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lavoro pubblicato mercoledì 31 maggio 2017
ultima lettura mercoledì 18 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il bambino che non doveva esserci

di OrazioAshlee. Letto 476 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Nella vecchia foto in bianco e nero c'ero io seduto al centro, dietro di me c'era mio padre che teneva la mano sinistra sulla mia spalla, e alla sua destra c'era mia madre di tre quarti che sorrideva guardando all'obiettivo.Mancava mia sorella Giuditta...

Nella vecchia foto in bianco e nero c'ero io seduto al centro, dietro di me c'era mio padre che teneva la mano sinistra sulla mia spalla, e alla sua destra c'era mia madre di tre quarti che sorrideva guardando all'obiettivo.

Mancava mia sorella Giuditta, di due anni più grande di me, ma sono quasi certo che era la persona che teneva in mano la vecchia Leica e stava scattando la foto.

E fin qui tutto bene.

Il dettaglio fuori posto era il bambino alla sinistra di mio padre, anch'egli di tre quarti, come mia madre, ma che non stava guardando verso l'obiettivo, stava guardando me.

Chi era quel bambino? Io non lo conoscevo...

Era magrolino, e dal tono chiaro della capigliatura si sarebbe detto biondo. Il suo volto aveva tratti delicati e, mi sembrava, piuttosto belli. Sul suo naso a punta c'erano degli occhiali con la montatura scura. E indossava una giacca su una maglietta a righe. E sorrideva nella mia direzione.

Ero sconcertato. Credo che in quella foto dovevo avere dodici o tredici anni, e quel bambino sembrava un mio coetaneo. Avrebbe potuto essere un mio compagno di scuola, ma non lo era. Lo avrei ricordato.

Ricordavo il giorno di quella foto? No, non lo ricordavo. Ma era un giorno come gli altri. Io e i miei genitori indossavamo gli abiti di tutti i giorni, ed eravamo a casa nostra. C'erano state molte altre occasioni del genere in cui un membro della famiglia fotografava tutti gli altri. Di sicuro ce n'erano con Giuditta in compagnia dei miei genitori e io assente. La foto in sé non aveva niente di singolare.

A parte la presenza di quello sconosciuto.

Presi un'immagine digitale di quella foto e la mandai per email a Giuditta, pregandola di ricontattarmi al più presto. Due ore dopo mi richiamò a telefono.

«No, mi dispiace», mi disse, «non ho idea di chi sia quel bambino. Sei sicuro che sia stato io a scattare la foto?»
«Sicuro no, ma mi era parsa l'ipotesi più probabile.»
«Anche a me sembra una foto che potrei aver scattato io. Avevo il pallino di mettere le persone in posa in quel modo... ma se l'ho scattata io come potrei aver dimenticato quel bambino? Penso addirittura che quel giorno non fossi in casa, altrimenti lo riorderei.»
«Addirittura...»
«Non so davvero cosa dire. Ma senti, non è che hai fatto un montaggio con Photoshop? E magari ora ti diverti alle mie spalle?»
«Assolutamente no. Se avessi trovato la foto nel computer avrei pensato anch'io a Photoshop. Un montaggio magari fatto da me stesso e che poi ho dimenticato. Ma mentre ti sto parlando a telefono io ho in mano la foto stampata. E c'è il bambino.»
«Certo che è curioso. Se non fossi lontana da Roma mi piacerebbe vederla.»
«Mi piacerebbe spedirtela, però a questo punto voglio risolvere il mistero.»
«Non hai pensato che il fotomontaggio potrebbe averlo fatto papà nella camera oscura? Ti ricordi, i rollini li sviluppava lui. Uno scherzo, un esperimento da parte sua per fare pratica. Poi la foto è finita nelle tue mani e tu non l'hai mai guardata con attenzione.»
«E' l'unica spiegazione che mi viene in mente, ma papà... papà che metteva l'immagine di un estraneo in una foto di famiglia...»
«Te l'ho detto, magari era solo una prova di stampa, un esercitazione che era parte del suo hobby.»

Giuditta mi aveva di certo fornito la spiegazione più plausibile, e nonostante rimanessi un po' a rimuginare su quella foto ben presto il rovello mi uscì dalla testa e smisi di pensarci. Almeno per qualche ora.

Poi, a notte fonda, mi alzai di colpo da letto e andai nel mio studio dove avevo le mie vecchie foto in un contenitore per documenti. In cima alla pila c'era la foto con il bambino misterioso. Mi sedei in poltrona e iniziai a sfogliere le foto. Dopo una serie di foto normali, il cuore mi balzò in gola. In una c'ero io e Giuditta, seduti su un gradino delle scale in giardino davanti alla porta di casa. Io ero a destra e Giuditta a sinistra, con le mani sulle spalle di Eolo, il nostro vecchio bulldog. E tra noi due, con le mani sulle nostre spalle, c'era il bambino misterioso che sorrideva. In un'altra foto c'erano in primo piano i nostri due genitori, probabilmente eravamo al mare, e doveva essere stato usato un autoscatto. A sinistra, con una maglietta a righe e un cappello di paglia c'era mia madre e alle sue spalle c'ero io che le cingevo il collo con le braccia. A destra c'era mio padre, con Giuditta che lo abbracciava da dietro. Al centro, protratto in avanti e poggiando sulle spalle dei nostri genitori c'era ancora lui, che rideva a bocca aperta.

Cosa stava accadendo? O cosa era successo allora?

In tutto c'erano nove foto con la presenza di quel bambino. Erano state scattate in luoghi diversi, ma più o meno tutte nello stesso periodo di tempo. Sia io che quel bambino non cambiavamo molto da una foto all'altra. La cosa non aveva alcuna spiegazione razionale. Guardando e riguardando quelle foto attesi l'arrivo del mattino.

Lo squillo del telefono arrivò alle otto.
«Senti», disse Giuditta, «ho pensato e ripensato a quella foto, e penso di doverti dire qualcosa. O forse no...»
«Come "forse no"?, avanti, parla.»
«Allora devi accettare una premessa: ciò che stai per ascoltare è solo un mucchio di stupidaggini, io per prima non credo a nulla di quello che sto per dirti. Quindi non pensare che io sia matta, e non pensare neanche che io voglia convincerti di qualcosa. Si tratta solo di vecchi ricordi, e io te li racconto come mi tornano alla memoria. Deciderai tu che valore hanno.»
«La tua premessa è accettata, parla pure.»
«Bene, ma devi anche sapere che non mi sto inventando niente. I miei ricordi possono essere un po' carenti e lacunosi, ma non ti sto prendendo in giro, non è una specie di scherzo, d'accordo?»
«D'accordo. Anche l'aggiunta alla premessa è stata accettata.»
«Allora, stiamo parlando del periodo in cui tu sei stato fuori dall'Italia e io vivevo ancora a Roma, e vedevo spesso i nostri genitori. Per essere più precisa, mi riferisco a un dialogo con papà poco prima dell'incidente in cui lui e la mamma morirono...»
«D'accordo.»
«Avevo notato che sul comodino aveva due libri dal titolo strano, che non ricordo, ma entrambi parlavano di universi paralleli.»
«Universi paralleli? Che io sappia papà non ha mai avuto interessi del genere.»
«Infatti. Fui sorpresa anch'io quando mi disse l'argomento delle sue letture e riflessioni. Gli chiesi perché si interessava di queste cose, e sulle prime mi sembrava riluttante a entrare in argomento.»
«Ma poi te ne ha parlato.»
«Esatto. La ragione sembra avesse a che fare con la sua vecchia macchina fotografica Leica, te la ricordi?»
«Sì, è la macchina con cui sono state scattate le foto in cui compare il bambino.»
«Come "le foto?", ce n'è più di una?»
«Ne ho trovate altre otto dopo la nostra conversazione di ieri. Ti farò avere la copia digitale oggi.»
«Accidenti, questa storia è strana. Allora, la Leica... papà l'aveva comprata di seconda mano, era già appartenuta a qualcun altro prima che finisse in mano sua. Papà mi disse che da qualche tempo aveva cominciato a vedere strane cose quando fissava qualcosa nell'obiettivo. Cose che nella realtà non c'erano. Durava un attimo, e poi tutto tornava normale. E naturalmente le "strane cose" non figuravano mai nelle stampe o nei negativi.»
«E tu che pensasti quando ti disse questo?»
«Quello che avresti pensato anche tu: che papà cominciava a perdere colpi. Ma è l'unica volta che l'ho pensato, papà per il resto era completamente lucido.»
«Lui quindi credeva che le "strane cose" che vedeva nell'obiettivo erano un universo parallelo?»
«Sì. La scena nell'obiettivo era identica a quella della realtà, più l'aggiunta di altri elementi che nella realtà non c'erano.»
«Beh, neanch'io credo agli universi paralleli. E senza pensare che papà stesse diventando pazzo è evidente che qualcosa lo turbava profondamente... »
«Tieni presente che le "strane cose" nella realtà non c'erano, ma avrebbero dovuto o potuto esserci... così si espresse papà»
«Non ti seguo.»
«Le "cose strane" che apparivano non erano cose qualsiasi, erano cose che papà aveva desiderato o aveva perso.»
«Ad esempio?»
«Una volta al mare, mentre fotografava la mamma sulla battigia, alle sue spalle, al largo, vide una barca che era appartenuta alla sua famiglia, ma che poi erano stati costretti a vendere in un momento in cui l'azienda di nostro nonno ebbe bisogno di liquidità. Inutile dire che quando papà guardò la scena senza l'obiettivo quella barca non c'era più.»
«Ma non ti pare che questo rafforzi l'ipotesi di un delirio di nostro padre? Una parte della sua mente creava allucinazioni con cui lui compensava un sentimento di perdita o di separazione.»
«Sì, è un'ipotesi sensata.»
«Quindi per il bambino nella foto non andrei a cercare una spiegazione in un universo parallelo.»
«No, infatti. Solo che...»
«Cosa?»
«Non so se faccio bene a dirtelo...»
«Dimmelo senz'altro.»
«Ci fu un'altra confessione che papà mi fece in quel periodo. Una confessione che riguarda te. Una cosa che non ti è stata mai detta per una delicatezza forse eccessiva...»
«Mi stai tenendo sulle spine.»
«Bene, te lo dico. E bada, escludo che anche in questo caso si possa trattare di un delirio, per usare la tua espressione. Ho verificato le parole di papà presso mamma e lei ha confermato tutto.»
«Avanti, allora.»
«Il tuo è stato un parto gemellare. Avevi un gemello maschio eterozigote, che però non è sopravvissuto.»
«Cosa?»
«Hai sentito bene, eravate in due a dover venire al mondo. Senti, per favore, mandami una copia delle altre otto foto, d'accordo?»








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