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lavoro pubblicato lunedì 22 maggio 2017
ultima lettura giovedì 5 dicembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

MUTANDE BLU SOPRA IL COSTUME - Atto quarto

di Vic. Letto 476 volte. Dallo scaffale Pulp

Risolta la grana del camino, ne arrivò subito un’altra. Non prima, però, che Lucius si fosse svuotato per la quinta volta, chius...

Risolta la grana del camino, ne arrivò subito un’altra. Non prima, però, che Lucius si fosse svuotato per la quinta volta, chiuso nel vano di carico della rescue-mobile. Dopo aver annodato e sigillato per bene l’ennesimo sacchetto della spesa con dentro liquame, s’era munito di una borsa più capiente e l’aveva riempita con tutti i fagotti imbottiti di merda accumulati dentro al secchio. Il fardello radioattivo fu gettandolo nel primo bidone dei rifiuti trovato per la strada.

«Andiamo alla casa di riposo, in piazzale delle Pippe», fece Misterfree, agenda alla mano.

Lucius inforcò gli occhiali da vista, mise in moto e ripensò a un articolo, letto settimane prima.

«L’esondazione del fiume ha colpito anche loro?», chiese.

«Altro che! L’acqua è arrivata al primo piano. Ha fatto un sacco di danni. Meno male che sono riusciti a sgombrare in tempo»

«Il giornale parlava dell’ospedale lì a fianco. Tenevano i cadaveri nel seminterrato e hanno trovato i corpi che galleggiavano in un mare di fango. Pensa che scena…».

Misterfree chiuse l’agenda con aria rassegnata:

«Una volta i letti dei fiumi e dei torrenti venivano costantemente ripuliti. Oggi non più. E quando piove così tanto, succedono questi disastri»

Lucius incalzò:

«Fosse solo per quello…è da anni che il comune ha in progetto una cassa di espansione e una diga, ma preferisce sputtanare soldi in opere faraoniche inutili. Prendi la sede dell’EFSA. Milioni di Euro buttati nel cesso. Non hanno nemmeno finito i lavori, manca il tetto, e adesso salta fuori che non potevano costruire uffici e negozi sopra un ponte. Stanno già pensando a un sistema per aggirare la legge e ottenere i permessi…».

Misterfree rimase in silenzio, guardando fuori dal finestrino. Non c’era più nulla da aggiungere. Nulla da dire. Lucius accese una Winston, guidando la rescue-mobile per le strade del quartiere, ancora rivestite da una patina grigiastra di fango essiccato. Giunti al cancello, la sbarra elettrica si alzò. La portinaia seduta nel gabbiotto li salutò con un cenno del capo. Lucius attraversò il piazzale e parcheggiò.

Un tizio basso e tarchiato, con la tuta da lavoro e gli occhi vispi, arrivò sventolando una mano.

«Ciao ragazzi! Come andiamo?»

«Il solito menù, Mario. Si tira avanti, non lamentiamoci», fece Misterfree.

«Qui è successo il finimondo. Roba da matti, davvero»

Mario indicò una linea scura sul muro della clinica.

«L’acqua è arrivata fin lì. Ha portato via mobili, letti…un macello. L’impianto elettrico é andato. Abbiamo sistemato quasi tutto, siamo a buon punto, ma bisogna che tiriamo un cavo nuovo, nel sotterraneo. Ti dico: è un cunicolo alto più o meno così», e mise una mano stesa a neanche un metro da terra, «Bisogna andarci in gattoni. E strisciare al buio. Un lavoro del cazzo, lo so… »

“E quale non lo è?”, si domandò Lucius, abbassando le spalle.

«Venite, passiamo di qui. Vi faccio vedere».

Entrarono dalla porta principale e attraversarono un lungo stanzone. Lì dentro era pieno di teste spennacchiate e corpi rugosi, nascosti da pigiami extra-large. Stavano seduti sulle sedie a rotelle, in fila lungo i muri. Flebo, cerotti, pantofole e odore di cellule morte. Alcuni fissavano il vuoto, con gli occhi spenti e le bocche spalancate. Altri ripetevano sottovoce parole senza senso. Qualcuno gridava in lontananza.

“Vite passate a combattere la morte. E guarda il risultato”, pensò Lucius, “forse dovremmo invitarla ad entrare, quando bussa. Andarcene asciutti, senza un pannolone”.

«Per di qua», disse Mario, scendendo due rampe di scale, «Ecco, si entra da lì», ed aprì uno sportello nel muro. Misterfree si chinò, prese la torcia dal costume e l’accese. Poi disse:

«È bello lungo…non si vede la fine»

«È lungo quanto il palazzo. Una trentina di metri, circa. Laggiù fa una curva e torna indietro, dall’altra parte. Questo è l’unico accesso»

«Praticamente, fa il giro di tutto il complesso»

«Esatto. Ragazzi, vi lascio lavorare. Io devo scappare. Se avete dei problemi chiamatemi pure. Mi trovate su, in reparto».

Lucius c’infilò dentro il muso. Buio pesto. Allora accese la sua torcia.

Il passaggio era lunghissimo, strettissimo e bassissimo, attraversato, qua e là, dai tubi degli scarichi. Un vera trappola, tappezzata da ragnatele indicibili. A Lucius vennero i brividi.

“Questa è l’entrata per l’inferno. Chissà che creature ci vivono…”

«Andiamo a prendere gli arnesi», disse Misterfree.

Andarono a prendere gli arnesi. Poi tornarono indietro. Nello stanzone, un vecchio sdentato si mise a fissare Lucius, seguendolo con lo sguardo.

«Chissei? Chissei?», sputacchiava.

Riscesero le scale.

«Comincia a srotolare il cavo», ordinò Misterfree, legandosi un estremo alla cintura. Poi s’infilò nel tunnel e sparì. Lucius girava la matassa e il cavo veniva inghiottito, nelle viscere del pianeta.

Andò avanti così per un bel po’, finché il cellulare di Lucius squillò.

«Sono arrivato in fondo», disse la voce ansimante di Misterfree, dall’altoparlante, «Io comincio a fare le giunte partendo da qui. Inizia pure dal tuo lato»

«Va bene», rispose Lucius, pensando che, no, non andava bene per niente.

Era il momento. S’inginocchiò tenendo la torcia tra i denti e strisciò sui gomiti e sulle ginocchia, tra pezzi di mattoni sbriciolati e polvere, dentro al cunicolo. L’aria puzzava di fogna. Lucius avanzò lentamente. I detriti pungevano e il culo strusciava contro al soffitto, ad ogni movimento.

Un grosso tubo gli sbarrò la strada. Cercò di scavalcarlo, ma dovette trattenere il fiato per passarci, mentre la schiena grattava il soffitto e la fronte raccoglieva tele di ragno.

“Che vita di merda”, commentò, levandone una dalla barba, con il dorso di una mano.

Continuò, schivando tubazioni, schiacciando insetti e bestemmiando. Poco più avanti, il tunnel formava una rientranza e si alzava leggermente. La prima giunta era lì, dentro una scatola di derivazione.

Un’ombra si mosse, schizzando da un muro all’altro, e sparì dietro l’angolo.

“Cazzo!”, sussultò il povero Lucius, andando a sbattere forte la testa, “Un topo! Un cazzo di topo!”.

Qualunque cosa fosse, era grossa. E veloce. Terrore. La botta pulsava, ma la paura prese il sopravvento sul dolore. L’istinto suggerì di fuggire, tornando subito indietro, ma non c’era lo spazio per girarsi facendo manovra. Lucius si dimenò, indietreggiando in retromarcia, così com’era arrivato. Pensò ai metri percorsi e quasi impazzì.

“Sto con la faccia a due dita da terra. Le braccia sono bloccate. Che cazzo faccio, se arriva? Non posso nemmeno prenderlo a sputi, con la torcia in bocca”.

L’ombra riapparve. Due occhi giallastri brillarono nell’oscurità. Lucius rimase impietrito, senza fare rumore, a chiappe strette. Il tempo si fermò, insieme al suo cuore.

Il topo presunto soffiò e fece: «Miao».

I nervi di Lucius s’allentarono un poco e riprese a respirare. Una mezza risata isterica gl’uscì dalla gola, insieme alla tosse.

“Un gatto. È solo un fottutissimo gatto”.

«Miaooo», ribadì quello.

“Ci vorrebbe una paglia. Ma non riesco a sfilare il pacchetto dalla tasca del costume. E qui dentro si soffoca già così…”, pensò Lucius, “In effetti, però, cambia poco: se il felino s’incazza, saranno artigli da prendere nelle gengive”.

Ma il micio scattò, sgusciando via attraverso una grata.

Lucius proseguì, trascinandosi dietro le gambe. Raggiunta la rientranza, trovò a mala pena lo spazio per stare in ginocchio. Prese le forbici dal borsello porta attrezzi e si mise all’opera, collegando i cavi esistenti a quello nuovo e gettando qualche rapida occhiata alla grata. Poi si sdraiò pancia a terra e proseguì, arrancando nel tratto successivo. La prima giunta era fatta. Ne mancavano solo altre quindici.

Dopo ore, passate lì dentro, Lucius riemerse dal buco nel muro. Uscirono prima le gambe. Poi tutto il resto. Il costume era ridotto uno schifo. Le rotule, in fiamme. Lucius si era cagato addosso.


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