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lavoro pubblicato venerdì 26 maggio 2017
ultima lettura mercoledì 15 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Riflessi

di esistenza. Letto 353 volte. Dallo scaffale Storia

CHIUSA UNA PORTA SI APRE UN PORTONELa luce accecante che penetra dall'esterno si riflette sul recipiente in cristallo che troneggia sul tavolo. No...

CHIUSA UNA PORTA SI APRE UN PORTONE

La luce accecante che penetra dall'esterno si riflette sul recipiente in cristallo che troneggia sul tavolo. Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quello spettacolo di luci e colori che era l'arcobaleno riflesso nel recipiente, in contrasto con il freddo e ruvido vetro.

‹‹Come stai oggi, Malia?››

A quella domanda, mandai giù il groppo che avevo in gola e continuai ad osservare imperterrita l'oggetto posto di fronte a me.

Ignorai volontariamente la domanda che mi era stata posta. Trovavo quelle sedute totalmente inutili. La psicologa se ne accorse, perché ricominciò a parlare con un pizzico di nervosismo nella voce.

‹‹Sono giorni che non parli e cerco di cavarti le parole di bocca. Devi capire che non posso aiutarti in nessun modo, se non mi esterni ciò che senti. So che parlare di quanto accaduto fa male, ma devi provarci.››

Stavolta distolsi lo sguardo e lo riproiettai alla donna. Le parole ancora non ne volevano sapere di uscire, perciò mi concentrai sul suo aspetto. Era una donna molto giovane: sul suo viso le rughe erano praticamente inesistenti. Gli occhi brillavano di un verde acceso, in contrasto con i neri capelli raccolti in uno chignon disordinato.

Non ero ancora riuscita a vederla completamente, perché ogni volta che venivo da lei, era sempre dietro a quella scrivania che la nascondeva parzialmente alla mia vista. Come se volesse rimanere nascosta.

Mi accorsi di essermi imbambolata ad osservarla, e con uno scatto mi ricomposi, schiarendomi anche la voce, rimasta sepolta troppo a lungo nelle vie respiratorie.

‹‹Non ci riesco.››

Il silenzio fu rotto proprio dalla mia voce, che uscì più rauca del previsto.

Un sussurro tormentato da un'anima a sua volta tormentata.

La psicologa, che avevo scoperto chiamarsi Emmeline, parlò con tono calmo e monocorde.

‹‹La tua essenza è tormentata, Malia. Una scheggia è penetrata nel tuo corpo così a fondo che ha raggiunto quel che custodivi con tanta attenzione. La tua anima sta sanguinando. La scheggia è appuntita, fa male. Non è vero?›› Un sospiro lasciò le mie labbra. Quella donna non sembrava intenzionata a lasciarmi perdere, come io non potevo rischiare di cadere in errore rivelando la mia identità. Non mi serviva altra misericordia.

Emmeline girò la pagina del fascicolo che aveva tra le mani, e in cui, probabilmente, c'erano tutti i miei dati e le informazioni sul mio conto.

‹‹Ti manca la tua terra?››

Il respiro mi si mozzò. Non ero ancora pronta a quella domanda. Era arrivata così velocemente che non seppi frenare i pensieri che si ingarbugliarono nella mia mente.

Un'immagine, una parola. Un gesto, un ricordo. Si alternavano fino a farmi scoppiare la testa. Fino a farmi retrocedere a 360 gradi nel passato e rispedirmi nella mia terra.

Marocco, terra di tutti e di nessuno. Terra fra mari, terra fra terre, la più lontana, la più vicina. Millenni di storia e guerre.

Pace apparente, guerra dietro l'angolo, al confine, là dove tutto inizia o finisce, oltre le Colonne d’Ercole.

Mi persi fra i ricordi di quel mondo passato, faticando ad uscirne, non volendo abbandonare me stessa.

‹‹Sì. Mi manca.››

‹‹E la Carolina non ti piace?››

Si riferiva alla Carolina Del Nord, negli Stati Uniti d'America. Il posto in cui ero confinata dal mio trasferimento. Abbassai lo sguardo alle mie mani. Non sapevo rispondere a quella domanda.

Emmeline forse lo sentì, perché cambiò discorso in un battibaleno.

‹‹Ti piace la tua scuola?››

Diede una rapida occhiata al fascicolo.

‹‹La Johnson C. Smith University?››

Annuii con poco entusiasmo.

‹‹Perché non mi racconti un po’? Sono quattro anni che la frequenti, o sbaglio?››

Presi un respiro profondo e chiusi gli occhi.

Quando li riaprii, Emmeline era lì che mi osservava.

‹‹Non è il mio argomento preferito. E poi, penso che lei sappia cosa è successo.››

Emmeline all'improvviso divenne seria. Ogni traccia di dolcezza era sparita. ‹‹È proprio questo il problema, Malia! Io so come stanno le cose perché l'ho sentite raccontare da qualcun altro. Ma non da te. E non è la stessa cosa. Capisci?››

Nell'aria c'era tensione. Qualcosa che stonava in uno studio come quello.

‹‹Sono stata derisa e picchiata per un anno intero. Questo le basta?››

Sentivo la vista appannarsi. Gli occhi erano improvvisamente diventati lucidi. Mi capitava spesso, negli ultimi 365 giorni.

‹‹Per quale motivo?››

‹‹Perché ero nuova... e diversa.››

Guardai con un fremito le mie mani e i piedi lasciati scoperti a causa della calura estiva. Il colore della mia pelle. La mia condanna al rogo. Il mio esilio al mondo. ‹‹Hai mai provato a dire ai tuoi amici che non sei poi tanto diversa?››

La guardai dritto negli occhi, stavolta.

‹‹Al momento della partenza, mi era stato detto più volte che non sarei stata trattata come gli altri.

Ma io cercavo di liquidare ogni avvertimento con un sorriso. Ho provato ad essere forte e a non farmi prevalere da pregiudizi che erano anche infondati. Non sapevo cosa mi aspettava oltreoceano.

Ma la verità è che cercavo di vedere del buono in qualsiasi cosa. Là dove c'era nero, io vedevo grigio. E dove l'anima era macchiata, io cercavo di essere positiva, sperando che un giorno, diventasse pura.

Quando sono arrivata all'università, ho voluto a tutti i costi socializzare per non essere sola. Ma dopo sono finita con il pensare che meno mi vedevano, e meno mi prendevano di mira. Se diventavo invisibile, scomparivo agli occhi del mondo. Ma non era così. Sono arrivati gli insulti. Gli schiaffi al chiaro di luna. Le spinte che mi avrebbero fatto precipitare nel burrone.

Loro pensavano di poter spegnere il fuoco che ardeva in me con parole e gesti. Pensavano di riuscire ad estinguerlo. Quello stesso fuoco con cui si nutrivano.

Non avrebbero mai saputo, che io, con quel fuoco, potevo scaldare le loro anime, rompere quella lastra di ghiaccio invalicabile. Loro mi facevano male e io chiedevo scusa. Mi ferivano, e io cercavo di ricomporre i pezzi del loro cuore quando era infranto. Io li incendiavo di amicizia, loro mi spegnevano per ripicca. Io cercavo di voler loro del bene, loro mi affogavano con le parole. Quell'aria di superiorità che ancora ricordo, che parlava per sé. "Tu sei un'emigrata". "Tornatene nel tuo paese", e cose così. E io ogni volta cadevo da un'altezza sempre più alta. Cadevo, e mi rialzavo. Ma ad un certo punto ho preferito restare a terra e lasciare che mi calpestassero. Non avevo più la forza di rialzarmi e dire che il mondo, era anche un po' mio...››

Ero sollevata. Il groppo in gola se n'era andato. L'acquazzone era passato per fare posto ai raggi d'un caldo sole, in un cielo senza nuvole.

Emmeline stava difronte a me, sbalordita. Questa espressione durò un attimo, perché si riscosse e ritornò come prima. Non disse niente. Passammo un intero minuto ad osservarci, senza distogliere lo sguardo l'una dall'altra. Ad un certo punto, Emmeline cominciò a maneggiare con la sedia, tirando grossi respiri e gemendo di dolore.

Pensai che era rimasta incastrata e non riusciva a rialzarsi, perciò andai in suo soccorso. Ma nel farlo, scoprii che non era rimasta incastrata. E non stava cercando di alzarsi in piedi.

Venne verso di me, tirando con le mani le ruote di una sedia a rotelle.

‹‹Ti sarai sicuramente chiesta perché rimanessi tutto il tempo dietro a quella scrivania.›› Non fu questa la cosa che mi soprese. Era il fatto che anche se non aveva gli arti inferiori e si trovava costretta a passare la vita su una sedia a rotelle, a dover dipendere da essa, lei sorrideva.

‹‹Quando avevo la tua stessa età, anche io ho dovuto trasferirmi in un altro stato. E credimi, non è stato affatto facile. Nel paese in cui vivevo nessuno si faceva problemi ad essermi amico, anche se avevo questa malformazione. I veri problemi, vennero quando mi trasferii per frequentare il College. Da allora la mia vita è cambiata. È difficile riagganciarsi alla realtà una volta che vieni deriso per qualcosa che a te già non andava bene. E ancor più, è difficile convivere ogni giorno con le idee false di cui gli altri ti hanno convinto. Dopo esser stati etichettati per mesi, si perde la capacità si fermarsi un attimo, riflettere e chiedersi: "Gli altri pensano questo di me. Ma io chi sono?". Il difficile sta nel fuggire da quel limbo di bugie e falsità sul nostro conto. Nel credere alla persona che sei.

Nessuno può condizionarti, Malia. Tu sei un miracolo. Non un oggetto. Se ti rompi gli altri non devono prenderti a calci. Se cambi luogo, non è detto che devi cambiare identità.



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