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lavoro pubblicato lunedì 15 maggio 2017
ultima lettura mercoledì 24 maggio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Senza Domani

di Lorecirillo. Letto 178 volte. Dallo scaffale Amicizia

Cominciai a tossire sempre più forte. -Mi sento di svenire, aiuto! Portatemi in ospedale! Mia madre mi guardò perplessa mentre mi accasciavo a terra. -Aiuto! Penso che sto per svenire, mamma, sono serio! Non scherzo! Per favore... Sento un bruciore..

Sono malato. Lo ero, probabilmente.
Mi chiamo Michele e vivo in una piccola città alle pendici del Vesuvio. Oggi compio 19 anni.
Quando ne avevo 12 iniziai a fumare. In realtà, il vizio l'ho preso da bambino, camminando per casa circondato da sigarette accese.
Il fumo mi ha lacerato dentro come un parassita, arrivando a debilitarmi il cervello. Per fortuna, ho smesso di colpo, dopo una media di cinque pacchetti al giorno. Solo adesso mi rendo conto del tempo e i soldi buttati via. Volete sapere come? No, niente cerotti e niente psicologi. Piuttosto, se vi fa piacere, vi racconto la mia storia.
Sedetevi, mettetevi comodi, spegnete la musica e aprite bene gli occhi. Sarò breve.


Era appena cominciata l'estate e non vedevo l'ora di rivedere i miei amici: dopo mesi di studio e fatica, finalmente avevo tre mesi per fottermene, fare quello che volevo, divertirmi e, tra le altre cose, diventare maggiorenne.

Anche d'estate mi sveglio presto, alle 8.00: non ho voglia di sprecare il mio tempo a dormire.
Credo non fosse passata neanche un'ora e già avevo fumato 10 sigarette, e ne avrei benissimo fumata un'altra se i miei amici non mi avessero citofonato per andare a mare. Così, presi due pacchetti da 20, lo zaino con l'asciugamano e il costume, e mi precipitai fuori dalla porta. Avevo aspettato questo momento da troppo tempo. Appena li vidi cominciai a ridere come l'idiota: ero così felice che niente e nessuno avrebbero potuto rovinare quel momento. Salutai tutti calorosamente e abbracciai talmente forte Giovanni, il mio migliore amico, da farlo diventare paonazzo. Per due mesi è venuto praticamente ogni giorno a casa mia per aiutarmi a recuperare con la scuola. Probabilmente ora non sarei qui se non fosse stato per lui, ma sarei rinchiuso in uno di quei collegi estivi dove si studia per recuperare. Credo non gli sarò mai abbastanza riconoscente per questo.

C'erano anche Lidia ed Elisa, più lontano, che mormoravano tra loro sghignazzando. Mi salutarono scuotendo le mani.

Mentre ci incamminavamo verso la spiaggia, presi una sigaretta e cominciai a fumare.

- Dovresti fumare di meno Michele, quante volte te l'ho detto?
- Dai Giò, non rovinarmi questo momento, su. E poi, è solo la prima della giornata.

Quando fumavo non volevo essere disturbato, anche se a parlare era Giovanni. Pur di non continuare il discorso ero disposto a mentire.

- Già. La prima di una lunga serie. Sono sicuro che, solo oggi, fumerai una quarantina di sigarette.

- Dai Giovanni, basta. Ti ha detto che è la prima, su. Fagli fumare almeno questa in pace!
Ogni tanto Lidia era dalla mia parte. C'era aria d'estate; il calore secco sulla pelle aumentava il desiderio di buttarsi in acqua e, finalmente, si vedeva all'orizzonte la spiaggia.

Neanche il tempo di arrivare e avevo di nuovo il desiderio di fumare, prima di buttarmi. Sapevo che Giovanni non me lo avrebbe permesso, così inventai una scusa.

- Mentre voi vi cambiate io vado un attimo in bagno.

- Certo, in bagno, come no. Scommetto che ti farai un pacchetto intero là dentro.

- Su, Giovanni! Ti ho detto che devo andare in bagno, almeno fammi pisciare in pace, cazzo.

- Allora dammi i pacchetti.

Come al solito Giovanni mi rompeva le palle, e quel sorriso del cazzo sulla sua faccia non faceva altro che irritarmi ancora di più. Solo ora ho capito quanto facesse bene.

- E va bene, tieni. Prendi tutto lo zaino, stanno nella tasca davanti.
Gli diedi i pacchetti, sicuro di trovare qualcuno che mi offrisse una sigaretta.
Me ne andai parecchio infastidito, arrivai in bagno e chiesi al tizio che usciva una sigaretta. Quando fumavo mi sentivo bene, spensierato, come se l'unica cosa a cui pensare fosse il fumo che usciva dalla bocca e si mischiava al vento.
Dopo il primo tiro, mi si alleggerì la testa e, pur essendo nervoso per via di Giovanni, mi sentii subito benissimo.

Tornai di corsa dagli altri e mi cambiai. Seguii gli altri che già si erano avviati verso la riva, camminando sulla sabbia morbida e già tiepida. Giovanni mi aspettò, si girò verso di me e mi disse:
- È sempre bella, vero, Michele?
Osservai Elisa da lontano mentre si tuffava mano nella mano con Lidia.
- Troppo. Non sai quante volte ho provato a dirle quello che provo, ma ho paura di rovinare tutto, di rompere la nostra amicizia.
- Prima o poi dovrai farlo, amico mio, e comunque dal modo in cui ti guarda mi sembra reciproca la cosa.
- Davvero? Se mi stai sfottendo giuro che...
Giovanni scoppiò in una grassa risata.
- Ahahah! Ti potrei mai mentire? Dovresti conoscermi bene!
- Sì, è proprio perché ti conosco bene che te l'ho chiesto!
Un'onda arrivò a bagnarmi i piedi. Il contatto col freddo dell'acqua mi fece rinsavire dall'ipnosi in cui erano caduti i miei occhi, che ormai riuscivano a intravedere solo una piccola testa uscire e rientrare nell'acqua.
La spiaggia era semivuota, e in mare solo poche persone più anziane nuotavano avanti e indietro vicino la riva. Probabilmente era ancora presto per i ragazzi. Inoltre, erano i primi giorni di giugno e in lontananza parecchie nuvole grigie sembravano pronte a scatenare una tempesta da un momento all'altro.
- Ah! Cazzo! Brutto bastardo, se ti prendo...
Giovanni mi aveva spinto in acqua allontanandosi per non farsi schizzare.
- Dai, non te la prendere! Non avevi detto che sentivi caldo?
Elisa e Lidia nel frattempo si erano avvicinate e, guardandomi, si misero a ridere. Adesso ero io paonazzo dalla vergogna.
- Almeno dammi una mano a rialzarmi, no?
Non pensavo si fidasse così tanto da venirmi ad aiutare davvero, forse si era sentito in colpa. In ogni caso, io scemo non ero: gli presi la mano e lo tirai in acqua con me.
- Sei due volte bastardo, Michè!
Le due ragazze ci avevano raggiunto e ci fecero notare che il cielo non era più tanto azzurro, quindi meglio asciugarsi e rimanere stesi sulla spiaggia aspettando che le nuvole passassero. Mentre risalivamo, Giovanni riprese a parlare.
- Parliamo di cose serie, Michele, tra poco è il tuo compleanno, hai già pensato a cosa fare?
- Oddio, Giovanni non ricordarmelo. Non voglio fare niente!
Elisa poggiò una mano sulla mia spalla e mi girò con forza.
- Cosa? È il tuo diciottesimo compleanno e hai intenzione di startene a casa?
- Beh, cosa dovrei fare? Mi scocciano quelle feste in discoteca dove ci si ubriaca soltanto e il giorno dopo non si ricorda più nulla.
Intervenne anche Lidia.
- Davvero, Michele? Ti ricordavo diverso. Sarà che non frequenti più Paolo?
- Lidia, non nominarlo neanche! Quel bastardo stava per far perdere un anno di scuola a Michele per mezzo delle sue stronzate.
- Già, ha detto bene Giovanni, mi faccio troppo trascinare da quel tipo.
Il vento iniziò a tirare sempre più forte, e i primi schizzi di pioggia segnavano la sabbia scura.
- Ma che palle, la prima volta che scendiamo a mare e siamo costretti a correre sotto l'acqua!
Corremmo verso gli spogliatoi quanto più veloce possibile, e in quel momento, per trovare una consolazione, pensai che almeno non dovevo preoccuparmi di bagnarmi in quanto avevo ancora il mare sulla pelle.
Mi asciugai e mi cambiai in meno di due minuti, pur tremando per il freddo, e aspettai gli altri sotto la tettoia arrugginita del lido.
- Bene. E ora che si fa?
Elisa sembrava parecchio annoiata. Giovanni, col volto pensoso come sempre, ci spinse tutti verso l'uscita e ci indicò un porticato dove avremmo potuto sederci e aspettare che spiovesse.
Non attesi altro tempo per cacciare la dodicesima sigaretta della giornata e iniziare a fumare, bagnato dalle gocce d'acqua che cadevano dai miei capelli. Giovanni mi guardava storto, ma lo sapeva: fumare sotto la pioggia era, per me, una delle cose più rilassanti al mondo. E poi, ai vizi non si comanda.
- Scusate, ma prima avete parlato di un certo Paolo. Chi è?
Elisa non lo aveva ancora conosciuto. Buon per lei, penso ora.
- Un bastardo, uno che non ha niente da perdere ed esce tutte le sere per andare in discoteca a ubriacarsi e a fumarsi canne per poi ritirarsi alle sei del giorno dopo. Mancava poco e trascinava anche Michele lungo la stessa strada.
- Come lo hai conosciuto, Michele?
Per sua fortuna mancava solo un ultimo tiro per finire la sigaretta. Aspirai, gettai il mozzicone, e raccontai tutto.
- Avevo appena preso un 3 al compito di matematica, e mentre tornavo a casa pensavo a cosa fare per dirlo a mia madre. Lungo la strada lo incontrai per la prima volta.
"Ehi, muso lungo, cos'è quella brutta cera?"
Quell'individuo non ispirava tanta fiducia ad un primo sguardo, eppure, sarà stato il tono di voce, oppure il modo in cui si è avvicinato, ho iniziato a parlargli.
"Non ne parliamo, ho preso l'ennesimo 3 in matematica e non so come dirlo a mia madre."
"E tu pensi a questo? Su, dai, ‘ste cose capitano. Recupererai. Hai tutto il tempo per studiare in questi mesi, dovresti pensare a divertirti un po'."
"Già, magari tutti la pensassero come te."
"Tu fumi?"
"Sì, oramai ho perso anche il conto delle sigarette che fumo in un giorno."
"Non sei l'unico."
Mi cinse il corpo con un braccio e, sorridendo, mi porse qualcosa.
"Prova questa, è speciale."
Chissà quante volte i miei mi avranno detto di ‘non accettare le caramelle dagli sconosciuti', ma la proposta sembrava allettante, e di certo io non sono uno che si tira indietro. Mi piace provare cose nuove.
"Mh, su, passa."
"Tieni. Se non ti fa stare meglio questa sei proprio un disperato! Ahahah!"
Presi in mano quella cartina arrotolata, la accesi e aspirai. Nonostante fumassi, accusavo tanto la pesantezza di quella sigaretta. Tossii.
"Ma che cos'è? Ha un sapore strano."
"Rilassati amico, cerca di non pensarci."
"È proprio forte, sai?"
"Erba, comunque"
"Uao! La posso finire?"
"Ahahah! Te l'ho detto, amico. Dai, finiscila, io sto a residui oramai."
Continui a fumare finché il cervello non mi rispondeva più. Mi sentivo leggero come una piuma e quasi non controllavo più il mio corpo.
"Porca miseria! Senti amico, dove la prendi questa roba?"
"La coltivo io stesso, diciamo che è il mio lavoro. Ehi, però non dirlo a nessuno!"
"Stai tranquillo, anzi, mi sa che ti verrò a cercare per fare affari, se capisci cosa intendo. Ahahahah!"
"Zio sei un grande! Ahahah!"
Da quel giorno cominciai a frequentarmi con lui, andavo in discoteca, mi ubriacavo, e magari mi risvegliavo intontito e senza memoria con qualche ragazza stesa su di me.
Per fortuna Giovanni mi ha salvato in tempo, mi ha fatto aprire gli occhi.
- Non ci posso credere, Michele!
- Credici, sorella, l'ho visto io stessa quando era fatto come una pigna.
Chissà cosa avrebbe pensato di me Elisa, adesso. Sembrava alquanto scossa. Però, se Lidia ha superato il trauma, per così dire, credo possa farlo anche lei.
- Ragazze, l'importante è che sia tutto finito e che Michele abbia capito lo sbaglio.
- Beh, non ti nascondo che qualche volta mi è tornato il desiderio di fumare quella roba.
- Oh! Spero tu stia scherzando. Già ti rovini i polmoni con questa merda, Michè, ora vuoi fumarti anche il cervello?
- Ho capito, Giovà! Stai tranquillo, stavo scherzando!
In verità il desiderio di uscire dal mondo con quella roba era più forte di qualsiasi cosa. L'erba era capace di farmi stare bene anche in momenti davvero grigi.

- Scusatemi, ragazzi, ma adesso devo andare. Mia madre non vuole che io stia fuori con la pioggia.

- Dovresti dire a tua madre di trattarti come una diciottenne, invece che come una bambina di tre anni.

- Senti, Lidia, ognuno hai propri genitori, quindi non rompere. Ci vediamo direttamente al compleanno di Michele, dopodomani parto con i miei per il fine settimana, e devo preparare le cose.

- Davvero? Verresti al mio compleanno?
- Certo che ci vengo. Se ci sarà, almeno.

- Non preoccuparti, ci sarà!

Quelle parole di Elisa mi avevano fatto battere il cuore fortissimo. Il dolore quasi mi stendeva.

- Va bene, allora vado anche io, faccio un pezzo di strada con Elisa.

- Ciao a tutte e due, ci vediamo alla festa!

Una volta rimasti soli, Giovanni mi si avvicinò e iniziò a stuzzicarmi.

- Hai cambiato in fretta idea, eh?

- Si Giovà, porca puttana! L'hai sentita! Verrebbe al mio compleanno! Non è una cosa fantastica?

- Sì, certo, ora però calmati e cerchiamo di organizzarlo per bene. È pur sempre il tuo diciottesimo compleanno, e non voglio sia una di quelle feste dove si va nei ristoranti, ci si siede e si mangia soltanto. Se vuoi, possiamo andare nella discoteca di mio cugino.

- Sì, è un idea geniale! Non so come farei senza di te!

- Già, probabilmente ora staresti in un collegio estivo col cervello fumato per colpa di quel coglione.

- Si, credo tu abbia ragione. Sai, preferisco non parlarne più.

- Neanche io. Su, andiamo a casa mia, cinque giorni passano in fretta. Dobbiamo organizzare tutto.

Ero entusiasta di quello che mi aveva detto Elisa. Forse, anzi, probabilmente per lei non significava niente, ma per me, invece, le sue parole significavano tutto.
Come suo solito, Giovanni smorzò presto il mio entusiasmo.
- Mike, cerca di essere realista, però.
- Si, Giovanni, lo so. Ma almeno mi ha fatto capire che, almeno minimamente, mi considera.
- Lo so, lo so. Ma stai attento. Potresti rimanerci molto male se non è come credi.
- Sei il solito pessimista! Mia una gioia, tu.
- Non dire così, che sai benissimo anche tu qual è la verità. Comunque dai, entra.
Salimmo la lunga rampa di scale che ci separava dalla porta di casa e, una volta arrivati, ci spaparanzammo sul divano. Giovanni, dopo pochi minuti di silenzio in cui ci stavamo abbandonando al sonno, si alzò e tornò con un taccuino.
- Allora, prima che ti lasci andare del tutto, hai già pensato a cosa fare?
- Sinceramente, no. Mezz'ora fa non volevo neanche festeggiare e ora mi ritrovo a organizzare la mia festa!
- Prima ti ho proposto di andare nella discoteca di mio cugino, però dobbiamo chiamarlo già ora per prenotarci. È sempre pieno zeppo di gente, là.
- Sì, mi sembra la cosa più veloce e fattibile.
- Ok, allora, facciamo lunedì sera? Credo verso le nove e mezza vada bene, no? Poi di solito lui chiude verso le tre di notte per i diciottesimi.
- Giovanni? Sei sempre tu?
- Cosa c'è? Credi che non sappia divertirmi anche io? Guarda che non sono un santarello!
- No, no, non lo metto in dubbio. Ci sarà da bere, vero?
- Glielo chiedo, ma credo non ci siano problemi. Vado un attimo di là a prendere il numero. Ah, quanti pensi che dovremmo essere?
- Domanda difficile... Conta una quarantina di persone, sperando che tutti rispondano positivamente all'invito!
- Chi non verrebbe alla tua festa, Michè?
Giovanni era sempre stato un ragazzo serio, rispettoso e rispettabile. Il suo sguardo serio mentre parlava al telefono mi turbava e mi inquietava, ma, solitamente, con lui non c'è da preoccuparsi. Non ho mai conosciuto una persona tanto responsabile e di così alti valori morali. Lo invidio, devo dire la verità.
- Allora, Michele, ha detto che va bene, però ho fatto in modo che la gente non beva troppo!
- Questo è il Giovanni che conosco!
- Eh già, scusa se mi preoccupo di non far ubriacare nessuno così da passare una festa divertente e tranquilla. Comunque avremo due ticket ciascuno per prendere al massimo due alcolici. Saranno distribuiti all'ingresso.
- Va benissimo così. Ma gli inviti?
- Esatto, gli inviti. Devi dirmi tutti le persone che vuoi alla festa, così non perdiamo tempo e invitiamo tutti subito.
- Posso scriverlo anche sul gruppo della classe, poi magari gli altri ce la vediamo assieme.
Credo che la tecnologia sia fenomenale. Permette di metterti in contatto con quaranta persone in pochissimo tempo. Appena venti minuti che tutti visualizzassero i messaggi ed ecco fatto.
Lo stress mi stava assalendo, e fu naturale per me prendere una sigaretta e portarla alla bocca. Avevo già l'accendino acceso.
- Bene, ora... Michele, che cazzo stai facendo?
Mi ero dimenticato che a Giovanni desse fastidio che si fumasse a casa sua.
- Oh, scusa! Vado un paio di minuti fuori, allora.
- Te la spezzerei, giuro! Muoviti!
Sul balcone, appoggiato alla ringhiera, non riuscivo a non pensare ad Elisa. E se alla festa sarebbe cambiato qualcosa? Magari mi sarebbe passato il timore di dirle quello che provavo. Confuso e stranito da mille pensieri, rientrai in casa gettando giù mezza sigaretta ancora intatta per non far innervosire troppo Giovanni.
- Ho avvisato gli altri della festa.
- Grazie, amico, per l'aiuto che mi stai dando... Non sai quanto bene che ti voglio!
- Adesso non fare il sentimentale, Michè, su.
Il cellulare iniziò a vibrarmi in tasca e si diffusero le note di un classico dei Beatles. Era mamma e non avevo un buon presentimento: non la avevo avvisata di essere andato da Giovanni, e di sicuro mi stava aspettando a casa.
- Michele! Dove diavolo sei?
- Scusa mamma, torno subito, sono da Giovanni.
- Beh, muoviti, che è pronto a tavola! Noi mangiamo.
Staccai la chiamata e mi preparai alla terribile ramanzina che avrei ricevuto di lì a poco.
- Giò, devo tornare a casa, scusami.
- Non preoccuparti, cerca di essere alla festa vivo e vegeto! Ahahah!
- Ahahah! Grazie mille, adesso scappo, salutami i tuoi. Ciao!
- Ciao, ci vediamo!
Mi precipitai fuori la porta, scesi in fretta le scale e mi misi a correre.
A pochi minuti da casa, sentii una voce chiamarmi.
- Ehi fratello! Che bello rivederti! Riusciremo mai a incontrarci in modo diverso? Ahahah!
- Paolo? Che ci fai qui? Senti, scusami, ma devo tornare subito a casa e...
- Aspetta un secondo, sei sparito nel nulla all'improvviso dopo quella sera che passammo a sballarci. Mi spieghi che cosa ti è successo?
- Niente, Paolo, mi serviva un pausa. Tutto qui.
- Beh, mi spiace per te, ma la pausa è finita! Venerdì vado in un posto con degli amici, che dici, vuoi venire? Come i bei vecchi tempi.
- No, non posso. Venerdì è il mio compleanno.
Nell'istante in cui pronunciai queste parole, in mente pensai "Porca puttana, che cazzo ho detto?"
- Davvero? Festeggi?
- Eh, sì.
- E non mi inviti?
- Non avevo ancora avuto il modo di dirtelo, e poi ho deciso tutto pochi minuti fa, in realtà.
Sorrisi, sperando non si accorgesse del mio imbarazzo. Avrei trovato il modo per non farlo entrare, poi.
- Grazie, amico! Stai sicuro che non mancherò!
- E di che! Ora devo andare, mi stanno aspettando a casa, scusami.
- Ci vediamo direttamente lì, allora. Ciao!
Liberarmene, in quella circostanza, era stato un sollievo. Non so dire se perché avevo fretta o perché avevo fatto una delle più grandi cazzate della mia vita ad invitarlo, ma in quel momento non vedevo l'ora di chiudere la porta di casa alle mie spalle.
Lo feci, e lo sguardo di mia madre mi attendeva furioso.
- Si può sapere perché ci hai messo tanto?
- Scusa, mamma, ti prometto che non accadrà più. Davvero.
- Non fare promesse che sai di non poter mantenere!
In bagno, per lavarmi le mani, mi guardai allo specchio. Pochi attimi e nella mia mente la figura di Paolo aveva già lasciato il posto a quella della ben più dolce Elisa.
Seduti a tavola ad aspettarmi c'erano mia sorella Rosa e mio padre, che tuonò ad alta voce:
- Sei arrivato, finalmente. Ti abbiamo aspettato per mezz'ora!
- Si, scusa papà, lo so. Ero a casa di Giovanni ad organizzare il mio compleanno e non ci siamo accorti del tempo che passava.

- Compleanno? Pensavo non volessi festeggiarlo!

- Diciamo che ho cambiato idea.

- Mamma, hai sentito? Michele vuole festeggiare!

- Si, ho capito. Poi ne riparliamo con calma, visto che vorremmo essere messi al corrente di ciò che decidi, Michele. Adesso mangiate, prima che si raffreddi tutto.

Non feci caso alla frecciatina di mia madre: aveva cucinato il mio piatto preferito, cannelloni ripieni!
Mentre mangiavo non potevo smettere di pensare a Elisa: e se non fosse venuta? Se l'avesse detto così per dire? Avevo organizzato la mia festa soltanto per stare con lei quella sera e tentare di dirle quello che provavo. E se avessi rovinato tutto?

- Michè? Torni sul pianeta Terra?

- Eh? Cosa? Che è successo?

- Sei imbambolato a fissare il vetro da cinque minuti!

- Ehm... stavo solo pensando a lunedì, spero vada tutto bene.

- A proposito, ora cerchiamo di chiarire le idee! Dov'è che festeggi?

- Nella discoteca di Alex, il cugino di Giovanni, mamma.

- Discoteca? Come discoteca?

- Non preoccuparti, mà, Giovanni ha già preso tutte le precauzioni, ormai lo conosci bene anche tu.

- Ecco, Giovanni, un bravissimo ragazzo. Dovresti prendere esempio!

- Ognuno è diverso mamma.

- Si, meglio così. Sai che noia un mondo con tutte persone uguali?

- Esatto.

Io e mia madre a volte ci capivamo subito, anche dopo una litigata. Quel pomeriggio non sapevo davvero cosa fare; mi misi sul divano a fumare e a guardare la televisione.

Mio padre era a casa giusto per mangiare e poi tornava subito a lavoro; per i dentisti le ferie non sarebbero mai esistite, e infatti lo vedevo poco. Mamma invece era casalinga, ogni volta che tornavo a casa trovavo camera mia pulita e in ordine. Mia sorella frequentava l'università, scienze informatiche.

All'improvviso mi chiama Giovanni.

- Pronto, Michele?

- Si, Giò, dimmi.

- Senti, io questi tre giorni sono via con la mia famiglia, ci vediamo direttamene alla festa, ok?

- Ok. Probabilmente saranno i tre giorni più lunghi della mia vita! Ahahah! Divertiti comunque, ci si vede venerdì.

- Ciao, Michè, a venerdì. Stammi bene.

Già sapevo che avrei trascorso quei tre giorni a fumare e fare un cazzo, visto che, purtroppo, gli amici con cui uscivo erano quelli, e di contattare Paolo non mi saltava neanche per la testa. Mai e poi mai lo avrei rifrequentato.

Andai a dormire presto, volevo far passare in fretta il tempo e non sapevo come. Fortunatamente la mattina dopo ebbi una piacevole sorpresa.

"Driiiiin"

- Michele vai al citofono a vedere chi è!

- Sì, mamma, vado subito. Pronto, chi è?

- Michele! Sono Davide!
- Porca puttana, Davide, che ci fai qui?

- Sto qui con i miei in vacanza per due settimane. Ha funzionato la sorpresa? Su, scendi, andiamo a farci un giro!

Ero felicissimo, non solo perché non vedevo Davide da quattro mesi, ma perché finalmente avevo qualcuno con cui passare il tempo!

Mi preparai subito per scendere e appena lo vidi mi sembrava diversissimo da quando lo avevo salutato quattro mesi prima.

- Cavolo, ti sei fatto alto, eh?

- Anche tu sei cambiato molto. Allora, che mi racconti?

- Beh, niente di che. Lunedì è il mio compleanno, festeggio nella discoteca del cugino di Giovanni, vuoi venire?

- E me lo chiedi anche? Ahahah!

- Grande! Ora su, dai, andiamo a fare colazione, hanno aperto un nuovo bar qui vicino che fa dei cornetti spettacolari.

Davide non poteva immaginare quanto fossi felice di vederlo. Purtroppo era un ragazzo che si faceva trasportare moltissimo, come me. Speravo solo che lui e Paolo non si fossero mai incontrati.
I giorni passarono in fretta con la compagnia di Davide. Gli parlai di Elisa e del perché avessi organizzato la festa, gli raccontai anche di Paolo e di quanto fumavo, e mi disse di fumare anche lui. Da una parte ero felice: era sempre bello fumare in compagnia di un amico.
Finalmente arrivò lunedì mattina.
Di buon'ora, mia sorella mi svegliò con la sua voce squillante. Quanto odiavo quella voce a prima mattina!
- Michele! Su, svegliati, è lunedì! Auguri!
- Buongiorno anche a te, Rosa. Se mi dai almeno il tempo di vestirmi forse esco!
- Uff, come sei! Muoviti, mamma ti ha preparato la colazione!
Mi alzai dal letto felicissimo, mi vestii in fretta e andai in cucina.
- Ben svegliato, giovanotto!
- Su, mamma, ho diciotto anni! Ti sembra il caso di chiamarmi ancora così?
- Per me sarai sempre il mio bambino! Mangia, adesso, dai.
- Papà dov'è?
- È già andato a lavoro, ma ti ha fatto gli auguri mentre dormivi.
A volte mi chiedo se ho un padre o meno.
Mentre inzuppavo i biscotti nel latte mi misi nuovamente a pensare ad Elisa. Ero molto nervoso, talmente nervoso che mi fece cadere tutto il latte addosso.
- Michele! Si può sapere cosa combini?!
- Scusa, mamma, mi sono distratto un secondo...
- Ogni volta che mangi ti imbamboli e fissi il vuoto, mi spieghi a cosa pensi?
- Sono solo teso per la festa di stasera.
- A proposito, ha chiamato Davide, ma stavi dormendo, così gli ho detto che lo avresti richiamato.
Mi andai a cambiare i pantaloni, presi il cellulare e lo chiamai.
- Pronto, Davide? Mi sono alzato appena dieci minuti fa.
- Ehi, Michele! Auguri!
- Grazie, Davide! Allora stasera ci sarai, vero?
- Certo che ci sarò, solo che l'attesa sembra infinita. Posso venire da te? Fumiamo qualche sigaretta e facciamo passare questo dannato tempo.
- E me lo chiedi anche? Su, vieni, ti aspetto.
Presi una sigaretta e cominciai già a fumare per far passare il nervosismo. La sigaretta era l'unica arma, contro queste cose.
Dieci minuti dopo arrivò Davide, che, entrando in camera mia, lasciò dietro di sé un fortissimo odore di fumo.
- Davide, ma quando fumi cosa fai, ti spegni le sigarette addosso?
- Scusa, Michele, è che a casa mia fumano tutti, se entri là dentro anche tu puzzeresti!
- Vabè, dai, che facciamo? Filmetto?
- Sì, dai. Prima o poi devono farsi le nove!
Fumammo un intero pacchetto da venti ognuno. Davide mi aveva detto che fumava, ma non pensavo così tanto, o almeno non quanto me.
Si fece sera, Davide tornò a casa a prepararsi e iniziarono i primi dubbi: non avevo pensato a cosa indossare! Dovevo essere elegante? Più sportivo? Entrambi? Chiesi aiuto a mia sorella e dopo venti minuti a rovistare nell'armadio optai per la cosa più semplice: camicia bianca e giacca nera.
Fumai l'ultima sigaretta prima di lavarmi: se fosse scappato un bacio con Elisa volevo essere sicuro di non puzzare, per una volta. Mi lavai i denti e mi buttai sotto la doccia. Come un po' tutti, la doccia era il luogo per me in cui riflettere su tantissime cose, ma anche quella sera tutti i miei pensieri erano concentrati su una sola persona.
Erano le 21.00, il tempo di sistemare i capelli, vestirmi e uscii di casa con mia sorella.
- Allora, Michele, ti piace come mi sono vestita?
Me lo disse facendo una giravolta su se stessa.
- Oddio, Rosa, sei stupenda!
Una cosa che mi piaceva delle feste era che tutti si preparavano sistemando tutti i dettagli per essere notati o anche semplicemente per ricevere complimenti. Mentre camminavamo, le raccontai di Elisa, a quanto avessi aspettato questa serata per dirle quello che provavo, anche se con la paura di rovinare tutto. Lei mi disse che non importava quello che sarebbe successo dopo, ma che dovevo pensare al presente, che dovevo pensare a me stesso. Feci mie quelle sagge parole come il caffè che scioglie lo zucchero.
Vedevo già la discoteca da lontano e tutti i miei amici che mi aspettavano all'esterno.
- Auguri Michele! Sei pronto per scatenarti?
Lidia era la solita, ad urlare in mezzo alla strada.
- Ehi, Lidia, sei venuta! Certo che sono pronto! Aspettavo questo giorno da troppo tempo...
- E finalmente è arrivato, hai visto? L'attesa è stata dura ma è finita!
Questa volta era Giovanni a parlare.
Lo guardai felicissimo: anche se lontano solo per tre giorni, mi era mancato tantissimo.
- Giò! Se non fosse stato per te, probabilmente questa sera non ci troveremmo neppure qui!
- Non dirlo neanche per scherzo, Michè, l'iniziativa è stata tua, dopotutto.
Salutai tutti gli altri amici e finalmente la vidi, Elisa, con il suo sguardo timido, i suoi capelli castani e il suo vestitino rosso. Stavo per salutarla, ma mi persi nei suoi occhi color nocciola, non riuscivo a parlare! Era bellissima, di una bella ammutolente.
- Ehi... Ciao, Elisa...
Per dirle tre parole ci misi venti secondi, balbettando come un ebete e diventando rosso come un pomodoro.
- Ciao, Michele, auguri! Tutto bene?
Mi rispose con la sua solita voce dolce e calma. Mi batteva così forte il cuore che ebbi paura di svenire. Lei mi guardò e mi sorrise. Quello fu il colpo di grazia.
Entrammo tutti nel locale e cominciammo subito a ballare. Non mi feci sfuggire l'occasione, invitai Elisa a ballare con me e, contro tutte le mie aspettative, accettò di buon gusto. Cominciavo a pensare che Giovanni avesse ragione e ora ero più sicuro di dirle quello che dovevo.
Dopo un po' decidemmo di fare una pausa, e in effetti eravamo entrambi distrutti. Si allontanò a prendere qualcosa da bere, ne approfittai e partii determinato verso di lei senza la minima idea di come dirle quello che volevo, ma con la parole di mia sorella nel cuore: "Sii te stesso".
Mentre camminavo verso di lei, una mano sulla spalla mi fermò.
- Ehi, amico, non ti sei neanche fatto dare gli auguri.
Mi girai per vedere chi fosse e quando lo vidi mi bloccai come impietrito. Non poteva essere! Era Paolo! Non potevo essermi scordato di dire ai buttafuori di non farlo entrare... Non potevo rischiare di rovinare tutto!
- Pa... Paolo... sei venuto, alla fine!
- Certo che sono venuto, ahahah!
Mi rispose mentre con una mano fumava uno spinello e con l'altra beveva della vodka.
- Vuoi farti un tiro?
Tantissime voci nella mia testa mi dicevano di sì, ma poi il buon senso vinse.
- No, Paolo, scusa, ora devo lasciarti, mi spiace. Goditi la festa!
- Ehi, aspetta, ma dove vai?
Non lo feci neanche finire di parlare, mi diressi come un treno verso Elisa e mi sedetti al suo fianco.
- Ehi, Eli...
- Oi, Michele, tutto ok? Ci voleva proprio una pausa!
- Già. Senti, ho aspettato fin troppo tempo per dirtelo...
- Stai bene, Michele? Ahahah! Mi sembri impazzito! Ma hai bevuto? Cosa devi dirmi?
Le presi la mano e il suo sguardo subito cambiò. Forse si incupì.
- Elisa, mi piaci. Mi piaci tantissimo. Ho perso la testa per te, e, anche se non ricambi ciò che io provo, volevo dirtelo perché non ce la faccio più a vivere con questo peso. Scusa se ti ho messa in imbarazzo.
Lei rimase ferma, stupita. Stavo per mettermi a piangere, dovevo aspettarmelo che la cosa non fosse corrisposta. Mi sono alzato per andarmene, ma lei mi tenne il braccio.
- Pensavo che questo momento non sarebbe mai arrivato.
Me lo disse con un dolcissimo sorriso stampato sulle labbra. Il mio cuore cominciò a battere fortissimo, non c'era altro motivo di aspettare. La baciai, mentre morivo di tachicardia, mentre tutte le emozioni del cuore si trasmettevano nel bacio che le stavo dando. Un bacio dolcissimo e guadagnato da troppo tempo. Non potevo crederci. Le sorrisi anche io ed ero sul punto di piangere dall'emozione, questa volta.
Ma la felicità durò poco. Mi girai e vidi Davide fumare con Paolo. E non erano sigarette. Elisa mi capì all'istante e si mise una mano davanti alla bocca, senza parole. Mi alzai incazzato come non mai, così concentrato sulla scena a cui assistevo da non sentire più neanche la musica. Mi diressi verso di loro.
- Ehi, amico, guarda qui chi ho trovato durante la tua assenza! Si chiama Davide e gli piacciono i fiori. Ahahah!
Gli diedi un pugno in faccia.
- Porca puttana! Ma che cazzo fai, pezzo di merda!
Non riusciva neanche a rialzarsi. Mi faceva schifo. Vidi Davide guardare fisso verso il soffitto, poi si allontanò e cominciò a vomitare sui suoi stessi vestiti.
- Davide, calmati. Davide!
Le lacrime adesso scendevano per davvero, per un nuovo motivo ancora. Non finiva più di vomitare, stava davvero male.
- Che cazzo succede?!
Giovanni urlava avvicinandosi, ancora più incazzato di me.
- Giò! Davide... Davide sta male! Ha fumato uno spinello con Paolo e...
- E mi spieghi che cazzo ci fa qui Paolo?
Giovanni adesso si rivolgeva a lui.
- Tu sei una merda, non dovresti neanche essere nato! Devi andartene a fanculo, ora! Hai capito?
Paolo si alzò col sangue al naso e zoppicando camminò verso il bancone del bar. Prese una bottiglia di birra e minacciò Giovanni.
- Di sicuro non ci rivedremo più, noi due.
Si scagliò verso il mio migliore amico e, con tutta la forza che aveva in corpo, gli spaccò la bottiglia in testa, facendolo svenire sul colpo.
- Fanculo a tutti! E ricordatevi di non rompermi più il cazzo!
Paolo era corso via dal retro, mentre io, immobile ed incredulo, non riuscivo a sentire le urla degli altri ragazzi, coprendole con le mie ancora più forti. Riuscivo a dire solo una cosa.
- Giovanni! Giovanni!
Nient'altro. E svenni anch'io.

Cos'è successo?
- È svenuto dopo che l'amico è stato ferito.
Aprii gli occhi e mi alzai di scatto.
- Dove mi trovo?
Mia madre mi prese la mano come per rassicurarmi.
- Stai tranquillo, Michele, sei a casa. Lui è il dottor Saluzzi. Sei svenuto, alla festa, e ti abbiamo portato a casa. Ti stava visitando.
- E Davide? Davide come sta?
- Sta anche lui a casa. Ha chiamato la madre, prima, e ha chiesto di te. Il tuo amico si è ripreso.
- E Giovanni? Mamma, dov'è Giovanni?
Mia madre guardò il dottore, annuì e chiuse la porta della mia stanza.
- Giovanni sta in ospedale. Non sappiamo come sta. Sappiamo solo che è stato ferito gravemente e non si è ancora svegliato.
Mi misi a piangere. Volevo svenire di nuovo.
- È tutta colpa mia! Non dovevo farla quella stupida festa. Lo sapevo! E gli altri? Gli altri dove sono? Dov'è Elisa?
- Sono tutti a casa propria, Michele. Dopo che sei svenuto hanno chiamato me e l'ambulanza.
Non potevo credere a ciò che mi stava dicendo mia madre. Piansi nel letto con l'idea di aver perso un amico.
- Signora, per ora va tutto bene. Tornerò domani per un ulteriore controllo.
Mia madre ringraziò il dottore e lo accompagnò alla porta. Poi tornò in camera mia.
- Mi dispiace. Mi dispiace tanto, Michele. E forse "mi dispiace" è una parola troppo semplice. Ti prego solo di non fare più scemenze, me lo prometti?
- Te lo prometto.
Mi diede un bacio sulla fronte e si avviò in cucina per preparare il pranzo. Questa promessa era forse più facile da mantenere?
Volevo stare da solo in quel momento, e mia madre, anche questa volta, mi aveva capito. Pensavo alla mia inutilità. Sarei voluto andare da Giovanni in ospedale a vedere come stava, ma non ce la facevo. Così mi venne in mente una cosa: quando frequentavo ancora Paolo, mi diede una canna che avevo conservato senza fumarla, e io la nascosi in camera con la promessa di prenderla solo in casi estremi, in cui davvero volevo che la mia mente non capisse più niente. E quello era un caso estremo. Mi alzai e controllai nel cassetto se c'era ancora. Il contenitore in metallo era sempre nella stessa posizione, buon segno. La presi, consapevole di non poterla fumare in quel momento, dato che se ne sarebbero accorti tutti, così decisi di aspettare la sera. Forse era l'ultima decisione da prendere, e Giovanni non mi avrebbe mai perdonato, ma era l'unica soluzione che avrebbe potuto farmi stare meglio.
Raggiunsi mia sorella in camera sua. Stava ancora dormendo nascosta sotto le coperte. La abbracciai fortissimo e le diedi un bacio sulla fronte, facendola sussultare. Si svegliò, sorpresa, e senza dire una parola mi strinse con tutte le sue forze.
- Dai, Michele, vedrai che Giovanni si riprenderà.
- Sì, lo so, ma è tutta colpa mia. E poi Elisa? Dov'è finita?
- Non lo so. Dopo che sei svenuto non ho più visto gli altri.
- Ti voglio bene, Rosa.
- Anche io, Michele. Tanto.
Le diedi un ultimo abbraccio e la lasciai dormire. Probabilmente era stata sveglia tutta la notte.
Cercavo di chiamare Davide, ma non mi rispondeva. Non sapevo più cosa fare. Decisi di passare il tempo a fumare sigarette come al solito. Ne fumavo una dopo l'altra, senza interruzione. La mia stanza puzzava talmente tanto di fumo che avrei potuto soffocare. Pranzai e dopo mi stesi di nuovo sul letto. Guardai il soffitto imbambolato, sperando che fosse solo un brutto sogno. Non era così. Chiusi gli occhi, e riprovai.
Mi sveglia che era già buio, e a casa eravamo solo io e mia madre, che guardava la televisione. Era il momento giusto. Presi la canna dal cassetto e la accesi. Il primo tiro già mi faceva volare. Era una sensazione bellissima, non avevo più pensieri: finalmente per quel paio d'ore poteva sentirmi veramente bene!
Ma la mia vita non aveva ancora finito di insegnarmi come trattarla. Cominciai a tossire sempre più forte, mi bruciava lo stomaco e mi stesi per terra, incapace di muovermi. Urlai per farmi sentire da mia madre.
- Portatemi in ospedale! Mi sento di svenire, aiuto!
Quando mia madre entrò in camera e mi vide rimase perplessa, ma credo che il forte odore le avesse fatto capire tutto in pochi istanti.
- Aiuto! Penso che sto per svenire, mamma, sono serio! Non scherzo! Per favore! Sento un bruciore nello stomaco e...
Svenni.
- Michele! Michele!
Ringrazio Dio per essere svenuto prima di vedere mia madre piangere così tanto. Non avrei potuto sopportarlo. Arrivò l'ambulanza, e ricordo solo che il giorno dopo non mi svegliai. So che fu mia sorella ad avere il coraggio di fare le domande ai medici: mia madre non riusciva neanche più a parlare, o almeno così mi dissero.
- Allora, cos'ha mio fratello? Cosa gli è successo?
Il dottore abbassò lo sguardo, tremendamente scosso.
- Tuo fratello è in coma. Non sappiamo quando si sveglierà. Per ora gli abbiamo messo una flebo per nutrirlo.
- Come, in coma?! Come ha fatto ad andare in coma?
- Pensava di fumare cannabis, ma non era solo quella. Stiamo cercando di capire cosa lo ha portato in questo stato. Mi dispiace, signorina, avremo più informazioni domani.
Quando mia sorella lo disse a mia madre, beh, da quel momento davvero mia madre non disse più neanche una parola.
<< - Papà... Papà, potresti anche dire qualcosa, visto che tuo figlio è in coma.
- Lo so, Rosa. Mi dispiace non esserci stato quando tutto è successo. Sono un pessimo padre. Sembra non ci sia mai per la mia famiglia.
- I medici non hanno ancora capito cosa abbia, mamma è sconvolta e sta sempre seduta vicino al telefono sperando di avere notizie. E da quando le hanno detto che Michele è in coma non ha detto più una sola parola.
"Driiiiin"
- Oddio, è squillato!
Dissi stupita.
Corsi a prendere il telefono, mamma non voleva rispondere, probabilmente per la paura di avere un'altra brutta notizia.
- Pronto, chi è?
- Rosa, sono Davide, ho saputo cos'è successo a Michele e volevo dirvi che è stata tutta colpa mia...
- Davide! Ti sei ripreso! Ora, per favore, puoi dirci cos'è successo quella sera?
- Non mi ricordo molto bene. Michele stava con Elisa e, mentre stavo fumando, all'improvviso mi si avvicina un ragazzo. Purtroppo non ricordo il nome.
- Sì, Davide, arriva al dunque.
- Sì, sì. Ci sto arrivando. Comunque, mi offrì una canna e io la fumai insieme a lui. Ma quella non era semplice erba! Michele si avvicinò a noi e diede un pugno in faccia al ragazzo, poi venne anche Giovanni che tentò di cacciare... Paolo! Ecco come si chiama!
- Paolo?
- Sì, Paolo. Giovanni lo allontanò, e mentre Paolo si avviava verso l'uscita prese una bottiglia di vetro e gliela ruppe in testa. Giovanni si accasciò a terra e Michele svenne.
- Grazie, Davide. Tu ora come ti senti?
- Bene, grazie. Non ci sono notizie di Michele?
- No. Anzi, scusami se ti dico che è meglio se ti richiamo, ma i medici potrebbero chiamarci e trovare occupato.
- Non preoccuparti, ciao Rosa!
Riposi la cornetta al proprio posto.
- Papà, era Davide, mi ha raccontato quello che gli è successo.
- Non mi importa cosa è successo, Rosa! Voglio solo che mio figlio si risvegli!
Passarono tre giorni e non si avevano ancora notizie di Michele. A casa nostra c'era un silenzio senza interruzione, che finalmente si interruppe.
"Driiiiiin"
- Ti prego, fa che sia l'ospedale.
Dissi correndo verso il telefono.
- Pronto? Chi è?
- Pronto? Abbiamo notizie di Michele. Dovreste venire qui in ospedale, subito.
- Va bene, veniamo subito!
- Papà, mamma! Hanno notizie di Michele, dobbiamo andare all'ospedale, ora!
- Oh, finalmente! Speriamo solo che sia una buona notizia.
L'ospedale era grande. Eravamo spaesati, senza sapere con chi parlare. All'improvviso, però, ci ferma un dottore, lo stesso che ci aveva detto che Michele era in coma.
- Signorina Rosa?
- Sì... Ci hanno chiamato dicendo di avere notizie di Michele.
- Sì, dovrei parlare un attimo con i suoi genitori.
Il dottore portò mia madre e mio padre in una stanza. Quando uscirono, mia madre stava piangendo, mentre mio padre aveva dei fogli in mano,
- Allora? Cosa è successo? Sta bene? È ancora vivo, vero?
- Sì, Rosa, sta bene.
Anche papà stava per piangere, si sentiva.
- Rosa, Michele ha un tumore al cervello, e bisogna operarlo.
- Cosa?! E per quando è prevista l'operazione?
- Per domani. I medici hanno già preparato tutto, dovevano solo avvisarci.
- O mio Dio... Speriamo vada tutto bene.
Il giorno dopo eravamo seduto fuori la sala operatoria con un'ansia che spaccava i muri. Dopo diverse ore uscirono il chirurgo e tutti gli infermieri, senza dirci niente.
Tornammo a casa distrutti e pochi giorni dopo ricevemmo un'altra chiamata dall'ospedale: era il dottore, che finalmente ci disse:
- È sveglio! >>

- Michele! Ci sei?
Era impossibile non riconoscere quella voce acuta e fastidiosa.
- Rosa! Che cosa è successo?
- Oh, Michele! Non sai quanto mi sei mancato!
Mia sorella mi strinse con un abbraccio fortissimo, come quello della mia ultima sera da "sveglio".
- Perché sono qui? Ricordo solo di aver fumato e... poi nient'altro.
- Michele, dopo che hai fumato sei svenuto e mamma ti ha portato subito in ospedale. I medici dicono che non era erba quella che hai fumato, ma qualcosa di molto nocivo che è riuscito a farti andare in coma.
- Cosa? Dove sono mamma e papà adesso?
- Stanno parlando con il dottore.
- In coma? Da quanto tempo sono qui?
- Parecchi giorni.
Non potevo crederci. Cosa mi ero fumato? Non riuscivo a ricordami niente. Mia sorella continuava ad abbracciarmi, ma, stranamente, il mio corpo non avvertiva quell'abbraccio.
Finalmente entrarono il dottore e i miei genitori.
- Michele!
Mia madre e mio padre mi strinsero forte, mia madre addirittura piangeva. Eppure, il mio corpo non avvertiva nessuno di questi abbracci.
- Michele...
- Dottore, cos'è successo, sono stato operato? Non riesco a ricordare niente.
- Sì, Michele. Ancora non sappiamo quale sia stata la sostanza che ti ha provocato questo. Abbiamo operato a livello di sistema nervoso, probabilmente adesso non riuscirai più a sentire dolore, né approcci fisici.
Mi sembrava un incubo. Non potevo credere a quello che mi stavano dicendo, eppure era vero, non riuscivo a percepire i contatti con le persone.
- Purtroppo, non puoi essere ancora dismesso, dobbiamo fare alcuni accertamenti. Se tutto va bene, tra due settimane sei a casa.
- Due settimane? E, mamma, Giovanni? Elisa? Davide? Che fine hanno fatto?
- Michele, Giovanni è ancora in ospedale e non abbiamo sue notizie. Elisa è a casa sua, sta bene, mentre Davide si è ripreso.
Cominciavo a ricordare tutto, anche se frammentariamente.
- Dovete prendere quel bastardo di Paolo. Io lo ammazzo quel figlio di puttana!
- Michele, adesso cerca di calmarti, tra due settimane sarà tutto finito.
- Non sarà finito un cazzo, mamma! E se Giovanni fosse morto? Se Elisa non mi parlerà mai più?
Mi misi a piangere di nuovo come un bambino mentre mie madre mi teneva la mano. Era inutile, visto che non potevo avvertire alcun contatto.
- Sei vivo, sei sveglio. Questo è l'importante. Ricorda che non ti lasceremo mai solo!
Furono due settimane da incubo: dovevo starmene tutto il giorno in un letto, e per pranzo mangiare una schifosa brodaglia. Nonostante tutto, mi ritenni fortunato ad essere sveglio in quel letto.
Quando tornai a casa, tutto mi sembrava uguale. Avrei voluto chiamare Elisa, ma non ne avevo il coraggio. Sul cellulare nessuna chiamata persa, nessun messaggio, nessuno mi aveva cercato dopo la festa. Provavo costantemente a darmi colpi sulla testa, sperando di avvertire dolore, ma ogni volta che ci provavo mi sembrava di toccare il nulla.
Ogni singolo minuto speravo di poter sentire dolore, ma non ci riuscivo.
Sentivo le lancette dell'orologio ticchettare, mentre guardavo fisso il cellulare. Dovevo chiamare Elisa?
E se avesse cambiato idea, dopo tutto quello che era successo?
Non potevo più aspettare, dovevo prendere una decisione.
Composi il numero. Il cuore mi batteva fortissimo, non sapevo cosa dirle.
- Pronto?
- Ehi, Elisa, sono Michele. Volevo...
- Michele, porca puttana! Come stai? Sei ancora in ospedale? Volevo chiamarti, ma...
- Elisa, tranquilla, mi hanno dimesso. Ora sono a casa, ma non riesco più a sentire niente.
- Che vuol dire che non riesci più a sentire niente?
- Senti, che ne dici se ne parliamo da vicino? Ti va? Ci prendiamo un caffè, magari, e...
- Dimmi dove e quando.
- Al bar sotto casa mia, tra 10 minuti?
- Ok, ci vediamo là.
Riattaccai, ed ero sorpreso: avevo pensato che dopo tutto quello che era successo non volesse più parlarmi.
Del tutto fuori con la testa, mi feci una doccia per scrollarmi di dosso tutti i pensieri, mi vestii e mi precipitai fuori. Non vedevo l'ora di incontrarla. Mi sembrava tutto così strano, non riuscivo neanche a sentire i miei piedi toccare la strada. Era come se tutto il mio corpo stesse dormendo.
Arrivai al bar e vidi Elisa seduta e preoccupata. Mi avvicinai a lei e, appena mi vide, mi abbracciò fortissimo.
- Michele! Oddio, Michele!
Parlava con le lacrime agli occhi.
- Elisa, non ti preoccupare, è tutto finito.
- Devi raccontarmi tutto. Non puoi capire come mi sono sentita!
Così, ci sedemmo e le raccontai tutto quello che era successo dopo la festa, della canna che mi ero fumato, del fatto che mi ero sentito male e che ero stato in coma. Le dissi anche dell'operazione al cervello e che non ero più sensibile al tatto. Quando glielo dissi, mi guardò, mi si avvicinò, e mi diede un dolce bacio sulle labbra.
- Non hai sentito neanche questo?
- No. Avrei voluto tanto, però. A volte cerco di darmi pugni forti sul petto nella speranza di sentire qualcosa, ma non accade mai niente.
- Non ho mai sentito niente di simile, Michele. Mi dispiace. Sappi, però, che io ti starò sempre vicina. Non ti abbandonerò più, promesso.
A sentire quelle parole, il cuore mi andava a mille. Strano. Non riuscivo a sentire nulla quando qualcuno mi toccava o mi provava a farmi male, ma riuscivo a sentire le pulsazioni del mio cuore.
Elisa e io ci baciammo altre venti volte, nella speranza che potessi sentire almeno quello. Ma niente.
Ci mettemmo sdraiati sulla sabbia in riva al mare e ci abbracciammo, pur non riuscendo a sentire nulla, neanche il suo calore.
I giorni seguenti stemmo sempre insieme. Era tutto bellissimo, ma non riuscivo ancora a togliermi il pensiero di Giovanni. La famiglia diceva che era in ospedale attaccato a delle macchine da settimane. Non potevamo neanche andare a trovarlo, perché i medici non ci permettevano di entrare.
Una sera, mentre camminavamo, Elisa decise di parlarmi. Capì che ero triste e che non sopportavo l'idea di perdere un amico.
- Oi, Michele...
- Sì, amore?
- E se gli facessimo una sorpresa per quando si sveglia?
- Beh, non lo so. Cioè, sì, sarebbe fantastico, ma...
- Che cosa?
- Se non si sveglia?
Lo sguardò dolce e innamorato di Elisa cambiò improvvisamente.
- Cosa dici? Sei forse impazzito? Certo che si risveglia!
- Ok, va bene, ok... Allora, come vogliamo organizzarci?
- Pensavo a una piccola cosa a casa sua. Così, appena torna, ci vede subito!
Elisa mi piaceva soprattutto per il suo ottimismo: credeva sempre in tutto, ed era questo ciò che mi faceva essere pazzo di lei.
Andammo a casa dei genitori di Giovanni e gli dicemmo quello che volevamo fare. Furono felici di sapere che non smettevamo di pensare a lui. Chiamammo anche Davide per darci una mano.
Dopo mezz'ora, la cameretta di Giovanni sembrava la casa di Arlecchino!
Ce ne andammo, lasciando tutto come avevamo organizzato. Ovviamente fu tutto inutile. Due settimane dopo, chiamò il padre di Giovanni.
- Ciao, Michele, c'è tua madre o tuo padre a casa?
- Sì, c'è mia madre, adesso te la passo.
Quando mia madre prese il telefono, sbarrò gli occhi. Subito dopo lo fece cadere a terra e non riusciva più a muoversi.
- Mamma! Mamma! Cosa è successo?
- Giovanni... Giovanni è morto.
Non so dirvi bene cosa provai in quell'istante. No, non svenni, ma ebbi un buco nell'anima. Magari chi ha perso il proprio migliore amico mi capisce.

Ora, ora che mi rimane ancora poco tempo, vorrei raccontarvi come andò a finire dopo quella sera, dopo la morte di Giovanni. Ero depresso e senza una ragione per cui vivere. Avevo Elisa che mi amava, avevo mia madre, mia sorella mio padre, ma la responsabilità di quello che era successo mi schiacciava, era un peso troppo grande! Se solo non avessi organizzato quella festa...
Era lunedì. Volevo andare in quel posto in cui cambiò la mia vita da bambino, dopo avevo conosciuto Giovanni. In verità non fu subito un mio stretto amico, anzi. Gli davo poca importanza, lui se ne stava sempre solo mentre io giovavo con gli altri bambini. Poi ci rincontrammo alle scuole elementari. Io ero molto timido e non conoscevo nessuno, a parte lui, in quella classe, anche se lo conoscevo più di vista, che di persona: non gli avevo praticamente mai parlato. Mi sedetti vicino a lui e fu in quegli anni che scoprii l'amico che mi avrebbe guidato per tutta la vita.
Scesi di casa alle sei di mattina. L'aria umida mi sfiorava il volto, e più camminavo, più mi veniva da piangere. Finalmente raggiunsi il parco giochi: in quel posto incontrai Giovanni per la prima volta, fu proprio lì che lo vidi. Era silenzioso e calmo. Mi sedetti sull'altalena e cominciai a dondolarmi senza provare neanche l'emozione dell'altezza, per colpa della mia malattia.
Mentre dondolavo, nella mia testa si susseguivano mille flashback. Devo dire che non ho mai conosciuto veramente bene Giovanni, fin da piccolo era devoto alle regole e non commetteva mai nessuna marachella. Io invece ero completamente l'opposto, un pazzo iperattivo che non si fermava mai. Ma pian piano crescemmo entrambi e io ancora non mi accorgevo che lui era l'amico che stavo cercando. Quando ci rivedemmo frequentavamo entrambi la stessa scuola media, in classi diverse. Cominciai ad aprire gli occhi, a parlargli, ad andare a casa sua e a vederlo dopo scuola. Stavamo sempre insieme e ci completavamo a vicenda, lui tanto calmo e maturo, rispetto a me, e io tanto sfrenato e giocoso, rispetto a lui. Chiunque abbia avuto un migliore amico è perché magari condividevano tanti interessi, ma per me e Giovanni non era così. Era esattamente il contrario, ed è per questo che eravamo così legati. Io insegnavo a lui e lui insegnava a me, non smettevamo mai di imparare quando stavamo insieme.
Scesi dall'altalena e presi la corda dallo zaino, feci un nodo scorsoio sopra la sbarra che teneva le catene dell'altalena, presi l'altra estremità e feci un altro cappio. Me lo misi alla gola mentre ero in piedi sul sedile dell'altalena.
In quel momento mi vidi passare tutta la vita davanti, da quando ero ancora un piccolo bambino alla festa del mio diciottesimo compleanno, a quando gli calciai la sabbia negli occhi e lui rimase, impassibile, senza fare niente, o quando mi tolse la cacca dalla scarpa che avevo calpestato, quando ci vedevamo ogni giorno dopo scuola, quando andavamo in vacanza in montagna insieme, quando lo aiutai a dimenticare una ragazza, e quando lui fece lo stesso con me. Ma sapevo che adesso... ero sicuro che adesso lui mi stesse osservando, con le lacrime agli occhi, urlandomi di scendere e di continuare la mia vita.
Saltai.
Il tempo si fermò in quell'istante. L'aria non riusciva più a uscire dalla mia bocca. Ma non sentivo dolore, né soffocamento. Non sentivo niente.
D'improvviso vidi una luce. Ecco, ero morto.

- Michele!
- Chi sei? Un angelo? Non dovrei essere all'inferno? Sono morto, ormai.
- Non sei né all'inferno, né in paradiso, né nel purgatorio.
- E allora dove sono?
- Tutto ti verrà svelato presto, a tempo debito, Michele. Hai avuto l'opportunità di vivere la tua vita come sarebbe andata se avessi fumato quella roba in camera tua.
- Non capisco. Ma tu chi sei?
- Io mi chiamo Michele, e sono qui per dirti che non sei morto. Sono venuto a dirti di prendere le tue decisioni saggiamente, perché oggi ti è stata data una seconda possibilità. Addio, Michele, o almeno spero.
La luce si spense e non sentii più niente. Solo un grande silenzio che si interruppe presto da un "bip", come se ci fosse qualche macchinario acceso. Bip! Bip! Bip! Diventava sempre più forte. Aprii gli occhi.
- È sveglio!
- Dove sono?
- Michele, fai attenzione! Sei stato in coma, ti sei appena svegliato. Hai dormito parecchio...
Non potevo crederci. Tutto quello che era successo era solo un sogno dovuto al coma. Non ci capii più niente.
- Giovanni dove sta?
Una mano calda mi accarezzò la fronte, vidi il suo volto e, sorridendo, mi disse:
- Non preoccuparti, amico mio. Non ti abbandonerò mai.
Il cuore riprese a battere fortissimo. Mi scesero le lacrime, pur non volendo. Sentivo di nuovo il mio corpo, il dolore della flebo nel braccio, guardavo Giovanni e lui guardava me sorridendo. E poi svenni di nuovo.



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pubblicato il lunedì 15 maggio 2017
Lorecirillo, ha scritto: © Tutti i diritti riservati.

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