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lavoro pubblicato sabato 20 maggio 2017
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

MUTANDE BLU SOPRA IL COSTUME - Atto terzo

di Vic. Letto 588 volte. Dallo scaffale Pulp

Dissenteria. Ormai ne era certo. O forse era solo il sistema nervoso a puttane, che invocava vendetta, con fitte tremende nel ventre di Lucius. Ma i...

Dissenteria. Ormai ne era certo. O forse era solo il sistema nervoso a puttane, che invocava vendetta, con fitte tremende nel ventre di Lucius. Ma il lavoro era appena iniziato.

«Sei lì dentro?», chiese Misterfree, bussando sul portellone laterale del furgone.

«Si», rispose Lucius, chiuso nel vano di carico, «Arrivo. Ho quasi finito».

Era la terza in meno di un’ora. Lucius prese il rotolo di carta igienica e se lo pulì. Si alzò, tirò su i calzoni del costume e, poi, le mutande, sopra. S’aggiustò il mantello, scivolato di lato, chiuse il sacchetto di plastica senza guardare il prodotto del suo intestino al collasso, sigillò con il nastro adesivo il pacchetto siffatto e lo gettò, insieme ai suoi simili, nel solito secchio di plastica gialla, incastrato tra pile di scatole piene di arnesi. Lucius pensò che ne aveva già piene le palle. Poi spalancò il portellone scorrevole.

«Mi serve la scala», disse Misterfree, ignorando il terribile tanfo di morte che usciva. La scala telescopica, chiusa, era lunga quanto il furgone, tolta la cabina. E pesava più di un cristiano. Stava appesa nel vano di carico, lungo la fiancata sinistra.

Misterfree la sganciò dai blocchi, tenendola sollevata ad un estremo. Lucius aprì il portello posteriore a doppio battente della rescue-mobile e l’afferrò, dall’altro capo.

«Architetti del cazzo», ringhiò Misterfree, mentre armeggiava, «per risparmiare due soldi non fanno abbaini sui tetti. E poi, per salirci, noi altri dobbiamo far versi da circo. Poi dicono “la sicurezza”. Fanculo!».

I due scaricarono il mostro d’alluminio, attraversarono la strada ed entrarono nel giardino di un palazzo. Poi cominciò la scalata. Otto piani. Senza ascensore: il mostro non ci sarebbe entrato. A malapena passava dalla tromba delle scale. Giunti, ansimando, alla quarta tappa di quella via crucis, incontrarono un vecchio in canotta, mutande e ciabatte, ritto sul pianerottolo. Li fissò minaccioso. Poi attaccò sputacchiando:

«Attenti a non rompere le tegole. L’ultima volta che siete saliti avete fatto un macello!».

Poggiarono il mostro. Ripresero fiato.

«Guardi che è la prima volta che veniamo», disse il finto-calmo-Misterfree.

«Io non lo so. Non fate danni, ecco», intimò il vecchio, sparendo nel suo appartamento e sbattendo la porta.

«Idiota», deliberò Lucius. Misterfree lo fulminò col super-sguardo.

Poi ripartirono. Verso la cima del Golgota, sbuffando, sudando e imprecando.

Un tizio in occhiali da sole, che stava scendendo col cane al guinzaglio, gli chiuse il passaggio.

«Ma prego», diceva, sventolando la manina, senza spostarsi di un passo, «venite, venite, ci stiamo!». Il cane, più furbo di lui, si fece di lato. Lucius lo guardò. Il cane guardò Lucius.

“Povera bestia”, pensò Lucius.

“Povera bestia”, pensò il cane.

I due scalatori tornarono indietro sul pianerottolo. Poggiarono il mostro. E due.

«Non c’era bisogno», sorrise e sorrise l’occhiale da sole, che poi sgambettò, facendo i gradini con calma.

«Dai, che si riparte», rantolò Misterfree, tra gli spasmi polmonari.

Arrivarono, senza ulteriori rotture, al settimo piano.

«Chi siete?», gracchiò una voce, piena di terrore, «che cosa volete?».

Lucius vide una porta socchiusa. Un muso cadente, coperto di rughe, sbucava da quello spiraglio.

«Ci ha chiamato l’amministratore condominiale, signora», disse Misterfree.

«Per cosa?», fece la strega.

«Il camino pericolante sul tetto, signora. Rischia di cadere»

«Non ne so nulla. Nessuno mi ha avvertita»

«Hanno deliberato in assemblea»

«Io alle assemblee non ci vado. Fermatevi un attimo, voi due. Adesso chiamo l’amministratore».

Poggiarono il mostro. E tre. Lucius non ebbe il coraggio di guardare Misterfree. Una fitta al basso ventre lo stava torturando.

Aspettarono. Poi la vecchia tornò a sbirciare da quella fessura:

«Potete andare. Ma la prossima volta avvertite!»

“Certo, signora. La prossima volta le mando una e-mail. Prepari il suo smart-phone”, pensò Lucius, caricandosi la croce sulla spalla.

Alla fine arrivarono.

Una tizia tutta secca li stava aspettando sulla soglia di un appartamento.

«Buon giorno», fece.

«Buon giorno», risposero in coro.

«Facciamo alla svelta che io devo andare a fare la spesa. Avete le scarpe pulite? Ho appena passato l’aspirapolvere».

“Certo, signora”, pensò Lucius, “le disinfetto ogni volta che incontro uno stronzo suo pari”.

Poggiarono il mostro. E quattro. Pulirono bene le scarpe sullo zerbino. Lo ripresero, entrarono, attraversarono il salotto e aspettarono che la tizia aprisse la porta-finestra che dava sul terrazzo.

«Quando ho comprato questa casa, nessuno mi ha detto che avrei dovuto sottostare a questa benedetta servitù di passaggio. Non c’è un altro modo per salire sul tetto?», mugugnò la secca.

«No, signora», disse Misterfree.

“Certo, signora”, pensò Lucius, “volando!”.

«Tutte le volte la solita storia. Gli operai entrano, mi sporcano il pavimento e io devo pulire».

La tizia la fece finita ed aprì la fottuta porta-finestra del cazzo.

Poggiarono la scala di lato. La issarono in modo che stesse perfettamente in verticale, sulla base d’appoggio. Lucius la teneva ferma. Misterfree tendeva la fune collegata alla carrucola, per farla allungare. Quella si alzò di una tacca. Andarono avanti così per un po’: Misterfree tirava. Lucius teneva. E guardava la cima del tetto, troppo alto, troppo ripido. Il pavimento del balcone era in mattonelle lucide. Scivolose. Non c’erano appigli dove legare la scala.

«Cazzo!», esplose Misterfree, «la scala non ci arriva».

“Ok”, pensò Lucius, “per questo abbiamo i poteri”.

Quel che serviva era il numero quattro.

Lucius ripassò velocemente l’elenco imparato a memoria, suo malgrado:

LISTA DEI VERI POTERI DI UN VERO SUPER EROE:

  • - Un super eroe non lavora per soldi. Lo fa per la gloria.

  • - Accetta denaro soltanto se offerto e sudato.

  • - Non fa mai attendere chi ha bisogno d’aiuto.

  • - Non rinuncia. Non molla. Se non riesce, ritenta, cercando il modo per farcela.

  • - È sempre garbato. Accetta quello che viene senza fare polemica.

  • - È sempre in anticipo.

  • - Non ha paura. Se gli viene, la ignora.

    Questo era ciò che suo padre, alias Misterfree, gli aveva, tacitamente, tramandato.

    Mentre Lucius pensava, Misterfree era già con un piede oltre la grondaia. Raggiunse il camino sbilenco. Gli fece girare attorno, più volte, la corda che aveva fissata al cinturone. Poi salì, fino al colmo del tetto.

    «Sali sulla scala», chiamò.

    Lucius guardò il cucuzzolo della scala. Era distante dal bordo sporgente del tetto di almeno mezzo metro. Deglutì. Cominciò a salire. Arrivato a quattro metri la scala cominciò a dondolare. A sei metri le gambe cominciarono a tremare. E la scala a dondolare più forte. Otto metri. La scala finì. Oltre: la parete. Verticale. Lucius si spalmò sopra l’intonaco sbriciolato, uomo-marmellata sulla fetta biscottata, e sollevò un braccio. S’attaccò alla grondaia. Arrivò a poggiare coi piedi sull’ultimo gradino. Tutto l’universo dondolò. A Lucius iniziarono le palpitazioni. “Coraggio”, pensò. Staccò la mano rimasta arpionata alla scala e la mise insieme all’altra, lassù. Poi, con tutta la forza disponibile, si sollevò sulle braccia, ma giunto a metà dell’opera l’aria si fece più vuota del vuoto e qualcosa gli disse di non continuare. Cercò con i piedi il gradino, ma senza trovarlo. “Cristo”, rifletté, “a me la marmellata non piace nemmeno”. Quanto gli parve stupido sentirsi stupido, solo lui potrebbe spiegarvelo.

    «Tutto ok?», chiese Misterfree.

    Lucius non seppe rispondere. Era troppo occupato a non morire.

    “Vaffanculo”, si disse, “se deve succedere, succederà” e spinse. E spinse ancora, con la rabbia che solo i disperati sanno trovare. La rabbia trionfò sulla morte: il petto di Lucius sbatté sulle tegole. Poi diede un bello strattone. E fu su. L’aveva sfangata anche stavolta. Lucius si trascinò dietro le gambe, strisciando più in alto e cercò di non pensare a quando sarebbe dovuto riscendere. Prese dalla tasca del costume il pacchetto di Winston, ne tirò fuori una coi denti e l’accese, per non mettersi a piangere. Per non farsi venire un attacco di cuore. Non restava che fare quello che doveva essere fatto. Giunto al sicuro, si alzò in piedi e guardò la città sottostante e quella all’orizzonte. Oltre, le montagne. Poi, le nuvole. Un crampo allo stomaco prese Lucius attorcigliando l’intestino. Qualcosa gridava per essere liberato.

    «Arrivo subito. Aspetta un momento», disse Lucius a Misterfree, che rimase a guardarlo mentre spariva dietro il colmo del tetto, sull’altro spiovente, al riparo da sguardi indiscreti.

Lucius abbassò le mutande. Poi i calzoni del costume. Si piegò sulle ginocchia e quelle scricchiolarono forte. Scoreggiò e fece quello che doveva essere fatto. Niente paura. Tralascio i dettagli. Tralascio di dirvi che cosa pensasse Lucius, mentre cagava sul tetto del mondo; mentre il mondo girava intorno al sole; e il sole girava intorno alla galassia; e quella intorno a un’altra e un'altra e una altra ancora.


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