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lavoro pubblicato venerdì 19 maggio 2017
ultima lettura sabato 12 agosto 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Salvati: cap 3

di vinelv. Letto 93 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il Lupo “Mi sento come il fuoco … i sogni sono come angeli, tengono a bada il male, l’amore è la luce che tiene lontana la paura dall’oscurità … il potere dell’amore … fai dell’amor...

Il Lupo


Mi sento come il fuoco … i sogni sono come angeli, tengono a bada il male, l’amore è la luce che tiene lontana la paura dall’oscurità … il potere dell’amore … fai dell’amore il tuo scopo!”


Tra le porte bloccate del market, la leggera brezza del vento mattutino alimenta il corpo e l’anima del ragazzo di un portentoso vigore.

La parabola di luce all’orizzonte, lascia presagire un nuovo caldo giorno privo di nubi polverose. Lo scenario è rimasto intatto come bloccato da una fotografia scattata per sbaglio, tutto è immobile, fermo.

Un ululato scuote il mondo quasi a ridestarlo.

Il giovane Salvato prende la strada lasciandosi alle spalle il povero vecchio e le sue raccomandazioni. Passando tra le vecchie mura dei palazzi abbandonati, solo il ricordo del fratello gli riempie il cuore e gli da la forza di continuare.

Lo zaino e più pesante di tre chili, la carabina calibro 22, regalo dell’anziano, gli concederà qualche possibilità in più di sopravvivere.

Caleb procede con la sua camminata lenta, ogni tanto alza la testa verso il cielo per guardare la zona. Gli edifici immensi sono un vivido ricordo, il cemento e l’asfalto hanno ceduto il posto a terra battuta e ciuffi di gramigne. Avanti piccole colline dividono il cielo della terra e ancora più in là forse un’altra città, ma per ora solo polvere.


Qualcuno sta osservando!”


La solitudine porta il cervello ad agire e reagire diversamente, la paranoia si alterna a falsi momenti di serenità, con gli occhi sulla strada e il pensiero altrove, Caleb continua il suo lungo pellegrinare in cerca d’indizi che possano condurlo al fratello.

Il richiamo del sangue è forte, come forte è la voglia di rivederlo vivo e abbracciarlo. Il sesto senso mette in allerta il ragazzo, la fantasia anche, (attento non sei solo, stai attento non sei solo!) questo gli

ripete la vocina che parla incessante dentro e lo guida con continui suggerimenti.

Fumi all’orizzonte, al di là della collina a ovest, segno di una civiltà.


(È lì che devi andare ragazzo, li troverai qualcuno che potrà aiutarti, o forse no).


Uno steccato di legno circonda una vecchia fattoria ormai in decadenza. Un ottimo posto dove fermarsi e riposare.


(Dell’acqua rinfrescante, hai bisogno di acqua).


Il tronco di una grande quercia sovrasta il piccolo granaio di lamiere arrugginite, ancora più avanti, una casetta di legno coperta dalla folta e bastarda vegetazione. Le profonde e vuote orbite del teschio di un grosso bovino sorvegliano l’entrata.

Caleb si sofferma davanti all’entrata della bicocca guardandosi intorno, l’orecchio è teso sulle assi nel tentativo di individuare la presenza di qualcuno. Prima di aprire la porta, il Salvato gira intorno alla casa guardando attraverso la piccola finestra e le crepe nel legno. Tornato all’ingresso, tira un calcio alla porta ed entra.

I raggi di polvere rendono tutto incantevole, magico, una famiglia di topi corre nevroticamente su per il camino, il silenzio e la quiete ricadono nuovamente nella stanza, Caleb è di nuovo solo con la sua vocina.

Lo zaino è a terra e le mani frugano cercando l’acqua, rivoli di liquido fresco si diramano affogando ogni singola cellula del giovane corpo del Salvato, elargendo una piacevole frescura. In lontananza un ronzio attira l’attenzione, il brusio si fa sempre più vicino, Caleb guarda attraverso la porta scorgendo all’orizzonte uomini a bordo di un’auto, si dirigono velocemente verso la fattoria, percorrendo la piccola stradina da Nord.

Il neurormone dell’adrenalina inizia a far galoppare il cuore del ragazzo che rapidamente ridispone tutto in borsa.


(Meglio nascondersi e in fretta anche).


Caleb afferra lo zaino e schizza come un missile fuori dalla casa dirigendosi verso il granaio, infilandosi nel fienile. Un puzzo di erba marcia inonda le narici e un ghigno di sdegno appare sul volto del ragazzo.

Il cuore continua galoppare transitando dallo stomaco alla gola, le mani vanno al fucile, la mente si svuota e il corpo si fa più leggero.

Il pickup passa a pochi metri dalla casetta senza accennare a fermarsi continuando la sua corsa sulla via che poco prima era stata percorsa dal ragazzo. Pericolo scampato, per ora, ma bisogna stare allerta,


(occhi aperti ragazzo, occhi aperti).


È quasi mezzo giorno adesso, o giù di li, comunque il sole è abbastanza alto da far sudare tuttavia, è ora di rimettersi in viaggio.

Le mani piccole e callose del ragazzo aprono la porta di lamiera del granaio, la luce lo investe con violenza tanto che Caleb è costretto a coprirsi gli occhi, il sole è alto e picchia duro, ma non è tempo di fermarsi.

Armato di una forte volontà, intraprende di nuovo il suo cammino verso Nord-ovest, calpestando ora i segni lasciati dai pneumatici del veicolo.

L’aria è più pesante il passo è lento, pochi metri avanti il calore distoglie il panorama creando una sorta di onda e le prime gocce di sudore non tardano ad arrivare.

La strada è lunga e tortuosa, questo Caleb l’ha messo in conto, bisogna solo che la mente lo comunichi al corpo e il gioco è fatto.

Il piccolo ponte che divide le due colline è raggiunto a fatica, spossato e indebolito, il ragazzo crolla in ginocchio, poi steso a terra.


«Tumer!Aiutami, dove sono? Cosa è successo!»

«Non preoccuparti fratellino, ora sei al sicuro, siamo a casa, casa nostra, zia Mary sta preparando qualcosa da mangiare, ti riprenderai».

«Zia Mary, è qui? Zia dove sei?»

«Caleb, piccolo mio sono qui, come scotti, hai un po’ di febbre, ma passerà ti riprenderai presto vedrai».

«Ho fatto un brutto sogno, ero smarrito, tu eri andato via è stato terribile. Zia Mary era morta e siamo dovuti andare via, ci siamo rifugiati tra le macerie di un palazzo, in una stanza, tutta la città era distrutta. Il mondo era distrutto, ogni giorno scosse scuotevano la terra ed io avevo paura, e tu mi abbracciavi, e mi dicevi che ce l’avremo fatta, avevamo fame ed eravamo sporchi, e poi la polvere, tanta polvere rossa e …»

«Dormi Caleb, sei stanco hai bisogno di riposarti».


Piccole mani stringono una pezza d’acqua calda posata sulla fronte del ragazzo, mani piccole, come possono essere quelle di una ragazzina.

Intorno la penombra di una grotta, la luce semovente di alcune candele. Il clima all’interno della roccia è mite.

Caleb muove le palpebre ma, non dà segno di ripresa, la ragazza guarda gli occhi del padre. Speranza, indulgenza, silenzio, questi sono i sentimenti che colmano la grotta in cui sono rifugiati.

«Papà scotta, cosa dobbiamo fare?»

«Nulla! Dobbiamo aspettare, il destino farà il resto, abbiamo fatto il possibile, purtroppo non possiamo fare altro …»

«Sei un dottore non puoi restare impalato senza far nulla!»

«Non abbiamo medicine! È solo un colpo di sole si riprenderà vedrai, fidati di me non temere».

«Com’è arrivato fin qui, non è di queste parti!»

«Forse apparteneva a una delle tante carovane di profughi che si dirigono a nord verso i grandi ghiacciai».

«Papà eppure è solo un ragazzo, come ha fatto ad arrivare fin qui, come può un ragazzino affrontare tutta questa strada e arrivare fin qui?»

«Tanto innocuo non sembra, ha un fucile, penso che sappia usarlo, se la caverà, vedrai» ripeteva l’uomo.

Caleb non riesce a dischiudere le palpebre che sembrano pesanti come macigni, ascolta la conversazione, anche se le parole arrivano distorte. La stanchezza lo riporta di nuovo in un sonno profondo.

La barba incolta dell’uomo nasconde le labbra, il sudore umido tra i solchi delle rughe lo fanno apparire stanco, indebolito. Le mani calme, assolvono con precisione il compito di preparare lo zaino per l’uscita, l’ennesima, la più importante. Le uscite sono sempre importanti quando si ha fame, e sete e una figlia.

L’uomo guarda la sua bambina avvolta da una luce che la rende incantevole, solo un attimo, per dimenticare il mondo.

Mani gentili stringono una spugnetta soffice, piccole gocce d’acqua corrono sulla fronte del ragazzo, gli occhi di lei seguono la corsa che le unisce in rivoli lungo le labbra, sula gola scomparendo dietro al collo.

Il nome della ragazza riecheggia tra le pareti della roccia insieme hai colpi di tosse.

«Stai bene papà, oggi sei più stanco del solito».

«Marion devo uscire, lo sai, vado a cercare qualcosa da mangiare, tu fai quello che ti ho detto, resta nella grotta al sicuro».

«Il ragazzo? Non mi lasciare sola con lui, se succedesse qualcosa, non saprei cosa fare».

«Finché dorme, è innocuo, non potrà farti alcun male, e poi non ne avrebbe la forza».

«Potrebbe star male lui!» le guancie della ragazza si colorano di rosso.

«Marion, piccola mia non preoccuparti, non gli accadrà nulla, a meno che lui non lo vorrà, ho io il suo fucile, resterò nei dintorni e tornerò presto, ce la caveremo, come sempre».

Lo sguardo dell’uomo è più severo adesso, più preoccupato. La piccola segue il padre fino all’uscita poi le giovani mani tornano alla spugna.

Nella penombra le luci delle candele disegnano ombre sulla volta della caverna, la condensa forma delle grosse gocce che rimbombano cadendo sulle rocce. Il ragazzo riposa in una momentanea pace.

Mentre continua nella sua opera di sollievo, le piccole mani di Marion sono afferrate dal ragazzo, lei ha un sussulto, Caleb è sveglio, gli occhi di uno sfavillante celeste sono su di lei, che è sconvolta ma felice.

«Dove mi trovo? Chi sei? Perché sono qui?» lo smarrimento di Caleb è palese nel suo sguardo irrequieto.

Marion cerca di calmarlo assumendo un tono confortante «eri solo quando ti abbiamo trovato» gli ripete.

«L’hai scampata, dobbiamo ringraziare il cielo se ti abbiamo trovato, c’era un lupo nelle vicinanze, mio padre è riuscito ad allontanarlo sei stato fortunato che non ti abbia sbranato. Resta calmo non agitarti, se avessimo voluto farti del male, non saresti qui adesso, non trovi?»

«Tu chi sei?» chiede dolorante il ragazzo.

«Mi chiamo Marion Lyndon, io e mio padre ti abbiamo salvato da morte certa, eravamo in giro, in esplorazione e ti abbiamo visto. Eri riverso a terra e non sapevamo se ancora vivo, abbiamo avvistato un grande lupo nero per fortuna mio padre è riuscito ad allontanarlo».

«Come mai eri sul ponte, cosa ti è capitato?»

«Credo di essere semplicemente svenuto, è stato solo un colpo di sole, e questo è quanto».

Le labbra della ragazza si serrano in un breve e sarcastico sorriso «in alcune ore del giorno non si dovrebbe camminare, il sole è troppo forte, gente molto più grossa e vigorosa di te è morta per colpa del caldo».

Gli occhi di lei, affogano in quelli del ragazzo che ricambia lo sguardo con fermezza e austerità, poi si schiudono e anche lui sorride.

Caleb non si è ripreso ha ancora i postumi dell’insolazione, il ragazzo ha un fisico forte, temprato dalla vita di montagna ma, il viso nonostante la carnagione olivastra si mostra pallido e i ricordi si radunano contorti.

«Hai fame?» domanda Marion «abbiamo preso un po’ della tua acqua, eravamo quasi a secco ma, non ti preoccupare ti sarà restituita...»

«Caleb ... il mio nome è Caleb

Marion lo fissa con aria divertita «Ditemi pure signorino Caleb, qual buon vento vi ha portato a visitare la nostra rigogliosa valle?»

«Arrivo da Sud, dalle montagne oltre il ponte, un tremendo terremoto ha portato giù metà della montagna e la nostra casa, io e mio fratello siamo stati fortunati, stavamo seguendo le orme di un cinghiale in una battuta di caccia e ci siamo accampati nel bosco quella notte, é stato terrificante... »

«Poi cos'è successo?»

«Avevamo perso tutto, per diversi giorni abbiamo vagabondato di città in città alla ricerca di cibo, osservavamo le persone abbandonare le loro case ed avviarsi verso i grandi ghiacciai, ci siamo tenuti alla larga però, abbiamo bivaccato ovunque, dormivamo in tenda. Siamo arrivati in una piccola cittadina ad alcune centinaia di chilometri dalle montagne, era desolante, alcune delle case rimaste ancora in piedi offrivano un buon riparo e cosi ci siamo fermati per qualche tempo. Per nove mesi la nostra casa è stata una stanza al secondo piano di una palazzina.

Io e Tumer avevamo recuperato un po’ di equilibrio, tuttavia sapevamo che non sarebbe potuto durare a lungo, prima o poi qualcosa ci avrebbe di nuovo trascinato in questa realtà ma, eravamo preparati.

Una mattina mio fratello è uscito in ricognizione e tardava a rientrare, avevamo preso tutto quello che c’era da prendere in quella zona, pensavo si fosse spinto più lontano, aveva il fucile con sé, aveva il suo Henry golden boy.

Si fece sera e poi mattino, il sole batteva più forte a mezzo giorno e Tumer ancora non era rientrato. Aspettai ancora, speranzoso fino a sera, scese la notte ma, nulla. È stata la notte più lunga della mia vita, bisognava fare qualcosa e subito, pensai. Tumer poteva essersi imbattuto in qualche trappola, forse era stato assalito da qualche animale, o addirittura rapito. Ci sono uomini che hanno perso completamente il senno, questo lo sai vero? Sono diventati animali, sciacalli, hanno perso qualsiasi contatto con la realtà, forse si sono adeguati, questo non lo so non spetta a me deciderlo, fatto sta che non sono più uomini da quando hanno deciso di cibarsi dei loro simili. Cannibali di merda!».

Marion guardava Caleb raccontare la sua storia, con occhi umidi seguiva quel triste racconto e rabbrividiva.

Il ragazzo durante la sua narrazione pareva catapultato in altro mondo, un mondo che ormai non apparteneva più a nessuno, certamente non a quegli esseri che avevano perso ogni briciolo di umanità.

Con gli occhi serrati e pieni di un bruciante rancore, Caleb sputa fuori come una canzone tutto quello che gli era accaduto, senza fermarsi inizia a raccontare come si è deciso a cercare il fratello.

I due ragazzi si guardano, lei negli occhi di lui, lei graziosa, esile, i capelli lunghi e neri la fanno sembrare più grande, il viso tagliato, labbra carnose. Lui è seduto e non suda più, gli occhi sono tornati a essere di uno sferzante azzurro ma hanno perso tutta la loro purezza adolescenziale.

«Ora dimmi come sei finita in questa specie di caverna».

«Siamo rimasti soli dopo che l’esercito ha fatto evacuare la cittadina dove vivevamo, dopo aver afferrato le cose più importanti, siamo arrivati al centro della piazza e ci siamo organizzati,eravamo in tanti. Abbiamo marciato anche noi come altri delle città più vicine verso nord, dove a quanto dicono, il clima è più mite. Dopo alcuni giorni siamo stati assaliti da balordi, gente strana, hanno preso tutto. Non avevo mai visto tanta malvagità, non credevo che un uomo potesse accanirsi in un modo così brutale. Alcune donne sono state rapite e stuprate, la gente scappava, noi siamo riusciti a fuggire nel bosco, gli altri invece sono stati barbaramente giustiziati».

«La tua famiglia?» le chiede Caleb avendo timore della risposta.

Marion guarda nel vuoto, oltre il fuoco «Mia madre è morta quando sono nata, sono cresciuta con mio padre, lui è un medico, era molto rispettato in città, è lui che ha organizzato l’esodo verso nord. Per fortuna siamo riusciti a scappare, non ci siamo guardati indietro per vedere cosa era successo, mio padre voleva combattere ma io ho iniziato a piangere e a gridare, ero terrorizzata, avevo paura. Ci siamo diretti tra la vegetazione, abbiamo corso fino a quando le grida non si sentivano più, abbiamo girovagato da soli in cerca di cibo e acqua e ci siamo riparati alla meglio. Poi mio padre ha deciso che era meglio stare alla larga dalle città assalite dagli sciacalli, camminando per i boschi e nelle campagne abbiamo trovato questa piccola grotta tra le rocce ed eccoci qua. Non credo ci fermeremo ancora per molto».

«Tuo padre è l’uomo che era qui?» chiede Caleb cercando di ricordare «ho sentito la sua voce, credo di averlo sognato, gli devo molto!»

«Pensa che tua sia una persona poco affidabile» ribadisce Marion riferendosi al padre «ha visto il fucile e pensa che tu sia un poco di buono, ha raccomandato di stare attenta e di non darti troppa corda».

«Tu cosa pensi?» il ragazzo la guarda.

«Penso che non abbia tutti i torti, infine non ti conosco, non so chi sei veramente. Ciò che dici potrebbe non corrisponde alla verità, ragazzi che viaggiano soli come te non se ne vedono tanti, sai! Guardavo i tuoi occhi prima, quando raccontavi di tuo fratello, parlavi e diventavano più scuri, ti sei incupito e il mio istinto mi dice che se uno racconta una bugia non si fa trascinare cosi tanto dai sentimenti, forse mi sbaglio ma, per ora non è successo niente, è questo quello che conta».

Il giovane Salvato si accorge di essere nudo e chiede dei vestiti.

«Ti dispiace girarti?»

«Credi che non ti abbia già visto nudo? » una punta di malizia affiora sul volto di Marion e il ragazzo arrossisce mentre girato di spalle continua a vestirsi.

«Mi sento meglio, ora che ci siamo raccontati tutto è meglio che vada, il tempo di raccogliere le mie cose e ritorno subito in marcia, dov’è il mio fucile?»

«Cerchi questo ragazzo?» La voce roca dell’uomo riecheggia tra le pareti della caverna.

Marion si lancia tra le braccia del padre al contrario Caleb resta fermo osservando.

L’uomo corre verso la ragazza tirandola a se con il braccio destro, lo zaino di tela che aveva con sé pende da una spalla e non sembra pieno, non è buon segno. Le uscite giornaliere alla ricerca di cibo e di acqua, si erano fatte magre di ritrovamenti, fino ad ora l’uomo e sua figlia si erano cibati soprattutto di scatolame raccolto qua e la dalle case disabitate, adesso non rimaneva nulla.

Caleb guarda come l’uomo abbraccia sua figlia e si sente sollevato. Un uomo del genere non può fare del male. Un uomo alto, stanco, emaciato. Caleb ricambia le occhiate veloci, i due si studiano per capirsi meglio, l’uomo è sempre sulla difensiva e Caleb pure.

Il padre di Marion offre la mano al ragazzo e si presenta com’era in uso nel vecchio mondo «Benjamin Lyndon, il Dottor Benjamin Lyndon».

Il Salvato attende qualche attimo, poi ricambia la stretta «sono Caleb, Caleb e basta».

«Ho trovato solo due bottigliette d’acqua e questa barretta energetica, nient’altro, ci arrangeremo come abbiamo sempre fatto, domani cercherò ancora. Credo proprio che dovremo iniziare a fare i bagagli e trovarci qualche altro alloggio, non ci sono risorse qui. Se non vogliamo morire di fame, dovremo spostarci, mangeremo l’ultimo barattolo di fagioli, la barretta la conserveremo per il viaggio, ci darà un po’ di energia durante il tragitto. Caleb se vuoi puoi restare con noi, non ce bisogno che tu vada via in questo momento, potresti partire domattina e venire con noi, faremo un po’ di strada insieme e poi ci divideremo».

«Dottor Lyndon, credo che per ora la cosa migliore da fare è restare tutti insieme, domani decideremo il da farsi».

«Ben detto ragazzo!»

È di nuovo il giorno, le prime luci dell’alba calano giù dalle fessure tra le rocce, la caverna dorme ancora nella sua penombra insieme ai suoi abitanti.

Il medico supino dorme di un sonno profondo e ristoratore, Marion sta per svegliarsi, avrebbe
di lì a poco avuto una sorpresa. I raggi del sole levante corrono verso lei che si ridesta lasciando solo per
il momento il fantastico mondo dei sogni.

Lo sguardo va al padre che dorme ancora beato e decide di non svegliarlo, si accorge che il ragazzo è sparito insieme al suo fucile, Caleb ha dimenticato lo zaino è si è allontanato in silenzio da quel posto dimenticato da Dio, padre e figlia sono di nuovo soli.

L'aria fresca mattutina arriva dolcemente alla fronte, alle guance e fa tremare il piccolo ed esile corpicino della ragazza, ora pensierosa. La flebile brezza porta con sé aria di cambiamenti é ora di prepararsi.

Anche il dottor Lyndon è sveglio, un po’ rincoglionito ma sveglio, tossisce assicurandosi l’attenzione di Marion che lo guarda agitata: «sapevi che sarebbe andato via, non poteva fare altrimenti, siamo un peso morto per lui, ognuno ha il suo scopo, ognuno ha la sua vita. Sperare di vivere come prima è un’utopia, il rapporto con le persone è cambiato, nessuno bada più alle formalità, non dobbiamo ricambiare saluti e carinerie, essere gentili e cortesi, sono parte di un’educazione che non ci appartiene più. Siamo solo noi e quello che siamo. Non dobbiamo più indossare la maschera che la società e la sua ipocrisia ci obbligano, siamo finalmente liberi, purtroppo il prezzo da pagare c’è costato caro. Piccola mia lo so come ti senti, è un momento difficile tuttavia, bisogna andare avanti e guardare al futuro, ci sistemeremo di nuovo vedrai, troveremo un posto dove potremmo stare bene e vivere di nuovo una normale vita insieme».

Marion guarda il Dottore rabbiosa: «di quale futuro parli! Non vedi cosa è accaduto, cosa sta accadendo intorno a noi! Sopravviviamo come animali, invece di salutare qualcuno quando lo vediamo, ci nascondiamo, siamo braccati dai nostri stessi simili; persone mangiano altre persone, i bambini muoiono, noi moriamo, siamo diventati bestie che pensano unicamente al cibo. Abbiamo paura degli altri, ci annusiamo invece che salutare, se questo è il futuro di cui parli, è meglio morire ora e diventare mangime per gli avvoltoi che continuare a vivere» Marion termina la frase con gli occhi colmi di lacrime.

«Dobbiamo proteggerci!» incalza il Dottor Lyndon «siamo stati fortunati con quel ragazzo, poteva essere uno di “loro”, uno di quelli che mangiano le persone, un cannibale, poteva ucciderci e prendersi quello che avevamo, si insomma le nostre cose».

Marion è più furiosa di prima: «ti ascolti quando parli? Viviamo nella paura di essere mangiati, è assurdo! Credi che la gente sia davvero arrivata a questo? Criminali del genere sono sempre esistiti, non enfatizziamo le nostre paure, Cristo Santo pà, sei un medico dovresti aver fiducia nella gente, aiutarla, cosa dovremo fare allora, vivere per sempre isolati dal resto del mondo e sparare a tutti quelli che si avvicinano a noi, anche donne e bambini?»

Lyndon china il capo guardando le sue orme sulla polvere rossa e per un attimo resta in silenzio a meditare.

«Sono uno stupido, sto vaneggiando! Ho paura di perderti, sei il mio cuore e ho solo te, voglio proteggerti e a volte mi dimentico che non sei più una bambina. Sei cresciuta, hai gli occhi di tua madre e lo stesso caratterino. Mangiamo qualcosa e dopo vedremo il da farsi, sarà una giornata lunga».

Dopo la concitante discussione, un rombo di spari arriva fischiando col vento. La piccola Marion procede velocemente verso l’uscita della caverna, tuttavia la sua corsa è arrestata dal padre che prontamente l’afferra coprendole la bocca con la mano:

«Shhhh, sta zitta Marion! Vado a vedere cosa é stato tu non azzardarti a muoverti di qui!»

Con un occhio solo, nascondendo il corpo nella penombra prima dell'uscita, Lyndon scruta attentamente tra la boscaglia che si alterna alle piccole zolle di terra e rocce, proprio lì a qualche centinaio di metri vede una figura umana che punta le braccia verso qualcosa. Poi un altro sparo e un altro ancora. Dopo aver scrollato la testa per dar sveglia al cervello, lo sguardo acuto e attento del Dottore diventa interrogativo, strizza gli occhi per aguzzare la vista, «é il ragazzo!» esclama.

Il Dottore è preda dell’euforia: «Marion! Marion! Non crederai ai tuoi occhi, é il ragazzo! Che figlio di puttana, é uscito per cacciare, ecco perché non ha preso lo zaino, a quanto vedo ha preso qualcosa, uno scoiattolo, forse due, é troppo distante, sta venendo da questa parte».

Saettanti emozioni squarciano il corpicino tremante della ragazza che in preda ai fremiti cade in ginocchio davanti al viso ancora incredulo del padre.

Il ragazzo è all'uscio e con le braccia aperte, spavaldo, mostra il bottino della caccia, lo sguardo e
fiero e la testa alta. Il fucile fumante e il sole negli occhi ribattezzano Caleb, Uomo davanti a un uomo e Principe agli occhi di Marion.

«Per qualche giorno non avremo bisogno di cibo, dopo vedremo il da farsi. Faremo come ha detto tuo padre, resteremo insieme ancora per un po’, poi ognuno per la sua strada».

La giornata trascorre tranquilla fino al tramonto, Caleb, il Dottor Lyndon e la piccola Marion impegnano il tempo tra chiacchiere e storie di fantasia. Il sole cade tra le montagne lasciando spazio a una flebile luce lunare, qualche stella e nessuna nube all’orizzonte.

Nel buco della caverna la luce di qualche candela muove le ombre dei personaggi, da fuori soffia una leggera brezza, tutto è sereno.

Caleb vicino al fuoco prepara la cena scuoiando la selvaggina, il Dottore predispone da bere versando il prezioso liquido in diversi recipienti ricavati da lattine di Coca-Cola.

«Caleb, hai sentito?»

«Dottore hai paura del vento?» Ribatte il ragazzo ridendo.

«Non mi sembrava il vento …»

«Dai Dottore stai spaventando la ragazzina!»

«Non sono una ragazzina! Tu sei un ragazzino, un ragazzino che gioca a fare l’uomo niente di più»replica Marion, stizzita.

Il Salvato rivolge lo sguardo verso Marion abbozzando un mezzo sorriso.

«Okay Dottore e meglio che vada a vedere cosa sta accadendo magari ci tranquillizziamo tutti».

«Vado io, fermo!» Lyndon lo trattiene.

«Come vuoi dottore, metto la carne sul fuoco».

Benjamin afferra una torcia e si avvia verso l’uscita della grotta, sembra tranquillo, getta un’occhiata fuori dove la luna fa più luce ma niente.


Niente qui tutto in ordine, mi ero sbagliato!”


Qualcosa si muove sulla roccia sopra di lui, senza che Lyndon se ne accorga, il Dottore impietrito resta a guardare senza riuscire a muovere un dito e balbetta qualcosa.

Il tonfo del lupo che lo assale è l’unica cosa che sente prima di svenire.

«Vedi Marion dopo che hai ripulito la carcassa dalle interiora bisogna infilzare la carne di traverso per fare uno spiedo e …»

«Dai che schifo, non ce bisogno che mi spieghi come cucinare un roditore, piuttosto dove è andato papà, vado a vedere mentre tu finisci di storpiare quel che rimane del coniglio».

Marion si avvia all’uscita e quello che sta per intravedere non è un bello spettacolo.

Un urlo riecheggia nel silenzio, attirando subito l’attenzione del Salvato che raggiunge prontamente la ragazzina. Lo spettacolo è inquietante.

Il Dottor Benjamin Lyndon è riverso a terra con un grosso lupo addosso, pieno di sangue.

Marion piagnucola qualcosa sul petto del ragazzo che le tiene la testa fra le mani.

«Non aver paura, è solo svenuto, il sangue non è il suo è del lupo».

Caleb lo riconosce, è il grosso lupo nero che lo segue da giorni, non sa perché ma, lo ha seguito da quando è uscito da quella maledetta stanza.

Il lupo è agonizzante ma, per evitare pericoli Caleb prende un legaccio e lo avvolge attorno al muso come una museruola, anche questo aveva imparato dal fratello, lo facevano con i piccoli maialini selvatici, per non farsi azzannare quando li catturavano senza ucciderli.

Il Dottore sembra riprendersi finalmente.

«Marion aiuta tuo padre a rientrare, qui ci penso io, non dimenticare il fucile».

La preoccupazione della ragazza si tramuta in uno «stai attento!»

Il lupo è svenuto ed è sanguinante ma, la ferita non sembra essere letale, Caleb lo prende in braccio e lo porta dentro vicino al fuoco.

«Cosa farai adesso?» chiede perplessa Marion.

«Non lo ucciderò se è questo quello che pensi! Il taglio non è profondo sarà meglio ricucirlo. Prendi la t-shirt dal mio zaino, strappala e preparami dei fili di cotone».

«Posso aiutarti se vuoi, è il mio mestiere».

«Vedo che ti sei ripreso Dottore, bene! Fai del tuo meglio».

«È una brutta ferita ma, non sembra essere grave, per fortuna non si tratta di morsi o cose del genere, forse si è tagliato cadendo o scivolando sul qualcosa di affilato, ci sono delle abrasioni ed è gonfio, con qualche punto di sutura ritornerà come nuovo! Tienilo potrebbe svegliarsi».


Il Dottore procede con cautela.


«Camminerà zoppo per qualche giorno, per fortuna l’osso della zampa non ha subito fratture, i punti si staccheranno da soli non appena la ferita si sarà rimarginata, speriamo non si infetti. È stata una giornata lunga e ho bisogno di dormire, Marion vieni!».

Caleb si adagia davanti alla testa del lupo che dorme, guarda il suo pelo nero gonfiarsi e sgonfiarsi, al ritmo del respiro che ora sembra regolare.

Gli occhi dell’animale si aprono un istante a guardare il Salvato, sono di un azzurro profondo, ed hanno più umanità di quella che è rimasta nel cuore di Caleb, poi si richiudono.

Aspettando le prime luci di una nuova alba, tutti si abbandonano alla stanchezza che lascia il posto a un mesto sonno ristoratore.



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