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lavoro pubblicato venerdì 19 maggio 2017
ultima lettura sabato 15 settembre 2018

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

le chiamerebbero fiori di fango (Marianna)

di fleursfatale. Letto 363 volte. Dallo scaffale Eros

Il mio riscatto per Mino;.. ..

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Le chiamerebbero fiori di fango
n^6 Marianna


Marianna amava quello sconosciuto dapprima come amava le città. Era la passione fedele, trascinante, da figlia della patria sua. Roma, la città eterna; sebbene Marianna non avesse mai conosciuto nulla di eterno, era ragazza di quella terra e anima smarrita in qualunque altro posto al mondo.
Era così che aveva preso a scoppiare il suo amore, dalla calda consistenza di una città enorme e popolosa, che lei conosceva poco, ma sin da piccola.
Amare un luogo, si diceva, non è come amare un uomo: molto più impersonale, più ragionevole e accomodante il primo, quanto più straziante e incostante il secondo; ma proprio un luogo le aveva aperto il cuore, quella volta, sull'uomo che ora aveva di fronte. Certo era stata soltanto una scintilla, una tra le più importanti che avesse mai ricevuto in dono, ma oramai avrebbe seguito quell'uomo anche a Malibù, fino ai Caraibi, ne era certa, e Roma rimaneva nel passato, crudele che era da ormai troppo tempo stato con lei il destino.
Portava i capelli corti, alla maschiaccio, davanti a lui. Marianna si vedeva allegra, spiritosa, frizzante come un bicchiere di aranciata fresca. Si immaginava che lui pensasse che era bella, giovane, audace nei modi e scanzonata, perché vestiva come una che aveva ben poca voglia di coprirsi ed erano in giro per il centro di Roma. Seduti, a dire la verità, in uno dei tavolini di un locale della zona.
Negli occhi di Marianna c'era riflesso tutto questo, e si vedeva tanto bene che Mino (così si chiamava il suo compagno dall'Antica Roma) le chiese, con un garbo molto diretto: "che hai da vedere? Si legge questo nei tuoi begli occhi: che sei felice di stare davanti a me come una piccola musa davanti ad un grande pittore". Marianna arricció il naso, e rise: "ma noi siamo entrambi artisti, e io non sono piccola, sono grande quanto te, lo sai bene".
Il tempo sarebbe passato per loro con le gioie del tardo pomeriggio e della sera, ma Marianna si stancó prima, e pregó Mino di portarla in un'altra avventura. I suoi occhi dicevano: "mi conosci bene, oramai. Andiamo: smettila di guardarmi e prova a toccarmi, e vediamo che succede". L'intesa era così forte tra i due, che non lo disse mai dischiudendo le piccole labbra a cuoricino. Bastó il guizzo dei suoi occhi, per nulla fugaci, per nulla al mondo schivi di fronte a lui.
Si ritrovarono in una stanza d'albergo, una leggermente cupa, con una sola grande finestra e il letto addossato a quella. Marianna rise subito, dicendo che avrebbero tutti visto i loro amplessi, in quel modo. Mino le chiese se voleva la chiudesse, lei gli disse di no, e chiese a sua volta: "perché parliamo già di amplessi?" Lui le spiegó che era stata lei a parlarne: magari, constatarono insieme, era stata la sua passione.
Marianna sorrise, e, gettandosi sul letto, si dichiaró, sì, appassionata: Mino la raggiunse, e le sedette vicino, posando la sua mano, grossa, sulla coscia di lei. Marianna alzó lo sguardo e lo vide dal basso dove era per la prima volta, e non scordó mai, più avanti, quanto era bello così, vicino a lei, ma alto sopra di lei, buono e potente come un Dio, e ancora vestito delle convenzioni sociali che erano gli abiti, che prometteva, eppure, con lo sguardo, di gettare al vento di lì a poco, per lei.
"Oh, Mino.. vorrei tanto rimanere con te qui una vita intera. Ma non posso, e non puoi tu. Sai quanto abbiamo da vivere ancora? Tu ti dici grande e maturo, ma ancora sono tanti i giorni, e tante le ore.. non mi importa se durante tutto quel tempo finirai persino col dimenticarmi, però voglio farti bene, anche per qualche momento stupido e basta. So che parlo troppo, ma a noi piacciono le parole, perció... me lo perdoni, vero? E se non me lo perdoni, che importa! Me ne infischio! Sei tutto per me, adesso, e io voglio l'amore da te tanto quanto tu lo vuoi da me. Perciò, amami, Mino, e poi raccontami come è stato, scrivi una poesia d'amore per me... mi scalda, mi eccita e mi riempie il cuore".
Mino, che era rimasto ad ascoltarla, aveva anche iniziato a sfilarsi qualche indumento di dosso, e ad avvicinarsi di nuovo a lei che, sdraiata a pancia all'aria, lo osservava sempre. Quando finì di parlare fece passare una mano tra le gambe di lei, proprio per arrivare dritto all'altezza della vulva, coperta dalle mutandine già completamente umide. Sorrise nel constatare che la piccola Marianna non parlava soltanto bene d'amore, ma amava anche altrettanto bene. Lei rispose a quel sorriso, e lo intimó a continuare con un cenno lieve del capo. Mino prese a strusciare due delle sue dita tra le labbra di lei, poi ascoltó la sua voce mentre gli chiedeva, piano, di sfilarle le mutandine, e fece altrimenti. In realtà prima volle dire: "sei più facile di una amante della poesia, però. Te la scrivo, la tua poesia, ma per eccitarti misà che mi bastano due dita..."
Lei rise, ma non perse la serietà e il rossore delle sue guance lo rifletteva. Due arance rosse, piene di Mino.
Da lì in poi fu un susseguirsi di sospiri, spostamenti, esperimenti e amplessi veri e propri. Marianna volle prendere in bocca il membro di Mino, volle farsi penetrare da dietro, e volle che lui le chiedesse cosa voleva dal suo corpo, adesso, perché era giusto così, che ora apparteneva più a lui e alla meravigliosa potenza di quel membro, che a se stessa persino. Finì anche col cavalcarlo come un'Amazzone, e a quel punto erano stanchi entrambi. Si congedarono con un bacio e una lunga passeggiata lungo il fiume, a sera. Poi si salutarono, lui la accompagnó a prendere il treno e ne seguì con lo sguardo la partenza sicura.
Questo non è tutto: Marianna e Mino passarono, in realtà, una buona parte della loro vita insieme a giocare nel letto. Lui ancora le deve una poesia!



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