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lavoro pubblicato martedì 6 giugno 2017
ultima lettura domenica 20 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'uomo che ( forse ) sapeva scrivere.... ( parte seconda ).

di vincenzoalbyni. Letto 298 volte. Dallo scaffale Fantasia

Vale, anche per questa seconda parte, l'invito a leggere solo se in possesso delle basi della tecnica ferroviaria. Inoltre la lettura è sconsigliata a coloro che mal sopportano argomenti " religiosi " e " cattolici " in particolare. ..

Vincenzo ALBYNI

L’UOMO CHE ( FORSE ) SAPEVA SCRIVERE ( parte seconda )

Riprendiamo il racconto della strana vita del personaggio che ( forse ) sapeva scrivere e che chiameremo, d’ora in poi, semplicemente l’Uomo, dopo la sua parentesi di riciclatore di materiale di trazione ferroviario.

Dunque, l’Uomo, ormai oltre gli ottant’anni, non riusciva più a trovare una ragion d’essere, una ragione di vita. Gli occorreva qualcosa di più interiore e che andava oltre ad un impegno fisico-intellettuale qualsiasi, sia pur gratificante.

Pensò allora alle pagine di “ gossip “ in cui si raccontavano le vicende di certi VIP che, per colmare la loro insoddisfazione interiore, si erano affidati a pratiche religiose prevalentemente orientali.

Lui non si era mai sentito attrarre da queste derive mistiche. Era nato in una famiglia quasi atea, ma con profonde tradizioni religiose nel cerchio della parentela. Una sua zia, sorella del padre, aveva scelto la vita monastica e lui ricordava, con una punta di nostalgia, i periodi trascorsi in quegli ambienti così lontani dalla sua vita laica di tutti i giorni.

In seguito era stato molto vicino ai parenti della moglie ed in questa cerchia aveva conosciuto un parroco amico di quella famiglia, che gli aveva affidato talvolta qualche lettura nel corso delle funzioni religiose della domenica.

Pertanto, se deriva mistica doveva essere, meglio che fosse di quella religione in cui era nato e vissuto e che era preferibile recuperare velocemente prima di trovarsi costretto, magari a bastonate da qualche ottuso e violento fondamentalista, a togliersi le scarpe e ad inginocchiarsi a terra rivolto verso …. non si sa dove ….

Pur se la nostra religione cattolica non ci sembra perfetta, pur se la tentazione è sempre quella di denigrare gli uomini che la amministrano ( ma sono uomini come noi e quindi soggetti all’errore…. ), essa è costruita benissimo per rispondere, in qualunque epoca, a tutte le esigenze dell’animo umano.

Manzoni, verso la fine del suo 5 maggio 1821, scriveva:

“…. bella, immortal, benefica Fede ai trionfi avvezza…… “

Assorto in questi pensieri, gli tornarono in mente alcuni episodi della sua fanciullezza e della sua gioventù.

Ricordò certe Messe solenni ( Messe cantate ), cui aveva assistito, insieme ad una zia, sorella di suo padre, in un grande tempio cittadino dalla forma simile al Pantheon romano, ma all’epoca lui non vedeva l’ora che la funzione finisse perché riusciva soltanto ad annoiarsi ( ! ).

Poi ricordò che, ormai più che adolescente, si ritrovava, in prossimità della Santa Pasqua, con altri compagni di scuola dell’ Istituto Tecnico per andare ad espletare la consueta confessione pasquale in un Santuario cittadino dedicato alla Vergine Ausiliatrice.

La parola d’ordine per quel ritrovo era la scanzonata frase : “ Andiamo da Maria ! “ quasi si trattasse di una locanda… o anche peggio !

Quel che ricordava con piacere di quel tempo era la sensazione di pulito interiore successiva alla confessione e che, anziché camminare con i piedi per terra, dopo la “ pulizia “ gli sembrava di “ levitare “ leggero e libero nell’aria !

Anni dopo, come già detto, si ritrovò ad effettuare, in una grande città dell’ Est della sua Nazione, una serie di letture durante la Santa Messa. La cosa non lo turbava e, pur di fronte a centinaia di persone, non fu mai colto da un certo “ panico “ da esposizione…

Del resto, nella sua professione, si trovò diverse volte a dover salire in cattedra per spiegare concetti ed argomenti di fronte a gruppi ristretti e selezionati , ma pur sempre di estranei ( o quasi… ). Lui non perdeva mai la sua imperturbabilità e questo lo faceva apprezzare sia dai suoi datori di lavoro, sia dai suoi vari “ clienti “.

Finiti questi preamboli intenzionali, ora bisognava agire, si disse. Ma come ?

C’era e c’è tuttora, nel suo comune di residenza, un Santuario Mariano gestito da Salesiani.

Appartato su di un piccolo promontorio in riva ad un lago.

Gli sembrava proprio il luogo ideale per ricominciare un proficuo cammino spirituale.

Va detto, onestamente come già ricordato, che lui non era mai stato preso da un entusiasmo mistico travolgente. Il suo era, più che altro, un tentativo di darsi delle risposte sull’essenza stessa della vita, ora che ormai era stato posto in un angolo dai suoi contemporanei.

Si mosse in un uggioso pomeriggio d’autunno.

Non faceva ancora freddo, però l’aria era molto fresca ed umida. Una nebbiolina leggera aleggiava sul lago e sulle alture circostanti facendole apparire come fantasmi scaturiti da quelle acque. Attorno al Santuario il silenzio era sovrano, interrotto soltanto, a tratti, dal passaggio dei veicoli sulla strada adiacente.

“ Dove sei, anima mia ? “ si ripeteva l’Uomo.

Da una ventina di anni era ritornato “ all’ovile “ seguendo regolarmente i riti religiosi prescritti, ma non era ancora riuscito a fare il “ salto “ per ritrovare quella confessione e quella comunicazione che sono distintive di un vero e buon “ cristiano “.

Ora, bisognoso di attenzione e di aiuto, tornava sui suoi passi nel tentativo di ritrovare un po’ di serenità.

Entrò dalla portineria che il Santuario aveva in comune con un grandioso complesso scolastico annesso. Ecco perché c’era la presenza di sacerdoti salesiani.

Il portinaio, un signore anziano e cordiale, lo accolse indicandogli un ufficio in cui un sacerdote era occupato in una lunga telefonata. Attese perciò, pazientemente, che il sacerdote terminasse il suo impegno. Poi fu da questi invitato ad entrare in ufficio e ad accomodarsi in una poltroncina posta all’altro lato della scrivania rispetto al “ don “.

Il sacerdote era una persona di circa un decennio più grande del nostro Uomo. Da ogni parola che proferiva traboccava una profonda conoscenza dei casi umani ed il suo tono di voce calmo e tranquillo, ispirava fiducia ed infondeva la certezza di essere capiti totalmente.

Concluse le presentazioni e fatta un minimo di conoscenza reciproca, entrarono nel pieno di una confessione.

Fu eccezionale. L’Uomo non ebbe mai la sensazione di essere distante dal suo interlocutore, come accade sovente nei normali confessionali con tanto di grata e di mistero su chi sta

dall’altra parte. La sensazione era piuttosto quella di essere ancora in qualche fabbrica e di trovarsi a colloquio con un Dirigente di quella. Ma stavolta la Proprietà era molto, molto distante sebbene, con l’intercessione del “ don “, fosse in realtà molto vicina.

Si aprì completamente ed i pacati consigli del sacerdote contribuirono a farlo sentire rinfrancato, risollevato. Tornava a provare quel senso di leggerezza che aveva già provato quando, ancora adolescente, andava a confessarsi, per Pasqua, “ da Maria “ ( ! ).

Prima di lasciare il Santuario, volle trattenersi ancora un po’ nella chiesa vera e propria.

La penombra invogliava alla riflessione ed al raccoglimento.

Uscì che stava iniziando a piovigginare e l’oscurità della sera incombeva.

Giunto a casa cercò di attuare le linee di condotta suggeritegli dal confessore.

La preghiera “ in primis “ . Molta preghiera. Ma quant’è difficile pregare ?

L’Uomo ci provò, ma, forse l’eccessiva mancanza di questa pratica, forse l’abitudine a cercare, in ogni cosa, un senso compiuto, lo posero in una condizione di difficoltà nell’affrontare quest’impresa : pregare.

Provò a recitare il “ Gloria “ e si bloccò sulla frase “ … com’era in principio … “ , che più volte aveva sentito storpiare in “ … com’era nel principio…. “.

La parola “ principio “ ha diverse accezioni ( basta consultare un comune dizionario d’Italiano per rendersene conto ). L’unica accezione logica sembrava quella significante “ inizio “.

Ma ancora i conti non tornavano perché, parlando della Santissima Trinità ( ossia di Dio ), la parola principio è fuori luogo dato che fin dal catechismo ci insegnano che Dio è sempre stato e sempre sarà. Egli è l’Eterno. Perciò è perlomeno improprio parlare di inizio.

Si bloccò pure sull’Atto di Dolore alla frase “ … perché peccando ho meritato i Vostri castighi “

Quali castighi ? E il libero arbitrio, dove lo mettiamo ? Dio castiga alla fine della vita terrena e non durante. Durante, le cose sono tutte in mano agli uomini, Dio guarda e registra ogni cosa , ma non può , non deve e non vuole intervenire. Meglio, pensò, recitare “ … perché peccando meriterò i Vostri castighi… “

Provò, qualche volta , a partecipare nella sua parrocchia alla recita del Santo Rosario. Di questa pratica aveva sempre sentito parlare assai bene.

Ma, si sa, il S. Rosario era recitato da persone semplici che, omettendo una semplice “ e “, avevano completamente stravolto il senso della preghiera.

La frase “ … adesso e nell’ora della nostra morte… “ , dove i due riferimenti temporali sono ben disgiunti, adesso parla del tempo presente , mentre l’ora della nostra morte non può evidentemente essere stabilita “ a priori ”, diventava, dopo l’omissione della “e “ ,

“… adesso nell’ora della nostra morte … “ che non lasciava adito a dubbi : l’ora della nostra morte è adesso !!!!

Dopo qualche “ decina “ si bloccò, la testa piena di domande.

Che senso aveva ripetere fino allo sfinimento le stesse formule e le stesse parole ?

Sì, certo, pregava, ma perché e per cosa ? Non riusciva a capirlo !

Una risposta gli venne ascoltando musiche sacre di W. A. Mozart e di G. Verdi.

Nelle preghiere collettive come il Santo Rosario ciò che trascina è il coro delle voci recitanti e lo scandire ritmico delle medesime frasi ripetute più e più volte.

Colta quest’armonia allora tutto diventa più facile, la recita diventa suadente e consolatoria al di là del vero significato delle parole.

Pensiamo che, per circa due millenni, le funzioni religiose cattoliche sono state scandite dal salmodiare dei monaci e dai cori gregoriani, il tutto sempre e rigorosamente in latino, lingua ignorata dalla stragrande maggioranza del popolo.

Eppure quei canti creavano atmosfere altamente mistiche e ieratiche, grazie appunto all’armonia della preghiera cantata ( ancorché incomprensibile ai più ).

Regolarmente, ogni anno al termine dell’inverno, l’Uomo si recò a trovare il suo “ consulente spirituale “ al Santuario per rinnovare la “ pulizia “ della sua anima ( in altri termini : per confessarsi ). In una di queste occasioni ottenne dal “ don “ il permesso di pregare con parole sue, al di là delle solite formule e dei soliti schemi avulsi e ripetitivi.

Si sentiva piuttosto sollevato e continuava a trovare nella religiosità quel qualcosa in più per non sentirsi frustrato e rigettato.

I contatti con il “ boss “, di cui abbiamo narrato nella prima parte di questo lungo racconto, non si erano interrotti, ma soltanto diradati. Del resto anche al nostro Uomo le buone idee mica spuntavano come funghi….

Gli venivano ogni tanto e lui si riteneva già fortunato di averne potute sviluppare alcune e di averne potuta constatare la bontà.

Recentemente parlarono di automotrici all’idrogeno ( innovativo treno presentato da Alstom a Innotrans 2016 di Berlino col nome commerciale di Coradia i Lint ) e di oculata gestione dei “ rami secchi “.

All’Uomo piaceva, ogni tanto, sorprendere il “ boss “ con ragionamenti antitetici. Ciò accadde parlando di previsioni di traffico ferroviario.

Lui gli disse : “ Tutte le previsioni che le hanno fatto, sia ottimistiche, sia pessimistiche, stia pur certo che sono… SBAGLIATE !! La ferrovia è una strana “ bestia “ che non segue le logiche correnti perché l’opera ferroviaria va realizzata tecnicamente nel migliore dei modi, ma poi va anche gestita e sorretta nel migliore dei modi, altrimenti l’attivo diventa passivo e la burocrazia distrugge il manufatto.

Valga per tutti l’esempio del Trentino – Alto Adige che, ripresi da FS i rami secchi, li ha trasformati con impegno e lungimiranza in rami attivi premiati dal gradimento e dalla frequentazione della popolazione.

Pertanto ogni previsione è FASULLA ed è possibile soltanto tirare le somme dopo aver costruito ed organizzato al meglio la struttura.

A proposito di Trentino – Alto Adige, il nostro Uomo era piuttosto scettico sull’intenzione di quella Regione di elettrificare qualche tratto di linea con la tensione monofase alternata di 25 kV , frequenza 50 Hz . Su una rete nazionale elettrificata in 3 kV c.c., quel proposito complicava maledettamente le cose ( anche se Stadler aveva già predisposto elettrotreni Flirt tritensioni ).

Però, per portarsi avanti col lavoro, prefigurò la modifica di qualche vecchia locomotiva elettrica in c.c. per adattarla ad un uso universale ( 25 kV 50 Hz e 15 kV 16,7 Hz c.a.

monofase ). Occorreva scovare ancora qualche E. 645 od E. 646 in buono stato, posarla su 4 anziché su 3 carrelli, con le sale interne dei 2 carrelli interni smotorizzate, e prefigurare un terzo corpo centrale come carro convertitore ( da ogni tipo di tensione alternata monofase a tensione continua di 3 kV in c.c. ). Questo per consentire a Trenitalia di poter giungere dovunque con treni soccorso o treni di materiali per lavori e/o manutenzioni.

Il suo progetto prevedeva di salvaguardare al massimo i circuiti elettrici e la meccanica della locomotiva di partenza e di rendere il tutto facilmente reversibile, per riottenere la locomotiva di partenza tale e quale, se la trasformazione non fosse più stata necessaria.

Ne parlò con il “ boss “ e questi annuì, prefigurando in cuor suo lucrosi appalti, resi possibili da mezzi di trazione versatili e piuttosto potenti ( circa 3,8 MW ).

Così l’Uomo ritrovò il suo equilibrio interiore nel Sacro Pane dell’Eucaristia.

Quando si sentiva un po’ giù andava in chiesa a pregare per circa un’oretta.

Continuava a tenersi aggiornato su tutto quel che avveniva sui binari.

Frequentemente, scriveva. Gli piaceva scrivere e cercava ogni pretesto per mantenersi in forma ed affinare, ove possibile, la sua tecnica narrativa.

Di lui non possiamo più raccontare altro, perciò questa seconda parte si chiude con l’augurio che gli eventuali lettori non siano stati troppo “ stressati “….

Epilogo.

Penso che questi eventuali lettori avranno ormai capito che uno dei trucchi più frequenti dei narratori è quello di raccontare se stessi in terza persona. Così ha fatto anche chi scrive.

Qualcuno ha segnalato che, nella prima parte del mio racconto, lo scrivente sembrava distante dal personaggio ed avulso da esso. Questo un po’ mi gratifica perché vuol dire che sono riuscito a raccontarmi con un certo distacco, quasi sdoppiandomi da me stesso.

Lo scrivere mi permette di raccontare una mia “ realtà virtuale “ ogni qual volta la realtà vera mi porta su percorsi nei quali mi ritrovo mio malgrado e non per mia libera scelta.

Nessuno mi “ forza “ a scrivere se non il desiderio di raccontare quella vita che purtroppo non riesco a vivere.

Forse avrei dovuto intitolare i miei scritti, per andare al di là di ogni ambiguità, :

“ La vita che vorrei aver vissuto… “.

Chissà ? Forse tra parecchi anni, se sarò ancora vivo, magari adotterò questo sottotitolo !



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