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lavoro pubblicato sabato 27 maggio 2017
ultima lettura sabato 17 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Nel cielo cerco il tuo sorriso

di Simy11. Letto 366 volte. Dallo scaffale Generico

Questo è un breve racconto ispirato a eventi accaduti realmente, ma raccontati dal punto di vista di un'altra persona. E' sicuramente pieno di errori (punteggiatura, periodi lunghi...) ma sono agli inizi e ho fatto del mio meglio. :)

Era il 13 Marzo 2012, non dimenticherò mai quel giorno, è segnato sul calendario come il più brutto della mia vita.
Il giorno in cui persi mia figlia, Emma, per sempre.
Andai in ospedale verso le 9 di mattina, angosciato dal pensiero di dover vedere ancora una volta Em, come amava farsi chiamare stesa su un letto d'ospedale. Dormiente, legata a degli strani macchinari. Anche se un po' in ritardo, decisi di comprare delle mimose in occasione della festa della donna. Impaziente di assistere all'espressione sorpresa e compiaciuta di Emma non appena le avrebbe viste.
Tuttavia, ciò non sarebbe mai avvenuto; nonostante le mie innumerevoli preghiere, e i miei desideri espressi, la mia bambina non si sarebbe svegliata da quel sonno. Un sonno che non le si addiceva. Mai avrebbe rinunciato a vivere attimo per attimo per rifugiarsi nel mondo dei sogni, no.. lei amava affrontare la realtà a testa alta, con le sue battaglie e le sue meraviglie.
Appena varcata la soglia del maestoso edificio, salutai gran parte dei medici che lavoravano lì. Mi conoscevano tutti ormai, e effettivamente, non vi era un giorno in cui io non mi piazzassi in auto per recarmi in quella struttura, dove in una delle tante stanze lei giaceva tra le lenzuola bianche un po'come la sua pelle in quel momento.
E una volta arrivato in quella camera sentii una morsa che non esitò a stringermi il cuore. Ormai ci ero abituato, si respirava un odore di medicinali, di disinfettante .Il silenzio era spezzato dall'insopportabile suono che proveniva dai macchinari dove potevo controllare le condizioni vitali di Emma.
Posai le mimose sul suo letto, il mio sguardo vagò per tutta la sua alta e esile figura, dalle gambe sulle quali era poggiato ordinatamente il lenzuolo agli occhi chiusi, serrati. Le sue palpebre quasi trasparivano serenità, la sua espressione mi dava un senso di pace, quasi di speranza.
Ma non bastò, e inevitabilmente, anche prima che me ne potessi accorgere, il mio volto era rigato da lacrime salate che scorrevano imperterrite, fino a bagnare il letto.
Iniziai a interrogarmi, a chiedermi il perché di tutto questo, come può una ragazza di soli 15 anni doversi trovare a lottare per vivere? Perché proprio l' atto di vivere comporta il dover affrontare queste sfide? Sfide che nel caso della mia Em risultavano estremamente ardue, crudeli, improponibili!
Purtroppo non mi seppi dare una risposta, ma in fondo so che non l'avrei mai trovata.
Per un minuto interminabile il mio sguardò si posò ancora una volta sul suo viso, era così pacifica, così bella. Non so cosa avrei dato per rivedere quel sorriso, quello che sfoderava ogni volta che, mentre la guardavo studiare mi diceva "Papà, guardo che non vado da nessuna parte, puoi anche smettere di fissarmi!" .E rideva, rideva ravvivando l'atmosfera di quella domenica mattina, durante la quale nuvoloni grigi coprivano il sole.
La verità è che se amavo guardarla tanto era proprio perché ero terrorizzato dall'idea di non poterlo più fare, vivevo le mie giornate con l'angoscia di ricevere qualche messaggio da parte di mia moglie, mentre ero a lavoro e cercavo di distrarmi.
Tiravo un lungo sospiro di sollievo ogni volta che tornavo a casa e vedevo i libri e i quaderni sparsi per il tavolo. Ricordo persino come, quando era più piccola, mi sfidava a "Chi ride prima" .Si trattava di un gioco che consisteva nel guardarsi intensamente negli occhi senza ridere, lei puntualmente perdeva dopo cinque secondi scarsi, ma io avrei potuto continuare all'infinito. Ero disposto a vedermi nel riflesso di quegli occhi color ambra per tutto il pomeriggio.
Desideravo così tanto avere almeno un briciolo della sua forza, lei sorrideva sempre, nonostante tutto, si sentiva invincibile ogni volta che tornava a casa da un'operazione, un sorriso ancora più smagliante stampato sul suo volto.
Il suo cuore non era solo d'oro. No.
Quel cuore che tanto le dava problemi era fatto di un materiale ben più pregiato, capace di battere di vita anche quando questa minacciava di scivolare tra le dita da un momento all'altro.
Ma era la sua anima quella davvero preziosa. Una di quelle anime che va protetta, amata, trattata con cura, ma al contempo indistruttibile, indomita, pura.


Cercai di non singhiozzare troppo rumorosamente per non farmi sentire dai medici oltre la porta. Strinsi la sua mano forte, quasi speranzoso di entrare in contatto con lei attraverso una sorta di telepatia e urlarle di svegliarsi, di sorridermi e di insistere di tornare a casa. Ma nulla di tutto questo accade.
Ciò che si verificò invece, non fece altro che mandarmi in panico totale; i suoni che producevano i macchinari diventarono sempre più veloci. Non capivo cosa stesse succedendo e, allarmato, uscii di corsa dalla stanza. Mi precipitai nel corridoio di quel piano dell'ospedale in attesa di un dottore che venisse a ristabilire la situazione.
La mia mano tornò immediatamente a stringere quella piccola di Emma. Il cuore minacciava di uscirmi dal petto e gli occhi mi bruciavano tanto che parevano essere in fiamme.Il respiro era affannoso, avevo quasi paura di svenire, ma non potevo permettermelo: mia figlia aveva bisogno di me.
Il tempo parve essersi fermato, il dottore tentò la rianimazione servendosi dei defibrillatori.
Vedere il suo corpo sussultare a ogni scarica elettrica mi faceva contorcere lo stomaco, ero in preda all'ansia, anzi, al terrore.
Lacrime non ne uscivano ma avevo paura, le gambe mi tremavano e i pensieri vorticavano nella ma mente.
Solo dopo qualche minuto ritrovai la voce, gridavo il suo nome, incurante di chi potesse sentirmi.
Dopo inutili tentativi da parte di quel medico, il quale appariva spaventato dalla situazione quasi quanto me. Dopo le mie assordanti urla che riecheggiavano tra le pareti di quell'ampia camera, giuro che sentii il peso dell'intera galassia gravarmi sulle spalle e spingermi quanto più in fondo possibile.
Il suono proveniente da quei macchinari che tanto odiavo era cambiato, inconfondibile, era quel suono grazie al quali capii che la vita aveva appena abbandonato Emma.
La mia mano era ancora stretta alla sua, quasi mi parve di sentirla improvvisamente congelata, la carnagione diafana di mia figlia assunse un colorito pallido. Il colore dei capelli, neri come la pece, divenne più spento, anche le mimose parvero appassirsi, sebbene le avessi comprate un'ora prima.
Non dimenticherò mai lo sguardo del giovane dottore difronte a me, era amareggiato, straziato dal senso di colpa. Era mortificato, temeva di essere la causa del decesso di Em perché non si era impegnato abbastanza nel tentativo di riportarla a valori stabili. Io però ero troppo occupato a cercare di svegliarmi da quello che speravo ardentemente fosse solo un brutto, terribile incubo, ma che era solo l'orrida realtà.
Quella stessa realtà colma di orrore sembrò lacerarmi dentro, ridurre il mio cuore in tanti piccoli frammenti impossibili da riassemblare. La mia anima fu macchiata per sempre dall'oscurità in cui mi sentii catapultato dopo aver perso l'unica persona in grado di illuminare le mie giornate col fragoroso suono della sua risata.
Da allora, da quel giorno, non vi è momento in cui la direzione dei miei occhi non sia verso il blu del cielo, dove le nuvole sembrano riprodurre quel sorriso che ogni notte, in sogno, placa il mio dolore.


Difficile descrivere la mia vita dopo quel giorno che cambiò tutto.
La parte più difficile è dover continuare a essere padre anche dopo che la vita stessa ha strappato tua figlia via da te.
Vai a dormire celando dentro di te il desiderio di svegliarti l'indomani sentendo lei che si alza per fare colazione in fretta e furia per non tardare a scuola.
Fissi la porta in continuazione sperando che entri da un momento all'altro con il viso stanco ma felice.
Aguzzi lo sguardo quando guardi le foto delle sue amiche sui social per scorgere anche la sua figura.
Dopo quel 13 Marzo ho sentito la mia anima volare via insieme a lei.
Non importa quante maschere indosso, quante volte sorrido ai colleghi di lavoro, ai miei amici, ai miei familiari.
Non importa perché quel sorriso non sarà mai più lo stesso; dopo quel 13 Marzo, gli angoli delle mie labbra si sollevano con uno sforzo incredibile. Quasi come la sua assenza pesasse su ogni parte del mio viso, ogni parte del mio corpo.

Non sopportavo più questa perenne sofferenza, ma paradossalmente, non avrei mai voluto liberarmene perché era l'unica cosa che ancora mi legava a lei.
Ma se c'è una cosa che ho imparato proprio da Emma, da quella ragazza che tramutava le sconfitte in insegnamenti, era imparare a rialzarsi anche quando il mondo ti crolla sulle spalle.
Non accetterò mai quello che è successo, sopravvivere al dolore non significa dimenticarsi di esso. Ma io volevo che si conoscesse il nome di Emma, volevo che tutti conoscessero la sua storia, la sua potenza, la sua forza d'animo.
A tal proposito, m'impegnai affinché il suo ricordo rimanesse vivo, quasi tangibile. M'impegnai purché il ricordo di Emma recasse un sorriso sui volti di chi pensava a lei, perché anche quando era in vita era questo che tutti facevamo con lei: sorridere.

Con l'aiuto di amici conosciuti in ospedali, alcuni dei quali avevano vissuto la stessa perdita, feci nascere un'associazione chiamata "Dona il tuo Cuore".
Il nome era un po' banale, ma il messaggio che voleva trasmettere era abbastanza potente da raggiungere l'animo di tante persone che compresero l'importanza del donare.
Pochi mesi dopo la fondazione dell'associazione organizzammo "La Giornata della Donazione", tenutasi in una grande piazza di Napoli.
Centinaia di persone si riunirono per raccontare le loro storie, quelle dei loro figli, dei loro parenti, altre vennero semplicemente per ascoltarle.
Fu una giornata all'insegna del sorriso. Le amiche più care di Emma fermavano le persone per parlare loro dell'importanza del donare: la vera strada per aprire il cuore.
Vennero invitati ospiti che intrattennero il pubblico con canzoni, sketch, balli, barzellette e, nonostante il sole di fine maggio picchiasse con prepotenza, nessuno si lamentò del caldo, né tantomeno si annoiò.
Dopo tanto tempo gli angoli delle mie labbra si sollevarono in un vero sorriso.
Era come se nel mio cuore sorgesse l'alba dopo un' era di fredde interminabili notte.
Mentre ero in piedi su quel palco posto proprio al centro della piazza, panoramica
sull'intera folla, il mio sguardo percorreva ogni persona presente, ogni bambino, ogni stand di souvenir, cibo e acqua.
Non ero solo lì sopra.
Emma c'era. Tutto intorno a me irradiava la sua presenza, e non so se era colpa di quei 24 gradi, ma una sensazione di calore si fece strada nel mio petto.
Lei mi guardava, con quel suo sorriso rassicurante, con quegli occhi dallo sguardo dolce, lo stesso che aveva quando, mentre era ricoverata in ospedale, andai a trovarla con le mani tremanti e le gambe sul punto di cedere.
Mi sentii avvolto da un forte abbraccio, lei era lì accanto a me, le sue dita affusolate si intrecciarono alle mie, grandi, con le unghie rosicchiate.
Volevo che quel momento non finisse mai più.
Non smetterà mai di essere difficile, non smetterò ma di rivolere indietro quella parte di me volata via con lei.
Ogni tanto amo sognare, stringerla a me con la mie forti braccia e varcare insieme a lei il confine che separa il meraviglioso mondo onirico e la cruda realtà.
Altre volte penso talmente tanto a quanto sia fragile e crudele la vita che perdo la cognizione del tempo, poi però ci rifletto, e capisco che la giustizia della vita sta nel suo essere ingiusta con chiunque.

Oggi so per certo che la morte non mi spaventa, non mi intimorisce; si tratta solo di attraversare un confine, una porta dietro la quale ritroverò il pezzo più importante del mio cuore.
Fino ad allora, manterrò vivo il suo ricordo, racconterò la sua storia, i suoi sogni, le sue ambizioni, la renderò eterna.
In fondo, l'amore di un genitore per la propria figlia non può essere altrimenti.



Commenti

pubblicato il sabato 27 maggio 2017
DonPompeoMongiello, ha scritto: Il racconto, se così si può dire, è na tragedia, capita ed apprezzata da chi a sua volta l'ha vissuta. Io essendo un poeta scendo ne gli animi de scruto, ne ho avvertito il patimento. Tra l'altro il lavoro non è male, sa trasmettere il suo dramma. Bravo.

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