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lavoro pubblicato giovedì 18 maggio 2017
ultima lettura giovedì 29 giugno 2017

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

MUTANDE BLU SOPRA IL COSTUME - Atto primo

di Vic. Letto 840 volte. Dallo scaffale Pulp

“Spero tu stia bene. Si può sapere cosa ti passa in testa? Sono passati due mesi e non ti sei degnato di chiamare. Vorrei sapere se pos...

“Spero tu stia bene. Si può sapere cosa ti passa in testa? Sono passati due mesi e non ti sei degnato di chiamare. Vorrei sapere se posso contare su di te. Diversamente rinuncio a certi lavori. Fammi sapere”.

A Lucius vennero le palpitazioni.

«Chi è?», chiese Ellen.

«Mio padre», sentenziò Lucius, pensando: “Cristo santissimo. Ci risiamo”.

Lucius poggiò il telefono cellulare sulla mensola della cucina, tornò a sedersi al tavolo, si versò dell’acqua e bevve d’un fiato, come se avesse sete davvero. Si alzò, andò al frigo, prese una birra, tornò al tavolo, la stappò, tracannò, prese il pacchetto, ne accese una, la tirò, sbuffò fuori una nuvola azzurra, rimase a fissare il vuoto come se il vuoto potesse riempire il suo vuoto, mentre il suo cuore correva e correva e le mani venivano fredde e l’uccello, tenuto nei boxer, sul lato a sinistra, pian piano spariva arricciandosi in mezzo ai testicoli in gesto di resa, per troppo terrore.

Poi Lucius scattò in piedi, come se una bomba gli stesse ticchettando sotto il culo, tornò alla mensola, prese il telefono e scrisse:

“Va bene. Ci vediamo domani mattina”.

Quando si mise a sedere di nuovo, vide che Ellen lo stava spiando in cerca d’ indizi.

«Gli ho detto che domani ci andrò», le disse. Quindi finì la lattina in un sorso, la schiacciò, l’accartocciò, la pressò, tanto che il fondo e la cima si diedero un bacio e lanciò quel metallo contorto nel cestino della latta, all’altro capo della stanza. Bersaglio mancato. Allora si alzò, fece il giro della tavola, prese il morto, lo rettificò in canestro, tornò al frigo, ne prese un’altra, la stappò, poggiò le chiappe e ricominciò da dove aveva interrotto il tentato suicidio.

Ellen alzò gli occhi dalla sua rivista, ma vide la furia di Lucius mentre svuotava l’ Oettinger-discount e rinunciò ad aprir bocca, tornando alla sua lettura, corrugando la fronte.

Andò avanti così per un po’. Ellen leggeva, Lucius beveva, fumava, pensava. Alla quinta lattina, Lucius tumulò il mozzicone tra gli altri mille suoi simili ammassati nel posacenere, attraversò la stanza portandosi dietro la birra, andò in camera da letto e aprì l’armadio con la mano libera. In mezzo a una fila di magliette-discount tutte nere, tutte uguali, stava, appeso a una gruccia, un costume sgualcito con dietro attaccato un mantello, rattoppato qua e là. Lo prese e lo gettò sul letto. Osservò le cuciture, scucite, il colore, scolorito, la forma del taglio, sformata, le toppe sui gomiti e sulle ginocchia di un altro colore. Fece una smorfia. Poi s’ allungò verso il comodino, aprì il cassetto più in basso e tirò fuori dal mucchio un paio di mutande blu.

“Perché diavolo non trovo il coraggio di farla finita con questa stronzata?”, si chiese.

“Forse per non deludere il tuo vecchio?”, suggerì una vocina.

Ma Lucius la fece star zitta, annegandola tutta in un sorso cattivo.

La verità era questa: dopo dodici anni di onorato servizio al fianco del padre, Lucius s’era accorto di non aver mai imparato a fare un altro mestiere. E quello che stava facendo, non era per lui: si era fregato da solo.

Suo padre, alias Misterfree, sessantacinque anni suonati, la testa d’un femore in necrosi, la schiena a puttane, faceva il super eroe da più di quarant’anni, da prima che Lucius nascesse, senza vedere mai il becco d’un quattrino. Come facesse a campare era, da sempre, un mistero. E Lucius ci aveva provato, ci aveva provato a impostar la sua vita in un modo diverso, ma abbiate pazienza: come può farcela, il figlio di un super eroe, a non vedere suo padre come L’eroe da seguire? E infatti Lucius l’aveva seguito. Con le sue piccole mani, affusolate e deboli, le mani di una donna; il suo corpo, esile e flaccido, privo dell’ombra d’un muscolo; la sua miopia (diciamo pure cecità); le ginocchia che scricchiolavano ad ogni flessione; il cuore distrutto dal fumo. E, soprattutto, le sue vertigini.

“Dio, maledette vertigini”, pensò Lucius. Che poi non sapeva neppure, davvero, se chiamarle così. Forse era solo quel poco d’istinto che gli era rimasto, un briciolo di buon senso, che gli gridava ogni volta:

“Sei pazzo? Davvero vuoi salire lassù?”.

E sempre il buon senso, una volta salito lassù, sussurrava:

“Guarda, la sotto c’è il vuoto. Che cosa succede se scivoli? Che cosa succede se ti vien da starnutire? Che cosa succede se adesso ti gira la testa? Se si stacca una tegola, voli di sotto. Se perdi la presa, finisci nel vuoto”.

Lucius zittì finanche il buon senso, insieme all’istinto, con un sorso violento e gli venne da pensare a l’ultimo giorno che aveva seguito suo padre al “lavoro”. Le spalle gli scesero ancora più in basso. L’uccello si fece ancora più corto, tanto che Lucius dovette soccorrerlo, afferrandolo al volo per la punta, prima che venisse risucchiato per intero dalle palle.

Quel giorno tutto andò bene, fino a sera. Ordinaria amministrazione: aiutare la vecchietta con un carico di borse della spesa con provviste per due anni; soccorrere il tizio rimasto a piedi con la macchina, spingendolo avanti e in dietro, sotto il sole, e un altro, travolto sulle strisce da un furgone dei pompieri. Rincuorare un senza tetto, senza tetto; parcheggiar la donna incinta che non trova mai parcheggio e il disabile, che il posto riservato trova sempre già occupato; recupero micetto dall’albero di turno. Ma sull’albero, quel giorno, era salito Misterfree. Poi, ecco che arrivò quella chiamata. Il telefono squillò.

«Il tempo d’arrivare e siamo subito lei, signora», rispose Misterfree, «non si preoccupi, tranquilla».

Lucius guidò fino a casa della tizia, parcheggiò dentro al vialetto e scese, bestemmiando, come sempre. Non sapeva a cosa stava andando in contro. Lo capì, quando vide Misterfree sgambettare verso un palo nel giardino della villa, alto quanto un condominio di sei piani.

«La signora non vede la tv», disse Misterfree sventolando un cinturone, «sali tu?».

Lucius alzò lo sguardo. Poi reclinò il capo in dietro, raggiungendo il fine corsa del suo collo. Lassù, tra le nuvole del cielo all’imbrunire, stava, terribile e nera, come scheletro sospeso in un anelito di morte, l’antenna, ripiegata su se stessa. Lucius rabbrividì e senti qualcosa dentro, che moriva, mentre la sua bocca pronunciava:

«Vado io».

Lucius prese il cinturone da scalata con la fune di emergenza, facendolo passare intorno ai fianchi e bloccandone la fibbia sul davanti. Raggiunse la base del traliccio, fece un bel respiro, scollegò il cervello, poggiò un piede sul gradino più basso, ma la punta della scarpa, in quello spazio, ci entrava a malapena. Il traliccio era una scala di metallo larga quanto un cazzo umano, ma alta quanto il cazzo del Signore. Lucius s’aggrappò ai tubolari, cominciò a salire, gradino dopo gradino, a forza di braccia e di gambe, senza guardare in basso, senza guardare in alto, solo badando a dove mettere le mani. Quegli appigli, saldati a zig-zag tra i tubolari, rendevano difficile infilarci in mezzo i piedi, costringendoli a restare sempre storti. Quando fu arrivato a circa quattro metri, restò appeso con la destra, penzolando. La sinistra già armeggiava con il blocco della fune. Lo sganciò dal cinturone e, lanciandolo di lato alla struttura, l’afferrò dall’altra parte, fissandolo sul fermo dell’ imbraco. Proseguì, trascinandosi la corda ad ogni passo.

«Misterfree, da quanto tempo?», disse una voce, laggiù, da qualche parte nel pratino.

«Buona sera, signora. Come andiamo, tutto bene?», fece Misterfree.

«Adesso ci mandi gli altri, a scalare, al posto tuo. Sei invecchiato», insinuò quella cornacchia.

“Invecchiato?”, pensò Lucius, trasalendo, “Vorrei vedere te, vecchia scema, a giocare a far la scimmia a settant’anni…”

«Per oggi, io ho già dato», le rispose Misterfree, «adesso tocca a lui».

«E chi è?», chiese la cornacchia.

«È mio figlio»

«È tuo figlio? Ma davvero? Ricordavo che avesse più capelli. Dove li ha lasciati?», ridacchiò l’anziana stronza.

«Sa com’è, cara signora…», ringhiò Lucius, tra sé e sé, restando appollaiato su quel trespolo del cazzo, sospeso a dieci metri dal pratino, mentre il palo dondolava con lui sopra, mentre i muscoli imploravano pietà, compassione, mentre il cuore stava immoto dentro al petto, in attesa, e le gambe gli tremavano per fifa, «forse, i miei capelli son più furbi del padrone. Son scappati altrove».

«Vieni dentro, Misterfree», disse la vecchia, «ho i mobili in soggiorno da spostare».

Di certo Misterfree seguì la tizia, entrando in casa, perché Lucius non sentì altre idiozie mentre saliva verso il cielo e il paradiso. Era ormai a quindici metri, avvinghiato al suo amante d’acciaio, con il culo, stretto, tenuto ben in dentro e con la paura di sporgerlo in fuori, nello spazio-gelido-nulla-siderale, quando si accorse che la fune d’emergenza era bloccata da un palo, perpendicolare alla struttura, troppo sporgente di lato. Non poteva aggirarlo. Doveva sganciare la corda e farla passare più in alto, oltre l’inghippo. Doveva restare attaccato usando soltanto la destra. Doveva rischiare il gran volo. Doveva mostrare a suo padre che in fondo non era un idiota. La vecchia cornacchia un po’ stronza doveva vedere le soap dell’ora di pranzo. Lucius guardò verso il basso. Errore. Deglutì. Un brivido lungo la schiena. Puntò bene i piedi. Un breve sospiro. Poi arpionò il tubolare ben stretto, tra l’avambraccio e il bicipite destro mentre la mano sinistra, lasciando la presa, sganciava il moschetto fissato alla cintura.

Un crampo. I nervi remavano contro. L’istinto richiamò la sinistra a sorreggere il peso del corpo, ormai sbilanciato di lato. I piedi, incastrati, divennero il fulcro dell’ uomo-compasso, che ormai dondolante andò a sbattere il muso sul freddo metallo. La corda lo resse.

“Fortunato, vecchio”.

Le braccia, stanche. Le gambe, percosse da spasmi. L’antenna, un paio di metri più in alto. I piedi fremevano in cerca di appigli più saldi, ma senza trovarne.

Una voce in testa diceva:

“Torna in dietro, brutto idiota”

e un'altra ribatteva:

“Vai avanti, cacasotto”.

Vinse la prima. Lucius cominciò la discesa, bestemmiando e pensando che non gli garbava morire così. E mentre scendeva, sentì Misterfree che dal basso chiedeva:

«Che cosa succede?»

ma lui stette zitto, pensando a com’era possibile che in tutti quegli anni, suo padre, ancora non avesse capito.

«Ehi, che cosa succede?».

Quando Lucius poggiò ambo i piedi per terra, rispose:

«Succede che per arrivare là in cima mi devo levare la corda»

«Infatti. La devi levare per forza».

Ciò detto, salì come un gatto. Misterfree, sessantacinque anni suonati, la testa d’un femore in necrosi, la schiena a puttane, faceva il super eroe per mestiere da più di quarant’anni e non voleva saperne di mollare. Lucius, trentasette anni sprecati a inseguire il mantello del papi, super eroe per dovere, ma a targhe alterne, con pause frequenti a causa di crisi di nervi crescenti, pronto a mollare in qualsiasi momento, non fece in tempo ad alzare la testa che l’altro era giunto sul tetto del mondo ed aveva drizzando l’antenna piegata; mantello svolazzante stagliato contro la penombra della sera, monumento di se stesso, impavido essere alieno, eroe. Batman, sparisci. A Superman piace vincere facile. Non a Misterfree. Lui suda, per vincere. Tiene duro. Anche quando non c’è più niente da tenere. Senza paura. Essere figli di un tipo così non è mica facile. Lucius rimase a osservarlo, sentendosi ancora una merda di uomo. Almeno non se l’era fatta addosso, pensò.

Ora sapete perché i supereroi portano mutande più spesse sopra il costume.

«Tutto ok?», chiese Ellen, facendo capolino da dietro la porta socchiusa.

«Tutto ok», tagliò corto Lucius, levando lo sguardo dal simbolo a “L” che stava cucito sul petto di quello straccetto gettato sul letto.


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