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lavoro pubblicato sabato 3 giugno 2017
ultima lettura giovedì 15 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Viaggi nel tempo - il sogno.

di vennyrouge. Letto 326 volte. Dallo scaffale Fantasia

Situato al termine di due strade e una piazza con l’obelisco al centro, c’è un ottimo locale. Purtroppo al bordo della città e perciò, fuori mano. Così non posso recarmi là tanto spesso quanto ...

Situato al termine di due strade e una piazza con l’obelisco al centro, c’è un ottimo locale.

Purtroppo al bordo della città e perciò, fuori mano.

Così non posso recarmi là tanto spesso quanto desidero, perché risiedo altrove e questa invero non l’unica difficoltà, perché si da’ il caso che per arrivarci occorra essere anche nel cosiddetto “Momento giusto”.

Una condizione, per così dire: ideale, non sempre possibile.

Non posso però che favorirlo, consigliando tutti di visitarlo.

Là s’incontra l’impossibile e avventurarsi dalle sue parti è di guadagno.

Gioverà allora a chi intenda cimentarsi nella difficoltosa ricerca, conoscere sin d’ora che le entrate di questo locale danno su entrambe le vie, in maniera che sia più facile scovarlo.

Altrettanto giungerà pratico sapere che il luogo sia un basso, un sottoscala insomma e che gli imbocchi sono di legno antico e i cardini di ferro.

Quando sarete vicini, non temente perché lo riconoscere per i profumi delle pietanze preparate dispersi lievemente nell’aria fresca e pungente della via e da una lanterna fioca abbastanza antica e fissata al principio della scala.

Nient’altro occorrerà che di fidare dell’istinto ed entrare e ciò… qualunque cosa poi accada!

Viaggi nel tempo: dreams

La taverna è ben arredata e oggetti di navi e dipinti annosi a olio sono disposti nell’atrio e nella sala inferiore.

Giacché appare un poco appesantita e per quanto ampio sia il salotto, è ingombro da cose strane che sembrano preziose.

Sestanti, bussole, scalmi e altri utensili perfettamente lustri e funzionanti fanno da suppellettili.

Potreste trascorrere il tempo a osservarli e per esperienza posso assicurare che nessuno dirà nulla se li toccate per scoprire come sono fatti o magari vi sorprendesse a immaginare terre lontane.

- Desidera un tavolo in questa sala o nella superiore? Domanda in accento fiammingo il cameriere.

- Direi sopra: non ci sono stato!

Del resto nel soggiorno non ci sono che un paio di finestroni metallici dipinti di nero e nella parte alta della parete così a osservare fuori al massimo si notano le scarpe dei passanti.

- Per questa scala allora! Afferma il giovane nel percorrermi velocemente strada.

Avrà sì e no trent’anni, biondo; pieno di capelli sottili subito addomesticati e messi in riga dal pettine e sono pochi passi su vecchio assito, nemmeno tanto scricchiolante.

- Sembra rimodernato, affermo nel far caso che la stanza sia abbastanza piccola e scevra da impicci.

Appare linda e risaltano le vecchie travi del soffitto e degli arredi in arte povera rendendo l’insieme armonico.

- Una ripulitura delle pareti! Riprende a spiegare il giovane.

- Muri in paglia e malta?

- Credo di sì signore. Un tempo era l’unica maniera di costruire.

I suoi occhi chiari e vispi incontrano i miei. Ha tutta la vita davanti, mi rassegno ad apparire come una bestia di altri tempi - Certo che delle tante belle cose che avete di sotto, qui avete messo nulla ragazzo!

- Si voleva creare un ambiente più sobrio e poi, seguita sorridente: c’è più spazio.

Tanto materiale là sotto, non deve certo andargli a genio ma ha ragione: tutte quelle cose passate alla fine intristiscono dicendo di un tempo passato.

Sedute nella sala ci sono due persone.

Due signore.

- Bene! Credo che mi sistemerò su questo tavolo nei pressi della finestra e abbastanza in distanza da loro.

Ho voglia di star solo e in pace.

- Nessun problema. Sa’ cosa ordinare?

- Direi- direi; ripeto - cucina Italiana. Dell’affettato con formaggio stagionato e un piatto di spaghetti e dell’acqua; mi raccomando…

- La desidera frizzante?

- Non eccessivamente. Della Nepi andrà bene…

- Non manca e se per il momento è sufficiente passo la comanda alla cucina…

Il calore della stufa a legna penetra benefico nelle ossa asciugandole e portando via i malanni.

Sbottono in fretta il paltò.

Mi metto in agio.

La lastra accanto al volto è resa opaca dal calore.

Piccole gocce d’acqua si condensano nella parte alta.

Sosterei qui per ore.

La gente mi affascina.

M’interessano i loro sentimenti.

Sapere se provano gioia o dolore.

Se pensano solo al lavoro, non provo interesse.

La cena, il pranzo, l’incontro, diviene uno scambio razionale in cui si riferisce di affari e di soldi e si esalta ogni stupidaggine, al fine di farne vanto.

- No, non ho interesse per tanta povertà.

-Ti dico che non è una cosa bella! Afferma una voce in falsetto qualche tavolo in là.

Probabilmente rendendosi per nulla conto che l’acustica conduce in giro le parole.

Non so; io preferisco usare la voce bassa.

Ascolto più che altro.

Come dicevo fuori è abbastanza freddo e seppure ci sia un sole pallido, il vento tira a togliere perfino la polvere dalle strade.

Non è neppure la mezza.

Una madre, una bimba e un giovane dai capelli ricci attraversano dalla piazza alla via.

La piccola cammina disordinatamente al lato, ha già degli occhiali e dietro di questi, un tenero visetto.

La madre arcigna la tira e un poco la strattona.

Il giovane le sorpassa sulle fasce bianche e rettangolari raffigurate in terra.

La donna rimugina, sembra avere fretta.

Certamente dovrà darle da mangiare e svolgere altri compiti prima che il marito o il compagno rientri dal giorno di lavoro.

- Chissà perché e quando, si passa da un’infanzia lieta e spensierata a un’età piena di cose svolgere daffare di corsa!

Tendo la mano lentamente in direzione del pavimento a cercare un corpo peloso.

È quello di un cane.

L’ho con me da quando rammento.

Sorrido tastando il manto ruvido: “È qui!”

Del resto questa cagnetta non mi lascia mai.

Segue ogni mio passo.

Solo la notte pare acquisire la libertà che merita, perché mentre sonnecchio, avverto il leggero sfregare delle unghie diventate lunghe sul legno consunto e comprendo che vaga in casa.

È più abitudinaria di me.

Controllato che tutto sia a posto e dopo aver bevuto nella cioppa, si reca in terrazzo, dove si accuccia a esaminare il passaggio fino a quasi il mattino e solo le notti gelide o piovese resta al coperto montando la guardia sul tappeto ai piedi del letto.

-Secondo me, invece, ha fatto bene! Del resto Stefan ha migliore salute di Arnold e sono rimasti, come dire: in confidenza, risponde l’amica.

Scorgo il viso di quest’ultima, essendo l’altra di spalle.

Forse sono pettegolezzi ma potrebbero però rivelare qualche intrigo.

Me ne affranco.

Non è il genere che m’interessa.

Direi che la donna seduta di fronte abbia un viso lungo e sia un poco troppo forte il rossetto per il colore dei capelli castano.

Neppure dovrei chiedermi se fosse un tempo, bella, ma a questo non rinuncio, andando in conclusione a confermare l’idea che la vecchiaia sia inclemente e insista e ingiuri ogni profilo, persino il più soave.

- L’anima no, statene certi.

Invecchiando azzarderei che guadagna, ma non in tutti.

Da cosa dipenda non saprei affermare con certezza.

Sono dell’idea che a rimanerne coinvolta dalla trasformazione o dall’inerzia, sia la vivacità del professore quanto quella del lattaio, ma certamente sia a trarne miglioramento e più incline a ciò, quella del filosofo o del poeta, perché più attenta alla ricerca di questo o quel concetto perché più sensibile.

Così, la Coscienza di molti appare farsi fonda e capace, adatta a esplorare campi sconosciuti.

Tanta rimane inalterata e porta a nulla e per altri ancora, essa si fa’ schiva e tormentata.

- Avere strazi non è bello!

Indica insoddisfazione.

- Per avere amato e non essere stati ricambiati.

Per qualcosa che andato e non tornerà.

- Così la mia.

Ho goduto poco e perduto tempo e affetti nel tentativo di essere “Normale”.

Nell’adeguare le sensazioni.

Raramente sono mai andato oltre misura.

Sempre al mio posto.

Ho gestito così la vita, prudentemente, da vero bancario, quando invece avvertivo il desiderio di nuove frontiere.

Forse essere figlio di un commerciante capace e di un politico, non è poi così facile.

Sono convinto che mia madre mi abbia negato, senza segno di sforzo o rimorso, qualcosa di vero che avrebbe fatto male e al contempo detto quanto di peggio ma astruso per ottenere di muovermi nella direzione che occorreva.

- Vincere l’apatia.

Un padre retto, disposto ad aggiornare il pensiero assieme al tempo.

-Sì, ma in ogni caso, non è bello domandare a Stefan di approntare un badante.

Istintivamente cerco il cappotto sulla sedia accanto.

Vorrei nascondere la testa e non farmi trovare.

C’è modo di diventare invisibili?

- Cara dimentichi che i tempi sono diversi e si dà il caso che lui possieda una non indifferente agiatezza; quindi cosa vuoi che gli importi di mandargli qualcuno per accompagnarli fuori di casa? Il sorriso sardonico le scopre i denti.

-Pensi sia ancora innamorato? Afferma l’altra di spalle.

Torno a sistemarmi sulla sedia per staccare furtivamente un pezzetto di companatico nella cesta e poggiarlo in terra.

La mia cagnetta n’è ghiotta e la mollica la terrà buona.

È perfettamente inutile nascondersi.

E poi da cosa?

Da noi medesimi?

Guardarsi dentro e nonostante le certezze non sapere che fare.

Quante volte il giorno una vocina ti consiglia di non fare qualcosa?

Altrettante fanno in contrario…

-Ma sicuro! Non si è mai risposato! Riprende la donna dalla bocca marcata.

Spero finisca per inghiottire il dessert….

- Il suo piatto, signore!

- Sei stato veloce ragazzo; grazie, affermo a mezza voce.

Del resto non ho più fretta di nulla.

Né di andare, né di restare.

Non serve a nulla.

Tutto gira ad ogni modo da sempre.

Le cose avvengono comunque che tu lo desideri o no.

Osservo la piazza e il monolite al centro con le panchine in cerchio.

No, non c’è proprio più nessuno.

-Saremmo state più felici con papà, non credi?

Attorciglio i grossi bastoncini assaporando la polpa rossa della salsa.

Il volto di mio padre viene in mente.

Da giovane e da vecchio.

A colori, poi bianco e nero.

Inutilmente.

Nemmeno con lui c’è modo di scambiare un accidente.

Nel paio di occasioni in cui l’ho rivisto, si è limitato a starmi accanto.

Ho idea che cercasse di farmi capire qualcosa, ma che io abbia la testa dura lo conosce per cui non c’è da prendersela più tanto se ho compreso nulla.

Non credo che se la preda.

Ternerà, se vuole.

Se può.

L’ho rivisto ancora.

Eravamo sul greto del fiume.

Quella volta non ricordavo che fosse andato via.

Così ho perduto anche quest’occasione per parlarci.

-Non lo so. A me non manca tanto lui… è andato serenamente, afferma la donna che non vedo in volto.

Il cameriere ha portato del formaggio pensando che avrei cosparso gli spaghetti.

Sbagliato mettere del formaggio su un sugo fresco o no?

Mai discutere il piacere.

Alle volte però mi tenta.

Spesso mi pento.

Ringrazio il giovane inserviente.

Non lo userò.

Il coccio che lo contiene rimane là davanti, tra la porcellana e la bottiglia d’acqua.

Di Emma, invece? Sai nulla?

- No. Tranne che non c’è maniera di vederla.

- Lo percepisci com’è fatta?

- Non c’è! Insiste ora quella di faccia.

- Verrà. Questione di tempo! Risponde l’altra che alla fine spasima come avvertisse caldo.

Percepisco una corrente d’aria.

Probabilmente si è aggiunto un ospite.

Getto un’altra parte di pane in terra che resta a pochi centimetri dalla gamba del tavolo.

Nessun musetto allungato e pieno di denti si affretta a ritirarlo.

Vuoi vedere che si è allontanata, mi chiedo.

Sicuramente la troverò sulla soglia della cucina a mendicare.

Prendo il cappotto dalla rastrelliera e preparo pagare il conto.

Pazienza per il caffè lungo, ho voglia di respirare e fare un giro…

Mi rendo conto di non avere un umore stabile e che forse la testa mi fa anche male.

-Ha sbagliato! Gliela abbiamo detto ma non ha voluto ascoltare nessuno!

Già. La vita è piena di errori e d’insidie.

Dovrei saperne qualcosa.

Posso affermare di essere stato sempre nel giusto?

Con il senno del poi, comincio a pensare di averne azzeccate poche…

- Il conto? Posso chiederlo sotto? Domando incontrando cameriere che risale le scale con una coppia di persone.

Sono due e giovani.

Trenta, quaranta anni al massimo.

Hanno il viso pallido e intimorito.

Sorrido e dico buona sera.

Lei mi osserva per farsi da parte.

Lui rischia di finirmi addosso.

Non ci bado.

- Sì, afferma il cameriere, un poco imbarazzato per l’accaduto: trova il proprietario alla cassa. Può domandare là il conto.

Ho detto che scelgo questo posto per particolari ragioni.

Forse non lo è chiarite del tutto.

La prima è che si mangia bene e che non fanno storie se come me, ami la cucina semplice più che quella elaborata.

L’altra è che hanno sempre tutto e i sapori sono ideali.

Devo dire con un poco d’ironia: che neppure appesantiscono.

C’è però un’altra cosa ed è la più importante.

Oramai ho percorso le scale e sono alla cassa.

- È possibile avere il conto… domando.

- Lo preparo subito. Risponde l’uomo alto che le sta dietro e che si affretta a posare alcuni bicchieri trattenuti in mano per essere lustrati con un canovaccio.

- Mi scusi: ha visto per caso il mio cane? Domando nel prendere il portafoglio dalla tasca.

- Era qui con il suo cane?

- Sì, e vengo con lui abbasta spesso...

Non ho idea del perché lo affermo.

Forse perché così mi darà più retta e perché non sono del tutto convinto che sia così?

Lui sembra nicchiare. Sorride.

- Davvero non ricorda?

- No!

-Non fa nulla! Rispondo pronto e comincio a preoccuparmi: sa è una cagnetta di taglia piccola, molto intelligente e affettuosa… ma anche vecchietta e non sta molto bene.

- Aspetti che provo a vedere …

- Grazie!

Quanto meno è gentile, penso.

Osservo il dipinto alla parete.

Ritrae una scena di pesca.

I colori carichi di marrone della nave

Nell’azzurro si stagliano i lunghi alberi.

Attorno al veliero un nugolo di barche a remi si distingue e quasi sembra avvertire le voci dei marinai che con arpioni e sagole in mano affermano– è là! È là!

Molto reale.

Subito mi auguro che non mi prenda per pazzo, come forse sono.

Ecco, il desiderio di sembrare normale torna a tormentarmi.

Trascorre poco più di un minuto:

- È questa? Afferma curvo sul cane.

- Sì! È lei. Dove diamine si era cacciata?

- Nel giardino interno che comunica con la cucina.

- Ah. Bene! Furba! È venuta per mangiare. Spero non abbia fatto danni…

- No, alcuno e poi la nostra cuoca nutre una vera passione… credo che ne possegga almeno tre.

- E sì, le bestiole capiscono quando gli altri gli vogliono bene. Per favore tenga il resto.

-Grazie! Che cos’ha?

- Che malattia vuol dire?

- Ho mancato di curarla e ora...

Non mi fa finire - Uhm! Purtroppo accade. Sembra giustificare ed essere dispiaciuto.

- Sì, vero. Non è però di scusa.

- I nostri clienti…

- Lo so. Vengono qua per questo: per trovare ciò che perdono!

- Vero! È doloroso. Per questo motivo cerchiamo di essere sempre discreti.

- Non ricordate mai chi è passato e quante volte?

- Esatto!

- Le due signore sopra?

- Sono due sorelle…

- Figlie di Stefan?

- Sì e di una donna dal nome Marion.

- A be’! Il nome non lo avevo afferrato.

- C’è un momento di silenzio, lui sembra tardare a richiudere il cassetto dove ha inserito i soldi.

- Dunque ricordano di loro? Affermo.

- Anche una sorella.

- Due delle mie sono da perdere.

- Non so. Ricordano più che altro la madre.

- Se penso alla mia, avverto un grosso dolore. Anche là troppi sbagli Sono privo del coraggio.

- Una volta dovrebbe farlo e incontrarla…

- È capitato sa. Pochi giorni dopo il suo funerale mio padre è andato prenderla. Lei era giovane e raggiante. Era nel cortile nei pressi di un’abitazione in cui ho passato i primi anni d’età. Anche loro erano giovani. Trent’anni al massimo, Credo fosse primavera. Indossava una vestita chiara e le sue più care amiche la accompagnavano alla vettura con cui mio padre era appena arrivato.

- Che effetto le ha fatto.

- Mi è parso un matrimonio rinnovato.

- Lo vede?

- Perché mi fa notare questo?

- Perché lei è qui, come potrei dire: unicamente con il cane.

- Ah sì, ricorda e che c’è di male allora?

- Non si arrabbi…

- Afferma pure di essere discreto… invece spiffera tutto e fa straparlare la gente.

- A fin di bene e perché lei è ancora vivo…

- Scusi: per questo non posso venire?

- Infatti, neppure dovrebbe stare qui. Siamo noi che la lasciamo fare…

- Noi chi?

- Noi del luogo! Guarda intorno a cercare conferma, ma in realtà non ci siamo che noi.

- Sembrate quattro gatti ai confini del mondo, è il massimo che aggiungo.

- Sulla seconda ha ragione!

- E perché gradite? Mi sembra senza senso…

- Perché non disturba e fa conoscere il posto, però ha bisogno di andare oltre, lo comprende?

- Sì, forse. Poco. Indico in che quantità allargando un tantino lo spazio tra il pollice e l’indice.

Non ci bada,

Torno a osservare il cane che aspetta.

Riprendo fiato - Perdoni lo sfogo. Adesso vado. Non ha senso discuterne ancora.

- Torni a trovarci. Sarà sufficiente chiudere gli occhi e addormentarsi…

- Giusto, sperando non siano incubi.

Fuori dal locale l’aria satura le narici e riempie i polmoni come fosse liquida.

Il silenzio notturno è interrotto dal personale scalpitio.

Vorrei ridere, piangere, cantare, forse solo lasciarmi andare e sedere in terra.

Provo a voltarmi e la lanterna non si vede più.

In mano stringo un legaccio che porta a nulla.



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