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lavoro pubblicato venerdì 26 maggio 2017
ultima lettura venerdì 20 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Palle in salamoia

di VinceRobertson. Letto 504 volte. Dallo scaffale Fantascienza

“Queste – disse il dottore agitando il barattolino che aveva tra le mani – sono le tue palle”. Legato a quel lettino, non facevo che chi.......

“Queste – disse il dottore agitando il barattolino che aveva tra le mani – sono le tue palle”.
Legato a quel lettino, non facevo che chiedermi cosa ci facessi lì e che cosa ci facessero i miei maledetti testicoli dentro un ex barattolo di carciofi. Era totalmente assurdo. La sera prima ero andato a letto alle 23:15, poi il nulla, il nero. Avevo fatto colazione? Ero andato a lavoro? Ero uscito? Sapevo soltanto di essere lì, e tutto quello che era accaduto tra le 23:15 e quel momento mi era totalmente ignoto. Letteralmente.
“Non preoccuparti ragazzo – tuonò il dottore – quando guarirai potrò riattaccarti le tue palle”. Le tue palle. I miei fertili coinquilini erano in mano ad un dottore che parlava come un quindicenne. E mentre pensavo sudando, le mie mani venivano slegate silenziosamente. Non avevo le mie palle, ma forse ero libero.
“S-s-scusi – dissi – cosa ci faccio qui e…e i miei testicoli e…”
“Le tue palle – continuava con queste palle! – sono qui per un motivo, fidati. Devi guarire, e quando guarirai potrai riaverle”.
“Guarire da cosa?”
“Non ricordi?”

Tornai in strada, e la città di B era esattamente la stessa del giorno prima. Era sempre la città col più alto tasso di fumatori della nazione (88% dei maggiorenni) ed era sempre un vortice umido di caldo e pioggia. Il fumo tossico che strisciava lungo le vie, i cappotti neri in pieno agosto e il rauco chiacchierio proveniente da ogni angolo mi diedero una terribile conferma: ero a B, ero castrato e non stavo sognando. Ero così sconvolto che non riuscii nemmeno ad opporre resistenza quando, poco prima, fui gettato fuori da quella specie di ospedale.
Raggiunsi il mio appartamento in pochi minuti e, naturalmente, mi fiondai davanti allo specchio per confermare quello che già sapevo. Mi ero palpato per tutta la camminata, ma quella sensazione di vuoto sotto il pube non convinceva neanche il mio tatto. Ed infine eccomi lì, davanti al mio riflesso, privo di testicoli: al loro posto c’èra un piccola striscia rossastra, non del tutto cicatrizzata, a forma di parentesi. Un sorriso stilizzato occupava con arroganza il posto delle mie palle.

Non avrei mai scoperto come era successo. Abitavo da solo, e nessuno dei miei vicini si curava dei miei movimenti, neanche di quelli più insoliti. Ma dovevo assolutamente parlarne con qualcuno, e quel qualcuno non poteva che essere Mel. Io e Mel eravamo amici da molti anni, e spesso ci scambiavamo ricordi del passato, cioè quando la città di B aveva un nome, quando la gente non fumava, quando il terrorismo, lo sport, i memes e il sesso erano gli argomenti più discussi tra noi ragazzi. Poi qualcosa accadde, ed una enorme nuvola di fumo intossicò per sempre i polmoni delle nostre consuetudini. Eppure nessuno ricordava nulla. Quel cancro, probabilmente, aveva raggiunto anche il nostro cervello.

Camminavo grattandomi, nascondendo il gesto sotto il lungo cappotto nero che indossavo. Il sudore collettivo riempiva le strade di una puzza pestilenziale. Perché tutti, me compreso, si vestissero in quel modo con quel clima, non lo capii mai.
Avevo quasi raggiunto la casa di Mel, uno squallido ex capannone industriale diventato uno squallido condominio. Feci per avvicinarmi alla porta quando, all’improvviso, fui attaccato alle spalle. Quando mi voltai per protestare, fui colpito alla mascella da quello che pareva un tir ma in realtà era una mano enorme. Un gruppo di omoni mi stava picchiando senza motivo. Mi circondavano come i corvi e, uno dopo l’altro, mi sfondarono le ossa con le loro mani. Un pugno. Un calcio. Puzza. Sangue. Ero così malmesso che smisi di opporre resistenza. Mi piegai e vomitai con la grazia di un epilettico e, cadendo, intuii che non era ancora finita. Il più basso del gruppo (alto solo 1,85m) iniziò a perlustrarmi tutte le tasche. In pochi secondi trovò il portafoglio. Quello che poi accadde fu uno dei gesti più insensati che avessi mai visto (ancora oggi non riesco a spiegarmelo). Seguendo una specie di rituale, il mio portafoglio fece il giro delle mani di tutto il clan, fermandosi infine nelle dita di quello che sembrava il “capo”. Infilò il medio nella tasca interna ed estrasse cinquantasette dollari, poi avvicinò la lingua al centro del mucchietto e, con decisione, ci sputò sopra. Senza nemmeno guardarmi in faccia gettò il tutto a terra, invitando il gruppo a seguirlo mentre se ne andava. Passai i successivi dieci minuti, steso, a contemplare l’insensatezza dell’accaduto.

Mel aveva iniziato a fumare. Nonostante le nostre discussioni sul decadimento della città, lui rovinò tutto accendendo una sigaretta nel momento stesso in cui mi aprì la porta.
“Come va?” chiese nervosamente.
“Sono qui proprio per rispondere a quella domanda”
“Non sapevo che fossi diventato un cristo di film di Humphrey Bogart – disse spingendomi verso il salotto – ora siediti e racconta, cazzo”.
Non era mai stato così maleducato con me in tutta la sua vita.
“Mel – dissi lentamente – che hai oggi?”

Mi rispose col palmo della mano.

Il mio migliore amico mi aveva appena schiaffeggiato; diciassette anni di sbronze e risate cancellati da un atteggiamento a dir poco merdoso. Preso dall’umore di quel giorno, dimenticai anche io gli anni d’oro e risposi con un cazzotto sul naso. O almeno questa era la mia intenzione: il mio braccino rachitico si ammorbidì immediatamente, così il naso di Mel sentì solo una lieve carezza. Castrato e senza forze, magnifico. Il mio coetaneo non esitò a rispondere subito e, con un paio di calci, mi sbatté fuori di casa. Rotolando verso l’esterno, distinsi tra i suoni dell’impatto una frase che poteva essere “lurido finocchio”.

Tutti mi odiavano, ma me ne accorsi solo dopo l’incontro con Mel, a cui seguì un altrettanto piacevole incontro con un paio di pedoni. I passanti, i bulli e il mio migliore amico avevano in qualche modo fiutato la mia castrazione, e ciò li aveva inspiegabilmente portati ad odiarmi – io, il più efficiente del mio ufficio, il migliore di tre figli, il maestro della seduzione, odiato! – e a trattarmi con una cattiveria inaudita. Provai addirittura a chiamare i miei a telefono e, purtroppo, confermarono le mie paure: dissero qualcosa circa la misura del mio pene e riattaccarono bestemmiando.
Nel totale nonsenso di quella situazione, l’unica possibile soluzione era riottenere i testicoli. Ma come? Il dottor “Le Tue Palle” aveva detto che dovevo guarire, ma guarire da cosa? Che cosa cazzo avevo? E quale razza di malattia poteva richiedere una castrazione temporanea? Te le tolgo, guarisci, e te le riattacco: un ragionamento decisamente impeccabile.
In quel momento capii che la pistola che avevo sotto il letto era un’ottima alternativa alle seghe mentali.

Con una certa difficoltà trovai la clinica. Era notte, e la strada era una delle più disperate della città di B: clochards, disperati e tossici la abitavano abbracciati dal buio di pareti decadenti e lerce. Nonostante il degrado, erano gli unici cittadini consapevoli del clima e, dunque, privi di cappotto. Aggirai quel catalogo di casi umani in cerca di un’entrata, ma era tutto chiuso. Feci il giro. Entrai da una porta di emergenza sul retro e cercai il luogo del massacro; più mi avvicinavo, più pensavo che non avevo nessuna scusa per riottenere le palle. A parte la logica. Entrai di colpo e urlai la prima cosa che mi venne in mente:
“Sono guarito, riattaccamele”
Il dottore non disse nulla. Guardandomi dritto negli occhi si avvicinò e, con un braccio, toccò il mio cappotto.
“Toglilo” disse.
“Perché?”.
“Toglilo, devi iniziare la guarigione”.

Dopo essermi spogliato (e confuso) fui invitato a seguire un’infermiera. Lungo il tragitto mi toccavo compulsivamente le braccia, le mie nude e schifose braccia. E talvolta mi toccavo anche il petto e le spalle, anch’esse oscene. Dopo una serie infinita di corridoi ci fermammo davanti ad una porta:

Sala riabilitazione

La donna aprì la porta, e quello che mi trovai davanti mandò all’aria la poca razionalità che mi era rimasta.
È da dieci anni che, per riabilitarmi, sono bloccato in questa specie di vicolo e, se non fosse stato per i barboni e i tossici con cui ho fatto amicizia, credo che sarei impazzito.



Commenti

pubblicato il sabato 27 maggio 2017
Vic, ha scritto: "Uno squallido ex capannone industriale diventato uno squallido condominio" è attualmente ed effettivamente "casa mia". Meno male che non devo pagare l'affitto! "È da dieci anni che, per riabilitarmi, sono bloccato in questa specie di vicolo e, se non fosse stato per i barboni e i tossici con cui ho fatto amicizia, credo che sarei impazzito". Niente di più vero al mondo
pubblicato il sabato 27 maggio 2017
VinceRobertson, ha scritto: Il tuo commento è divertente ed inquietante allo stesso tempo
pubblicato il sabato 27 maggio 2017
baumiau, ha scritto: È un pezzo incredibilmente geniale, e mi scuso per non essere in grado di trovare, al momento, le parole adatte per esprimere un commento più articolato!

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