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lavoro pubblicato venerdì 19 maggio 2017
ultima lettura martedì 20 giugno 2017

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

MUTANDE BLU SOPRA IL COSTUME - Atto secondo

di Vic. Letto 631 volte. Dallo scaffale Pulp

La sveglia gridava. Lucius divincolò un braccio fuori dalle lenzuola e la fece finita. Partì la radio-sveglia di emergenza. Lucius si ...

La sveglia gridava. Lucius divincolò un braccio fuori dalle lenzuola e la fece finita. Partì la radio-sveglia di emergenza. Lucius si alzò, fece il giro del letto, la guardò con gli occhi socchiusi e incollati, pigiando bottoni a casaccio finché stette zitta e poi ritornò a sdraiarsi. Suonò la sveglia di Ellen, ma lei non sentiva.

«Falla tacere», ordinò Lucius.

Ellen mugugnò qualcosa. Poi eseguì.

Raggi di sole facevano breccia dai vetri, senza nemmeno aver prima bussato.

“Cristo santissimo”, pensò Lucius, puntellandosi bene la faccia con ambo le mani, perché non franasse più in basso, tra le coperte, “aiutami tu”.

Ma poi si corresse: “Se quello m’aiuta son cazzi peggiori. È meglio che faccia da solo”.

Scattò in piedi, cattivo, prima che Ellen potesse abbracciarlo.

«Un attimo, è presto», gli disse, ma lui non rispose.

Lucius prese i suoi stracci, ammucchiati lì a fianco sullo sgabello e come una furia iniziò a infilare i calzini. Saltò nella tuta, tirò su la lampo, stirò il mantello con uno strattone e poi indossò le mutande.

La testolina di Ellen sbucò da sotto il piumone.

«Ti sei già vestito?», gli chiese.

«È tardi», le disse, mentre volava nel bagno.

Poi: spazzolino, dentifricio, acqua corrente nel lavandino intasato, tosse, sputazzi, cesso, terrore, pisciata e pernacchie dal culo, bidè, lavandino, risciacquo, sputazzi, risciacquo finale, lavaggio del viso, controllo allo specchio, ribrezzo, rettifica palpebre ancora incrostate.

«Ma tu sei già pronto?», chiese Ellen entrando e sbadigliando.

«Si. Vado».

Le diede un bacio, prese le chiavi, il portafogli e le sigarette, uscì sul pianerottolo, s’infilò le scarpe, le allacciò, corse giù dalle scale e, aprendo il portone, il sole accecante gli fece socchiudere gli occhi. Rabbrividì, sgambettò verso l’auto, l’aprì, ci salì, accese il motore , accese una Winston, tossì, aprì la portiera, espulse il catarro in eccesso chinandosi fuori, richiuse, si mise gli occhiali da vista e partì. Uscì dal vialetto, raggiunse l’incrocio, guardatina a sinistra, guardatina a destra e poi affondò con il piede il pedale, sfrecciando su quella stradina cosparsa di buche, crateri, tra i campi distesi a perdita d’occhio, invasi dall’erba, parlando da solo.

L’auto correva veloce. Ancora più svelta ed avrebbe viaggiato nel tempo. Virava sgommando, seguendo le curve, schivando ogni volta di poco i canali che stavano ai lati, saltando sui dossi e atterrando con somma goduria per le sospensioni. La provinciale gli apparve davanti. Scalando le marce inchiodò sull’incrocio. La testa di Lucius girava e girava, in cerca del giusto spiraglio, ma il flusso impazzito di auto non dava lo spazio nemmeno per sporgere il muso. Il tempo passava. Il traffico pure. Lucius schiacciò il mozzicone nel posacenere pieno.

«Adesso mi butto. Fanculo», si disse ringhiando.

Allora sgasò, sgommò sull’asfalto e un attimo dopo fu parte anche lui del corteo mattutino, sentendosi un poco deluso che il camion-rimorchio non l’avesse centrato.

Imbucò la prima rotonda a tavoletta, sfiorandone il cordolo interno e guizzò sul rettifilo col motore su di giri, percorrendolo, fino alla seconda. Un’ auto stava ferma sull’imbocco. Ma per dar la precedenza è necessario che qualcuno se la prenda: la rotonda era deserta.

«Guarda questo. Dorme ancora», disse Lucius, strombazzando.

Il tizio partì tranquillamente ai cinque all’ora, stando in mezzo alla corsia. Lucius non poteva tollerarlo. Diede gas, lo superò e guardò nello specchietto il conducente come a dirgli: “vaffanculo”. Alla guida c’era un vecchio che parlava al cellulare.

«Vaffanculo brutto stronzo», disse Lucius.

Giunto sul cavalcavia, rallentò, seguendo la processione di marmitte sputacchianti.

Guardò l’orologio coperto di polvere sopra il cruscotto. Si accese un’altra sigaretta. Un’auto sbucò fuori da un parcheggio. Lucius frenò per non centrarla.

«Prego, fai pure, la strada è tua…», commentò.

Due mesi che non andava al lavoro. Un mese che non usciva di casa. Ma il mondo non era affatto cambiato: troppi idioti, lui compreso, in troppo poco spazio. A Lucius venne voglia di cagare.

“Troppe birre ieri sera”, rifletté.

Dopo un lungo rettilineo, la città. Con gli autisti rimbambiti, i pedoni che di corsa attraversano la strada per morire, con gli scooter che sorpassano da destra e i ciclisti che, pensando d’esser soli, se ne sbattono del rosso. Lucius svoltava, frenava, ripartiva, mentre il mondo rotolava su stesso nello spazio. C’era quasi. Ma imboccando la solita stradina stretta, stretta, a senso unico, lo vide: il furgone del comune che raccoglie l’immondizia e un chilometro di case, con fuori l’immondizia da raccogliere. Lucius fece due conti, gettò il mozzicone dal finestrino e aspettò, mentre gli omini in divisa da stradino lanciavano sacchetti di residuo nel cassone dei rifiuti. Mentre l’intestino lo pregava di far presto. Alle sue spalle una colonna di auto procedeva a passo d’uomo, si fermava e ripartiva. Qualcuno ebbe il coraggio di suonare pure il clacson. Poi la stradina finì. Il furgone svoltò a destra e Lucius schizzò a sinistra, riprendendo la sua corsa contro il tempo.

Il viale alberato conduceva dritto, dritto alla base del suo capo, nonché padre, Misterfree: un garage sotterraneo, nascosto al di sotto di un negozio di sali e tabacchi, a cui si accedeva tramite una rampa che scendeva sotto terra.

Lucius percorse quella discesa a culo stretto, stretto e quando fu in fondo vide la rescue-mobile già pronta alla partenza, con a bordo Misterfree. Lucius parcheggiò la sua auto, scese, fece un cenno di saluto a Misterfree, aprì il portellone laterale del mezzo di soccorso, saltò sopra, prese il solito secchio, lo rivestì con un sacchetto della spesa raccattato in mezzo al caos di attrezzi vari, s’abbassò i pantaloni, si piegò sulle ginocchia, scoreggiò e sganciò il fottuto stronzo.

«Appena in tempo», sospirò.

Rimase lì a produrre, mentre sentiva Misterfree che dall’abitacolo parlava al cellulare:

«Il tempo d’arrivare e siamo subito lei, signora», diceva, «non si preoccupi, tranquilla».

Quando ebbe finito, Lucius si issò, sigillò il sacchetto con dentro lo stronzo appena partorito, lo gettò nel secchio, spalancò il portellone, uscì, fece il giro del furgone, aprì la portiera e si accomodò al posto guida.

Misterfree stava scrivendo sul solito taccuino. Lucius gettò un occhio. C’erano un mucchio di nomi e un mucchio di indirizzi.

«Ciao», disse Lucius.

«Ciao», mugugnò Misterfree, senza guardarlo, «come va?»

«Il solito»

«Si può sapere che cosa ti sta succedendo?»

Gli occhi di Lucius guardarono in alto, in cerca di numi.

«Il solito», disse alla fine, non trovandone alcuno.

«Tra poco io vado in pensione. Fammi sapere se vuoi continuare da solo», tagliò corto Misterfree,

«andiamo in via delle chiaviche al numero otto».

Quindi partirono. La rescue-mobile scivolò su per la rampa ed uscì sotto il sole. Lucius accese i lampeggianti azzurri, accese una sigaretta e la inspirò con violenza. Aveva quasi finito il pacchetto.

Doveva fermarsi a comprarne uno nuovo. Doveva fumarselo il prima possibile. Doveva sperare che il fumo l’avrebbe stroncato alla svelta, prima che il babbo andasse in pensione. Mica poteva deluderlo. Ma dopo pensò:

“Dove diavolo è via delle chiaviche al numero otto?”.


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