ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.129 ewriters e abbiamo pubblicato 72.179 lavori, che sono stati letti 45.492.989 volte e commentati 54.552 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato giovedì 18 maggio 2017
ultima lettura mercoledì 10 maggio 2017

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

La casa di Abalam

di laurar93. Letto 142 volte. Dallo scaffale Horror

_ La casa di Abalam _ Tutto quello che succede o è successo nel mio paese natale è da considerarsi strano. Fin da bambina ho sentito le...

_ La casa di Abalam _
Tutto quello che succede o è successo nel mio paese natale è da considerarsi strano.
Fin da bambina ho sentito le persone dei paesi vicini rivolgersi a noi come "malati del cazzo", "stramboidi da sopprimere" e in altri modi che francamente mi vergogno a ripetere anche da adulta. Ma la cosa più terrificante di tutte è che quelle persone in fondo avevano ragione.
Passeggiando nel tranquillo centro storico del paese si avverte chiaramente che qualcosa non quadra: ci sono negozi, palazzi, uffici e anche qualche spacciatore ma... tutto sembra immobile. È soltanto una sensazione, sia chiaro: le persone lì mangiano, cagano e dormono come in qualsiasi altro paese. Eppure in loro c'è qualcosa di terribilmente statico, immobile. Anche il tempo sembra scorrere lento e monotono lì.
Quando chiesi a mia madre per la prima volta il perché fossimo considerati strani dal resto del mondo, lei mi fissò con sguardo vacuo: "Ci odiano perché siamo diversi. Non ci sposiamo al di fuori della nostra comunità, non ci trasferiamo e moriamo insieme alla nostra gente. Nessuno nato in questo posto può andarsene, noi apparteniamo a questa città".
Avrei voluto chiederle se il discorso valesse anche per me ma lei tagliò corto e se ne andò dalla stanza. Fino all'età di tredici anni non ho mai pensato al mondo esterno: mi bastava giocare con i miei amici, andare a scuola e tornare a casa per dormire e mangiare. Poi, il 23 dicembre, qualcosa cambiò per sempre.
Tutti parlavano del nuovo concittadino appena arrivato in paese: la cosa era talmente assurda che mi rifiutai di crederci fino a quando non lo avessi visto con i miei occhi.
Si chiamava Noah, era americano ma parlava perfettamente la nostra lingua ed abitava in un piccola casa rosa di periferia. Lo vidi la prima volta il giorno di Natale, durante la messa. In realtà tutti, perfino il parroco, si stupirono di vederlo entrare dalla porta principale. Era molto alto, con una lunga barba grigia e i capelli ordinatamente tirati all'indietro in una coda. Rimase seduto senza fiatare per tutta la cerimonia, poi se ne andò senza parlare con nessuno. Per tutto il tempo ebbi la netta sensazione che quell'uomo in quel posto non dovesse starci.
Inutile dire che Noah mi affascinava terribilmente, e come me anche l'intero paese. Il problema è che nessuno sapeva niente di lui, del suo lavoro e tantomeno delle sue origini. Il suo arrivo sembrava aver risvegliato l'intera popolazione dalla cappa della monotonia che li aveva sempre oppressi.
Forse la curiosità verso Noah mi diede alla testa, ecco perché ebbi la malsana idea di indagare su di lui assieme a Maria, la mia migliore amica. All'inizio semplicemente ci appostammo di sera di fronte a casa sua: Noah rientrava sempre alle sei e spariva oltre la porta come inghiottito nel nulla. Era molto frustrante non poter vedere oltre le finestre, così quando Maria propose di far irruzione nella casa mentre lui era fuori, nella mia mente di quattordicenne quella sembrò un'idea grandiosa.
Un sabato dopo aver atteso più di un'ora per vederlo uscire, ci infilammo nel giardino sul retro. Mai avevo visto Maria così eccitata: gli occhi le brillavano di follia mentre si abbassava verso la porta, scassinandola come un ladro navigato. Disse di averlo imparato su YouTube e di essersi esercitata a casa sua.
La casa non era assolutamente come me l'ero immaginata: anche se Noah viveva lì da settimane ormai, nessun mobile era stato riempito, nessun pasto preparato e tutti i mobili erano ancora coperti dalle lenzuola e da uno spesso strato di polvere. Era come se nessuno avesse messo piede in quella casa da mesi. Eppure Noah rientrava a casa tutte le sere, lo avevo visto con i miei occhi. L'aria della casa poi era pesante e soprattutto... fredda. Non il freddo tipico di gennaio, ma qualcosa di profondo, capace di arrivare fino al cuore, fino alle ossa.
Mentre io rabbrividivo per la paura, però, Maria al mio fianco sembrava essere entrata in un meraviglioso parco giochi. Aveva il fiato corto, un ghigno terrificante in viso. Mi pentii di essere entrata in quel posto nell'esatto momento in cui vidi le camere da letto. Sembrava che qualcuno avesse graffiato i muri, lasciando scie di sangue e pelle morta sul muro. C'erano graffi ovunque, perfino sul soffitto, e dalle gambe del letto qualcuno aveva staccato dei pezzi di legno. L'aria lì dentro era così fredda da farmi quasi pisciare addosso dalla paura.
"Andiamocene" dissi a Maria "dobbiamo andarcene subito". Ma lei non mi ascoltava più. Capii di averla persa per sempre quando si avvicinò sorridendo al muro e lentamente tirò fuori la lingua. Con un gesto osceno leccò il muro e quello che io pensavo fosse sangue ormai secco le macchio' il volto.
"Sei impazzita?" Le urlai arretrando verso la porta "che cazzo stai facendo?".
Maria iniziò a ridere accasciandosi contro il muro, lo sguardo fisso su un punto imprecisato al di sopra delle mie spalle.
Capii che c'era qualcuno dietro di me: percepii un freddo intenso, ad ondate, così mi voltai.
Noah mi fissava con un sorrisetto divertito, le mani infilate nelle tasche dei pantaloni. Mi superò senza dire una parola, diretto verso Maria. La mia amica... bè è difficile da spiegare. Sembrava aver visto Dio: gli si gettò ai piedi gemendo, gli occhi spalancati, mormorando "Abalam, Abalam.. ". Noah le afferrò il mento, costringendola a guardarlo negli occhi.
"Ti stavo aspettando" le disse. Maria sorrise, e guardandola in viso capii immediatamente che chiunque fosse stata la mia migliore amica, di lei in quel corpo non c'era più traccia. Poi... lo fece.
Noah si voltò verso di me con un sorriso calmo, gli occhi grigi fissi nei miei. "Hai paura?" chiese e la sua voce si fece più profonda, più scura. Io non riuscivo a muovermi. "Capisco se hai paura. Anche Maria ne aveva... all'inizio. Ma poi ha deciso di arrendersi a me".
"Chi sei?" Gli urlai. Ma Maria mi distraeva: si contorceva come in preda all'estasi sul pavimento mormorando: "Abalam, Abalam...".
Noah si fece avanti lentamente: " stai pensando di scappare" disse " ma non puoi farlo. Nessuno... nessuno può lasciare la mia città".
"Ma che dici! La tua città? E cosa hai fatto a Maria?".
"Non le ho fatto niente. Lei si è arresa a me quando le ho parlato, ed ha promesso di portarmi un'altra donna... un'altra vergine"
" Sei uno di quei di malati che si divertono con le ragazzine?"
Noah rise di gusto, i suoi occhi mi sembravano più scuri adesso e poi... era sempre stato così alto?
"No. Questa città è come un allevamento per il mio padrone. Io torno a volte e scelgo per lui le vittime".
Avrei voluto salvare Maria, ma lei ridacchiava con sguardo folle accasciata ai piedi di Noah. Decisi di scappare in quel momento, mentre lui si voltava per guardare verso di lei. Corsi a perdifiato nel corridoio e poi giù per le scale mentre alle mie spalle un boato infernale faceva esplodere la porta. Le schegge volarono ovunque e una mi ferì alla spalla.
"Non puoi sfuggirmi" era una voce orribile, amplificata, profonda. Qualcuno mi inseguiva, sentivo il suo fiato sul collo, così mi lanciai oltre la finestra del salotto sfondando il vetro, mentre le schegge si conficcavano ovunque nel viso e nelle braccia. Rotolando sul tappeto d'erba udii un ringhio profondo, poi il nulla. Dal buco nella finestra sfondata non si vedeva nessuno e il ringhio era scomparso.
Forse la cosa più allucinante di tutta questa storia fu che a nessuno importò un cazzo dell'accaduto. Raccontai tutto alla polizia ma loro non avviarono le indagini, nemmeno quando fu evidente che Maria fosse scomparsa, nemmeno quando Erica, una ragazzina di appena dodici anni, svanì nel nulla pochi giorni dopo. Nemmeno mia madre appariva toccata dalla situazione: quando le spiegai, terrorizzata, che cosa fosse successo, lei mi fissò sorridendo mestamente. "Nessuno può andarsene da questa città" disse.
Tutti sembravano aver dimenticato che in città fosse mai esistito un Noah, e tutti si rifiutarono di avvicinarsi ancora alla casa dove lui aveva abitato. Semplicemente? era come se lui non fosse mai esistito.
Cercare di convivere con questa esperienza mi portò quasi alla follia: mi svegliavo di notte in preda agli incubi, coperta di sudore freddo e sognavo Maria leccare il sangue dalle pareti. Fu un inferno.
Me ne andai dal paese il 20 marzo di due anni dopo, appena compiuti sedici anni. Lo feci di notte, in modo che nessuno potesse sentirmi né fermarmi. Prima però mi fermai davanti alla casa di Noah, senza avvicinarmi troppo e sputai verso il giardino.
"Non sei riuscito a prendermi, figlio di puttana" mormorai. E mentre mi allontanavo ebbi la netta sensazione che qualcuno mi sussurrasse all'orecchio: "Non ancora".


Commenti

pubblicato il venerdì 19 maggio 2017
abisciott1, ha scritto: Bella storiella, ma troppe parolacce.
pubblicato il venerdì 19 maggio 2017
laurar93, ha scritto: Ciao abisciott1, ti ringrazio per aver letto la mia storia. Per quanto riguarda le parolacce non le cancello perché fanno parte del racconto e del carattere della protagonista, ma ho modificato l'accessibilità in modo che solo gli adulti possano leggerlo. Nel prossimo racconto ci farò più attenzione. Grazie ancora per il tuo commento!

Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: