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lavoro pubblicato venerdì 19 maggio 2017
ultima lettura lunedì 19 giugno 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

MORTEM TIMEO

di sunspot76. Letto 107 volte. Dallo scaffale Fantasia

In questi anni gli zombi sono tornati alla ribalta, pensiamo alle innumerevoli serie tv , libri e film a loro dedicati utilizzandoli in vari contesti narrativi. Con questo breve racconto ho voluto provare ad inserirli nella mitologia classica.



MORTEM TIMEO


Il soldato romano avanzava sul terreno brullo trascinandosi, non sapeva dove stava andando voleva solo proseguire mentre dietro di lui una lunga scia rossa marcava il suolo dove passava. Il sole era alto nel cielo e picchiava senza pietà sul suo elmo, faticava a respirare stretto nella sua linothorax dal cui fianco sinistro fuoriusciva copioso del sangue. Tutta la sua legione era stata sterminata in un'imboscata tesa dal nemico in una gola, era riuscito a sopravvivere perchè nello scontro aveva ricevuto un violento colpo alla testa che gli aveva fatto perdere i sensi e a fine battaglia quando i nemici passavano a fil di spada i sopravvissuti, era stato considerato già morto vista la ferita al fianco e la sua immobilità. Al suo risveglio si era trovato circondato dai cadaveri mentre corvi e cani selvatici banchettavano avidamente tutt'attorno a lui e da lì era cominciata la sua marcia senza meta. Proseguiva con passo malfermo e pesante oramai allo stremo, quando vide in lontananza qualcuno avvicinarsi nella sua direzione, un 'ombra che si faceva più distinta mano a mano che avanzava, poi la figura sparì e trovò davanti a se un uomo come se si fosse materializzato dal nulla. Era alto, dalla carnagione estremamente pallida, a differenza delle genti del luogo che avevano tutti la pelle color dell'ambra, dalla folta barba nera, vestito di una lunga tunica scura come la notte e per un attimo gli sembrò che le pieghe di questa disegnassero dei volti umani.

Lo salutò : " Salute a te legionario ", la sua voce era cupa e profonda e gli parve che non avesse nemmeno mosso la bocca proferendo quelle parole.

Il soldato stremato cadde in ginocchio ansimando, alzò lo sguardo e vide distintamente il viso dell'uomo che aveva di fronte. Due occhi completamente neri come due pezzi di carbone lo osservavano senza mostrare alcuna emozione e risaltavano ancor di più su quel viso tremendamente pallido, non sapeva dire se quello che aveva di fronte era reale oppure era un'illusione procurata dalla febbre.

" E' da tempo che ti osservo, conosco il tuo valore e la tua abnegazione verso il dio Marte, è un peccato che la tua vita mortale giunga al termine " disse con un lieve sorriso.

" Voglio farti una proposta,servimi fedelmente come ai servito mio nipote sui campi di battaglia e io ti salverò, dandoti inoltre il potere di guidare un'armata invincibile che nessun mortale riscirà a fermare ".

La sua voce era sinuosa, capace di incantare facilmente orecchie mortali, soprattutto quelle di chi era ad un passo dall' Averno.

" Per troppo tempo sono stato recluso nel regno dll'ombra, è tempo che l' Ade e questa terra, che mio fratello ama così tanto, diventino un'unico regno con me come unico sovrano " .

" Accetti di servirmi e di combattere questa guerra per me ? "

Il suo tono prima pacato ora era infervorato e i suoi occhi benchè fossero pozzi neri, brillavano nel profondo come astri infuocati. Il soldato non riusciva a parlare, ormai le membra gelide della morte lo avvolgevano, fece solo un cenno di assenso con la testa e Ade tirò fuori dalla tunica una patera di bronzo finemente intarsiata che gli porse. Al suo interno era presente un liquido denso e nero simile al sangue ma più spesso, il soldato la prese con mani tremanti e se la portò alla bocca bevendo avidamente quella sostanza densa, amara come il fiele, poi tutto si fece scuro e crollò esamine al suolo mentre gli pareva di sentire una risata che si faceva sempre più lontana. Non sapeva quanto tempo fosse passato, le stelle sopra di lui brillavano nella notte e una fresca brezza portata dal mare lo accarezzava, si toccò la ferita sul fianco ma da essa non fuoriusciva più sangue e non gli doleva più, benchè fosse un taglio profondo, si liberò dell'armatura e dell'elmo simboli di una vita passata e cominciò a guardarsi attorno. Qualcosa stava crescendo in lui, non riusciva ancora a definirlo ma lo sentiva montare da dentro e più cresceva e più sentiva la mente ottenebrata, non riusciva a pensare lucidamente sapeva solo che doveva muoversi. Guardò attorno a lui nella pianura brulla e vide in lontananza la luce di un fuoco, si mise in cammino verso essa come una falena attirata dalla luce di una candela, mentre una sensazione di vuoto dentro di lui cresceva e più proseguiva avvicinandosi al focolare più gli diveniva chiara, era fame, pura e semplice, una delle necessità primarie dell'uomo che in lui era presente sempre più forte e violenta ad ogni passo che faceva, tanto che si ritrovò a correre verso la fonte di luce mentre in lontananza un cane aveva cominciato ad abbaiare. Il ragazzo stava mangiando avidamente un pezzo di formaggio accanto al fuoco mentre il gregge era radunato a breve distanza, era stanco per aver camminato tutto il giorno, aveva portato le bestie dal villaggio alla piana che si trovava a mezza giornata di cammino, sotto un sole che non dava tregua. Il cane aveva cominciato ad abbaiare e il gruppo di pecore dava segni di nervosismo, il ragazzo voltatosi per vedere a cosa stesse abbaiando afferrò il suo bastone di legno, ma nel buio della notte non vide nulla, forse qualche cane selvatico pensò, poco dopo un'ombra calò su di lui. Ai piedi del legionario giaceva il ragazzo con la gola squarciata e il viso per buona parte divorato, che la luce del fuoco con le sue ombre rendeva ancora più orripilante, il gregge si stava velocemente allontanando mentre il cane del pastore continuava ad abbaiare e ringhiare verso di lui che stava lì ritto, ansimante con la bocca piena del gusto metallico del sangue ed ora che si era nutrito riusciva a pensare lucidamente. Guardava quell'orribile spettacolo e sapeva di esserne il responsabile, aveva già ucciso altre volte ma era su un campo di battaglia con la benedizione di Marte, invece quello che aveva fatto era un abominio, arrivare a uccidere un proprio simile per cibarsene facendone scempio del corpo era un gesto che non aveva uguali nemmeno in natura. Maledisse Ade ma prima ancora maledisse se stesso e mentre lo pensava, accecato dalla furia, non si accorse che si era già messo in movimento mentre la fame lentamente tornava a crescere, alle sue spalle il cane continuava ad abbaiare sempre più distante, fino a chè dopo un guaito di dolore la notte tornò ad essre silenziosa. Al mattino quando il Sole stava lentamente sorgendo, era arrivato al limitare di un villaggio, la fame ardeva come fuoco vivo e l'unico pensiero che riusciva a formulare era quello di strappare le carni a qualsiasi vivente per nutrirsene, doveva placare quella brama di vita che lo tormentava come un ferro arroventato nello stomaco. Vide una donna uscire da una delle case bianche all'inizio del villaggio,vestita di una lunga tunica color cenere con sottobraccio una cesta di vimini che si dirigeva verso un'aia, dove delle galline beccavano pigramente il terreno. Si lanciò in una corsa furiosa e scordinata, quasi non avesse il pieno controllo delle gambe e per un paio di volte incespicò tra i sassi e cadde a terra, rialzandosi immediatamente e ricominciando a correre verso la sua preda. La donna vide correre verso di lei l'uomo, poi quando fu più vicino notando che era sporco di sangue immaginò che cercasse aiuto, ma nel momento stesso in cui stava per aprire bocca lui le balzò addosso scaraventandola a terra e facendole picchiare violentemente il capo. Rimase a terra intontita mentre quell'uomo su di lei le stava strappando un grosso lembo di carne dalla gola, tutto intorno le si fece prima rosso e poi nero. Un'altra donna con in mano un' anfora di terracotta, uscì da una delle case lì vicino e si ritrovò davanti a quell' orripilante spettacolo rimanendo paralizzata per qualche istante, poi quando l'anforà cadde a terra frantumandosi in pezzi, cacciò un'urlo che attirò l'attenzione del predatore che si sollevò e fu subito su di lei. La donna cercava di tenere lontano quel demone insanguinato, ma lui le prese un braccio e lo addentò fino all'osso, lasciando un'ampia ferita sanguinolenta. Alle sue spalle arrivò un contadino armato di forcone che caricò il colpo e lo trafisse con le punte di legno, ma questo servì solo a decretare la sua fine in quanto il demone o "daemon" lasciò perdere la donna ferita e si avventò su di lui tra le sue urla. La donna si tamponava con la mano la ferita sul braccio e si mise a correre alla cieca, terrorizzata dalla paura e dal dolore ma gli si parò davanti un'altro daemon vestito con un gilet di pecora, con la faccia mezza scarnificata che la bloccò a terra e finì il lavoro con etrema ferocia. La mattanza durò poche ore, le case bianche erano ora tinte di rosso brillante, il legionario che aveva placato la sua fame e riconquistato temporaneamente la ragione, guardava il massacro. Una madre si stava nutrendo avidamente del proprio neonato mentre poco lontano tre daemon stavano cibandosi di un vecchio ancora vivo, che artigliava il terreno invano cercando di trascinarsi via. Nelle case si sentiva ancora qualche sporadico rumore di lotta e qualche lamento sempre più fioco. Tutto ciò guardava e ascoltava in piedi con la bocca e le mani lorde di sangue, cominciò a piangere dai suoi occhi morti lacrime rosso sangue che scendevano lungo il suo viso andandosi a mescolare al sangue già presente su di esso. Davanti a lui si presentò il pastore, la sua prima vittima dopo la sua empia resurrezione, lo fissava col suo unico occhio, mentre immobile continuava ad aprire e chiudere la bocca. Questo era l'esercito che gli aveva promesso Ade, un' orda famelica incapace di morire, che sarebbe cresciuta di numero divenendo inarrestabile e che lui poteva comandare. Sentiva di avere potere su di essi, li sentiva nella sua testa, sentiva le loro bocche voraci che si aprivano e si chiudevano e sentiva la loro fame. Tornò a maledire se stesso e la sua codardia.

" Carne " pensò.

Piano piano gli abitanti risorti si stavano radunando davanti a lui coi loro sguardi vacui e i loro corpi lacerati, aspettavano famelici di essere guidati verso i loro prossimi pasti. Come un centurione davanti alle sue truppe, il legionario stava lì immobile perso nella disperazione mentre dal profondo un pensiero prendeva sempre più forma.

" Carne ".

Ora non ricordava più a cosa stava pensando, sentiva solo la necessità di muoversi.

" Carne ".

La fame stava crescendo doveva cibarsi e come lui tutti gli altri.

" Carne ".

Cominciò ad avanzare speditamente uscendo dal villaggio e gli altri lo seguirono come fossero parte di un branco, la caccia era cominciata. Nei giorni che seguirono numerosi furono i villaggi attaccati, le fila di quell'esercito maledetto si ingrossavano sempre più e più aumentava il loro numero più aumentava la disperazione del legionario nei rari momenti di lucidità. Un giorno, terminato di nutrirsi delle carni di un vecchio, trovato vicino ad un piccolo altare intento a pregare, sfruttò quel momento di lucidità che arrivava dopo essersi nutrito, per tentare di porre fine a quella maledizione, prese un piccolo pugnale usato per i sacrifici e se lo piantò all' altezza del cuore, ma fu tutto inutile visto che quel cuore aveva già cessato di battere tempo fa e poco dopo riprese la sua marcia inarrestabile. Ormai l'orda era arrivata a ridosso della capitale che intanto si era preparata ad essere assaltata, visto che le voci di un esercito uscito dagli inferi che seminava la morte su quelle terre si erano rivelate veritiere. I pochi sopravvissuti all'attaco di quelle creature, insieme ai soldati mandati in avanscoperta, avevano descritto con minuzia l'orrore a cui avevano assistito quindi la città aveva rinforzato le proprie difese, innalzando barricate e incrementando il numero dei soldati, ma questo non era bastato a tranquillizzare la popolazione, che viveva nel terrore pregando continuamente gli dei affinchè li salvassero da morte certa. Dall'alto di una collina il legionario si fermò un'istante come a voler assaporare il panorama e cosi fecero gli altri dietro a lui, si vedeva in lontananza la città coi suoi alti colonnati bianchi e i vari fuochi tutt'attorno ad essa mentre il cielo plumbeo che li sovrastava sembrava un'enorme sudario grigio. Proprio un punto del cielo cominciò a fissare inspiegabilmente, uno squarcio tra le nubi esattamente sopra di lui che andava aprendosi mostrando l'azzurro del cielo terso, da lì un raggio di luce scese e lo investì facendogli provare un tepore rassicurante che non sperava più di poter provare e poi sentì una voce, un sussurro che nell'orecchio gli diceva " Libera ". La fame violenta che lo divorava si placò, era ancora presente ma ora riusciva a dominarla poichè la sua mente non era più ottenebrata, come se una benda portata fino ad ora sugli occhi fosse finalmente caduta. Guardò il cielo, mentre quella piccola porzione di cielo blu veniva inghiotita dalle nubi grigie, non sapeva chi ringraziare, quale tra tutti gli dei dell' Olimpo aveva avuto pietà della sua condizione, forse Marte che tante volte aveva onorato sul campo di battaglia o forse addirittura Giove, ma non importava ora aveva finalmente la possibilità di porre fine alla sua blasfema esistenza e ai piani di Ade. Si girò a guardare la massa di cadaveri dietro di lui, un centinaio tra uomini, donne e persino bambini con gli occhi vacui, con le mandibole pronte a serrarsi su qualsiasi sventurato arrivasse loro a tiro, in attesa che lui riprendesse la marcia. Ora che non era più schiavo della fame e poteva pensare liberamente, alla vista di quei corpi provò una gran pena per tutte quelle vite infrante a causa della sua codardia e subito dopo una gran rabbia crebbe in lui, guardò ancora una volta la città e si mise in marcia nella direzione opposta. Marciarono tutto il giorno mentre le nubi sopra di loro erano sempre più nere e Giove aveva cominciato a scagliare le sue saette, sperava scatenasse la sua ira su di loro ma non avvenne, intanto il vento si era alzato e la pioggia cadeva con violenza come se il cielo volesse lavare quei corpi da tutto quel sangue accumulato su di loro. Arrivarono alla spiaggia la cui sabbia bianchissima simile ad ossa sbriciolate, contrastava col cielo nero come la notte illuminato a tratti dalle saette che serpeggiavano tra le nubi, il mare di un blu cupo era sferzato da onde alte più di un uomo, che si infrangevano con violenza sulla spiaggia con grandi spruzzi. Quella era la sua meta finale, entrò in acqua fino al bacino e si fermò mentre le onde lo colpivano duramente, guardò il mare e implorò con tutta l' umanità che ancora gli restava, il dio che lo governava di prenderli e tenerli nei suoi abissi fino a che non venissero consumati e di loro non rimanesse traccia, fino a che di loro non vi fosse neanche più il ricordo. Le onde diminuirono d' intensità fino a che il mare fu una tavola perfettamente levigata benchè il vento soffiasse con forza, era la risposta che cercava e sperava, cominciò ad avanzare senza esitazione seguito dal suo esercito fino a che l'acqua non li sommerse, e ancora avanzò e avanzò, mentre quello che sembrava un grido di rabbia proveniente dalla terra stesa si perdeva tra il fragore del tuono ed il fischio del vento.



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