piedi nell’acqua e andare in camera. Salgo sul letto, mi infilo dei vestiti puliti. Per uscire di casa mi tocca bagnarmi le scarpe e i piedi con l’acqua gelata. Troverei sicuramente un’altra soluzione se mi fermassi a pensare. Dieci minuti fa volevo impiccarmi nel cesso, ho il fisico accartocciato, preoccuparmi adesso mi pare un insulto all’intelligenza. Sento il peso della mascherina nella tasca del cappotto e non voglio metterla. Camminando a occhi chiusi mi concentro sull’odore, è come respirare dallo scarico di una macchina. Non mi stupisco che ne siano crepati così tanti in così pochi giorni. Metto la mascherina. Non voglio morire a trenta metri da casa, voglio arrivarci, a casa di Silvia. È pomeriggio, sebbene da qualche settimana la differenza tra la luce di mezzogiorno e il buio delle tre di notte sia sempre più labile. Una notte polare autoinflitta. Il traffico è diretto da una marea di poliziotti armati di lanterna e maschere antigas con flaccidi proboscidi penzolanti sul davanti, le pochissime macchine e mezzi pubblici procedono a passo d’uomo, disordinati, privi di campo visivo e di segnaletica. I fari delle macchine creano lunghissima fasci di luce che sembrano nascere dal nulla e agitarsi per propria volontà. Babbo Natale rischia di schiantarsi contro la Royal Albert Hall. Silvia abita in una bella zona del centro, parecchio lontano da dove mi trovo e da dove sono cresciuto. Abita in uno di quei bei palazzi finti liberty ai margini di Chelsea. Di lei, in realtà, non conosco praticamente nulla eccetto le poche cose sulle quali si è sbottonata mentre la guardavo sorseggiare a risucchi la cioccolata bollente. L’ho vista esattamente sette volte, eccetto quelle a lezione negli anni precedenti, in cui le avrò rivolto la parola si e no cinque volte. Silvia non mi ha illuso, questo devo ammetterlo. La mia ossessione è stata creata autonomamente, senza il suo aiuto. Credo che sia una delle poche ragazze del tutto prive dell’abitudine a comprarsi cagnolini con dei sorrisi. L’ho vista più volte stringersi nelle spalle e mordersi il labbro inferiore come una castorina imbarazzata di quanto l’abbia vista sorridere. Non proprio la serie di comportamenti che fanno innamorare. Se volessi dare un giudizio umano a tutto questo, pensare ad una ragazza qualsiasi come unica fonte di speranza è l’emblema della finitezza dei miei orizzonti. Gli uomini stupidi pensano alle donne per incrementare le elucubrazioni e sprofondare nell’inedia intellettuale. Non la vedo da qualche mese, da quando mi ha promesso di denunciarmi se mi fossi ripresentato da lei ubriaco. Non che di norma abbia il diritto di presentarmi a casa sua, ma quella volta ho esagerato. E tutto perché, in fin dei conti, capita di trovarsi da soli e di non sapere a cosa pensare, e di voler per forza pensare a qualcosa che sembri migliore e più accogliente di quanto non sia in realtà. E qualunque cosa passi in quel momento per il nostro flusso di coscienza, vorremmo solo avesse dei lineamenti gentili. Gentile non lo è mai stata, eppure non era la dolcezza a mancarle, ma la capacità di esprimerla in pubblico. Quanti idioti si sono innamorati di creature bellissime che sarebbero state perfette, senza quell’anemia sentimentale che le rendeva così simili ad una pubblicità. Un po’ per ideale e un po’ per autolesionismo, anche io ho deciso di convincermi che nella vita debba necessariamente esserci la fortuita coincidenza volta a farci ricredere. La scusa per pensare a qualcosa di buono, e per me è una compagna di classe che non occupava posti nella lista di cose che mi hanno portato ad appendermi nel bagno. Forse in quella lista una donna deve esserci per forza. E io ne ho scelta una che perlopiù amava ingozzarsi di complimenti fingendo di non meritarli, ostentando una modestia che non le apparteneva, incapace di ammettere di essere un puntino luminoso in una macchia incolore. Camicette anziane, maglioni spelacchiati, un condensato di aggettivazioni da romanzo rosa. A partire dai suoi lunghissimi capelli, che non ho mai visto scenderle sulle spalle, prigionieri di un’impalcatura volta a scongiurare il pericolo di trovarsi al centro dell’attenzione. Li giudicava troppo appariscenti, eppure non li tagliava. Per quanto la conosco, l’essenza della sua persona è del tutto distillata in questa contraddizione di fondo. Ma, forse, non ho visto di meglio nella mia vita. Che tristezza. A guardare il buco in cui vivo e il mese sul calendario si direbbe che ho ragione. Bisogna pur trovare qualcuno che ci aiuti a deprimerci a Natale, benché sappia che i suoi programmi fatti di pasticci di patate e monopoli siano decisamente più esaltanti dei miei. Almeno, così direbbe la logica, trovandomi ancora in disaccordo. Distruggere un appartamento durante una maldestra richiesta di attenzioni è una cosa che all’uomo medio capita di rado. Mentre il monopoli prende polvere in ogni armadio da Canberra a Anchorage. È cosa rara trovare qualcuno con cui condividere il proprio tempo senza pretendere nient’altro, ancora più raro incontrare qualcuno che sappia occuparlo. Questa coltre chimica fornisce l’atmosfera perfetta per tirare le somme. Solo brusii indistinti a bassa frequenza, il rumore delle mie suole sul pordifo del marciapiede, il gorgoglio dell’acqua che refluisce in un tombino. Cosa dirò una volta davanti a lei? Ho qualcosa da dirle o semplicemente non ho altro da fare? Cosa dovrebbe rispondermi? In fin dei conti siamo due sconosciuti. Silvia è la parte della baia che tutti vorrebbero raggiungere, e dove nessuno riuscirà mai a stabilirsi. L’atollo corallino da sogno, con foresta di palme e spiagge bianchissime, ma senza alcuna fonte d’acqua potabile. Forse non ho niente da dirle, ma voglio ugualmente vederla. Vorrei baciarla, questo sì. Scoparci, anche. Persino farmi ammanettare per effrazione, qualunque cosa pur di combattere l’inedia che mi governa. La mascherina non ferma la mia tempesta di colpi di tosse. La trachea è incendiata, il catarro mi esce persino dalla bocca. Necessito dell’intervento di un anticalcare. Entro in un locale. In tasca ho abbastanza per mezza bottiglia di Cutty Sark. Dentro non c’è quasi nessuno e il barista ha una sciarpa legata sul viso, strisce e sezioni di stoffa adagiata sotto porte e finestre. Persino all’interno si sente odore di zolfo. Al bancone mi levo la mascherina. Ordino un Cutty Sark. Mi versa il bicchiere. – Non essere avido, - aggiungo, preoccupato. Il bar è vuoto, ci siamo solo noi e il signore che mi serve ha l’aria di essere uno di poche parole, ostile alla tradizione psicoanalitica che unisce i baristi alla professione di psichiatra.

- Non dovrebbe essere in giro. – dice lui con la voce attutita dalla lana. Il bicchiere è lauto, pieno fin quasi all’orlo.

- Perché non ho niente da fare. Ho appena digerito che non avrò mai quello che desidero. E ho sempre sognato di trascorrere l’inverno dove la notte dura sei mesi.

- Dovresti andare in Lapponia.

- E dov’è?

- Su, al Nord.

- La gente ha quello che vuole laggiù.

- Qualcuno si e qualcun altro no, così va la vita.

- C’è una donna alle radici di quella faccia?

- Un probabile tumore alla laringe.

- È un sì.

- Già…

- Sì, qualcosa del genere.

- Le hai comprato i cioccolatini?

- No.

- Qualcosa dovrai pur portarle, no?

- Non ci ho pensato. Come sai che sto andando da lei?

- Non ci sono molte ragione per cui qualcuno se ne vada in giro respirando veleno. Da quanto tempo non la vedi?

- Tre settimane, più o meno. Anche se lei crede da qualche mese. L’ultima volta ho dato uno schiaffo a un ragazzino sotto casa sua, perché le tirava dei sassolini alla finestre e uno ha sfondato il vetro. Io l’ho visto e l’ho picchiato. Non tanto, giusto un paio di schiaffi. La cosa non le è piaciuta affatto. E mi ha detto di andarmene.

- Comprale un vetro nuovo.

- I suoi genitori lo avranno fatto riparare un istante dopo, di sicuro.

- Che ti frega. Compra una lastra di vetro, è una buona scusa per andare a casa sua. Non è il massimo per un regalo di Natale, ma di fiori non ne crescono quasi più con questa nebbia.

- Potresti avere ragione.

Il barista è fin troppo disponibile a chiacchierare e a non prendermi sul serio, e io troppo facile da convincere dopo due bicchieri di scotch. – Sai dove posso trovare una lastra di vetro? - chiedo. – Due isolati più avanti c’è una ditta che installa serramenti. Dovrebbero averne. – risponde. Lo pago con una lauta mancia – quasi tutto quello che ho – ed esco. A questo punto è meglio correre. Sfreccio accanto a un gruppo di poliziotti che blaterano qualcosa a proposito dell’inversione termica, attraverso incroci senza guardare guadagnandomi scrosci di clacson e d’insulti. Una macchina mi passa accanto in folle, ne approfitto per bussare al finestrino. Ovviamente non viene abbassato, sono io a dovermi levare la mascherina. Chiedo indicazioni, ma la comunicazione è sia cieca che muta. Sento il catarro gorgogliarmi nei bronchi, il diaframma torcersi nello spasimo della tosse sulfurea. Il tratto che percorro è del tutto ignoto, buio, aspiro a ingorde boccate il fumo di una ciminiera, proprio come per anni mi ero immaginato le passeggiate a St. James Park quando i sodomiti non avevano altro posto in cui smaltire le etiliche aurore al laudano. Continuo a camminare, noto degli operai con una torcia alla mia destra. Mi avvicino, credo di averlo trovato. Senza soldi per acquistare le alternative si restringono. Tento di scorgere i profili di qualche finestra accatastata fuori dall’entrata del magazzino. Non posso agire finché quei due mi guardano. Non ho bisogno di grandi margini. Non appena scompaiono dal mio campo visivo scatto in avanti, attraverso l’aperta del cancello arrivo nel cortiletto e raccolgo da terra l’anta di una finestra che non assomiglia per niente a quella di Silvia. Una scusa non può mai essere perfetta. Deve far acqua per essere credibile. Gli operai notano la mia improvvisata. Mi allontano alla cieca, sperando nel favore della nube. Sento qualcuno che grida alle mi spalle, non voglio rompere la finestra. Salgo su un tram senza far caso al controllore. Lui non ricambia la disattenzione e mi invita a scendere. – Hey, tu! Hey, fermo! – strilla un poliziotto dall’ignoto. In tutta risposta: corro. Corro, urto passanti sui marciapiedi, attraverso altri incroci; è una zona decisamente più trafficata, e con la coltre meno spessa, sebbene stia calando il buio. Io corro. Qualcosa mi ferma. La finestra si disintegra lontano da me, sento solo il rumore del vetro che si sbriciola nella collisione. Anche io devo aver fatto la stessa fine perché, eccetto un leggero rumore metallico, non ho sentito nient’altro. Nulla: non un urlo, un fiato, un rumore. Finisco schiantato da qualche parte, sento i vetri conficcati nelle mani e in faccia. Non sento più la gamba sinistra; la tocco per controllare che ci sia e per caso afferro un pezzo di tibia: non dovrei poterlo fare se fosse tutto normale. Il sangue scorre, fuoriesce da un qualche squarcio accidentale sul mio corpo. La mia scusa si polverizzata assieme alla mia vita. Silvia, proprio non riesco a focalizzarne il volto. La immagino, certo, ma è come se ne percepissi la presenza senza aver mai visto la forma. Dovrei essere a ridosso di un marciapiede. Mi auguro che chi guidava la macchina si sia fatto male, anche se presumo il contrario. Buon per lui. Silvia la mia scusa. Una scusa, una ragione, qualcosa in cui sperare; la possibilità di un posticino caldo in cui progettare qualcosa di decente. Andare da una ragazza che non conosci, solo per vedere ancora un paio di occhioni infelici che scrutano un mondo disordinato dalla loro stanza perfetto. Silvia, ciò che ho voluto e che ho lasciato da qualche parte. Lascio dei bei ricordi, una casa scassata, una mamma in lacrime. Più o meno quello che lascia qualunque imbecille. Silvia, l’ennesima cosa di cui fui incapace. La terra sotto il mio corpo se n’è andata da qualche, ma riesco ancora a sentire un brusio e qualche parole. L’ultimo istante di un essere umano qualsiasi sprecato a origliare i discorsi degli altri. – Ma che cazzo è successo!? – chiede uno sbirro allarmato.

- Ha rubato una finestra.

- Una finestra?! E dove voleva andarsene con una finestra.

- Che ne so. Forse si era rotta la sua. Forse era pazzo.

- La gente non ha proprio un cazzo da fare.

- Già. Questo fumo brucia i cervelli, fa diventare pazzi.

- Si. La guerra non la vinciamo più, stavolta.



Commenti

pubblicato il lunedì 24 luglio 2017
Greta, ha scritto: è scritto molto bene! Complimenti. Ironico il fatto che abbia tentato di suicidarsi analiticamente e poi sia finito così.

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